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10 novembre 2024

Le vie della Katana, di Piero Colaprico

 

Eccola, finalmente, raccolti tutti assieme i racconti scritti in questi anni da Piero Colaprico (con prefazione di Carlo Lucarelli), giornalista e scrittore milanese che in tanti romanzi ci ha mostrato il lato oscuro (e marcio) della città di M. (come il titolo di un suo bellissimo romanzo).

Come racconta Carlo Lucarelli nella prefazione (quasi un racconto a sé), in questa raccolta si smontano alcuni luoghi comuni o pregiudizi: primo pregiudizio, non si tratta di un’opera minore, anzi, ci sono racconti che sebbene abbiano la durata di “un soffio”, poche pagine di lettura, lasciano in bocca quel senso di dolce amaro, penso al ladro “acrobata” innamorato della figlia del capo di una banda criminale. O anche al racconto “Miele, cicoria e pizzini” che racconta un’altra versione della cattura del capomafia Bernardo Provenzano.

Non sono racconti tappabuco, ma storie (vere? Inventate? Chi lo sa..) che hanno un loro senso, una loro dignità, che lasciano qualcosa al lettore.

Secondo pregiudizio, sono racconti veloci: ce n’è uno, “L’uomo cannone” che era già uscito per la collana “Verde nero” qualche anno fa. È un racconto lungo, che inizia con una pattuglia che in piazza Selinunte si imbatte in un uomo tutto sporco di sangue, pensando di aver appena fermato un assassino. Uno strano assassino che non vuole parlare, come se volesse prendersi gioco dei poliziotti, la squadra degli agenti della Mobile, dove di turno è l’ispettore Bagni.

Piano piano questo racconto si allarga, dalla Questura in via Fatebenefratelli ci si sposta nella campagna milanese dove i ricchi imprenditori hanno le loro dimore, fino ad arrivare in Africa, per trasformarsi in una inchiesta sullo smaltimento illegale di rifiuti, al largo delle coste africane, tanto chi si preoccupa della salute di quelle popolazioni? Una storia che ha al centro questo “uomo cannone” attorno a cui ruotano imprenditori criminali, eco mafie e servizi puliti o deviati.

Questi non sono nemmeno racconti leggeri: incontreremo in queste 540 pagina (a proposito, mettetevi comodi e prendentevi tutto il tempo che serve) poliziotti sporchi nella loro “divisa stretta e poliziotti onesti come l’ispettore Bagni, uno che se avesse ceduto ai tanti compromessi chissà dove sarebbe arrivato con la sua intelligenza e sbirritudine.
Troviamo ex brigatisti non pentiti che ora, dopo che si sono rifatti una vita con tanto di famiglia borghese, si trovano a braccetto con ex fascisti (quelli a cui magari volevano spaccare la testa con la Hazet 36) per portare avanti una giustizia non più proletaria ma individuale (“Arrivano i NAM”).
Troviamo, in più racconti, l’ex carabiniere Corrado Genito, capo di una agenzia investigativa (chiamata con un pizzico di ironia Cia, “cotonifici italiani associati”) capace di muoversi in quel sottobosco tra faccendieri dalla faccia pulita e l’anima sporca, mafiosi e ndraghetisti, pezzi dei servizi, buoni e cattivi. E politici coinvolti in giochi di ricatto:

L'investigatore riguardò il sorriso lascivo del fotografo Billy Saracino splendere dalla doppia pagina del settimanale di pettegolezzi pilotati e censurati: “Hai proprio una faccia di m.,” gli disse e cominciò a riflettere. Secondo il generale a quella faccia di m. era riuscito in un'impresa impossibile. Aveva scattato otto immagini molto compromettenti dell'ex premier e con notevole spavalderia aveva rifiutato anche in transazione: “Ormai io sono intoccabile e sull'altro versante politico” aveva detto alla fedelissima segretaria del partito incaricata delle trattative segrete “c'è chi mi ha offerto già un milione..”.

Troviamo Genito anche in “Gli assassini del grammofono”, un racconto ambientato nei mesi del lockdown per il Covid in una Milano straordinariamente silenziosa, dove l'ex carabiniere è costretto a fare i conti con la sua coscienza

Evitabile? Inevitabile? Era una vita che gemito si chiedeva come far andare d'accordo ciò che sarebbe stato meglio non fare e ciò che, al contrario non si poteva non fare. Perché, una volta presa una decisione - evitare o non evitare di incastrare un sospettato; evitare o non evitare di cedere ad una tentazione; evitare o non evitare di ammazzare, di colpire di fuggire di nascondersi - bisognava percorrere andare fino in fondo. Come aveva detto Mario “possiamo scegliere quello che vogliamo seminare ma poi siamo obbligati a raccogliere quello che abbiamo piantato”.

In un altro romanzo incontriamo niente meno che Tremal-Naik, il cacciatore di tigri dei romanzi di Salgari, che ha bisogno di trovare la pace nel suo cuore e questa arriverà solo un’ultima vendetta e una reincarnazione in un uomo di pace (“Gli occhiali di Tremail-Naik”).
Ma a parte qualche escursione, il centro dei racconti rimane Milano, la città di M., la città dentro cui convivono tante city, come racconta la sbirra protagonista di “Bloody Mary”:

Pensavo che in questi ultimi tempi qui a Milano abbiamo visto al potere tanti croupier - penso solo a Craxi, Mani Pulite, Bossi, Berlusconi, Mario Monti, Ilda Bocassini - e spesso sono riusciti almeno per un po' a far girare anche le ruote, per non dire le palline, del resto d'Italia. Pensava il potere unico di questa città, per quanto ha fatto e per quello che è. All'improvviso visto le city.

Ferocity, la città feroce. Malacity, la città della criminalità organizzata. Morbocity, la città dei maniaci, dei porci. Infine Herocity, la città degli eroi che resistono.

Ma, forse, il vero protagonista è il male, non solo inteso come la criminalità, i picciotti e i boss, le ndrine: il male che è dentro di noi. Satana esiste, forse, e va estirpato, non solo con le preghiere, ma anche con la Katana, come si ritrova a pensare l’uomo dei servizi segreti del Vaticano:

Non so se esiste Satana, ma la bestia nascosta nell'essere umano c’è e non ho dubbi. C'è chi tra di noi chi pensa che il mondo abbia bisogno di esorcisti armati di acquasanta, viceversa penso che ci sia bisogno di chi, sotto il saio, nasconde una katana.

Le vie della Katana, come quelle del signore, sono infinite.

Ci sono cose che un giornalista bravo, come Piero Colaprico, cronista vero, uno che si legge le carte prima di scrivere un articolo, non può scrivere nei suoi articoli. Magari per non mettere in imbarazzo le forze dell'ordine da cui arrivano le dritte, per non toccare certi fili che possono essere pericolosi. Perché questo paese non è ancora pronto alla verità, che si parli di piazza Fontana, della mafia al nord, della tragedia di Bologna.

