31 luglio 2022

la narrazione tossica attorno a queste elezioni

Stanno già circolando sui quotidiani del fronte repubblicano (pro agenda Draghi) i moniti agli elettori: attenzione, queste sono le elezioni più importanti della storia, come nel 1948.

Repubblica prima pagina del 31 luglio 2022

Lo scrive oggi Claudio Tito su repubblica: da una parte il moderno dall'altra il passato, da una parte l'occidente dall'altra la Russia.

I buoni e i cattivi.

E' una narrazione tossica che non servirà a spostare gli elettori, se non in minima parte: cosa c'è di moderno nel parlare di militarizzazione dei cantieri, come fa Calenda (lo diceva già Berlusconi nel 2008)? E cosa c'è di moderno nel jobs act (la riforma mai abiurata del PD renziano)? O nel voler attaccare, un pezzo alla volta il reddito di cittadinanza, come ha fatto lo stesso PD votando l'emendamento del centro destra che consente ai privati di denunciare i percettori del reddito che rifiutano un'offerta congrua (senza che nessuno controlli cosa voglia dire congrua)?

Chiara Saraceno su l'Espresso del 31 luglio 2022

E poi, anche sulla contrapposizione Russia vs occidente, in fondo anche la Meloni è atlantista a modo suo: certo, l'atlantismo dell'ultra destra cattolica alla Bannon. Certo, la Meloni (come anche Salvini) sta anche con Orban, che sta poi con Putin. Ma vai a guardare il capello ..

Dove sta il problema? Sta nel fatto che più che tutti i candidati (troppi) e i segretari si stanno affrettando a precisare e sottolineare la loro posizione nei confronti di Washington o della Commissione Europea. E la vostra posizione nei confronti degli elettori su salari, sanità, scuola? 

Forse è vero, ci stiamo spostando verso una democrazia senza elettori (per l'astensione destinata a crescere e per gli escamotage dei vari big che non devono raccogliere le firme, da Di Maio alla Bonino): come ai tempi del regno d'Italia (fino alle riforme dei primi del novecento) dove il voto era regolato dal censo e per istruzione.

Una democrazia dove i programmi sono solo slogan che non hanno senso: una coalizione riformista, progressista, europeista, atlantista .. anche Orban è in Europa e pure lui ha fatto le sue riforme. 

Oppure dove gli slogan puntano all'usato sicuro come sta facendo l'incauto Salvini, ieri alla stazione centrale per la sua campagna elettorale: pensa che puntare su Salvini e criminalità funzioni ancora? 

Dopo la pandemia, i rincari energetici e i rincari causati dalla guerra e dalle speculazioni, temo (anzi spero) che la propaganda sui barconi non attecchisca per nulla. 

Certe sciocchezze le puoi raccontare una volta, due. Poi basta.

30 luglio 2022

Il mostro di Capri, di Diego Lama

 


Prologo Napoli, giugno 1884

Il commissario Veneruso trovò la prima ragazzina in cucina, nascosta dalla tovaglia ancora apparecchiata per la colazione: doveva essersi rifugiata sotto la tavola, facendo cadere le sedie, due piatti, qualche posata, un bicchiere. Ma non era servito.
Era la sorella maggiore: aveva solo quindici anni.
La seconda era sul letto, a pancia in giù, la testa girata di lato: sembrava quasi che stesse dormendo, [..] La terza era nascosta dietro la porta dello sgabuzzino usato come bagno. Aveva cercato di scappare, ma era rimasta imprigionata nella stanzetta [..]

La quarta Veneruso non volle vederla.
«No.»

Una doppia indagine, su due piani temporali diversi, per il commissario del regno Veneruso: un delitto plurimo, terribile, quattro bambine uccise da un mostro nella loro casa in via Chiaia. E poi altri delitti, sull’isola di Capri, dove il commissario è stato mandato per prendere in consegna un vecchio brigante.

Due storie, che si alternano nelle pagine del racconto, fino a congiungersi (per quegli strani meccanismi del caso) in un’unica storia di morte e delitti, con una caccia al mostro che, per entrambi i casi, avrà l’improbabile volto di una persona che ha ucciso per vendetta, un mostro cresciuto in un contesto di passioni malate, in un contesto di mostri.

Partiamo dal primo delitto, di cui abbiamo letto nel prologo: quattro bambine uccise nella loro casa da un assassino che si è mosso con furia, lasciando traccia dello scempio nelle stanze, senza un perché, almeno un perché che una mente come Veneruso possa concepire

Il perché lo sa solo il Padreterno, pensò. Magari era stato proprio lui, come sempre e nell’alto dei cieli a comandarlo. Tutti gli altri erano innocenti, soprattutto i colpevoli. Il Padreterno no, mai.

Chi è il mostro responsabile di quei delitti che tormenteranno, interrompendo il sonno nella notte, Veneruso, anche quando un colpevole, pure reo confesso, verrà individuato?
Leggeremo la storia di questa brutta indagine,
avvenuta la settimana precedente della partenza per Capri, nel vari interludi del racconto principale dove, per la prima volta, vediamo Veneruso muoversi fuori dalla sua Napoli, a Capri a appunto.

«Dobbiamo prelevare una persona» rispose Veneruso. «E chi è?» «Un capobanda, un vecchio brigante. Zapatano Cosimo

Siamo nel 1884, ventitre anni dopo l’Unità d’Italia, quell’unità raccontata in modo trionfale sui libri di storia che aveva unito i regni della penisola ma non gli italiani: a Capri un vecchio brigante, ex ufficiale dell’esercito borbonico si è consegnato nelle mani dei carabinieri reali. Veneruso è incaricato di andarlo a prendere in consegna perché venga giudicato da un Tribunale, accompagnato dall’agente Serra.

Veneruso non riusciva a staccare gli occhi dalla città: era un’immagine magica, incantata, fasulla e bugiarda. E bastarda. Sembrava uscita da una fiaba. Più piccola si faceva e più bella diventava.

Sul piroscafo per l’isola, nonostante il mare mosso e il cattivo umore (per il caldo, per il mal di mare, per quella marea di persone attorno), Veneruso incontra diversi personaggi che poi ritroverà a Capri, cominciando da una famiglia originaria della provincia, i Famigliuolo: il capofamiglia costruttore edile, la moglie e le tre sorelle e infine la madre.

Sono accompagnati dalla cameriera e da un maggiordomo. Di ognuno, il commissario scatta una sua fotografia: il capofamiglia con la folta barba e i denti neri, i cui occhi “avevano la stessa luce disturbata e maniacale che aveva visto in altri individui – sempre colpevoli – nel corso della sua lunga carriera”.

Le belle ragazze, una col pancione, l’altra con le belle gambe. E la cameriera una bella e florida ragazza a cui Serra fa subito la corte
Sul piroscafo si imbatte in una signora bionda e bella, anzi bellissima, che poi scoprirà essere austriaca che gli rivolge uno sorriso gentile.
Poi un cane, che forse qualcuno ha smarrito avendo al collo attaccata una targhetta con un nome Retourner.
Nemmeno sul piroscafo Veneruso riesce a smettere di essere poliziotto
e pure di cattivo umore, complice l’insofferenza del viaggio e il dover scendere a Capri, l’isola che però lo colpisce con la sua forza selvaggia, le onde, i faraglioni. E anche la forza che sembra accompagnare le persone che scendono dalla nave

«Troppo dolce» mormorò di nuovo sospirando: quel posto gli metteva in testa una strana smania, un desiderio, una voglia... qualcosa che era rimasta sopita nei mesi invernali..
Sceso sull’isola Veneruso viene accolto da una nuova cattiva notizia: il cattivo tempo impedisce la partenza delle navi e così il commissario è costretto a rimanere sull’isola per più giorni, ospitato su una villa che, guarda caso confina con quella della famiglia Famigliuolo.

