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27 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – la lobby delle armi, la corsa allo spazio e il popolo degli Sama Badjau

Sama Badjau - Un popolo cacciato dal suo mondo

Nell’epoca della globalizzazione, ci sono popoli che devono scomparire come i Sama Badjau, perché i loro costumi, le loro tradizioni, il loro stile di vita, non è conforme con quelli del modello industriale secondo i canoni dell’ultra liberismo, affamato di nuovi territori da colonizzare ed ecosistemi da distruggere.

LAB REPORT: I SENZA STATO

Di Alfredo Farina, Alessia Marzi

Un legame spirituale con il mare, la risposta alla domanda: "cosa sarebbe successo se gli umani si fossero trasferiti in mare e fossero diventati animali marini?"

Report ha visitato il popolo dei Sama Badjau, che conta tra i subacquei più esperti al mondo. Vive in mare da oltre 1.000 anni, su piccole case galleggianti nelle acque al largo di Indonesia, Malesia e Filippine. Eppure, i loro stili di vita tradizionali stanno scomparendo, e sono costretti a legarsi alla terraferma. Complice un mondo moderno che li rifiuta e li rende incredibilmente vulnerabili, imponendo i propri canoni: dallo sfruttamento economico all'esclusione politica, da uno stato di povertà permanente alla stigmatizzazione da parte del resto della società.

La lobby delle armi e la fine delle democrazie

Scriveva George Orwell in 1984

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, non può essere che uno e uno soltanto. Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tenere la società al limite della sopravvivenza. La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull’Eurasia o sull’Asia orientale, ma la conservazione dell’ordinamento sociale.

Quel modello di società che lo scrittore inglese aveva descritto nel suo capolavoro è il mondo che ci aspetta? Una società divisa in caste, dove si usa la guerra non per conquistare territori ma per imporre un modello di economia, per controllare la società, il pensiero, il dissenso.

Una società dove dai giornali – con sempre meno inchieste – si rimandano messaggi sulla paura di nuove guerre, “e se Putin ci attacca, e se Putin ci manda un missile supersonico” (Lo stesso Putin con cui l’Europa faceva ottimi affari fino a pochi anni fa).


Stiamo spostandoci verso un modello da economia di guerra, perfino nell’ultima legge finanziaria si stabiliscono canali privilegiati per facilitare la riconversione verso l’industria bellica. E nello stesso tempo si spendono sempre più miliardi in armamenti sconvolgendo – come nel romanzo di Orwell – il senso delle parole: se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra. Sono sovranisti, in Italia col governo Meloni, eppure ci legano mani e piedi a nazioni straniere: Israele e la sua industria della cyber sicurezza e gli Stati Uniti da cui dovremo comprare sempre più armi.

E così, diventeremo, come Italia, come Europa, sempre meno indipendente, perderemo il know tecnologico, perderemo interi settori industriali.

Sempre in nome della sicurezza. La sicurezza che quelli che invitano al riarmo non solo non andranno mai al fronte, ma nemmeno patiranno le sofferenze per i tagli alla sanità, al welfare, ai servizi pubblici.

E nemmeno saremo sicuri in caso di un vero attacco: come racconterà Report domenica sera, ci stiamo impegnando per acquistare sistemi d’arma che sono ormai vecchi.

Chi sicuramente rimarrà soddisfatto sono i lobbisti delle armi, come quelli passati dall’industria alla politica, le aziende del settore (come la nostra Leonardo ex Finmeccanica).

Negli Stati Uniti si sono accorti di questo problema: il sottosegretario all’esercito ha dichiarato in una conferenza pubblica che per i grandi contractor la pacchia è finita, riferendosi al potere di influenza delle grandi cinque aziende della difesa americane, tra cui Lockheed Martin.

E l’Europa cosa intende fare? A parte andare a fare shopping all’Ausa, la più grande fiera delle armi in America..

