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20 luglio 2019

Depistato, di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco



Quella che state per leggere è la storia di una grande bugia di Stato, figlia di una colossale mistificazione che dura da ventisette anni. È una storia che nessuno racconta ..

La storia che nessuno racconta (o che al limite viene solo accennata) è la storia della più grande e grave menzogna della nostra recente: il depistaggio di Stato suiresponsabili della strage di via D'Amelio dove, il 19 luglio 1992, perse la vita il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, Traina, Catalano, Li Muli, Cosina ed Emanuela Loi, la giovane agente che Borsellino considerava quasi come una figlia, troppo giovane per morire:
«Questa ragazza mi sembra un farfalla, potrebbe essere mia figlia. Non voglio morti così giovani sulla coscienza. Intesi, Catalano?»

La storia che i due giornalisti raccontano è la storia di un'indagine che sin dall'inizio è stata messa sui binari della messa in scena, per individuare un responsabile di comodo, Vincenzo Scarantino e per allontanare l'attenzione dai veri responsabili, dai veri mandanti.
In questa storia non ci sono buoni e cattivi, il confine è veramente labile: ci sono agenti in divisa come Gioacchino Genchi, che hanno cercato le tracce dei responsabili seguendo la pista dei cellulari clonati (pista che porta dentro al mondo dei servizi).

E ci sono agenti che hanno costruito un finto pentito, Scarantino, vestito come un pupo e istruito a suon botte e violenze psicologiche affinché imparasse la lezione.
Sono gli agenti della squadra messa in piedi dal Viminale attorno ad Arnarlo La Barbera e che oggi sono stati rinviati a giudizio per la loro condotta, si tratta di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei (La Barbera nel frattempo è morto).

Un'indagine che è nata attraverso una forzatura, l'assegnazione delle indagini da parte del procuratore Tinebra ad un funzionario del Sisde, Bruno Contrada.
E proprio dal Sisde arrivarono le prime veline su Scarantino e le sue parentele mafiose, che servivano a costruire il personaggio di rango mafioso.

Sembra di rivedere il film di Piazza Fontana e di altri misteri d'italia: solo che in questa storia, Scarantino è stato ritenuto credibile non solo dai magistrati di Caltanissetta (e anche da Ilda Boccassini, almeno nei primi mesi del suo pentimento, finché non parlo anche della strage di Capaci), ma anche dai giudici che ritennero vere le sue rivelazioni, in primo grado fino in Cassazione.

«Il lavoro di questa procura – dice la Boccassini – è stato possibile perché tutti i pezzi dello Stato si sono compattati. Il mio ringraziamento alla dottoressa Liliana Ferraro che non ha mai abbandonato Caltanissetta [..] Ringrazio il collega Di Maggio la cui esperienza, professionalità e il coraggio dimostrato [..]
Senza l’aiuto di Di Maggio, senza la collaborazione del direttore di Pianosa e di tutti gli agenti non sarebbe stato possibile gestire per la prima volta con Scarantino nel carcere di Pianosa gli eccellenti risultati che stiamo ottenendo».

Come è stato possibile?
Come è stato possibile credere che Riina affidasse ad un personaggio (che aveva alle spalle piccoli reati per spaccio) una strage così importante?
Importante per la fretta, per quei soli 57 giorni che la separavano dalla bomba di Capaci.
Eppure questo è successo: ancora oggi i familiari del giudice chiedono conto allo Stato, all'autorità giudiziaria, al CSM e alla Cassazione del depistaggio in atto.
I due autori riportano le dichiarazioni di questi giudici: prima enfatiche, per la soddisfazione di aver dato subito giustizia alle vittime, per il racconto di questo pentito che veniva considerato un novello Buscetta.
Dichiarazioni ai limiti dell'imbarazzo, poi, quando la menzogna venne svelata, dall'ennesima ritrattazione di Scarantino e dall'arrivo delle dichiarazione di Gaspare Spatuzza.
Il libro di Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco racconta la storia assurda di questi processi, la pista seguita da Genchi sui cellulari clonati usati dai mafiosi, pista poi stoppata, dei rapporti tra Tinebra (il procuratore capo di Caltanissetta) e il Sisde, la pista scartata che portava a “faccia di mostro”, l'agente di polizia che per mesi si è ritenuto responsabile di diversi delitti eccellenti nell'isola (come quello dell'agente Agostino nel 1989).

