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20 maggio 2024

Report - le olimpiadi (in)sostenibili e il tesoro della lega

SFORO OLIMPICO Di Claudia Di Pasquale

Le Olimpiadi di Milano Cortina sono state vinte con delle premesse chiare: essere sostenibili in termini ambientali ed economici, invece il primo atto dell’operazione è stato l’abbattimento di migliaia di alberi per far spazio alla nuova pista da bob.

In faccia al progetto dove si parlava di mantenere i larici in due punti specifici della pista: Claudia Di Pasquale ne ha chiesto conto al presidente Zaia, che ha cercato di evitare di rispondere alle domande. La pista è più corta, mi hanno detto che pianteranno più alberi, abbiamo riqualificato una pista da bob abbandonata… Ma se non riuscissimo a costruire per tempo la pista dovremmo andare a gareggiare all’estero.

La pista da bob nel dossier iniziale doveva essere risistemata: era stata costruita per le Olimpiadi del 1956, la ristrutturazione era stimata in 47ml, ma alla fine la nuova pista costerà 118ml di euro, tutti a carico dello Stato.
LA pista deve essere a Cortina – spiegava Salvini in conferenza stampa – senza spendere soldi in più: alla fine il progetto per la gara diventa light, per spendere di meno, togliendo le opere di mitigazione.
Ma alla fine il progetto light sarà solo una pista di cemento, senza servizi per disabili, senza coperture a verde e costerà pure di più.
L’autorizzazione paesaggistica è arrivata dalla regione Veneto solo dopo 4 giorni l’approvazione del progetto: questa pista sarà usata solo da pochi alla fine delle olimpiadi, sarà solo un peso per le future generazioni.
Il Cio aveva scritto a Zaia che una nuova pista da bob sarebbe stato un azzardo, come la pista realizzata a Torino per le olimpiadi del 2006 e oggi abbandonata.
Ma alla fine la pista di bob si farà, sarà una cattedrale nel deserto? “Questo lo dice lei” è la risposta di Zaia alla giornalista, tutto dipende dal piano economico.
Secondo il dossier di candidatura con cui l’Italia ha vinto avremmo dovuto spendere il meno possibile, ma oggi sembra tutto carta straccia: Malagò, di fronte alle carte del dossier (dove si parla di ristrutturazione della pista da bob), tira fuori motivi ideologici, per poi chiuderla dicendo che la politica ha voluto fare così, costruendo una nuova pista.

Nel frattempo gli austriaci stanno sistemando la loro pista per 28ml di euro, se Pizzarotti non dovesse consegnare l’impianto entro marzo 2025, le gare si faranno in Austria (ma noi avremmo comunque speso 118 ml di euro per una cattedrale nel deserto).
Ma in questo progetto ci sono altre opere di mezzo: ci sono i lavori di ristrutturazione del palazzo di ghiaccio, il trampolino Italia che non è usato dagli anni 90, ci sono i lavori per il villaggio olimpico (39ml di euro) realizzato con case usa e getta. Tutte opere ancora da fare.
C’è poi la tangenziale per Cortina per evitare che i mezzi pesanti per le opere debbano passare per la città: la variante dovrebbe attraversare la valle, in una zona dove è presenta una frana, con tanto di movimenti franosi verso valle.
Lo scorso dicembre il ministero dell’Ambiente ha bloccato questo progetto, chiedendo una variazione che prevede un impatto su diversi condomini della zona.
Altri costi deriveranno dai lavori sul ponte, poi una galleria sotto le montagne (costo 483ml di euro): quest’ultima opera è escluso che verrà realizzata per le olimpiadi.
Ci sono poi le varianti per diminuire i tempi di percorrenza per arrivare a Cortina: costo per 250ml di euro, per un risparmio di 2 minuti di tempo per chi arriva qui.
C’è poi la bretella ferroviaria di pochi km, di cui una buona parte sotto terra (con una galleria a cappio), in una zona ad alto rischio idrogeologico.
Altra opera essenziale per le olimpiadi, ma in realtà è una bufala perché questa bretella collega Mestre a Venezia, poi non ci sono treni per Cortina.

Alla fine queste opere collegate per le olimpiadi a chi convengono? Non sono olimpiadi low cost dunque, si parla 1,5 miliardi di opere che dovrebbero migliorare la condizione del Veneto (pagati dai cittadini delle altre regioni).
La fondazione Milano Cortina metterà 1,6 miliardi di euro per la gestione dell’evento, i soldi arriveranno dagli sponsor, dal Cio e dalla vendita dei biglietti.
Il costo totale per le olimpiadi è salito da 2,4 a 3,6 miliardi di euro col governo Meloni: si spenderanno soldi anche in Trentino dove gli impianti erano già funzionanti.
Nel dossier si parlava di una spesa di 8ml di euro, oggi siamo saliti a 18ml di euro, per investimenti su impianti esistenti, si prevede di prendere acqua da un torrente in una zona protetta, sono in attesa delle autorizzazioni del comune, ma tanto sanno che andranno in deroga.
I trampolini di Predazzo sono stati smontati e verranno costruiti: i costi sono quadruplicati rispetto al dossier iniziale, anche qui si è scelti di non ristrutturare, approfittando delle olimpiadi per costruire opere nuove.
Sempre a Predazzo si costruirà il villaggio olimpico, dentro la zona militare, nella scuola alpina della Guardia di Finanza. Anche qui, in una zona verde, si andranno a ristrutturare dei palazzi, da 11 ml di euro si parla 41 ml di euro.
Altri soldi saranno spesi per costruire parcheggi, cementificando delle zone verdi, per comprare dei bus.

A Bolzano, ad Anterselva c’è l’impianto di Biathlon: si dovevano spendere 4 ml di euro e si spenderanno invece 51 ml per nuovi lavori, alcuni inutili.
A Dobbiaco dovrebbe realizzarsi un’opera stradale di cui però manca il progetto.
A San Candido grazie alle olimpiadi costruiranno un cavalcavia per eliminare un passaggio a livello, che rovinerà la visuale del paese. Da 7 ml il costo è aumentato a 15 ml: l’opera è stata decisa alle spalle del comune, nemmeno il sindaco ne era a conoscenza.

LA pista di pattinaggio di Baselga doveva essere solo coperta: rispetto alla cifra iniziale, i costi dei lavori sono raddoppiati, ma alla fine la sede di Baselga è stata tolta dalle olimpiadi, poco dopo che il comune aveva approvato il progetto.
Alla fine la sede di Baselga era stata inserita nel piano iniziale solo perché c’era un impianto esistente: è stata sacrificata per lasciar spazio alla pista di Cortina?
Colpa della politica – la risposta di Malagò: il Cio aveva chiesto in nome della sostenibilità a rinunciare all’ammodernamento alla pista di pattinaggio di Baselga e alla pista di bob a Cortina.
Ma alla fine i soldi arriveranno anche a Baselga, dalla provincia autonoma di Trento.