Non c’è fretta nel mettere le catene ai polsi del brigante, che i carabinieri trattano quasi con ossequio, così Veneruso ha modo di girare Capri incontrando diversi personaggi: due russi, venuti qui per fare la rivoluzione “Il più anziano si chiama Gorchi Massimo, giornalista, l’altro è Lenin Vladimiro”, su cui Veneruso lancia il suo sprezzante (e purtroppo errato) giudizio

«Non l’hanno ancora capito che guerre e rivoluzioni in Europa so’ finite, ringraziando Iddio, finite per sempre.»

Poi incontra l’industriale dell’acciaio Krupp, che sull’isola vuole costruire (in uno slancio di romantico pragmatismo) una strada nuova che dal centro del paese porta direttamente al mare.
Non meno singolare è l’incontro col brigante che, più che un criminale, viene considerato quasi come un ospite di riguardo, potendo muoversi libero sull’isola.
Forse perché era un ufficiale borbonico che ha combattuto contro l’esercito sabaudo, l’invasore (come cambia la storia a seconda dei punti di vista, vero?): si porta dentro un rimorso da anni, un grido di dolore legato ad un brutto episodio della sua guerra contro i piemontesi, dove uccise un soldato e il figlio che lo accompagnava

Quegli occhi, pieni di odio e di paura, continuano a fissarmi da vent’anni, di giorno e di notte, e quel grido continua a rotolare lungo il dirupo. Ora è giunto il momento di farlo smettere
Ma il risveglio dopo la prima notte sull’isola porta con sé altre brutte notizie: quello strano silenzio che avvolte la villa di Veneruso e quella adiacente (dove si trovano le quattro sorelle e la madre) è un segnale che fa scattare la mente del commissario un allarme: sceso nella villa dei Famigliuolo si trova davanti un altro delitto, una delle quattro ragazze è stata uccisa nel suo letto, la gola tagliata

Si fece avanti, ma sulla soglia si fermò. E vide. La ragazza era distesa al centro del letto, nuda. Qualcuno aveva tirato giù le coperte: il corpo bianco, ancora bello, sembrava già rigido.
Nonostante le insistenze dei carabinieri, che sull’isola non si sono mai occupati di crimini, Veneruso non vorrebbe seguire questa indagine: in testa ancora pesano gli altri delitti, quelli in via Chiaia, quel sangue sulle pareti e le tante domande rimaste senza risposta. Peso che diventerà quasi insopportabile quando, per la caparbietà del commissario, quelle domande troveranno una risposta (che scopriremo nel corso dei tanti interludi del racconto delle vicende capresi).

L’assassino, o il mostro, è sicuramente una persona dell’isola, magari proprio una delle persone che è sbarcata assieme a lui il giorno precedente. Quella strana moltitudine di imprenditori, intellettuali, benestanti, facce strane, venuti a Capri a cercare la libertà.

Quella libertà dai lacci della vita borghese, delle pubbliche virtù e dei vizi privati che non possono essere confessati. Quei vizi dentro cui crescono quelle malattie dell’anima che, sull’isola, sfoceranno in altri delitti.

In realtà non provava soddisfazione a far parlare gli assassini, sentiva solo un po’ di vergogna: per loro e per sé. Anche perché spesso non si trattava di cattive persone, ma di gente inciampata nell’omicidio, per errore o per rabbia, o per ignoranza, o per destino.

Scorbutico, bruttarello e invidioso delle bellezze altrui, come quelle dell’agente Serra, che tratta male ma a cui vuole a modo suo bene : il commissario Veneruso ha però una sua umanità di fondo che gli consente di provare pietà sia per le vittime che per gli assassini (i mostri non esistono, esistono le persone) e perfino con le persone “invertite”, i diversi, che nella società dei tempi erano considerate dei malati.
Eravamo nella Bella Epoque, gli anni delle scoperte scientifiche che avrebbero portato grandi progressi per le persone. Anni in cui ci si illudeva che la stabilità degli imperi e dei regni avrebbe protetto il mondo da nuove guerre.

Funziona tutto in questo romanzo: funziona l’intrigo del giallo, l’indagine, la scoperta della verità (in stile Agata Christie, con la rivelazione dell’assassino di fronte a tutti i protagonisti), funziona il racconto della società di quegli anni, così aperta verso il futuro eppure così chiusa, per esempio nei confronti degli omosessuali, considerati “pervertiti” da curare, dei paria. Come Oscar Wilde, pure lui ospite a Capri che, a modo suo, indirizzerà Veneruso verso la scoperta del mostro:

«La società perdona spesso il delinquente, non perdona mai il sognatore...».

La scheda del libro sul sito di Mondadori
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25 luglio 2022

L'agenda Draghi e il 25 luglio del paese

25 luglio 2022: una data significativa per il paese, sia per l'anniversario della caduta del governo (regime) Mussolini, sia perché siamo a due mesi dalle prossime elezioni.

Per il primo anniversario, ogni anno che passa si sbiadisce sia il ricordo del regime fascista, sia l'impronta antifascista della nostra democrazia. Di fatto, abbiamo già sdoganato molti aspetti del regime, definendo centrodestra la coalizione che riunisce Meloni e Salvini (e non mi riferisco al saluto romano o a certe esternazioni).

Per quanto riguarda il secondo anniversario, a contrapporti al centrodestra dal sapore antico ci sarà il fronte repubblicano unito solo dalla famosa agenda Draghi (basta il nome, inutile metterci i contenuti) e oltre al m5s, a sinistra quelle che il sincero democratico Calenda chiama frattaglie.

Letta, nell'intervista di ieri ha ritenuto opportuno chiarire che basta col 5s, la coalizione che ha in mente parte da Calenda (forse Renzi) fino a Fratoianni.

E nell'agenda della coalizione Letta mette al primo piano ambiente e diritti sociali.

Ora: capisco che con Draghi bastava la parola, ma per convincere gli elettori non bastano quattro slogan (dopo aver perfino ammainato la bandiera dell'antifascismo che oggi a quanto dicono non porta voti). 

Cosa ha in mente il PD e Letta su sanità, scuola, ambiente, siccità e crisi idrica, crisi energetica? 

Inceneritori, rigassificatori, carbone e nucleare o le energie rinnovabili?

E sui temi sociali, non basta dire salario minimo, si deve farlo e si deve fare anche piazza pulita dei contratti pirata con una legge sulla rappresentanza sindacale.

Perché va bene mandare i volontari in spiaggia, ma ci sono anche gli italiani che questa estate non potranno andare al mare.

Per esempio i rappresentanti dei sindacati di base indagati a Piacenza con l'accusa di associazione a delinquere.

23 luglio 2022

La calda estate del commissario Casablanca, di Paolo Maggioni


Il mondo di sotto

Nel cortile di Gratosoglio non c'è mondo e non c'è via di mezzo. C'è l'alto e c'è il basso, il sopra e sotto, le verità apparenti e i segreti. Un ragazzino solitario prende a pallonate il muro scrostato, l’afa di inizio agosto non gli fa fare una piega. Un tiro disegna una traiettoria sbagliata, il pallone colpisce con un rumore sordo un auto parcheggiata.
La mamma, che per una volta dimenticata gli hijab, si affaccia sul balcone o richiama a casa: «Mimmo.. Mimmo! Vieni su», e poi gli riversa addosso addosso una raffica di imprecazioni in arabo, mentre il figlio continua a tirare calci.
«Mimmo...», come hanno italianizzato gli altri bambini, che poi sono nati a Gratosoglio, e chi c’è più italiano di loro?

