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19 dicembre 2024

Sangue e fango, di Paolo Moretti


I terrapiattisti di Erba, di Piero Colaprico

Nonostante i marinai da millenni, per studiare la rotta migliore guardino i il movimento degli astri; nonostante gli astronomi abbiano da secoli ben riconosciuto le orbite dei corpi celesti più remoti; nonostante le bellissime fotografie non solo della Nasa [..] alcuni esseri viventi sono continti, e non si capisce come siano arrivati a questa conclusione fantasiosa, che la Terra sia piatta.
[..] Come in un tempo ci si divideva tra Guelfi e Ghibellini, ma ognuno aveva le sue ragioni politiche, così oggi nei processi penali – ed è esemplare il caso di Roca Bassi e Olindo Romano, condannati in tre gradi di giudizio per la strage di Erba (11 dicembre 2006) – lo scontro tra innocentisti e colpevolisti è netto e, osiamo dire, le ragioni politiche, in senso lato, non ne sono del tutto estranee.

La definizione del giornalista, di vecchio stampo, Piero Colaprico, “terrapiattisti di Erba” è pienamente calzante per descrivere i tanti, a volte in buona fede a volte meno, che ancora oggi ritengono di potersi esprimere su una vicenda così dolorosa come la strage di Erba (due donne adulte uccise e un bambino di due anno sgozzato), con una incredibile sufficienza: “secondo me Olindo e Rosa sono innocenti”. Solo perché si sono visti il servizio delle Iene su Italia 1 oppure il documentario su Discovery, “Tutta la verità”.
Viviamo in tempi difficili, racconta Colaprico, in un mondo difficile dove l’ignorante e il saggio hanno la stessa influenza nell’influenzare l’opinione di chi ascolta: perché basta nascondere i fatti, celare i fatti sgraditi ad una certa “narrazione” (o storytelling come si direbbe oggi), per passare usando l’espressione di Sciascia, al “fantasma dei fatti”.
Me le ricordo ancora le parole di Piero, che ho incontrato spesso alle rassegne letterarie dove presentava i suoi libri, quando parlando di alcuni suoi colleghi diceva, “non è vero che uno vale uno”: non è vero che un giornalista che si legge tutte le carte, che cerca di comprendere il testo delle consulenze, devono essere messi sullo stesso piano di giornalisti da scoop emozionale, che nascondono pezzi della storia perché scomodi o contrari alla verità che si vuole raccontare.
Ecco, sulla strage di Erba, quel maledetto lunedì di tanti anni fa, ci sono stati giornalisti che hanno raccontato il sangue, gli indizi, hanno valutato le piste, messo assieme i vari pezzetti e altri che invece hanno cavalcato una verità alternativa, la versione “innocentista” della strage, inventandosi di sana pianta un complotto. E questi giornalisti sono stati anche premiati col passaggio in Rai (con scarsi risultati in termini di audience tra l’altro).

Quella che leggerete in queste pagine è una storia di sangue e fango: il sangue è quello delle vittime, Raffaella Castagna, la madre Paola Galli, il figlio Youssef Marzouk e la vicina di casa, Valeria Cherubini. Ferendo gravemente il marito, Mario Frigerio, diventando così testimone oculare dei delitti: la sua deposizione, assieme ad altre prove hanno portato alla condanna dei due responsabili, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, i vicini di casa.

Punto. I colpevoli sono loro, lo hanno stabilito i giudizi in tre gradi di giudizio: la richiesta di revisione, imbastita portando delle presunte prove della loro innocenza è stata recentemente smontata dalla corte d’Appello di Brescia.
Non esiste nessun complotto: la terra è tonda e i colpevoli sono loro, due persone come tante, ossessionate da quella ragazza, Raffaella Castagna, che viveva assieme al marito Azouz, sopra il loro appartamento in via Diaz ad Erba, che dava loro fastidio, per i tanti ospiti, per il pianto del bambino.

Un fastidio che ha portato ad un crescendo di ostilità verso Raffaella Castagna: dagli insulti, i due vicini di casa sono arrivati a seguirla in macchina, a staccarle la corrente.

Dal sangue al fango – Tredici anni dopo la strage
L’aria gelida del mattino graffia il viso. Si infila a forza negli spazi che trova, tra pelle e vestiti. Come caparbie dita di ghiaccio, i venti invernali passano oltre il bavero della giacca, alzato nel cano tentativo di proteggere il collo dal freddo. Si attacca alle carni, quel refolo. Punge, ferisce. E lascia gli stessi dolorosi segni di quel dicembre di sangue e morte. Tredici anni fa.
Pietro esce di casa presto, come di consuetudine. La barba, vagamente rossiccia, arruffata. Le borse sotto gli occhi, eredità di una notte senza sonno.