La scheda del servizio: RIARMIAMOCI E PARTITE

di Manuele Bonaccorsi, Madi Ferrucci

Chi guadagnerà davvero dal piano di riarmo europeo? Report ha visitato fiere di armi e fabbriche di munizioni e ha partecipato a esercitazioni militari e incontri tra lobbisti e alti ufficiali, tra gli Stati Uniti, la Germania, la Polonia e l’Italia. E ha registrato le strategie dell’industria della Difesa statunitense per occupare il crescente mercato europeo con i propri armamenti. Armi di cui gli americani mantengono il controllo tecnologico, arrogandosi il diritto di disattivarle a loro piacimento. I paesi Ue continuano ad andare ognuno per conto proprio, mentre alcuni progetti di cooperazione militare restano a forte trazione franco-tedesca. Ecco perché il piano di riarmo europeo rischia di essere un pessimo affare: i nostri Paesi si indebitano per decenni e gli Stati uniti incassano.

La corsa alla nuova frontiera

È partita la corsa alla nuova frontiera, quella spaziale: per controllare il pianeta serve controllare lo spazio, le comunicazione da cui vi passano – questo dicono i grandi analisti oggi come Emilio Cozzi.


È anche una spinta verso l’ignoto, come l’homo sapiens tanto tempo fa quando andò a colonizzare il resto del mondo partendo dalla sua Africa.

Oggi guardiamo la terra dall’alto, portiamo i nostri occhi dappertutto – racconta Michele Buono nell’anteprima del servizio: per guidarci verso la nostra destinazione, sulla terra o sui mari; per raccontarci dall’alto lo stato di salute del nostro pianeta.

Controllare lo spazio è importante oggi come ieri lo era controllare i mari: perdere la gara spaziale significa perdere la gara con cui stiamo costruendo il nostro futuro.

Anche qui però, per miopia industriale e politica, rischiamo di perdere l’ennesimo treno, di perdere quel poco di competenze (nella ricerca e nell’industria) che avevamo, schiacciati tra il gigante americano, che non fa prigionieri, ma vuole solo sudditi obbedienti. E il gigante cinese. L’Europa non è – e con questa sterzata a destra dei governi non lo sarà mai – un soggetto politico ma una somma di interessi nazionali che non coincidono con una comune visione europea. C’è una agenzia spaziale italiana e una europea.

La scheda del servizio: ITALIA NEW SPACE ECONOMY

di Michele Buono

Collaborazione Silvia Scognamiglio

È nato un nuovo territorio sulle nostre teste e un nuovo punto di vista per l’umanità: lo Spazio. Il settore è strategico, è la nuova frontiera dello sviluppo economico. L’ecosistema italiano ha grandi potenzialità ma il contesto è debole: un’Europa non soggetto politico pesa poco di fronte a grandi aggregazioni come Stati Uniti e Cina. Report ha ricostruito la lotta del vecchio continente per non perdere posizioni.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 settembre 2025

Anteprima Presadiretta – I padroni dello spazio

 

“Americani, russi, europei, cinesi, indiani, giapponesi, tutti partono per lo spazio, perché chi controllerà le rotte verso la Luna e Marte comanderà anche sulla Terra”.

La prossima sarà veramente una puntata spaziale per Presadiretta: “usciremo dai confini della terra, viaggeremo verso la Luna, verso Marte e ancora più in la, nello spazio profondo” racconta Riccardo Iacona presentando la puntata.

Nei vari servizi si ricostruiranno assieme le più importanti missioni spaziali in questi ultimi anni e poi getteremo uno sguardo verso il futuro che non è più fantascienza, cioè la costruzione di basi permanenti nello spazio. È sempre Iacona a spiegare nelle anticipazioni: “tutto questo comporterà u salto tecnologico pazzesco ed ecco perché è partita una gara scientifica, tecnologica, commerciale e anche militare tra il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti e l’ultima arrivata che è la Cina. Ultima arrivata ma che ha fatto passi da gigante perché chi conquisterà lo spazio comanderà anche sulla terra ”.

Il futuro della geopolitica mondiale si gioca anche nello spazio: chi saranno allora i suoi futuri padroni?

