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02 giugno 2024

Report - l’intervista ad Edi Rama, Giulio Regeni e il ruolo della politica dietro Cutro

LA CAMPAGNA D’ALBANIA Di Giorgio Mottola

La presidente Meloni è disposta a mettere una mano su Edi Rama e sulla bontà del progetto sui centri per i migranti in Albania: il servizio di Report è stato un linciaggio, così ha detto.
Anche ad Edi Rama il servizio di Report non è piaciuto, è stato definito schifoso: così per sciogliere i punti sospesi Report ha chiesto una intervista alla presidente Meloni e al premier Edi Rama, la prima non ha accettato mentre Edi Rama ha accettato tutte le domande fatte.
Una bella lezione di cultura politica, nonostante tutto, da parte di Edi Rama all’amica Meloni.
Nonostante le promesse e le rassicurazioni di ministri vari, i centri non sono pronti oggi:
Report è tornato in Albania, nella vecchia base militare di Gjader costruita negli anni settanta durante la dittatura comunista: l’area è ancora un cantiere aperto, di lavoro da fare sembra essercene ancora tanto.
I giornalisti non sono stati ammessi a visitare il cantiere (anche il deputato Bonelli ha avuto difficoltà a visitare l’hot spot di Schengjin): i lavori finiranno a novembre racconta un operaio, ma intanto i costi continuano ad aumentare se dai 39 ml di euro previsti inizialmente siamo passati a 66 ml, con l’ultimo decreto inserito nel pnrr.
A chi andranno questi soldi? Report ha scoperto che in cantiere sono presenti gli uffici temporanei di una azienda italiana che finora non era presente nei documenti resi pubblici dal governo, la Ri Group SPA: l’azienda gestirà i prefabbricati nella struttura.

Questa ditta leccese è specializzata in prefabbricati ed è controllata dall’imprenditore Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 in una indagine per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare per un appalto da 1,5 ml di euro per il CIE di Foggia, procedimento finito in prescrizione nel 2019. Il ministero della Difesa ha assegnato i lavori alla sua azienda per la posa dei prefabbricati nel centro albanese, per un totale di 6,5 ml di euro.
Al porto di Schengjin i lavori sono già avanti: sembra un carcere la struttura che stanno costruendo.

I lavori di gestione dei migranti sono affidati
(con un ribasso del 4,9%) alla Medihospes, una cooperativa che si occupa di accoglienza migranti in Italia e in particolare a Roma. La sede legale è a Roma ma il suo quartier generale è a Bari in un piccolo fortino protetto da un muretto e vetri oscurati: questa cooperativa nasce dalle ceneri de La Cascina, fondata negli anni 70 da Comunione e Liberazione: era l’avamposto più importante del potere e del cooperativismo di CL, dove si è mossa sempre tenendo saldi rapporti con la politica, per anni ha finanziato economicamente sia il PDL che il PD, con un occhio di riguardo ai ciellini doc come Maurizio Lupi.
Poi però nel 2015 è arrivata l’inchiesta mafia capitale che ha svelato le pericolose relazioni tra La Cascina e il mondo di mezzo di Massimo Carminati costringendo i vertici della coop a patteggiare in Tribunale per corruzione.
Filippo Miraglia è il responsabile di ARCI immigrazione e conosce bene questa storia: con la condanna non finisce l’esperienza de La Cascina perché compare spesso assieme a Medihospes nelle gare in giro per l’ITalia (per gli appalti nella gestione dei migranti), “di fatto è una derivazione, anche se adesso Medihospes è diventata una organizzazione molto più grossa nella gestione dell’accoglienza.”
Così, se l’immagine de La Cascina è stata bruciata dall’inchiesta Mafia Capitale, le attività del gruppo continuano sotto le insegne di altre aziende satellite, come Medihospes appunto, presieduta da Camillo Aceto, dirigente ciellino. Sotto la sua direzione è diventata un colosso nell’accoglienza dei migranti: secondo il rapporto di Open Polis, Medihospes gestisce circa l’80% delle strutture ricettive destinate ai richiedenti asilo. Così se nel 2015 fatturava 26 ml di euro, nel 2022 grazie soprattutto ai finanziamenti statali è arrivata ad incassare 127 ml di euro.
C’è un rapporto stretto tra prefettura di Roma e Medihospes?
Sicuramente è il principale gestore sul territorio romano, e la gara d’appalto per la gestione dei centri in Albania è stata gestita proprio dalla prefettura capitolina.
Grazie a questo appalto
in Albania nei prossimi cinque anni il bilancio di Medihospes crescerà di altri 133ml di euro. Il segreto del successo di questa cooperativa lo può spiegare il presidente: alla richiesta di una intervista da parte del giornalista ha risposto al telefono che è meglio di no, “essendoci una procedura di gara in corso”.
Il giornalista Fabrizio Gatti aveva raccontato un un servizio su l’Espresso della situazione del centro per migranti di Foggia gestito dalla Medihospes, ma nonostante questo tutto andrà avanti, in Italia e anche in Albania.

L’Albania non è il paese del narcotraffico: di fronte allo stato maggiore del partito, la presidente Meloni si è lanciata contro Report, invece di ringraziare l’Albania che accoglie (a pagamento) i migranti, il servizio pubblico ha fatto un linciaggio su Edi Rama e su questo paese..
Ma l’allarme sull’Albania lo lanciano in tanti, compreso Francesco Giubilei che sul Giornale descriveva questo paese come “narco stato”, stesso giudizio di Zemour, compagno di gruppo in Europa di Meloni.

Così si arriva all’intervista riparatoria, che forse non è stata riparatoria: nella precedente inchiesta Report aveva raccontato dei rapporti tra membri del governo con esponenti della mafia albanese.
Il potere della mafia albanese è cresciuto, ha ammesso il premier, perché è una mafia internazionale, non è più una mafia nazionale.
La mafia c’è in Albania, ma non tocca la politica, questa è l’unica ammissione di Rama che si è arrabbiato quando è stato toccato il tasto dell’inchiesta sul fratello.

Ma qual è la situazione in Albania? Basta andare in Albania e vedere quante torri sono state costruite, con quali soldi, negli ultimi anni (anni in cui sindaco era Edi Rama).
Lo scrittore Lubonja parla chiaro: per costruire questi palazzi sono stati chiamati i migliori architetti, senza tener conto dei vincoli, ma non si conosce l’origine dei soldi con cui sono stati realizzati i palazzi.
In Albania i soldi non sono arrivati dai prestiti delle banche, dei 3,7 miliardi di euro investiti in edilizia, solo 800 ml di euro arrivano dalle banche: secondo la giornalista Ola Xama i soldi sono arrivati dalla mafia, che ha riciclato i suoi soldi nell’edilizia.
No, risponde Edi Rama, i soldi sono arrivati dagli albanesi che vivono fuori dalla nazione: è finita la fase calabrese quando la ndrangheta comprava cash le case..

Ma purtroppo i dati smentiscono il premier: dall’estero, dai risparmi dei migranti, sono arrivati solo 800 ml, un po’ poco per costruire le torri avveniristiche di Tirana.
Il boom edilizio è arrivato dopo la crescita nel settore della droga delle mafie albanesi, per le tante piantagioni di mari
juana che spuntavano nel paese.
Su questo punto ha accettato di parlare l’ex ministro Ahmetaj, ex appartenente della cerchia di Edi Rama, oggi scappato in Svizzera dopo aver ricevuto delle accuse di tangenti per la costruzione di inceneritori: oggi Ahmetaj è il grande accusatore di Edi Rama, parla di un coordinamento tra le organizzazioni mafiosi su cui garantisce Edi Rama, che ha chiesto loro di interrompere la guerra.
L’ex ministro fa il nome di un imprenditore a Durazzo, Agasi: attraverso Agasi Edi Rama avrebbe rapporti coi mafiosi che incontrerebbe perfino nel suo ufficio.
Tutte queste accuse non sono mai state oggetto di procedimenti penali e di indagini: sono solo calunnie dell’ex delfino, spiega Edi Rama nell’intervista, la fonte di Report è una fonte inquinata.
Edi Rama respinge tutte le accuse, compresa quella per cui Agasi sarebbe il suo uomo ombra (come scrivono anche dei media albanesi di opposizione), “solo una vendetta di uno che ha perso il posto”.