Ecco allora venire in soccorso la scrittura, dove queste storie ai margini tra legalità e crimine, possono travare spazio, quel famoso sottobosco dove criminalità e uomini delle istituzioni si incontrano, magari a braccetto con mafiosi e uomini dei servizi.

La prima volta che mi sono trovato in mano questo libro non ho potuto non pensare al grande Giorgio Scerbanenco, ai suoi romanzi della Milano di fine anni sessanta, dove la vecchia ligera aveva già lasciato il posto alla mafia: qui siamo ad un nuova generazione del crimine in una Milano sempre più globalizzata, dove tutto si incontra, le etnie, le facce, le povertà e pure la criminalità.

Non è un caso allora che Piero stesso, nella sua lunga dedica che mi ha lasciato quando l’ho incontrato alla Passione per il delitto, abbia scritto “Aldo, citi il grande Scerbanenco, qui c’è il passaggio da un crimine a un altro, da lettore trova la soluzione e alla prossima!”
Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
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03 settembre 2023

Il cane che parla di Giorgio Scerbanenco

 

Abbiamo intervistato il celebre poeta Aroldo Banner e ne abbiamo ricevuto la curiosa impressione di un uomo che tenesse la vita con la punta delle dita, come fosse un oggetto sudicio.

In uno scompartimento del direttissimo che sarebbe arrivato a Boston alle 17 e 30, Araldo Banner e i suoi amici lasciavano pigramente scorrere le ore noiose del viaggio.
Era un pomeriggio di fine estate. Dal finestrino già si vedeva qualche nota di giallo e di rosso autunno nella campagna. Il cielo era di un celeste pallidissimo, anche perché il giorno prima aveva piovuto e tutta l’aria si era come slavata e scolorita. Solo il verde, dove c’era, aveva intensi toni lucidi. Erano soltanto le quattro. Ancora un’era e mezzo di treno.

Prima della serie con Duca Lamberti, che ancora oggi è un punto di riferimento per molti nuovi scrittori, Giorgio Scerbanenco aveva scritto diversi gialli perfino negli anni del regime fascista, come questo “Il cane che parla” pubblicato da Mondadori nel 1942.
Poiché il regime fascista tra le altre cose, aveva anche abolito il crimine (intendendo la pubblicazione sui giornali di storie sgradite alla propaganda), questi gialli erano ambientati nell’America che Scerbanenco aveva immaginato e dove viveva questo investigatore particolare, Arthur Jelling. Alto, educato, sposato, una persona che arrivava perfino ad arrossire di fronte ad un complimento o ad una situazione imbarazzante, come un interrogatorio di fronte un personaggio importante, tutto il contrario del cliché del poliziotto rude e solitario.
Questo romanzo, terzo della serie con Jelling è il classico delitto dentro la stanza chiusa (leggendolo sentirete forti i richiami di Agatha Christie): la stanza è lo scompartimento di un treno diretto verso Boston dove incontriamo i cinque principali protagonisti del racconto: Aroldo Banner, poeta famoso, poco incline a mescolarsi con le persone e i problemi del mondo reale; Carlo Svedensson, critico, intellettuale, poeta fatto di tutt’altra pasta per le sue esternazioni velenose nei confronti dei colleghi; Dady Dadies, responsabile della pagina letteraria del Nuova Stampa; Tom Fharanda editore, che di recente ha firmato un contratto col poeta Araldo Banner. Infine la scrittrice Fiorella Garrett, che in quello scompartimento sta cercando di stemperare la tensione che si è creata a seguito delle uscite velenose di Svedensson sui giornali, sugli editori che stampano libri di poesia solo per interesse economico.

Ad un certo punto il treno si arresta, qualcuno ha tirato il freno di emergenza: tutti i passeggeri si affacciano dal finestrino per capire cosa sia successo, compresi il poeta Banner e l’editore Fharanda.

Devono aver tirato il segnale d’allarme,” disse agli altri. “Chissà cos’è success..”
Non terminò la parola. Si udirono due strani scoppi. Pareva che qualcuno avesse sturato un paio di bottiglie di spumante, poi Banner, il poeta Aroldo Banner, che guardava con semplice indifferenza dal finestrino, senza nessun interesse per quella fermata improvvisa, come se tutto fosse una cosa da tenersi sulla punta delle dita, per non sporcarsi; Banner insomma, cadde a terra all’indietro, il volto rigato di sangue.

Qualcuno ha sparato da fuori colpendo Banner due volte al volto: la polizia di Corsey, per mano del rude capitano Merulay (uno di quegli uomini che quando è in divisa si dimentica di essere tale) interroga e arresta tutti gli occupanti dello scompartimento, senza troppi complimenti.
Finché da Boston arriva il responsabile delle indagini:

Col treno delle otto e quindici arrivò a Corsey, proveniente da Boston, un signore molto alto e magro che teneva una borsa di cuoio sotto il braccio.

Jelling è un poliziotto di pasta diversa da Merulay: metodico, paziente, molto riflessivo, si era fatto notare dal suo superiore per aver risolto due casi (i primi due volumi della serie, Sei giorni di preavviso e La Bambola cieca) ed era stato dunque trasferito dall’archivio centrale all’investigativa. Arrivato a Corsey fa rilasciare tutti e quattro i “sospetti” e, dopo aver letto il rapporto degli agenti di Corsey, si reca sul luogo dove il treno si era fermato. Per una strana coincidenza, il treno si è fermato proprio sotto la villa del direttore della pagina culturale della Nuova Stampa, Marino Grant (un altro nome italiano, ma siamo proprio certi che siamo in America?), che aveva ospitato proprio quei cinque nella sua villa in collina.
Il rapporto della balistica parla chiaro: Banner è stato colpito da 30 metri da un colpo di fucile con un proiettile calibro 8,
proprio il calibro del fucile che Grant usa per andare a caccia, come quel pomeriggio dove Banner è stato ucciso. Sono troppi e lampanti gli indizi che indicano come assassino Marino Grant: quest’ultimo, interrogato da Jelling stesso, conferma tutti gli indizi a suo carico, aggravando la sua posizione.

Caso risolto, dunque? No, perché nella testa di Arthur Jelling ci sono alcuni tasselli che non riescono ad incastrarsi. Come per esempio quella fermata improvvisa del treno, la polizia di Corsey ad esempio non era ancora riuscita a stabilire chi avesse azionato la leva per l’allarme.
Difficile che i due eventi, l’allarme e i colpi di fucile contro Banner non siano correlati:

Ecco,” spiegò “Si può pensare che il segnale d’allarme sia strettamente legato al delitto. Io credo che sia così. Ma se è legato strettamente al delitto, chi ha azionato il segnale doveva trovarsi sul treno. Allora bisogna pensare che il delitto sia stato ideato e compiuto da due persone, una delle quali si trovava sul treno e ha azionato il segnale, l’altra invece era nella boscaglia e ha sparato.”

