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21 maggio 2026

La continuità del male di Tomaso Montanari


 

Introduzione

Le radici che non gelano

George Orwell ha scritto che “per vedere quello che abbiamo sotto il naso, occorre un grande sforzo”. Ciò che abbiamo sotto il naso è un serissimo pericolo, perché l’Italia si trova nelle mani di una destra – quella guidata da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica – che è ancora fascista.

Fascista è chi il fascista lo fa – potrebbe essere questa in estrema sintesi l’idea che sta dietro al saggio di Tomaso Montanari sulla destra italiana. Una frase presa a prestito da Michela Murgia che, come tanti altri intellettuali, non aveva fatto fatica a scorgere il volto del fascismo storico dietro i tratti di questa destra.
Se usi gli stessi argomenti del ventennio, se le tue politiche si basano sugli stessi principi, se i tuoi nemici sono gli stessi nemici del fascismo mussoliniano, beh, non possiamo che non concludere che la tua politica si pone in continuità con quella portata avanti dal regime fascista che ha sgovernato l’Italia per vent’anni e lasciando ancora dentro l’animo degli italiani il seme del male. Nonostante i lutti, le morti, le macerie, la miseria in cui ci ha lasciati.
Attenzione, non stiamo parlando del saluto romano, del fez, dei pantaloni alla zuava o la camicia nera. Quel folklore è solo lo specchio delle allodole per distogliere l’attenzione dal vero problema: i tratti somatici di questa destra, le famose “radici che non gelano mai” espressione tanto cara ai meloniani, non sono questo.

Lo spiega molto chiaramente lo storico Tomaso Montanari andando ad analizzare: se si analizzano i temi che Meloni e questa destra ripetono si ritrovano, con una sovrapposizione sorprendente, gli stessi concetti del fascismo del secolo scorso. Per comprenderlo bisogna andare oltre il ritratto che un mondo dell’informazione, fin troppo clemente, ha fatto di questa destra, analizzando i discorsi, i riferimenti storici, le riforme (?) portate in Parlamento e fatte approvare a colpi di decreto.

.. in Italia il governo Meloni sta disapplicando la Costituzione democratica e antifascista, differenziando i diritti in base alla presunta identità razziale, restringendo le libertà e concentrando tutti i poteri (a partire dal legislativo e dal giudiziario) in mano all’esecutivo.

È questo il lavoro fatto da Tomaso Montanari partendo dalle radici razziste e xenofobe ben presenti nei partiti dell’attuale maggioranza. Non potendo più parlare di razze, per non incorrere nell’accusa di razzismo, si usa la più tenue espressione di “etnia italiana” da difendere di fronte all’invasione degli immigranti che pretendono di toglierci le nostre usanze. Avete presente il presepe?

Avete presente quella che i giornali hanno chiamato gaffe del ministro Lollobrigida (cognato della presidente dunque meritevole di un posto al governo) ovvero il discorso sulla sostituzione etnica?

Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica..”

Si dice etnia, ma si intende razza: la sostituzione etnica, sostenuta dalla sinistra, dall’Unione Europea, dalla finanza ebraica, gente come Soros (ma Fratelli d’Italia non erano i difensori di Israele?). Un tema che arriva pari pari dal ventennio che è tornato attuale fino ad oggi.

È un continuo noi contro gli altri nei discorsi degli esponenti di questa destra, dove gli altri sono tutti quelli diversi da noi, che non dobbiamo considerare come qualcosa che ci arricchisce. Gli ebrei, i comunisti, ieri, gli immigrati, l’islam oggi (a meno di non dover andare nei paesi arabi col piattino ad elemosinare per dei contratti).

Dobbiamo difendere le nostre radici giudaico cristiane – quante volte l’avete sentita questa espressione, ma cosa vuol dire? Cristo era quello venuto al mondo per salvare tutto, per unire e non per dividere. Anche i “non gentili”. Ma almeno il Vangelo lo avranno letto?

.. un altro Fontana – Attilio, attuale presidente della Regione Lombardia – a dire chiaramente che “non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere, o devono essere cancellate”

Dobbiamo difendere i confini, dobbiamo proteggere la nostra razza dai barbari che attendono là fuori per sostituire la nostra civiltà. Perché la nostra civiltà occidentale (qualunque cosa significhi) è l’unica degna di esistere, sempre a proposito di razzismo.

Ecco allora che lo Stato deve difendere gli italiani, le famiglie, rigorosamente fatte da un uomo e una donna con tanti figli. Ed è così che la sessualità, la procreazione, l’orientamento sessuale, diventano questioni di Stato, non più questioni legate alla sfera individuale delle persone.

Persone che sono cittadini italiani solo per sangue: l’ossessione per lo ius sanguis è strettamente legata alla “questione identitaria”, uno straniero, specie se con la pelle scura, non potrà mai essere italiano. Anche se nato in Italia, se ha studiato qui, se qui lavora e paga le tasse.

La propaganda della destra era già pronta scatenarsi dopo i fatti di Modena dove un ragazzo con problemi psichiatrici ha falciato in auto diverse persone. Revochiamo la cittadinanza agli stranieri che compiono reati – queste le proposte (anti costituzionali e ancora una volta razziste) di questa destra che campa alimentando le paure degli italiani, stretti tra la crisi, l’inflazione, il lavoro sempre più povero. Italiani a cui la destra mostra come unico nemico lo straniero.

Spiega Montanari come nel modello di “nazione” che la destra e Meloni hanno in mente “non c’è spazio per il conflitto sociale e non c’è spazio per il dissenso politico. Le opposizioni, i dissidenti, i critici diventano “disfattisti”, “nemici della patria” ..”

Da qui nascono gli attacchi ai sindacati (accusati di fare scioperi per il weekend lungo), ai magistrati il cui potere diffuso riconosciuto dalla Costituzione è visto come un intralcio all’azione del governo, che essendo eletto è l’unico che interpreta veramente la volontà popolare.

Queste le parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che riferendosi al blocco della Corte dei Conti sul progetto per il ponte sullo Stretto, ai pronunciamenti dei giudici sui migranti deportati nel CPR in Albania, ha parlato di “aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria”.
Ecco a cosa serviva allora la riforma Nordio, a mettere i magistrati al loro posto, sotto il controllo dell’esecutivo, unico organo depositario della volontà del popolo.

