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15 maggio 2023

Report – lo smaltimento degli pneumatici e il mercato degli schiavi nel lavoro

LA BUSTA NON PAGA di Bernardo Iovene, con la collaborazione di Lidia Galeazzo, Greta Orsi

All’apertura della Corte d’Appello di Venezia un giudice onorario ha denunciato di aver lavorato a nero per lo stato: è un giudice che non ha malattie, versamenti.

Dovrebbero essere a tempo, ma alla fine migliaia di togati, avvocati selezionati dal CSM, vengono pagati ad udienza, a cottimo. Oltre ai giudici ci sono i procuratori onorari a cottimo: sono loro che mandano avanti la macchina della giustizia.

Ci sono poi i giudici di pace che si occupano sia del civile che di piccoli reati penali: sempre senza ricevere mai contributi, per uno stipendio da 1200 – 1300 euro.
Nel 2016 il comitato europeo dei diritti sociali ha imposto all’Italia di pagare i contributi ai giudici di pace e che i magistrati onorari devono essere equiparati ai magistrati togati: ma i governi dal 2016 hanno sempre fatto spallucce, il ministro Orlando ha fatto una riforma per limitare le prestazioni dei giudici onorari, mantenendo le tasse. La riforma Orlando è stata però bocciata dall’Europa che ha pure avviato una procedura di infrazione.

La riforma Cartabia ha iniziato una stabilizzazione, ma a scaglioni: se non rispondiamo alle rimostranze dell’Europa rischiamo delle conseguenze gravi, anche di non prendere i soldi del PNRR sulla giustizia.

La stessa Meloni, assieme all’attuale sottosegretario Delmastro, era in piazza a manifestare assieme ai giudici di pace: ma ora che è al governo Meloni continua a parlare di volontari della giustizia, i giudici onorari continuano a lavorare a cottimo.

Ci sono anche giudici che dovrebbero essere stati assunti, ma sono tutti bloccati da una riforma che li tiene appesi in una situazione di precarietà: l’Europa però si era espressa chiaramente, l’ultima lettera di messa in mora di questo sistema è del luglio 2022, dove la commissione europea sosteneva come in Italia ci fosse una condizione di disparità di trattamento per i giudici onorari. Nella lettera la commissione scrive che “i magistrati onorari e i giudici togati sono lavoratori comparabili”. Quando erano all’opposizione, Meloni e l’attuale sottosegretario Delmastro ne chiedevano conto ai precedenti governi: Delmastro ha anche la delega alla giustizia, nel passato ha sempre accompagnato la protesta dei giudici onorari.

Ma oggi sembrerebbe che abbia cambiato idea, “propone una gestione autonoma di Inps quando noi dovremmo avere la gestione ordinaria dell’Inps come l’hanno i magistrati” racconta al giornalista Maria Flora di Giovanni giudice a Chieti. Oggi Delmastro e Meloni tengono in vita la riforma Cartabia che, dal gennaio di quest’anno, assume in diversi scaglioni per tre anni i magistrati onorari col trattamento economico dei funzionari amministrativi. Un compenso che la commissione europea ha bocciato perché inadeguato, col rischio di incappare nell’ennesima procedura di infrazione che costerà all’Italia milioni di euro.

La riforma Cartabia non prevede nessuno scatto di anzianità fino a 70 anni, stabilisce che i magistrati assunti non debbano pretendere nulla di pregresso dal passato, di fatto rischieranno di prendere una pensione minima.
Oggi il governo di fronte agli scioperi dei giudici di pace risponde “vedremo”: i problemi dovrebbero risolverli proprio Delmastro, che chiamava l’ex ministro Bonafede “malafede”, facile stare all’opposizione, meno al governo.
Ma comunque Delmastro assicura a Report una riforma che soddisfi le richieste dei giudici di pace: nel frattempo ha già fissato dei punti assieme ai sindacati dei giudici di base, che temono i blocchi dei tanti magistrati fuori ruolo dentro il ministero.
L’ANM si metterà di traverso a questa riforma? Secondo il segretario la posizione dei giudici di pace (4500 in totale) è temporanea, non possono essere equiparati ai giudici che hanno fatto un concorso.

I lavoratori socialmente utili nascono come fenomeno negli anni 80, dai cassintegrati: sono stati utilizzati dai comuni, perfino nei tribunali creando un esercito di persone pagate con un contributo dello stato, dovevano essere lavoratori temporanei ma sono stati tenuti in vita per 25 anni.
dal 2020 quasi tutti sono stati assunti dei rispettivi enti pubblici dove hanno prestato servizio per 25 anni con un sussidio di 580 euro al mese. Adesso ricevono uno stipendio, in parte con un incentivo dallo Stato e la restante parte toccava ai comuni che, sempre in dissesto, non hanno soldi e dunque si ritrovano ad essere dipendenti ad ore, con lo stesso stipendio di prima, ma tassati arrivando al paradosso di prendere meno soldi. Lo racconta un dipendente del comune di Atella (CE): dopo essere stato inquadrato ha iniziato a prendere anche i contributi, ma lo stipendio (per 11 ore settimanali) da 600 è passato a 430 euro.

Due signore sono state assunte a 18 ore settimanali nel comune di Castello di Cisterna: lavoravano dal 1995 nel comune e ora sono state stabilizzate con uno stipendio di 618 euro per 18 ore a settimana, senza avere però un passato contributivo. Si sono state fare un estratto dall’Inps e hanno visto che verrebbero a prendere 270 euro di pensione dopo aver lavorato per tanti anni in un comune.