Ci sono poi i rapporti tra imprenditori italiani e l’Albania: sono imprenditori vicini all’avvocato Agaci, che come professionista aveva difeso dei narcotrafficanti albanesi.
Nel passato servizio di Report si parlava di un ruolo da mediatore tra Agaci nell’acquisto di un terreno da parte di un ufficiale della Dia che lavorava in Albania.
Agaci ha molti amici in Italia, compreso Massimo D’Alema: “uno dei più grandi statisti del dopo guerra fredda”, il rapporto tra Edi Rama e D’Alema è cresciuto negli anni in cui era presidente del Consiglio.
Secondo l’ex vicepremier Ahmetaj però D’Alema è prima di tutto un lobbista: in Albania c’è una sua azienda che offre servizi di consulenza alle aziende che vogliono lavorare in questo paese.
Come si concilia il vecchio Marx con l’attività di lobbying in favore delle imprese? “Non è il luogo per le domande” la risposta di D’Alema.
Non ci sarebbe nulla da nascondere, basterebbe un minimo di trasparenza: spiegare come mai abbia aperto in Albania una società simile a quella che aveva già in Italia, se è vero che faccia consulenza per società che si occupano di criptovalute..
Di criptovalute si occupa Consulcesi, società fondata da un ex socio di D’Alema, Massimo Tortorella: nel 2019, D’Alema e Rama tennero insieme a battesimo l’avvio delle attività a Tirana di Consulcesi Tech, partecipando a un convegno sulle blockchain.

Casualmente il governo Rama ha reso obbligatoria la formazione dei medici, proprio un settore in cui lavora Consulcesi.

Oltre a D’Alema, anche il ministro per le imprese Urso qualche anno fa è sbarcato a Tirana. Nel 2015, come aveva rivelato Report, l’attuale ministro faceva consulenza per le aziende dell’imprenditore Becchetti, il proprietario della TV albanese Agon Channel.
Becchetti è un criminale condannato dalla legge albanese – è stato il commento di Edi Rama.

Dopo essere caduto in disgrazia in Albania Francesco Becchetti sostiene di aver perso non solo l’appoggio professionale ma anche l’amicizia di Adolfo Urso, che proprio in quel periodo avrebbe instaurato un rapporto di grande cordialità e intesa col primo ministro albanese.
Ad un commento su questa vicenda il ministro se l’è cavata rispondendo “io sto sempre dalla parte dell’Italia”.
Fino a
d una decina di giorni prima del giuramento da ministro, Adolfo Urso era proprietario della Italian World Services, poi ceduta al figlio Pietro: si tratta di una società che effettua operazioni di lobbying per le aziende. Becchetti a Report racconta dell’idea che si è fatta (sul perché sia starto abbandonato da Urso), su quello che chiama abbandono di Urso: “se lei prende e valuta gli interessi che ci sono state in campo, le imprese italiane che sono state accompagnate da Rama..” che è la mission della società della famiglia Urso.

Il figlio del ministro risulta intestatario della Asigest Broker Albania, che sembra legata ad una società italiana in un settore (broker assicurativo) di cui si occupa Urso.
Pietro Urso accompagna le aziende che vogliono investire in Albania, è anche titolare di una socitù che si occupa di brokeraggio, ha la sede in un hotel assieme al suo socio, Canaj, che vanterebbe entrature politiche. Qui entra in gioco un ex parlamentare, Gaci: dall’anticipazione del servizio pubblicata da Alessandro Mantovani sul Fatto

Altri italiani, racconta Report, fanno affari in Albania. Un filo rosso collega Pietro Urso, a capo di una società di lobbying – Italian World Service – dalla quale il padre Adolfo si è sganciato prima di assumere l’incarico di ministro del Made in Italy, al potente ex politico albanese Artan Gaci e allo stesso Rama. Ne parla a Report Francesco Becchetti, il discusso imprenditore romano che aprì il canale Agon Tv a Tirana, fu condannato a 17 anni in Albania e ora però reclama 135 milioni di euro dal governo albanese sulla base di un lodo arbitrale internazionale.

Alla Camera di commercio albanese Urso jr. risulta titolare della Asigest Broker Albania, nome simile all’italiana Asigest Broker spa che opera nel settore assicurativo di competenza del ministero del Made in Italy, un tempo dello Sviluppo economico e guidato appunto da Urso padre. Nella Asigest albanese c’è anche un’altra società di Tirana, la Generate, di proprietà di un certo Andi Canaj, socio anche di altri italiani sulle due sponde dell’Adriatico. Ha conosciuto Pietro Urso, ha spiegato a Report, “con amici… comuni”. Mentre Urso jr. dice di non conoscere il socio. Misteri. Canaj è legato a Gaci: è “suo dipendente” ha confermato a Report. Del resto usa un indirizzo mail di Atcc, società di Gaci.

Non è uno qualsiasi, Gaci. Socialista, vicino al primo ministro, già parlamentare e presidente della commissione di amicizia italo-albanese e marito dell’ex ministra degli Esteri di Rama, Olta Xhacka. Gaci stava costruendo un resort di lusso da oltre 5 milioni di euro a pochi metri dal mare, a Sud di Valona, ma l’operazione è finita al centro di un’inchiesta per corruzione e il cantiere è stato sequestrato dalla magistratura albanese. La spiaggia di fronte è stata concessa in uso esclusivo dal governo, di cui faceva parte la moglie di Gaci, alla società Agtcc Hotel Manager di un uomo legato all’ex politico. Che ha sede allo stesso indirizzo di Generate, la società di Canaj che a sua volta è socia di Pietro Urso.

VERITÀ NASCOSTE PER GIULIO REGENI Di Daniele Autieri

Passano dieci giorni tra la scomparsa di Giulio Regeni e il suo ritrovamento: il governo italiano, secondo quanto racconta l’ex ambasciatore Massari, sarebbe stato informato il 28 gennaio 2016, quando il ricercatore era torturato dai servizi egiziani.
Ma il governo egiziani ha sempre negato le responsabilità: Report ha raccolto una testimonianza di un testimone che invece li inchioda alle loro colpe.
All’ambasciata sanno che Regeni potrebbe essere nelle mani dei servizi, sebbene i dinieghi ricevuti.
Dopo la scomparsa di Regeni, i servizi italiani e americani si mettono in contatto con la American University per fare delle ricerche, appoggiandosi ad un generale egiziano Ebeid.
Ma in quelle ore, come ha ricostruito Report analizzando le tracce del cellulare del professor Gervasio, si apre un canale parallelo di ricerca che vede come protagonista una donna, Zena Spinelli, che vantava vaste conoscenze in Egitto.
Un funzionario dell’ambasciata italiana in Egitto ha raccontato tutta questa storia a Report: leggendo questi messaggi si capisce che c’è stata una seconda partita coi servizi che avevano tagliato fuori Massari.
Zena Spinelli venne a sapere del ritrovamento del cadavere di Regeni poco dopo l’incontro tra la ministra Guidi e Al Sisi.
Lo stesso giorno in cui il direttore dell’Aise Manenti era volato a Il Cairo per incontrare il suo omologo egiziano: secondo la testimonianza del funzionario dell’ambasciata italiana, i servizi italiani avrebbe visto Giulio Regeni, non si capisce se vivo o già morto, e hanno chiesto agli egiziani di restituire il corpo.
Il 13 febbraio l’ambasciatore convoca il funzionario e spiega come il loro lavoro, fare pressioni al governo egiziano per metterli di fronte alle loro responsabilità, debba essere interrotto. Meglio non andare oltre – ha commentato Sigfrido Ranucci in studio – anche in nome della ragione di stato.
Ragione di Stato che ha portato, purtroppo, a riconoscere l'Egitto come paese sicuro ovvero un paese che non viola i diritti umani, con un decreto voluto dalla presidente Meloni. 
Nonostante le torture sul corpo di Regeni portino la firma dei servizi egiziani. Nonostante il messaggio mostrato dal funzionario dell'ambasciata, che gli sarebbe arrivato dalla lobbista Spinelli, "Regeni non l'abbiamo noi, ma è ancora vivo".

Se arrivi, come migrante, dall'Egitto, diventerà impossibile ottenere l'asilo in Italia, mentre si verrà mandati in Albania, per riempire i centri migranti. 

GLI IRRESPONSABILI DEL NAUFRAGIO Di Rosamaria Aquino

Paolo è stato testimone della tragedia di Cutro: a mio figlio cosa racconterò, si chiede?