Un omaggio al film degli anni sessanta con Sidney Poiter e soprattutto un omaggio ai sogli dei tanti migranti, persone come noi che hanno avuto solo la sfortuna di nascere nella parte ingiusta del mondo, i cui sogni si sono infranti nella traversata del Mediterraneo o nei centri di accoglienza della civile Europa.
Questo romanzo del giornalista Paolo Maggioni nasce dalla sua esperienza personale come cronista a Como nei mesi del 2016 in cui la stazione comasca era diventata una accampamento dei tanti migranti sbarcati in Italia e in viaggio verso il nord dell’Europa. Da un paesino dell’area subsahariana, magari il Mali, attraversando il deserto per arrivare alla Libia. Il grande lager a cielo aperto finanziato dai civili paesi europei che fingono di non vedere quello che succede la, lontano dai nostri occhi.

«Prima di arrivare in Europa tutti i viaggi passano dalla Libia...» Fece un cenno con le mani, Kofi, come se stesse maneggiando una bottiglia. «La Libia è un tappo. Lì ti fermi, da lì devi ripartire. Quando arrivi al campo sai che la tua vita un prezzo. È il biglietto da pagare per attraversare il Mediterraneo. 7000 dollari gli uomini. 5000 le donne e bambini che vanno insieme a loro. Al campo i soldi te li guadagni lavorando ma non bastano mai.»

Torture, violenze psicologiche, botte: tutto per prendere altri soldi dalle famiglie di queste persone, prima di farli partire verso l’Italia o le coste di altri paesi del sud Europa.

Persone come Issa, il personaggio inventato di questo romanzo, che incontriamo all’inizio della storia mentre, con un portamento fiero, si muove nel centro di accoglienza di Milano, quello gestito dall’angelo dei migranti, Raffaele Losito, in attesa della sua rivoluzione.

Cosa ha in testa Issa, che pensieri ha in testa, cosa vuol fare con tutti quei soldi che si porta dietro?
Il suo sogno si infrangerà nel muro immaginario che la Svizzera ha eretto (come anche la Francia) lungo la frontiera respingendo tutte le persone senza documenti in regola.

Del suo caso se ne occupa la polizia del capoluogo lariano ma anche un funzionario della Questura milanese che, caduto un disgrazia, è stato promosso all’ufficio passaporto. Il commissario Casablanca. Che poliziotto è, questo Giuliano Casablanca? Passato dalla Mobile al cimitero della burocrazia dei passaporti (che di estate, quando centinaia di persone tutte assieme si accorgono di avere il passaporto scaduto, può essere un incubo), si arrabatta come può in quel loculo che nemmeno è un ufficio. La sua squadra nemmeno si può definire di poliziotti: uno ha un lieve problema di sovrappeso ma sempre col sorriso sulla faccia, un altro è un agente romano con origini cinesi che Casablanca multa ogni volta che usa un’espressione non conforme con la parlata milanese

«Zhong, ascoltami bene. A Milano si dice in via Imbonati. Seguimi: abito in via Imbonati, c'è anche la mamma, facciamo l'aperitivo in un posto figo. È semplice, no? E poi ripeti con me, forza. A Milano si dice cafferino non caffettino. Figo non fico. La mamma, non mamma... In piazza Duomo, non a Piazza Duomo. Eddai, è semplice, no?»

Infine “minimo sindacale”, il poliziotto sempre attaccato al regolamento pur di lavorare il minimo possibile.

Ma questo morto, questa persona che aveva un nome e anche delle aspirazioni, la sua rivoluzione che aveva in testa e che non vedrà mai la luce, ha una storia. Una storia che incuriosisce Casablanca, per i punti poco chiari, perché nel centro di accoglienza da cui è partito a Milano è scoppiata una rissa tra migranti e hanno chiamato ancora lui. E uno dei migranti feriti negli scontri è scappato dall’ospedale in cui era piantonato. Chi era questa persona?

I giornali, le tv, le radio la chiamavano “emergenze umanitaria”. Alcuni politici si affannavano ai bordi dell'accampamento, slalomando tra i gruppi di migranti. Qualcuno attaccava la Svizzera, colpevole di aver sigillato il confine a chiasso e di respingere tutti. Altri accusavano il governo, colpevole di non aver sigillato il confine a Lampedusa .
Conservatori e progressisti si riconoscevano più dai sottopancia con l'indicazione del partito che non dalle parole.

Vi ricorda qualcosa? I tanti politici dell’aiutiamoli a casa loro? Non possiamo accoglierli tutti?

La storia di Issa colpisce anche altri personaggi che incontriamo nel corso del racconto: l’amico di una vita di Casablanca, il fotografo freelance Luca Baselli in arte “Stucas” (il perché scopritelo voi) che inquadra proprio in uno scatto quel ragazzo dalla pelle nera che, nel mezzo del caos del centro di accoglienza, stipato dei tanti disperati in arrivo dal sud del mondo, si muove con una sua dignità, distinguendosi dagli altri.
E poi la giornalista Cecilia Parenti, una di quelle capace di fare il suo mestiere, muovendosi dove ci sono le notizie e andandosele a cercare.

O come Massimo Torre, un altro amico di Casablanca, che alla storia di Issa, che aveva studiato il pianoforte al conservatorio di Bamako, dedicherà diversi articoli.

Storia di Issa, dove naufraga l’Europa

.. la sua è una storia come tante, confusa nell’oceano dell’emergenza che l’Europa affronta senza apparenti strategie né soluzioni. Sappiano tutto e sappiamo pochissimo della morte di Issa Diakitè. Possiamo scrivere con certezza che aveva 27 anni, era nato in Mali ed è morto folgorato sul tetto dell’ultimo treno che lasciava la Lombardia per la Svizzera..

Ma questa storia non è solo quella di un ragazzo di 27 anni morto sul tetto di un treno: la sua stora si intreccia con la scomparsa di un ragazzi nel quartiere di Gratosoglio, quello delle Torri dove vivono italiani e italiani venuti da lontano, come quel bambino che giocava a pallone nel mondo di sopra, mentre nel mondo di sotto, nei sotterranei dei palazzi, c’è un mondo di sotto che fa paura.

Un mondo dove si muovono piccoli spacciatori, spesso solo dei disgraziati a cui si da come unica possibilità per sopravvivere quella dei piccoli reati.
E, sopra di loro, dei capi spietati, spesso immigrati come loro pronti a sfruttare la loro situazione di disperazione per comandarli con la violenza e col terrore.

Cosa c’entra la sparizione di Kevin con la morte di Issa? Come mai la casa di Kevin dove vive con la mamma è stata aperta e qualcuno ha frugato dentro gettando tutto all’aria? Altra storia interessante quella di Anna, la mamma, una dei tanti italiani che un lavoro lo hanno anche, ma che le consente a malapena di sopravvivere.
E chi è questo strano personaggio, uno dei tanti capetti nel centro di accoglienza, che è scappato dall’ospedale?
Toccherà scoprirlo a Casablanca, che tornerà ad essere un poliziotto operativo come ai tempi della Mobile tanto da organizzare perfino un blitz, con tanto di variante improvvisata, un’operazione Minaudo, in onore del calciatore dell’Inter che aveva siglato un gol in un derby, appena entrato in campo:

Ecco, pensò Casablanca, allora chiamiamola così come diceva mio padre, variante Minaudo... Questo servirebbe, l'imprevisto che cambia la partita in positivo

Ma Casablanca ha un altro problema, molto più personale, in questa calda estate milanese: a breve si sposeranno due amici che, per l’occasione, hanno organizzato un matrimonio a tema, dove è previsto per gli invitati l’abito in “orange”. Chissà, forse il regolamento della polizia prevede che i funzionari non debbano vestire in modo troppo stravagante, chissà..
Ma nella testa del commissario c’è ancora Camilla, l’ex fidanzata anche lei invitata verso cui prova ancora del sentimento.

Come finirà l’indagine sulla morte di Issa e sul suo passato? Riuscirà Casablanca a sopravvivere al matrimonio in total orange?
Se sulla copertina del libro compare il Duomo di Milano, questo romanzo spazia anche sui quartieri fuori dalla cerchia del centro, dal quartiere Gratosoglio fino alla Chinatown milanese dove abita Casablanca: nel primo capitolo del libro l’autore fa dire ad uno dei personaggi una metafora su Milano che mi è molto piaciuta

Pensavo che Milano è una fisarmonica. Tutto è vicino. Prendi questa linea: centro-periferia-ricchi-poveri-grattacieli-casermoni-vincenti-sconfitti... C’è tutto in un’ora di viaggio, tutto attaccato, tutto con un solo biglietto di andata e ritorno.