A Fratta Maggiore il comune ha assunto i LSU a 20 ore settimanali: si arriva a 800 euro al mese, ma sono costretti costretti a fare altri lavori a nero, sono quasi obbligati raccontano a Iovene, senza preoccuparsi né delle forze dell’ordine né dell’ispettorato. Non si fa problemi questa persona, il signor Domenico, che aggiunge anche di aver subito pressioni da qualcuno per fare dei lavori nella casa di amministratori del comune. Il tutto nelle ore dell’LSU, non fuori dall’orario di “lavoro”.
I comuni pagano gli LSU solo col contributo dello stato, gli enti non hanno soldi per coprire gli oneri accessori e hanno usati quei soldi per coprire i loro buchi.
Il sindaco di Melito ha raccontato a Report di un contributo della regione, poi scomparso.
De Magistris a Napoli ha integrato il fondo statale con quello comunale e oggi sono stati assunti dal comune: oggi molti di loro hanno ferie, malattie (ma la pensione sarà misera).
Report ha raccontato la storia di LSU che, una volta in pensione, hanno scoperto che senza contributi versati sono destinati ad una vecchiaia in povertà.
L’ex presidente Tridico aveva studiato una soluzione per risolvere questo problema, degli LSU senza pensione: costerebbe allo stato circa 200ml di euro da investire in un fondo pubblico.

La logistica vale più dell’8% del PIL nazionale, si tratta più di 1 ml di persone: ma a quali condizioni lavorano?
D
ai capannoni della Italtrans partono i camion che riforniscono le catene di supermercati di tutta Italia. I lavoratori in appalto da cooperative esterne in appalto sono circa 700, quelli iscritti al sindacato USB chiedono maggiori salari, una mensa che non c’è e più diritti. Report ha mostrato le immagini della loro protesta, quando questi lavoratori hanno bloccati i cancelli all’ingresso, causando code di chilometri, causando l’intervento della polizia, con gli sgomberi e le manganellate. Una rivendicazione di diritti, di salari diventa, non solo con questo governo, una questione di sicurezza pubblica, da gestire con le forze dell’ordine. Una cosa grave, raccontano i rappresentanti dell’USB: “abbiamo fatto tre scioperi fuori dai cancelli e tre volte c’è stato l’intervento delle forze dell’ordine” racconta Elisa Fornoni “per sciogliere il picchetto”.
“Non siamo animali” racconta a Bernardo Iovene uno di questi scioperanti tutti dipendenti di cooperative “siamo persone con dei nostri diritti, chiediamo il buono pasto”, perché manca la mensa, i salari dovrebbero tener conto di questo.

Non pagano la malattia, il lavoro è pesante, devono sollevare pesi per tutto il giorno: la dirigenza aziendale dell’Italtrans ha accompagnato Iovene dentro i capannoni, mostrando il lavoro che fanno queste persone. Gli scioperanti chiedono 80 colli l’ora, i dirigenti vorrebbero farli lavorare per più colli, perché non tutti sono pesanti e poi, se vogliono guadagnare di più..
Chi protesta è rappresentato da qualcuno che non ha mai lavorato, spiega il direttore della Italtrans.

Il fatto di essere assunti da cooperative e non da Italtrans rende più difficile la loro lotta: ci sono dieci cooperative diverse con trattamenti diversi, pagano la malattia in modo diverso. Ci sono ancora dipendenti che dopo anni hanno ancora un contratto part time ma l’azienda pretende che si fermino a fare gli straordinari. Si parla di almeno 10-12 ore al giorno e a fine mese ci si ritrova con una busta paga da 1200 euro, quando si va a chiedere più soldi ti viene risposto “ma potevi fare straordinario”.

L’azienda ha 800 persone che lavorano nei capannoni ma solo 100 dipendenti: tutto questo è fatto al fine di pagare meno il lavoro, risparmiando.

È conveniente avere il 90% dei lavoratori in mano alle cooperative: dopo questa protesta, dopo qualche giorno, una di queste ha mandato ai delegati USB una lettera di licenziamento immediato e un’altra di contestazione con sospensione, intercettando dei messaggi whatsapp tra i lavoratori. Così è ripreso il blocco dei tir in ingresso e uscita. A parte questa situazione di conflittualità ci sono migliaia di cooperative e società che sono serbatoi di manodopera che chiudono dopo due anni frodando sia il fisco che il lavoratore.

Report ha raccontato la storia di Simone, nome di fantasia, che lavora per la BRT ma attraverso una società esterna che gli ha addebitato le rate del furgone facendogli credere che poi sarebbe diventato suo. Poi gli hanno sempre consegnato buste paga che non corrispondevano al reale pagamento: quello che c’è scritto sulla busta paga non corrisponde a quanto viene versato sul conto in banca.

Simone ha preso una busta paga da 2000 euro, ma gli sono stati versati solo 260 euro e poco più, sono solo buste paga farlocche (dalla busta paga veniva tolto la rata del mezzo..).
Attualmente BRT, colosso dei trasporti, su richiesta della procura di Milano è in amministrazione giudiziaria per frode fiscale e stipula di fittizi contratti di manodopera e ha subito un sequestro da 68 ml di euro. L’operazione della procura ha colpito anche la Geotis, l’altra multinazionale della logistica e un’azienda intermediaria: complessivamente lo Stato ha recuperato 126 ml di euro.

Iovene ha intervistato il comandante del nucleo della GDF di Milano Emilio Palermo: “BRT e Geotis utilizzavano manodopera a bassissimo costo ed in modo illecito, detraggono l’IVA ma in modo illecito. Spesso le buste paga sono state in qualche modo manomesse. Ma sono società costituite per avere una vita breve, non più di 3 anni, scompaiono in modo da essere difficilmente rintracciabili soprattutto per il fisco. In mezzo ci sono i nuovi schiavi…”
I nuovi schiavi.

Anche in DHL sono stati trovati i nuovi schiavi: da questa azienda GDF ha recuperato 60ml di euro e l’azienda ha concordato con l’amministrazione giudiziaria l’assunzione di questi lavoratori.
Corrieri di DHL che lavorano per DHL da anni ma che non sono assunti da DHL…
Sono situazioni di lavoro che, in nome della flessibilità, nata col ministro Tiziano Treu (governo Dini e Prodi), hanno creato situazione di disuguaglianza, di povertà, mortificando la dignità dei lavoratori: la sua riforma ha consentito che qualcuno guadagnasse sulle spalle dei lavoratori.
Questa flessibilità è cresciuta poi con la legge Biagi, molte cooperative sono diventate strumento di lavoro a basso costo.

Siamo il paese col più vasto patrimonio culturale con siti Unesco, parchi archeologici: ma poi i lavoratori che ci lavorano dentro hanno un contratto da vigilantes.