Ma si parla anche di fango: la tempesta di fango (su cui la politica ha avuto le sue responsabilità), che si è abbattuta sulla famiglia Castagna, anni dopo la strage, quando una trasmissione intitolata “Tutta laverità” ha iniziato a puntare il dito contro di lui. Che cosa ha fatto Pietro Castagna quella sera? La sera è quella dell’11 dicembre 2006 quando Pietro Castagna, mentre sta sonnecchiando sul divano di casa, viene svegliato dal padre, Pietro, perché la mamma non è ancora tornata a casa, dopo aver accompagnato Raffaella, la sorella, a casa, in via Diaz.

Come mai in una intercettazione successiva alla strage Pietro Castagna si è messo a ridere?

Come mai i Castagna hanno venduto la loro Panda, la macchina con cui la mamma di Raffaella l’ha accompagnata a casa quella sera? Come a dire, cosa avevano da nascondere i Castagna dentro quella macchina..

Ecco come si insinua il venticello della calunnia, ecco come si monta una tesi opposta alla verità giudiziaria, come si crea un complotto, argomento in cui noi italiani siamo maestri.

Si prendono pezzi della storia, li si isola e li si racconta un po’ come ci pare.
Per insinuare il sospetto che non sono stati loro, Olindo&Rosa (scritto tutto attaccato) ad uccidere tre donne con ferocia e sgozzare un bambino. È stata una banda di spacciatori (d’altronde Azouz, il marito di Raffaella, era stato in carcere per spaccio). Oppure è stata la stessa famiglia Castagna, in collera con la figlia per quel matrimonio con un ragazzo tunisino, Azouz, che non era molto amato.

Così al sangue si aggiunge anche il fango: il dolore per la perdita di una sorella, con cui è vero i rapporti si erano interrotti coi fratelli, il dolore per la perdita della madre e del nipote, si aggiunge anche il fango, il doversi discolpare da una accusa veramente infamante.

Questo libro è nato con uno scopo ben preciso: raccontare l’altra faccia della campagna innocentista che, negli ultimi quindici anni, ha trasformato uno dei fatti di cronaca nera più cruenti e gravi mai avvenuti, in un “romanzo giallo” dove tutto è concesso. Anche trascinare le vittime nel gorgo del sospetto. E più giù ancora.

Ma se l’aspetto umano resta preminente, se il racconto dei tormenti patiti dai parenti delle vittime, Pietro Castagna in testa, è il fulcro centrale attorno cui ruota il senso del libro, è anche importante chiarire perché non meno di ventuno giudici hanno dichiarato i “malvicini” unici e soli responsabili della strage.

Scriveva Agata Christie: «Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

E vediamoli allora questi indizi, quelli che hanno portato alla colpevolezza dei due vicini di casa (lei, in una intervista a Le Iene, aveva persino sfidato Pietro Castagna ad un faccia a faccia), valutati da diversi giudici in più gradi di giudizio.

L’ultima parte del libro, che vi invito a leggere per avere veramente un quadro completo di questa brutta vicenda di cronaca, è dedicata a questo: si parte dalla testimonianza di Mario Frigerio, sopravvissuto alla strage che ha riconosciuto il colpevole. I servizi innocentisti hanno sostenuto come la sua deposizione non fosse attendibile perché il fumo gli aveva causato danni. Peccato che nei polmoni e nel sangue non ci fossero tracce di questa intossicazione.

Il riconoscimento di Frigerio è stato fatto senza pressioni da parte dei carabinieri ed è stato poi ripetuto di fronte ai tre magistrati comaschi che hanno seguito le indagini.
C’è poi la macchia di sangue (delle vittime) sulla Seat di Olindo, quella che sarebbe stata portata dai carabinieri o dai vigili e che in una prima perquisizione non era stata rilevata. Ebbene, anche questa finta prova a favore è stata smontata.
C’è poi tutto il filone legato alle confessione dei due coniugi mentre erano in carcere: i loro racconti fatti ai magistrati sono ricchi di particolari che solo gli assassini potevano conoscere. Come è possibile? Le Iene e i loro giornalisti come lo spiegano?

Nelle deposizione, Rosa Bazzi e Olindo Romano, senza influenzarsi a vicenda, senza aver concordato nulla, rivelano particolari inediti sulle ferite sui corpi, sulla modalità con cui è stato appiccato l’incendio, sulle modalità con cui sono state uccise le vittime…

Basta.