Troppe domande rimangono ancora senza risposta, ancora oggi, quando sono passati 27 anni da quella bomba: la prima riguarda i poliziotti che hanno messo in bocca a Scarantino quella menzogna.
Difficile che agissero da soli, senza un input superiore. E dunque lecito chiedersi chi ha ideato il depistaggio che tra l'altro mescola anche pezzi di verità che dovevano arrivare da personaggi che hanno partecipato alla strage in prima persona (per esempio, la 126 imbottita di esplosivo, che esce fin da subito dai documenti degli investigatori).

Sia la versione di Spatuzza che quella di Scarantino convergono sulla centralità della mafia: Spatuzza ha raccontato un particolare che alza lo scenario ad altri partecipanti:
L’unico inquietante spiraglio aperto da Spatuzza su scenari inediti, quell’avvistamento nel garage di via Villasevaglios di uno sconosciuto che assisteva al «caricamento» della Fiat 126,

Molte testimonianze raccontano di personaggi dei servizi segreti presenti sulla scena della strage sin dall'inizio: come facevano ad essere presenti lì in così poco tempo? Qualcuno li aveva avvisati prima?
Lo racconta il vicesovrintendente Giuseppe Garofalo, in servizio alla sezione volanti: “il poliziotto nota un uomo in borghese, con indosso la giacca (nonostante il torrido clima estivo) e pochi capelli in testa.”

Ecco dunque lo scenario che si apre a nuovi personaggi, come una macchina da presa che allarga l'inquadratura: non solo il piccolo criminale di borgata, non solo il mafioso di Brancaccio, il killer dei Graviano. Ma anche il mondo dei servizi deviati, per cui è lecito cosa cercassero tra le auto in fumo e i cadaveri carbonizzati: forse quell'agenda rossa dove Borsellino stava annotando tutte le sue scoperte, come quelle sulla strage dell'amico Giovanni Falcone?

Tutto questo ci conduce alla domanda più importante: perché? Perché quella strage, perché così in fretta?
Dopo via D'Amelio lo Stato e il Parlamento dovettero approvare il decreto Falcone che altrimenti sarebbe decaduto. Esso conteneva il 41 bis, una legge che a Riina non doveva proprio piacere.
Chi ha consigliato allora a zu Totò quella bomba?

Quello che Borsellino sapeva, quello che aveva capito, doveva essere messo a tacere per sempre. Per questo non bastava eliminare il giudice

Domanda che porta a quella convergenza di interessi tra boss mafiosi, non dell'ala militare di Riina, politici collusi con la mafia, servizi deviati all'interesse di quest'ultimi e, se vogliamo dare ascolto all'ex ministro Pomicino, anche servizi americani:
Non si può non rilevare, secondo Pomicino, che in quel momento c’è stata una «convergenza di obiettivi» tra Cosa nostra e i servizi segreti atlantici, per provocare in Italia un enorme scossone politico.

Dopo 27 anni, dopo quattro processi, è arrivato il momento di fare luce su tutti questi misteri, aprendo gli archivi della commissione antimafia e anche quelli dell'ex Sisde: dobbiamo pretenderla tutti questa verità, se vogliamo liberare la nostra democrazia da ricatti e segreti (da cui è nata la seconda Repubblica, a cominciare dal partito di Dell'Utri e Berlusconi) e “respirare quel fresco profumo di libertà”.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

28 giugno 2019

Il depistaggio di Stato (da Depistato di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza)

Esce per Chiarelettere un nuovo saggio scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza sulla strage di via D'Amelio (in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta) e sul depistaggio organizzato da uomini in divisa per creare la "pista Scarantino".

