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24 aprile 2026

Le chiavi di casa di Patrick Fogli

 

È nato dal fuoco. Ogni volta che ripensa all’incendio, l’incendio che non lo ha mai bruciato, i suoi occhi vedono la stessa immagine. In quel fuoco è morto e in quel fuoco è risorto.

Cosa c’è di più rassicurante delle chiavi di casa, quelle che si tengono nelle tasche dei giacconi e che tiriamo fuori per entrare in quel luogo sicuro e protetto che è la nostra dimora.
Eppure anche le chiavi di casa possono essere qualcosa di inquietante. Specie se dietro quella porta all’ingresso si nascondono dei segreti.
Come quelle di casa Landi, una famiglia benestante della Romagna poco nota, ma a capo di un’azienda importante specializzata in forniture di servizi cloud..
In questo romanzone Patrick Fogli ci porta dentro un intreccio di storie, di personaggi misteriosi e di misteri pericolosi, per cui si può morire.

Per diventare una fenice serve una fiamma che ti bruci fino alle ossa.

Persone che sono rinate dalle loro ceneri, come una moderna araba fenice:

Persone che appaiono nella storia solo per un momento, per poi sparire subito, lasciandosi dietro una scia come una cometa:

L’uomo scende dall’autobus ed è come gettarsi in mare aperto.

[..]

È lì che succede. Prima che perda l’equilibrio qualcuno lo trattiene, gli mette una mano sulla schiena, lo affianca, lo prende per le spalle, sente un dolore al collo

E persone che hanno passato una vita a caccia di quei misteri, di quei segreti, come l’ex poliziotto Gabriele Riccardi (il protagonista del primo romanzo di Patrick Fogli – Lentamente prima di morire Ed. Piemme), oggi finito dietro ad un bancone di un bar.

Mi sono rassegnato da anni all’idea che non sopporto la gente. Strano, per uno che gestisce un locale. Meno strano se per metà della tua vita sei stato un poliziotto.

Ed è proprio Gabriele a provare a soccorrere l’uomo che scende dal bus - e che si stava dirigendo proprio al suo locale – negli ultimi istanti, dopo che qualcuno lo ha accoltellato lì, in mezzo ad una strada, davanti a quella massa di persone che anziché soccorrerlo lo stanno filmando come fosse una scena di un film.
Il morto si chiamava Lorenzo, era un senzatetto che spesso passava da lui, come in quel suo ultimo giorno di vita. Chi l’ha ucciso? Se stava andando da lui, voleva raccontargli qualcosa – sapendo la vecchia professione di sbirro di Riccardi?
Sono tutte domande che iniziano a girare nella testa dell’ex commissario della omicidi e che non lo lasciano in pace. Anche perché la sorella del morto, Giulia, gli chiede di fare una sua indagine.

La tua maledizione è voler rimettere le cose a posto, ma salvare il mondo, questo mondo, è un compito impossibile. Siamo due reduci, non solo per l’età.

Inizia così un’indagine personale dell’ex poliziotto sul morto, sul suo passato, sulle sue conoscenze, come era finito in mezzo ad una strada, sul fatto che ultimamente sembrava essersi ripreso.
Perché un professionista – perché chi l’ha ucciso si è mosso da esperto – dovrebbe voler uccidere un clochard? E poi quelle chiavi in tasca, quale porta aprono?

Gabriele Riccardi sente che non può fermarsi, anche se non conosceva quel morto, Lorenzo è venuto da lui, forse voleva dirgli qualcosa. Deve indagare, deve fare giustizia, deve scoprire il segreto che sta dietro questo delitto che interessa solo la folla di curiosi che ruotano attorno ad ogni morte violenta.

Ma questa non è la solita storia di una indagine, certo, c’è anche quello. Questo di Patrick Fogli – una delle migliori letture di quest’anno e forse degli ultimi anni – è una storia di misteri. I misteri che ogni famiglia si porta dentro. Quello di Lorenzo.

O quello della famiglia Landi – il cui ruolo nell’intreccio globale forse sfugge all’inizio: una famiglia sfortunata, a capo di una importante azienda di informatica, con importanti commesse con la pubblica amministrazione. Il padre e la madre morti in un incendio assieme al figlio Tommaso, un autentico genio.

Ma sono altri i segreti dentro questo intreccio: i segreti delle nostre vite, quelli che non confesseresti nemmeno al tuo migliore amico, ma che invece custodisci nel tuo cellulare. Pensando che il cloud sia sicuro. I nostri segreti custoditi in strutture lontano migliaia di chilometri che per qualcuno sono informazioni preziose.
Ci sono altri segreti, altrettanto pericolosi, quelli per cui vale la pena uccidere: i segreti della nostra povera Repubblica, dove il confine tra il bene e il male diventa sempre più labile. Dove finisce la ragione di Stato e dove iniziano gli interessi delle mafie, per esempio?

Cosa Nostra non è più quella di Nunia, di Candido Giulio, Riina, Provenzano. È tutto più sfumato. Dimenticati la cupola, il capo dei capi, tutta roba passata o quasi. È un potere diverso, meno evidente, più soffuso.”
“Più pericoloso.”

Segreti, dunque e chiavi che aprono porte che portano ad altri segreti. Pericolosi. Fino a che punto puoi spingerti per arrivare a svelare l’ultimo segreto? Cosa sei disposto a rischiare per arrivare alla giustizia?

Una volta ero un poliziotto. Un bravo poliziotto, dicevano, se sapessero la verità forse avrebbero un’opinione diversa. Di sicuro sono sempre stato capace di tenere le distanze, il modo migliore per resistere alla vita. Più di vent’anni fa ho arrestato uno dei mafiosi più ricercati d’Italia.

Segreti, ancora segreti, che portano ad altri segreti e che legano assieme un morto che torna a Bologna dall’oblio dentro cui si era nascosto, Lorenzo, la persona morta tra le braccia di Gabriele Riccardi. Ad Alice Landi, l’unica sopravvissuta della famiglia, oggi in carcere perché ha ucciso il figlio. Ad uno strano mafioso, anche lui sopravvissuto ad una stagione in cui la mafia aveva un’altra pelle e si poteva ancora riconoscere.

Ma in questo romanzo si parla solo di segreti, di omicidi, di sbirri e di criminali: con una estrema delicatezza Patrick Fogli riesce a parlare anche del rapporto genitori-figli che si inverte quando sei tu figlio a doverti prendere cura del padre. Solo chi è passato per certi momenti difficili riesce ad apprezzare in pieno quelle pagine.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Sem , il pdf del primo capitolo e il blog dell’autore.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


03 maggio 2022

Così in terra Patrick Fogli

 


Sono una donna e un bambino. È il crepuscolo, è primavera, la stagione sta per finire, il giorno sfuma a incontrare la notte e loro camminano, la strada è una striscia di terra chiara in un parco di larici e non c’è nessuno, uno degli attimi di quiete irreale in cui il mondo è libero dai suoi affanni, solo le ombre annacquate al suolo, la doppia scia di un aereo fra il verde brillante degli aghi, il bisbiglio discreto del vento…

Credo che Patrick Fogli con Così in terra (ed. Mondadori) abbia scritto il libro più stimolante e profondo (per le domande che solleva), anche in senso religioso, degli ultimi anni.

E il fatto che questo libro, che fa nascere tanti interrogativi sul fine delle nostre vite, sia stato scritto da uno da uno scrittore di gialli, di sinistra, non deve sorprendere, semmai testimonia la bravura dello scrittore.

Il romanzo si apre con una donna e un bambino, madre e figlio. Stanno camminando da ore e non sappiamo, ne sapremo mai, da dove sono partiti, né del perché di quel viaggio. Nemmeno sappiamo come abbiamo fatto a varcare il cancello dell’orfanotrofio, perché le suore lo chiudono sempre.

Quel bambino si chiama Daniel, ha cinque anni quando viene accolto da suor Anna, in una struttura dove si trovano altri bambini, anche più grandi di lui. La madre muore la stessa notte, così Daniel rimarrà in questa “casa” speciale, senza genitori, fino all’adolescenza.