Report stasera si è occupata della morte dei 94 migranti a Cutro: erano famiglie che scappavano dall’Afghanistan in maggior parte, partendo col barcone dalla Turchia.
È stata solo colpa del cattivo tempo? Si poteva fare qualcosa per salvare queste persone, non solo un carico residuale? Quella notte sulla spiaggia di Cutro c’erano solo 3 pescatori, tra cui Paolo: la barca era ferma a 60 metri dalla riva, prima di sfracellarsi. LA guardia costiera sapeva di quella nave, sapeva di quelle persone, ma non fu chiamata in soccorso e la mattina dopo erano lì a raccogliere i corpi.
Ma, come racconta l’avvocato delle vittime del naufragio, a sapere della posizione della nave c’era anche la guardia di finanza e l’aereo di Frontex che stava sorvolando lo Ionio.
I dati della nave erano analizzati dagli analisti di Frontex a Varsavia: non era un peschereccio, era stato rilevato del calore attorno alla nave, era stata classificata come in una situazione di non rischio, sebbene in mare ci fossero onde alte.
Ma per capire quale fosse la situazione in mare Report ha intervistato un superstite della nave: nel pomeriggio del 25 la situazione del viaggio è iniziata a peggiorare, quando l’acqua è iniziata ad entrare dentro, creando il panico a bordo.

La barca non era in pericolo ma la situazione del mare stava peggiorando, conferma la mediatrice di Frontex in UE Emily O’Reilly: la scelta di non intervenire in soccorso della barca è stata una scelta politica.
Dunque Frontex sapeva, le autorità italiane sapevano, perché informate da Frontex, perché nel quartier generale di Varsavia erano presenti due ufficiali italiani: nessuno era autorizzato ad intervenire senza il consenso degli stati membri, cioè noi.
L’Italia ha scelti di non intervenire, non ha lanciato l’allarme, il segnale SAR: perché la nave galleggiava bene, così era scritto nei rapporti di Frontex, così l’intervento diventa di polizia, ovvero per bloccare e arrestare gli scafisti.
Ma anche il pattugliatore della finanza deve tornare in porto, perché il mare è mosso e non può procedere nel suo giro: come potevano pensare che un caicco avrebbe resistito alle onde?
E se su quella nave ci fossero stati dei terroristi o dei trafficanti di droga?
Sarebbero stati fatti sbarcare?
Così la guardia costiera non è uscita (non c’era evento SAR e non è stata chiamata dalla finanza): si arriva così a ridosso del momento del naufragio, quando però era troppo tardi.

Come racconta il giornalista Bruno Palermo, dopo Cutro, tutte le operazioni sui migranti sono state di Search and Rescue, la guardia costiera è sempre uscita.
Ma allora cosa ha portato a quella decisione nel pomeriggio sera del 25 febbraio 2023?
Bisogna tornare a 8 mesi prima, il 27 giugno 2022, dalla centrale operativa della guardia costiera parte una mail a quella di Crotone dove è scritto che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali il livello politico ha impartito nuove disposizioni tattiche ..”, la guardia costiera avrebbe potuto uscire in mare per un intervento diretto solo in caso di evento SAR (search and rescue): prima di quella mail si pensava a salvarli e poi se c’erano degli scafisti, ad arrestarli – commenta sempre Palermo – con questa mail si invertono queste due cose, li andiamo a prendere per arrestare e poi vediamo se li possiamo salvare. La mail è firmata dal capocentro di Roma Gianluca D’Agostino e fa riferimento ad un accordo tecnico del 2003 che spiega quando interviene la guardia di finanza e quando la guardia costiera. Ma perché c’è bisogno di ribardirlo?
In quella mail D’Agostino ribadiva che prima di fare un intervento di salvataggio occorreva che vi fosse stata la dichiarazione dell’evento SAR , lasciando intendere che questa dichiarazione dovesse venire dalla centrale operativa di Roma – spiega a Report una fonte anonima dentro la guardia costiera – “quella mail è una vera e propria abdicazione, se la politica ingerisce nel livello tattico crea un corto circuito di responsabilità, per cui rimane responsabile il livello tattico, ma le decisioni sono prese da un’altra parte.”
E’ stata una scelta politica – come faceva intendere la mediatrice in UE di Frontex?
“Io voglio sapere da Roma chi non ha dato l’ordine o chi ha dato l’ordine di rientro, il problema è a Roma non è a Crotone” è la richiesta dell’ex dirigente medico della polizia di Stato Orlando Amodeo.

Vittorio Aloi ha comandato la guardia costiera fino alla tragedia di Cutro: chi ha preso la decisione di non uscire quella sera – è stata la domanda posta da Report.

Il comandante non ha voluto rispondere, rimandando tutto alle scelte del comando generale a Roma: si intuisce la difficoltà nel dover rispondere a domande difficile, nel sentirsi messi in mezzo tra Roma e i tuoi uomini e il dovere di salvare le persone in mare.

Sarebbe bene togliere il discriminante tra azione di law enforcement e SAR, come riteneva fosse corretto il comandante generale della guardia costiera Carlone (anche in una audizione alla Camera nel 2017).
La commissaria europea per i diritti umani aveva chiesto di considerare ogni barcone in crisi, già dal momento della partenza: ma i tempi sono cambiati, alla fine quella sera ha deciso tutto una mail del 2022, che si rifaceva ad una norma del 2002, governo Berlusconi.

Anteprima inchieste di Report - l’intervista ad Edi Rama, Giulio Regeni e il ruolo della politica dietro Cutro

L’accordo (spot) con l’Albania – l’intervista con Edi Rama

Il presidente albanese aveva definito il servizio di Report sull’accordo tra Italia e Albania per la gestione dei migranti come uno schifo.
Giudizio a parte, aveva cercato di mettersi in contatto coi vertici Rai per lamentarsi dell’immagine data da Report: così alla fine si è arrivati a questo nuovo servizio che forse nelle intenzioni del presidente albanese dovrebbe essere riparatorio.
Forse per qualcuno quell’accordo, quei contratti, quegli appalti in Albania non sono uno schifo, ma un buon affare, coi soldi pubblici.
Chiacchiere e propaganda a parte, i fatti non possono essere nascosti: i lavori che sono indietro, l’enorme costo per il nostro paese (fino ad 1 miliardo nei 5 anni, col rischio che con una maggioranza diversa si blocchi tutto) e l’inutilità del tutto per snellire il carico in Italia dei migranti (che andranno avanti e indietro verso il nostro paese).
“Invece di ringraziarlo per avere agito in nome della solidarietà europea lo hanno linciato” urlava il presidente Meloni dal palco della conferenza programmatica di FDI – “addirittura il servizio pubblico italiano, telemeloni, ha confezionato un servizio sui centri in Albania sui quali in buona sostanza si dipingeva l’intera Albania come una sorta di narcostato. Aiutatemi per cortesia a mandare ad Edi Rama e a tutto il popolo albanese la nostra solidarietà per venire linciati solo per aver cercato di aiutare la nostra nazione”.
Così Report ha chiesto nuovamente la disponibilità del presidente Rama per una intervista, perché in occasione della prima inchiesta non aveva accettato. Ma stavolta Rama ha ricevuto nel palazzo del governo il giornalista Giorgio Mottola, con tanto di offerta di una tazza di caffè.
Dopo il siparietto sul caffè rifiutato, Mottola è tornato sul giudizio dato al passato servizio, “schifoso”: non è stato un errore di traduzione.

La scorsa settimana Report è tornato in Albania, nella vecchia base militare di
Gjader costruita negli anni settanta durante la dittatura comunista: l’area è ancora un cantiere aperto, di lavoro da fare sembra essercene ancora tanto.
I giornalisti non sono stati ammessi a visitare il cantiere (anche il deputato Bonelli ha avuto difficoltà a visitare l’hot spot di Schengjin): i lavori finiranno a novembre racconta un operaio, ma intanto i costi continuano ad aumentare se dai 39 ml di euro previsti inizialmente siamo passati a 66 ml, con l’ultimo decreto inserito nel pnrr.

A chi andranno questi soldi? Report ha scoperto che in cantiere sono presenti gli uffici temporanei di una azienda italiana che finora non era presente nei documenti resi pubblici dal governo, la Ri Group SPA: l’azienda gestirà i prefabbricati nella struttura.

Questa ditta leccese è specializzata in prefabbricati e, continua il servizio, è controllata dall’imprenditore Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 in una indagine per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare per un appalto da 1,5 ml di euro per il CIE di Foggia. Il ministero della Difesa ha però assegnato i lavori alla sua azienda per la posa dei prefabbricati nel centro albanese, per un totale di 6,5 ml di euro.
Ma tutto questo è meglio non farlo sapere agli italiani, che devono essere solo informati dalla propaganda del governo.