Lasciamo riposare in pace col suo dolore la famiglia Castagna: spero che questo libro serva quantomeno a ristabilire un minimo di giustizia per Pietro. Perché il dolore quello no, quello non potrà essere dimenticato.

La scheda del libro sul sito di Dominioni editore
Il link per il podcast Anime Nere sulla strage di Erba

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

18 novembre 2021

Una crepa nel muro di Paolo Moretti

 


Berlino 1961

A Wilhelm Wolf non dispiacevano i piccoli vizi che il suo ruolo ricoperto nel Ministero per la Sicurezza dello Stato riusciva a soddisfare.

Il suo ufficio nel quartier generale della Stasi a NormannenStrasse era avvolto in una densa coltre di fumo. Sigarette americane che riusciva a procurarsi con grande facilità.

E che trovava infinitamente migliori delle Belomorkanal senza filtro, che andavano per la maggior parte tra i suoi colleghi.

Un ufficiale della Stasi (la polizia segreta della DDR) che deve dare la caccia ai “traditori”, i berlinesi che aiutano le persone ad attraversare il muro per scappare verso l'occidente.

Una giovane ragazza di origini tedesche, studentessa di psicologia, che si innamora di un ragazzo più grande. Ma tutti i sogni si spengono all'alba.

Un delitto, in una città del nord Italia, non importa sapere quale: un assassino è venuto da lontano per uccidere un ex cittadino tedesco, un signore anziano che da anni viveva in Italia.

Ad indagare sul delitto un ispettore di polizia di quelli capaci di seguire tutte le piste, di non accontentarsi delle risposte facili, che non si fanno scoraggiare dai buchi nell'acqua. Un poliziotto caparbio e tenace.

Sono questi i protagonisti di questo giallo scritto nel 2017 dal giornalista de La Provincia di Como, Paolo Moretti: l'avevo incontrato alcuni anni fa alla rassegna La Passione per il delitto ad Erba, dove presentava proprio questo romanzo.

Aveva raccontato, nella presentazione, che la scintilla per il libro era nata con la visita al museo del Muro di Berlino, leggendo le storie delle persone che scappavano: “poteva essere uno spunto interessante per una storia da scrivere”.

Colpevolmente era rimasto lì sul ripiano della libreria in attesa del suo momento che, finalmente, è arrivato: è uno di quei gialli in cui tutto si intreccia, la storia del presente (il delitto del cittadino tedesco, le indagini dell'ispettore Pagni, la vita di Rachel), col passato anzi, con la storia con la S maiuscola.

Perché Paolo alterna, dosando la narrazione degli eventi con cura, la storia nel presente, con gli anni cupi della costruzione del muro di Berlino, dall'agosto del 1961, con l'inizio dell'operazione “Rosa”. Questo era il nome con cui i vertici della Repubblica Democratica Tedesca aveva chiamato l'operazione, negata fino al momento prima, di costruire un muro per bloccare i continui movimenti di persone verso Berlino ovest, in cerca della libertà.

La costruzione del muro, separò per anni famiglie, troncò relazioni, stroncò vite umane: quelle dei ragazzi, dei vecchi, delle persone che, facendosi aiutare da novelli Caronti al contrario, li aiutavano ad attraversare il muro, passando dall'inferno alla vita civile, libera.

Ma, per arrivare alla libertà, bisognava sfuggire ai controlli della polizia segreta, la Stasi, guidata da personaggi sadici come Wolf, che godevano dell'enorme potere concesso dal regime: il potere di privare le persone dei loro diritti, costringendole nelle celle “sottomarino” prive di finestre e al buio, torturandole fisicamente e psicologicamente.

In quegli anni, in tanti riuscirono a fuggire verso la libertà. Ma altri no: come quei ragazzi che in una sera del 1962, finirono in una imboscata della polizia, perché qualcuno li aveva traditi. Qualcuno che era finito nelle grinfie di Wolf e che, dopo giorni al buio in quelle celle, aveva fatto i nomi dei “caronti”.

Cosa c'entra questa storia con quella del presente?

Rachel, la giovane ragazza che seguiamo al tempo presente, è figlia di quegli eventi, anzi nipote: la nonna era stata arrestata proprio durante quella retata del 1962, dove era morto il suo compagno, Sebastian, il nonno di Rachel. Un dramma che aveva segnato le vite della nonna di Rachel ma non solo...