Anche la donna deve tornare al suo posto (in questo modello di nazione): basta con l’emancipazione, col desiderio di fare carriera, la donna che essere solo mamma e dare figli alla nazione per difendere la nostra razza. Altrimenti non è una vera donna.

Per Fratelli d’Italia (un partito che, fin dal nome, ritiene che le “sorelle” d’Italia non abbiano diritto a una autonomia, se non altro, linguistica), quello della donna non è un ruolo autonomo: in primo luogo, non autonomo dalla funzione di madre.

Anche questa è una eredità che arriva direttamente dal fascismo.

Dopo le donne, la scuola essere tornare al suo posto: non deve educare, non deve aprire la mente ai ragazzi ma deve formare, perché sin dalle scuole nei giovani si deve inculcare il principio che ognuno deve stare al proprio posto. I ricchi e le classi egemoni sopra, i poveri sotto.

Secondo le indicazioni date dal ministro Valditara, la scuola deve valorizzare i grandi momenti della storia patria, i “grandi” della nostra storia, magari annacquando certe parti poco piacevoli per la destra (il fascismo e la compressione dei diritti, la guerra di liberazione, l’antifascismo e la Resistenza). E poi i protocolli firmati assieme al ministero della Difesa “protocolli con diverse forze militari e civili per promuovere iniziative nelle scuole: dall’intesa con il Viminale”.
Una scuola modello spartano?

Nel modello meloniano di società guai a parlare di ascensore sociale, peggio, di conflitti sociali: si rischia di passare per nemici della nazione, per terroristi.

La loro visione antilibertaria emerge chiaramente dai decreti sicurezza che riducono gli spazi per il dissenso (anche quando esercitato in modo non violento), la possibilità di manifestare, di far sentire la propria voce.
Grottesco che lo faccia una destra che si dichiara libertaria, ma forse la libertà per questa destra – ancora fascista nei tratti profondi scrive Montanari – è libertaria solo per le idee del più forte.
Ma questi sono tratti che vediamo in tutte le destre al mondo, compresa la destra israeliana. A proposito di Israele e Netanyahu, si arriva poi ad un paradosso per cui oggi i migliori amici della destra israeliana siano proprio i Fratelli d’Italia di Meloni, gli eredi di quelli che gli ebrei li spedivano nei campi di concentramento.

La continuità del male ci mostra, in modo abbastanza dettagliato, il vero volto di questa destra: come nella lettera di Alla Poe, sebbene sia sotto i nostri occhi non riusciamo a vederne il loro disegno complessivo. Che è qualcosa di tremendamente pericoloso: è sufficiente prendere tutte le riforme fatte da questo governo, nella scuola, sulla giustizia, sul lavoro, sul welfare. Sulla forma di governo. Tutte riforme che vanno contro i principi della Costituzione: l’eguaglianza, i diritti uguali per tutti, lo Stato che deve abbattere le barriere, la difesa del paesaggio. Il salario dignitoso.

La destra liberista e la destra fascista hanno in comune la riduzione a mezzo, a strumento, della persona umana: al servizio del profitto di pochi

È bene che si inizino a chiamare le cose col loro vero nome: questa regressione della politica, della cultura (che quando è critica contro il potere è bersaglio dei suoi attacchi e Montanari ne sa qualcosa), del pensiero (e penso all’aumento dell’astensionismo perché i cittadini si stanno disaffezionando alla politica), stanno preparandoci il terreno a tempi bui, “un terreno molto favorevole alla continuità di quello stesso male.”

I capitoli del libro:

  • Il cuore nero dell’ideologia – la difesa della razza
  • L’idea della nazione: sangue, destino, Sparta
  • L’identità bio-culturale, la difesa della civiltà occidentale
  • Antisemiti per Israele
  • Rimettere le cose a posto: il ruolo delle donne
  • Contro l’eguaglianza
  • Cultura e scuola: pensare come si deve
  • Guerra alla Costituzione: la dittatura del governo


La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

25 dicembre 2023

Assalto alla Lombardia, di Marco Sasso

Prologo

Dal 1995 ad oggi la partita per il controllo della Regione Lombardia, l’ex locomotiva d’Italia per modello economico e sociale, si è giocata in una sola parte del campo politico, il centrodestra.

Quella dell’eccellenza lombarda è stata tuttavia una falsa narrazione, uno storytelling vecchio e vuoto di contenuti di fronte all’impatto delle crisi globali, delle sfide del cambiamento climatico e della pandemia da Covid-19, se si confrontano i dati socioeconomici con altre regioni italiane ed europee. Il ciellino Roberto Formigoni, durante 18 anni di governo ininterrotto, ha piegato l’istituzione del Pirellone ai propri interessi personali e di appartenenza politica al mondo di Comunione e Liberazione, con leggi e delibere che hanno favorito l’esplosione dei privati nel mondo della sanità. Formigoni ha saputo per primo sfruttare l’indebolimento del patto costituzionale, facendolo diventare la base per un governo locale palesemente antistatale che punta alla distribuzione della sovranità a una pluralità di soggetti che tengono insieme il privato e il pubblico.

Negli ultimi trent’anni la giunta non ha saputo né voluto mediare tra gli interessi plurali della società che rappresenta e, attraverso i suoi “mandarini” di Palazzo, ha abdicato al suo ruolo pubblico di regolatore e decisore del mercato. Il paradigma è nel campo sanitario la legge regionale del 1997, che ha sancito un modello diverso da quello nazionale (in nome della libertà di scelta e della sussidiarietà tanto cara ai ciellini) e ha messo le basi per un ampio impoverimento del pubblico. Dagli anni ’90 i gruppi privati decollano e si trasformano in colossi: oltre al San Raffaele e alla Fondazione Maugeri, nel 1994 apre l’Istituto europeo di oncologia di Umberto Veronesi, nel 1996 viene inaugurato l’Humanitas di Gianfelice Rocca, il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli inizia ad espandersi fino ad arrivare a 18 ospedali, tutti rigorosamente accreditati.

Ma il velo è stato sollevato con la pandemia e i lombardi si sono trovati con il cerino in mano di un servizio non all’altezza. La privatizzazione della sanità è il simbolo di una vita pubblica devastata dalle logiche del puro profitto e interamente subordinata agli affari di pochi che non ha invertito la rotta nemmeno con l’ultima riforma sanitaria targata Moratti. Anche quest’ultima legge regionale sdogana definitivamente la logica dell’equivalenza tra i due modelli, quello pubblico e quello privato, e l’ex vicepresidente si è limitata a inaugurare ex consultori pubblici trasformati in case di comunità.