Sul Fatto Quotidiano è uscita una anticipazione

“Su Agnese e i figli gli occhi del Viminale e di un prete”Borsellino - Tutti i buchi neri del 19 luglio ‘92 nel racconto di 27 anni di falsi testimoni e false verità, alla luce delle nuove sentenze

Pubblichiamo un estratto del libro “DepiStato” di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Chiarelettere), in libreria da oggi
Nei mesi immediatamente successivi alla strage di via D’Amelio, il Viminale sembra più preoccupato a controllare la famiglia Borsellino che a cercare la verità. Lo racconta nell’aula del processo ai tre poliziotti accusati del depistaggio il funzionario di polizia Gioacchino Genchi citando, come “ideatore” del controllo, l’allora capo della Criminalpol, Luigi Rossi.
Nell’udienza dell’11 gennaio 2019 a Caltanissetta, Genchi racconta: “Rossi era molto attento a tenere rapporti con la famiglia Borsellino. C’era uno studio scientifico di come si dovesse creare attorno alla famiglia un cordone di protezione e controllo. Si studiavano le mosse e gli accorgimenti, si individuò un sacerdote, padre Bucaro (già fondatore del Centro Paolo Borsellino e oggi direttore dei Beni culturali della Diocesi di Palermo, nda), si finanziò con centinaia di milioni uno pseudo centro dove poi tutta la contabilità sparì dagli hard disk, e questo prete tallonava la signora Borsellino. Il prefetto Rossi, attraverso padre Bucaro, mantiene il controllo e una sorta di ibernazione della famiglia Borsellino affinché non potesse nuocere alla gestione (delle indagini, nda) che continuava a fare. Perché era chiaro che la famiglia Borsellino non poteva tollerare La Barbera”.
 
E qui Genchi tira fuori dalla sua memoria un aneddoto […]: “Una sera andammo in una pizzeria di Palermo […]: eravamo io, La Barbera, i pm Cardella e Boccassini. Entrò la signora Agnese con i familiari, tutti si alzarono, la signora era indignata e si rifiutò di dare la mano a La Barbera. C’era un’ostentata dimostrazione di carenza di fiducia che Agnese volle palesare a La Barbera. […] La ragione fu fatta risalire dai pm Boccassini e Cardella all’agenda rossa. Dicevano: ‘La signora Borsellino è convinta che l’agenda l’hai fatta sparire tu’. Questa cosa innervosiva moltissimo La Barbera”.
Pure il pm Nino Di Matteo, durante la requisitoria del processo Trattativa, ha fatto riferimento a una sorta di controllo istituzionale su Agnese Borsellino, anche se in senso benevolo: “Il magistrato Diego Cavaliero ha spiegato la preoccupazione che la signora Agnese aveva nei confronti dei figli, che l’aveva indotta per tanto tempo a… subire in qualche modo il pressing benevolo e in buona fede delle istituzioni e delle forze di polizia che dal giorno dopo via D’Amelio hanno sempre costituito una parte integrante della vita della signora Borsellino”.
 