Milano, la città dove si corre, dove si investe, dove non si sta con le mani in mano, la città che sta sempre in copertina e dove si suda, anche, in questa calda estate.

La scheda del libro sul sito dell'editore SEM

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22 luglio 2022

Maledetto il paese

Maledetto il paese che ha bisogno dell'uomo solo al comando per salvare il paese.

Maledetto il paese dove i partiti, specie quelli della presunta area di centro sinistra si nascondono dietro l'uomo solo non avendo una loro agenda politica.

Maledetto il paese dove i partiti che si dicono riformisti partoriscono solo riforme regressive e a difesa delle élite.

Maledetto il paese dove si confonde il plauso di alcune associazioni con la volontà dei cittadini, calpestando Costituzione, Parlamento e i cittadini.

Maledetto il paese dove alle prossime elezioni si confronteranno coalizioni di centro (con l'agenda Draghi che tanto bene ha fatto al paese) e la coalizione di destra (la destra italiana, quella dei migranti, dei barconi, del sovranismo, ..).

Maledetto il paese dove cresce il partito del non voto, perché le persone percepiscono i partiti, i programmi, i luoghi delle istituzioni come lontani, distanti. 

Si voterà a fine settembre, dunque, con la stessa legge elettorale. Colpa di Conte, certo, che ha scelto male i tempi e forse i modi per la sua mossa. Ma colpa anche di Draghi che ha voluto sfidare i partiti della sua maggioranza, che si sono dimostrati (Salvini e Berlusconi) con più pelo dello stomaco di lui.

In pochi mesi il governo Draghi era pronto a fare mille riforme: la riforma della giustizia (quella sotto l'attenzione della commissione europea, per il rischio che i processi saltino per l'improcedibilità), la riforma del fisco, magari togliendo qualche altra aliquota per arrivare alla flat tax tanto cara alla destra. Il salario minimo annacquato, perché si basa sui contratti firmati dai sindacati con dei minimi inferiori a 8 euro. La riforma della concorrenza che non toccherà nulla delle rendite di posizione in questo paese (vedi capitolo balneari).

In fondo l'agenda Draghi, col suo populismo delle élite (che piace alla gente che conta di questo paese) in questo derby tra centro e centro destra va bene a tutti.

E le disuguaglianze, i poveri, lo sfruttamento sul lavoro, l'ambiente e la messa in sicurezza di fiumi, montagne, zone a rischio?

Maledetto il paese..

19 luglio 2022

Borsellino – un professionista nella lotta alla mafia

Alla fine persino per il depistaggio, il falso pentito Scarantino “inventato” dai poliziotti del pool La Barbera (l’ex Questore di Palermo morto nel 2002), nessuno sarà colpevole. La giustizia ha sì stabilito che quella pista, creata per sviare gli investigatori dai veri responsabili, i fratelli Graviano, era falsa. Ma non è certo che il depistaggio avesse favorito la mafia, dunque, via all’aggravante mafiosa.

E per quale motivo allora pezzi dello stato avrebbero messo in piedi lo spettacolino del pentito falso, ritenuto credibile da più gradi di giudizio?
È l’ennesimo pezzo di verità che è destinato a rimanere opaco e che si aggiunge, all’interno della strage di via D’Amelio, agli altri pezzi di verità che mancano. L’agenda rossa da cui Paolo Borsellino non si separava, il perché di quella strage a soli 57 giorni dalla bomba di Capaci in cui morì il giudice Falcone, la moglie e la scorta. Perché quella stragi, così eclatanti, quasi a voler lasciare un segnale. Chi c’è dietro, oltre a Riina e ai vertici di cosa nostra? Chi sono i mandanti scoperti?

Nel trentennale delle stragi di Falcone e Borsellino sono sempre meno persone quelle interessate a queste verità, senza le quali un pezzo della nostra storia (politica anche), rimarrà opaco. Non solo la mafia è stata relegata tra i problemi di secondo piano, un passo alla volta l’abbiamo pure normalizzata. Abbiamo imparato a convivere, come sosteneva un precedente ministro della Repubblica, del partito di Forza Italia guarda caso fondato da un politico condannato per concorso esterno in mafia.

Alle passate elezioni a Palermo è passato come se fosse una cosa normale l’appoggio dato al candidato del centro destra (fino ad Italia Viva) di ex politici come Cuffaro e Dell’Utri.
Ma non è solo questo, Falcone e Borsellino oramai sono stati trasformati in santini, eroi la cui memoria è consegnata alle vuote parole usate nelle celebrazioni: gli eroi della lotta alla mafia, quella dove lo stato ha vinto perché i responsabili sono stati tutti presi e condannati..
Ma non è così: oltre a tutti i punti oscuri di quegli anni, rimane aperto il capitolo della trattativa stato mafia, quella che rimane presunta per i garantisti all’italiana, nonostante le tante prove a supporto e perfino la sentenza passata in giudicato contro il boss Tagliavia.

Non è solo un tema di verità storica: la lotta alla mafia non è solo una questione di repressione, di processi, di condanne. Si tratta di rescindere il legame ancora stretto tra pezzi delle istituzioni e i capi di cosa nostra: quei legami che, nelle intercettazioni fatte nel corso delle indagini a Palermo, dicono che sono ancora forti. I candidati, per prendere voti, chiedono ancora voti ai boss.
Finché non rescinderemo questi rapporti, la Sicilia e lo stato italiano non saranno mai liberi.

C’è un altro punto di cui si deve parlare e riguarda la memoria di quello che è stata in Sicilia la lotta alla mafia negli anni settanta ottanta: sono gli anni in cui cosa nostra uccide il prefetto di Palermo Dalla Chiesa, il presidente della regione Mattarella, il capo della Procura Costa, gli investigatori della Mobile da Boris Giuliano a Rocco Chinnici, il capo ufficio istruzione Rocco Chinnici e prima ancora Cesare Terranova, il segretario del PCI.

Sono gli anni in cui il pool di Palermo, pensato da Chinnici e realizzato dal successore Caponnetto, mette nero su bianco le condotte criminali di cosa nostra, grazie alle rivelazioni del pentito Buscetta.


Anni fa era uscito per editori riuniti il libro di Giommaria Monti Falcone e Borsellino – a calunnia, il tradimento e la tragedia: attraverso articoli di giornale, atti del CSM, testimonianze delle persone che erano state accanto ai due giudici, si ricostruisce il clima di quegli anni.

Clima di sospetto se non di calunnia, tanto per cominciare: il pool e l’azione dei giudici dava fastidio perché bloccava l’economia palermitana (dai diari di Rocco Chinnici), perché le sirene della scorta di Falcone disturbavano la brava gente che lavora (lettera pubblicata da Il giornale di Sicilia il 14 aprile 1985). Perché i processi per mafia non possono diventare un show mediatico (Vincenzo Vitale sempre su Il giornale di Sicilia). Perché in Sicilia si fa carriera grazie alle indagini sulla mafia, come scrisse – commettendo un errore grossolano – Sciascia sul Corriere il 10 gennaio 1987 dopo la nomina a procuratore capo di Paolo Borsellino a Marsala

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di « magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Sciascia non sapeva quanto avesse ragione: Borsellino e tutto il pool erano veramente dei professionisti tanto, per citare un episodio, dall’aver accettato di essere trasferiti a loro spese nel carcere dell’Asinara per scrivere la sentenza di rinvio a giudizio per il maxi (fatto che causò una malattia per la figlia di Borsellino).