Nemmeno i leghisti Roberto Maroni e Attilio Fontana hanno mai proposto un nuovo modello più vicino alle esigenze dei lombardi, perpetuando uno schema di gioco che prevede il controllo “militante” della macchina burocratica. Una regione spesso contro, che osteggia la Costituzione repubblicana e pretende di andare per la propria strada anche con i governatori leghisti al comando in tema di diritti e autonomia fiscale.

L’efficientismo di facciata del centrodestra ha mostrato tutti i suoi limiti con la pandemia da Covid-19 che ha causato oltre 40mila morti solo in Lombardia, con il triste record della provincia di Bergamo dove i decessi sono aumentati a marzo 2020 del 568% rispetto agli anni precedenti.

Il titolo non è stato scelto a caso: assalto è proprio la parola più corretta per raccontare quello che ha fatto il centro destra in regione Lombardia negli ultimi 20 anni, anzi, andando indietro fino al 1997, quando sono partite le politiche di privatizzazione della sanità con le leggi volute dall’ex presidente Formigoni. Un assalto, una completa e totale occupazione dei posti di potere in tutte le strutture in cui si articola la macchina di governo regionale, dalla sanità, all’istruzione, al settore dell’edilizia pubblica, ai trasporti, all’agricoltura. Un sistema di potete, quello della Lombardia, dove sembra di essere tornati indietro di secoli: le cariche e le nomine, dai direttori delle ASL fino all’ultimo dei funzionari sono assegnati secondo la tessera politica, dove la fedeltà politica alla Lega a Comunione Liberazione, a Forza Italia e, oggi, anche a Fratelli d’Italia (che nelle ultime politiche ha sorpassato gli alleati nella coalizione) va sopra ai principi di competenza, esperienza, professionalità.

Come nel vecchio medioevo con i Vassalli, Valvassori, Valvassini.
Una sorta di reddito di cittadinanza al contrario: risorse pubbliche spostate verso manager, dirigenti e funzionari pubblici arruolati per tessera di partito, distribuendo rendite di posizione e allevando una generazione di politici che da Milano oggi hanno fatto il salto politico e sono atterrati a Roma.

Il saggio di Marco Sasso è stato scritto tra la fine del 2022 e i primi mesi del 2023, prima delle elezioni regionali avvenute a febbraio 2023 che hanno visto ancora una volta prevalere, come avviene ininterrottamente dal 1995, il centro destra. Nelle intenzioni dell’autore, questo libro avrebbe dovuto aprire gli occhi ai cittadini lombardi, sbattendogli in faccia quella che è la realtà che sta dietro la macchina della propaganda (che paghiamo tutti noi cittadini, anche quelli che non votano Lega o FDI).
Purtroppo l’autore non c’è riuscito: nonostante quanto è successo nemmeno tanti mesi fa ai tempi del Covid, quando la Lombardia è stata la regione con più morti nel mondo, quando il ciclone dei contagi ma mandato in crisi ospedali, pronto soccorsi, quando medici e infermieri si sono trovasti senza dispositivi per proteggersi perché le ASST ne erano sprovviste, senza nemmeno un protocollo aggiornato per combattere la pandemia (o una influenza) perché quello esistente non era stato aggiornato.

Il falso mito dell’eccellenza lombarda

Privato è bello (o così ci hanno raccontato)

L’aggressione ai beni comuni è stata il fil rouge della politica che ha segnato i 18 anni di “regno” del ciellino presidente Roberto Formigoni, che grazie al comunitarismo cattolico ha incrementato gli affari privati: a sua firma la legge regionale n. 31 del 1997 che rivoluziona – per la prima e unica volta in Italia – la sanità assumendo come principio ispiratore la sussidiarietà solidale per assicurare l’erogazione uniforme dell’assistenza. Formigoni è al governo della Lombardia da due anni quando viene emanato il provvedimento che contrassegnerà i successivi cinque lustri politici e il futuro delle cure di milioni di lombardi di oggi e di domani. Attraverso quel principio tanto caro ai seguaci di Gioventù studentesca e al mondo di Comunione e Liberazione, il privato entra prepotentemente nel Servizio sanitario regionale grazie all’accreditamento, formalmente per cooperare alla pari con le strutture pubbliche, nei fatti per essere supportato e foraggiato dal Servizio sanitario, riservando per sé i settori più remunerativi della sanità e dell’assistenza, quali ad esempio i reparti di alta specializzazione in cardiologia, i centri di eccellenza di ricerca o le Residenze socioassistenziali (Rsa), lasciando alla medicina pubblica la gestione dei settori meno redditizi come i servizi di emergenza-urgenza, quelli dedicati alle dipendenze da alcool e droghe e la psichiatria. In questa gara impari il pubblico si vedrà tagliare migliaia di posti letto sostituiti dalle strutture private accreditate. Tra decine di leggi e norme ad hoc, nella sostanza è stata assicurata agli imprenditori, in assenza di vincoli di programmazione della Regione Lombardia, la possibilità di orientare le proprie attività verso prestazioni con rapporto favorevole tra rischio e remunerazione.

Ancora una volta la macchina della propaganda che in regione Lombardia funziona molto bene (contro gli immigrati, contro l’islam, contro gli ambientalisti, contro le associazioni LGBQ+), ha prevalso contro la logica dei fatti. La propaganda che ci racconta come la sanità qui sia una eccellenza, una parola che Formigoni, condannato a 5 anni per corruzione, ripeteva davanti ai giornalisti: eccellenza e sussidiarietà, quel principio tanto caro ai suoi amici di Comunione e Liberazione, per cui nei suoi anni di governo si è svuotata la sanità pubblica, chiudendo presidi, ospedali, consultori, per far spazio al privato in convenzione. Perché bisognava dare ai cittadini lombardi la possibilità di scegliere tra pubblico e privato, mettendoli in una sorta di competizione falsata: da una parte si toglievano risorse al pubblico, dall’altro si drenavano fondi regionali per finanziare strutture private basate sulla logica del profitto che, nei mesi della pandemia, nemmeno si sono fatte carico del carico dei malati per covid.