E chi gestirà i migranti in questi hotspot? Li seguirà una cooperativa italiana che si è già occupata di migranti nel passato: Medihospes è uno dei principali gestori in Italia, è in questo settore in nove province, ma è a Roma dove diventa il gestore più importante. La sede legale è a Roma ma il suo quartier generale è a Bari in un piccolo fortino protetto da un muretto e vetri oscurati: questa cooperativa nasce dalle ceneri de La Cascina, fondata negli anni 70 da Comunione e Liberazione: era l’avamposto più importante del potere e del cooperativismo di CL, dove si è mossa sempre tenendo saldi rapporti con la politica, per anni ha finanziato economicamente sia il PDL che il PD, con un occhio di riguardo ai ciellini doc come Maurizio Lupi. Poi però nel 2015 è arrivata l’inchiesta mafia capitale che ha svelato le pericolose relazioni tra La Cascina e il mondo di mezzo di Massimo Carminati costringendo i vertici della coop a patteggiare in Tribunale per corruzione.

Filippo Miraglia è il responsabile di ARCI immigrazione e conosce bene questa storia: con la condanna non finisce l’esperienza de La Cascina perché compare spesso assieme a Medihospes nelle gare in giro per l’ITalia (per gli appalti nella gestione dei migranti), “di fatto è una derivazione, anche se adesso Medihospes è diventata una organizzazione molto più grossa nella gestione dell’accoglienza.”
Così, se l’immagine de La Cascina è stata bruciata dall’inchiesta Mafia Capitale, le attività del gruppo continuano sotto le insegne di altre aziende satellite, come Medihospes appunto, presieduta da Camillo Aceto, dirigente ciellino. Sotto la sua direzione è diventata un colosso nell’accoglienza dei migranti: secondo il rapporto di Open Polis, Medihospes gestisce circa l’80% delle strutture ricettive destinate ai richiedenti asilo. Così se nel 2015 fatturava 26 ml di euro, nel 2022 grazie soprattutto ai finanziamenti statali è arrivata ad incassare 127 ml di euro.
C’è un rapporto stretto tra prefettura di Roma e Medihospes? Sicuramente è il principale gestore sul territorio romano, e la gara d’appalto per la gestione dei centri in Albania è stata gestita proprio dalla prefettura capitolina.

Grazie a questo appalto nei prossimi cinque anni il bilancio di Medihospes crescerà di altri 133ml di euro. Il segreto del successo di questa cooperativa lo può spiegare il presidente: alla richiesta di una intervista da parte del giornalista ha risposto che è meglio di no, “essendoci una procedura di gara in corso”.

Non accettano, dentro questo governo, di passare per quelli cinici, che godono dopo un naufragio. Se i barconi si rovesciano è colpa dei criminali senza scrupoli che il governo Meloni vuole, almeno a parole, combattere. Ne è così convinta, la presidente, da ripetere ogni volta che in Europa in tanti stanno copiando gli accordi coi paesi del nordafrica o come l’accordo Italia Albania. Quello dei cantieri ancora aperti. Dove tanti imprenditori hanno trovato un eldorado.

"Mandiamo un abbraccio al primo ministro socialista albanese che stanno massacrando solo perché ha tentato di dare una mano all'Italia".

Chi sono questi imprenditori che stanno portando avanti affari in Albania: oltre a D’Alema, anche il ministro per le imprese Urso qualche anno fa è sbarcato a Tirana. Nel 2015, come aveva rivelato Report, l’attuale ministro faceva consulenza per le aziende dell’imprenditore Becchetti, il proprietario della TV albanese Agon Channel. Dopo essere caduto in disgrazia in Albania Francesco Becchetti sostiene di aver perso non solo l’appoggio professionale ma anche l’amicizia di Adolfo Urso che proprio in quel periodo avrebbe instaurato un rapporto di grande cordialità e intesa col primo ministro albanese. Ad un commento su questa vicenda il ministro se l’è cavata rispondendo “io sto sempre dalla parte dell’Italia”.
Fino a tre giorni prima del giuramento da ministro, Adolfo Urso era proprietario della Italian World Services, poi ceduta al figlio Pietro: si tratta di una società che effettua operazioni di lobbying per le aziende. Becchetti a Report racconta dell’idea che si è fatta, su quello che chiama abbandono di Urso: “se lei prende e valuta gli interessi che ci sono state in campo, le imprese italiane che sono state accompagnate da Rama..” ovvero la mission della società della famiglia Urso.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio e dell’intervista a Edi Rama, che respinge le accuse di corruzione sollevate dal servizio di Report

L’Albania dei narcos e gli affari di Urso jr. con gli amici di Rama

STASERA SU RAI 3 - Viaggio al di là dell’Adriatico, a pochi giorni dal (finto) spot di Meloni sui migranti

Stasera Report torna in Albania a pochi giorni dallo spot di Giorgia Meloni sui centri di detenzione per migranti. Sarà uno spot dimezzato, quello del 5 giugno. I centri delocalizzati nell’ex colonia, che il governo prometteva di aprire il 20 maggio, come sappiamo non ci sono ancora. “I lavori finiranno a novembre”, ha detto il guardiano del cantiere a Giorgio Mottola di Report. Però c’è Edi Rama, il primo ministro albanese che ha fatto l’accordo con la presidente del Consiglio italiana e ha definito “schifosa” la prima puntata della trasmissione di Sigfrido Ranucci: in una gustosa intervista, quasi un corpo a corpo, Rama respinge con sdegno l’accusa di guidare uno Stato inquinato dai denari del narcotraffico. Meloni, invece, non ha accettato di parlare con Report. O Telemeloni o niente. Intanto, ancora ieri, mandava “un abbraccio” a Rama e ricordava che altri 14 Paesi dell’Unione europea sono pronti a seguire l’Italia nella delocalizzazione dei migranti.

Ma l’Albania parla da sola. Nella Tirana dei grattacieli, dove Rama era sindaco prima di essere premier, ogni tre torri ce n’è una sotto inchiesta per corruzione o presunti legami col narcotraffico. E il 60% dei 3,7 miliardi di euro di investimenti immobiliari del 2023, spiega Report con l’aiuto di Ola Xama che è una giornalista economica albanese, non proviene dal circuito bancario e non è, quindi, tracciato. Quanto ai centri di detenzione italiana, i costi sono passati da 39 a oltre 65 milioni: uno sproposito per 3.000 posti. L’appalto per il posizionamento dei prefabbricati a Gajder l’ha vinto Ri Group Spa, ditta leccese che fa riferimento a Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 e poi prescritto nel 2019 per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare in relazione al centro di identificazione di di Foggia. L’appalto per la gestione, con un ribasso del 4,9% che lo porta a 134 milioni di euro in 4 anni, è andato a Medihospes. È un colosso del settore, legato a La Cascina, la storica cooperativa di Comunione e Liberazione che ha prosperato per decenni finché i suoi dirigenti non hanno patteggiato per corruzione nell’inchiesta nota come Mafia capitale anche se poi non era mafia. Medihospes è il principale gestore di centri per migranti a Roma, ne gestisce anche altrove e le condizioni disumane in cui vivevano gli stranieri nel suo centro di Foggia furono documentate da Fabrizio Gatti sull’Espresso.

La scheda del servizio: LA CAMPAGNA D’ALBANIA

Di Giorgio Mottola

Consulenza Thimi Samarxhiu

Collaborazione Greta Orsi

Dopo la precedente inchiesta sull’accordo tra Italia e Albania sui migranti, Report e’ stata fortemente criticata da due presidenti del Consiglio: quello italiano, Giorgia Meloni, e quello albanese, Edi Rama. Nonostante ciò, prosegue il nostro viaggio sull’altra sponda dell’Adriatico dove abbiamo raccolto nuove prove e testimonianze dell’ingerenza nella politica e nell’economia albanese delle organizzazioni mafiose, arrivate a condizionare le più alte sfere istituzionali. L’Albania negli ultimi anni è diventata terreno di conquista anche di politici ed ex politici italiani a caccia di affari. Report rivela come un ex presidente del consiglio italiano e un attuale ministro hanno messo in piedi a Tirana proprie attività nel settore della consulenza istituzionale e del lobbismo, conseguendo ottimi risultati. Risultati che finora non può invece vantare la missione italiana sbarcata in Albania per la costruzione dei centri che ospiteranno i migranti. L’inizio delle attività era previsto per il 20 maggio, ma, da quello che abbiamo scoperto visitando i cantieri, non se ne parlerà prima di novembre. Intanto le spese continuano ad aumentare e quasi tutti gli appalti sono stati già assegnati. Cominciano così a spuntare fuori i nomi di aziende coinvolte in indagini per corruzione e turbative d’asta o legate all’inchiesta Mafia capitale. Sulla questione dell’accordo con l’Italia, la forte pressione mafiosa e gli interessi dei politici italiani in Albania, il primo ministro albanese Edi Rama ha rilasciato per la prima volta un’intervista a Report.