Ma torniamo al tempo presente: chi aveva interesse ad uccidere quel signore tedesco, che in paese frequentava poche persone? Come mai l'assassino ha rubato il computer portandoselo via? Cosa c'era dentro di così importante?

Le indagini, che inizialmente sembrano arenarsi, prendono una svolta con una scoperta quasi sconvolgente dentro la casa del morto.

Ma, ancora una volta, bisogna stare attenti a fidarsi delle soluzioni facili, quelle che ti vengono presentate su un piatto d'argento. I colpi di scena non finiscono mai in questo giallo dove, si scoprirà alla fine, tutto è intrecciato.

Quello che mi è piaciuto di più di questo romanzo è stato ripercorrere i mesi della costruzione del muro, con la sensazione di angoscia dei berlinesi che, di punto in pianto, si vedevano chiusi dentro una prigione a cielo aperto.

Il romanzo racconta, in presa diretta, anche i giorni attorno alla caduta del muro, in quel novembre del 1989 quando, in una conferenza stampa, il portavoce del governoSchabowski annunciò che da quel giorno non servivano più visti per uscire dal territorio di Berlino est.

La fine di un incubo, il crollo di un regime che si reggeva solo sulla paura, sul terrore, sulla repressione.

Le scene del crollo del muro, sicuramente almeno una volta nella vita, le abbiamo viste tutti.

Era bastata una piccola crepa, la cancellazione dei visti, per far crollare tutto.
Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di GoWare

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

31 ottobre 2018

La passione per il delitto (2018) Ore 15.00: tre gialli per tre giornalisti

Franco Vanni,Paolo Moretti,Paolo Colonnello e Manuela Lozza


Tre giornalisti che raccontano di omicidi, intrighi e misteri da risolvere: ha moderato l'incontro una scrittrice prestata al giornalismo, Manuela Lozza, in una specie di scambio dei ruoli.

Paolo Colonnello e Antonio Aloni, Operazione Mercurio, Sem

Il commissario Maki Markaris ha due grandi passioni: il mare e la caccia al polpo, che conserva nel congelatore dei reperti organici del commissariato di Chania, sull'isola di Creta. Markaris però ama anche il raki, l'acquavite ottomana al profumo di anice, e le dee. Proprio come Afroditi, la giovane archeologa rimasta orfana di un padre che custodiva il segreto più straordinario di quell'isola.

Paolo Moretti, La bambina che disegnava i draghi, GoWare

Non furono le onde o il movimento del peschereccio a rischiare di far cadere un marinaio esperto come lui. Bensì ciò che vide tra quelli che sembravano stracci gettati nell’oceano: gli occhi sbarrati di una bambina. Un corpo trovato nelle acque della Manica. Un tubetto di vernice e un pennello come unici indizi per identificare la vittima. Un cronista curioso e fuori dagli schemi che, con l’amica fotografa, si appassiona al caso.

Franco Vanni, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi

Milano, oggi. Steno Molteni, giornalista di ventisei anni, scrive per il settimanale di cronaca nera «La Notte». Vive nella stanza 301 dell'Albergo Villa Garibaldi, dove la sera lavora come barman. Guida una Maserati Ghibli del '70. L'amico Scimmia, poliziotto alla Squadra Mobile, gli fa sapere che Kellan Armstrong, figlio diciannovenne del console americano, è stato ucciso in circostanze misteriose.

Paolo Colonnello e Antonio Aloni, Operazione Mercurio, Sem

Si è partiti da Paolo Colonnello e dal suo romanzo ambientato a Creta in due epoche storiche, con un richiamo al periodo della Grecia antica. “Ma la trama è semplicissima però” – ha assicurato l'autore: “è una caccia al tesoro e si ispira al personaggio di Indiana Jones”.
Il romanzo è stato scritto assieme al dottor Aloni, che aveva casa a Creta e che è venuto purtroppo a mancare: Creta è una delle culle della nostra civiltà, terra di conquista da arabi, egiziani e da ultimi dai nazisti.
I cretesi sono come i corsi e i sardi: li puoi conquistare per un certo tempo, puoi conquistare la terra ma non la loro anima.
Sanno essere persone aperte ma sanno mantenere la loro identità, che si rafforza col mescolarsi dei popoli.
E' un romanzo con tanti personaggi, ispirati dalle mie letture, con la volontà di farli aderire alla mitologia greca: la bella archeologa che si chiama Afrodite ed esce dal mare per irretire il commissario e il suo vice.
C'è anche una dea meno buona, e poi il commissario, ispirato ad Aloni.