Marco Sasso racconta del rapporto privilegiato che ha il gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, tra gli esperti che hanno scritto la riforma sanitaria del presidente Formigoni: tra accreditamenti, passando per l’acquisizione dell’ospedale San Raffaele, la trasformazione di ospedali privati in Irccs, istituti di ricerca che, sempre grazie a Formigoni, possono accedere a fondi per la ricerca, il Gruppo San Donato tra il 2001 e il 2021 riceve rimborsi pubblici per 17 miliardi di euro (che rappresentano l’80% dei suoi ricavi).

Se guardiamo i dati dei Livelli Minimi Essenziali, i LEA, la Lombardiasta al quarto posto, dietro ad altre regioni come Emilia Romagna dove, tra le altre cose, gli ospedali di prossimità distribuiti sul territorio, esistono da anni.
Finita la pandemia si è detto che, basta, bisognava rafforzare la medicina territoriale, che il modello ospedalo-centrico tanto amato dalle giunte di centro destra, aveva fallito: ma è stato solo un fuoco di paglia, nemmeno la riforma voluta da Letizia Moratti ha cambiato le cose. Come ha raccontato più volte Report nei suoi servizi, si sono solo fatte tante inaugurazioni delle case di comunità, senza mettere un euro (nemmeno dal PNRR) per inserire nuovo personale in strutture che già esistevano e che hanno solo cambiato nome.
Lo spiega bene l’autore mettendo uno dietro l’altro cifre e dati: la sanità in Lombardia costa più che nelle altre regioni, andando a smentire l’altra voce della propaganda secondo cui il privato cosa meno ed è più efficiente.
Ma quale eccellenza? Dove ti giri in Lombardia si trovano sempre più ambulatori privati o cliniche smart dentro le fermate della metropolitana, nei supermercati, alla faccia del diritto alla salute dei cittadini.

Nemmeno il covid è riuscito a cambiare l’approccio ideologico iperliberista (privato buono, pubblico cattivo) dietro queste scelte politiche: prima il privato, quello che è vicino al tuo partito o alla tua corrente. E non importa se questo calpesti i diritti delle persone: un capitolo del libro è dedicato alla legge 194 che concede a tutte le donne il diritto ad abortire in modo sicuro.

Per motivi essenzialmente solo ideologici (e oscurantisti), tutte le giunte regionali hanno fatto tutto il possibile per ostacolare questo diritto, cominciando dal bloccare l’uso della piccola RU 486, con la massiccia presenza di medici abortisti in strutture accreditate (una stortura della legge, quella dell’obiezione, che nessun governo ha cancellato).

A che serve cancellare una legge come la 194 (come anche la stessa presidente Meloni ha dichiarato) quando puoi ostacolarla con la burocrazia? Quando puoi cancellare i consultori, strutture nate a fine anni 70 per aiutare le donne nelle problematiche legate alla sessualità, sostituendoli con strutture private, pagate da noi, gestite da associazioni “pro vita”, dunque fortemente ideologizzate, che non applicano la legge?

Dove sta la sicurezza delle donne?

Nel cuore del potere lombardo

È notizia di questi giorni che in regione si stanno ultimando le nomine nel comparto della sanità, un settore che vale 22 miliardi di euro ogni anno, una bella fetta del bilancio regionale. Qui si gioca la vera partita del potere: il cuore del potre sta tutto nella partita delle nomine dove, per la prima volta, il partito di Giorgia Meloni potrebbe avere più posti di quelli degli altri partiti della coalizione, la Lega di Salvini e Forza Italia di Tajani, anche andando ad allearsi con i vecchi potenti di Comunione e Liberazione, andando perfino a riesumare personaggi spariti dalla scena politica come Lucchina (ex braccio destro di Formigoni) o Mantovani (ex vice presidente, passato da Forza Italia a Fratelli d’Italia).
L’autore, nel capitolo “Nel cuore del potere” racconta tutte le vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti del centro destra in questi ultimi anni: non tutte hanno portato ad una condanna in via definitiva, come nel caso Formigoni per i regali e i soldi presi dalla fondazione Maugeri in cambio delle scelte in ambito sanitario, ma tutte raccontano la stessa cosa, ovvero che il l’interesse pubblico passa in secondo piano, dopo il profitto del privato.

Ma il capitolo racconta anche altro: le porte girevoli in regione, dove si danno incarichi a politici trombati alle elezioni nazionali, dove si assumono per consulenze ben remunerate giornalisti e personaggi senza esperienza ma solo con la tessera giusta in tasca. È una macchina che mangia tanti soldi nostri, quella regionale: la sobrietà non è una dote del “celeste”, come si faceva chiamare Formigoni, che nonostante il voto di povertà si è fatto costruire un nuovo palazzo, il Pirellone, con tanto di eliporto sul tetto (costato 50 ml di euro), con un ufficio arredato nel segno dello sfarzo e del lusso (dove per l’arredo si sono spesi 42 milioni di euro). Tutti soldi nostri, ricordiamocelo sempre.

Ma nemmeno Salvini ha dalla sua la dote della sobrietà: per la sua macchina della propaganda social, la bestia, ha investito milioni euro finiti nella società del suo guru, Luca Morisi, che veniva pagato due volte: direttamente dai gruppi parlamentari e poi anche per gli appalti che le ASL in regione concedevano alla sua società.

Una forma di ritorno economico per l’uomo che ha portato milioni di follower al segretario della Lega passato da Roma ladrona a prima gli italiani..

Tanto quanto nella sanità, anche nell’istruzione la fanno da padrona i privati: il principio è sempre lo stesso, la sussidiarietà, ovvero dare a tutte le famiglie la “libera scelta” di mandare i figli in una struttura pubblica o in una privata (essenzialmente una cattolica).

Ovviamente è un principio che favorisce il privato, che in proporzione agli studenti che frequentano le sue scuole, prende molti più soldi rispetto al pubblico. Ancora altri numeri (che troverete leggendo questo libro): 24 ml date alle scuole private nella dote scuola, di fronte solo agli 8 ml dati alle famiglie con disabili.

Vita quotidiana in terra lombarda

L’ultimo capitolo è una lunga carrellata dentro la vita dei lombardi a cominciare dai trasporti regionali, un mondo che conosco molto bene essendo un pendolare di Trenord da più di venti anni.

Anche nel trasporto regionale vale la tessera di partito, nonostante lo stato impietoso dei trasporti, con treni affollati, in ritardo, con problemi di manutenzione. La regione avrebbe il ruolo di controllore su Trenord, che si prende ogni anno 950 ml di euro dalle nostre tasse per far funzionare i treni: ma è la stessa regione che in questi anni ha favorito il trasporto su gomma, costruendo e finanziando altre autostrade (oltre 400 km di nuove autostrade da qui al 2030) dimenticandosi del fatto che buona parte delle linee regionali sono ancora a binario unico.