A che punto sono i lavori in Lombardia? La sede designata per lo sci alpinismo è Bormio, nel dossier la pista Stelvio è già considerata omologata, si spenderanno però altri soldi per dei lavori di ammodernamento (per 78ml di euro).
Che senso ha investire tanti soldi per una pista dove, tra qualche anno, non ci sarà più la neve?
Ci sarà una nuova cabinovia che passa a pochi metri dalle case, per un costo da 28ml di euro.
La neve in primavera si trova a Livigno, anche qui si ospiteranno le gare (su piste in gestione a privati): per i lavori delle due piste si passa da 17 ml di euro a 150 ml di euro.

L’importante è che siano opere utili – racconta l’assessore alla montagna: sono nuovi parcheggi, uno interrato sotto la montagna, una nuova cabinovia in project financing (ma parte dei soldi sono coperti dallo Stato).

La Lombardia spenderà fondi pubblici per migliorare la viabilità da Milano verso Sondrio, per un totale di 74ml di euro.
Altra opera è quella chiamata tangenziale sud di Sondrio: si tratta in realtà di un viadotto che non toglierà traffico dal paese: il cavalcavia forse non sarà pronto per le olimpiadi e se non sarà pronto “ce ne faremo una ragione” spiega il sindaco di Bormio.

In generale le opere in Lombardia a che punto sono? Secondo l’assessore Sertori sono a buon punto, Fontana ha deciso di non rispondere a Report e, anzi, alla fine ha allontanato la giornalista accusandola di avere risposte preconfezionate.
Trasparenza cercasi, in questo paese.

Secondo l’audizione dell’ex commissario Santandrea nel 2023, le opere sono in ritardo (e per la maggior parte nemmeno sono utili per le olimpiadi).
Report non è riuscita ad avere informazioni sul cronoprogramma ad Anas, al ministero delle Infrastrutture, senza riuscirci: spenderemo 3,6 miliardi euro in opere che violano anche vincoli ambientali e nemmeno sappiamo come li spenderanno.

A Milano si costruiranno impianti per le gare: dovrebbero realizzarle i privati, andando a ritrutturare opere esistenti, come il palazzetto del Palasharp. Ma alla fine le spese sono salite e i privati, come Ticket One, hanno chiesto aiuto al comune.
Ticket One non ha realizzato lavori dal 2019, il comune ha revocato la concessione pochi mesi fa: ci sono voluti tanti anni per rendersi conto della situazione?
Il Palasharp andrebbe demolito in quanto abusivo, il comune ha usato le olimpiadi per accelerare la riqualificazione: ora il Palasharp è cancellato dalle gare, che si sposteranno in altre zone.

Le gare di Hockey saranno eseguite in zona Santa Giulia da una società privata: anche qui i costi sono destinati a crescere, così Sala ha chiesto al governo di contribuire alle spese del privato.
Nell’ex scalo di Porta Romana si costruirà il villaggio olimpico, dopo le gare diventeranno alloggi per studenti: dentro ci sono investimenti di CDP, soldi pubblici dunque.

Sala (che non ha accettato l’intervista mandando il suo assessore), Fontana, Zaia, sono sempre presenti in televisione a parlare delle olimpiadi: poi però quando gli chiedi di essere trasparente sui costi, spariscono, non vogliono rispondere, mostrano tutta la loro insofferenza al lavoro del giornalista.
Sembra che in questo paese abbiano tutti paura della trasparenza.

TERA NOSTRA Di Luca Chianca

Lo scandalo dei fondi della Lega scoppiò dopo un articolo del giornalista Giovanni Mari, nel 2012: è la storia dei fondi in Tanzania, i magistrati dopo lo scoop cercarono traccia dei soldi della Lega, che stavano andando in Tanzania e Cipro.

L’ex tesoriere Belsito viene indagato dalle procure di Milano e Genova, per truffa (reato prescritto) e per riciclaggio, che costò al partito una confisca di beni per 49ml.

Alla fine ad essere condannato è stato Belsito perché Bossi fece un accordo col nuovo segretario Salvini, la sua Lega non si costituì parte civile nei processi.

Report racconta che grazie al finanziere Colucci che Bossi e Belsito continuarono a fare affari assieme: Colucci fa aprire a Renzo Bossi una società a Londra con un capitale da 1,5ml di euro.

Luca Chianca per incontrare Renzo Bossi è andato fino a Bucarest: la società non ha fatto nulla, spiega il figlio del senatur, l’aveva aperta Londra per non aver rotture .. Ma a cosa serviva?

Secondo Belsito i soldi c’erano in cassa, ma alla fine la magistratura ha stretto un accordo col vecchio partito per pagare quei 49 ml in lunghe rate, ricorrendo al 2 per mille.
Siamo certi che non ci siano parti di quel tesoretto della Lega da recuperare?
Belsito era a disposizione della famiglia Bossi per ogni loro esigenza: nella cassaforte del suo ufficio fu sequestrata la cartella con su scritto “the family”.
C’era anche il documento di laurea di Renzo Bossi, la laurea albanese: un documento precostituito che sarebbe poi servito per la sua carriera politica – spiega l’ex magistrato milanese Robledo.

Falsa la laurea albanese e anche la delega ad un avvocato albanese che doveva poi gestire il documento col titolo da laureato (pagato con denaro pubblico).

A pochi passi da Gemonio Renzo e Riccardo Bossi hanno creato una fattoria, Tera nostra, dove si sarebbe prodotto formaggio di capra.
Renzo Bossi ha poi aperto una società di consulenza, Resil, che ha diversi clienti a Milano e nel varesotto: dopo il 2019 non ha più presentato bilanci.
Nel 2022 avrebbe aperto una società a Londra, chiamata Tera nostra anche lei, con un capitale da 1,5 ml di Sterline: la fonte di Report mette la pulce nell’orecchio al giornalista, da dove vengono i soldi nel capitale iniziale di Tera nostra?
Chianca ha intervistato il commercialista che ha aiutato la fondazione della società, che non ha potuto rispondere alle domande senza il consenso di Renzo Bossi.
Le domande rimangono, da dove vengono i soldi?
A dare una mano a Bossi è Francesco Colucci che ha aperto Tera nostra a Londra: a Milano si occupa della promozione di diverse opere.
A Report spiega che non è stato lui a fondare la società, ma la società inglese Best Choice, a sua volta fondata da un italiano: Best Choice ha creato tante società, spesso scatole vuote, alcune che movimentavano milioni di sterline.

Colucci racconta però che Renzo Bossi gli è stato presentato da un altro italiano, Nicolò Pesce, finito nell’inchiesta sulle truffe degli investimenti in diamanti.
Renzo Bossi nell’intervista con Report racconta della volontà di creare un agriturismo, per cercare investitori ha contattato Colucci. Secondo Bossi il valore del capitale sociale iniziale è sbagliato, aveva solo 10mila euro, avrebbe anche segnalato questo errore formale.