Chi è questo bambino, cos’ha di speciale, come mai è arrivato quella sera? Sono tanti i misteri che si celano in questo romanzo dove Patrick Fogli abbandona il giallo, come già aveva fatto nel precedente “A chi appartiene la notte”, per portarci dentro un mistero ancora più grande. Forse il mistero più grande di tutti: quello della nostra esistenza, di quello in cui crediamo, di quello a cui siamo stati destinati.

In un flashback avanti e indietro nel tempo, scopriremo pezzo dopo pezzo la vita di Daniel: nel tempo presente è un famoso illusionista, forse il più bravo al mondo, capace di fare numeri mai tentati prima da nessuno. Ma Daniel, il cui volto è noto in tutto il mondo, è anche presidente di una fondazione benedica, il cui simbolo è una M, che ha come compito aiutare i bambini e le persone in difficoltà. Come, anche, le persone che attraversano il nostro mare per cercare una vita migliore e sfuggire dalla miseria.

Era iniziato tutto tanti anni prima quando, chiuso in un bagno, un ragazzino più grande di lui voleva fargli del male. E poi quando aveva iniziato a fare i primi giochi di prestigio nell’orfanotrofio, grazie a quel dono ricevuto non per caso (la scatola della magia, con l’immagine del mago Silvan). Intuire i pensieri di Suor Anna, come anche i pensieri delle persone a fianco. È come un’inondazione che gli arriva addosso, tutto quel flusso di pensieri, emozioni, dolori, tanto che per proteggersi deve alzare una sua difesa, una diga, ascoltando della musica, ripetendosi una filastrocca per illudere la sua stessa mente.

Quando la marea esplode per la prima volta, è come se all’interno del cranio una piccola porzione di osso si fosse crepata.

Da adulto riscopriamo Daniel famoso e ricco, un mago riconosciuto in tutto il mondo: cosa ha fatto nel frattempo, una volta uscito dall’istituto delle suore, lo apprenderemo poco alla volta. Ora, dopo anni di successo passati a girare il mondo nascondendo quel suo trucco, quella sua abilità dietro la finzione - Un mago è solo un attore che recita il ruolo di un mago - è arrivato per lui il momento di tornare a dare una risposta a quelle domande sul suo passato.

A far scattare questa necessità il ritorno all’istituto e alla tomba della madre, Maria (e non è un caso, così come la suora che lo ha accolto la prima sera che si chiama Anna): un luogo da cui non era mai ritornato, nemmeno una volta diventato famoso: chi era quella donna che l’ha portato per mano nell’orfanotrofio e di cui oggi non ricorda quasi più nemmeno il volto? E chi era mio padre? Cosa ci ha portati in quel posto, quella sera? Perché questo dono, così ingombrante da non poter essere rivelato a nessuno?

La mia vita è una menzogna fin da quando ero bambino. E a forza di essere vento non si trova più la strada.

Sono domande importanti, perché quel segreto che porta dentro inizia a pesargli sempre più: un segreto che lo costringe a non potersi confidare con nessuno, nemmeno con la donna che ha amato e che per vigliaccheria non ha voluto salvare. Nemmeno con Adele, la sua collaboratrice.

Daniel non è un illusionista come gli altri, quello che desidera si avvera nella realtà.

Un mago è solo un attore che recita il ruolo di un mago. E io non sono un mago. Tu puoi fare qualsiasi cosa.

Questo potere ha un costo: il costo di non poter avere una vita normale, di non avere radici, di doversi difendere da quell’inondazione di pensieri innalzando una diga. Se hai il potere di strappare la vita di una persona dalla morte, come fai a scegliere chi salvare e chi no?

Oggi Daniel è un uomo in cerca di risposte, sulla sua identità, su quel suo dono, su quello che è destinato a fare. Un uomo che ha paura di sé stesso:

Ora, invece, so che è paura. Paura di quello che sono e di quello che potrei essere. Cosa. Chi. Ho il terrore dell’uomo che vive in questa casa, quando i riflettori si spengono.

Le risposte, che Daniel ha già intuito da solo, arriveranno da un prete di montagna, padre Simone, con cui si confronterà più volte nelle lunghe camminate in mezzo al verde e al silenzio della natura, dove oggi Daniel si è isolato. Solo, assieme ad un gatto selvatico di nome Zeus, di fatto il padrone di casa.

Un uomo, nato senza padre, capace di compiere miracoli, come un superoe, come per esempio Logan, il personaggio dei fumetti Marvel che leggevano di nascosto dentro l’orfanotrofio.

O forse più di un supereroe. Un uomo capace di volare, di far sbocciare i fuori, guarire una frattura, che ha scelto di nascondersi quella facciata di illusionista e che oggi si chiede se non abbia solo buttato via la sua vita.

Deve fare un ultima cosa, prima di abbandonare le scene, un ultimo gioco di prestigio, o forse un ultimo miracolo. Smettere di sopravvivere per vivere, un’ultima volta.

Si mescola tutto in questo romanzo, magia, religione, mistero, in un racconto che non consente pause, costringe il lettore a non poter interrompere la lettura, per scoprire un pezzetto del passato di questo ragazzino così fragile e solitario, che diventerà poi un uomo tanto famoso quanto solo.

Ci sono tre religioni monoteiste. Tutte e tre sono convinte di avere ragione. E la tua scienza e la tua logica insegnano che non può essere vero.

Sono tante le riflessioni che nascono a fine lettura, e che toccano temi profondi delle nostre vite, su quello che siamo stati chiamati a fare. Se quel ragazzo fossi io, coi suoi poteri come Dio, che uso ne farei? Si parla di religione e di ateismo, delle maschere che indossiamo per nasconderci, dei sensi di colpa e dei rimpianti per quelle cose che non abbiamo fatto, di dolore e di speranza. Di miracoli e di atti di fede.

Forse, l’insegnamento che arriva a fine libro, è l’unicità della nostra stessa vita ad essere, allo stesso tempo, il miracolo più grande e il mistero più grande.

La scheda sul sito di Mondadori

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03 agosto 2020

2 agosto quarant'anni dopo - da Il tempo infranto

Per il 40 esimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, lo scrittore Patrick Fogli ci regala un pezzo del suo romanzo "Il tempo infranto": il pdf lo trovate qui al link
Sto dormendo, pensa la ragazza.
Sto dormendo in una casa di sabbia che si sbriciola a ogni respiro. Grani sottili e pesanti che mi cadono sul viso, che si mescolano all’aria e al respiro.
Sto soffocando, pensa la ragazza.
Sto soffocando un po’ di più per ogni respiro con cui cerco di vivere. Inalo la realtà spezzata in frammenti, in briciole, in polvere, finché i polmoni non saranno pieni.
«Devo svegliarmi» dice la ragazza. Palpebre incollate al viso e una strana pesantezza alle gambe e a un braccio. Sapore salato sulle labbra e in bocca. Qualcosa di caldo che le sfiora una guancia.
Ticchetta, come un lavandino di notte.
E per ogni rintocco qualcosa si muove.
Tic.
Un brusio, lontano. Come quello dei frigoriferi di notte.
Tac.
Una fitta di dolore che le attraversa una coscia. Improvvisa come una risata, dura come un crampo.
Tic.
Qualcuno che piange. O forse non piange, cerca di parlare, cerca di dire qualcosa. Ma non ci sono parole, non in quel suono.
Tac.
Una vampata di luce, attraverso il soffitto. Qualcosa che si muove, che si sposta in un rumore di ferraglia. Un treno che esce dai binari, forse.
Tic.
Un treno.
Tac.
Ero su un treno.
Tic.
No, dovevo prendere un treno.
Tac.
A Bologna.
Tic.
Oggi è sabato.
Tac.
E c’era mia figlia.
Tic.
Mia figlia.
Tac.
Mia figlia!
Tic.
Dove sei?
Tac.
«Una barella!» urla qualcuno. E la ragazza capisce di essere sveglia.
E non c’è soffitto. Non c’è rumore.
Non c’è nessuno che parla perché è lei che parla.
Non c’è nessuno che chiede aiuto, perché quando apre bocca non riesce a parlare.
Non c’è soffitto, ma solo lamiera. Lamiera sopra e lamiera sotto. E blocchi di cemento che ti premono sul corpo, che ti schiacciano le gambe e un braccio. E non c’è nessun rubinetto che ti gocciola sul viso, ma lunghe e spesse e vive gocce di un liquido denso che potrebbe essere sangue.
Non c’è più niente. Solo macerie. E anche lei è diventata maceria.
Sono come un sasso, pensa, sepolta sotto il crollo della sala d’aspetto di seconda classe.
E vorrebbe gridare, ma non ha polmoni, né parole, né suoni, né lacrime per piangere.
Solo dolore. E sangue e fiato mescolati alla polvere.
«È ancora viva» dice qualcuno.
E la ragazza sviene prima di capire se sta davvero parlando di lei.