Le precettazioni di queste settimana hanno acuito la tensione all’interno dell’azienda, portando ad una situazione di estrema difficoltà per i viaggiatori, sottoposti allo stress di treni soppressi o in ritardo.

Aler è invece l’azienda regionale che si dovrebbe occupare dell’edilizia pubblica: nonostante ci sia una grande fame di alloggi pubblici (e 20000 sfratti esecutivi nell’area metropolitana), molte delle case dell’ente regionale sono chiuse, sfitte, perché inagibili. Servirebbe almeno 1 miliardo per sistemale, ma i conti in rosso (700ml di debiti) impediscono ogni investimento.

Così l’azienda, dove a farla da padrone sono manager di area vicina al centro destra, è costretta a vendere le case. E chi rimane fuori dalle graduatorie deve arrangiarsi.

Nonostante la pianura padana sia la zona più inquinata d’Italia, nonostante l’inquinamento causato dal traffico su gomma, dagli allevamenti intensivi, dalle attività industriali, la regione ha da sempre preferito investire nel trasporto su gomma, andando anche a finanziare la famigerata Brebemi, l’autostrada che si doveva finanziare da sola in project financing e che invece rischiava di trasformarsi in un lungo campo da calcio.
Non solo, la regione ha ostacolato i piani del comune di Milano sull’Area C, sui divieti di circolazione dei mezzi più inquinanti: ogni anni circa 90000 persona sono vittime di malattie legate all’aria cattiva che si respira, ma nonostante questo si continua ad andare avanti a consumare suolo per nuove autostrade, nuovi capannoni per la logistica (col miraggio dei posti di lavoro, che non si sa quanto dureranno), a sottrarre suolo pubblico che viene ricoperto da cemento (nel solo 2020, l’anno del covid, sono stati cementificati 750 nuovi ettari di suolo). La Lombardia è, secondo i dati di Ispra, la prima regione per consumo di suolo.

E nei pochi campi rimasti, c’è il rischio che siano inquinati per lo sversamento di fanghi tossici: lo racconta il giornalista nel capitolo “la pianura padana infangata” dove racconta di come, sfruttando le maglie larghe della legge regionale sui fanghi ottenuti dalla depurazione di scarti industriali, la WTE SRL abbia inquinato i terreni di diversi campi nel bresciano.

Io ogni tanto ci penso, cioè, chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi”: così diceva un dipendente dell’azienda in una intercettazione. Chissà se ci pensano a questa pianura cementificata, infangata, in regione? E che ne dicono i vertici di Coldiretti, associazione da tempo vicina a questa maggioranza di destra?

C’è una alternativa a questa politica, a questo gruppo di potere, a questa gestione del potere in Lombardia? Nell’ultimo capitolo del libro l’autore fa un bilancio amaro della situazione: a sinistra c’è un vuoto, il PD non è ritenuto dai cittadini un partito a cui dare fiducia per combattere queste battaglia per la sanità pubblica, per la scuola pubblica e laica, per la difesa dell’ambiente e per la fine delle spartizioni politiche nelle nomine pubbliche.

Non solo, il famoso modello Sala non si discosta (sul consumo del suolo, sulla gestione del bene pubblico) dal modello di questa destra. Che rimane allora? Rimangono le tante associazioni sul territorio che portano avanti con grandi difficoltà queste battaglie, come Non una di meno, il Forum Salviamo il Paesaggio (come recita l’articolo della Costituzione), Dico 32, gli studenti di Fridays for future, Asgi e Naga, l’associazione che ha smascherato le terribili condizioni dentro il CPR di via Corelli a Milano.

Ci dobbiamo rassegnare alla padanizzazione dell’Italia, ora che questa coalizione di destra sta governando il paese, togliendo risorse alla sanità e depotenziando i servizi pubblici? Abbiamo cinque anni per leggere questo libro e comprendere cosa sta succedendo in Lombardia e in Italia.

La scheda del libro sul sito di Laterza, l’intervista all’autore e un estratto.

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07 dicembre 2020

Anteprima delle inchieste di Report -5 sfumature di nero (e il piano pandemico)

Le inchieste di Report si occuperanno di diversi argomenti: i nuovi acquisti del partito di Giorgia Meloni, Fratelli d'Italia, ai finanziamenti che stanno dietro la ricchezza delle formazioni di estrema destra.

L'emergenza a Roma per la cremazione delle salme, problema noto che il covid ha accentuato.

Chi sono i baby youtuber e che interessi stanno dietro.

Infine due aggiornamenti di inchieste già andate in onda: il primo sul piano pandemico che l'Italia non ha aggiornato per anni e l'atteggiamento dell'OMS e il secondo capitolo del servizio sui vigili di Roma.

Il successo di Fratelli d'Italia e delle formazioni di destra

Il baricentro politico dell'Italia si sta spostando sempre più a destra: quello che era considerato centrodestra oggi è egemonizzato da due partiti di destra come Lega e FDI e quello che era il centro sinistra insegue le stesse politiche, perché “altrimenti Salvini prende i voti”. Oggi, sondaggi alla mano, è la Meloni che prenderebbe i voti.

Report in questa inchiesta racconterà cosa sta dietro il partito della Meloni e delle altre formazioni di estrema destra, che oggi a furia di sdoganare il fascismo, sono considerate formazioni politiche come tutte le altre.

Il successo imprenditoriale di Casapound

Da dove ha preso i soldi Casa pound per far partire le loro attività imprenditoriali che negli ultimi due anni hanno portato ad un fatturato di 5ml di euro?


C'è la casa editrice di Casa pound, Altaforte, dell'ex picchiatore Francesco Polacchi: due anni fa, molti esponenti della “brigata Voltaire” si batterono contro la sua esclusione dal Salone del libro di Torino usando la storiella del fascismo degli antifascisti.

Polacchi non è un imprenditore qualunque come i suoi libri non sono libri qualunque: è stato arrestato anni fa per tentato omicidio reato poi caduto in prescrizione, è stato condannano per lesioni e rinviato a giudizio per apologia di fascismo, dopo le frasi pronunciate durante una trasmissione radiofonica, La Zanzara, nel maggio del 2019 (“Mussolini è stato il miglior statista del secolo scorso”). Non rinnegano nulla i fascisti del terzo millennio, anche perché trovano terreno fertile in un certo giornalismo che considera il fascismo solo un'opinione come le altre.