L’inchiesta di Report fa emergere una rete di personaggi, oltre a Colucci e Belsito: anche un imprenditore italiano, Loforese, executive vicepresidente di Rockfeller standard carbon.
Cosa fa questo personaggio? Stringe rapporti con le persone, questa la sua qualità, da ex vicepresidenti americani, sceicchi arabi, agenti della Cia.

È uno che sa muoversi bene in medio oriente: Loforese ha aperto una filiale italiana della Rockfeller, contatta Colucci che era interessato all’idea.
Ma a Loforese consigliano di bloccare l’ingresso di Colucci, perché era finito in una inchiesta su investimenti in criptovalute e opere d’arte.
Il servizio passa poi da Colucci a Calebasso ad un certo Molendini, cavaliere di un ordine non esistente, per tornare a Belsito: tutti legati in operazioni finanziarie, si parla di una operazione per spostare soldi in Moldavia, dove esiste ancora il segreto bancario.
Belsito avrebbe chiesto a Colucci di aprire un conto corrente in Moldavia, nel 2019 ben dopo la fine della vicenda giudiziaria a Genova sui rimborsi. Colucci avrebbe messo a disposizione il marchese Molendini, con forti agganci in Moldavia, che a sua volta individua un tecnico.

C’è una chat che racconta i dettagli di questa operazione: Belsito avrebbe cercato di far partire un carico di statuette di legno dalla Costa d’Avorio verso la Moldavia.
I giornalisti del Fatto Quotidiano hanno cercato di capire cosa ci fosse dentro le casse: erano oggetti di antiquariato, come sostiene Belsito?
Secondo i giornalisti del Fatto si tratterebbe di esportazione di denaro (nelle casse c’erano soldi) che doveva finire in Russia: Belsito sarebbe entrato in contatto coi russi grazie a Renzo Bossi.
Il tentativo di esportazione fallisce e gli imprenditori russi chiedono conto a Bossi: di diverso avviso Renzo Bossi che parla solo di aver fatto un preventivo per Belsito per una spedizione in Russia..
Se questa operazione è saltata, da una seconda chat nel 2019 Calebasso e Colucci si scrivono per far mettere 20ml di euro su un conto corrente in Moldavia: ancora una volta, Belsito non ne saprebbe nulla.

Si pensava di aver chiuso la vicenda dei 49ml di euro, invece ogni tanto questi soldi tornano fuori, come fantasmi.

19 maggio 2024

Anteprima inchieste di Report - le famose olimpiadi sostenibili e il tesoro della lega

Le olimpiadi che dovevano essere sostenibili

Le Olimpiadi di Milano e Cortina dovevano essere quelle nel segno della sostenibilità, economica ed ambientale. Almeno queste erano le promesse. E invece..


Lo scorso febbraio il taglio di decine di larici a Cortina d’Ampezzo ha dato il via ai lavori per la nuova pista da bob, prevista per le Olimpiadi invernali del 2026. Gli alberi tagliati avevano dimensioni considerevoli, avevano più di cento quarant’anni anni, sono nati alla fine dell’ottocento spiega Silverio Lacedelli a Report: per completare la nuova pista si stima che verranno tagliati 400-500 alberi “distruggiamo un ecosistema composto da alberi, arbusti, licheni e costruiamo una cementificazione sul territorio con strade, piste ed edifici.”
Gli ambientalisti e tutti gli abitanti di Cortina ci tengono a questo bosco, che la politica ha scelto di sacrificare, perché è un pezzo di Cortina, “la pista poteva essere realizzata senza dover fare questo grande ambaradan, questo distruzione” conclude l’intervista Lacedelli.

L’ultimo progetto esecutivo della pista da bob ha previsto il taglio di 19980 metri quadrati di bosco ma allo stesso tempo ha prescritto il mantenimento delle alberature esistenti nelle due aree, dietro l’anfiteatro e all’interno della curva cristallo.
Nonostante ciò, gli alberi sono stati tagliati – racconta la consigliera regionale Cristina Guarda che ha mostrato a Report le immagini del bosco prima e dopo l’abbattimento. Per questo motivo hanno fatto un esposto ai carabinieri della forestale.
Dicevano tutti che dovevano essere olimpiadi sostenibili e rispettose dell’ambiente ma non sarà così: il presidente della regione Veneto ha tenuto un atteggiamento quasi sprezzante dei rilievi portati da Report, “avete contato tutti gli alberi”, “voi volete dimostrare che le olimpiadi non servono”, come se fosse questo il punto.
Il punto è che ci sono delle incongruenze tra il progetto presentato al Cio e quello che verrà realizzato: ha spiegato che è vero, sono stati tagliati 500 alberi, ma verranno piantati 10 mila alberi, e che la pista sarà più corta..
Ha poi aggiunto che esisteva una pista che era la più vecchia del mondo e che loro hanno bonificato un bob abbandonato.

Ma, numeri alla mano, alla fine saranno ripiantati alberi solo per 4200 metri quadrati: “lei è più brava di me” è stato il commento di Zaia.

Secondo il dossier del 2019 con cui l’Italia si è aggiudicata le Olimpiadi la vecchia pista da bob di Cortina andava solo ristrutturata, invece nel 2023 è stata demolita per costruirne una nuova di zecca. La giornalista di Report ne ha chiesto conto al presidente del comitato olimpico Giovanni Malagò che ha risposto così “se lei va a guardare nell’ambito del dossier l’impianto di Cortina era previsto”.
In realtà nel dossier si parlava di ristrutturazione, mentre la pista è stata demolita “ma non si è mai parlato di ristrutturazione..”. Ma nelle carte del dossier, che Claudia di Pasquale ha mostrato al presidente c’era proprio scritto così: “lei non voleva che questa pista si facesse” ha ribattuto Malagò, tirando in ballo anche posizioni ideologiche della giornalista, ma allora è ideologico anche il CIO che era contrario alla nuova pista, per motivi di legacy, però – aggiunge Malagò “la politica, il governo hanno ritenuto che fosse giusto rifarlo, più chiaro di così cosa vi devo dire?”.

E cosa deve dire il ministro Salvini? “Io ci tengo che ci facciano le Olimpiadi e che l’Italia abbia l’immagine che merita di avere in tutto il mondo”.
Anche se con questo progetto light per la pista sono state tolte le coperture a verde che mimetizzavano la pista, sono stati tolti dei servizi per i disabili: “parlatene con le aziende” la risposta del ministro, che preferisce fare la figura di quello che non sapeva niente.


Intanto lo scorso 21 novembre sono partiti i lavori per la nuova arena Santa Giulia dove si svolgeranno le gare di Hockey maschile, la struttura sarà costruita e finanziata da capitali privati, cioè dalla società tedesca Eventim, per un costo da 180 ml di euro. Il colosso tedesco si occupa di gestione eventi, è proprietario di Ticket one: si faranno carico dei costi per l’opera che però, per i ritardi e per l’inflazione sono cresciuti, si stima che alla fine si passerà da 180 a 270ml di euro.
Eventim ha fatto presente al comune che ci sarà questo incremento – racconta a Report l’assessore alla rigenerazione urbana del comune di Milano Tancredi – “ci stiamo attivando per evidenziare il problema” che tradotto dal politichese significa che dovrà intervenire il governo con soldi pubblici “penso che sia anche ragionevole chiedere questo..”.
Alla faccia delle promesse.