11 ottobre 2019

Il signore delle maschere Patrick Fogli



La notte sembra tiepida.Nel pomeriggio ha minacciato di piovere, poi un cielo grigio e pesante ha lasciato il posto a un'improvvisa stellata e ora è tutto calmo, in attesa, perfetto.L'uomo indossa solo l'abito talare. E' immobile sotto al portico, guarda la piazza e la folla che riempie ogni angolo nel cerchio delle colonne e lungo la strada. Ha visto arrivare i primi nel pomeriggio, dalle finestre del palazzo Apostolico e ora vorrebbe fissare nella memoria i volti, il colore degli occhi, dei capelli, l'incarnato, conoscere i nomi, quale lingua parlano, i loro pensieri, la loro storia.

Un romanzo di Patrick Fogli è come un viaggio in compagnia di persone che non conosci, per una meta lontana di cui hai solo sentito parlare. Anche se hai timore di quello che incontrerai, non puoi fermarti, non puoi smettere di leggere e arrivare alla fine.
Costruito attorno alla struttura di un thriller, con una caccia all'uomo che ricorda il celebre “Il giorno dello sciacallo”, Il signore delle maschere è un romanzo che parla di vite vissute, di vite inventate anche se verosimili, di vite strappate e di vite che sarebbero potute diventare.
Vite che si ispirano alle storie prese da diversi romanzi (Borges, Carrere, Cunningham) e pure da film (Il cielo sopra Berlino, Roma città aperta).

Il signore delle maschere è un uomo capace di indossare mille maschere e diventare mille persone diverse senza essere mai nessuna di queste.
Maschere indossate per uccidere le sue vittime, lasciando un'antica moneta romana sul luogo del delitto come firma personale.
Sono le monete per il barcaiolo che trasporta le anime all'inferno, come ha raccontato Dante nella sua Comedia, ed è per questo che la squadra dell'antiterrorismo che da anni lo sta inseguendo lo ha chiamato Caronte.
A volte si chiede chi sia il cacciatore e chi la preda”.

Caronte non un killer di professione, forse è più simile ad un terrorista che insegue un suo ideale insanguinato di giustizia per colpire i suoi obiettivi, in modo implacabile e sfuggente: nelle prime pagine lo vediamo entrare in Vaticano e arrivare ad uccidere il papa ed andarsene via indisturbato.
Per andare poi ad acquistare delle vecchie mappe da un collezionista (cosa dovrà farci? Qual è il suo obiettivo?)
Addio, mister White. Forse ci rivedremo, prima o poi”. 
Caronte si limita ad un lieve cenno del capo.Potrebbe succedere, pensa, dal momento che non ti ucciderò. 
Combatto i mulini a vento” dice. “Ecco qual è il mio lavoro. Solo che i miei, quasi sempre, finisco per sconfiggerli”.

Laura è la seconda protagonista: un passato di cui sappiamo poco, se non dei tanti abbandoni; un futuro che immagina pieno di rimpianti per delle scelte fatte.
Rimpiangerò le liti con mio padre e pregherò un dio a cui non riuscirò a credere nemmeno allora, perché mi restituisca il tempo che ho buttato a rivendicare l'indipendenza, invece di lasciarmi guidare, a diventare me stessa invece della figlia che avrebbe voluto.
Un presente vissuto attraverso due facce distinte.
La faccia dell'insegnante di lettere, severa coi suoi alunni.
La faccia di Arianna, il primo anello di una catena di una misteriosa organizzazione che ha lo scopo di far sparire le persone che desiderano lasciare la faccia della terra.

Anche qui torniamo al tema del libro: inventarsi vite, inventarsi un passato, delle storie, dei personaggi: è questo il compito di Laura, o Arianna, sincerandosi che non siano persone che fuggono dalla legge per crimini.
Per ciascuno di questi, Laura deve costruire una nuova storia, prendendo a prestito le storie dei libri
.. Fai sempre così? Una storia dentro una storia, la realtà la finzione? La pagina dopo, quella che avresti dovuto sfogliare se il libro non fosse finito?”
A volte non sono libri. La gente legge molto poco”. 
Cosa conta? Vivono la vita di un romanzo che non conoscono. E quella vita fittizia salva la loro vita reale”. 
La guarda, sorride. “Il potere delle parole”.

Cosa c'entrano Caronte, l'assassino misterioso, che forse è solo un fantasma, con Laura la donna che vive sola, ma non solitaria (una figlia che abita lontano, un gatto apparso dal nulla, un amicizia costruita attorno ad uno scambio di mail)?

Rimpiangerò le liti con mio padre e pregherò un dio a cui non riuscirò a credere nemmeno allora, perché mi restituisca il tempo che ho buttato a rivendicare l'indipendenza, invece di lasciarmi guidare, a diventare me stessa invece della figlia che avrebbe voluto.

In una vita precedente, forse Caronte si era rivolto proprio all'organizzazione di Laura, o Arianna, per sparire.
Solo per poco, Laura lo ha visto, lo ha ascoltato mentre parlava e per lui ha inventato una storia, una nuova vita: un giorno due uomini in borghese, poliziotti della squadra dell'antiterrorismo bussano alla sua porta e le fanno una proposta che non può rifiutare. Consegnare la lista delle persone che negli ultimi anni ha incontrato e per cui si è inventata una nuova vita, di cui ha cambiato il destino.

Così, i capitoli del libro si sdoppiano: da una parte osserviamo Caronte cambiare nuovamente identità diventando un finanziere di quelli che assommano una grande ricchezza e un forte riserbo, che deve organizzare una cena a Venezia, per raccogliere fondi da investire in cause nobili, borse di studio per studenti provenienti da paesi africani.

Dall'altra seguiamo Laura, che si mette alla ricerca delle persone della sua lista, il cuoco, il medico, il testimone di un delitto, alla ricerca di un particolare, di un segnale che le faccia individuare Caronte.
Cosa ha in mente questo assassino, dall'apparenza così fredda ma la cui notte è popolata da incubi con al centro un bambino, delle cantine grigie e la sensazione di vuoto per una caduta dall'alto?
Come un giocatore di scacchi, sta piazzando le sue pedine per raggiungere un obiettivo che, piano piano sembra diventare più chiaro.

Una partita a scacchi che culminerà nel finale, in cui si comprenderà meglio la natura dei due personaggi, Laura e Caronte, così diversi tra loro ma così simili e uniti, non solo per quel breve incontro di 15 anni prima.