Cosa non è stato fatto in Italia nei giorni del rapimento di Giulio Regeni

Report, leggendo i messaggi scambiati tra Il Cairo e Roma, nei giorni del rapimento Regeni, aveva scoperto che l’allora presidente Renzi era stato informato di quanto era successo ben prima del 31 gennaio, il 28 gennaio tramite una comunicazione criptata inviata in Italia dall’ambasciatore a Il Cairo Maurizio Massari.
Il nuovo servizio di Daniele Autieri cercherà di ricostruire nuovamente quanto successo in quei giorni di fine febbraio 2016, per capire se si è veramente fatto tutto per salve il ricercatore italiano.

Una cosa è certa: sul corpo di Giulio Regeni sono stati trovati i segni di torture riconducibili ai servizi egiziani, la firma è loro, lo sostiene anche la donna individuata dall’American University per sostenere Giulio nelle sue ricerche. È la stessa donna che lo presenta ad Abdallah, il sindacalista che lo avrebbe tradito indossando una telecamera nascosta su richiesta dei servizi.
Hoda Kamel, il nome di questa donna che lavora per un centro di diritti civili, in un video inedito racconta ai genitori di Giulio di come la verità la conosce solo il circolo ristretto del potere, attorno al regime, “perché è stato torturato in modo professionale, è la tecnica della polizia e dell’intelligence, non c’è nessuno fuori dalla polizia che può fare quello che han fatto a Giulio. Ancora adesso la società civile in Egitto ha un enorme problema. Ieri hanno arrestato una donna a capo di una organizzazione e l’hanno accusata di tre reati gravi. Queste accuse potrebbero portarla a una condanna a vita..”
Accuse indiscriminate, violenza politica, torture sembrano ancora all’ordine del giorno e portano la firma della polizia e della National Security la longa manus del presidente Al Sisi negli appartati di sicurezza che controllano il paese.

La scheda del servizio: VERITÀ NASCOSTE PER GIULIO REGENI

Di Daniele Autieri

Collaborazione Federico Marconi

Nei giorni in cui il mondo si chiedeva dove fosse Giulio Regeni, qualcuno – ai più alti livelli delle istituzioni – sapeva. È questa la verità che emerge da alcuni documenti inediti e dal racconto di un super testimone che per la prima volta dopo otto anni ha deciso di parlare e lo fa a Report.

Dalla scomparsa di Giulio Regeni, il 25 gennaio del 2016, al ritrovamento del suo corpo senza vita passano dieci giorni. Dieci giorni nel corso dei quali le istituzioni italiane si muovono ai livelli più alti, dal Presidente del Consiglio al direttore dell’Aise, il nostro servizio segreto estero, senza però riuscire a salvare il ragazzo. Negli stessi giorni, mentre il ricercatore italiano viene torturato, il governo egiziano nega ogni responsabilità e in più occasioni ripete di non sapere che fine abbia fatto Giulio Regeni. Lo ribadisce ad esempio al Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni e all’Ambasciatore d’Italia al Cairo Maurizio Massari.

Questa è la verità sostenuta fino a oggi, la stessa verità incardinata nel processo che si sta celebrando a Roma nei confronti dei quattro ufficiali della National Security, il servizio segreto militare egiziano, accusati a vario titolo di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni. Ma il racconto ufficiale corrisponde davvero a quanto accaduto in quei giorni?

La tragedia di Cutro e le responsabilità italiane

Cosa è successo quella notte del 25 febbraio 2023 di fronte alla coste italiane a Cutro? Report ricostruisce la catena di eventi che hanno portato al mancato soccorso in mare della barca dove erano stipati profughi afgani.
Come mai non è uscita la capitaneria di Porto, che poteva andare a soccorrerli prima che la nave sbattesse sulla secca sfasciandosi? Era sempre uscita dal porto di Crotone per salvare i migranti in qualsiasi condizione di mare e a qualsiasi distanza, spiega a Report il giornalista Bruno Palermo, “ma qualcuno quella notte doveva chiamare la capitaneria di porto e non l’ha chiamata”.
Se quei migranti avessero avuto la pelle di un altro colore – aggiunge l’avvocato Bertone, legale delle vittime del naufragio – “se fossero stati duecento canadesi, duecento americani, avrebbero fatto la stessa scelta”.
Report ha ascoltato Manuelita Scigliano che a Crotone, assieme ad altri volontari, accorre immediatamente al palazzetto dello sport per dare sostegno alle famiglie delle vittime del naufragio di Cutro: “erano famiglie che scappavano la maggior parte dell’Afghanistan, quindi erano passati dai campi profughi in Pakistan, Turchia. Già in tarda notte vedevano le coste italiane, quindi hanno iniziato a chiamare, a mandare foto, mandare video ai familiari.. erano pronti a scendere”.

Ma quella barca è stata vista dagli aerei di Frontex , è stata vista anche da personale italiano che, dentro questa struttura, si occupa dei rapporti con gli stati membri tra cui l’Italia. Frontex sapeva che stava per arrivare cattivo tempo, come lo sapeva la capitaneria di porto: lo spiega bene a Report la mediatrice UE Emily O’Reilly che ha indagato il ruolo di Frontex nel caso del naufragio della nave Adriana, avvenuto in Grecia 4 mesi dopo il quello di Cutro. In quel caso l’aereo di Frontex ha chiesto alla guardia costiera greca se potessero intervenire, quando è tornata sul mare, dopo un rifornimento, la barca non c’era più perché affondata e 600 persone erano annegate.
Frontex non può intervenire, ma può mandare un segnale di soccorso e nel caso della nave Adriana in Grecia, come nel caso di Crotone non lo ha fatto: la barca non era immediatamente in pericolo, eppure sapevano che il tempo stava per peggiorare: “ancora una volta, tutta questa storia, è una storia politica”.

Il portavoce di Frontex conferma a Report di aver comunicato all’Italia le condizioni meteo della sera del 25 febbraio, erano tutti consapevoli di quello che stava succedendo, anche gli operatori italiani che lavorano nella sala di monitoraggio, uno della Guardia di Finanza e uno della Guardia Costiera, i cui nomi non sono stati comunicati ai giornalisti per privacy.
Queste due persone sono un canale di collegamento con le autorità italiane con cui condividono tutte le informazioni di cui Frontex è in possesso: “spetta alle autorità italiane decidere come agire se considerare l’operazione come una operazione di ricerca e salvataggio o una operazione di polizia.”
Una questione politica dunque: eppure nella conferenza stampa a Cutro il presidente Meloni aveva detto chiaramente “Qualcuno qui ritiene che le autorità italiane non abbiano fatto qualcosa che potevano fare? ” riferendosi alla scelta di non far intervenire la guardia costiera ma classificare l’intervento come operazione di polizia.