Anche Livigno ospiterà alcuni eventi per le Olimpiadi: qui sono già presenti 115 km di piste ma da piano sono previste nuove opere i cui costi delle opere aumentati di quasi dieci volte.
Claudia Di Pasquale ha chiesto al presidente Fontana se è preoccupato di questo. Viste le non risposte ottenute, viene da pensare che, no, la regione, come il comune di Milano, come il ministro non siano preoccupati di questo. “Lei sa tutto, è inutile che viene a chiederle a me le cose” – questa la battutina con cui Fontana ha cercato di uscire dall’impasse, per poi passare ad una accusa felpata “voi le avete già preconfezionate le risposte”.

Peccato che Report parli coi dati forniti dagli stessi enti pubblici, coi dati presenti nel dossier di candidatura. Alla fine, quando le battute non sono bastate ha sbottato “posso chiederle di lasciarmi stare?”.

Chiedere un po’ di trasparenza a questi amministratori è quasi un atto di lesa maestà.

La scheda del servizio: SFORO OLIMPICO Di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella

Nel 2019 l'Italia con il tandem Milano-Cortina si è aggiudicata le Olimpiadi invernali del 2026, c'è riuscita presentando un dossier di candidatura che aveva alcuni punti saldi: Olimpiadi sostenibili sia da un punto di vista ambientale che economico, utilizzo di impianti sportivi già esistenti così da non costruire nuove cattedrali nel deserto, solo due nuove strutture permanenti ma finanziate da investitori privati. Lo Stato in pratica non doveva spendere un soldo. Olimpiadi a costo zero s'era detto. A distanza di quasi cinque anni le cose sono un po' cambiate. L'ultimo piano delle opere olimpiche, che risale al settembre 2023, prevede 3,6 miliardi di costi, finanziati per la maggior parte dallo Stato, e dentro non ci sono solo gli impianti sportivi, ma anche opere infrastrutturali, soprattutto strade. Saranno veramente sostenibili le Olimpiadi del 2026, per l’ambiente e per le nostre tasche?

Il tesoro della Lega

Report torna ad occuparsi della Lega a 12 anni dall’inchiesta sui fondi del partito che venivano usati dal tesoriere Belsito per occuparsi della famiglia, quella del segretario Bossi.
Gli investigatori hanno sequestrato nella cassaforte dell’ex tesoriere una cartellina con su scritto “the family” e altri documenti riservati della famiglia.
Belsito aveva sostituito nel ruolo di tesoriere l’ex senatore Balocchi nel 2010 mettendosi a disposizione della famiglia Bossi per tutti i loro desideri, “come faceva Balocchi prima di me” racconta al giornalista Luca Chianca “per risolvere i problemi di qualsiasi natura”, il fax, la stampante, il telefonino, tutto pagato coi soldi del partito.
Di questo caso, i fondi della Lega spesi per la famiglia del segretario, si era occupato per primo l’ex magistrato Alfredo Robledo nel 2012: “venne fuori una questione abbastanza strana, Renzo Bossi si sarebbe diplomato nel luglio 2009, e nel settembre del 2010 si sarebbe laureato a Tirana ..”

E’ la storia della famosa laurea albanese del “trota” che a Report però racconta un’altra storia: su quel documento la data di nascita era sbagliata, prima di tutto: “quella mattina qualcuno autorizzò ad entrare in tutti gli uffici, la cosa che non si è mai spiegata bene è che di questo pezzo di carta non si contesta neanche il titolo, la magistratura non contesta il titolo, perché io non ho mai dichiarato di essere laureato..”
Come spiega anche Robledo, qualcuno ha preparato quel pezzo di carta per lui: “si cercava di precostituirgli un titolo che avrebbe potuto servirgli per la sua carriera personale e politica.”
Quel documento, la laurea di Tirana, è un documento falso.
Ad essere informato di tutto era l’ex tesoriere Belsito che pagava i servizi resi per la famiglia: a chi è venuto in mente di far laureare Renzo Bossi a Tirana? “Sarà stato qualche collaboratore, immagino, che avrà avuto qualche aderenza con quell’università lì, Riccardo andava alla Cepu.. noi pagavamo le rette, punto.”

Dalle carte dell’inchiesta è spuntata fuori anche un’azienda agricola aperta dai Bossi chiamata “Tera nostra”, alla romana, a pochi km da Gemonio, la residenza della famiglia. “Tera nostra e non si sa nemmeno che cos’è” – il divertito commento del consulente di Report Gaetano Bellavia: dalle foto sui social si scopre che fa formaggi, ci sono le capre.
L’azienda è stata costituita con un capitale iniziale di 200 euro: a Report è arrivata una mail da un ascoltatore su un’altra società aperta da Renzo Bossi a Londra, omonima di quella italiana “tera nostra ltd”. Questa sarebbe dotata di un capitale sociale di ben 1,5ml di Sterline: questa sarebbe stata chiusa dopo un anno e mezzo: un fatto curioso, cosa ci sono andati a fare in Inghilterra i Bossi? Gli agricoltori? Non ci sono evidenze su quello che ha fatto questa società.

La scheda del servizio: TERA NOSTRA Di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

A far scoppiare lo scandalo dei fondi della Lega è Giovanni Mari, un giornalista del Secolo XIX di Genova, che ai primi di gennaio del 2012 pubblica la notizia dei conti offshore del partito. Un'operazione da 1 milione di euro in corone norvegesi, circa 1,2 milioni in un fondo basato a Cipro e soprattutto i 4,5 milioni di euro in Tanzania. Tutto ruotava intorno alla figura del tesoriere della Lega Francesco Belsito che dopo quella vicenda viene cacciato dal partito e indagato dalla Procura di Milano e da quella di Genova per truffa aggravata ai danni dello Stato, poi prescritta, appropriazione indebita per la gestione dei fondi della Lega, costati al partito una confisca da 49 milioni. Soldi che nessuna Procura ha mai trovato. Dopo 7 anni da quelle indagini scopriamo che Belsito e il figlio del Senatur, Renzo Bossi, hanno fatto ancora affari insieme. Una storia inedita che ci ha messi sulle tracce della Tera Nostra, una società aperta a Londra proprio da Bossi con un capitale sociale di 1,5 milioni di sterline e poi chiusa dopo poco tempo. Un viaggio tra imprenditori nel mondo dell'arte, visionari, fiduciari e cavalieri prima a Londra, poi a Malta, Lugano e infine a Bucarest, per capire se una parte dei 49 milioni di euro fosse stata distratta in conti offshore e società all'estero.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 gennaio 2023

Report – la pista nera sulle stragi del 1992-93, i tamponi del presidente

Report lo scorso 23 maggio aveva parlato della presenza della destra eversiva dietro le stragi del 1992-93 e stasera si aggiungeranno altri dettagli.