Cambi di identità, salti di scena dall'America all'antica Europa, Parigi, Milano, Venezia; delitti compiuti senza lasciare traccia, l'incubo del terrorismo e dell'attentatore che possa colpire indisturbato in una delle capitali europee: ne Il signore delle maschere ci sono tutti gli ingredienti di un thriller in cui la tensione cresce con lo scorrere delle pagine.
Ma è anche un romanzo che parla delle nostre vite, delle nostre identità, ci si interroga sul chi siamo e su quale sia il nostro destino.
Non esiste un destino già scritto, ineluttabile: lo spiega l'autore, Patrick nell'intervista che potete leggere sul sito La bottega del giallo:
 Sia Laura che Caronte escono dalla storia molto diversi da come sono entrati. E intendo proprio dal punto di vista del modo di vivere. Quando li incontriamo per la prima volta sono entrambi a uno snodo cruciale della loro vita. Laura, di fatto, ha perso quasi ogni legame. È una donna solitaria – non sola – che però fatica a trovare il suo posto nel mondo e a saldare le sue tre vite.Caronte, invece, ha un’opportunità che aspetta da sempre, si potrebbe dire da quando è nato e sa che coglierla cambierà tutto. Un cambiamento che, razionale e metodico com’è, cerca di programmare, riuscendoci fino a un certo punto. Chi siamo davvero? Qual è il nostro posto nel mondo? In fondo chiamiamo destino una specie di percorso ineluttabile che avviene semplicemente perché noi siamo quello che siamo. Quindi se Caronte e Laura cambiano il loro destino e se lo cambiano le persone che Laura aiuta a scomparire, lo fanno solo perché hanno deciso di diventare diversi. O di accettare finalmente quello che sono, che in fondo è la stessa cosa.


La scheda del libro sul sito di Mondadori
Il blog di Patrick Fogli
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06 febbraio 2018

A chi appartiene la notte, di Patrick Fogli



Incipit
Guarda e sotto ci sono tutte le luci del mondo.Sono case e paesi, stalle e fattorie, insegne di locali e fabbriche. Sono punti colorati, bianchi, gialli, qualcuno rosso, immobili o balbettanti come candele. Sono strade, alcune soltanto una sfilata di lampioni fiochi, altre spesse come dita, un fiume di luce incandescente che taglia il nero della valle. 
Sono auto e moto e motorini, macchine volanti se la terra fosse cielo, appaiono e scompaiono, dietro una curva, in una strada, oltre una casa, annegano, riemergono, annegano di nuovo.

E' notte e senti dei rumori.
La tua parte razionale cerca di capire quale sia l'origine di questi rumori, se è un rumore di un orologio, di un elettrodomestico.
Ma dentro la tua testa, una parte di te sa che che nel buio potrebbe esserci qualcuno o qualcosa. Sai che è impossibile, perché i mostri non esistono, come non esistono i fantasmi né le creature della notte ..
Ma non c'è niente da fare: più ci pensi, più ti nascondi sotto le coperte per non vedere.
E aspetti la luce del giorno, sperando che questa spazzi via tutte le paure, tutte i sogni e gli incubi che appartengono alla notte.

Ditemi se non è mai capitato anche a voi.
Perché questa è la sensazione che rimanere alla fine delle pagine dell'ultimo romanzo di Patrick Fogli, “A chi appartiene la notte”: un lungo racconto in cui c'è dentro molto del mondo dell'autore, a partire dall'ambientazione, sull'Appennino reggiano, vicino alla Pietra di Bismantova, una rupe che si affaccia sull'abisso, un posto allo stesso tempo bello da mozzare il fiato, ma che la notte fa paura. La roccia, le luci che si accendono, il bosco e i suoi rumori, le tante leggende che si raccontano ..

“Doveva arrivare al baratro perché la paura svanisse”.

In questo romanzo c'è una donna, Irene, in cerca di una verità razionale sulla morte di un ragazzo, Filippo, morto cadendo dalla Pietra in una notte stellata.
Una donna che è stata famosa per le sue inchieste giornalistiche tanti anni fa, fino a quando qualcuno l'ha tradita e da allora si è andata a rifugiare nella sua casa materna, la Contessa. Isolata dal mondo.
C'è una donna, Dorina la madre di Filippo, che non si rassegna a questa morte.
C'è infine un'altra donna dai capelli rossi, Ortensia, che osserva quella notte: è morta tanti anni prima ma è ancora viva.

Mentre una donna con i capelli rossi guarda fuori dalla finestra, un'altra donna accarezza il suo gatto. Una donna che è stata famosa e poi desiderata e poi odiata e poi sconfitta. Una donna con molte vite, in attesa della metamorfosi definitiva, di un nuovo guscio da rompere, di certezze da distruggere per crearne di nuove. 
Uova. Bruco. Crisalide. 
Il ragazzo tocca il suolo.La farfalla batte le ali. 
Le condizioni iniziali mutano. Tutto è già cambiato, nessuno di loro lo sa.

Irene è stata una giornalista, prima di finire in quel paese sulle montagne dell'Appennino: una giornalista famosa e in gamba, col pallino di andare a caccia delle bufale, perché interessata al modo in cui proliferano, al modo in cui diventano virali. Bufale che raccoglie nella sua “stanza della verità”:

Colleziona bufale. Dalle storie improbabili alle menzogne da primato. Costruzioni fantasiose in cui una parte del mondo crede ciecamente e su cui ragiona, agisce, vota, manovra consenso o lo crea. Tutto quello che è uscito dalla nicchia dell'assurdo per sfociare nel quotidiano. E' il piccolo recinto in cui ha conservato, come la cellula in vetrino di una vita preziosa, una porzione di sé che credeva estinta. Le scova online, sui quotidiani, al telegiornale, con il fiuto di chi ha passato la vita a cercare le risposte.[..] 
Le ho spiegato che non sono le bufale che mi interessano, ma le conseguenze. Ognuno può credere a quello che vuole, la questione si complica quando il delirio non è più la mani di un singolo. Ho ancora in mente quella frase di mio nonno che citava spesso anche mia madre. 
Non mi fa paura chi pensa che Cristo sia morto dal freddo, mi fa paura chi crede che sia vero.Le bufale votano, ho detto a Greta. Muovono opinione, quando sono ben fatte diventano anche difficili da smascherare e una volta che hanno preso il largo è impossibile renderle innocue.


Ortensia è la donna che è morta tanti anni prima, anche se ancora viva: non stupitevi dell'incongruenza, non sarà l'unica cosa non razionale in cui vi troverete davanti.
La sua è una storia di violenza, nascosta dal mondo in uno spazio ristretto, per salvare la sua vita. E per ucciderne un'altra
Voglio essere chiara fin da subito.La mia è una storia piena di silenzi, di incubi e di morte. 
E' una storia violenta, come tutte quelle di chi sopravvive.

L'inchiesta di Irene parte dalle cose che Filippo ha lasciato. Le foto ad un borgo abbandonato, il racconto in stile fantascientifico che stava scrivendo. Fino a degli strani festini in cui Filippo potrebbe aver partecipato dove si entrava nascosti dietro una maschera, come nel film Eyes wide shut, tenuti in un locale della zona nelle sere di chiusura.
«Vuoi dei nomi? Io. Non ne conosco altri. Nessuno ha una faccia, la dentro. La faccia non conta, la faccia è un'impronta digitale. Nomi, visi, tutto rimane fuori. Deve rimanere fuori.»

Per questo è stato ucciso? Per quello che ha visto e che non doveva raccontare a nessuno? Per la sua curiosità?
Ci sono poi le storie, le tante storie, attorno al borgo abbandonato di “Case Vitali”: storie che parlano di morti improvvise, di gente scomparsa e di gente che è arrivata da lontano.
«Quante ne ha, di queste storie?»«Parecchie, la maggiorana assomigliano a quelle che le hanno raccontato. Il mistero, il gotico, l'occulto, le ossessioni, le maledizioni hanno sempre concimato le storie migliori. 
Mary Shelley, Bram Stoker, Poe, Stevenson. La paura è un collante straordinario per le parole. E anche una catarsi. Può immaginare quanti racconti sono nati intorno a rovine come quelle.»