Nemmeno Polacchi rinnega quello che ha detto: di fronte a Giorgio Mottola, non vuole più ripetere la parola fascista, ma si definisce sovranista (“sono fascista ma non fesso”).

E proprio perché non sono fessi, quelli di CP hanno iniziato a commercializzare la propria identità: pochi anni fa Polacchi ha fondato Pivert, un marchio di abbigliamento che produce abiti e scarpe per un pubblico sovranista, non a caso il primo testimonial è stato Matteo Salvini che per primo ha esibito in pubblico un giubbino di questo marchio.

E' bastato avere Salvini come testimonial per lanciare il marchio, il sito è andato in tilt, racconta lo stesso Polacchi che non nasconde il sogno di vestire tutto il mondo sovranista.

Altro testimonial è stato Bobo Vieri, fotografato accanto al capo ultras (fascista) dell'inter Nino Ceccarelli, arrestato l'anno scorso per violenza.

La pubblicità al marchio è stata affidata a Nina Moric, personaggio del mondo dello spettacolo che recentemente si è avvicinata a Casa Pound.

Questa attività imprenditoriale ha avuto come effetto quello di sdoganare l'immagine pubblica del movimento: “l'obiettivo soprattutto della mia attività editoriale, è quello di creare una influenza sull'opinione pubblica, sia tramite una linea editoriale dove si è riusciti a coinvolgere altri giornalisti o altri personaggi che condividono o sposano le nostre idee, lo reputo uno dei successi della mia attività”.

Influenzare ma anche incassare: negli ultimi due anni la holding di Polacchi ha registrato un fatturato di 2,5ml di euro, soldi che finanziano anche il movimento, perché i negozi della catena Pivert sono gestiti dai dirigenti.

Da dove sono arrivati i primi finanziamenti? Da cose che avevo messo da parte con parsimonia, risponde Polacchi.

Ma se non lavorava da dove li prendeva? Domanda ad un certo punto Mottola:

Dalle paghette de papà ..”

Sarà vero?

L'inchiesta su Forza Nuova

Nella sede degli irriducibili della Lazio, dove si ipotizza che siano stati pianificati gli scontri a Roma del 27 ottobre, Giorgio Mottola incontra Franco Costantino, braccio destro di Diabolik, Fabrizio Piscitelli, il capo della curva (e narcotrafficante) ucciso in un agguato due anni fa.

Nella rete di estrema destra e ultras sono finiti molti minorenni: molti dei fermati dopo gli scontri di Roma e Milano hanno meno di 18 anni.

Nulla di sconvolgente per Roberto Fiore, capo di Forza Nuova: “noi siamo disposti anche a farci qualche giorno di galera, non è la fine del mondo”. In piazza c'erano sia Fiore che Castellino, altro capo di FN ma non sono stati fermati: Fiore ha iniziato a far politica a 16 anni, il fermo dei 16 minorenni per lui è un fatto positivo “vorrei vedere tantissimi giovani di 15-16 anni entrare in Forza Nuova ”.

Ma i giovanissimi che entrano in FN ci sono regole e gerarchie da rispettare: poco tempo fa, tre giovani esponenti tra i 18 e i 22 anni, accusati di comportamenti scorretti, sono stati portati di notte in un casale fuori Roma per essere sottoposti ad un rituale punitivo violento.

Lo racconta in una intercettazione proprio uno dei tre: messi in ginocchio al buio, sotto la pioggia, uno dei capi di FN alle spalle dopo aver scarrellato la pistola, ha esploso un colpo vicino alla tempia di uno dei ragazzi, che pensava di essere ucciso “te giuro ho pensato, mo questo m'ammazza”.

Tante volte a chi sta dietro ai rosari, ci sono i diavoli – il commento di Massimo Perrone, un invito ai genitori a vigilare sulle frequentazioni dei figli.

FDI – chi sale sul carro del vincitore

Il partito di Giorgia Meloni sta crescendo nei sondaggi (grazie anche alle continue ospitate nei programmi): ma tra i molti politici che sono saliti sul carro del vincitore ci sono anche degli impresentabili.



A cominciare dall'ex forzista Roberto Rosso, assessore alla legalità che voleva trasformare fratelli d'Italia nel partito amico dei cantieri delle imprese e del lavoro. Ma poche settimane prima delle elezioni veniva ritratto mentre pagava i voti comprati della ndrangheta. La presa di posizione del partito della legge e dell'ordine è nelle parole di Guido Crosetto, fondatore di FDI: “non mi è mai sembrato uno che possa intrattenere rapporti con la mafia”.

Giuseppe Caruso presidente del consiglio comunale di Piacenza , altro acquisto recente di FDI, è stato arrestato pochi mesi fa per voto di scambio (avrebbe aiutato le cosche ad accedere ai fondi europei).

Enzo Misiano, consigliere comunale di Ferno di FDI e responsabile locale del partito, curava gli interessi delle cosche in comune e faceva da autista al boss.

C'è un problema nella selezione della classe dirigente ha chiesto Mottola a Giorgia Meloni?

“Io ho cominciato a fare politica quando hanno ucciso Paolo Borsellino e l'ultima cosa che è possibile nella mia vita e nella mia attività politica è che qualcuno utilizzi i sacrifici che sto facendo per fare favori alla criminalità organizzata”.

Alla successiva domanda, perché certi politici con relazioni pericolose scelgono FDI, Meloni ha gettato la palla in corner tirando un ballo il servizio pubblico, vi pagano gli italiani ..

“Ci sono tre casi ..” ma la segretaria del partito si dimentica di Gianfranco Pittelli, ex parlamentare di FI, nel 2017 entrò in FDI, la Meloni lo definiva in un tweet “valore aggiunto per la Calabria e per tutta l'Italia”. Lo scorso dicembre è stato arrestato con l'accusa di essere l'elemento di cerniera tra la ndrangheta, la massoneria e le istituzioni.

Ai 4 arresti del 2019 si sono aggiunti gli arresti di quest'anno: Domenico Creazzo, consigliere regionale in Calabria, arrestato prima che potesse insediarsi in consiglio. In carcere è stato preceduto da un altro consigliere, Alessandro Nicolò arrestato con l'accusa di essere al servizio delle cosche.