Paolo Moretti, La bambina che disegnava i draghi, GoWare

Il romanzo parte con la scoperta del corpo di una bambina, trovato da un pescatore: la scelta del luogo in cui ambientare la storia è legata al fatto che ho visitato quei posti, la costa francese e quella inglese della Cornovaglia, durante una vacanza.
Più che scoprire chi ha ucciso la bambina, il cui corpo non viene reclamato da nessuno, mi interessava raccontare chi fosse stata, la bambina.
C'è una giornalista fa una sua inchiesta, parallela a quella della polizia, per rispondere a queste domande e che si trova a lavorare in un luogo che non conosce, dovrà fare lo sforzo per conquistare la fiducia delle persone che incontra.

Paolo ha raccontato dei suoi esordi come giornalista, quando ha cominciato a lavorare nella radio, per Radio Popolare: il passaggio alla scrittura deriva dalla necessità di voler raccontare la realtà, come quella di oggi con la sequela di episodi di razzismo.

Franco Vanni, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi

Come nel precedente romanzo di Paolo Moretti, anche qui un giornalista che lavora per un settimanale che si occupa di crimini violenti: un cane sciolto, perché lavoro per un settimanale e non per un quotidiano. Muore il figlio dell'ambasciatore americano a Milano, una Milano giovane e immatura e coperta dalla neve.
Il protagonista, Steno Molteni, si deve muovere nel mondo dei "fighetta" milanesi, ragazzini viziati che sono descritti in modo molto urticante: è nato a Bellaggio e poi si è spostato a Milano, in un hotel dove ha una camera sua per le amicizie del padre portiere, e guida una Maserati Ghibli.
Il racconto parte dalla morte del figlio dell'ambasciatore in un posto che è luogo di incontro per omosessuali, il bosco vicino a Cadorna.
L'idea per il libro è nata da una telefonata vera ricevuta dall'autore di un ragazzo che raccontava di un'aggressione ricevuta da una banda che dava la caccia agli omosessuali.
"Queste cose non succedono nella mia città" ho pensato: mi aveva stupito che queste storie non venissero nemmeno denunciate, per la vergogna delle vittime.
Gli amici del morto sono i fighetta del centro: li ho raccontati in modo caricaturale, enfatizzandone gli aspetti negativi. In cui ho messo anche del mio, quando ero studente.

Anche Franco ha raccontato del suo lavoro come giornalista: scrivere per un giornale è diverso dallo scrivere un libro – ha spiegato - gli omicidi nella realtà non sono affascinanti, i grandi gialli nel mondo reale nascono da investigazioni nate male.
Nel romanzo si parla della preparazione del delitto, del progetto.

07 dicembre 2017

5 colpi alla 'ndrangheta – la serata finale ad Inverigo


Si chiude ad Inverigo la serie diincontri dedicati alla cultura della legalità e per il contrasto alle mafie in Brianza – 5 colpi alla ndrangheta: cinque serate cominciate con l'incontro a Lurago d'Erba “La lotta alla corruzione e il monitoraggio civico” con Ester Castano giornalista antimafia e Leonardo Ferrata, e terminata ieri sera con l'intervento delprocuratore Nicola Piacente assieme al giornalista Paolo Moretti.

La presenza della mafia dentro la nostra società, che si prendono imprese, strutture commerciali, portano pacchetti di voti a quel politico con pochi scrupoli è un fatto noto, di cui tutti sono consapevoli.
Anche qui nella sonnolenta provincia di Como, una zona quella dell'altra Brianza che fa raramente notizia, zona di piccole industrie in parte spazzate via dalla crisi, ma dove comunque c'è ancora una certa ricchezza.

Un po' di numeri: negli ultimi sette-otto anni nella provincia di Como, sono state arrestate (per l'inchiesta Crimine-Infinito) 55 persone con l'accusa del 416 bis, di queste 20 sono state poi condannate in via definitiva.
Le indagini dell'antimafia hanno portato alla scoperta 5 locali di ndrangheta, ad Erba, Mariano (che ha il ruolo più alto di Crimine), Canzo, Fino Mornasco e Cermenate.
Ad Inverigo è vissuto per anni Antonino Belnome, oggi importante collaboratore di giustizia.
Ma il fenomeno delle mafie al nord non comincia in questi anni.

Il procuratore capo di Como Nicola Piacente per prima cosa ha voluto ringraziare i presenti all'incontro: la sala era piena, indice di sensibilità da parte del territorio su questo argomento.
La sua presenza qui era di testimonianza del valore della legalità – anche questo è il ruolo dell'autorità.