Contro Falcone e Borsellino e tutto il pool piovvero polemiche e attacchi nel tentativo in parte riuscito di diminuirne l’efficacia nella lotta alla mafia: tutto cominciò quando qualche giuda tradì Falcone per la nomina a capo dell’ufficio istruzione, nomina poi passata al giudice Meli che di fatto spazzò via quell’esperienza incredibile, costringendo ogni giudice non solo quelli del pool ad occuparsi di mafia, spezzettando in tanti procedimenti le inchieste di mafia.
A questo scempio Borsellino rispose con una intervista al giornalista Saverio Lodato

Fino a qualche mese fa tutto quello che riguardava Cosa Nostra passava sulla scrivania (di Falcone) e su quella di altri tre o quattro giudici istruttori (…). Solo così si è potuto creare il maxi-processo, solo così si è potuto capire Cosa Nostra ed entrare nei suoi misteri. Adesso si tende a dividere la stessa inchiesta in tanti tronconi e, così, si perde inevitabilmente la visione del fenomeno. Come vent’anni fa (…). Le indagini si disperdono in mille canali e intanto Cosa Nostra si è riorganizzata, come prima, più di prima (…). Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro”.

In questo clima di ostilità si devono ricordare gli articoli pubblicati da Il giornale di Berlusconi in cui i giudici del pool vengono sostanzialmente accusati di collateralismo con i “comunisti”, che “mirano a controllare l’antimafia e appoggiano a spada tratta i magistrati-personaggio della cordata Falcone” (così Marco Ventura sul Giornale nel 1988).
In altri articoli il maxi-processo viene definito un “un processo-contenitore abnorme… un meccanismo spacciato come giuridico”, ma utilizzato ad altri fini “dai giudici capitanati da Falcone”. I giudici del pool vengono indicati come artefici di un “ormai diffuso clima maccartista” a Palermo, e per questo costituirebbero “un lampante pericolo non solo di condizionamento giuridico ma ancor più di condizionamento politico” (così Ombretta Fumagalli Carulli sul Giornale nel 1988).

Falcone fu bocciato all’ufficio istruzione, fu bocciato al CSM, e alla fine anche come capo della nuova procura nazionale antimafia. Fu calunniato dalle lettere del corvo, che lo accusavano di aver usato il pentito Contorno come killer di stato, di tenere dei fascicoli nascosti nel cassetto per non inimicarsi certi politici.

Falcone fu accusato di essersi messo la bomba all’Addaura, per vittimismo e ottenere poi la promozione a procuratore aggiunto.
Attentato che Falcone commentò con la famosa definizione di "menti raffinatissime" col giornalista Saverio Lodato, confidandogli anche i suoi dubbi sul funzionario di polizia Bruno Contrada

Ma nonostante tutto andò avanti, andando a lavorare a Roma, chiamato dal ministro Martelli a capo dell’ufficio affari giudiziari, dove mise a frutto la sua esperienza nella lotta alla mafia con la creazione della DIA, la turnazione dei processi di mafia in Cassazione (per evitare che del maxi se ne occupasse ancora una volta il giudice Carnevale), la procura nazionale antimafia.

E poi il decreto Falcone che, tra le altre cose, prevede il 41 bis e il “doppio binario” che consente sconti di pena per i mafiosi solo in caso di collaborazione.

Dopo la morte di Falcone, Paolo Borsellino, da vero professionista dell’antimafia, non ebbe paura a farsi avanti: si rese disponibile a farsi ascoltare dai magistrati di Caltanissetta (che non lo convocarono mai), tornò a Palermo dove cercò di fare luce sulla morte dell’amico e collega. Sapeva che l’esplosivo era arrivato per lui, sapeva che doveva fare in fretta.

Giusto in questi mesi si sta parlando di togliere questa norma, l’ergastolo ostativo, anche grazie ad una sentenza della Consulta. I mafiosi, come i fratelli Graviano (Giuseppe Graviano mise incinta la moglie al 41 bis), potranno uscire senza aver raccontato nulla dei segreti di cui sono a conoscenza.

Segreti sulla latitanza di Matteo Messina Denaro, sui mandanti a volto coperto delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui veri ideatori delle bombe ai monumenti e a luoghi simbolici in continente nel 1993. E su come mai questa strategia si interruppe a novembre 1993 o nel gennaio 1994 (col fallito attentato allo stadio a Roma).

Falcone, Borsellino, i tanti agenti, carabinieri, poliziotti, magistrati che hanno fatto il loro dovere nella lotta alla mafia sono stati dei veri professionisti. Molti di loro hanno pagato con la vita questo loro essere professionisti: oggi (salvo rare eccezioni) la politica, l’informazione, il mondo dei professionisti, il mondo dell’imprenditoria (si veda il caso Montante, responsabile della Confindustria siciliana) hanno scelto la strada dello struzzo. Non vedere, far finta di nulla. La lotta alla mafia si fa solo a parole, la parola mafia si celebra solo durante le celebrazioni. E poi si mette nel cassetto. Come la coscienza di molti.

Noi non dimentichiamo, come nemmeno la famiglia del giudice Paolo Borsellino che oggi diserterà le celebrazioni ufficiali.

In memoria di Paolo Borsellino , Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.

16 luglio 2022

Il morto di Maigret, di Georges Simenon


 

«Mi scusi, signora ...»

Era riuscito ad interromperla, finalmente, dopo alcuni minuti buoni di pazienti tentativi.

«Lei mi sta dicendo he sua figlia la avvelena a poco a poco ...»

«E' la verità...»

«Poco fa ha sostenuto con altrettanta sicurezza che suo genero fa in modo di passare vicino alla domestica nel corridoio per versare del veleno nel suo caffè o in uno delle sue numerose tisane».

«E' la verità...»

«Eppure...» Maigret consultò, o finse di consultare, gli appunti presi durante il colloquio, che durava da più di un'ora «prima mi ha detto che sua figlia e suo genero si odiano...»

«E' la pura verità, signor commissario».

È una giornata come tante, al Quai: su pressione di un ministro, il commissario Maigret è costretto ad ascoltare i complotti di una signora, vedova di un consigliere di Stato, che teme che i suoi parenti la stiano avvelenando. Finché non arriva una telefonata, anche questa molto particolare, che almeno distoglie Maigret da quell’inarrestabile parlare di veleni e di tentati omicidi:

«Pronto!.. E' lei? ...»

«Commissario Maigret, si...»

«Mi scusi, il mio nome non le direbbe niente...Lei non mi conosce, ma ha conosciuto mia moglie, Nine... Pronto! ... Bisogna che le dica tutto molto in fretta, poiché potrebbe arrivare...»

La prima cosa che Maigret pensò fu: «Ci siamo! Un altro pazzo... Dev'essere la giornata...»

Inizia così una delle inchieste più intense e sfiancanti di Maigret: con una telefonata di una persona che fa appello proprio al commissario che lo aiuti, qualcuno lo sta seguendo per ucciderlo. Una denuncia che potrebbe lasciare ai suoi ispettori, ma che invece segue in prima persona. Come se avesse un presentimento: non si tratta di un altro pazzo, quell’uomo che non lascia detto il suo nome, che sta scappando da un bistrot all’altro, ha veramente paura. Così, la telefonata di un ritrovamento di un cadavere, nella notte, non lo coglie di sorpresa. Si tratta di quella persona, del suo morto. Il morto di Maigret.

Ma cos'ha di speciale quel morto, tanto da attirare tutta l'attenzione del commissario Maigret, da costringerlo a seguire quel caso di omicidio così da vicino, seguendo da vicino i lavori del medico legale, le analisi del capo della scientifica, il dottor Moers. Tanto da abbandonare gli altri casi e dedicare tutta la sua attenzione su quell'uomo, accoltellato e abbandonato morto in Place de la Concorde?

Tanto da costringere un suo ispettore a mettersi dietro il bancone del bar, il Petit Albert, il bar gestito dal morto. E di rimanere anche lui dentro quel bar, cercando nel locale e nella casa dell'uomo tutti i dettagli intimi della sua vita...