A Verona, città d'arte, nei musei civici, oltre ai dipendenti comunali, lavorano anche 65 operatori museali dipendenti e soci, che è vincitrice di una gara d’appalto, la maggior parte sono giovani laureati e sono pagati 4 euro l’ora, nonostante conoscano le lingue e siano specializzati nella materia dei beni culturali.

Un operatore museale che preferisce mantenere l’anonimato ha raccontato a Report la sua situazione: lavora presso la casa di Giulietta, l’Arena, Castelvecchio: il loro contratto dovrebbe essere quello di federculture, ma nessuno di loro ha questo contratto. In realtà lavorano con un contratto fiduciario, che è quello degli operatori di sorveglianza nei musei e la paga è di 4 euro all’ora. Si parla di mille, mille e cento euro al mese quando va bene: “pensavo che una paga oraria così bassa non esistesse neanche più.”.

Sono lavoratori che si sentono sfruttati, presi in giro, molti di loro sono laureati nel settore dei beni culturali e non si sentono valorizzati.

La cooperativa Le macchine celibi di Bologna ha vinto l’appalto con il comune di Verona applicando un contratto multiservizi, quello per gli addetti alle pulizie, già di per sé penalizzante, ma poi in corsa, senza accordi e unilateralmente ha peggiorato il contratto in quello della vigilanza, si chiama servizi fiduciari, che prevede appunto paghe da 4 euro l’ora.

Quello che indigna è che dei lavoratori oggi siano costretti a raccontare la loro situazione di sfruttamento incappucciati come fossero dei mafiosi pentiti: non ci mettono la faccia perché vengono minacciati, rischiano di perdere il posto di lavoro. E i sindacalisti? Racconta uno di questi ragazzi “le posso assicurare che non si esporrà proprio perché la paura è forte. Penso che la paura sia forte per il sindacalista, soprattutto nella direzione museale perché hanno questo sistema di minacce e di ricatto..”

La paura è forte: nemmeno il delegato CGIL ha voluto metterci la faccia, la segretaria del settore turismo e servizi non ha voluto fare il nome dell’azienda, della cooperativa che ha cambiato le condizioni di lavoro in peggio.
“Hanno fatto una cosa lecita ma l’hanno fatta senza l’accordo dei sindacati…”: nel settore del turismo esiste una forma di ricatto nei confronti dei lavoratori e il sindacato non può fare nulla?
Dobbiamo abituarci a questo?

L’imbarazzo della segretaria Filcams è palpabile: ci sono cose che non si possono dire, sono permesse dalla legge e non si può fare nulla, né contro la cooperativa né contro il comune.

E il comune di Verona? L’assessore dice che servirebbe un contratto nazionale da applicare, peccato che esista, è quello della federculture. Ma perché allora non applicano quei contratti? Perché non scelgono meglio le cooperative? Come mai il timore delle ritorsioni da parte dei lavoratori museali?

I lavoratori in appalto al Colosseo lavorano a sei euro all’ora: il consorzio CNS, che ha vinto l’appalto, è lo stesso del comune di Verona. Così a Roma come a Verona i lavoratori della cultura si mostrano senza volto, anche loro temono di vedersi applicati il contratto multiservizi.

E la coop che dice? Legacoop spiega che CNS è stata espulsa dal mondo delle cooperative, ma rimane legata a Legacoop: anche loro sarebbero disposti a trovare un accordo nazionale.

Anche Confcooperative che associa migliaia di aziende si dimostra disponibile a voler applicare contratti migliori..

E dunque cosa aspettiamo? Che aspetta il ministro Sangiuliano a tutelare le persone che lavorano nel mondo della cultura?
Vogliamo dire che è una vergogna vedere persone costrette all’anonimato per paura di ritorsioni? Che è una vergogna vedere contratti a 4 euro l’ora? Di vedere persone che guadagnano sul lavoro degli altri, sul lavoro a somministrazione?

Dopo la pandemia lo stato, che ha dovuto erogare i ristori, ha scoperto dell’esistenza di un esercito di invisibili, lavoratori nelle palestre e nelle piscine: 600mila professionisti pagati come dilettanti, come collaboratori sportivi. È un contratto illecito, che però viene applicato: almeno finché la CGIL ha aperto le vertenze, che i lavoratori avrebbero vinto.
Durante il lockdown questi lavoratori erano senza ristori: da qui si è aperta una finestra sui collaboratori sportivi, ma dal 2021 la riforma su queste persone non è ancora partita, osteggiata dal Coni e dalle imprese sportive che non vorrebbero pagare maggiori costi.
Il ministro Abodi ha preso l’impegno di cambiare le cose per luglio: aumenteranno i costi di gestione, ma ne vale la pena, se si tratta di tutelare il lavoro e la salute delle persone.

Da dove nasce questa situazione nel lavoro, dove nasce questo precariato? Dalle lettera di Draghi e Trichet a Berlusconi, dalla riforma di Monti, dalle riforme di Renzi e Poletti (e i voucher esplosi) con la cancellazione dell’articolo 18. Fino al decreto lavoro di Meloni, lanciato proprio il 1 maggio, che ha ampliato ancora di più la flessibilità.
Dal mercato degli schiavi si uscirà solo quando politici e imprenditori capiranno che dalla stipula del contratto c’è anche la dignità della persona.

A RUOTA LIBERA di Antonella Cignarale, con la collaborazione Marzia Amico

Quando compriamo uno pneumatico paghiamo anche il contributo per lo smaltimento: questa regola salta quando si prendono pneumatici dal circuito illegale.

Così, con le gomme dei flussi illegali e quelle pagate in nero creano problemi per lo smaltimento, portando all’accumulo delle gomme non smaltite.

Attenzione anche agli acquisti online, va sempre verificato che sia presente anche nella ricevuta fiscale il contributo per lo smaltimento.