Poi una inchiesta in Veneto sui tamponi veloci con delle intercettazioni imbarazzanti sul governatore Zaia.

LA GRANDE TRUFFA di Danilo Procaccianti

Il dottore Rigoli era considerato l’Elon Musk da parte del presidente Zaia: oggi è sotto inchiesta dalla procura di Padova che ne ha chiesto il rinvio a giudizio perché avrebbe giurato il falso sulla valutazione dei tamponi rapidi adottati dalla regione Veneto nel 2020.
Erano kit certificati CE, risponde oggi a Report, “quindi non dovevo validare la specificità”.

Ma chi ha valutato i tamponi rapidi, dunque? Report lo scorso anno si era già occupata della sanità in Veneto e dei morti per Covid per la seconda ondata: l’attenzione si era accesa sui tamponi rapidi scelti dalla regione Veneto, dovevano essere usati sia negli ospedali che nelle RSA. Il servizio era stato seguito con attenzione dalla procura di Padova: nell’inchiesta sono emerse intercettazioni su Zaia, che in ogni caso non è indagato.
Il Veneto assieme ad altre sei regioni era capofila per l’acquisto dei tamponi rapidi, per 128 ml: il manager Flor della sanità veneta dice che le altre regioni comunque hanno fatto una validazione scientifica, ma non è vero, le altre regioni sono andate a rimorchio del professor Rigoli che aveva affermato di averli testati, come dice anche in una delle tante conferenze stampa col presidente.

Nell’agosto 2020 la regione Veneto riporta un documento dove si dice che i test rapidi erano certificati dallo Spallanzani, ma si riferiva ad altri test, non per quelli usati in Veneto.
“I prodotti sono idonei per una attività di screening” scrive Rigoli all’azienda 0 del Veneto che si occupa degli acquisti: questi sarebbero arrivati direttamente alla regione dalle mani del dottor Rigoli. Secondo la procura i test non sono stati proprio testati, dal professore, che si difende dicendo di averne testati alcuni: in un primo interrogatorio con gli investigatori aveva detto che nessun test era stato fatto, poi ha ritrattato, affermando che ad agosto aveva fatto dei test, sebbene a giugno 2021 i test dalla Abbott non erano arrivati.
La regione avrebbe provveduto ad un affidamento diretto per 2ml di euro per i test della Abbott: la direttrice dell’Azienda 0 preferisce non rispondere alle domande di Report, risponderà nelle sedi opportune.

I test rapidi hanno una validità del 70%: il Veneto ha puntato su di loro al punto che nel piano di sanità pubblica dell’ottobre 2020 li ha indicati come test di riferimento anche per gli operatori sanitari e per chi doveva accedere nelle RSA, contravvenendo alle indicazioni dell’OMS.

Crisanti aveva avvisato la regione che tre su dieci, di questi test non funzionavano: avevano delle maglie così larghe e fanno entrare in contatto persone vulnerabili con persone positive.

Sapeva Rigoli della cattiva efficacia di questi test? Io non li avevo provati, erano certificati CE, continua a ripetere oggi. Ma dovrebbe spiegare anche ai veneti ciò che ha scelto.

La seconda ondata del covid nelle RSA in Veneto è stata un disastro, secondo Crisanti per l’uso di questi tamponi rapidi, con il 13% di deceduti di tutta l’Italia e la mortalità più altra tra tutte le grandi regioni, 1600 morti in più rispetto alla media nazionale.

Report ha sentito anche Nino Cartabellotta del Gimbe: “un tasso grezzo del genere, 159 morti per 100000 abitanti rispetto a quello nazionale che è di 105, fa accendere una spia rossa e bisogna porsi la domanda ‘perché in quel periodo in Veneto c’è stata una mortalità così elevata?’”.

oggi le procure venete stanno cercando di capire se esista una correlazione tra questi tamponi rapidi e l’eccesso di mortalità, in special modo in alcuni contesti con grande granularità di dati come le RSA. Oggi la regione è sommersa dagli esposti dei parenti delle migliaia di anziani morti nelle RSA venete.
Marco Bonaldi è uno di questi, oggi si chiede: “i tamponi funzionavano o non funzionavano, perché si sono adeguati a questi anziché fare i tamponi molecolari [come nella prima ondata]. Avremmo risparmiato un po’ di vecchietti”.

Il dottor Crisanti aveva espresso parere negativo contro questi tamponi: “l’uso dei tamponi rapidi come strumento di screening, in una situazione dove avevano un basso valore predittivo, sicuramente ha contribuito alla diffusione del virus in ambienti protetti, tipo per esempio le RSA. Sicuramente la diffusione e la mortalità sono due parametri uno in relazione all’altro, più aumenta la diffusione più aumenta la mortalità”.

Sono stati comprati centinaia di migliaia di test rapidi su un test, almeno secondo l’accusa della Procura, fatto dal successore di Crisanti, il dottor Rigoli, fasullo.

Se questo fosse vero sarebbe di una gravità senza precedenti, perché significherebbe che la regione ha ignorato uno studio su 1500 casi e allo stesso tempo ha preso per buono quello che effettivamente non era uno studio [..] siamo di fronte ad una situazione di una gravità etica senza precedenti.”

Se il parere è falso lo devono stabilire i magistrati: quello che è certo è che il Veneto ha usato il doppio dei tamponi rapidi, un dipendente dell’Abbott racconta di aver portato direttamente ad agosto i tamponi, dopo che Rigoli ne aveva certificato la bontà con la regione Veneto. Dopo il Veneto si erano aggregate altre regioni. Oggi hanno qualcosa da dire i protagonisti della vicenda?

Crisanti aveva redatto uno studio dove mettera nero su bianco che la loro efficacia era al 70%, non al 90%, ne sconsigliava l’uso nelle RSA.
Nella seconda ondata il Veneto si è preoccupato di attaccare il dissenso dei medici contro le scelte della regione: i medici dovevano comportarsi come soldatini. Zaia aveva querelato un esponente politico del gruppo “Il Veneto che vogliamo”, usando i soldi pubblici. Alla fine la querela è finita in archiviazione, anche contro Crisanti.

Crisanti era stato attaccato dopo il suo studio sui tamponi rapidi che contrastava la politica regionale sui tamponi: lo studio esiste ed era stato pubblicato su
una rivista scientifica.
Meglio dire che lo studio non c’è altrimenti l’azienda ci fa causa – dice il manager della sanità Flor a Report.
Esiste poi una intercettazione in cui Zaia parla preoccupato dell’inchiest
a ma anche dall’esposto presentato da Zaia contro lo scienziato Crisanti. Questo esposto aveva suscitato anche la reazione del senato accademico dell’università di Padova: “è un anno che prendiamo la mira a questo .. stiamo per portarlo allo schianto … [Crisanti] sta passando per il salvatore della patria e io sto passando per il mona ...” sono le parole al telefono del presidente Zaia riferito a Crisanti e ai problemi che gli stava causando, anche dopo la lettera degli accademici.
Oggi Crisanti per non creare problemi si è dimesso dall’università di Padova.