Forse Elon Musk potrebbe essere uno dei nuovi padroni dello spazio: ma possiamo accettare che lo spazio sia un monopolio di un uomo solo? Se lo chiede il ministro della Difesa Crosetto: Elon Musk, l’uomo più ricco al mondo, rischia di diventare un monopolista spaziale. Se si osserva la rappresentazione degli “oggetti” che sorvolano le nostre orbite basse, sopra i nostri cieli, quelli di Musk sono la maggior parte, Starlink è infatti la più grande infrastruttura satellitare al mondo per l’internet veloce (sebbene sia meno veloce della fibra). Realizzata dall’azienda SpaceX, conta già 7600 satelliti operativi, il 60% di tutti quelli esistenti, con l’ambizioso obiettivo di arrivare a 42 mila.

Gli obiettivi della ricerca spaziale

Riccardo Iacona è andato in Olanda al centro di ricerca dell’ESA – l’ente europeo per la ricerca spaziale, 40 ettari di superficie dove lavorano 12 mila persone: l’ESTEC è il cuore ingegneristico dell’Europa spaziale, qui le idee prendono forma, astronavi, satelliti, rover, qui dentro vengono testati nei minimi dettagli prima di uscire dall’orbita della terra per i lunghi viaggi dentro e fuori il sistema solare.

“Qui facciamo due test fondamentali: l’accesso allo spazio, quindi rumore, vibrazioni, choc, e poi una volta che il razzo si trova nello spazio simuliamo tutta la sua vita nel vuoto, la sua vita esposta alle radiazioni, al molto freddo o al molto caldo” – racconta a Iacona Tommaco Ghidini che dirige la divisione che si occupa di strutture, meccanismi e materiali per l’ingegneria spaziale.

Il test center che morta alle telecamere di Presadiretta è enorme, 3000 metri quadrati di superficie perché qui devono entrare astronavi in scala reale.

Qui è stato testato ATV, un veicolo automatico che si è attraccato alla stazione spaziale che è grande come un bus a due piani: gli ATV sono stati un grande successo di ESA, un’astronave carica di 8 tonnellate di rifornimenti, cibo, acqua, ossigeno,carburante, pezzi di ricambio e apparecchiature scientifiche. Una volta lanciata in cielo arriva alla stazione spaziale internazionale e fa tutto da sola. Il sistema di attracco è autonomo, non pilotato dall’uomo: per testarlo è stato messo in uno spazio distante dalla stazione a fare volo libero – racconta Ghidini “per dimostrare a noi che era capace di orientarsi, di manovrare, da solo e poi gli abbiamo permesso di avvicinarsi alla stazione.”

Ora in test c’è un satellite che si chiama Plato, un cacciatore di pianeti abitabili in altri sistemi solari: coi suoi 26 telescopi Plato osserverà un milione di stelle e tutti i pianeti che vi girano attorno. Ci dirà quanto sono grandi e se sono favorevoli alla vita: verrà lanciato nello spazio a dicembre 2026 ma nel frattempo la caccia alla vita nello spazio è già cominciata.

Nel 2023 dalla Guyana è stato lanciato il satellite Juice, in sette anni raggiungerà Giove e poi punterà sui suoi satelliti più grandi, tra cui Europa.

“Europa ha una crosta ghiacciata” spiega a Iacona Ghidini “ma sotto è tutto un oceano, è quindi è plausibile immaginare che siano forme di vita che stiamo andando a cercare e questa sarebbe una scoperta veramente rivoluzionaria.”

Dal grande freddo di Giove al caldo estremo del Sole: lanciato da Cape Canaveral con un Atlas 5 della Nasa, il satellite dell’ESA Solar Orbiter ci ha messo due anni per arrivare davanti e attorno al sole: mai si era riusciti a mandare un satellite così vicino al Sole (40 ml di km di distanza) con risultati scientifici straordinari per la misurazione del plasma, del campo magnetico, del vento solare, una sfida tecnologica mai affrontata prima, viste le alte temperature che il satellite deve sopportare. La superficie del sole ha qualche migliaio di gradi, ma la sua corona sta a milioni di gradi. Nessun materiale al mondo poteva resistere ad una temperatura del genere per così tanto tempo – commenta Ghidini: “lo abbiamo potuto fare perché abbiamo usato un materiale che l’uomo preistorico usava per dipingere le caverne, ossa di animali bruciate. Essendo già bruciate non brucia più, quindi è la protezione termica perfetta. La protezione del satellite è uno strato di quel materiale della dimensione di un capello.”