Ma chi è padre Bucaro, l’uomo che secondo Genchi doveva tenere “ibernata” la famiglia del giudice ucciso? Fondatore del Centro Paolo Borsellino e per qualche anno inseparabile amico e consigliere di Agnese Borsellino, il sacerdote Giuseppe Bucaro nel 2005 finì sotto indagine della Procura di Palermo per riciclaggio con Massimo Ciancimino e il tributarista Gianni Lapis. L’inchiesta ruotava attorno a una donazione di 5 milioni di euro destinata al Centro Borsellino, struttura nata con l’obiettivo di tutelare i minori con famiglie problematiche offrendo loro servizi di accoglienza, mensa, ricreazione e assistenza. Secondo l’ipotesi accusatoria, il sacerdote aveva chiesto a Lapis la donazione, che sarebbe transitata su un conto corrente cifrato in Svizzera: insomma, per gli investigatori e per l’accusa, presidente del Centro Borsellino si sarebbe prestato a ripulire parte del “tesoro” di Vito Ciancimino. Gli inquirenti monitorarono centinaia di movimenti bancari e ascoltarono migliaia di ore di conversazioni intercettate tra Ciancimino, Lapis e Bucaro, scoprendo che il sacerdote non aveva mai avuto rapporti diretti con il figlio di don Vito e che era stato il professor Lapis a mediare l’accordo sulla maxi-donazione. Davanti ai magistrati, […] il sacerdote si difese sostenendo che in questo modo intendeva “coprire” i grossi introiti del suo Centro, perché temeva che, se si fosse saputo della consistenza del patrimonio, c’era il rischio che “venissero rapiti i bambini”. Una versione che, però, non convinse nessuno. Nel 2007 l’indagine fu archiviata ma la Procura, pur sollecitando l’archiviazione, parlò di “ambiguità” dell’intera vicenda.

24 agosto 2018

La repubblica delle stragi, a cura di Salvatore Borsellino



La Repubblica delle stragi: 1978/1994 il patto di sangue tra stato, mafia, p2 ed eversione nera.

E' infatti ormai evidente come le grandi stragi di mafia e terrorismo, in Italia, siano segnate da un filo che, oggi, non è più tanto invisibile. Un filo che traccia un faticosissimo percorso in salita per i familiari delle vittime di quelle stragi e per quei pochi, all'interno delle istituzioni, che hanno tentato di arrivare alla verità. Un filo che racconta storie accomunate da depistaggi, isolamenti, umiliazioni, bugie e dolore e tanta rabbia; e nega giustizia ai morti costringendo i parenti a sospendere il normale corso delle proprie esistenze e improvvisarsi, a volte con risultati significativi, egregi investigatori e giornalisti, e addirittura, come nel caso di Paolo Bolognesi, politici. Un filo che sospende lo Stato di diritto e le più elementari norme democratiche. I carnefici diventano vittime e le vittime, nella migliore delle ipotesi, persone bisognose di aiuto psicologico (come disse l funzionario di polizia Arnaldo La Barbera a Lucia Borsellino, in risposta ad una sua richiesta di delucidazioni sulla scomparsa dell'agenda rossa del padre).

Questo saggio attraversa sedici anni della nostra storia recente, raccontati attraverso una serie di eventi criminali, con l'obiettivo di andare a cercare quel filo rosso che li unisce, mettendo assieme i fatti, cercando di gettare luce sulle zone d'ombra, i collegamenti tra loro.
Gli autori de “La repubblica delle stragi” non hanno avuto come obiettivo quello di creare le solite teorie complottiste: gli episodi citati nel saggio hanno segnato la storia italiana e hanno condizionato la politica di questo paese.
Ma c'è anche qualcosa di personale: Salvatore Borsellino, che ha curato questa edizione, è il fratello di Paolo, il giudice diventato icona dell'antimafia ma di cui una sentenza recente ci ha raccontato del grande depistaggio che ha allontanato gli investigatori dai veri responsabili.
Giovanni Spinosa ha seguito come pm alcune inchieste sui delitti della Uno Bianca su cui ha scritto un libro (“L'Italia della Uno Bianca” - Chiarelettere) che racconta una verità diversa sulla banda. Una verità scomoda.
Fabio Repici è stato avvocato di parte civile in processi sulla mafia (e avvocato dello stesso Salvatore Borsellino), e ha seguito per questo libro i capitoli sull'attentato all'Addaura al processo sulla Trattativa.
Antonella Beccaria è una studiosa dei fenomeni criminali di questo paese, dalle mafie alla massoneria all'eversione nera.
Giuseppe Lo Bianco è un ex giornalista de l'Ora di Palermo oggi a Il Fatto Quotidiano, esperto di mafia.
Nunzia Mormile è la sorella di Umberto, l'educatore nel carcere di Opera ucciso dalla 'ndrangheta l'11 aprile 1990, negli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica, quando tutti i Gattopardi del potere occulto tramavano perché nulla cambiasse in questo sfortunato paese.
Federica Fabbretti è una giornalista e collabora con le Agende rosse, con Salvatore Borsellino.
Infine ha collaborato a questo libro anche Marco Bertelli.