Dunque un assassino e un complice? Allora l’arresto di Grant è stato un granchio? Nessuno dei compagni di viaggio del morto è uscito dallo scompartimento e nessuno di loro aveva un’arma quando è stato perquisito.
Come spiegare allora il delitto?

Arthur Jelling era del parere che se i dati erano sufficienti, si poteva far luce su qualunque oscuro problema, servendosi soltanto su quei dati. “È una questione di pensare,” diceva sempre a sé stesso. In quel momento, egli era sicuro che i dati del problema v’erano tutti, quindi bastava pensare.

La soluzione del delitto arriverà proprio leggendo gli atti, anzi leggendo un particolare emerso negli interrogatori e che i poliziotti inizialmente avevano trascurato. Si tratta di un cane, un cane particolare, capace di parlare – in senso metaforico – per far combaciare le tessere del puzzle e dare una risposta a tutte le domande che girano nella testa dell’investigatore.
Ma un grosso aiuto lo darà anche un gangster chiamato Fancio il breve (perché è uno di quelli che non ci pensa troppo a sparare): un criminale esperto nel ramo rapine, che ha conosciuto solo miseria e violenza che Jelling cerca di aiutare, proponendogli la possibilità di una vita diversa, un lavoro, una casa, una moglie che lo aspetta tutte le sere.

Ma chi nasce lupo non può morire agnello:

L’agnello disse molte belle parole al lupo. Voleva che il lupo divenisse buono e mite come lui. Gli disse: “Perché sei così cattivo? Non ti spiacerebbe che qualcuno mangiasse tua madre, o i tuoi piccoli?”
Il lupo rispose: “Si mi dispiacerebbe perché vorrei mangiarli io”.
Da un libero rifacimento di una favola di Esopo

Il cane che parla è un romanzo da leggere per comprendere fino in fondo la poliedricità dello scrittore Giorgio Scerbanenco, autore di noir come quelli della serie con Duca Lamberti, di romanzi rosa e di gialli come questo, con un delitto (avvenuto o solo annunciato, come in Sei giorni di preavviso, primo della serie di Jelling), i sospettati che, di fronte alle domande dell’investigatore fanno emergere la rete di relazioni tra loro: come racconta Cecilia Scerbanenco nella prefazione, “Un romanzo assolutamente giallo, di crimini e detection, entrambi sempre invisi al regime fascista ..Leggendolo ho continuato a domandarmi quali fossero gli accordi intercorsi tra l’autore e il suo editore, Arnoldo Mondadori. [..] E’ un romanzo alla Agatha Christie: qui, Poirot sarebbe perfetto, altrettanto a disagio nei locali dei bassifondi del nostro Jelling. Jelling che, ormai affermato collaboratore della polizia di una Boston di fantasia, deve ancora una volta mettere alla prova la sua psicoindagine, come gliel’ha ribattezzata il suo capitano, Sunder, un metodo di deduzione tutto intellettuale, basato sul dialogo tra sospettati e inquirenti.”

La scheda del libro sul sito dell'editore La Nave di Teseo

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22 aprile 2020

Le spie non devono amare, di Giorgio Scerbanenco



E' una giornata piovosa. Roma, è molto triste sotto la pioggia. Cammino da più di mezz'ora, devo andare alla Stazione Termini, ma sto facendo degli strani giri, da piazza Venezia sono arrivata in piazza Colonna, sotto la galleria c'erano dei giovanotti che hanno fischiato quando sono passata, uno ha gridato: «Tenetemi, se no me butto», e allora gli altri hanno cominciato a cantare: «Stasera me butto, stasera me butto, me butto con te».Corro fuori dalla galleria, sotto la pioggia, in un altro momento mi avrebbero perfino fatto ridere, ma non oggi, oggi che si decide la vita di Falk. Naturalmente Falk non è il suo vero nome: le spie non hanno mai un nome.

Giorgio Scerbanenco non è stato solo scrittore di gialli, di noir tesi e durissimi come quelli con protagonista il medico investigatore Duca Lamberti.
Nella sua lunga e prolifica carriera ha scritto anche romanzi “rosa” come questo “Le spie non devono amare”, un romanzo dove si parla di una spia, che deve carpire i segreti delle sue vittime nascondendo la sua identità e cercando di sopravvivere ai suoi nemici, anche quelli alle sue spalle.
Ma c'è anche una forte storia d'amore, che vi viene raccontata in prima persona dalla protagonista, Ornella Dallas, che incontriamo fin da subito nelle prime righe.
Di corsa per le vie di Roma, sotto una fastidiosa pioggia, per cercare di salvare il suo uomo, Falk, che è una spia, ce lo dice subito.
Ma una spia di cui si è innamorata tanti anni prima, quando lo ha visto per la prima volta ad una convention a Berlino.

Il romanzo si alterna su due piani di lettura, quello del presente, a Roma, con Ornella che sfugge alla polizia e al controspionaggio italiano che sta dando la caccia a questa persona.
E poi i continui ricordi del passato, in un continuo andare avanti e indietro nel tempo: a cominciare dal primo incontro a Berlino, quando quell'uomo giovane e alto, coi capelli quasi rossicci l'avvicinò chiedendole una traduzione importante da fare quella notte stessa.
Il fidanzamento e il matrimonio poi, lei una giovane traduttrice che conosce tante lingue, lui un brillante ragazzo, membro della confederazione industriale, proveniente dall'Irlanda.

Falk, dopo i primi dubbi, le prime ombre le aveva raccontato il suo lavoro, “io sono una spia” le aveva detto un giorno.
Pensate che sia facile amare una spia?
No, Ornella ce lo fa capire quando ci racconta le sue vicende del passato.
La gelosia nei confronti di quella donna che il marito doveva avvicinare a Parigi per rubare dei segreti industriali, un “obbligo di lavoro”, per Falk.
Il dover fare da esca per altri diplomatici, come quel diplomatico portoghese incontrato a New York, che le aveva poi fatto delle avances difficili da respingere.
La sua prima fuga da lui, a Napoli dall'amica e poi l'inevitabile riavvicinamento.
La vacanza a Stoccolma e il doloroso ricordo della violenza subita dopo un incontro con un contatto della rete, quando Ornella deve sostituirsi al marito, colpito da influenza. Il dolore fisico e quello interno, l'impossibilità di poterne parlare col marito, di poterla denunciare alla polizia..

Pensate che sia possibile uscire da questa vita, smettere di essere una spia?
Falk e Ornella ci hanno provato tante volte: ma quello della spia non è un lavoro come un altro, “una spia ha un solo modo di licenziarsi, quello di spararsi” - le viene detto da una “arpia”, una dei capi dell'organizzazione segreta di cui Falk fa parte.