Perché quel morto, quell'uomo che lo aveva chiamato al telefono per chiedergli aiuto perché inseguito da alcuni brutti ceffi che volevano fargli la pelle, è il suo morto.

Era ridicolo quel piede senza scarpa, lì sul marciapiede, accanto all’altro con la scarpa di capretto nero. Era nudo, intimo. Non pareva appartenere a un morto. Maigret si allontanò e andò a raccogliere la seconda scarpa, rimasta a sei o sette metri dal corpo.

Dopo non disse più niente. Aspettava fumando. Altri curiosi si avvicinarono al gruppo, commentando a voce bassa. Poi il furgone si fermò vicino al marciapiede e due uomini sollevarono il cadavere. Sotto, il suolo era pulito, senza tracce di sangue.

«Lei ha finito, Lequeux, aspetto il suo rapporto».

Fu allora che Maigret prese possesso del morto. Salì sul furgone accanto all’autista e piantò in asso tutti.

Si comportò così per tutta la notte, e per tutta la mattina seguente: si sarebbe detto che il corpo gli appartenesse, che quel morto fosse il suo morto.

Aveva così paura questo pover'uomo, che al telefono non aveva mai detto al commissario il suo nome ("lei non mi conosce"), tanto da scappare da un locale all'altro, rimanendo però sempre nel suo quartiere, fra l'Hotel De Ville, la Bastille e il fauburg Saint Denis. Perché il povero Albert, il nome si scoprirà poi, era uno dei tanti parigini radicati nel suo territorio, nel suo quartiere. Un po' come lo stesso Maigret, che tanto ama il boulevard Richard Lenoir e da cui mai si sposterebbe.

Ma chi erano queste persone che lo hanno inseguito per ucciderlo? Che minaccia poteva aver mai rappresentato per loro questa persona, che viene descritta a Maigret, quando interrogherà le persone che lo conoscevano, come una persona sempre sorridente, con una faccia simpatica. Il cameriere perfetto.

E che fine ha fatto la moglie? Nine, che Maigret dovrebbe conoscere, sebbene al momento non riesca a collegare il nome ad alcun volto..

Come mai – sono tante le domande che Maigret si trova per la testa in questa indagine quasi personale – chi lo ha ucciso lo ha scaricato lontano dal luogo del delitto, in una piazza come Place de la Concorde, dove prima o poi qualcuno avrebbe ritrovato il corpo? Se gli assassino avessero voluto sbarazzarsi del cadavere avrebbero potuto gettarlo nella Senna.

Quello che per il dottor Paul era solo un problema teorico, aveva agli occhi di Maigret un risvolto umano più profondo. L'aveva sentita lui la voce di quell'uomo. Era come se lo avesse visto, lo aveva seguito passo passo da un bistrot all'altro nella sua corsa angosciosa attraverso certi quartieri di Parigim sempre gli stessi nella zona Chatelet-Bastille.

Così Maigret mobilita i suoi ispettori, lascia perdere gli altri fascicoli e si getta in questa indagine, arrivando al fine a scoprire l’identità del morto, Albert, e il suo bistrot. Ma non basta: per stanare gli assassini arriva a far riaprire il locale, con un suo agente, per cercare di raccogliere tutte le informazioni sul morto, sulla moglie Nine.

Fino a poche ore prima il morto non aveva ancora un nome, era una figura vaga e incerta. Adesso non solo Maigret possedeva una sua fotografia, ma si muoveva nella sua casa, tra i suoi mobili, toccava i vestiti che erano stati suoi, ne maneggiava gli oggetti personali.

Stanco, sfiancato dalle ore di sonno perse e dal quel suo muoversi per i quartieri di Parigi, Maigret alla fine riuscirà a stanare dal loro covo “un incubo fetido che puzzava di grasso e di sudore”, questa banda di belve assassine, per dare giustizia a quel morto, con cui aveva sentito subito una vicinanza, per quel suo scappare ma rimanendo sempre nel suo territorio. Come Maigret, appunto.

Questo giallo colpisce per come Simenon descrive la sua Parigi, una ragnatela di quartieri e strade, lungo cui fa muovere il suo Maigret. Arrivati alla fine si capisce anche il perché di questa scelta: questo romanzo è stato scritto negli anni successivi alla guerra, quando l’autore era volato in America a Tucson. Nostalgia della sua città, dei colori, delle luci, dei rumori della sua Parigi?

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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15 luglio 2022

Cos'è questa crisi

Abbiamo cinque giorni di tempo per capire se questo esecutivo andrà avanti o meno. Ma come si è permesso Conte di far cadere questo governo ? - così si legge oggi sui giornali. 

Non è il momento di prendere ma di dare.

Non è il momento di aumentare i salari, che per fortuna (ci dice il governatore di Bankitalia Visco) rimangono bassi.

Non è il momento di parlare di transizione ecologica e di rinnovabili perché c'è la guerra.

Non è nemmeno il momento di parlare di salari, di povertà (avete letto il rapporto dell'Istat), di precari senza futuro.

Pare che in Italia non sia mai il momento per parlare e discutere di questioni che dovrebbero essere di sinistra (forse è per questo che da anni si portano avanti politiche di destra?).

Pare che non si debba dunque disturbare il grande manovratore, l'uomo che non sbaglia mai, l'uomo che ha rimesso l'Italia al centro dell'Europa (quale Europa, poi?), il presidente che tutti ci invidiano, Draghi. Così al centro dell'Europa che la sua riforma Cartabia è stata bocciata dalla commissione europea.

Doveva salvare il paese dall'emergenza covid (ve lo ricordate ancora il covid, no?) e ora siamo alle prese con una nuova ondata.

Doveva mettere in bolla i progetti del PNRR che, secondo Draghi stesso, erano già pronti a dicembre quando si era autocandidato alla presidenza della Repubblica.

Non è il momento per mettere in crisi il governo che non sbaglia mai, che non può essere criticabile, nel mezzo della guerra in Ucraina. Eppure questa guerra è così impattante per noi proprio per la dipendenza energetica di cui sono colpevoli i passati governi (rappresentati poi in questa maggioranza) i cui leader oggi sono tutti diventati fan della guerra a Putin.

A tutto questo va aggiunto che in una Repubblica parlamentare, non esistono diktat da parte del presidente del Consiglio, che tra l'altro ha ancora la fiducia da parte del Parlamento.

E' caduta la fiducia reciproca su cui si reggeva la maggioranza? Ma cosa ci si aspettava dopo aver di fatto smontato le politiche del movimento 5 stelle. Erano tutte sbagliate? Bene, allora dovrebbero essere tutti soddisfatti se il movimento esce dalla maggioranza.

Per chiudere il post, ieri sera ho letto una serie di tweet complottistici che lasciavano intendere come, dietro la presunta crisi di governo in Italia (e in Inghilterra e in Germania) ci sia la mano di Putin, puparo anche di Conte.

Aggiungo anche il contributo al complottismo: e se tutta questa crisi fosse voluta da Draghi, consapevole di non essere in grado di gestire il prossimo autunno caldo (crisi energetica, crisi del paese)?

A questo punto Conte diventa il capro espiatorio perfetto. Chi glielo fa fare di metterci la faccia? 

10 luglio 2022

La coscienza di Montalbano, di Andrea Camilleri


Per molto tempo ho fatto fatica a riprendere in mano un libro di Camilleri, la sua scomparsa ha lasciato un vuoto, come scrittore e come intellettuale, che ora i tanti scrittori che ai suoi romanzi si sono ispirati dovranno colmare.
In libreria è uscita questa raccolta di sei racconti con Montalbano, alcuni già usciti in altre raccolte, altri in parte inediti: pur non apprezzando sempre il Camilleri dei racconti brevi (non tutti quelli pubblicati avevano raggiunto il livello dei suoi romanzi), non ho potuto trattenermi dal prendere questo volume. Anche per rifarmi dal triste ricordo delle ultime pagine di Riccardino, col personaggio che si ribella all’autore cancellandosi…
Cancellando Vigata, il paese inventato della Sicilia più reale, il commissariato dentro cui abbiamo seguito le indagini di Montalbano col galantuomo Fazio, con Augello il “fimminaro”, con Catarella e i suoi nomi storpiati, i cannoli dell’irascibile Pasquano e le sciarriatine con la zita Livia.