Se la certificazione del dottor Rigoli fosse falsa, dovremmo chiederci se è stata una scelta autonoma.

STATO D'ONOREFacce da mostro di Paolo Mondani

Dietro le stragi del 1992-93 ci sarebbe una struttura politico, massonico, eversiva che avrebbe avuto lo scopo di portare al governo una formazione filo atlantica.

Perché insistiamo nel voler cercare la verità sulle stragi di mafia – racconta nel servizio Paolo Mondani? Perché come diceva un vecchio filosofo la storia si ripete sempre due volte, prima come tragedia, poi come farsa.

La farsa odierna – continua il giornalista – è la messa in scena dove onoriamo gli eroi con lacrime agli occhi e dichiariamo che i mafiosi cruenti sono stati sconfitti. Eppure c’è ancora chi nasconde le prove, depista e confonde, dietro i muri della procura di Palermo, dietro le carte qui custodite.

Roberto Scarpinato racconta a Report di quanto il trentennale si sia svolta in chiave di riduzione, di cancellazione della storia: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, i cattivi non ci sono più, possiamo ora smantellare la legislazione antimafia messa in piedi in quegli anni. Questo stato non vuole trovare la verità sulle stragi del 1992-93 conclude Scarpinato.
Report aveva raccontato il maggio scorso degli incontri tra Delle Chiaie e i boss mafiosi, dei viaggi a Palermo, raccogliendo le dichiarazione di brigadiere, di un confidente della mafia, Lo Cicero.

Si poteva arrestare il capo di cosa nostra prima degli eccidi, racconta oggi Lo Cicero che all’epoca aveva parlato già con Borsellino (che dunque sapeva del ruolo di Delle Chiaie).

Dopo il servizio Paolo Mondani è stato pedinato e intercettato, come se i criminali fossero i giornalisti di Report.
Dietro la strategia stragista del 1992-93, pianificata nei primi anni 90 tra destra eversiva, massoni c’è Delle Chiaie?
Report in questo servizio ha sentito Armando Palmeri, braccio destro del boss di Alcamo ex collaboratore di giustizia: prima della strage di Palermo due uomini dei servizi avevano chiesto al clan e al boss Milazzo di organizzare una strage, attentati per destabilizzare lo Stato.
I due uomini dei servizi – racconta Palmeri - erano accompagnati dal dottor Lauria, poi diventato senatore di FI negli anni novanta: Milazzo, il capomafia aveva rifiutato e a Palmeri aveva detto che erano i servizi deviati la vera mafia, loro erano i burattini.

Prima della strage di Capaci Milazzo viene ucciso, pochi giorni dopo viene uccisa la sua fidanzata che forse sapeva qualcosa dei suoi segreti: Milazzo fu ucciso da Nino Gioè, un altro uomo d’onore particolare, secondo una informativa dei carabinieri del 67 era una persona buona per operazioni particolari, di natura riservata, lavori da servizi deviati.
Gioè assieme a Brusca faceva parte del commando di Capaci: oggi Palmeri dice che a premere il pulsante per la bomba non è stato Brusca, che aveva in mano solo un giocattolo “è stata una operazione militare.”
Il boss Di Carlo, cugino di Gioè, ha affermato che era un uomo dei servizi, come anche Paolo Bellini, oggi implicato anche nella strage di Bologna.

Gioè è morto suicida in carcere, prima di iniziare una collaborazione coi magistrati, uno strano suicidio di cui aveva parlato in una intercettazione anche l’ex magistrato Loris D’Ambrosio.

Gioè aveva parlato anche di traffici di materiale radioattivo, per alimentare il piano di destabilizzazione voluto dai servizi segreti.
La Commissione Parlamentare antimafia ha approvato una relazione dove si parla di un traffico di materiale fissile andato avanti fino al 1993, con la Libia, che partiva da Alcamo.
Un traffico per cui è stato condannato un agente della CIA, un traffico di uranio in cui erano coinvolti mafiosi, agenti segreti: persone dello stato parallelo, che usano la criminalità organizzata come manovalanza.
Il commissario Peri. Della stazione di Alcamo, aveva indagato su questi traffici come anche sull’incidente del DC8 a Montagna Longa nel 1972: 115 morti, per un incidente che dietro potrebbe nascondere un episodio della strategia della tensione.
Il commissario Peri stava indagando sui 115 morti dell’incidente di Montagna Longa del 72, sui sequestri e sugli omicidi avvenuti a Trapani
(come i due carabinieri uccisi ad Alcamo nel 77). sui rapporti tra mafia, la destra eversiva e la massoneria: la sua indagine finì male, il procuratore di Trapani ne screditò il lavoro, la sua indagine fu archiviata dal giudice Cassata.
Peri morì nel 1982 mentre il giudice Cassata era stato scoperto negli archivi di Gelli.

Anni dopo queste indagini furono riprese da Falcone che indagò sugli omicidi politici sull’isola, mettendo assieme loggia P2 e mafia.
Report è poi passata alle stragi del 1992-93, soffermandosi sul ruolo di Bellini, infiltrato del ROS dentro la mafia per scoprire un traffico di opere d’arte. Ma poi alla fine quale fu il suo lavoro? Forse quello di spostare la strategia mafiosa contro le opere d’arte, come poi avvenuto con le bombe a Firenze e Roma?
Palmeri oggi ai magistrati afferma di aver riconosciuto uno dei due uomini dei servizi, ma non ha voluto aggiungere altro per l’inchiesta in corso.

L’ex giudice Scarpinato si è poi soffermato sull’incontro dei boss mafiosi nel 1991: si pianificavano le stragi per destabilizzare il paese e preparare la discesa in campo di nuove formazioni politiche che dovevano prendere il posto dei partiti della prima repubblica.

In quei mesi si registra l’attività di Delle Chiaie e di Domenico Romeo: quest’ultimo accompagnò Delle Chiaie per la sua attività politica in Sicilia, come conferma oggi a Report.

Alberto Lo Cicero, autista del boss Troia, a pochi mesi della strage di Capaci aveva raccontato ai carabinieri la presenza di personaggi di spicco proprio a Capaci, perché doveva succedere qualcosa di importante.
Lo Cicero vede a Capaci anche Delle Chiaie, sempre nell’imminenza della strage: Maria Romeo è la ex compagna di Lo Cicero e oggi a Report afferma che è stato Delle Chiaie l’organizzatore delle stragi, assieme ad una parte dei boss mafiosi.