Il viaggio di Irene inizia a diventare un viaggio sul suo passato, per chiudere per sempre tutti quei punti aperti del suo passato di giornalista che ha lasciato in sospeso.
Ma è anche un viaggio in cui si trova di fronte ad una realtà cui non riesce a dare una spiegazione: strani segni sugli alberi, gli incubi che le fanno compagnia la notte, le strane sculture di un Pittore. Strane perché evocano forme mostruose, strane perché nascondono qualcosa, quelle ossa, quei tentacoli, quelle fauci spalancate ..

Ora lo insegue a distanza, quel ragazzo, una briciola di pane dopo l'altra, un percorso confuso come come un disegno sulla sabbia, sensibile come un refolo di vento, pronto a cambiare e a scomparire in un attimo. 
Un viaggio nel viaggio, con una destinazione forse impossibile, pieno di deviazioni, dubbi, domande inespresse, altre storie da raccontare. Un viaggio in cui Filippo scompare spesso all'orizzonte o diventa un'ipotesi da verificare.Un viaggio che non può fare da sola.

Un viaggio che si trasforma in una discesa all'inferno: non ci sono gli incubi la notte. Quei suoni nel bosco la notte, quelle forme. Ci sono quei festini, sempre la notte, in cui si trovano clienti e fornitori, senza alcuna remora o freno morale. Senza alcuna inibizione. Prede e predatori, tutti nascosti dietro una maschera.

Sul tavolo, un ragazzo e una ragazza.Sono nudi.sono legati a pancia sotto.Lei ha i capelli che le nascondono il viso e tiene la faccia appoggiata, per non vedere. Lui ha i capelli biondi rasati sulle tempie, tiene la testa sollevata,a fatica si obbliga a guardare. Resiste un po' e lascia cadere il capo. Solo qualche secondo e ricomincia. 
Ha la maschera di Iron Man, una macabra e inconsapevole ironia.Appoggiato in un angolo c'è un tavolino di metalli lungo due metri.Ci sono una lametta, un martello, dei chiodi, un portacenere, due pacchetti di sigarette, una sigaretta accesa, diverse sigarette spente, oggetti di metallo appuntito che Irene non riconosce. A terra, come briciole di pane che conducono ad un incubo, otto gocce di sangue, rosso come non ne ha mai viste.

C'è una donna in cerca di una verità, di un perché: perché un ragazzo si è gettato da una rupe.
Di chi si nasconde dietro le maschere nei festini.
Di cosa si nasconde dietro le sculture del “pittore”, un enigmatico artista che vive in una villa vicino al bosco che pure Filippo aveva incontrato.
Del segreto nascosto dietro quel Borgo, da cui tutti sono scappati, avvolto dal bosco come una morsa che soffoca e non protegge.

«Ci sono i borghi abbandonati. I racconti del Pittore. Le sue sculture e quello che contengono. I simboli, sulle case e nel bosco. Filippo che sale sulla Pietra di notte, sempre vicino a uno di quei globi di luce»

Del segreto delle sparizioni di tanti ragazzi, morti forse, i forse non morti come Ortensia che, alla fine rivelerà ad Irene il segreto. L'orrore:

Ecco perché sono qui.. Tu sei il motivo.Io conosco l'orrore.E ora cercherò di spiegarti cosa significa viverlo.

Cosa c'è di reale e cosa c'è di inventato in queste storie? Possiamo veramente dire che tutto ciò che non riusciamo a provare è falso o inventato? Ci sono storie che attraversano la notte e che, nel buio, assumono forme reali. Che fanno paura: perché, come impara Irene “ogni storia inventata contiene una storia vera”.
Cosa penseresti se ti dicessi che quel male senza nome potrebbe esistere davvero, là fuori, in attesa da sempre? 
Riusciresti ancora a vivere?

Parte della verità porta lontano nel tempo, in un patto sancito da cinque famiglie abitanti in cinque frazioni diverse della zona.
Un patto basato sul sangue per garantire prosperità e salute a queste persone. Una vita in cambio delle loro vite.

Tutto falso? Tutta un'illusione? Solo perché alla luce del risveglio, la mattina successiva, tutto svanisce per sempre?

Ciò che appartiene alla notte, appartiene alla notte, le illusioni durano un istante e quando se ne vanno non sono mai esistite.Come i sogni, i miraggi, i miracoli, gli incubi e i demoni.

A chi appartiene la notte è la storia di un mistero. Di un ragazzo intelligente che giovava a calcio che muore in una notte, su una Pietra.
E' la storie di donne.
E' la storia di una terra e delle tante storie che si tramandano.
E' una storia che parla di famiglie, di prendersi cura delle persone, del razionale e dell'irrazionale.

La scheda del libro sul sito dell'editore Baldini&Castoldi
Il blog dell'autore Patrick Fogli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

02 febbraio 2018

Le bufale e le mezze notizie

Poco tempo dopo aver scoperto la stanza della verità, Greta mi ha chiesto perché sono così ossessionata dalle bufale. Le ho spiegato che non sono le bufale che mi interessano, ma le conseguenze. Ognuno può credere a quello che vuole, la questione si complica quando il delirio non è più la mani di un singolo. Ho ancora in mente quella frase di mio nonno che citava spesso anche mia madre.Non mi fa paura chi pensa che Cristo sia morto dal freddo, mi fa paura chi crede che sia vero.Le bufale votano, ho detto a Greta. Muovono opinione, quando sono ben fatte diventano anche difficili da smascherare e una volta che hanno preso il largo è imopssibile renderle innocue.Patrick Fogli - A chi appartiene la notte, Baldini e Castoldi editore

Più che le fake news temo quelli che ci credono, quelli che non hanno la preparazione o il tempo o la voglia per verificare.
Più che le bufale, notizie false a cui credono solo i boccaloni, temo le mezze notizie, mezze verità, fatti di cui si racconta solo quello che fa comodo.

I dati sull'occupazione elaborati dall'ISTAT che raccontano di un paese con meno persone che cerca lavoro, di un paese dove aumentano i contratti da precari e dove i contratti a tempo indeterminato (per finta) ci sono stati solo quando lo Stato ha finanziato le imprese.
Ma questi dati sono stati presentati come un successo del jobs act.

I dati sulla lotta all'evasione: abbiamo recuperato 20, anzi 25 miliardi dalla lotta all'evasione.
Peccato che in questi numeri siano stati messi i condoni e la normale opera di accertamento fiscale ai contribuenti: si è chiamata lotta all'evasione quello che è il normale lavoro dell'Agenzia delle Entrate.

Luciano Cerasa sul Fatto Quotidiano:
Vediamoi dati. I 20,1 miliardi incassati nel 2017 sono attribuiti alla “attività di recupero dell’evasione fiscale”,così reperiti: 6,5 miliardi con la rottamazione delle cartelle (ri-mangono insospeso almeno 44 miliardi non ri-scossi) e 1,3 mi-liardi dai contri-buenti che dopo aver ricevuto u-na lettera di cortesia pro-pedeutica alla canonica cartella e-sattoriale nel dubbio hanno pre-ferito pagare spontaneamente.Solo 900 milioni sono arrivati dalvero recupero delle somme evasecon la riscossione dei “ruoli”, cioè l’attività che compie l’erario nel momento incui, accertato l’inadempimento del contribuente edecorsi i termini di legge, in-carica l’Agente della riscos-sione di avviare l’esecuzione forzata. La prima versio-ne della Voluntary disclo-s u re , altro provvedimento“una tantum”della catego-ria condoni, ha portato uno strascico di entrate per 400 milioni. Altri 11 miliardi, in-scritti a forza dal go-verno in quota“lotta all'evasione”, sono affluiti dai versa-menti fatti con il mo-dello F24 dai contribuenti a seguito dei controlli del fiscali
Siamo i campioni della lotta all'evasione? Peccato che qualcuno a questi spot elettorali crederà pure.

Viva le imprese che vengono in Italia ad investire e creare occupazione: quante volte lo hanno ripetuto?
Aziende come Amazon che ora sta creando nuovi hub dove forse i dipendenti (ma è giusto chiamarli così) sperimenteranno il braccialetto elettronico che monitora il loro lavoro.
Come si chiama questo? Telecontrollo? Grande fratello?
Aziende come Eataly, private ma che godono di sgravi e di facilitazioni dallo Stato (l'appalto senza gara a Milano, la concessione dei terreni a Bologna) che creano la grande Disneyland del cibo, FICO con dipendenti interinali usa e getta.