Il satellite ha mandato foto e video da premio nobel perché abbiamo chiarito come il sole possa passare da una superficie da qualche migliaio di gradi alla corona a migliaia di gradi, lo fa grazie a questi che noi chiamiamo camp fires che prima non riuscivamo a vedere, ma adesso a questo satellite li vediamo, e che sono grandi come l’Arabia Saudita, il Sole ne è costellato, sono acceleratori elettromagnetici che aumentano la temperatura tra superficie e corona.

Il problema dei detriti spaziali

La corsa nello spazio ha lasciato dietro un effetto collaterale: la massa di detriti prodotti dall’uomo che affollano lo spazio.
Colpa di tutti i satelliti che abbiamo lanciato nello spazio e che circondano la terra la terra oggi: anche quelli non più attivi rimangono nello spazio e orbitano assieme a centinaia di milioni di frammenti causati da collisioni ed esplosioni intenzionali. È la spazzatura spaziale: abbiamo una mappa per gli oggetti di dimensioni superiori ad un metro, ma quelli sotto il metro sono più di un milione. Si tratta di satelliti fuori uso, frammenti derivanti da collisioni o esplosioni: i frammenti grandi in caso di collisione possono distruggere completamente un satellite funzionante, quelli più piccoli possono renderlo inutilizzabile – spiega a Presadiretta Tim Floher dell’ESA. Sono oggetti che sono nello spazio anche da decenni, quelli nelle orbite basse scendono verso l’atmosfera in pochi anni e si disintegrano, quelli più in alto, in orbita geostazionaria, restano praticamente per sempre. Detriti eterni dunque, gli errori del passato ricadranno sulle generazioni future – continua Fluher – e questa è la verità per tanti altri problemi ambientali e il problema dei detriti e del traffico spaziale non è da meno. Stiamo ancora lavorando sul caos generato dallo scontro tra due satelliti avvenuto vent’anni fa.

Il responsabile dell’ufficio detriti dell’ESA si riferisce ad uno scontro tra satelliti avvenuto nel 2009 quando due satelliti russo e americano si scontrarono generando migliaia di detriti. Il pericolo degli scontri tra satelliti è aumentato con l’invio nello spazio delle mega costellazioni commerciali come la Starlink di Elon Musk. L’ESA monitora il rischio dello scontro tra satelliti: il rischio per la maggior parte dei satelliti dell’agenzia spaziale riguarda proprio la loro vicinanza a quelli di Starlink e loro devono monitorare circa 30 di questi eventi di scontro, quasi uno all’ora.

I nostri satelliti possono comunicare con quelli di Starlink ma la loro tecnologia avanzata non impedisce dei veri e propri incidenti diplomatici: nel 2021 uno Starlink ha messo in pericolo la stazione spaziale cinese.

Il rischio di collisione è diventato – per gli ingegneri di ESA – quello più importante da monitorare oggi rispetto al passato: abbiamo lanciato sempre più satelliti in cielo e ogni collisione causerebbe ancora più detriti aumentando a sua volta questo rischio. Ogni collisione genera una nube di detriti, infatti e -come spiega uno dei controllori dell’ESA – per almeno due anni non si può più usare quell’orbita dove è avvenuto lo scontro.

Il 16 gennaio 2025 la navicella Starship spaziale di Elon Musk appena lanciata nello spazio esplode nel cielo causando una pioggia di detriti. Questo razzo è pensato per portare l’uomo su Marte, quello di gennaio era il settimo lancio: quei detriti nel cielo sono stati ripresi da diversi filmato e Elon Musk ha commentato dicendo che “l’intrattenimento è garantito”, riferendosi alla scia lasciata nel cielo dai detriti.