Delle Chiaie era l’aggancio tra la mafia e lo Stato – dice la Romeo: era quello che portava in Sicilia la voce di Roma, come per esempio l’ex deputato Lo Porto del movimento sociale.
Lo Porto oggi ricorda il boss Troia, una persona generosa dice: sapeva che fosse figlio di mafiosi, non sapeva che fosse lui stesso mafioso.
Degli incontri tra Lo Porto e Troia parla Marta Granà: Troia incontrava imprenditori, oltre all’onorevole Lo Porto.

Il 5 ottobre 1992 il comandante della sezione giudiziaria di Palermo Cavallo, aveva redatto un documento in cui parlava di una fonte confidenziale che rivelava come nell’aprile del 1992 Delle Chiaie era venuto a Palermo, si era incontrato col boss Troia e aveva cercato l’esplosivo per la strage: questo documento non era stato reso noto ai magistrati – racconta oggi Scarpinato, che aggiunge che questo filone di indagine non è stato seguito dai carabinieri.
L’informativa dell’allora capitano Cavallo, si parlava di Delle Chiaie, dell’eplosivo preso da una cava di un parente di Troia: questa era stata inviata a diversi magistrati come Aliquò e Tinebra senza che sia nata una indagine.
Da queste piste, di queste dichiarazioni su Delle Chiaie non se ne è fatto nulla. Sparito, come le registrazioni che la Romeo aveva consegnato ai carabinieri.
I due Troia, il boss e il proprietario della cava, vennero poi arrestati nel 1993 e nel 1998, ma non per la strage di Capaci.
Anche l’onorevole Lo Porto è stato arrestato nel 1969, per aver sparato in un poligono assieme all’esponente della destra estrema Concutelli, l’assassino del giudice Occorsio.

Dopo il fallimento del progetto politico delle Leghe, ispirato dal maestro P2 che doveva balcanizzare la politica italiana, si cambiò strategia.
IL pentito Sparacio racconta ai pm di Firenze del lavoro di Delle Chiaie su questa strategia, indicando gli obiettivi da colpire al boss Nino Mangano (che era stato incontrato a Roma). Ma la procura di Firenze non aveva avvertito i pm di Palermo che non erano a conoscenza di queste deposizioni.
Delle Chiaie aveva dato indicazioni alla mafia su come muoversi, nel gennaio febbraio del 1993: il leader di Avanguardia Nazionale era in contatto con la mafia da anni, racconta oggi Sparacio che aveva la cultura per indicare quali obiettivi culturali scegliere a casa dell’imprenditore Michelangelo Alfano.
Anche l’attentato a Costanzo sarebbe nato da Delle Chiaie, scelto perché in trasmissione aveva offeso i mafiosi, poi un attentato contro De Gennario (nominato capo della DIA nel 1992), che Bagarella e Mangano avevano già come obiettivo.
Il quartier generale di Delle Chiaie, occupato dal 1991 è oggi tornato un possesso del comune di Roma: anche dopo lo scioglimento negli anni settanta la sua attività politica è andata avanti.

Ne parla Massimo Pizza ex agente Sismi: alla procura di Palermo Pizza aveva parlato delle leghe meridionali, espressione della mafia, di incontri di inizio anni novanta tra famiglie di ndrangheta che si erano incontrate coi mafiosi e coi politici (corrente andreottiana), con esponenti della massoneria (del finto ordine di Malta), dell’estrema destra (Delle Chiaie e Menicacci).
Delle Chiaie, racconta Pizza, doveva occuparsi della parte militare di questa destabilizzazione.

Dell’incontro del 1991 ne parla anche D’Andrea segretario della Lega Meridionale: Delle Chiaie aveva avuto input da uomini dello Stato (dal ministero dell’interno) per portare d’avanti questo progetto di destabilizzazione.

Il piano di destabilizzazione aveva ricevuto fondi da imprenditori e banchieri, si parla di 100 miliardi di lire, anche da imprenditori mafiosi: questi soldi sono parcheggiati sotto il controllo del vescovo di Monreale, tramite Lima vengono drenati verso lo Ior, parte dei soldi saranno usati da politici vicino ad Andreotti.

Un altro capitolo del servizio è stato la trattativa Stato mafia: Ciancimino fu avvicinato dal ROS per la trattativa e ne parlò con D’Andrea, èerché entrambi facevano parte della Lega Meridionale. Lo Stato temeva che Ciancimino e la mafia parlasse del suo lavoro fatto per lo Stato – racconta oggi Antonio D’Andrea. Lavoro sporco si intende.

Il piano di destabilizzazione avrebbe avuto la benedizione di Cossiga e Andreotti, oltre che di Gelli.

Solo nel 2021 lo Stato si è riappropriato del locale in Torre Spaccata di Delle Chiaie, morto nel 2018. Sono spariti i verbali su delle Chiaie a Palermo, così come per anni lo Stato si è dimenticato della pista nera sulle stragi di mafia.

Paolo Mondani è tornato anche sull’omicidio del maresciallo Lombardo: il 4 marzo 1995 nella caserma Bonsignore dei carabinieri di Palermo viene trovato senza vita in una Fiat Tipo bianca, una Beretta calibro 9 nella mano destra, una lettera vicino a lui. Ufficialmente suicidio, ma i figli dopo 27 anni dicono che fu un omicidio.
Oltre alla morte del maresciallo, c’è anche la vicenda della sua borsa, che quella sera aveva con se in automobile e che poi non venne ritrovata (come l’agenda rossa di Borsellino, i documenti di Dalla Chiesa ..):
“credo che quel giorno lui sicuramente avesse qualcosa di delicato e di importante in quella borsa [anche perché in quei giorni era in contatto con Totò Cangemi]. Tornava da un viaggio molto importante ..”

Lombardo tra febbraio e marzo 95 trascorre l’ultima settimana a Milano parlando con Cangemi: nel 1994 quest’ultimo aveva parlato alla Boccassini dei soldi dati da Berlusconi alla mafia, dei rapporti tra Dell’Utri con la mafia.
Lombardo aveva trovato la verità sulla morte di Borsellino,
racconta oggi la figlia, ricordando una sua telefonata alla vedova del giudice. Era un carabiniere che raccoglieva informazioni dai mafiosi, anche i latitanti come Provenzano, tanto che la figlia oggi si chiede, come mai non l’hanno arrestato?
Quello del maresciallo Lombardo è uno strano suicidio per le perizie fatte sulla lettera trovata accanto al suo corpo: era inquieto da settimane perché veniva accusato di essere contiguo con la mafia, accuse dall’allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando.
Stava convincendo il boss Badalamenti a parlare, cosa che poi non avvenne anche per il mancato sostegno da parte dei superiori.
L’arma trovata accanto al corpo ha una rigatura diversa da quella del bossolo che ha ucciso il maresciallo.
Un ex carabiniere della caserma Bonsignore ricorda quella sera del marzo 1995: fu allontanato dalla macchine del maresciallo, che era circondata da altri ufficiali.