L'eccellenza della sanità lombarda: ieri sera il TG regionale lombardo ha mandato in onda un servizio in cui Assolombarda lodava il sistema sanitario in regione, quello privato non quello pubblico.
Che bello, siamo un'eccellenza, che attrae anche tanti pazienti da fuori regione e fuori dall'Italia magari: il turismo sanitario - così veniva chiamato.
Persone che dove vivono non hanno diritto ad una sanità pubblica che funziona, che ti cura e che devono spostarsi, pagando con le loro tasche, l'inefficienza dello Stato.
E il privato, che pure gode degli aiuti dello Stato (in Lombardia distinguere pubblico e privato è difficile), gode: lo ha raccontato Presa diretta due lunedì scorsi, facendo del vero giornalismo, coi due genitori palermitani costretti a curare il figlio a Milano.

Sempre a proposito di eccellenze italiane e di Milano: stiamo per incappare in una nuova infrazione dall'Europa per gli inquinanti nell'aria.
Ce lo chiede l'Europa: di non far ammalare le persone (e anche i bambini, dunque) con le polveri sottili, ma non c'è niente da fare.
Da quell'orecchio l'eccellenza lombarda (la regione, il sindaco, Assolombarda) non ci sentono. 

Gianni Barbacetto, citando il rapporto di Legambiente:
Milano se la gioca con Torino, ci ha raccontato la classifica 2017 stilata da Legambiente su dati dell’Organizzazione mon-diale della sanità. La concentrazione massima media annuale di polveri sottili(Pm10) è registrata a Torino (39 micro-grammi per metro cubo) e a Milano (37). In questa brutta classifica battiamo Siviglia,Marsiglia e Nizza, dove la concentrazione media annuale di Pm10 è di 29. Roma, per dire, si piazza alla pari di Parigi, al settimo posto, con 28 microgrammi per metro cu-bo. Ci consola poco sapere che tutte le città italiane incluse nel rapporto superano am-piamente il valore limite indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità per la salvaguardia della salute umana, che è di 20 microgrammi per metro cubo, come media annua di Pm10. Anche perché Mi-lano, che se la tira tanto, non soltanto è inquinatissima, ma proprio non dà segni di miglioramento. La media annuale di Pm10 è stata di 35 microgrammi nel 2014, di 41nel 2015, di 36 nel 2016. A Torino è passata,nei tre anni, da 35 a 39 a 36. Altalenante, ma non in un trend che indichi che stiamo andando verso la soluzione del problema. 
IL CONFRONTO con le città europee, che noi milanesi facciamo sempre dandoci arie die ssere l’unica metropoli italiana veramente europea, questa volta non ci fa fare bella fi-gura: Stoccarda, Barcellona, Dortmund e Berlino registrano 24 microgrammi, Gla-sgow 23, Bordeaux, Londra e Leeds 22, Mo-naco 21, Madrid 19, Valencia 17 e Liverpool14. Greenpeace, tanto per non farci man-care niente, ha reso nota una sua ricerca sull’inquinamento da biossido di azoto(No2) che non ci migliora l’umore: Milanoe Torino hanno valori superiori agli 80 mi-crogrammi per ogni metro cubo d’aria, più che doppi rispetto all’obiettivo sanitario indicato dall’Oms. 

Questo è lo stato dell'informazione: veramente pensiamo che il problema sia la foto dei funerali di Riina, finta?

02 agosto 2017

Bologna, 37 ani dopo quella bomba

Chi ha messo la valigia nella sala d'aspetto della stazione di Bologna quella mattina del 2 agosto 1980, facendo esplodere la bomba, voleva entrare nella storia.
Nella storia dell'infamia, perché quella bomba inizialmente scambiata per una caldaia, uccise 85 persone e causò 200 feriti.

Perché la storia del nostro paese, della nostra giovane democrazia, è stata costellata anche da queste infamie.
Banche che saltavano per aria, bombe sui treni, nelle stazioni, nelle piazze gremite di gente che intendeva partecipare alla vita politica.
O in uno spiazzo di campagna, come a Portella, colpiti da banditi, mafiosi, sicari.

Perché la storia del nostro paese, della nostra giovane democrazia, è stata costellata anche da queste infamie.
Banche che saltavano per aria, bombe sui treni, nelle stazioni, nelle piazze gremite di gente che intendeva partecipare alla vita politica.
O in uno spiazzo di campagna, come a Portella, colpiti da banditi, mafiosi, sicari.

La strage di Bologna, diversamente da altri episodi della strategia della tensione, ha avuto dei colpevoli riconosciuti tali anche dalla magistratura: tre giovani estremisti di destra appartenenti ai NAR, filiazione di altri gruppi criminali della galassia neofascista degli anni '70.
Valerio Fioravanti, Giovanna Mambro, dopo una doppia sentenza di appello sono stati riconosciuti colpevoli del delitto di strage, altri neofascisti che pure erano entrati nel processo, sono stati prosciolti.
Sono stati condannati, per un filone collegato alla strage, due ufficiali dei servizi, Musumeci e Belmonte, assieme al collaboratore del Sismi Francesco Pazienza e Licio Gelli.
Condannati per il reato di depistaggio, un despitaggio messo in atto per allontanare i magistrati dalla pista nera, tutta italiana. I depistaggi sono stati un altro tratto comune delle stragi.

Ad ogni anniversario della strage scoppiano le (solite) polemiche: le altre piste su presunti altri responsabili ("I segreti di Bologna" uscito l'anno scorso per Chiarelettere), i due terroristi condannati all'ergastolo che oggi sono già liberi (e che non pagheranno altro dazio per quelle morti). Ultima, la scelta (spero sofferta) della procura di Bologna di archiviare l'inchiesta sui mandati della strage: chi c'era dietro Fioravanti e gli altri neofascisti (tra questi tornano anche i nomi della terra di mezzo di Roma)?
L'inchiesta avrebbe puntato in altro: non si organizza un depistaggio da parte del Sismi, se non per proteggere un segreto compromettente.

«Se si sapessero come sono andate veramente le cose si innescherebbe un effetto a catena che a molti farebbe paura» afferma il presidente dell'associazione vittime, Paolo Bolognesi. 

E da queste considerazioni nasce la vera domanda: perché? Perché quella strage? Perché quelle morti?


Patrick Fogli, scrittore bolognese, nel suo bel libro "Il tempo infranto", aveva raccontato della strage, del contesto politico, di questo gruppo di potere (il cerchio più interno secondo la teoria di Guerzoni) che vede all'interno massoneria, politica, servizi, finanza dentro cui matura l'idea di un ultimo atto, che serva a creare paura e tensione nel paese.
Sia per spostare l'interesse delle persone dai nuovi equilibri in corso (la fine delle larghe intese, l'inizio dell'era repubblicana in America), sia per rinforzare il consenso degli stessi cittadini nei confronti dello stato. Stato che avrebbe dovuto difenderli.