Ma i rivenditori che non indicano il contributo ambientale non rischiano alcuna sanzione – ha scoperto Report, ci sono poi enti pubblici che non sono convinti di doverla pagare.
Il principio è che chi immette uno pneumatico debba anche occuparsi dello smaltimento o direttamente oppure tramite i consorzi: per legge si devono smaltire il 95% in peso di quelli immessi sul mercato. Se non ci fosse il nero o i furbetti: per questi controlli servirebbe un registro elettronico dei produttori importatori che ancora non esiste, avrebbe dovuto essere pronto nel 2021. Oggi il ministero dell’ambiente deve basarsi sulle autodichiarazioni dei produttori e sui controlli della GDF che fa controlli a campione. Alla fine si tratta di un controllo fallace: così nelle officine le gomme si accumulano, creando anche problemi di sicurezza.
Così le autofficine diventano responsabili dell’accumulo degli pneumatici: perché chi deve raccogliere le gomme arriva al 95%, non è tenuto a raccoglierne altre.
Servirebbe il tracciamento delle gomme anche per evitare i traffici illeciti: il ministero dell’ambiente nel frattempo ha scelto di imporre ai consorzi una maggiore percentuale di pneumatici, consentendo l’aumento dei contributi, dunque a carico nostro.
Le gomme potrebbero essere riciclate, per isolare le sale dove si registra musica, con la gomma riciclata si creano scarpe per curare le mucche malate. La gomma è destinata anche a piste d’atletica, per pavimentazioni antishoc per i bambini, si può usare nell’asfalto …
Dallo pneumatico si ricava gomma, acciaio e fibra tessile, si ricava anche energia come combustibile: la legge indica come preferenza il recupero di materiale rispetto al recupero energetico, sebbene sia più conveniente bruciare gli scarti.
Ma bruciare è un retaggio della vecchia gestione, che va a discapito del ricircolo dei materiali.

14 maggio 2018

Di cooperative, criptovalute, volantinaggio e ticket restaurant


Le cooperative sono diventate uno strumento per imprenditori senza scrupoli, hanno messo in piedi un sistema che evade contributi e controlli. Dovrebbero vigilare gli ispettori del lavoro, ma lo fanno? Le altre inchieste: gli affari attorno al volantini pubblicitari della grande distribuzione e poi i bitcoin e le altre criptovalute: risorse o fregature?

Altra puntata ricca che tocca argomenti diversissimi, forse fuori dall'attuale discussione politica (tra l'altro di flat tax si è comunque occupata una recente puntata di Report): le finte cooperative su cui mancano i controlli, come sono nate le criptovalute, il mondo delle imprese che fanno volantinaggio e, infine, cosa non funziona nel mondo dei ticket restaurant.

L'anteprima della puntata: Buoni a nulla di Cecilia Andrea Bacci

Perché molti esercenti rifiutano i buoni pasto? Da benefit del dipendente, spesso questo ticket (il cui valore passa da 5 a 7-8 euro) si trasforma in un peso.
Un settore importante quello dei ticket restaurant: un mercato che vale 3 miliardi, per 2,5 milioni di persone, su 90 mila aziende e 120mila esercizi convenzionati.
Cosa si è inceppato in questo meccanismo?
Tempestano le vetrine di bar, ristoranti e supermercati. Sono i loghi delle società che emettono i buoni pasto che ogni anno, in Italia, smuovono tre miliardi di euro. A spenderli - quando possibile - 2,5 milioni di lavoratori, dipendenti e collaboratori, pubblici e privati. Eppure capita di vederseli rifiutare. Cosa c’è dietro al rifiuto dell’esercente? Commissioni elevate e mancati pagamenti. Ristoratori e negozianti accettano di convenzionarsi con le società emettitrici per non perdere clienti e fatturato. Consip, che con i suoi bandi di appalto copre un terzo del mercato nazionale, aggiudica i lotti secondo l’offerta economicamente più vantaggiosa. Ma alla fine, di un buono da cinque euro, cosa resta in mano? Una cosa è certa: il piatto vuoto del lavoratore che non riesce a spendere il suo ticket.

Cooperative fuori controllo

Da strumento di vera cooperazione, nato nel mondo della sinistra per dare al lavoro una forma più umana, le cooperative oggi sono diventate altro.
Da forma di lavoro in cui non ci sono dipendenti ma soci, per fare impresa senza fini di lucro e dunque potendo godere di una tassazione e di una legislazione molto favorevole, oggi sono diventate un modo per livellare al ribasso la qualità del lavoro in termini di diritti e salari.
A furia di deregolamentare, di togliere controlli (i famosi lacci e lacciuoli che tanto danno fastidio) oggi le cooperative sono esplose e ci sono settori produttivi quasi completamente fatti da cooperative. Finte.
Dalla logistica (trasporti, società di pulizie..) fino alla cantieristica.

Su raiplay trovate la consueta anteprima del servizio: gli ispettori del ministero del lavoro, le persone che dovrebbero vigilare sui posti di lavoro, sono solo 2100, di questi 290 sono ingegneri tecnici e si occupano della sicurezza. Pochi, tanti? In Veneto ci sono due province scoperte, tra cui quella di Venezia Mestre, dove ci sono industrie grandi come quelle a porto Marghera.
Senza ispettori, la situazione che si presenta agli occhi del giornalista è sufficientemente eloquente: operai della cantieristica che si vestono in macchina (niente spogliatoi),operai che fanno la pausa pranzo fuori, al freddo, mangiando un panino in fretta.
In condizioni igieniche che non hanno bisogno di ulteriori commenti, le immagini parlano da sole.


Fincantieri non da a queste persone nemmeno i servizi minimi, siccome sono lavoratori (spesso stranieri) di ditte in subappalto.
Da Marghera a Fiano Romano, ai magazzini dove parte la merce per i supermercati Conad del centro Italia: qui lavorano 400 persone di cui 380 attraverso cooperative esterne, in subappalto prese da un consorzio.
Cooperative che periodicamente chiudono e poi riaprono, con altri nomi.
A quanti hanno chiesto l'applicazione del contratto collettivo del lavoro, è successo di aver perso il lavoro, finendo cacciato via dalla cooperativa.
Tutto è cominciato quando nel 2017 la maggior parte di questi lavoratori ha lasciato la CGIL, da cui non si sentivano più tutelati, per entrare dentro ai COBAS: le testimonianze di queste persone raccontano dell'atteggiamento ostile dei sindacati “o ti sta bene così o te ne vai”, così in molti hanno scelto di andarsene e chiedere ai COBAS e chiedere loro se ci fosse modo di veder riconosciuto qualche diritto in più.