I capitoli del libro

Gli eventi di cui si occupa questo volume spaziano dal 1978, l'anno di Moro, che segnò l'inizio della fine, l'inizio della penetrazione della P2 dentro le stanze del potere. L'anno del finto rapimento di Sindona inscenato per salvarsi dalla giustizia e recuperare i soldi prestati alla mafia.
La bomba di Bologna, la strage di Natale del 1984, l'estate dell'Addaura e degli omicidi dei due poliziotti Emanuele Piazza e Nino Agostino.
Lo strano autoparco della mafia a Milano, in via Salomone, sede del consorzio criminale composto da cosa nostra, 'ndrangheta e Sacra corona unita.
I delitti della Uno bianca e le rivendicazioni della Falange Armata, questa strana sigla bene informata sui delitti e sui misteri di questo paese.
Le bombe del 1992, quella esplosa a Capaci contro Falcone e la sua scorta e quella di via D'Amelio contro Borsellino e la scorta.
Le altre bombe della trattativa che portarono a compimento il passaggio tra prima e seconda repubblica, col ricatto allo Stato, nel segno di nuovi accordi tra mafia e politica.

Sorprende, leggendo tutte assieme queste storie, gli atti processuali, le anomalie emerse e le incongruenze, scoprire sempre gli stessi attori comparire: pezzi deviati dei servizi, faccendieri di cerniera tra le istituzioni e la criminalità, l'eversione nera come manovalanza.
Sono storie di giustizia mancata: non solo la giustizia nei confronti delle vittime, ma anche di giustizia e verità nei confronti dei cittadini italiani, cui sono state raccontate tante bugie, tante menzogne, come se fossimo dei bambini che non meritano di sapere chi ha in mano il pallino del potere.

Ma se l'assenza di giustizia potrebbe essere vista come un torto solo per noi familiari, la continua negazione della verità ha definito - e continuerà a definire - un vulnus di impareggiabile gravità per l'andamento democratico del nostro paese, un paese i cui più importanti rappresentanti possono essere ricattati da chi di quel filo conosce consistenza e colori, un paese in cui non potranno essere applicati quei contrappesi democratici riconosciuti e fortemente voluti da nostri padri costituenti

A cosa serve questo libro, dunque? Non è l'ennesimo libro su Falcone e Borsellino e le altre vittime delle mafie (meritevoli di essere ricordate per il loro lavoro in tutti i giorni dell'anno, non solo nelle – spesso sterili – ricorrenze): lo spiega bene Salvatore Borsellino nella prefazione

Gli autori di questo libro si sono posti l'ambizioso obiettivo di iniziare a "mettere assieme i pezzi", di cogliere le similitudini tra le stragi mafiose e terroristiche, di scandagliare le indagini e trovarne i buchi neri e le zone d'ombra. Un libro di fondamentale importanza per chi aspira a leggere gli avvenimenti di questo paese sotto una luce diversa, ma anche per gli "addetti ai lavori" che non hanno modo, per via della specificità dei luoghi in cui operano o degli argomenti di cui si occupano, di allargare il loro campo visivo e conoscitivo.(dalla premessa di Salvatore Borsellino)