Serve un atto, l'ultimo atto della stagione della strategia della tensione, l'ultimo colpo: utile anche per fare pulizia poi di tutti quei personaggi, semplici pedine di questo gioco del terrore, che nel nuovo corso politici sarebbero stati troppo ingombranti. Testimoni pericolosi da eliminare.
Un pezzo di un colloquio tra l'onorevole (un uomo che conosce le soluzioni) e un colonnello dei servizi:
L'onorevole resta in silenzio. Il pensiero arriva in un istante. Ogni volta che succede qualcosa, tutti quelli che lo devono sapere lo sanno.“Sa anche lei come vanno certe cose colonnello.”“Certo. E a questo punto bisogna prendere una decisione, a vari livelli. Possiamo fermarli prima che lo facciano, rendere impossibile che il fatto avvenga, cercare di ridurre l'impatto. O restare semplicemente a guardare, aspettando il dopo.”L'onorevole si alza. Riempie con cura il bicchiere di brandy. Lascia la bottiglia sul tavolo. Il passato che ritorna è un'onda che ti colpisce alle spalle e ti lascia sdraiato con la faccia nell'acqua, ad aspettare che la risacca faccia il suo corso.“Potrebbe essere l'occasione che aspettiamo” dice una voce nella sua testa. Una frase che non ha sentito pronunciare da nessuno dei suoi amici. Non da un politico, non da un industriale, non da un banchiere. Nemmeno Richard è arrivato a tanto. Nemmeno Stella [il capo dell'istituzione, loggia massonica P2] quando hanno affrontato l'argomento, due giorni fa.Nessuno fra tutti quegli uomini che da molto tempo fanno quadrato perchè ogni cosa resti esattamente come deve stare è riuscito a pronunciare un sì o la frase che ha appena attraversato i suoi pensieri.Eppure è esattamente quello che hanno in mente tutti. Oggi che quel tipo di strategia sembrava messa da parte. Non c'è più aria da colpo di Stato, la democrazia non è in discussione. Potrebbe essere l'occasione che aspettano, lo sa. Usarli ancora una volta e poi renderli innocui, per sempre.Dopo lo scandalo alla Genevieve [la banca di Sindona]. Dopo lo scandalo del petrolio e della Guardia di Finanza. Dopo lo scandalo dell'Istituto delle Casse e la caduta del governo. All'inizio della nascita di una nuova stagione politica e subito dopo il tentativo del partito comunista di rialzare la testa. Dopo un aereo sprofondato nel Tirreno che nasconde l'atto di guerra con cui, sul territorio italiani, di un paese alleato ha tentato di uccidere un capo di stato straniero, la guida di uno dei migliori partner commerciali dell'Italia.Polvere alla polvere, pensa. E polvere nella polvere.
Beve un altro sorso, Ancora con il bicchiere in mano fa la domanda che aspetta di fare da troppo tempo.“Quanto sarebbe pesante, Colonnello?”Il carabiniere tira il sigaro. Fissa il padrone di casa, una goccia di sudore che gli accarezza la tempia.“Non credo che lei possa immaginarselo.”

02 agosto 2016

Bologna 2 agosto 1980 - il messaggio della bomba


Quella bomba ha spostato l'asse di rotazione di tutto quello che li circonda e spedito un messaggio che non ha bisogno di interpretazioni. La polvere si alza e prima che si posi, al riparo nel fumo le cose cambiano. All'apparenza in modo impercettibile, in realtà completamente. Basta poco, uno spostamento infinitesimale, perchè due pezzi che prima non combaciavano finiscano per aderire perfettamente. [..]E' successo ogni volta che ne hanno avuto bisogno. La stessa identica reazione, il fragore di una bomba è capace di trasformare il rumore in un silenzio,la confusione in tranquillità.“La paura è il miglior anestetico del mondo” sussurra alla stanza vuota.È l'emergenza che costruisce il futuro, non la collaborazione. Un'emergenza lunga , progressiva, incessante con cui senza sbavature è stato possibile tenere dritto il timone, lasciare che la nave viaggiasse sempre nella giusta direzione e che i fari si accendessero soltanto al momento opportuno, mostrando quello che poteva essere mostrato.Un tempo per l'aggiustamento che era servito, avevano dovuto promettere la testa della democrazia. Insinuare che fosse possibile demolire uno stato debole per sostituirlo con qualcosa di diverso, che avrebbe eliminato ogni ostacolo, tutto il marciume. E fatto diventare i rossi solo un ricordo confuso di giorni che forse non erano esistiti mai.Nessuno lo aveva pensato veramente, se non per un breve periodo. Era più conveniente minacciare che eseguire. Lasciare che il funambolo camminasse sul filo senza rete di protezione, per il più lungo tempo possibile. Che sapesse di poter cadere, piuttosto che procurarne la caduta.Era servito, anche in quell'occasione la paura aveva fatto il suo dovere. Non è necessario costringere la gente, basta incanalarla nella direzione giusta.
Patrick Fogli - Il tempo infranto (la bomba è quella scoppiata alla stazione, alle 10.25 del 2 agosto 1980)

02 aprile 2015

Io sono Alfa, di Patrick Fogli

Io sono Alfa è un romanzo su cosa siamo diventati, in cosa si è trasformata la nostra società.
Un romanzo che racconta una storia all'apparenza così paradossale ma che, proprio per questo, risulta drammaticamente reale.
In principio erano domande. Come reagiremmo di fronte a una minaccia capace di andare fino in fondo? Cosa difenderemmo del nostro modo di vivere? E difenderemmo qualcosa o ci basterà restare vivi? Io sono Alfa è nato così, con queste domande, alla fine del 2012”.

Cosa accadrebbe a noi, ai nostri comportamenti, alle istituzioni, se qualcuno decidesse che è arrivato il momento di buttar giù tutto. Che questo modello di paese, di governo, deve essere buttato a terra, fino all'ultimo mattone?
Come reagirebbero i nostri politici? Che provvedimenti metterebbero in atto ministri, generali, sottosegretari, magistrati? Come cambierebbero le nostre abitudini?

In “Io sono Alfa” ho trovato tanti spunti di riflessione: l'uomo e la macchina (cos'è uomo e cos'è macchina), l'evoluzione secondo Darwin, la fine dei Dinosauri estinti per la selezione naturale. Le proteste degli indignados e quelle di Occupy Wall Street. Quella che noi chiamiamo “antipolitica” e che viene usata da una buona parte della classe dirigente come scudo ipocrita dei loro malaffari.

Solo che questa volta i dinosauri siamo noi: ad essere a rischio estinzione è la nostra società dell'immagine e dell'ipocrisia, della menzogna e della violenza. Della furbizia, del ladrocinio, della corruzione. Dell'indignazione che dura solo un soffio e della mancata coscienza civile.

La nostra finta tranquillità all'improvviso viene messa in pericolo dalle bombe che esplodono a coppie, per generare il più terrore possibile, nelle scuole.
A Novara e Bologna. Uccidendo decine di bambini, assieme ai loro genitori e ai primi soccorritori accorsi sul luogo.
Chi sono questi pazzi, inizia a chiedersi la gente, la politica, i giornali: queste persone senza nome e volto, vestiti di nero, che mettono le bombe?
Altre bombe durante i funerali dei bambini.
E poi i colpi dei cecchini, a sparare contro le finestre delle scuole.
Cosa vogliono ottenere con queste morti?
E perché quel segno, quella lettera tracciata con una vernice rossa sui muri, dopo gli attentati. La prima lettera dell'alfabeto greco, Alfa.
Solo quella lettera, Alfa, e nessuna rivendicazione: lettera che diventa simbolo assoluto di panico, buio e dolore.

Il racconto di Patrick Fogli è scritto a più voci: c'è quella di Gualtiero, senatore ed ex magistrato:
Un tempo era un magistrato e per molti anni ha avuto la certezza che la politica fosse una stagione della vita, destinata, presto o tardi, a interrompersi.”
Si trova suo malgrado a votare tutti i provvedimenti che il governo propone per arginare questa nuova forma di terrorismo: la chiusura delle scuole, l'installazione di telecamere che scrutano ogni angolo delle strade, la militarizzazione delle strade. Decreti speciali per arrestare a tempo indeterminato persone sospettate e, ancora, la violazione sistematica della privacy per cercare una mail, una telefonata, un appiglio che porti ad Alfa.