Piacente per conoscere questo territorio e le sue dinamiche criminali, ha dovuto studiare: oggi ricopre il ruolo di procuratore a Como da due anni, arrivando dalla DDA a Milano, dove aveva affrontato la mafia su un territorio diverso.

La caratteristica della nostra cultura è la mancanza di memoria”: questa la prima riflessione: siamo convinti che le strategie stragistiche della mafia siano cominciate con gli attentati a Falcone e Borsellino. Oggi non ci ricordiamo della strage di Portella della Ginestra, un attentato indiscriminato avvenuto in Sicilia il 1 maggio 1947 contro lavoratori che lottavano contro la cultura latifondista.
Anche in quella strage, poco ricordata, furono uccise donne e bambini: la storia si ripete, come poi successo coi crimini di Riina che faceva uccidere i figli dei suoi nemici poi sciolti nell'acido.

Come è arrivata la mafia al nord? Negli anni 50 fu approvata la prima misura di prevenzione che spostava le persone sospettate di ndrangheta lontani dalla loro comunità, qui al nord.
Ma questa non fu l'unica causa della diffusione della ndrangheta, visto che questa si è diffusa anche in Germania e in America, dove i mafiosi non sono arrivati in soggiorno obbligatorio.
La causa principale è la presenza del capitale: noi pensiamo alle mafie solo come fenomeno criminale, militare, che intimidisce le persone solo con l'uso delle armi e della violenza.
Ma il fine della mafia è l'accumulazione del capitale ma spesso, anche noi magistrati ci siamo concentrati solo sulle armi.
Così al nord si creavano le locali, una clonazione di una struttura ndranghetista, molto legate alla madre Calabria, la terra d'origine, che ha ancora una funzione di “camera di controllo” per verificare l'applicazione delle gerarchie e degli ordini impartiti e che devono essere rispettati anche fuori dalla Calabria.
Non solo a Como ma anche alle cosche in Svizzera e nel Canton Ticino.

La presenza della ndrangheta è occulta, che cerca di fare affari nei piccoli centri: Milano ha solo 3 locali, presenti storicamente in questo territorio.
Mentre invece nei piccoli centri troviamo cosche che si sviluppano lontano dai riflettori delle grandi città.
Sono territori dove si registra un'assenza di prevenzione della polizia: a Como c'è una sola Squadra Mobile e nessun commissario, così sul territorio il contrasto alla criminalità lo devono portare avanti solo i carabinieri, con pochi uomini.
Una cosa che mi stupisce – un commento del procuratore – è che sono stati aboliti presidi della Guardia di Finanza, in territori di passaggio di capitali.

Il giornalista Moretti ha introdotto la storia dell''inchiesta di Cantù: qui è presente una compagnia di Carabinieri e questo ha fatto sì che certe voci si siano poi trasformate in una inchiesta che ha portato poi a degli arresti.

Il procuratore Piacente ha spiegato come il fenomeno di Cantù sia differente: non ci sono imprese da colonizzare, qui la ndrangheta voleva entrare nel tessuto dei commercianti perché voleva controllare il mondo della movida dei giovani.
L'obiettivo erano i bar che si volevano prendere usando le intimidazioni mafiose: sono azioni che potrebbero anche essere considerate come atti di bullismo (come molti esponenti politici hanno cercato poi di minimizzare).
Ma anche questo non è un fatto nuovo: nel 2010 ad Erba in una notte sono saltate 2 discoteche, un segnale premonitore del fatto che la ndrangheta volesse entrare nell'area del divertimento. Anche allora si qualificò l'attentato come una ragazzata.
Ma attraverso il controllo del divertimento la ndrangheta ottiene un importante risultato: il consenso sociale da parte delle persone e anche questa è una manifestazione della mafia.
L'intrattenimento made in mafia, come il lavoro nero controllato dalle cosche: quest'ultimo fenomeno è una forma di welfare mafioso, una forma di ammortizzatore sociale con cui le mafie danno lavoro a persone in difficoltà.
Queste sono forme più pericolose del fenomeno mafioso, perché quando c'è consenso, questo si accompagna all'omertà nel non sentirsi in obbligo di denunciare nulla.
Chi è riconoscente all'organizzazione, che gli ha dato lìil divertimento, che gli ha dato un lavoro, ha meno tendenza a collaborare.
I numeri parlano chiaro: a Como stanno monitorando da anni i fenomeni spia della mafia, telefonate anonime a professionisti, minacce, incendi a locali o capannoni, colpi di arma da fuoco.
Sapete quante denunce sono state fatte dalle persone minacciate? Zero.
Ogni mese avvengono due episodi di questo genere e nessuno denuncia e le vittime spesso negano di essere state minacciate, di avere nemici.
Succede al sud e anche nel nord, l'Italia unita.
Ci sono imprenditori che mentono perché nemmeno hanno la coscienza a posto, per reati commessi nel passato che ora temono che con delle indagini, possano venire fuori.
Così tutti stanno zitti.
Il procuratore ha citato degli episodi di giustizia fai date che sono avvenuti nell'alto lago: persone che regolavano i conti con qualche schioppettata o con qualche fuoco da appiccare.
Sono anche queste zone con pochi presidi di polizia: in assenza dello Stato, della sua azione efficace nel gestire questi contrasti, succede questo, al sud come al nord.