Non è stata fatta l’autopsia sul cadavere, non era stata trovata una goccia di sangue sui finestrini, sul tetto dell’auto: la scena del suicidio sembra dipinta – racconta l’ex carabiniere.
Un suicidio strano, come quello di Gioè, oggi i familiari chiedono nuove indagini sulla sua morte.

La Procura della Repubblica di Firenze ha da tempo ripreso le indagini sulle stragi di mafia nel 1993, principali indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri che in passato sono già stati archiviati dall’accusa di essere i mandanti esterni delle stragi dai tribunali di Caltanissetta e Firenze. Ma ci sono importanti novità emerse da una recente relazione della commissione parlamentare antimafia sulla bomba di Firenze a via dei Georgofili nella notte tra il 26- 27 maggio del 1993 dove morirono 5 persone tra cui una bambina di 9 anni e una di 50 giorni, principale estensore della relazione dell’antimafia è stato il procuratore Gianfranco Donadio (ex magistrato presso la DNA): “la commissione parte da un dato indiscusso, in via dei Georgofili furono collocati 250 kg di esplosivo, i mafiosi a Firenze disponevano all’incirca di 130-140kg di esplosivo, vi è una differenza di 100 kg, questi kg sono rappresentanti da esplosivo di natura militare, ad alto potenziale”.

Si tratta della teoria della doppia bomba, già emersa per la strage di Capaci (e anche per quella di Piazza Fontana, sebbene poi non si siano mai trovate prove a supporto)”.
Qualcuno che non è mafioso quindi aggiunge dell’esplosivo militare?

Nelle automobili dei mafiosi vi sono solo tracce di tritolo – risponde il magistrato – dobbiamo escludere che i mafiosi avessero altro, quindi altri hanno aggiunto alle cariche portate dai mafiosi esplosivo ad alto potenziale di tipo militare”.
La procura di Firenze ha sentito il capomafia Graviano che aveva raccontato di incontri con Berlusconi, smentiti da quest’ultimo. I suoi racconti si sono interrotti nel 2021, quando il parlamento ha cambiato la norma dell’ergastolo ostativo. Oggi questi boss che non hanno collaborato con lo Stato potranno uscire dal carcere, tenendosi i loro segreti.

È una norma che disincentiva la collaborazione con lo stato: il collaboratore per essere amesso al programma di collaborazione deve indicare tutti i beni non ancora confiscati, il boss che non collabora non ha questo obbligo.
Oggi la procura di Palermo deve indagare sulla struttura parallelo del Sisde, che dentro aveva personaggi come faccia di mostro e Contrada, racconta Marianna Castro compagna del poliziotto Giovanni Peluso: a Paolo Mondani racconta che ad uccidere Falcone sono stati i servizi, non i mafiosi.
Racconta anche del viaggio fatto da Peluso assieme a “faccia da mostro” a Milano all’indomani della strage al PAC, stessa storia successa con la bomba di Firenze.
Nei commando delle stragi di Milano e Firenze erano presenti delle donne, racconta oggi Donadio, questo escluderebbe la sola presenza dei mafiosi, come si è detto per anni.
Il lavoro dell’ex magistrato Donadio aveva concluso i suoi lavori nel 2013: i suoi lavori erano spariti dentro la sede della procura nazionale antimafia.
14 faldoni spariti che contenevano le piste più promettenti sulla strage di Falcone: la pista nera, il ruolo di Delle Chiaie e tutto quanto raccontato da Report nella scorsa puntata.
Questa sparizione fu scoperta dal pm Di Matteo, che fu incaricato di costruire un pool per indagare su queste stragi.
Avanguardia Nazionale era l’anello di congiunzione tra chi aveva organizzato le stragi italiane e la parte militare dell’eversione degli anni settanta: questo è quanto emerge oggi dopo le indagini su Bologna e Brescia.
Delle Chiaie aveva anche organizzato una campagna di depistaggio per inquinare l’informazione pubblica sulle stragi della strategia della tensione, con l’aiuto di avvocati e giornalisti. Che poi è quello che è successo in questi anni quando si parla di trattativa stato mafia o di Capaci.
La politica si chiude a riccio attorno al racconto dei buoni contro i cattivi, che salva la faccia allo stato e anche ai mafiosi.

26 aprile 2021

Come il Veneto ha gestito (male) la seconda ondata - anticipazione di Report

Sul Fatto Quotidiano di oggi trovare una anticipazione del servizio di questa sera di Report, su come la regione Veneto non ha gestito bene la seconda ondata.

Come in Lombardia, hanno prevalso altri interessi economici, di rapporti con le aziende del settore sanitario e le morti solo un effetto collaterale.

Test, ospedali e asintomatici: disastro di Zaia in autunno

di A. Man. | 26 APRILE 2021

Report torna in Veneto e racconta la seconda ondata, quella dell’autunno, molto violenta dopo che la prima era stata gestita con buoni risultati. Luca Zaia – il leghista capace, altro che Salvini e i disastri lombardi – era stato rieletto a settembre con uno stratosferico 78,79%. Poi però il virus ha fatto 7 mila morti tra ottobre e gennaio: “Duemila in più della media nazionale” dice Maurizio Manno del Coordinamento veneto sanità pubblica nel servizio di Danilo Procaccianti di Report (ore 21,30, Raitre). È come se in Italia in quei mesi fossero morte 64 mila persone anziché 50 mila.

Una falla era nei test antigenici rapidi, usati a profusione anche in ospedali e Rsa, contesti a rischio dove l’eccesso di falsi negativi (fino a uno su due) può fare disastri. In Veneto li ha fatti. Report documenta i tentativi di far passare sotto silenzio lo studio del professor Andrea Crisanti, già consulente di Zaia, sui limiti degli antigenici (Il Fatto ne ha scritto il 29 marzo). Alcuni medici presero le distanze dallo studio: “Siamo stati presi per collo e con tutte le relative possibili minacce sottostanti” dice un primario, registrato a sua insaputa. E il direttore della Sanità regionale, Luciano Flor, spiega: “Detto inter nos la ditta ci fa causa quindi meglio dire lo studio non c’è. Cazzo, glielo dico sette volte e non capisce…” dice di Crisanti. “Ora lui, cazzo, è un puro. È un ingenuo. Non riesce a star zitto”. No: vede un rischio e avvisa, fa uno studio e lo pubblica.

Il Veneto fu a lungo zona gialla – giova ricordarlo nel giorno delle riaperture – nonostante la più alta incidenza di nuovi casi. Allora contavano solo Rt e gli ospedali non troppo pieni. Report però ha verificato che per un periodo il Veneto dichiarava il 95% di asintomatici (esclusi dal calcolo di Rt, in media sono il 30/40%) e misurava l’occupazione delle terapie intensive su mille posti che, secondo le organizzazioni degli anestesisti, esistevano solo in teoria. Zaia si difende come può, Crisanti attacca, Sigfrido Ranucci riconosce al leghista capace di averci “messo la faccia”.