Ma non tutti si sono divertiti – spiega Patrizia Caraveo della società astronomica italiana – sono i controllori dello spazio aereo, perché la Federal aviation Administration ha dovuto chiudere istantaneamente lo spazio aereo, causando molti disagi ai piloti e a chi era in volo in quel momento sui cieli dei Caraibi.

La dottoressa Caraveo ha studiato a lungo l’impatto ecologico della corsa allo spazio, è stata lei a parlare per la prima volta di ecologia spaziale: stiamo correndo il pericolo di arrivare ad un bell’ingorgo spaziale, “lo spazio, ricordiamoci, è un bene comune, esattamente come l’oceano, se un signore ha la capacità di lanciare migliaia e migliaia di satelliti, si prende il bene comune”.

Jonathan McDowell è un astrofisico di Harvard ha studiato l’effetto dell’aumento dei satelliti negli ultimi cinque anni: “se davvero verranno lanciate decine di migliaia di satelliti sarà inevitabile arrivare ad una reazione a catena che renderà le orbite inutilizzabili, non è fantascienza, alla fine dovremmo limitare il numero di satelliti o in un paio di anni vedremo quella visione distopica diventare reale.”

Il grande parco eolico in Toscana


A Monte Gioco di Vilore in Toscana si sta realizzando il più grande parco eolico in Italia: qui sono avvenute diverse aggressioni, sono apparse diverse scritte contro il cantiere. Lo scorso luglio circa 50 persone incappucciate hanno circondato il cantiere e armati di spranghe hanno terrorizzato gli operai, hanno sequestrato degli attrezzi da lavoro, e hanno danneggiato dei mezzi di trasporto. Tre ingegneri di AGSM sono stati minacciati e spinti fuori dal cantiere: le indagini contro ignoti sono in mano alla Digos di Firenze.

La scheda del servizio:

L'inchiesta di PresaDiretta sulla corsa allo spazio che vede protagonisti americani, russi, cinesi e privati, guidati da figure come Elon Musk. Dalle strutture della Nasa a Cape Canaveral ai centri di ricerca europei, passando per i laboratori dell'Agenzia Spaziale Europea e le aziende private, il reportage mostra innovazioni tecnologiche, missioni scientifiche e investimenti miliardari nella frontiera spaziale. Tra navicelle, satelliti, rover e razzi riutilizzabili, si indagano le sfide della competizione globale, il ruolo dell'Europa, i rischi legati al traffico e alla spazzatura spaziale e la nascita di nuove stazioni private, segnando una trasformazione senza precedenti dello spazio come nuovo terreno di potere e innovazione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 maggio 2019

Le inchieste di Report - il TAV, la conquista dello Spazio e i cibi ultra processati


A che punto sono i lavori del TAV?
La conquista dello spazio, la nuova frontiera del business.
Nell'anteprima, il consueto approfondimento sui temi riguardanti la vita di tutti i giorni

Cibo in Maschera, di Alessandra Borella

Il servizio di Alessandra Borella ci parlerà dei cibi “ultra-processati” gli snack che spesso costituiscono il nostro veloce pasto: sono prodotti comodi da mangiare, gli snack dolci o i sandwich già confezionati, i piatti precotti. In Europa costituiscono circa i 26% del consumo totale di cibo, con differenze tra paese e paese: in Italia siamo al 13%, mentre in Gran Bretagna si arriva al 50%.


Ma quanto sono sicuri? Le ultime ricerche indicano che esiste una associazione tra il loro consumo e l'ammalarsi di malattie come il diabete, l'obesità.
Meglio essere informati, visto che spesso sulle etichette di questi prodotti non è ben spiegato l'impatto glicemico sul nostro organismo.
Piatti confezionati e surgelati, zuppe pronte, cibi precotti, comodi e veloci da preparare: in comune hanno una lavorazione industriale di cui spesso non sappiamo nulla. Costano poco, il packaging è invitante, e sono così saporiti da renderci dipendenti. Purtroppo, però, hanno spesso un alto impatto calorico, un elevato indice glicemico e uno scarso valore nutrizionale. Sono i cibi ultra processati, che rappresentano in media il 26,4% del consumo totale di cibo in Europa, in Italia il 13,4%. Le ultime ricerche evidenziano che chi li mangia regolarmente è più esposto al rischio di ammalarsi, non solo di obesità e diabete, ma anche di patologie oncologiche.