Erano tutti CGIL: quando si firmava il contratto, quasi obbligatoriamente c'era anche la firma per aderire a questo sindacato confederale.
Iovene è andato a chiedere conto al segretario della Filt-CGIL regionale, che ha negato quanto raccontato prima: dammi il nome che lo denuncio alla procura della Repubblica.
Vedremo come andrà a finire.

Gli ispettori del lavoro dovrebbero, secondo le leggi del Ministero, secondo le indicazioni del governo, fare una lotta al lavoro nero e all'evasione contributiva: cose banali nel senso che sono presenti nei piccoli esercizi.
Significa lasciar perdere i grandi appalti, le cooperative in subappalto: sono le direttive del capo dell'ispettorato al lavoro, a Roma, Paolo Pennesi.
L'idea di Poletti e Pennesi è quella di spostare gli ispettori dell'Inps dell'Inail e del ministero sotto una sola struttura: la direzione unica è stata fatta ma gli ispettori non si sono spostati, ognuno è rimasto nel proprio ente.
Gli attuali ispettori dell'Inps sono in presidio, contro questa riforma perché, sostengono, in questo modo, senza ispettori, l'inps cessa di esistere.
Tra l'altro, non sono previsti inserimenti, quando una di queste figure andrà in pensione.
Non solo, c'è una strana difficoltà a far dialogare questi enti tra loro, far parlare le banche dati, per un controllo più efficace.
Il capo dell'ispettorato al lavoro parla di “gelosia del dato” da parte degli enti della ppaa: nel frattempo però, nel mondo reale, si va avanti con sfruttamento, assenza di diritti, tensioni sociali.
Un brutto clima che poi porta all'avanzata delle destre populiste e xenofobe, come successo in Friuli alle elezioni regionali.

Come funzionano oggi i controlli sul lavoro? Cosa è cambiato col jobsact, quanta evasione contributiva sono riusciti a recuperare gli ispettori dopo la riforma?

Per la cronaca, quello dei controlli è un problema diffuso in tutto il paese: bit 
Ispettorato del Lavoro di Foggia: report 2017 controlli nelle aziende foggianeL'Ispettorato del lavoro tira fuori numeri 'allarmanti': irregolarità nel 67% delle aziende foggianeIl report ha interessato strutture di riposo per anziani nonché tutti i settori merceologici. Nell’anno 2017 ispezionate n. 2.924 aziende delle quali n. 1.633 sono risultate irregolari

La scheda del servizio: Fuori controllo di Bernardo Iovene
Nel magazzino Conad del centro Italia su 400 lavoratori 380 sono forniti da una cooperativa esterna, che periodicamente cambia limitando i diritti dei lavoratori. Nei cantieri navali della Fincantieri a Porto Marghera, su cinquemila lavoratori, quattromila sono forniti da 300 società esterne. Lavorano per 3-4 euro l’ora senza alcun diritto. Un sistema definito “paga globale”, un’illegalità di massa che gli organi preposti al controllo non riescono a regolarizzare.
La vigilanza degli ispettorati del lavoro vive un momento di transizione che ne diminuisce l’efficacia: dal primo gennaio 2017, infatti, gli ispettori del ministero del Lavoro, dell’Inps e dell’Inail sono stati unificati nell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), ma i dipendenti di Inps e Inail non sono confluiti nel nuovo ente. Si è creato quindi un corto circuito, prendono le direttive dall’INL ma resteranno dipendenti dei propri enti fino alla pensione con un “ruolo a esaurimento”. La riforma, prevista dal Jobs Act e approvata a costo zero, fino a oggi avrebbe determinato incertezza, rallentamento dell’attività ispettiva e minori introiti dal recupero dei contributi previdenziali evasi.


Cosa sono le criptovalute

Di moneta virtuale si sente parlare da tanto tempo, ma penso che siano veramente in pochi quelli che saprebbero descriverle o raccontarne la loro origine.


L'anteprima del servizio su Raiplay: si parte dalla guerra in Iraq, con le immagini dei morti di civili per strada, scambiati per potenziali assassini.
Sono le immagini che sono state diffuse da Wikileaks (altrimenti di questa guerra sporca cosa avremmo saputo dalle fonti tradizionali o dal Pentagono?): nel 2011 Wikileaks e Assange svela gli Agfan paper e i cable gate, la più grande fuga di notizie della storia.
Per arginare questa fuga, i circuiti Visa, Mastercard e Paypal fermano il servizio per le donazioni, causando un buco per Wikileaks di 15 ml di dollari.
Un pugno di società finanziarie statunitensi ha deciso, su pressioni dall'alto, cosa i cittadini dovessero vedere e sapere, bloccando le donazioni che consentono a Wikileaks di fare il suo lavoro.
Assange si è salvato grazie a Bitcoin, la moneta virtuale, utilizzata fino a quel momento solo da pochi smanettoni e dai criminali del deep web.


Il valore del Bitcoin è così schizzato verso l'alto con un ritorno del 50000%.

Sette anni fa il Bitcoin valeva 80 centesimi, a dicembre valeva 16mila euro: in questi anni sono nate altre 1500 criptovalute. Tutte assieme a gennaio valevano 665 miliardi, oggi il loro valore è crollato a 270.
La domanda cui cercherà di dare una risposta il servizio di Marrucci è, cosa ne sarà domani di queste criptovalute domani? Sono destinate a durare, dunque siamo di fronte ad una rivoluzione tecnologica, o è solo una bolla?

La scheda del servizio: Le criptovalute di Giuliano Marrucci

Nate appena tre settimane dopo il crollo di Lehman Brothers, da un’idea di un personaggio rimasto anonimo, le criptovalute a gennaio sono arrivate a capitalizzare oltre 600 miliardi di euro, dieci volte il valore di aziende come Eni, Enel o Intesa Sanpaolo. Pochi giorni dopo però il mercato è crollato, e nel giro di pochi giorni si è ridotto a poco più di un terzo. È la fine delle criptovalute? O dietro la bolla speculativa c'è qualcosa destinato a durare?