Ma secondo lei io c'ho una sfera di cristallo? Mi dica lei come si fa a sapere se uno ha dei problemi quando non c'è un'indagine, comunque se anche chiedi non te lo dicono.. secondo lei dovevo conoscere tutte le migliaia di candidati nelle liste di FDI che ci sono in Italia? ..”

Chissà se per scegliere Pasquale Maietta, ex tesoriere alla Camera del suo partito, ha scelto la sfera o si è basata su altro. L'ex presidente del Latina Calcio è stato indagato per rapporti col capo del clan Di Silvio, imparentato coi Casamonica. Sul Fatto Quotidiano Lucio Musolino scrive oggi della sua rete di riciclaggio, che porta fino in Svizzera:

Considerato vicino ad ambienti della criminalità locale di origine sinti, è accusato di aver messo in piedi una rete di evasione e riciclaggio da oltre 200 milioni di euro. La “rete” del riciclaggio arrivava fino in Svizzera e, per la Procura di Latina, sarebbe stata gestita da Max Spiess, figlio dell’avvocato di Licio Gelli.

La scheda del servizio: Cinque sfumature di nero di Giorgio Mottola con la consulenza di Andrea Palladino e la collaborazione di Norma Ferrara

Fratelli d'Italia non è primo solo nei sondaggi che riguardano il suo leader Giorgia Meloni, ma nell'ultimo anno e mezzo è il primo partito in Parlamento anche per numero di arrestati per 'ndrangheta. Quello dei rapporti con la criminalità organizzata è un problema che non riguarda solo i nuovi arrivati: coinvolge anche alcuni dirigenti storici del partito. Come l'ex parlamentare Pasquale Maietta, oggi autosospeso dal partito, definito da Giorgia Meloni "uno dei migliori dirigenti nazionali di Fratelli d'Italia". Mentre era deputato e tesoriere del partito alla Camera, intratteneva stretti rapporti con uno dei capi del clan Di Silvio, la famiglia mafiosa di origine sinti imparentata con i Casamonica. Pasquale Maietta è accusato di aver messo in piedi un sistema di riciclaggio e di evasione da oltre 200 milioni di euro, che avrebbe attuato anche mentre era tesoriere del gruppo di Fratelli d'Italia alla Camera e presidente del Latina Calcio. Report ha scoperto che alcune delle società che compaiono nelle carte dell'inchiesta, che vede Maietta sotto processo, avrebbero finanziato la campagna elettorale per la Camera dei deputati. La sua rete di riciclaggio arrivava fino in Svizzera e, secondo la Procura di Latina, sarebbe stata gestita dal figlio dell'avvocato di Licio Gelli. Negli ultimi tempi sembrano inoltre essere diventati più stretti i rapporti tra Fratelli d'Italia e Casapound, l'organizzazione neofascista che attraverso i suoi leader è riuscita a mettere in piedi un piccolo impero imprenditoriale che vale circa 2 milioni di euro all'anno. Durante la seconda ondata dell'epidemia, Casapound si è resa protagonista di alcuni scontri di piazza. Proprio come Forza Nuova, l'altro movimento neofascista che in questi mesi ha costruito una coalizione che comprende antivaccinisti, oppositori del 5G, negazionisti del Covid e le frange più violente del mondo ultras.

I morti nella capitale

A Roma ci sono 1500 bare dentro un deposito degli automezzi: sono bare di persone morte, anche per Covid, senza distinzione. Su una c'è scritto sconosciuto, nemmeno si conosce il nome.

Perché nella capitale italiana non ci sono più posti per seppellire le persone, i crematori sono saturi : lasciare le bare così, coi cadaveri in decomposizione però è causa di altri problemi, per i gas e i liquidi che i corpi emanano, ma sono anche pericolosi per la salute pubblica.

Nel 2017 la giunta Raggi aveva fatto una memoria in cui metteva tra i punti di intervento proprio la realizzazione di nuovi impianti di forni crematori.

“Siamo a conoscenza di questa carenza del servizio” ha risposto la sindaca “abbiamo chiesto ad Ama di potenziare, la società ci ha confermato che lo sta già facendo ma abbiamo chiesto dei report per avere contezza”.

Ma cosa è stato fatto dal 2017? La giunta sapeva che si sarebbe potuto arrivare a questa situazione, con le bare tenute in locali che aspettano anche 20 giorni prima della cremazione.

La sindaca ha risposto” è la non risposta che la giornalista di Report riesce ad ottenere. E così oggi i cittadini romani devono pagare una tassa per cremare le proprie salme fuori dal comune.

La scheda del servizio: Fuochi fatui di Chiara De Luca

A Roma le cremazioni sono in tilt. Più di mille salme sono in attesa, nei cimiteri, di essere cremate. Ama S.p.A., che ha in gestione i servizi cimiteriali, non sa più dove metterle: per questo vengono accatastate in luoghi non consoni come i depositi per gli automezzi del cimitero di Prima Porta. Eppure nel 2017 in una memoria, approvata dalla Giunta Raggi, era stato previsto tutto.

I baby youtuber

Dopo il servizio su Tik Tok, il social cinese che ha scatenato una guerra tra America e Cina, Giuliano Marrucci si occuperà stasera di Youtube, il canale video di Google.

In particolare, dei video dove protagonisti sono dei bambini diventati ricchi (non loro, ma chi sta dietro) aprendo dei pacchi.

Sembra incredibile, ma questa è la nuova economia, non più l'industria, la manodopera, l'ingegno, la fatica anche.

La scheda del servizio: Baby youtuber di Giuliano Marrucci con la collaborazione di Eleonora Zocca

Youtube è invaso da video dove i protagonisti si limitano ad aprire qualche pacco e a mostrarne il contenuto. Si chiama “Unboxing”, e si stima che i video siano circa 70 milioni. Al centro dei video ci sono quasi sempre bambini, che spesso raggiungono numeri di visualizzazioni da capogiro. Ecco perché dei tre youtuber più ricchi del 2019, due sono bambini. È la versione digitale delle baby star. E come spesso accade con le baby star, non mancano i retroscena inquietanti.

Aggiornamento: l'Oms e il piano pandemico italiano

Il 5 dicembre è uscito un articolo sul Financial Times che parlava del dossier, a cui aveva lavorato un team italiano dell'OMS, in cui si analizzava la risposta che era stata data dall'Italia alla pandemia: è il famoso dossier che l'Oms stessa ha ritirato, per non mettere in imbarazzo il governo italiano.