Dentro il tunnel della discordia

Report torna (dopo il servizio del 2001 e nel 2013) a parlare del TAV o della TAV, l'opera della discordia: il servizio di Giovanna Boursier cercherà di rispondere ad alcune semplici domande: quanto costa completare l'opera? Quest'opera è utile o no?Quando c'è da scavare ancora per completarla? E quanto ci costano invece le altre opere non terminate?

Dal 2015 la TELT sta costruendo il tunnel, è una società a metà tra governo francese e Ferrovie dello Stato, che poi lo avrà in gestione per 99 anni: in Italia ha scavato solo la “discenderia” di Chiomonte, 7 km, che adesso sbatte contro la montagna, all'imbocco del tunnel del treno ancora da scavare, mentre in Francia lo scavano dal 2015, ma anziché dall'inizio, in Francia sono poi partiti dal mezzo del percorso.
In questo tunnel dovrebbero passare treni merci e treni per passeggeri: dal lato francese ad oggi sono stati scavati 7,5 km di galleria del treno e altri 20 km di tunnel accessori che verranno usati (se si completerà l'opera) per fini di sicurezza.
Da questo lato lavorano circa 450 persone.
Il tunnel di base costerà circa 8,6 miliardi, di questi l'UE ne finanzierà il 40%, mentre il 35% è in carico all'Italia e il rimanente 25% alla Francia.
IL primo progetto del TAV è stato ridimensionato, per gli alti costi e per le proteste del movimento No Tav che si oppone a quest'opera.


La giornalista è entrata nella montagna a vedere i lavori fatti assieme ai tecnici di TELT: la fresa che sbriciola la roccia, Federica, un macchinone di dieci metri di diametro che buca circa 20 metri di montagna al giorno.
Si scava, si monta poi un anello attorno al foro per consolidare la struttura e poi si ricomincia, lavorando tutto il giorno sette giorni alla settimana.

Esiste già un tunnel tra Italia e Francia: è il traforo del Frejus, lungo 13,5 chilometri e aperto nel 1871, tra Modane e Bardonecchia.
E' una struttura vecchia pensata per “vecchi” treni: due treni moderni assieme qui non passano nel Frejus e infatti i treni viaggiano in senso alternato, tra i 70 e gli 80 km all'ora.

E' un'unica galleria per entrambi i sensi di marcia, mentre oggi le norme europee ne prescrivono due: poiché manca la galleria di sicurezza, se un treno si ferma in mezzo alla galleria si devono seguire le indicazioni sui cartelli, scappate a piedi per 6 km, scegliendo se andare verso l'Italia o la Francia.
Non è un sistema molto sicuro – commenta Paolo Foietta commissario dell'osservatorio Torino Lione.

I 5 stelle vogliono bloccare i bandi di gara per bloccare poi i lavori, nel contratto di governo con la Lega c'è scritto “ridiscussione integrale dell'opera” che secondo il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio non sarebbe nemmeno cominciata.
Di Maio sostiene che a voler quest'opera sono le peggiori lobbies del paese, il ministro Toninelli ha così affidato ad una commissione presieduta dall'architetto Ponti un'analisi costi benefici.
Che ha difeso il suo lavoro di fronte a tutte le polemiche che la sua analisi (negativa sul completamento dei lavori) ha suscitato: io faccio solo i conti – ha risposto alla giornalista.

Qui l'anticipazione su Raiplay.

La scheda del servizio: Fuori dal tunnel di Giovanna Boursier in collaborazione di Eva Georganopoulou e Greta Orsi
Entriamo negli scavi della nuova linea ferroviaria Torino Lione, la tav o meglio il tav della discordia, e vediamo davvero quanto è stato scavato del nuovo tunnel, tra Susa e Saint Jeanne de Maurienne: 7km e mezzo per il percorso del treno, lato francese, e altri 20 km di gallerie accessorie, che poi diventeranno di sicurezza. Report ha visitato i cantieri percorrendo i tunnel già esistenti. Bisogna scavare ancora molto, ma non si può dire che i lavori siano a zero, come invece affermano il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Lega e M5S hanno scritto nel contratto di governo che bisogna rivedere integralmente il progetto, che intanto è cambiato, grazie alle enormi manifestazioni notav che tutti ricordiamo: per esempio, rispetto al 2006, il tunnel in Italia non parte più da Venaus. Report farà il punto della situazione.