Non si scappa dai nemici e nemmeno dagli amici, nemmeno se si scappa all'altro capo del mondo, in Australia, nemmeno se ci si è ingegnato un piano diabolico per mettere ko gli inseguitori.
Non si scappa dal proprio passato perché le spie non possono permettersi una vita normale, una vita a fianco all'uomo che si ama.
Le spie non possono amare, ci dice Ornella: ma quando si incontra l'uomo della sua vita, non se ne può fare a meno.
Ho voluto raccontare la mia storia che, attraverso i giornali, arriverà a tutte le donne del mondo, perché tutte le donne sappiano che si può avere felicità e amore anche nelle situazioni più disperate, anche se si è la moglie di una spia.
Diversi anni fa a Berlino, in un grande albergo, io incontrai un uomo, era una spia, uno degli agenti segreti più temibili e pericolosi d’Europa. Me ne innamorai, e l’ho sposato. L’ho sposato anche sapendo che era una spia e l’ho seguito per lunghi anni nella buona e nella cattiva sorte, come dicono quando ci si sposa, nelle avventure più angosciose e disperate. Le spie non devono amare, eppure noi ci siamo amati, e ci amiamo ancora, qui, davanti a questo mare, e ci ameremo per sempre.

La scheda del libro sul sito di Garzanti
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10 gennaio 2019

Al mare con la ragazza di Giorgio Scerbanenco



Arrivarono, col fango fino alle ginocchia, alla grandiosa pozzanghera lasciata dalla pioggia che durante la notte aveva allagato il melmoso e sconfinato spiazzo cosparso di grattacieli, lontani uno dall’altro, quasi nemici, già logori anche se nuovi, senza vere strade che li unissero, collegati alla città da carrai e sentieri che facevano bestemmiare i guidatori ..

Due bambini, Ona e Dui che si affacciano alla grande pozzanghera in mezzo ai grattacieli già fatiscenti di una periferia immaginaria ma reale di Milano.
E, poi, sempre questi due ragazzi ora cresciuti, sempre negli stessi grattacieli, sempre alle prese con la stessa vita, uguale. Ma con la voglia di andare a vedere il mare.
A quest’epoca, Dui e Ona sono divenuti Duilio e Simona e hanno commesso il peccato originale.

Due ragazzi come tanti, appartenenti a famiglie povere perché oneste, come tante, nella Milano post boom economico come anche nella Milano di oggi.

Al mare con la ragazza è un romanzo di Giorgio Scerbanenco con dentro una forza incredibile: una forza nel raccontare un mondo fatto di persone tagliate fuori dal destino, nate nella parte sbagliata della grande Milano (la Milano del 1969). Una forza che nasce anche dal linguaggio scelto per questo racconto, in presa diretta, che segue queste persone mentre si muovono, mentre pensano, passando dall'una all'altra in un movimento fluido e continuo, come una cinepresa che non stacca mai l'inquadratura.

Perché Scerbanenco non è solo l'autore dei gialli della quadrilogia con protagonista Duca Lamberti (il medico radiato che faceva le indagini per la polizia, accompagnato da Mascaranti): come scrive Piero Colaprico nella prefazione, è come se ne esistessero due di autori con lo stesso nome. Uno che racconta la mala, la città in trasformazione, che fa eseguire le indagini della polizia ad un medico, in cui il lettore segue la storia attraverso gli occhi di Duca Lamberti.

Ce n'è un altro di Scerbanenco: quello della raccolta Milano Calibro 9 o di romanzi come questo dove il punto di vista del racconto è molto più intimo.
Ci sono sempre criminali, piccola delinquenza, storie nere, la violenza.

Sotto i grattacieli di un quartiere di Milano, vediamo Duilio e Simona che si ritrovano, si amano, che crescono in un contesto dove non possono scappare, dove non possono ambire ad alcun cambiamento, possibilità di scappare via.
Appartenevano a due famiglie miserabili e disgraziate, continuò a spiegarle, ed erano quasi le stesse parole che da mesi e mesi Innocenzo gli soffiava alle orecchie, disgraziate perché oneste;

Volevano solo andare a vedere il mare, il mare vero, quello che bagna i piedi, quello da cui spira la brezza leggera del mattino. Non la grande pozzanghera al centro dei bianchi grattacieli: il mare che avevano sognato da bambini quando erano così felici e così incoscienti
.. voleva soltanto essere un poco felice con lui, come quando avevano sei o sette anni, e l’estate dopo speravano di andare al mare,

Per inseguire questo sogno arriveranno, su consiglio di Innocenzo, un amico di Duilio, a fare un colpo in un garage: una cosa semplice, ha pensato a tutto lui, devono solo seguire il suo piano.
Il proprietario del garage è uno che ama appartarsi con delle ragazzine che questo Innocenzo gli procura e loro dovranno approfittare di questo per prendersi la cassetta coi soldi..

Edoarda, o Arda, Ardina, invece arriva da tutto un altro contesto milanese: un lavoro impiegatizio, una casa, degli amici. La incontriamo chiudere una cena tra amici, assieme all'amico fidanzato (non fidanzato) Ernesto nello stesso luglio torrido, dove si parla delle prossime vacanze.
Vacanze che passerà da sola, ancora una volta, perché quel suo rapporto con Ernesto non ha portato a nulla.
.. si fermò semplicemente e semplicemente la guardò e vide in lei quello che lui aveva in sé, qualche cosa che Innocenzo non aveva immaginato che potessero avere: tristezza. Colavano tristezza tutti e due come la candela cola cera ..

Edoarda, Duilio e Simona. Tutti e tre si ritroveranno (in qualche modo) al mare, a Lignano, dopo un lungo viaggio che in realtà è anche una fuga.
Dalla rapina finita male, per i due ragazzi.
Da una vita che non ha più significato, piena solo della sua solitudine, per Edoarda.
«Stasera siamo al mare», le disse, finalmente. Sarebbero andati al mare: non era più la pozzanghera di quando erano due stupidi bambini, o il laghetto, o il mare visto nei film: era il mare vero,

Un incontro che cambierà la vita per a tutti e tre, portando forse un filo di speranza, dopo tanto dolore. Tre persone così diverse, così vicine

In questo romanzo non c'è solo la violenza, un destino che spinge forse troppo facilmente due ragazzi verso il crimine. C'è anche una grande delicatezza nel raccontare le persone, le loro ferite, il loro male oscuro: una delicatezza nel modo in cui mette in luce certi particolari, in cui racconta le storie in cui sono coinvolti.
Una delicatezza che non può che nascere dalla passione dell'autore nel voler raccontare proprio queste persone, le persone sfortunate di questa Milano e le loro storie brutte, tragiche, come una forma di empatia per gli ultimi.
Non si può spiegare altrimenti gli sprazzi di poesia e di dolcezza che si intercalano alle pagine dove si parla di juke box, di strade in mezzo alla campagna, di pensioni e di quei palazzoni dove la vita delle persone scorre sempre uguale.
Lui era lì, in mezzo alla strada, a cuocersi al sole, e le impediva il passaggio, da una parte e dall’altra.