Le imprese di volantinaggio

I volantini delle grandi catene commerciali, dei supermercati, riempiono le nostre cassette delle lettere.
Oramai, a parte qualche bolletta, dentro la cassetta troviamo solo questi pezzi di carta, distribuiti da ragazzi (spesso di origine straniera) che girano per le strade con zaini pieni zeppi di materiale, per conto di aziende di distribuzione.
Report col servizio di Francesca Ronchin cercherà di fare luce su chi sono queste aziende del settore, come lavorano, quali i problemi.

La scheda del servizio: Scripta volant di Francesca Ronchin

Cosa gira intorno ai volantini pubblicitari? Quelli che vediamo nella cassetta delle lettere sono solo una parte, molti non vengono distribuiti ma venduti come carta da macero. Una pratica che danneggia i marchi della grande distribuzione: continuano a stampare in eccesso e spesso non sono al corrente delle irregolarità. Dal canto loro, le aziende incaricate del recapito spiegano che i prezzi sono troppo bassi per riuscire a consegnare tutto. Il mondo del volantino è un business che vale circa 200 milioni di euro, le società che operano nel settore sono 450, ma sono solo due o tre quelle che si dividono la gran parte del mercato.

12 dicembre 2017

La logistica, le nuove frontiere della contraffazione e la genetica comportamentale

Eravamo abituati a vedere il DNA la prova principe per incastrare gli assassini: da Bossetti al serial killer Donato Bilancia.
Ma oggi si usa il DNA in modo opposto: in tema di impunità non ci batte nessuno.
Questo è il tema dell'anteprima della puntata di Report, poi la logistica e la contraffazione che si nasconde dietro un click.


Siamo responsabili delle nostre azioni: secondo la genetica comportamentale i nostri comportamenti si possono prevedere dall'analisi del dna.
Sappiamo che alcuni ritardi mentali dipendono dal dna: anche i comportamenti aggressivi?
Il gene dell'aggressività si chiama “mao A”: persone con questa alterazione del gene è predisposta a comportamenti che portano ad omicidio, non una semplice lite.
Stefania Albertani è stata protagonista di uno dei casi più efferati di cronaca nera: ha ucciso la sorella, ha tentato di uccidere i genitori.
Era una persona coerente, all'apparenza ma era affetta da una malattia mentale: ma viene poi sottoposta ad alcuni esami, poi il test del DNA.
Il test stabilì che parte del suo cervello era compromesso: in certe condizioni questo poteva portare all'aggressività.
Il Tribunale di Como ha ridotto la pena di un terzo.

Stessa storia per un assassino a Trieste: per la prima volta il test del DNA portò ad una riduzione della pena e ora la genetica bussa sempre di più alle porte dei processi.
L'ex avvocato di Albertani ammette che userà il test del DNA su altri processi: il rischio è di portare a processi lunghi, l'impunità per chi si potrà permettere questo test, per qualcosa che ancora non ha solide basi genetiche.
L'assassino è il DNA?
Allora colpevoli si nasce e potremmo fare lo screening a tutti gli italiani e rinchiudere quelli “tarati” nel DNA.
Lo psichiatria De Rosa spiega che è come i fattori di rischio cardiovascolari: posso avere un infarto a 25 anni come non averlo mai.
In Israele è nata un'azienda (Faception) che stabilisce se uno è un criminale dall'analisi del solo sguardo: siamo tornati ai tempi di Lombroso, anziché andare avanti stiamo tornando indietro con la scienza.
Analizzano il viso, i tratti, il dna e grazie ai big data, il prezzemmolino di tutte le discussioni, è sappiamo se tu sei un terrorista o meno.
È un business da miliardi di dollari ma è anche una mostruosità, che rischia di portare a discriminazione razziali.

La logistica: il pacco e la società del futuro di A. Nerazzini

Il servizio di Nerazzini è cominciato da Amazon: una visita nel magazzino dove lavorano in tanti, con le parole d'ordine di velocità e ordine.
Nel posto di lavoro che è il top dell'informatica si lavora ancora a mano: sono le persone che prelevano gli articoli dagli scaffali, rispettando i tempi prestabiliti.
Qui nel giorno del Black friday c'è stato il primo sciopero: i dipendenti della logistica protestavano contro i ritmi, le paghe, lo sfruttamento.
Dietro un pacco c'è un giro d'affari di mille miliardi di euro in Europa, 120 nella sola Italia.
E ora che arriva a Natale il traffico aumenterà: spariranno i negozi piccoli per favorire le multinazionali come Amazon e del trasporto.
Amazon, Alibaba, TNT …
Cosa c'è dietro un click?
Sulle spalle di chi risparmiamo quando compriamo a poco un prodotto su uno store online?
Sugli stipendi delle cooperative che nascono e muoiono per pagare sempre meno tasse, sempre meno stipendi, un mondo dove regnano evasione e ricatti.

Nerazzini, dopo Amazon, è andato a vedere come si lavora in una azienda in Brianza: oltre ai dipendenti regolari ce ne sono altri, che lavorano a chiamata anche se non potrebbero e che rischiano l'arresto per i controlli delle forze dell'ordine.
Aziende da 200 dipendenti che ne assumono solo una dozzina: Marta Fana spiega come queste aziende usano il meccanismo delle cooperative come strumento per somministrare manodopera al massimo ribasso.
Le cooperative hanno trasformato la loro funzione, i sindacati sono rimasti incastrati nel gioco dal PD e ora capiscono che forse è troppo tardi.

Il consumatore e l'azienda non si preoccupano di cosa sta dietro un click e la consegna immediata di un pacco.
Come succede a DHL, che non ha dipendenti in Italia, caso unico, e si appoggia a subfornitori.
Fornitori che sono stati costretti, per tenersi l'appalto, a licenziare lavoratori, allontanare personale non gradito, fare la guerra al sindacato.
I dirigenti della multinazionale DHL scrivevano mail in chiaro ai capi del consorzio Salerno Trasporti: non sembra più nemmeno un appalto ma una gestione diretta della DHL che però qui non ha dipendenti.

Alla Salerno Trasporti avevano preso prima i complimenti dal manager della DHL, ma poi hanno ricevuto un fax per la cessione del rapporto, e così alla fine hanno perso molte migliaia di euro.