La giornalista di Report che ha curato il servizio, Rosamaria Aquino, è andata fino in Belgio a sentire un sopravvissuto della tragedia, per capire quali fossero le condizioni della barca quella notte. Mohamed è un ragazzo palestinese, nel 2021 è partito da Gaza attraversando l’Egitto, la Turchia da cui si è imbarcato per l’Italia: a Report racconta della situazione a Gaza, senza scuole e ospedali, “volevo una vita diversa e mi sono messo in viaggio, eravamo in duecento persone tutti uno sull’altro, persino sedersi era un problema. Ricordo il pianto dei bambini, costante. Per quattro giorni abbiamo mangiato datteri e acqua, quello che c’era da mangiare lo davamo soprattutto a loro [i bambini]”.
Chi li stava aspettando in Italia? “L’accordo era che dovevano lasciarci in un porto e consegnarci alla polizia per chiedere l’asilo, eravamo tutti stipati sotto coperta, ci hanno fatto uscire solo dopo due giorni e mezzo, e solo per due ore per prendere aria. Nemmeno l’ultimo giorno ce lo hanno permesso, quando stavamo arrivando e stavamo festeggiando, poi il tempo è cambiato.”
Da quando eravate in pericolo?
“L’ultimo giorno, già dalle 3 del pomeriggio quando abbiamo iniziato ad avvicinarci è diventato molto pericoloso, entrava acqua dalla finestra della barca, perché le onde erano molto alte, faceva molto freddo, sono state ore di terrore..”
In queste ore le autorità italiane avrebbero potuto gestire la situazione in modo diverso?
Torna sul punto il giornalista Bruno Palermo: dopo Cutro la guardia costiera è sempre intervenuta per operazioni di search and rescue (non di polizia) per portare a terra persone che rischiavano di affogare. Ma allora cosa ha portato a quella decisione nel pomeriggio sera del 25 febbraio 2023?
Bisogna tornare a 8 mesi prima, il 27 giugno 2022, dalla centrale operativa della guardia costiera parte una mail a quella di Crotone dove è scritto che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali il livello politico ha impartito nuove disposizioni tattiche ..”, la guardia costiera avrebbe potuto uscire in mare per un intervento diretto solo in caso di evento SAR (search and rescue): prima di quella mail si pensava a salvarli e poi se c’erano degli scafisti, ad arrestarli – commenta sempre Palermo – con questa mail si invertono queste due cose, li andiamo a prendere per arrestare e poi vediamo se li possiamo salvare. La mail è firmata dal capocentro di Roma Gianluca D’Agostino e fa riferimento ad un accordo tecnico del 2003 che spiega quando interviene la guardia di finanza e quando la guardia costiera. Ma perché c’è bisogno di ribadirlo?
In quella mail D’Agostino ribadiva che prima di fare un intervento di salvataggio occorreva che vi fosse stata la dichiarazione dell’evento SAR , lasciando intendere che questa dichiarazione dovesse venire dalla centrale operativa di Roma – spiega a Report una fonte anonima dentro la guardia costiera – “quella mail è una vera e propria abdicazione, se la politica ingerisce nel livello tattico crea un corto circuito di responsabilità, per cui rimane responsabile il livello tattico, ma le decisioni sono prese da un’altra parte.” E’ stata una scelta politica – come faceva intendere la mediatrice in UE di Frontex?
“Io voglio sapere da Roma chi non ha dato l’ordine o chi ha dato l’ordine di rientro, il problema è a Roma non è a Crotone” è la richiesta dell’ex dirigente medico della polizia di Stato Orlando Amodeo.

La scheda del servizio: GLI IRRESPONSABILI DEL NAUFRAGIO

Di Rosamaria Aquino

Collaborazione Chiara D’Ambros, Alessia Marzi

Il naufragio a largo della spiaggia di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, ha sconvolto l'opinione pubblica mondiale. Novantaquattro morti, tra cui donne e tantissimi bambini, hanno perso la vita nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 dopo uno schianto su una secca. Su quella spiaggia però, nonostante il caicco proveniente dalla Turchia fosse stato avvistato molte ore prima, c'erano solo tre ignari pescatori che si sono trovati di fronte a un'immane tragedia, dovendo recuperare i vivi e i morti con le sole proprie forze. Da quante ore le istituzioni europee e quelle italiane, presenti nel quartier generale di Frontex a Varsavia, avevano visto la barca? Chi doveva dare l'allarme e chi materialmente intervenire tra Guardia di finanza e Guardia costiera? Report ripercorre le ore precedenti al naufragio e, tramite interviste ai protagonisti, ricostruisce la catena di decisioni che sono state prese quella notte a tutti i livelli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

21 aprile 2024

Report – lo spot sui migranti, il caso Santanché e il marmo di Carrara

(HOT)SPOT ALBANESE di Giorgio Mottola

L’Albania gestirà per noi i migranti intercettati dalla nostra marina in due centri di accoglienza: per la loro gestione spenderemo fino a 1 miliardo. Ma chi ci ha guadagnato e guadagnerà da questo accordo?

Il provvedimento è passato il 15 febbraio al senato, quasi nell’indifferenza dei parlamentari, cresciuta solo al momento della votazione.

Questo è un modello anche per l’Europa, ha dichiarato Von Der Leyen: un modello ideato dalla presidente del Consiglio Meloni, che lo scorso novembre lo ha spiegato in una conferenza stampa assieme al presidente albanese.
I migranti presi in acque internazionali potrebbero venir dirottare al porto di
Shengjin, dove verranno identificati per poi essere spostati in una località 30 km a nord a Gjader, in questa area militare cinta dalle montagne e in mezzo al nulla il governo albanese costruirà una struttura di accoglienza da 70mila metri quadrati in cui saranno detenuti i migranti. Secondo la relazione tecnica del governo il costo complessivo dell’intera operazione sarà di 650 ml di euro in 5 anni.

Ma è una cifra a preventivo – spiega Michele Vannucchi analista di Openpolis – bisognerà poi aspettare l’effettiva attuazione del protocollo per vedere quali saranno i costi effettivi, sempre che sarà rilasciata una documentazione a riguardo.
Non abbiamo quindi un’idea precisa di quanto questa operazione verrà a costare, a parte le stime che sono già state viste al rialzo. Perché nelle stime iniziali presentate al Parlamento lo scorso dicembre per la costruzione dell’hotspot al porto di
Shengjin e del centro di Gjader sono stati previsti in totale 39 ml di euro, ma in tre mesi la cifra è quasi raddoppiata: con un emendamento dello scorso marzo il governo Meloni l’ha elevata a 65 ml di euro, nell’area dove sorgerà il centro infatti manca tutto, non c’è elettricità, non ci sono fognature e anche le strade oggi sterrate vanno rifatte. Così i 650 ml di euro inizialmente preventivati sono già diventati 825 ml di euro, ma la questione dei costi non frena il governo, che è intenzionato a completare la costruzione entro il 20 maggio, a ridosso – guarda caso – delle elezioni europee, come assicura il ministro Piantedosi che gestirà gli appalti.

In una conferenza stampa il ministro assicura che il nostro genio militare si recherà in Albania, abbiamo lì i nostri vigili dei fuoco, “un concerto di istituzioni del nostro governo che lavoreranno per una rapida realizzazione di questo importante centro”.

Ma i lavori fuori da Shengjin sono fermi, come anche a Gjader: la data consegna dei lavori è già slittata a novembre, con conseguente aumento dei costi. Ma il ministro Piantedosi in conferenza stampa a questo non ne fa cenno.

Secondo quanto ha racconta la presidente Meloni, porteremo in Albania 36mila migranti l’anno, perché si processeranno 3000 richieste di asilo al mese. Tuttavia dopo le sentenze dei tribunali italiani che hanno di fatto bloccato il decreto Cutro, le procedure accelerate su cui fa affidamento la presidente del Consiglio, non sono mai veramente partite. Quindi l’ottimismo della volontà deve fare i conti col pessimismo della burocrazia governativa. Ne sono ben consapevoli i volontari dell’Arci che ogni giorno prestano assistenza ai richiedenti asilo e ai rifugiati che chiamano da tutta Italia.
Per presentare la richiesta ci vogliono da due a tre mesi – spiegano al giornalista di Report – “dopo di che, per arrivare all’audizione, i tempi che noi conosciamo, detti dalla commissione di Roma, stanno gestendo le domande di maggio 2022, quindi mediamente di due anni fa. ”
Servono due anni solo per avere una data di audizione e poi ci sono i tempi di attesa del risultato dell’audizione, i tempi del rilascio del permesso di soggiorno. E quanto ci vuole per arrivare ad una risposta? Sempre dall’Arci spiegano che per una risposta si può ipotizzare almeno altri due anni e mezzo. Eccolo, il bluff, che è sotto gli occhi di tutti.

Ma come ha fatto il governo Meloni a fare questo annuncio sui 28 giorni per una richiesta di asilo? Basterebbe farsi un giro davanti alla Questura di Tor Sapienza a Roma, in un alba di lunedì mattina: in fila ci sono decine di persone a fare domanda per l’asilo politico, persone in attesa da ore, alcuni hanno passato anche la notte in fila, gente che ha presentato la prima domanda nel 2022. Si sono portate da casa coperte e vivere per aspettare l’apertura delle porte della Questura di Tor Sapienza, l’unico ufficio nella capitale ad occuparsi delle richieste di asilo politico.