La scheda del libro sul sito di Garzanti
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01 novembre 2018

Passione per il delitto (2018) ore 16.00: merenda con due giallisti e una figlia d'arte che ha studiato il giallo

Masimo Marcotullio,Valerio Varesi, Nicoletta Sipos, Cecilia Scerbanenco e Paola Pioppi



Nicoletta Sipos ha moderato l'incontro con due giallisti e una figlia d'arte, Cecilia Scerbanenco, figlia del grande Giorgio (autore non solo di libri gialli)

Massimo Marcotullio, Neve sporca, Todaro
L’Angelo della Morte è disceso sulla città di Pavia per dispensare ai malvagi la giusta punizione. Così la pensa chi dà credito ai messaggi di contenuto apocalittico rinvenuti sulla scena degli omicidi che insanguinano la comunità. Gli scettici, al contrario, interpretano i raccapriccianti delitti come l’opera di un pericoloso psicopatico o una nuova strategia jihadista.

Cecilia Scerbanenco, Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco, La Nave di Teseo
Narratore, autentico e instancabile, della razza di un Georges Simenon", come lo definì fulmineo Oreste del Buono, Giorgio Scerbanenco veniva da lontano, da quella Russia zarista che lasciò ancora in fasce e che lo accompagnerà per sempre nel suono di un cognome diventato il marchio del maestro indiscusso del noir italiano.

Valerio Varesi, La paura nell’anima, Frassinelli
Il commissario Soneri non vedeva l'ora di lasciare l'afa agostana di Parma, e fuggire insieme ad Angela a Montepiano, sul suo amato Appennino. Troppo bello per essere vero. Infatti non è vero: pochi giorni dopo il loro arrivo, la quiete notturna del paesino viene squarciata da un grido proveniente dal bosco. Sarà il primo di una lunga serie.

Massimo Marcotullio, Neve sporca, Todaro
Si comincia con Pavia e con Teo Fulminazzi, un investigatore in cerca disperata di un caso perché si trova in un momento difficile della sua vita.
E' sempre stato un lupo solitario, ma ora sembra che le cose stiano girando nel verso giusto: ha una compagna molto più giovane di lui e ha scoperto di avere un figlio.
Ma in questo inverno rimane solo e logorato dalla gelosia mentre la compagna è in America con dei coetanei: l'autore ha spiegato che in questo romanzo ha deciso di sparigliare le carte col suo personaggio Fulminazzi, trasferendolo da Milano a Pavia, dove incontra un serial killer, “perché volevo scrivere un romanzo di fantasmi e di assenze”.
Il suo è un protagonista che ha un approccio pragmatico alla realtà, poco riflessivo e molto di azione: forse è l'ultimo cow boy, come El Grinta di Wayne.

Cecilia Scerbanenco, Il fabbricante di storie. Vita di Giorgio Scerbanenco, La Nave di Teseo

La prima domanda: cosa hai imparato studiando la vita di tuo padre?
Il lavoro su mio padre mi ha fatto scoprire una parte della sua vita che non conoscevo: la sua vita da giornalista, consapevole del suo ruolo, che rispondeva alle lettere dei suoi lettori.
Faceva parte di un gruppo che era di giornalisti e scrittori: persone che hanno attraversato due guerre per sbarcare poi negli anni sessanta.
Ho scoperto una sua sensibilità, un mondo molto bello e professionale.

Mio padre scriveva molto partendo dal suo vissuto personale, aveva una ipersensibilità di carattere: mia madre raccontava che Duca Lamberti era la versione forte di mio padre, che però dall'altra parte amava le situazioni estreme.
L'incontro con la paura e la durezza della guerra si riflette nella sua scrittura: amava le situazioni estreme come la guerra, la miseria, perché in quei frangenti viene fuori la nostra vera paura.
LA paura come tutti i sentienti sgradevoli, era molto importante per il suo lavoro di scrittore: l'angoscia dei partigiani che andavano in montagna e non sapevano se sarebbero tornati.
Paura e angoscia che si ritrovano nei suoi gialli.
E poi c'è il sentimento dell'amore: ha un ruolo importante nei suoi romanzi, anche in quelli con Lamberti.
Mio padre era molto tormentato nella vita, anche negli amori e non trovava consolazione ai tormenti nemmeno nel cibo.

Cecilia Scerbanenco scriverà un libro?
Forse, ma non un giallo: un romanzo rosa storico, un'idea che mi stanno chiedendo da un po'.
E poi la seconda parte del libro sulle memorie del padre, dove metterò dentro anche ricordi personali.

Valerio Varesi, La paura nell’anima, Frassinelli

Si percepisce la paura, anche nel suono del grillo, sull'Appennino emiliano dove Soneri cerca rifugio alla calura agostana: il libro trae spunto dalla storia di Igor, il criminale in fuga che per i suoi delitti ha portato ad una caccia all'uomo mai vista ed ha alimentato una sensazione di paura che ha cambiato i rapporti tra le persone.
Un fantasma che ha sbriciolato una comunità: il vicino che sente parlare la badante ucraina e pensa che sia una complice, la paura nell'uscire di sera, quella persona che compra più pane..
La paura che poi porta a non fidarsi di nessuno, a perdere ogni punto di riferimento, la perdità dei luoghi di aggregazione: le persone si sentono sole e dunque minacciate.
Dalla paura nasce l'aggressività: ho spostato l'azione da Bologna a Ferrara al crinale appenninico per parlare della paura nell'anima.
Dentro una piccola comunità dove ci si conosceva tutti.
Il mio personaggio cerca sempre di raccontare qualcosa di nuovo della sua vita, per non renderlo ripetitivo. Cerco anche di fargli vivere storie diverse, anche se prese dalla cronaca.

Oggi la paura più grande è dentro di noi: il padre di Varesi era partigiano e aveva paura dei fascisti oggi i protagonisti del romanzo hanno paura della natura, di qualcosa di irrazionale.

Il rapporto di Soneri col cibo: oggi il cibo è l'unica cosa che ci lega con la realtà, oggi le città sono tutte uguali, se si toglie la parte storica.
Le vetrine delle catene sono uguali, i gusti sono gli stessi: il cibo è una delle poche cose che ci riaggancia a cosa siamo, il cibo ci racconta e ogni città può essere raccontata dal suo cibo.
E' un senso di appartenenza ai luoghi, al passato.
Nella trilogia della Repubblica parlo invece del delitto della nostra democrazia: speriamo che si trovi una penicillina per questa malattia.

Ultima domanda per Varesi: qual è il rapporto di Soneri con l'amore: Angela è il suo specchio, le differenze cementano il loro rapporto, ormai stabile da diversi romanzi.

01 settembre 2014

Venere privata: Un’indagine di Duca Lamberti, di Giorgio Scerbanenco

Nella Milano del 1966 attorno alla città c'erano ancora campi, come alla fine di via Farini. Non c'era ancora quell'unico magma che oggi ha inglobato tutto.
Non era ancora arrivato il 1968 con tutte le contestazioni in piazza e gli scontri con la polizia. Dove vigeva già lo stereotipo del poliziotto meridionale e dalla mano pesante.
Nel 1966 le televisioni degli italiani trasmettevano lo stesso spettacolo, come narrato in un passo del libro: ancora dovevano arrivare i tre canali Rai (e anche quelli privati).