La conquista dello spazio

E' in corso una guerra tra Stati e privati per la conquista dello spazio, per la gestione del business della raccolta dei rifiuti spaziali. Di questo si occuperà il servizio di Marrucci, assieme alla la conquista di Marte, e allo sbarco sulla faccia oscura della luna.
Mentre qui sulla terra facciamo finta di occuparci dei cambiamenti climatici (i lunghi periodi di siccità seguiti da piogge torrenziali), le grandi nazioni hanno già inquinando lo spazio, dove oggi vagano detriti delle passate missioni.

Nell'anticipazione che trovate su Raiplay, il giornalista parla del Lussemburgo che da capitale dell'offshore in Europa, si sta candidando ora a diventare anche la capitale dello space mining.


Nei laboratori studiano prototipi di Rover da mandare sulla luna per cercare riserve di acqua, il petrolio dello spazio: Kyle Acierno, vice presidente di Ispace (società privata giapponese che si occupa di ricerca di risorse naturali nello spazio, con una sede in Lussemburgo) spiega che sulla luna c'è acqua in abbondanza, ma non sappiamo esattamente dove e come estrarla.
Qui si immagina uno scenario di colonizzazione della luna attraverso una sorta di favola: “20 anni fa una missione aveva sbarcato dei rover sulla luna, alla ricerca dell'acqua, da cui sono stati ricavati l'idrogeno e l'ossigeno con cui alimentare una stazione di rifornimento”.
Dalla stazione di rifornimento, all'arrivo dei primi coloni, persone specializzate nelle costruzioni, nell'industria, nelle Telecomunicazioni, nell'energia, nei trasporti, nell'agricoltura e nella medicina...


Così, si arriva a costruire una piccola cittadina sulla luna, la Moon Valley (in ricordo della Silicon Valley): una città con industrie che producano sulla luna i materiali di cui hanno bisogno.

Ma con quali diritti (spaziali) i lussemburghesi pensano di poter conquistare la luna (e gli altri pianeti)? Come hanno fatto i coloni americani con la frontiera del West?
In tutto questo, cosa stanno facendo gli organismi intternazionali?

La scheda del servizio: Balle spaziali di Giuliano Marrucci collaborazione di Lorenzo Di Pietro e Silvia Scognamiglio
Mentre a marzo centinaia di migliaia di giovani in tutto il mondo sono scesi in piazza per chiedere un cambio di marcia nella lotta contro i cambiamenti climatici e il degrado ambientale che attanaglia la Terra, gli adulti erano impegnati a replicare i soliti errori oltre i confini del pianeta. Negli ultimi 50 anni gli esseri umani hanno inquinato lo spazio che circonda il pianeta con oltre 100 tonnellate di detriti di ogni genere. Milioni di frammenti che orbitano attorno al pianeta a velocità altissima e che mettono in discussione l’accessibilità dello spazio nel prossimo futuro. Un problema che rischia di assumere dimensioni epocali proprio oggi che lo spazio è considerato una miniera d’oro, alla vigilia della cosiddetta New Space Economy, cioè la nascita di un fiorente business sulle attività economiche spaziali. Un’opportunità gigantesca, che l’Italia si ritrova ad affrontare con un’Agenzia Spaziale divisa da faide interne.


Come è andata a finire? L'inchiesta sulle protesi al seno

Una donna è morta all'Umberto I per una patologia legata alla protesi al sena che le era stata impiantata 12 anni fa: è stata la trasmissione Report ad aver scoperto questo caso, che sarebbe il primo in Italia di morte per le protesi “testurizzate” che in Francia sono state già vietate per un “pericolo raro ma grave ”.
Mentre in Italia la ministra per la salute Grillo ha incaricato il Consiglio superiore di sanità di darle un parere entro il 13 maggio.