Ma è il Viminale stesso che smentisce le previsioni di Meloni sui migranti che verranno spediti in Albania: nel bando per la gestione dei centri di accoglienza in Albania si parla di 1017 persone che verranno mandate in Albania, Dunque se anche si mantenesse il ritmo dei 28 giorni per smaltire la richiesta di asilo, nei centri si alternerebbero al massimo 11 mila persone. Non solo: nel capitolato dell’accordo si parla di 33 ml di euro che, considerata la spesa media di 33 euro per migranti, significa che si prevede che in un anno in Albania arriveranno 2822 persone. Persone, non migranti.

Stiamo dando i numeri, sui migranti. Ma questi soldi spesi per il modello che l’Europa ci invidia, funzionerà o meno? L’ottimismo della Meloni sarà sufficiente? Arriveremo a gestire le richieste di asilo in 28 giorni (dai due anni e mezzo di oggi)?
C’è il rischio che si divideranno le famiglie, per gestire le pratiche dei migranti spenderemo 6 milioni di euro per avvocati di ufficio, spenderemo 200ml di euro per gli agenti che verranno mandati in Albania.

Ma dove provengono i soldi per l’intera operazione Albania? Un po’ sono stati sottratti ai ministeri, come quello di Salvini, o a quello dell’università (55ml di euro), istruzione (3 ml), ambiente (5 ml).

Ma non basteranno: ci saranno le varianti in corso d’opera che sicuramente spunteranno.

Sono soldi buttati a mare” è la considerazione di monsignor Gian Carlo Perego – presidente della fondazione Migrantes che si occupa dei migranti: l’80% di queste persone, non solo migranti, ce li ritroveremo in Italia, per un esame della loro domanda. “Si tratta solo di uno spot elettorale che risponde ai programmi ideali per cui non faremo entrare i migranti, quelli che non hanno diritto”.
Infatti, una volta ottenuto l’esito della richiesta di asilo i 3000 migranti dovranno tornare in Italia sia se la risposta è positiva che negativa, una “mini crociera coatta nel Mediterraneo che secondo le stime del governo costerà 95 ml di euro in 5 anni solo per il noleggio delle navi” spiega nel servizio Giorgio Mottola.

A cosa serve questo accordo allora? Il ministro Tajani ha provato ad abbozzare una risposta, “per alleggerire il peso della ricezione dei migranti..”

L’anno scorso in Italia sono sbarcati 150mila migranti, dunque i 3000 che andranno in Albania solo solo una quota irrisoria, se poi teniamo conto che i migranti non rimpatriati torneranno in Italia, viene veramente da chiedersi se questo giochetto ha un senso.

Il governo vorrebbe dirottare in Albania i migranti dai paesi con cui abbiamo accordi bilaterali: ma come si fa a selezionare i migranti in acque internazionali? “Si capisce uno da dove viene..” dice il ministro Tajani, “basta fare qualche domanda e si capisce”.

Sulle navi italiani dovrebbero esserci dei mediatori e interpreti come personale di bordo, che solo in Africa sono più di 3000 tra lingue e dialetti.
Per capire se questo approccio possa funzionare Report ha chiesto un parere ai volontari di Medici senza Frontiere, che salvano vite umane ogni giorno in mare: pochi dei migranti salvati viaggiano col passaporto, viene preso dai carcerieri in Libia o negli altri paesi di transito, è molto difficile stabilire l’origine di queste persone che nel lungo viaggio sono state sequestrate, finite in prigione, nei centri di detenzione.
La selezione in mare in base alla provenienza non è l’unico criterio: in Albania non finiranno i minori e le donne incinta. Ma anche questi criteri sono difficilmente rilevabili in mare.
Ma allora quanto è facile selezionare a bordo di una nave, dopo un salvataggio, i soli soggetti vulnerabili? “é molto difficile” rispondono da MSF “ovviamente possiamo distinguere i minori o i bimbi, le donne, ma ci sono tante ferite che non si vedono, invisibili, che rimarranno sulle persone per tanti anni, per tutta la vita. Abbiamo un esempio molto chiaro, nel novembre 2022 abbiamo cercato di fare uno sbarco selettivo, cercando di sbarcare prima le persone che avevano bisogno di medici in modo urgente, donne e bambini, mentre i maschi sono rimasti a bordo, finché la sanità marittima è salita a bordo con psicologi e psichiatri, ha valutato i loro casi e ha detto che queste persone sono sotto choc, tutte devono sbarcare al più presto..”.

L’accordo con l’Albania nasce anche dai buoni rapporti tra Meloni ed Edi Rama, leader del partito socialista: se l’Italia chiama, l’Albania c’è – racconta alla conferenza stampa.

Ma Rama ha rifiutato l’intervista a Report che ha deciso di andare a Tirana per fare qualche domanda: quella di Rama non è una generosità gratis, noi italiani pagheremo le spese per la sicurezza, per le strade, per arrivare ad altri 100milioni di euro di spese aggiuntive.
L’Italia aprirà due fondi di garanzia per coprire le spese: Report è entrata in possesso di un documento in cui l’imprenditore Becchetti ha pignorato questi fondi. Questo imprenditore italiano ha portato in tribunale il governo albanese, che ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti.

Becchetti è oggi a Londra, dove si è rifugiato: Becchetto era arrivato in Albania, dove è prima cercato di entrare nel settore idroelettrico, poi nel settore televisivo con Agon Channel.

La magistratura albanese ha condannato Becchetti che a sua volta si è rivolto al tribunale internazionale per le controversie tra aziende, che ha riconosciuto i danni ricevuti, per 135milioni.

Siccome Edi Rama ha deciso di non pagare, Becchetti ha deciso di pignorare i conti dell’accordo tra Italia e Albania: una minaccia che i due governi, italiano e albanese, hanno preso seriamente.

Così nell’accorso è stata aggiunta una norma anti pignoramenti.

C’è un altro problema: se dovesse cambiare governo in Albania, questo accordo, con tutti gli investimenti fatti, potrebbe addirittura saltare.

L’accordo durerà cinque anni, prorogabile di altri cinque anni: ma con un altro governo questo potrebbe non essere rinnovato, perché oggi all’opposizione c’è la destra di Sali Berisha, molto ostile nei confronti di questo accordo Italia Albania.

Nel passato, col ministro Castelli alla giustizia, l’Italia ha costruito un carcere in questo paese per portarci i nostri condannati di origine albanese. Ma a fine costruzione, prima del collaudo, il carcere fu riempito da carcerati albanesi. Abbiamo costruito un carcere per gli albanesi coi soldi nostri.

L’Albania sta attuando adesso delle riforme per modificare la sua immagini, anche sul tema corruzione: la nuova riforma della giustizia prevede un controllo dei magistrati da parte di una commissione nominata dal parlamento, i magistrati sono controllati e intercettati da poliziotti che sono sotto il controllo della politica.

Di fatto il governo sta facendo una caccia alle streghe ai magistrati sgraditi (un po’ come sembra stia succedendo in Italia da anni), come successo al magistrato Hajdarmatay, che è stato rimosso dal suo posto. Aveva fatto delle inchieste su membri del governo Rama, come il ministro dell’interno, che era coinvolto in un traffico di stupefacenti con l’Italia.

L’ex poliziotto Zagani, che aveva seguito delle indagini su questo traffico, oggi vive in Svizzera: aveva scoperto la rete del traffico di droga dalla mafia siciliana verso un cugino dell’ex ministro dell’interno. Dopo aver scoperto questi collegamenti Zagani è stato accusato e mandato in prigione: alla fine è stato condannato per abuso d’ufficio, la stessa pena comminata al ministro per una medesima indagine partita dall’Italia.

L’ex magistrato Mandoi ha raccontato a Report di come la mafia albanese sia ingrado di condizionare da vicino il governo Rama: il fratello del premier ha usato una macchina per i suoi spostamenti di proprietà di boss del narcotraffico.

La mafia albanese è forte perché parte da uno stato debole – racconta il magistrato Gratteri – lavora in sudamerica e garantisce traffici di droga stabilmente verso l’Italia.

Chi sono gli uomini che hanno stretto questo accordo? Mottola ha incontrato a Tirana l’ex generale Lisi, ex capo dell’Interpol. Sarebbe stato legato in relazioni pericolose con i trafficanti di droga – racconta a Report l’ex poliziotto Zagani.