Era un mondo molto diverso, quello della Milano di fine anni '60: non c'era ancora il traffico come oggi, il problema dello smog e i quartieri in mano agli immigrati. O forse no, visto che l'orda degli immigrati dal sud era già arrivata, per lavorare negli stabilimenti della Fiat, dell'Alfa Romeo e dell'Autobianchi.
In quel mondo lo scrittore russo (ma trapiantato giovane in Italia) Giorgio Scerbanenco inventò il personaggio di Duca Lamberti, che in questo libro fa la sua prima fortunatissima apparizione nel palcoscenico noir.
Duca Lamberti è un medico appena uscito dal carcere per la condanna a tre anni (tutti scontati, non c'erano ancora le leggi di oggi) per una storia di eutanasia. Condannato e pure radiato dall'albo trova un incarico: lui, figlio di un poliziotto che aveva prestato servizio in Sicilia contro la mafia prendendosi pure una coltellata.

Il commissario Carrua(con l'accento sulla prima a), amico del padre, gli trova un incarico: aiutare il figlio del dottor Auseri ("uno dei magnifici cinque ingegneri della plastica, l’ingegner Pietro Auseri"), industriale con tanto di villa in Brianza, ad Inverigo, alle prese con un problema di dipendenza dagli alcolici.

«Ho un figlio alcolizzato», disse Auseri nel buio, fumando. «Adesso è in quella stanza al primo piano, l’unica finestra illuminata del primo piano.
Quale è la causa dietro l'alcolismo per questo ragazzone? Portando avanto una sua indagine psicosessuale, Duca Lamberti capisce che dietro la bottiglia e i tentativi di suicidio c'è il senso di colpa.

Visitando la tomba del padre in un cimitero di campagna e raccontando a Davide la sua vita ("riassumere la vita di un uomo non è forse una preghiera") Duca Lamberti, il figlio di un poliziotto che aveva studiato da medico per non finire come il padre, scopre per caso la ragione del senso di colpa: aver lasciato morire una ragazza incontrata per caso a Milano e poi trovata suicida a Metanopoli, in mezzo ad un cespuglio.
"Alberta Radelli, ventitré anni, commessa, trovata a Metanopoli, località Cascina Luasca, il cadavere è stato scoperto alle cinque e mezzo del mattino dal signor Marangoni Antonio, abito celeste, capelli scuri ma non neri, occhiali rotondi".
Inizia così, quasi per caso, un indagine che partirà da due omicidi di due ragazze, fatti passare per suicidi, l'indagine non ufficiale del medico Duca Lamberti e che arriverà a sventare un traffico di ragazze, prese dalla strada e introdotte in un giro di prostituzione di alto livello.
"Ogni volta che si trova uno sfruttatore bisogna schiacciarlo. Ma che vuoi schiacciare, tenerezza mia, più ne schiacci e più ce ne sono. E va bene, ma forse bisogna schiacciarli lo stesso".
Il medico mancato dovrà andare fino in fondo, per schiacciare questi vermi dediti al mercimonio del sesso, di gente che riduce tutta la realtà a cose che si possono vendere o comprare e lo farà a modo suo, con l'aiuto di un'amica di Alberta, Livia Ussaro che troveremo anche in altri romanzi della serie di Duca Lamberti.
Ma non sarà il solito finale a lieto fine: la violenza, questa violenza, può essere combattuta solo se parli la stessa lingua del crimine. Nessuna pietà, nessun senso di liberazione.
Scrive nel saggio di introduzione Luca Doninelli:
"Dobbiamo far trionfare il bene?, sembra dire l’autore. Benissimo: ma che il bene abbia il volto che gli conviene: il volto del mostro. [..]La vita è una droga, o la combatti con altre droghe o l’assumi fino in fondo."
E questo mostro che combatte il male ha qui il volto di Duca Lamberti che pure ha un suo senso di regole da rispettare nella vita, per cui i peggiori criminali non sono i banditi che ti derubano col trombone. E la legge "qualche volta è tanto strana, favorisce i delinquenti e lega le mani agli onesti". No, per Duca Lamberti i peggiori di tutti sono quelli che barano:
"L'unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare è il bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuole giocare alla bella società e che le regole se le fa lui, col fucile. Ma i bari no, li odio e li disprezzo. Oggi ci sono i banditi con l'ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza. Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono stare. Questo non mi va, questa gente non la sopporto, quando me la trovo intorno o ne sento solo l'odore, mi vengono i nervi. ".
"Venere privata" anticipa di anni la nuova criminalità organizzata che avrebbe poi preso possesso della Milano, che ancora non è la città da bere del terziario avanzato, ma è ancora città industriale: la mafia già fa capolino nelle pagine di questo libro, non solo nelle memorie del padre di Duca (poliziotto in Sicilia ai tempi del bandito Giuliano), ma anche come struttura criminale che tira le fila della grossa banda che traffica in donne, gli “industriali del lenocinio”.
Che insegna ai delinquentelli, quelli da schiacciare, in che modo tagliuzzare il volto di una ragazza che si ribella, che sgarra, come monito a tutte le altre, perché non sempre serve uccidere, a volte è meglio lasciare un segnale comprensibile per tutti.

Il libro termina con Duca Lamberti che è riuscito a fare giustizia, ma a modo suo, coi suoi mezzi: che non sono quelli delle leggi di un paese democratico, ma quelli di un professonista, ex medico, che meglio di altri conosce di che pasta sono fatta i criminali.

Lo lasceremo assieme a Livia, a raccontare la sua storia, l'eutanasia, la condanna, il carcere:
«Tre anni fa, quando venni condannato...» cominciò. Le avrebbe spiegato tutta la teoretica dell’eutanasia, e lei ne sarebbe stata felice, anche in quella stanza d’ospedale, perché per lei, nella vita, c’erano delle cose più importanti degli sfregi, c’era il Pensiero con la P maiuscola, le Teorie ..
La scheda del libro sul sito di Garzanti.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