Lo stesso principio vale per altri servizi offerti dalle mafie, come i prestiti ad usura a imprenditori che non ottengono risorse dalle banche.
La mafia negli anni sessanta e settanta ha accumulato così tanti capitali, erano gli anni del boom, che poi nel duemila ha potuto usare per sopperire ai prestiti bancari.
Ma quando un imprenditore entra in questo tunnel non ne esce più: facendosi prestare soldi dalla ndrangheta, questa piano piano si prende tutta l'azienda e il proprietario rimane solo un prestanome, una testa di legno.
C'è uno stadio iniziale in cui le vittime sembrano beneficiate, ma è solo l'inizio della fine.

Siamo un paese di evasione generale, di non rispetto della norma: questo spinge in molti a ricorrere ai servizi della mafia per ripulire il denaro, per pagare meno tasse, per il recupero crediti.
Ma in questo modo le vittime diventano due volte prigioniere: della mafia e dallo Stato e così si tende a non denunciare perché se lo facesse, dovrebbe denunciare anche la sua evasione tributaria nel passato.

Di tutto questo è anche colpa della lungaggine dei procedimenti civili, che sono anche causa dei bassi investimenti nel nostro paese dall'estero, dei tempi della giustizia: ricorrere alle mafie è, nel breve, più efficiente, ma sono solo scappatoie che poi alla lunga si pagano.

Ci sono state poi delle domande da parte del pubblico, molto interessanti:
- come è stato possibile arrivare ad una storia come quella di Seregno, col consiglio comunae sciolto?
- il rapporto tra il culto del denaro al nord e lo stesso culto dell'accumulo di capitali da parte dei mafiosi: una comunione di intenti. Cosa possiamo insegnare ai nostri giovani?
- Come è andata a finire l'inchiesta sulla Perego strade, per il filone dello smaltimento rifiuti, sotterrati sotto l'ospedale S Anna?

L'inchiesta di Seregno racconta una storia di consenso, di politici che hanno accettato pacchetti di voti. Il politico come anche il funzionario di banca che si rivolge alla criminalità per il recupero crediti, sapendo che quelle persone sono mafiose (è successo a Mariano). Sono persone che poi diventano capitale sociale delle mafie, ovvero persone che pur non essendo affiliate, agevolano la loro attività.

Il problema – ha voluto precisare il procuratore – non è il consenso in sé, ma il non rispettare le leggi e i principi costituzionali.
Non basta dire ripartiamo dalle scuole: la cultura della legalità, dell'etica, deve iniziare dalle famiglie.
Con le mafie sta succedendo che il peggio del sud ha incontrato qui il peggio del nord, finché continuerà questo non ci sarà futuro nel nostro paese.

Il processo sulla Perego strade, per il filone ambientale, finirà probabilmente in prescrizione, perché l'Italia è l'unico paese in cui la prescrizione non si ferma mai, nemmeno quando inizia il processo.
Così molti di questi, per i tempi lunghi della giustizia, finiscono in prescrizione e questo costituisce un fallimento.

In Lombardia convivono più o meno pacificamente tutte le mafie: Camorra, ndrangheta, la mafia siciliana e la sacra corona unita. Il loro obiettivo sono i soldi che qui al nord continuano a circolare.
Si sono divisi i reati in settori: la prostituzione alla criminalità straniera, i cinesi, i nigeriani, gli albanesi; l'infiltrazione nelle imprese alla ndrangheta; le rapine ai portavalori sono principalmente della Camorra.

Tutto questo avviene sotto il tacito consenso della società, che per prima cosa dovrebbe preoccuparsi di come allontanare questi fenomeni criminali, come stimolare i propri anticorpi.
Cominciando dalle elezioni, dai candidati che non dovrebbero frequentare certi personaggi che a livello locale sono già noti.
A Mariano, per esempio, era d'uso per un consigliere comunale, portare il suo santino elettorale a Muscatello, capo della locale.