Giovannini è stato presidente di Cotra, che in esclusiva lavorava per DHL: dopo 26 anni di rapporto, ha perso il lavoro con la multinazionale, mollato anche lui, perdendoci pure molti soldi.
DHL ha fatto un'offerta che ha vinto una nuova società che si è presa i dipendenti di Giovannini.
Le aziende che si ribellano alla DHL sono distrutte – racconta un altro testimone, Claudio Saragozza, della filiale di Treviso.
È stato tagliato fuori dopo che si è rifiutato di pagare una tangente – così racconta a Nerazzini.
Anche lui fatto fuori in favore di un altro fornitore che si è preso la filiale.

Alberto Nobili, presidente DHL Italia respinge le accuse: solo opinioni di ex fornitori (anche se parliamo di mail, con tutto nero su bianco).
Perché DHL non assume? Così si evita che i dipendenti finiscano nelle mani di fornitori incompetenti.

Altro caso nel mondo della logistica la SDA, marchio comprato da Poste Italiane: è oggi l'unico player in perdita nella logistica in Italia, colpa anche dello sciopero di settembre.
Sciopero a Carpiano, zona sud di Milano: tutto è nato da un cambio di appalto, pubblico o privato il gioco è lo stesso, da un consorzio all'altro.
Poi ci pensa il jobs act a livellare verso il basso le condizioni di lavoro.
Verso chi protestava sono volate bastonate e coltellate, nella battaglia di Carpiano.
Una battaglia tra i Cobas e i trasportatori di Salerno Trasporti.

Il consorzio Metra sta prendendo una buona parte degli appalti di Poste, partendo quasi dal nulla: 3000 lavoratori, che ora mirano a prendersi il magazzino di Carpiano.
Dove una volta lavorava il consorzio CPL, il cui presidente aveva lavorato con l'ex presidente Pivetti: l'ex pasionaria ha stretto buoni rapporti con la Cina.

Il sistema dei trasporti è opaco e dentro ci trovi anche vecchie conoscenze: come la figlia di Vittorio Mangano che aveva messo le mani su appalti per la Lidl, per il Tribunale.
Nell'ortomercato di Milano lavorava la cooperativa di Morabito, ndranghetista, dove si trafficava anche in droga.

La TNT fa parte del gruppo Fedex: TNT a Milano stava per entrare nell'orbita della ndrangheta – lo ha raccontato il giudice di Milano Gennari.
Grazie alla ndrangheta l'efficienza delle consegna era schizzata: la presenza della mafia era gradita al tessuto imprenditoriale.
I vertici di TNT conoscevano il passato criminale di Paolo Martino, vicino al boss Di Stefano: solo dopo l'inchiesta hanno deciso di collaborare con la giustizia.
TNT si era trovata così bene con la ndrangheta a Milano che avevano chiesto una mano anche a Napoli: il boss pluricondannato faceva affari con politici e manager, è il mondo alla rovescia.

Invece che distribuire gli utili, le cooperative li fanno sparire con le cartiere che producono fatture finte. Cooperative che si passano i dipendenti che entrano con dei diritti acquisiti ed escono con meno diritti.
Col jobs act si è eliminato il reato di somministrazione fraudolenta di lavoro, chi dovrebbe controllare è il ministeri del lavoro che sembra che si muova solo in prossimità di alcune trasmissioni televisive.

In questo mondo lavorano maghi delle cooperative come il signor Tulli, che hanno fatto sparire 1,7 miliardi allo Stato, con le sue cooperative nella logistica.
Vanta amicizie importanti, da Previti a Taiani.
Tulli ha sulle spalle 5 crack, ma è ancora pronto a giocare una nuova partita, assieme ad Amazon.

Ancora oggi, racconta a Nerazzini, ci sono cooperative che non pagano l'Iva, evadono, usano le cooperative cartiere.
Tulli accusa il suo vice, lui non se ne era accorto dei soldi portati in Lussemburgo: l'organizzazione poteva usare una rete di fiduciarie per il suo lavoro, c'è il ruolo dei consorzi esterni.

Il viaggio prosegue nel modenese nel mondo delle cooperative spurie, nel mondo della carne.
Qui, chi ha protestato, per vedersi applicato un contratto giusto, è rimasto senza lavoro.
Altri invece, che sono stati zitti, sono entrati nello stabilimento, con tanto di caporale pregiudicato.
E alcuni di loro sono inseguiti dalla Finanza per evasione dellIrpef.
Contributi non versati, presidenti della cooperativa che hanno firmato tutto, come prestanome. Tunisini, albanesi, romeni.
Buste paga irregolari.
Sulla carne ci mangiano tutti: ma che cavolo di filiera abbiamo messo in piedi sulla carne?

Infine a Bologna, da Fico di Farinetti, inaugurato con politici e ministri, dentro.
Fuori le proteste degli studenti e dei Cobas.
Nessuno vuole parlare con Nerazzini, solo Boccia che, ammette la sua sconfitta con Renzi per la web tax.

Renzi ha chiamato come commissario della digitalizzazione un manager Amazon: l'evasione di Amazon è bene organizzata, sta dentro la sua struttura societaria: Amazon Italia logistica e poi c'è la società lussemburghese che è quella che fattura.

Il governo del Lussemburgo aveva fatto un accordo molto favorevole con Amazon: così gli utili sono liberi di uscire dall'Europa, per finire negli Stati Uniti. Nel Delaware, il vero offshore americano.
Ora Amazon dovrebbe restituire 250ml a Lussemburgo, ma questo paese non ha alcun interesse ad ottenere.
Così mentre aumenta il fatturato di Amazon, si distruggono posti di lavoro, si creano disparità in Europa, si tolgono tasse dal pubblico.
Obiettivo di Bezos è prendere il mercato, non arricchirsi – spiega il consulente Bellavia: con tutta quella liquidità si compra il mercato, per far fuori la concorrenza.
E alla fine potrà alzare i prezzi e nessuno potrà opporsi.