15 settembre 2013

Traditori di tutti, di Giorgio Scerbanenco


Incipit

E' difficile uccidere due persone contemporaneamente, ma lei fermò l'auto nel punto esatto, studiato più volte, quasi al centimetro, anche di notte, riconoscibile per un curioso, gotico e eiffeliano ponticello in ferro che scavalcava il canale e disse, fermando appunto l'auto nel centimetro quadrato voluto come una freccia si ferma quando si centra nel centro del bersaglio: «Scendo a fumare una sigaretta, non mi piace fumare in macchina», lo disse ai due seduti dietro, che erano i due che doveva uccidere, e scese senza attendere risposta, anche se quelli, gentilmente, intorpiditi dal grosso pranzo e dall'età, romanticamente dissero sì, che scendesse pure, e liberi dalla sua presenza di disposero quasi a dormire meglio ..
Traditori dei partigiani e dei nazifascisti. Traditori degli amici e dei nemici. Traditori dello stato ma anche dell'antistato che è la criminalità organizzata.
Sono quelli che si credono furbi, più furbi degli altri, abituati alla menzogna e alla violenza. Sono i “Traditori di tutti” del romanzo di Giorgio Scerbanenco, il secondo, con protagonista il medico poliziotto Duca Lamberti: sono trafficanti di armi vendute poi ai terroristi, trafficanti di droga e di sesso. Siamo a Milano, nel 1966, quando il sogno del boom è forse già finito ma c'è ancora qualcuno che crede che Milano sia ancora la città del panettone e del pan de mei.
Allo studio di piazza Leonardo da Vinci del medico Duca Lamberti, radiato dall'ordine perché ha aiutato una signora anziana a morire, si presenza tale Silvano Solvere.
Gli chiede di effettuare un intervento di imenoplastica, per conto di una sua amica, Giovanna Marelli da Ca Tarino, frazione di Buccinasco, periferia della città: in pratica deve rifarsi la verginità, per le imminenti nozze col re delle macellerie di Corsico Ulrico Brambilla, il suo fidanzato.
L'ha mandata lì proprio da lui l'avvocato Turiddo Sompani.

Duca Lamberti metterebbe alla porta subito quel Silvano, che gli provoca solo una sensazione di repulsione. Ma l'avvocato Sompani, assieme alla sua amica Adele Terrini, sono stati uccisi, gettati nell'Alzaia Naviglio Pavese.

Una strana coincidenza, perchè l'avvocato Sompani era finito in carcere, dove aveva conosciuto Lamberti, proprio perché ritenuto colpevole della morte di un suo amico, ritrovato nella sua auto insieme ad una donna, nel Lambro, vicino alla Conca Fallata.
Cosa c'è dietro questa storia?

In Questura ottiene il permesso dall'amico Càrrua, di portare avanti una sua indagine, non come poliziotto, ma eventualmente come confidente.

Così, al suo studio, si presenta, con una valigia in mano, la futura sposa Giovanna Marelli che, un po' per carattere, un po' per l'alcool che Lamberti le fa bere per tenerla tranquilla, inizia a raccontare del suo fidanzamento col macellaio, nonostante sia innamorata di Silvano.

Uscita dallo studio, raggiunge l'amico Silvano in auto e viene seguita dalla squadra del brigadiere Morini. Che assiste impotente alla loro morte: la loro auto, in una sera di tuoni e fulmini, viene crivellata di colpi da una seconda auto di killer, per finire proprio dentro il naviglio pavese verso Buccinasco.



Le coincidenze iniziano ad essere troppi: a morire dentro un fiume sono ora tre coppie, tra loro legate. L'amico dell'avvocato Sompani, l'avvocato stesso e l'Adele e ora Silvano con la ragazza.
Da qui parte l'indagine di Duca Lamberti, assieme all'agente Mascaranti della Questura: dalla valigia della sposa mancata, che contiene un mitra ben oliato, si arriva ad una trattoria nella zona sud della città, la Binaschina, crocevia di traffici illegali di droga, armi e sesso.

Un verminaio che Lamberti intende schiacchiare con tutte le sue forze: questi significa non abbassarsi a nessuna pietà nei confronti dei criminali. Che siano anziani gestori di un ristorante con camere per coppiette “allegre”, che viene convinto a parlare con uno straccio bagnato in faccia. O donne vestite alla cavallerizza, portavoce della banda, su cui per un motivo personale Duca non alzerebbe mai le mani, ma con cui si può scendere a patti per avere tutte le informazioni possibili, alla faccia delle leggi.

C'è tanta violenza, in questo racconto, il secondo con protagonista il medico Duca Lamberti. Violenza sia da parte dei criminali, rozzi e animali anche se vestiti alla moda con tanto di giacca e cravatta, sia da parte di quelli che dovrebbero rappresentare la legge:


Lo stesso Càrrua ha timore nell'affidargli quella specie di indagine:

«No, non ho voglia neppure di vederti. Sei troppo nevrastenico, e anche questo lavoro lo fai con troppa nevrastenia, con odio, tu te li vuoi mangiare i delinquenti, non li vuoi arrestare, deferire all'autorità giudiziaria, difendere la società ..»pagina 24
Nonostante la stima del funzionario della Questura, che vorrebbe che l'amico tornasse alla sua vecchia professione, facendo abiura del suo gesto (di pietà) per cui è stato radiato dall'ordine de medici:
Lo odiava e lo ammirava, aveva odiato e ammirato anche il padre di Duca Lamberti, per la ringhiosità e l'inflessibilità. Senza un soldo, senza più carriera, con una sorella e una bambina piccola sulle spalle, invece di farsi i fatti suoi, di arrangiarsi, si buttava nel più disperato lavoro che ci fosse, il poliziotto, e il poliziotto italiano, fosse stato almeno quello inglese o americano: il poliziotto in Italia che le prende da tutti, sassate dagli scioperanti, pallottole o coletellate dai criminali, male parole alle spalle dai cittadini, urlate dai superiori e poche lire dallo Stato.pagina 27
Ma Duca Lamberti è uno con le idee chiare: sa che Milano non è più quella di una volta: a tavola, assieme a Mascaranti gli spiega di come i soldi, abbiamo trasformato anche la criminalità:
«C'è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città.
Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia o come se la gente non facesse altro che mangiare panettoni o pan meino. Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: Stendetevi tutti per terra, come hanno sentito che si deve fare.Ci sono tanti vantaggi dall'ingrandimento della città, ma ci sono anche cambiamenti che fanno pensare. Queste storie di regolamento di conti [..] fanno davvero pensare a molte cose. Sono bande organizzate militarmente, armate, con elementi decisi assolutamente a tutto, con tutta una serie di basi di attacco o di nascondiglio, dislocate un po' da per tutto. Noi abbiamo trovato per caso la Binaschina, ma quante ce ne saranno di basi come quella dentro i confini della provincia di Milano e anche fuori, ma sempre intorno a questa grossa torta così dolce che è Milano? E' qui a Milano che ci sono i soldi ed è qui che vengono a prenderli, con ogni mezzo, anche col mitra»pagina 118-119
E se la criminalità è questa, in una società strappata dalle sue tradizioni in forte cambiamento verso un futuro che non si capisce quale sia, rimane la frustrazione per non poter risponderle con gli stessi mezzi: contro questi traditori, papponi, trafficanti di uomini e di droghe, sfruttatori e menzogneri:


"... ma non si può, non si può, la legge proibisce di ammazzare le canaglie, i traditori di tutti, anzi specialmente questi che devono avere un avvocato difensore, un processo regolare, una regolare giuria e un verdetto ispirato alla redenzione del disadattato, mentre invece si può, senza nessun permesso, innaffiare di proiettili due carabinieri di pattuglia, o sparare in bocca a un impiegato di banca che non si sbriga a consegnare le mazzette di fogli da diecimila, o mitragliare in mezzo alla folla, per scappare, dopo una rapina, questo si può, ma dare un buffetto sulla rosea gota al figlio di baldracca che vive di canagliate, questo no, la legge lo proibisce, è male, non avete capito niente di Beccaria, no lui, Duca Lamberti, non aveva capito niente dei Delitti e delle pene, era un grossolano e non aveva speranza di raffinarsi, ma gli sarebbe piaciuto incontrare quelle canaglie, lui glieli avrebbe dati, i buffetti sul viso".
Ma se la legge degli uomini sembra impotente di fronte a queste belve assetate di sangue, c'è sempre la speranza che arrivi una dea della vendetta che compia giustizia.