Intorno a questi dispositivi medici, alla loro sicurezza, ai controlli che vengono fatti, è sorta un'inchiesta internazionale che ha portato ad una prima inchiesta pubblicata su l'Espresso e da Report lo scorso marzo: sono 41 i casi di donne che in Italia si sono ammalate a causa delle protesi, a fronte di migliaia di protesi fatte, ma prima che si scateni una fobia sarebbe opportuno che il ministero prenda una posizione chiara sulla questione.

La scheda del servizio LA RUVIDA EREDITÀ di Giulio Valesini
Una donna è morta all’inizio di quest’anno a causa dell’Alcl, il linfoma anaplastico a grandi cellule associato ad alcuni tipi di protesi al seno. È il primo caso registrato in Italia. La paziente era in cura al Policlinico Umberto I di Roma. Secondo fonti mediche, verificate da Report, la donna a ottobre era stata sottoposta a un intervento di rimozione delle protesi ma la malattia era già in stato molto avanzato e, nonostante le terapie, ha portato in poche settimane al decesso. L’impianto risaliva a 12 anni fa. Del caso, come verificato da Report, i medici del Policlinico Umberto I hanno informato il ministero della Salute. Secondo i dati più recenti del ministero i casi di linfoma anaplastico a grandi cellule associato a protesi al seno in Italia sono saliti a 41, ma altri starebbero emergendo. Tuttavia mai finora erano stati ufficialmente segnalati decessi di pazienti nel nostro paese. Interpellata da Report, il capo della direzione dispositivi del ministero della Salute, Marcella Marletta, ha confermato il decesso e ha detto che il ministero “è stato informato a febbraio e ha ricevuto la documentazione ad aprile”. Prosegue Marletta: “Stiamo completando l’istruttoria sul caso con il parere degli esperti.  il 13 maggio il Consiglio superiore di sanità esprimerà la posizione ufficiale del ministero della Salute sul tema del linfoma anaplastico a grandi cellule associato a impianti mammari”.  L’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato ufficialmente la malattia nel 2016. I casi segnalati alla Food and Drug Administration (Fda) statunitense sono saliti a 457 in tutto il mondo, mentre sono finora 17 le morti accertate. Ad inizio aprile, l’Ansm, l’autorità sanitaria francese, ha sospeso la commercializzazione di protesi macrotesturizzate, sospettate di essere associate alla malattia. Nella puntata di questo lunedì 6 maggio, alle 21.20 su Rai3, Report tornerà sul caso, dopo l’inchiesta dello scorso 26 marzo realizzata all'interno di "Implant Files", un progetto del consorzio internazionale dei giornalisti investigativi Icij di cui la trasmissione è partner italiano insieme a L’Espresso

Il mistero della casa di Siri a San Marino

Oltre ai servizi su TAV e sulla conquista dello spazio, andrà in onda anche un servizio di Claudia di Pasquale sulla vicenda della casa comprata dal sottosegretario leghista Siri, di cui potete leggere un'anticipazione sul Fatto Quotidiano

C’è un mistero negli affari immobiliari del sottosegretario Armando Siri legati a un finanziamento ricevuto da San Marino. Che garanzie ha dato il leghista, indagato per corruzione nell’inchiesta con al centro il faccendiere Paolo Arata, per ottenere un mutuo da 585.300 euro da una banca sammarinese senza l’accensione di un’ipoteca? E perché prontamente il notaio che fa il rogito segnala l’operazione sospetta alla Uif, unità di informazione finanziaria di Bankitalia che indaga sul riciclaggio di denaro? A chiedersi come il senatore sia riuscito ad acquistare a Bresso, in provincia di Milano, una palazzina di due piani (composta da 7 appartamenti, un negozio, un laboratorio e alcune cantine) è la trasmissione Report – in onda questa sera su Rai Tre – con un’inchiesta firmata da Claudia Di Pasquale, con la collaborazione di Lorenzo di Pietro, Norma Ferrara e Aldo Ciccolella.