Lavoratori scannerizzati, posti di lavoro persi con una azienda che fattura 40% in più ogni anno, robot assunti al posto degli umani (non chiedono contributi), profitti che si spostano dai nostri paesi verso paesi offshore.
C'è chi chiama tutto questo innovazione.
Ma la politica che ha in mente Piacentini è questa?

C'è poi il rischio di comprarsi un pacco, quando si compra online, come ha raccontato Luca Chianca nel suo servizio.

27 settembre 2015

Presadiretta: il mondo delle coop

Sottotitolo dell'inchiesta di questa sera è “Soldi, appalti e potere”.

Le coop italiane sono un arcipelago di imprese che si occupano di svariati ambiti, dalle costruzioni ai servizi. Dovrebbero avere natura mutualistica, e per questo ad esse è garantita una fiscalità di favore (gli utili delle cooperative devono essere re investiti): si sono trasformate in un blocco di potere, legato ai grandi appalti pubblici (dal TAV all'AV sull'Appennino, dalla raccolta rifiuti alla gestione degli immigrati). Come qualunque azienda basata sul profitto.
Ma se si parla di “sistema coop” si intende altro: è quello che raccontano le inchieste giudiziarie di questi anni, sui vari scandali che hanno coinvolto diverse cooperative. Storie dove emerge il rapporto tra soldi (pubblici), appalti (che arrivano grazie a forti legami con la politica) e potere.

Lo scandalo del Mose e la Coveco che ha portato all'azzeramento dei vertici della Coveco e della Mantovani. Le mazzette per gli appalti di Expo, dove accanto ai manager della Manutencoop come Levorato sono apparsi vecchi protagonisti della prima repubblica come Greganti e Frigerio.
“E se Frigerio, alias il Professore, è il vecchio democristiano, il vecchio comunista è Claudio Levorato, 66 anni di Pianiga in provincia di Venezia, nonché presidente del consiglio di amministrazione di Manutencoop Facility Management, il colosso rosso leader nel settore della manutenzione e delle pulizie, quotato in Borsa con 18 mila dipendenti e un fatturato che supera il miliardo di euro. Al telefono Levorato non viene citato a caso. Frigerio vuole coinvolgerlo nell’affare da oltre 300 milioni di euro per la costruzione della Città della salute che, nei progetti, dovrà sorgere sui terreni dell’ex area Falck a Sesto San Giovanni. Spiega Frigerio a un dirigente di Manutencoop: “Dica a Levorato che ho cominciato a mettere il naso sulla Città della salute”. E ancora: “Io vedrò Levorato nei prossimi giorni (…) perché voglio concordare con lui i collegamenti che possono fare loro, di tipo politico”. L’affare finisce dritto dritto nelle carte dell’indagine assieme a Levorato e alla Manutencoop. Un inciampo grave che però deve ancora passare al vaglio dei giudici. Levorato, dunque, fino a prova contraria resta innocente come del resto si è dichiarato nei mesi successivi allo scandalo. Non certo l’unico”.

Dall'inchiesta sul passante dell'Alta Velocità di Firenze e l'inchiesta su mafia capitale con la coop di Buzzi e gli appalti presi a Roma sulla gestione dei rifiuti e sull'accoglienza dei profughi.
Fino all'ultimo (solo cronologicamente) scandalo della CPL Concordia, partito da Modena e finito ad Ischia, dove l'appalto per la metanizzazione sarebbe stato vinto grazie a delle tangenti a politici.

Riserve di fondi neri usate per pagare le tangenti ai politici, che chiudevano da una parte garantivano che la parte migliore degli appalti finisse a cooperative vicine “politicamente” e chiudevano un occhio anzi due sui costi gonfiati o sui lavori fatti non a norma.
La coop CPL Concordia: "è molto radicata politicamente - ha raccontato ai pm Diego Solari, responsabile commerciale della Concordia, al centro dell'inchiesta della procura di Napoli - dialogavano con ministri, politici e amministratori a tutti i livelli".

È proprio di questo che racconta Francesco Simone nell'intervista con Giulia Bosetti , di cui La Stampa da un'anticipazione: “Cooperative, politica e tangenti. Così funziona il sistema italiano”


I soldi in nero (i 38000 euro portati dalla Tunisia in Italia) servivano per “allentare le pastoie della burocrazia”. A Simone quei soldi girati non gli sembrassero qualcosa di sbagliato: gli sembrava normale che ogni azienda avesse una sua riserva di fondi neri.
Le cooperative sono diventate delle holding – spiega Simone - c'è un protocollo classico, un sistema che ha spiegato ai pm: “ho detto che è il caso di seguire le relazioni, le consulenze, i subappalti che spesso sono sollecitati da esponenti della politica locale, che diventano un contenitore della corruzione”.

La scheda della puntata
A PRESADIRETTA un’inchiesta sulle grandi cooperative italiane: società storiche di costruzioni e servizi nate con fine mutualistico e solidale, ma che oggi sono finite sotto inchiesta per reati di associazione a delinquere, corruzione, infiltrazione mafiosa.La costante emorragia di denaro a causa della corruzione quanto concorre a rallentare la ripresa economica nel nostro paese? Ospite in studio di Riccardo Iacona il presidente di LegaCoop, Mauro Lusetti.PRESADIRETTA ha viaggiato dall'Emilia Romagna al sud Italia per mostrare come un pezzo della nostra classe dirigente ha gestito imprese con fatturati stringendo accordi con la criminalità organizzata, truccando appalti pubblici e persino dilapidando i risparmi di migliaia di soci che credevano nel modello cooperativo.PRESADIRETTA ha intervistato in esclusiva Francesco Simone, il responsabile delle relazioni istituzionali del gruppo Cpl Concordia indagato nell'inchiesta che ha coinvolto la cooperativa. Il racconto di come il sistema delle tangenti in Italia non passa più solo attraverso le valigette piene di soldi - come ai tempi di Tangentopoli - ma si è trasformato in un raffinato sistema di subappalti, consulenze, assunzioni ed altre utilità che le imprese "pagano" per vincere gli appalti.Nell’inchiesta di PRESADIRETTA il tema della corruzione negli appalti pubblici con un’intervista al presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone.SOLDI APPALTI POTERE” è un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti e la collaborazione di Andrea Tornago e Antonella Bottini.