Il link per ordinare il libro su ibs e su Amazon.
La scheda del libro sul sito di Garzanti.

11 settembre 2013

Milano è una grande città (Scerbanenco - 1968)


«C'è qualcuno che non ha ancora capito che Milano è una grande città.
Non hanno ancora capito il cambio di dimensioni, qualcuno continua a parlare di Milano come se finisse a Porta Venezia o come se la gente non facesse altro che mangiare panettoni o pan meino. Se uno dice Marsiglia, Chicago, Parigi, quelle sì che sono metropoli, con tanti delinquenti dentro, ma Milano no, a qualche stupido non dà la sensazione della grande città, cercano ancora quello che chiamano il colore locale, la brasera, la pesa, e magari il gamba de legn. Si dimenticano che una città vicina ai due milioni di abitanti ha un tono internazionale, non locale, in una città grande come Milano arrivano sporcaccioni da tutte le parti del mondo, e pazzi, e alcolizzati, drogati, o semplicemente disperati in cerca di soldi che si fanno affittare una rivoltella, rubano una macchina e saltano sul bancone di una banca gridando: Stendetevi tutti per terra, come hanno sentito che si deve fare.
Ci sono tanti vantaggi dall'ingrandimento della città, ma ci sono anche cambiamenti che fanno pensare. Queste storie di regolamento di conti [..] fanno davvero pensare a molte cose. Sono bande organizzate militarmente, armate, con elementi decisi assolutamente a tutto, con tutta una serie di basi di attacco o di nascondiglio, dislocate un po' da per tutto. Noi abbiamo trovato per caso la Binaschina, ma quante ce ne saranno di basi come quella dentro i confini della provincia di Milano e anche fuori, ma sempre intorno aquesta grossa torta così dolce che è Milano? E' qui a Milano che ci sono i soldi ed è qui che vengono a prenderli, con ogni mezzo, anche col mitra»


Traditori di tutti, Giorgio Scerbanenco pagina 118-119
Scerbanenco aveva capito tutto, con anni di anticipo. Milano, la metropoli dove girano i cumenda e anche i soldi. E dunque la città, che come come una torta dolce, attira tutta una nuova criminalità, organizzata, decisa, senza scrupoli.

Il libro (link su ibs e Amazon) è stato scritto nel 1968. Ancora ieri, c'era gente che sosteneva che a Milano la mafia non c'era ..

14 novembre 2011

Cento anni per cento delitti: auguri Scerbanenco!

Alla Triennale, Milano ricorda Giorgio Scerbanenco che, alla fine degli anni 60, aveva svecchiato il giallo italiano, raccontando dell'Italia criminale che si nascondeva tra le pieghe del boom, le città come Milano che si stavano trasformando in metropoli.

Duca Lamberti in "Venere privata" diceva:
“L'unico trasgressore alle regole del gioco che io posso rispettare è il bandito col trombone che si nasconde per le montagne: lui non sta alle regole del gioco, lui, anzi, dice chiaramente che non vuole giocare alla bella società e che le regole se le fa lui, col fucile. Ma i bari no, li odio e li disprezzo. Oggi ci sono i banditi con l'ufficio legale a latere, imbrogliano, rubano, ammazzano, ma hanno già studiato la linea di difesa con il loro avvocato nel caso fossero scoperti e processati e non vengono mai puniti abbastanza. Vogliono che gli altri stiano al gioco, alle regole, ma loro non ci vogliono stare. Questo non mi va, questa gente non la sopporto, quando me la trovo intorno o ne sento solo l'odore, mi vengono i nervi.”

L'niziativa si chiama Cento anni per cento delitti – Giorgio Scerbanenco e Milano, 1911-2011:
Il rapporto di Scerbanenco con Milano è anche al centro di una iniziativa che verrà presentata nell'occasione: Sulle strade di Duca Lamberti un volume che ricostruisce i percorsi del celebre investigatore nei quattro romanzi che lo vedono protagonista (Venere privata, Traditori di tutti, I ragazzi del massacro e I milanesi ammazzano il sabato) grazie anche a una mappa interattiva consultabile online, arricchita da immagini della Milano di quegli anni e da podcast di brani tratti dai romanzi.
Non è tutto: domenica 20, in occasione della giornata senza auto, Ciclobby organizzerà una biciclettata per i luoghi di Duca Lamberti, con ritrovo in piazza Leonardo da Vinci, alle ore10.
L’iniziativa rientra nel progetto “I Colori di Milano” promossa da una cordata di realtà (Università degli studi di Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Fondazione per leggere, Ufficio scolastico Regionale, Ciclobby) con il contributo di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo.
Dal blog Zelda was a writer, potete scaricare la mappa di Milano



16 luglio 2010

Milano calibro 9

« Se continua così, vedrai che fanno l'antimafia pure pe' Milano! [...] La chiamano mafia, ma oggi sono...sono bande. Bande in lotta e concorrenza fra di loro. La vera mafia non esiste più »
(Don Vincenzo - dai dialoghi del film)

Questa frase del film (ricordiamocelo, del 1972), spiega quanto "Milano calibro 9" di Fernando Di Leo (dai racconti di giorgio Scerbanenco) pur con i suoi limiti, sia stato lungimirante.

Lungimirante nel raccontare l'ingresso della criminalità nell'economia (specie nei costruttori); nell'incapacità da parte della polizia di capire i nuovi fenomeni (riguardatevi con calma il confronto tra i due commissari); gli imprenditori spregiudicati che spostano i capitali all'estero (oggi nei paradisi fiscali), e poi invocano le forze dell'ordine contro cortei manifestazioni.





"Non è l'americano che da le carte, ma nel giro ci sono bancheri e industriali che annegano nei miliardi e ricchi che se ne fregano se l'economia nazionale va a rotoli"





"facciamoci dare gli agenti che cacciano quelli senza casa, quelli che picchiano gli studenti che disperdono gli operai .. per quelli gli agenti si trovano sempre"





"Lei ha una mentalità vecchia e percio è inadatto ad occupare la posizione che occupa
l'americano è un effetto e non una causa"

Cosa avrebbe scritto oggi, Giorgio Scerbanenco, dopo l'inchiesta che che portato all'arresto di 300 persone in Lombardia per la ndrangheta connection?
La scheda del film su imdb.
I luoghi milanesi del film.