Lisi è stato in contatto con l’avvocato Agaci, che lavorava per lui come consulente: Agaci ha difeso nel passato anche boss del narcotraffico: molti di questi venivano condannati in Italia e poi estradati in Albania, dove scontavano pene inferiori o venivano liberati.

Oggi Agaci lavora come segretario generale del governo Rama: il suo è un ruolo come quello di Gianni Letta coi governi Berlusconi, è il consulente giuridico di Rama.

Perché si sono costruiti centri di accoglienza in Albania quando avevamo centri di accoglienza in Italia (oggi chiusi come il Cara di Mineo)?

I centri in Albania a fine gestione rimarranno di proprietà dell’Albania. A chi giova tutto questo?

Il marmo della duchessa - IL MARMO È PERPETUO Di Bernardo Iovene

Dalle Alpi Apuane si ricava il pregiato marmo di Carrara, in galleria, sul fianco della montagna: le autorizzazioni sono concesse dal comune, le aziende che si occupano dell’estrazione fanno affari milionari. Il blocco perfetto può arrivare fino a 10mila euro a tonnellata.

I blocchi sono trasportati dai monti, ormai tagliuzzati e sfregiati dalle estrazioni, a valle, su strade bianche per la polvere di calcio.

I cavatori quanto pagano in concessioni? Il marmo è un indotto per la città, ma c’è anche un costo ambientale: come racconta il servizio di Iovene questo settore del marmo non è regolamentato come dovrebbe, a cominciare da come sono state rovinate le creste delle montagne (come il Bettogli).
Si sono intombati i fiumi, per far spazio ad un piazzale che serviva alle imprese del marmo, col risultato che il fiume poi scorre sulle strade.

Le acque che scendono dalle montagne escono da sorgenti carsiche: la marmettola, la polvere di marmo che si produce con la produzione, sta inquinando le acque dei fiumi. Non c’è solo la polvere del marmo, ci sono anche oli e prodotti per l’estrazione del marmo.

La marmettola colora di bianco il fiume, come il Carrione di Carrara e uccide la flora e la fauna attorno ai fiumi: anziché trattarla come dice la legge, le imprese la sversano a valle, la spruzzano nell’aria, compiendo dei reati.

Gli attivisti dell’associazione Apuane Libere hanno fatto tante denunce, raccogliendo querele dai concessionari, per zittirli.

C’è poi il rischio di alluvioni per le terre che arrivano dai ravaneti, che con le piogge scendono a valle.

La polvere copre le strade, i mobili delle case di Carrara creando problemi alle persone, così il comune, indebitandosi fino al collo, ha inaugurato una nuova strada in galleria per i camion, nel 2012. Ogni anno spendono 5ml di euro per il mutuo per questa strada, che almeno ha alleviato i problemi delle persone.

Peccato che il comune non abbia però i soldi per sistemare le strade, “rotte” per il peso dei camion, che a sua volta si rovinano per le buche, per le fratture della strada, per gli alberi sui bordi.

Dove finiscono le tasse pagare dai concessionari, pari a 25ml di euro l’anno? Il comune sta sistemando le strade, spiega l’assessora, dove ha messo a bilancio 100mila euro di spese straordinarie.

Le alpi Apuane sono un patrimonio paesaggistico e un bene comune, e dovrebbero essere protette: i cavatori le usano come loro proprietà appellandosi ad un editto del 1750, il 30% dei cavatori dunque non pagano alcuna concessione al comune.

I contributi di estrazione, circa il 10% del valore del blocco, si calcolano in media sull’estrazione dalla stessa cava: un blocco che vale 10mila euro paga al massimo 67 euro al massimo, un bell’affare per il cavatore.
Il presidente di Confindustria che ha parlato con Report sugli aspetti delle tasse non era informato: gli estrattori pagano il canone di concessione del 5%, ma il 30% delle cave non paga il canone per questo benedetto editto ancora usato nell’anno di grazia 2024.

Il consiglio comunale ha cercato di far diventare quelle cave beni pubblici senza successo: parlano proprio di esproprio i concessionari, quando gli si dice che si appellano ad un editto di Maria Teresa.

Dopo 10 anni dal primo servizio di Report, Iovene è tornato in regione Toscana: toccherebbe al Parlamento togliere l’editto della duchessa, ma dal 2018 il parlamento non si è mai attivato.

Così i cavatori hanno fatto l’ennesima causa al comune di Carrara, che vorrebbe trasformare questi beni in beni pubblici (e non più beni estimati): la causa è ferma in Cassazione.

Il valore delle tasse non incassate per questi beni estimati è pari al 4 ml di euro, che servirebbero al comune per sistemare le strade (e magari per regolare meglio l’impatto ambientale delle cave sul terreno).

Dal 2042, il restante 70% dei cavatori andrà a gara, con una convenzione firmata da tutti: ma anche questa messa a gara è stata poi appellata con l’obiettivo di arrivare ad una concessione infinita.

Eppure le aziende del settore marmo i soldi in cassa li hanno, dai conti emergono degli utili quasi “imbarazzanti” spiega il consulente di report Bellavia: la Marbo ha un utile del 41%, con 7 dipendenti, la Sagevan con 12 dipendenti ha 12ml di fatturato e 9 ml di utile.

Pochi dipendenti, tanta liquidità, un alto patrimonio netto: neanche nella moda si arriva a queste redditività, le aziende del marmo fanno meglio di Armani e Prada.

Pochi dipendenti ma tanti infortuni: questo sistema industriale non è più sostenibile, né dal punto di vista ambientale né da quello sociale. Di diverso avviso l’AD della Franchi (17ml di utile), chi si fa male è un deficiente, perché non rispettano le norme.

C’è un problema di redistribuzione della ricchezza a Carrara, alla fine lo ammette anche il presidente di Confindustria: con la convenzione firmata, poi appellata, i cavatori si impegnano a fare opere pubbliche sul territorio, in cambio dell’allungamento del tempo delle gare.
Ma sono gli industriali che decideranno quali progetti fare sul territorio: alla fine anche con la convenzione non c’è nessun vero ritorno sul territorio, solo 25ml di euro per guadagni totali che per tutti gli anni fino alle gare assommano a 6 miliardi di euro.

La santa famiglia - LA SANTA RESA DEI CONTI di Giorgio Mottola

Falso in bilancio e danno all’Inps: questi reati contestati alla ministra Santanché, che si è difesa dicendo che se c’è stata truffa è avvenuta a sua insaputa.

La procura di Milano ha notificato il primo avviso di conclusioni indagini: la GDF avrebbe trovato riscontri alle denunce della dipendente Bottiglione, la prima a denunciare il fatto di aver lavorato in cassa integrazione nel periodo del covid. Oggi l’ex dipendente Bottiglione è stata licenziata, proprio per questa denuncia: ha scoperto di essere stata messa a cassa integrazione a zero ore solo dopo essere andata al CAF.

Report aveva già mandato in onda la telefonata tra Bottiglione Kunz, dove si parla della cassa integrazione: ora vengono fuori delle mail inviate al responsabile delle risorse umane.

Ma anche altri dipendenti erano stati messi in cassa integrazione a zero ore, ovvero a carico dello Stato.

Ma la ministra Santanché lo sapeva che i dipendenti di Visibilia lavoravano pur essendo in cassa integrazione? In base alle mail di Report, del settembre 2021, tra la Bottiglione e il responsabile risorse umane, pare proprio che Santanché sapesse (in copia alle mail).

Ci sono poi le firme dei verbali dei cda, dove a fianco al nome Santanché appare quello di Bottiglione.

C’è poi la questione dei bilanci di Visibilia truccati: queste società non hanno mai guadagnato, spiega il consulente Bellavia, Visibilia è stata sempre in perdita, ma i ricavi venivano gonfiati fattiziamente per truccare i bilanci, usando fatture inventate.

Oppure dei crediti inesigili lasciati a bilancio (o intestati all’ex compagno della ministra), mentre avrebbero dovuto essere tolti.

Visibilia lascia sul campo 3ml di debiti, Ki Group oltre 10 ml: nonostante questo queste società hanno sempre goduto un trattamento di favore con gli istituti di credito, come MPS.

MPS nel 2017 è stata nazionalizzata, dunque i 5ml di debiti della Santanché ce li siamo addossato noi, per tramite la Amco, società del ministero dell’economia.

Alla fine Santanché e Mazzaro hanno proposto alla Amco di rientrare solo per 600mila euro, solo il 10% del debito, soldi dello stato che perderemo.