Vorrei potergli parlare, pensa, sapere come fare. E scacciare l'idea che sia il terrore l'unica merce che sono in grado di capire, perché li sta cambiando, li ha già cambiati. In giro ci sono pochi bambini, le madri li stringono per mano più forte, guardano confuse e aggressive chi si mette sulla loro strada, camminano rapide, senza fermarsi. C'è qualcosa contro quella paura? Un placebo utile a fermare il contagio?Paga il conto, l'esperimento è finito, non lo ripeterà.Cammina verso casa, il giornale sotto braccio.Che cosa avresti fatto?La domanda di sua moglie ritorna a galla, pretende una risposta sincera, la verità. Se la radio non lo avesse interrotto, le avrebbe detto che blindare le scuole è una terapia del dolore, consente al malato una qualità di vita decente, ma non lo cura, non uccide la malattia. Se lei avesse avuto ancora voglia di ascoltare, avrebbe continuato a dirle che è giusto, tutto giusto, quello che hanno votato, la gente deve sentirsi al sicuro, sapere che qualcuno si prende cura di lei, ma allo stesso tempo è inutile, perché non sono le scuole l'obiettivo, non i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, e piazzare i soldati, togliere i bidoni, sorvegliare ogni minuto del giorno tutto quello che accade intorno agli edifici, mette un pezzo di realtà sotto un vetrino e ignora tutto il resto.Se tu fossi al posto loro, le avrebbe detto, la nostra decisione potrebbe fermarti?”

Francesca
, medico chirurgo che in un attentato ha perso una delle due gemelle e il marito. E che decide di scappare con la figlia sopravvissuta in montagna. Prima di capire che in nessun posto sarà sicura.
Pensa a chi ha guardato morire gli altri per non rischiare la propria vita, pensa chi siamo, cosa siamo diventati, pensa siamo sempre stati così, anch’io che non sapevo più di amare mia figlia e alla fine pensa di nuovo ai suoi pazienti, stretti ai monitor in terapia intensiva, vivi per un caso, un passo nella direzione giusta, un’intuizione che non sapranno mai spiegare.Ci salveremo solo insieme, pensa. Chiude gli occhi.E proprio per questo non si salverà nessuno.”

E infine Paolo, giornalista cinico, uno curioso, uno spregiudicato , che si fa tante domande su Alfa. E che decide di dare una risposta a questa domanda. Andando a capire come ragione Alfa.
Non siamo impazziti, ci siamo limitati a semplificare tutto. E quando non c’è stato più nulla da semplificare, abbiamo cominciato a distanziare causa ed effetto.È come quel gioco che si faceva da bambini, unire i puntini per trovare il disegno. Solo che lo abbiamo fatto a rovescio e non c’è più nessun disegno.”

Io sono alfa è un racconto che ci costringe a guardare allo specchio: perché Alfa siamo noi.
Alfa ha a che fare con le nostre paure, non quella del buio, dei mostri.
E' quella paura che da piccoli ci costringeva a nasconderci sotto le coperte, nasconderci dal mondo che c'era fuori. È quella paura (degli immigrati, dei diversi, di chi viene da fuori) che oggi ci spinge a tirar su muri, ponti levatoi.
A chiedere maggiore sicurezza che significa una limitazione della nostra libertà: di pensieri, di espressione, di avere una privacy inviolata.

Lo spione e il giornalista Paolo Contini:
«Sono morte cento persone, Contini. Quasi tutti bambini e adolescenti. Credi che l’opinione pubblica si scandalizzerà per qualche ora di stato di polizia?»
«Genova non vi è bastato?»
«A Genova la vittima era una sola e non aveva sei anni.»

E' la paura che cresce dalla precarietà, dalla sensazione di vivere in uno stato di sospensione, in perenne attesa di un qualcosa che si teme ma di cui non si conoscono i bordi
Se esiste un significato dietro quanto accade, ha per forza a che fare con la sospensione, l’attesa e l’assenza. Nel mondo di Alfa sono tutte e tre forme di terrore, la paura distillata al suo stato primitivo, senza forma, una continua promessa”.

Mentre la politica, spinta dalla domanda di sicurezza del paese, si spinge verso provvedimenti sempre più da paese sudamericano (reati inventati, libertà di arresto, coprifuoco), i protagonisti della storia arrivano alla comprensione. Alle risposte alle domande. Perché Alfa, questo gruppo di persone misteriose, arriva da lontano, si è preparato con cura per anni. Conosce le nostre debolezze, conosce il modo in cui ragiona (o non ragiona) il paese. Le sue reazioni.

Gualtiero, in una intervista in televisione:
Gualtiero accenna un sorriso accondiscendente. Non possiamo essere sorpresi, dice. Da quanto tempo abbiamo visto arrivare il disastro e non abbiamo fatto niente? Che cosa abbiamo dato a questa gente, in tutti questi anni? Abbiamo detto state tranquilli, andrà tutto bene, ci siamo qui noi a pensare a voi”.[..]Sta dicendo che è troppo tardi, dice il conduttore. Solo che bisogna ripartire dall’inizio. Sta dicendo che non si fermerà, dice il conduttore. Gualtiero si stringe nelle spalle. Me lo dica lei. Se il suo scopo fosse buttare giù tutto, si fermerebbe prima dell’ultimo mattone?[..]Chi pensa che siano? Chi è Alfa? Gente che si è stancata di aspettare, dice. La risposta sbagliata al niente. La più facile. Un dolore diverso. La paura è diventata l’unica lingua che tutti capiscono.

E anche Paolo, in un suo articolo "La caduta degli dei":
Per raccontare Alfa, ha raccontato prima di Alfa. I Compro Oro, la televisione del pomeriggio, gli scontrini di un politico che chiede rimborsi per i cioccolatini, il non paghiamo il debito perché l’Islanda lo ha fatto, la democrazia di Internet, la pubblicità del gioco d’azzardo..[..] Votiamo un politico perché è divertente o giovane o vecchio o nuovo, perché scopa o promette assurdità. [..] Le due conquiste dell’evoluzione umana sono il pollice opponibile e la capacità di elaborare ragionamenti complessi. Se perdiamo la seconda, tutto quello che ci distingue dagli animali è una caratteristica anatomica.

Cosa abbiamo fatto per sconfiggere la fame di consumismo non sostenibile? Per selezionare una classe dirigente all'altezza? Per mantenere saldi i principi della nostra Costituzione (il diritto ad un salario dignitoso, il rispetto della dignità della persona ..)? Con cosa li abbiamo barattati?
Abbiamo curato i sintomi, pensa, abbiamo tentato di costruire una camera asettica che ci tenesse al riparo e il solo risultato è stato ignorare la semplicità di quanto sta accadendo. Alfa è ovunque. Alfa è il sintomo che scambiamo con la malattia. Noi siamo Alfa.

Noi siamo Alfa, perché questo libro ci mette allo specchio e mette allo specchio la nostra società spaventata, senza riferimenti, arrabbiata, disunita, superficiale ed egoista.
Una società che ha bisogno di un capro espiatorio (i politici ladri, gli immigrati, le banche ..) pur di non ammettere le proprie piccole colpe.

Patrick Fogli conclude l'intervista su Repubblica con queste parole:
Siamo spaventati e feroci, al netto di alcune situazioni che racconto e che poi sono accadute sul serio. Con un gioco di parole, Alfa è una realtà possibile che accade in una realtà reale. Volevo che fosse reale, plausibile, distopico forse, ma non inverosimile. Non c'è un "e se" alla Fatherland dietro Alfa, non è, per capirci, Hitler che vince la seconda guerra mondiale. Piuttosto qualcosa di simile a "e se fossimo così?" e se fossimo già nel mondo di Alfa? Con quel modo di pensare, di agire, di vivere, quella superficialità, quella ferocia, quell'istinto di sopravvivenza disposto a mettere tutto da parte per far sì che il cuore batta, ancora, fregandosene del resto? In fondo anche la vera natura di Alfa è rappresentativa. Mi piacerebbe che il lettore, alla fine avesse proprio questo dubbio: viviamo, senza Alfa, nella realtà di Alfa.

Altri post sul libro
- Il significato delle parole
- Prima che ci seppelliscano tutti

Il blog dell'autore, con alcuni spunti di lettura, e la scheda del libro sul sito di Frassinelli.
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