Nella scorsa puntata Giulio Valesini aveva chiesto conto al direttore aggiunto dell'Oms Guerra e all'organizzazione stessa del contenuto di alcune mail di cui Report era venuta in possesso, dove l'Oms diceva di essere stata la consapevole foglia di fico del governo italiano, nel corso della prima ondata del covid.

Questa sera i giornalisti di Report torneranno su questo tema (il piano non aggiornato, il rapporto tra Oms e governo italiano, il rapporto critico dei ricercatori di Venezia ritirato ).

Sul Fatto Quotidiano di ieri si da una anticipazione di queste mail:

Zambon il 27 maggio scriveva a Kluge: “Caro Hans, ho ricevuto il tuo messaggio ieri e compreso che Guerra sta ‘negoziando’ con le controparti italiane riguardo al rapporto sull’Italia”. Cosa c’era da negoziare? La mail accenna a un “incidente con il ministro (della Salute, Roberto Speranza, ndr) e il presidente dell’Iss (Silvio Brusaferro, ndr)”, ma l’incidente, secondo Zambon, sarebbe stato “creato” proprio da Guerra, delegato ai rapporti con le autorità italiane: “È stato costantemente informato e si supponeva – scriveva il ricercatore a Kluge – che avesse informato il ministro”. Certamente Brusaferro e Speranza non hanno gradito non essere informati. Chissà poi se erano preoccupati come Guerra del piano pandemico linkato e rilinkato fino al 2020 sul sito del ministero ma sempre senza firme, luogo e data di approvazione, con un riferimento al 2006 con il verbo al futuro. Non è nemmeno vero che il rapporto fosse così distruttivo con l’Italia, certo metteva in luce “l’iniziale reazione caotica, improvvisata e creativa degli ospedali” e i problemi della nostra sanità regionale, unica al mondo.

I ricercatori, scriveva Zambon, tenevano alla pubblicazione per “essere sicuri che ciò che è avvenuto in Italia non sia ripetuto nei Paesi che sono indietro nel tempo nella curva epidemica”. L’ha scritto il 28 maggio anche a Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale Oms: si è “impedito che le lezioni chiave apprese dalla risposta italiana al Covid raggiungessero i Paesi che ne avevano bisogno, per salvare vite umane”. Al numero uno segnalava anche “il rischio di danni catastrofici per l’indipendenza e la trasparenza” dell’Oms.

Quel piano, se non fosse stato fatto sparire dall'Oms stessa, forse avrebbe potuto salvare molte persone: anche per questo la procura di Bergamo è interessata a scoprire tutti i risvolti oscuri della vicenda.

Report, oltre alle mail, è venuta in possesso anche di un documento, uscito nel 2017 a firma di Ranieri Guerra dove si confermava la mancanza di un piano pandemico aggiornato:

L’influenza pandemica non è una minaccia teorica(...) È necessario predisporre un nuovo piano nazionale”

La scheda del servizio: La consapevole foglia di fico 2 di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini con la collaborazione di Norma Ferrara, Eva Georganopoulou e Alessia Pelagaggi

Report tornerà a raccontare con nuovi documenti esclusivi la vicenda del rapporto ritirato dall'Oms sulla gestione della pandemia in Italia che ha messo in imbarazzo i funzionari ai vertici dell'organizzazione mondiale della Sanità. Report ha pubblicato le email che provano le pressioni esercitate del direttore aggiunto dell'Oms Ranieri Guerra sui ricercatori di Venezia per far correggere prima della pubblicazione il rapporto indipendente e che hanno svelato come l'Organizzazione mondiale della sanità sarebbe diventata la "consapevole foglia di fico" per le decisioni criticate e impopolari del ministero della Salute. Il rapporto, ritirato poche ore dopo la pubblicazione, denunciava il mancato aggiornamento del piano pandemico in Italia, fermo al 2006, come aveva scoperto Report.

Aggiornamento: Roma e il potere dei vigili

Si ritorna a parlare del potere dei vigili a Roma, partendo da una storia di abusivismo: nel comprensorio a Roma est, costruito da Di Bonaventura, aveva preso casa l'ex comandante della polizia locale, Stefano Napoli e il suo predecessore Antonio di Maggio.

Stefano Napoli è stato l'agente che ha consegnato le chiavi delle case ai proprietari: tra il 2002 e il 2010 l'ex comandante svolgeva delle funzioni nel gruppo incaricato di svolgere funzioni di controllo del territorio, alle dipendenze di Di Maggio. Le case non erano regolari: i due ex comandanti lo sapevano?

Di certo lo sapeva la sindaca Raggi, a cui i residenti di questo complesso hanno portato tutte le carte dove si desumeva questa situazione.

La scheda del servizio I vicini di casa di Daniele Autieri in collaborazione di Federico Marconi

Dopo l’inchiesta “Potere capitale”, seguita dalle dimissioni di Stefano Napoli dalla carica di comandante generale ad interim dei vigili urbani di Roma, e dalla decisione della sindaca Virginia Raggi di imporre la rotazione di tutti gli agenti impegnati nel centro storico della Capitale, Report torna a raccontare le anomalie presenti all’interno di uno dei corpi di polizia cittadina più grandi d’Europa. Lo fa ricostruendo per la prima volta, con documenti e testimonianze inedite, una vicenda di abusivismo che coinvolge direttamente gli ultimi due comandanti generali, Stefano Napoli e il suo predecessore Antonio Di Maggio. L’inchiesta riguarda due case acquistate da Napoli e Di Maggio nel 2007 e rimaste abusive fino ad oggi. Due appartamenti che sorgono non troppo distanti dalle Vele di Calatrava, l’incompiuta di Roma immersa in un’area segnata dall’abusivismo urbanistico. Attraverso documenti catastali e contratti d’acquisto, l’inchiesta ricostruisce la genesi di quelle operazioni immobiliari: il valore d’acquisto degli immobili, il conflitto di interesse dei protagonisti, lo scontro acceso con lo stesso Comune di Roma. Uno scontro che arriva fino alle aule del Tar, il tribunale amministrativo regionale, chiamato a esprimersi sulla possibilità di abbattere le case dei comandanti, proprio come accaduto ai villini dei Casamonica, distrutti dalle ruspe nel novembre del 2018 al termine di una maxi operazione condotta dagli stessi Di Maggio e Napoli e vantata con orgoglio dalla sindaca Virginia Raggi.