Sono racconti che si svolgono in piani temporali diversi, dal Montalbano appena arrivato a Vigata al commissariato, in attesa di gustarsi gli arancini di Adelina (Una cena speciale); c’è un Montalbano più in là negli anni che si trova a Roma in trasferta per un corso di aggiornamento per cui è stato “prescelto” (causa di un trauma per dover abbandonare i suoi ritmi, le sue abitudini) e si ritrova dentro la “pilicula” del maestro della tensione, Hitchcock (La finestra sul cortile).
Un racconto è ambientato a Ferragosto (Notte di ferragosto) quando, nella spiaggetta davanti il suo villino a Marinella, si consuma un delitto. Un altro invece è ambientato dopo Natale e l’epifania (La calza della befana), dove la sua zita gli ha regalato una calza piena di “cravoni” (il carbone), mentre un’altra calza contenente un regalo più importante farà partire un’indagine sottotraccia di Montalbano e Fazio.
Un racconto parla della piaga della sua Sicilia (Ventiquattr’ore di ritardo), la mafia, che stringe in una morsa le brave persone costrette da una parte a vedersela con cosa nostra (e il pizzo, la sua violenza), dall’altra lo stato e le istituzioni, spesso complici e colluse con la mafia.

Non s’arricordava quali scrittori tanto tempo passato aviva affirmato che i siciliani si vivivano ad attrovari tra l’incudini e il martello. Un’incudini legali che rappresentava lo Stato e un martello illegali che rappresentava la mafia. E dopo tant’anni la situazioni non era cangiata.

Infine un racconto (Il figlio del sindaco) fa da spunto al romanzo Una voce di notte uscito nel 2012.

In questi racconti troviamo il Montalbano che abbiamo conosciuto nel corso dei tanti romanzi usciti per Sellerio: lo sbirro capace di vedere l’anomalia, quello che non torna da piccoli dettagli, la persona curiosa nello spiare le vite delle altre persone (come James Stewart nel film di Hitchcock). Uno sbirro capace di ergersi a giudice delle vite degli altri, non sempre per emettere condanna, come leggeremo nel racconto La calza della befana. Oppure giudice capace sì di infliggere una pena, ma per salvare quella persona da pericoli maggiori, come in Ventiquattr’ore di ritardo.

C’è la sua passione per il cibo, che solo l’essere “prescelto” per un corso a Roma (prescelto, come i personaggi della Bibbia) riesce a smorzare.
Si parla della mafia, degli onorevoli della politica capaci di navigare tutte le stagioni della politica con ogni vento e con le mani in pasta dappertutto.

C’è la Sicilia di Moltalbano, bella e senza troppe speranze per il suo futuro, quella che Camilleri è stato così bravo a raccontarci.

Questi i racconti inclusi ne La coscienza di Montalbano:

Notte di ferragosto

Da anni e anni oramà a Vigata si era pigliata l’usanza che la notti di Ferrausto, quello tra il quattordici e il quinnici, chiossà di mezzo di metà paisi scassasse per annare a passare la sirata a la pilaja. Era ‘na speci di migrazione momintania, Vigata ristava diserta, proprietari ‘nni addivintavano cani e gatti, i latri delle case non si pirdivano l’occasione e s’arricampavano macari dai paìsi vicini. Evidentementi si erano passati la parola.

Ventiquattr’ore di ritardo

Quel jorno faciva un misi esatto da quanno che si era accattato la casa di Marinella, epperciò Montalvano addicidì che la ricorrenza annava fistiggiata. Avribbi voluto che accanto a lui ci fusse Livia ma quella si nni era dovuta ristari a Boccadasse pirchì ‘n ufficio aviva chiffari assà.

La finestra sul cortile

«Il signore questore l’aspetta. La introduco subito» disse a Montalbano il capo di gabinetto Lattes e proseguì: «Tutto bene in famiglia?»
Quello si era amminchiato, da anni e anni, che Montalbano era maritato e patre di figli. Lui, le prime volte, aviva circato di dirgli che non sulo non aviva né mogliere né figli, ma che era macari orfano di patre e matre.

Una cena speciale

Trasenno ‘n commissariato, Montalbano s’addunò con sorprisa che Catarella non era al sò posto nel centralino, pirchì quanno era ‘n sirvizio non si cataminava da quello sgabuzzino che era il sò quartiere ginirali. Forsi era ‘nfruenzato, in quell’urtimi jorni di dicembriro il friddo era stato forti assà.

La calza della befana

Stava camminanno supra a ‘na stratuzza di paìsi stritta stritta, lorda di munnizza indove che tutte le porti e le finestri delle case erano, và a sapiri pirchì, ‘nserrate. ‘Na decina di passi davanti a luim procidiva ‘na fìmmina anziana, malamenti vistuta, la gonna tutta spirtusata, le quasette sciddricate sciddricate fino all’osso pizziddro.

Il figlio del sindaco

In genere la scoperta di ogni ammazzatina viniva comunicara a Moltalbano alle sett’albe con le paroli di Catarella, già difficili da accapirsi nel corso della jornata, vali a diri quanno s’attrovava in condizioni di normali lucidità, figurarsi in stato di semicoma dovuto a ‘mprovviso arrisbigliamento. L’omicidio di Laura Sorrentino perciò s’appresentò anomalo fin dal principio..

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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06 luglio 2022

Le scelte sbagliate

Combattiamo la guerra contro un dittatore alleandoci ad un altro dittatore (Erdogan).

Cerchiamo l'indipendenza dal gas russo, andando a negoziare l'acquisto del gas dalla Turchia (se non arriva da autocrazie, il gas evidentemente non lo vogliamo).

Combattiamo la siccità con gli inviti ai cittadini ad essere parsimoniosi quando lavano la macchina (e i denti).

E nel frattempo la rete idrica ha perdita in media del 40% e non un soldo del PNRR verrà destinato alla siccità (e nemmeno al disgelamento dei ghiacciai).

La guerra ha fermato le deboli iniziative verso la transizione ecologica: si ritorna al carbone, si comprerà il gas liquido americano (bell'affare) con tanto di navi per la rigassificazione che verranno piazzate di fronte ai porti (e tenute lì per anni)

A proposito, la guerra non è più la prima notizia, sui giornali e in tv. Tanto andrà avanti da sola, con le sue vittime civili che ci indignano (ma solo perché sono vicine a noi, non come le guerre lontane).

Vogliamo parlare del virus? Basta mascherine, basta restrizioni. Eccoli i risultati, il virus muta, avremmo dovuto saperlo: sarà anche meno mortale, ma dobbiamo pensare anche alle fasce deboli.

I negazionisti dei cambiamenti climatici oggi si sono mutati in negazionisti delle responsabilità dell'uomo sul riscaldamento (vi ricordate quando la Groenlandia era verde?).

Sono gli stessi che se la prendevano con Greta e gli ambientalisti, coi pacifisti (accusati di non voler investire ancora risorse in armi e armi) e con quelli che di fronte alla pandemia puntavano il dito con i piani pandemici che non ci sono, coi tagli alla sanità, contro i tagli ai posti letto.

Potrebbe andar peggio a furia di fare le scelte sbagliate?


 

05 luglio 2022

La mantide, di Gianluca Ferraris

 


«Vuoi dormire qui?»
«Preferisco andarmene subito.»
«Non vuoi neanche un bicchiere d’acqua?»
«È tardi.»
«Sono soltanto le due.»
«A Tokyo è mattina già da un bel po’.»
«Un’altra conference call?»
«Esatto.»
«Il tuo lavoro fa schifo.»