Per battere la criminalità occorre creare una sinergia tra cultura, legalità e valori civici. Occorre il contributo di tutti.
E la grande quantità di persone che hanno seguito questi incontri, organizzati dai comuni e dal circolo Ilaria Alpi, sono solo di buon auspicio.


16 ottobre 2017

La passione per il delitto – gli incontri con gli scrittori




Il primo incontro con gli autori
Paolo Moretti, Una crepa nel muro, goWare
Vittorio Nessi, Due lune sono troppe, Piazza
Daniele Bresciani, Nessuna notizia dello scrittore scomparso, Garzanti
Modera Giorgio Bardaglio

Paolo Moretti, Una crepa nel muro, goWare

Un romanzo giallo che gioca su piani temporali e geografici differenti: inizia negli anni della costruzione del muro di Berlino e porterà poi, con una reazione a catena, ad un omicidio.
Tre i piani storici, il 1961, il presente e un piano intermedio, “pochi mesi fa”: uno stile che rischia di far perdere il filo della storia al lettore.
La scintilla per scrivere il libro è nata con la visita al museo del Muro di Berlino, leggendo le storie delle persone che scappavano: poteva essere uno spunto interessante per una storia da scrivere.

Vittorio Nessi, Due lune sono troppe, Piazza

Il protagonista è un pm con una vita senza bagliori: gli piace correre e, mentre corre, inizia a riflettere sulla vita e sulla morte.
Sta lavorando su un caso di omicidio di un pakistano e si chiede se riuscirà a proteggere i familiari della vittima dalle vendette.
L'idea è uscita dal mare: il giudice è in contatto con fatti di cronaca per la sua attività, che fanno da input allo scrittore, per le emozioni che suscitano. Come un pescatore che vede affondare il suo peschereccio, il mare gli riporta pezzi della barca: pezzi che il mare ha trasformato.

Difficile distinguere protagonista e scrittore: quanta parte c'è di Nessi in Ferretti?
Nel romanzo c'è il tutto dello scrittore: l'anima dello scrittore, rielaborata dai ricordi e dalle emozioni.

Daniele Bresciani, Nessuna notizia dello scrittore scomparso, Garzanti

IL mio libro ha come protagonista una giornalista di un settimanale femminile: volevo raccontare un mondo che sta cambiando, un mondo che nessuno sa come si trasformerà.
I giornali che spariscono dalle edicole: anche il giornale nel racconto è in crisi e sta tagliando dei posti.
Mentre vive questa crisi, la giornalista Emma apprende della scomparsa di uno scrittore: in passato aveva avuto una relazione con lo scrittore e si sente coinvolta dalla ricerca.
Piano piano si comprenderà il perché di questa ricerca..

Dentro il libro c'è tutto me stesso: è inevitabile che dentro ci sia qualcosa di me e delle persone che hanno lavorato con me al giornale.

Il linguaggio del libro
Nessi: scrivi come parli, mi disse un collega. Scrivo in modo tacitiano, verbo soggetto complemento.
Scrivo molto in treno, faccio un viaggio di tre ore da Torino verso casa e in treno mi isolo, trovo il mio spazio. Ho iniziato a far leggere i miei scritti alle segretarie

Moretti: faccio delle alzatacce per colpa di mia figlia che non vuole alzarsi, così ho un'ora per dedicarmi alla scrittura.
I luoghi di Berlino che racconto li ho visitati, per documentarmi sulla Berlino dell'epoca ho usato Google.
Come Daniele, anche per Moretti è difficile descrivere luoghi che non conosco.

Daniele Bresciani ha raccontato dell'importanza del lavoro di editing, di chi ti rilegge i lavori e ti consiglia su come tagliare, dove approfondire: quando lo chiamava la sua editor di Garzanti, ogni volta andava dritto al punto dolente, da sistemare.

Il mondo che cambia: nel processo devi porti il problema dei valori degli immigrati, non per arrivare ad una giustificazione del fatto, ma serve conoscere le diverse culture di cui si compone la nostra società.

Progetti per prossimi libri
Il prossimo libro di Moretti riguarderà una giornalista, niente salti temporali.
Il libro di Nessi riguarderà degli errori giudiziari, partendo da un caso di stupro.

Daniele non ha in piano niente, solo qualche idea: vorrebbe scrivere una storia lontana dai suoi ambienti.