Un uomo e una donna che hanno appena fatto l’amore, senza obblighi, senza pensare al domani, solo per il piacere di farlo. Sono due adulti, un chirurgo e una manager di un’azienda di investimenti che si sono conosciuti su Tinder, l’app per incontri. Lei, deve andarsene, il lavoro certo, quando lavori con persone in tutto il mondo, non c’è mai un momento di riposo. Lei se ne va chiudendo la porta senza il giro di chiave. Così, quando lui, rimasto sotto le coperte avverte la presenza di qualcuno in camera pensa che sia lei che è tornata.
No, non è lei: è un’ombra che, con un coltello in mano, inizia a colpirlo al volto e al corpo

L’ultimo pensiero che il suo cervello formulò, prima di smettere di pompare ossigeno, fu che aveva tanta sete.

Inizia così, senza troppi preamboli, la seconda indagine dell’avvocato Ligas, creatura letteraria di Gianluca Ferraris e che purtroppo sarà anche l’ultimo: ci ha lasciato questo marzo, mentre stava completando proprio questo romanzo, che ha potuto vedere la luce grazie al lavoro dell’amico giornalista (e scrittore) Franco Vanni.
Abbiamo perso una grande scrittore, lo scrivo con maggiore convinzione dopo questo suo secondo libro (il primo si intitola "I perdenti" Piemme editore) dove, attraverso il meccanismo del giallo, dell’indagine portata avanti da questo avvocato alle prese coi suoi problemi personali (la separazione, il bere), scava nella mente dei suoi personaggi, facendo emergere le ferite dell’anima, che possono poi sfociare nel dramma, nella vendetta, nella violenza. E poi lo sguardo, disincantato, sulla sua Milano, quella dei “perdenti”, come si intitolava il precedente libro e quella della Milano operosa, degli impiegati che lavorano nei grandi palazzi, “formichine impegnate a mantenere il mito di efficienza della capitale economica d’Italia”.
In uno di questi lavora Vanessa Fagnani, vice presidente di un’azienda di investimenti: era lei la donna che, quella sera, aveva lasciato nel suo letto il chirurgo Francesco Colombo.

Tramite la sua segretaria, Vanessa contatta Ligas per una consulenza, per un supporto legale: lei è stata l’ultima persona, oltre quell’ombra dell’assassino, ad aver visto Colombo.

«La dottoressa Fagnani, che come le dicevo è una nostra importante dirigente, ha bisogno di un parere legale.» Un’altra pausa. «Con molta urgenza.»

C’è da preparare una linea di difesa, perché la procura ha già convocato la manager come testimone informata dei fatti; c’è da gestire i rapporti con la stampa, che su un omicidio come questo si getterà a capofitto (dopo che qualche manina avrà fatto trapelare il nome di Vanessa come probabile assassina). Un delitto nella Milano bene, con un’assassina che sceglie le vittime tramite Tinder, single e bella .. tutti gli ingredienti per solleticare la pancia della gente.
Ma Ligas è ancora capace di fare il suo mestiere: nonostante il bere (rimedio ai cattivi pensieri), nonostante il fatto che la sua ex moglie è ora a Lugano e vede la figlia meno spesso, nonostante i rapporti coi soci dello studio non siano idilliaci.

Nonostante la stessa Vanessa, che non sembra sconvolta dalla morte, che pare voler nascondere qualcosa, sul suo passato

«Nel mio passato non troverete niente.»
«Curioso», osservo. «È già la seconda volta che me lo dici.»
Con l’aiuto della sua hacker di fiducia, Daniela, l’avvocato Ligas troverà una traccia che apre una breccia nel fronte dell’accusa. Forse Vanessa Fagnani, non è l’assassina, forse esiste un modo per spiegare come mai le telecamere non hanno uscire nessuno dal palazzo, quella notte.. Forse la procura si è sbagliata e ora deve trovare una nuova pista per l’omicidio.

Tutto finito per Vanessa? Le accuse, il peso nel trovarsi dentro i meccanismi della macchina della giustizia, il circo mediatico e le accuse a mezzo stampa dove non puoi difenderti ..

Vanessa, purtroppo, corrisponde in pieno all’identikit. Costruire la sua corazza da manager tutta d’un pezzo, virago irascibile e mangiatrice di uomini dev’esserle costato tempo..

No. Non sarà così.
L’autore lascia qual è là, sparsi del racconto, degli indizi che potrebbero essere di aiuto per capire le ragioni di quelle morti. Una brutta storia di violenza avvenuta tanti anni prima.. in quel passato che Vanessa tiene così nascosto, persino al suo avvocato, con cui invece inizia una “strana” relazione, in cui Ligas non è ancora pronto a gettarsi.

Ci sarà ancora spazio per diversi colpi di scena, fino a quella scoperta finale, con un bluff da giocatore di poker, che porterà Ligas di fronte alla verità. Una storia di rancore mai sopito, di astio nei confronti della vita che ti ha tolto tutte le possibilità. E di vendetta.

La nebbia per Milano è come il sole per Napoli o il mare per Genova: è qualcosa in cui perdersi per ritrovarsi, un mantello che ti avvolge a tradimento e ti fa venire voglia di stringerti a chi hai vicino.

Che peccato che questo sia l’ultimo romanzo con Lorenzo Ligas, una volta uno dei migliori penalisti di Milano, che non nasconde nulla al lettore di quello che è diventato oggi, dopo la separazione: l’alcool, gli appuntamenti via app, la fatica a guardarsi allo specchio. E quel lavoro da avvocato che è l’ultimo appiglio per non scivolare verso il basso..

Attraverso il suo sguardo ci ha raccontato di Milano, la città dalle mille facce, quella del centro dove gli impiegati in pausa pranzo affollano bar e ristoranti in cerca di insalatone e piadine.

Quella dei quartieri periferici che hanno cambiato nome, Nolo, senza aver cambiato faccia e pelle.

Abbiamo visto dal di dentro come funziona la giustizia, le dinamiche tra avvocato e magistrati, le dinamiche con la stampa.

Tanti auguri, Lorenzo Ligas.

La scheda sul libro di Piemme editore

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03 luglio 2022

E Molinari scoprì la complessità

Vi ricordate quando in Italia venivano attaccati i pacifisti ovvero tutti coloro non sposavano la linea bianco e nero, buoni e cattivi sulla guerra in Ucraina?

Guai a tirar fuori la parola complessità (l'allargamento della Nato, l'occidente che per anni aveva chiuso gli occhi sui crimini di Putin, i limiti della democrazia in Ucraina).


Che stupore oggi nel leggere quella parola nell'editoriale di Molinari su Repubblica: si riferisce al rischio dell'espansionismo russo in Africa, sul fronte sud della Nato (oramai Nato ed Europa sono la stessa cosa), perché la Russia e la Cina cercano di fare in Africa quello che i paesi europei hanno fatto per anni, ovvero mandare armi, controllare i governi. E usare l'arma dei migranti per attaccare l'Europa in una guerra ibrida.

Ma le cose sono complesse: perché Haftar, che in Libia ha dato accesso alle basi militari alla Russia, vede tra i suoi alleati l'Egitto e l'Arabia Saudita, che sarebbero pure alleati dell'occidente.

E come la mettiamo con la Turchia di Erdogan? Lo paghiamo per tenere i migranti lontani dalle nostre frontiere, abbiamo accettato il suo ricatto su Svezia e Finlandia per aver mano libera sui curdi (e sui rifugiati politici in questi paesi del nord).

Eh questa complessità. Ma allora Erdogan è cattivo? Come Putin? Ma non scherziamo..

E' la geopolitica bellezza, che di fatto è la cartolina al tornasole dell'ipocrisia occidentale.