Le origini del golpe: 1977-79 Sindona, Gelli, il crac e il ricatto al potere

Tutto parte dal crac delle banche di Sindona, in Italia e anche in America: banche attraverso cui erano passati, per ripulirsi, i capitali della mafia.
Sindona non era custode dei soli segreti della mafia, ma anche dei tanti italiani che a lui avevano affidato i loro beni per occultarli al fisco italiano.
La lista dei 500, contenente questi nomi, era l'arma di ricatto di Sindona: quel ricatto preparato nel suo viaggio dall'America in Italia, quando finì nelle mani dei boss palermitani, Bontade ed Inzerillo

Ricapitolando. Alla fine degli anni settanta in Sicilia si progetta - almeno dal 1977, secondo Miceli Crimi - di rovesciare gli assetti istituzionali recuperando al contempo i soldi che che i mafiosi avevano affidato a Sindona affinché li riciclasse.Il risultato costituirebbe un sicuro vantaggio per Sindona, ormai in rovina, e dell'orbita fanno parte i militari, oltranzisti atlantici che impartiscono istruzioni da Washington, boss italiani e italo-americani e logge massoniche deviate che comprendono, oltre alla P2 di Gelli, anche la Camea, il centro di attività massoniche ed esoteriche accettate che, dalla Liguria alla Sicilia, nelle indagini della magistratura si è dimostrato un punto di incontro da interessi diversi ed altre obbedienze.I cardini erano sempre loro due, Sindona e Gelli, portatori di «contatti coi due mondi [inquietanti]: da un lato quello della P2 e dall'altro quello della mafia».

Nelle carte della commissione P2 è emersa una riunione tenuta su un panfilo al largo di Ustica a cui erano presenti il massone Miceli Crimi (medico di Sindona) in cui si espose il progetto di creare in Sicilia una rete anticomunista e indipendentista. Un progetto che anticipa di qualche anno le riunioni tenute nelle campagne di Enna nel 1991 da parte dei mafiosi di Riina, dove furono decise le strategie eversive del 1992.

Strage alla stazione di Bologna (qui l'approfondimento)

Se della strage alla stazione di Bologna conosciamo (diversamente da altri episodi stragistici) i nomi dei responsabili, ci sono ancora troppi buchi neri: i mandanti della bomba e, soprattutto, il perché di quella bomba.
Cosa volevano ottenere Mambro e Fioravanti? Volevano veramente ricompattare il fronte neofascista (come hanno dichiarato)? Oppure ancora una volta dobbiamo pensare ai mandanti a volto coperto dietro, che da questa strage pensavano di ottenere qualcosa?
Ancora una volta, dopo Piazza Fontana, torna uno scenario dove la bomba serviva a preparare il terreno ad un golpe senza esercito e carri armati, per i legami tra la manovalanza nera e la loggia P2 di Gelli:

In quest'ottica, a dispetto delle velleità di Fioravanti, l'interfaccia reale della strage del 2 agosto non fu la "chiamata alle armi degli indecisi", ma il piano di rinascita democratica di Licio Gelli, il "manifesto d'ordine" politico e programmatico che doveva condurre il paese allo svuotamento dei valori della Costituzione e della Repubblica Parlamentare per rincorrere una repubblica presidenziale priva di contropoteri di garanzia democratica.A ciò si aggiunga un'affermazione più volte ripetuta dal Venerabile negli ultimi anni della sua vita: nel marzo del 1981, quando furono scoperte le sue liste, sarebbero mancati quattro mesi alla concretizzazione di un golpe che non avrebbe avuto le sembianze di di un'azione militare, ma che sarebbe stato lo stadio finale dell'infiltrazione delle istituzioni dal loro interno.

Strage del rapido 904 (qui l'approfondimento)

Dopo la bomba dell'agosto 1974, un'altra strage nella stessa galleria dell'Appennino.
Le indagini si sono mosse subito nella direzione giusta, il referente di cosa nostra a Roma Pippo Calò. Ma anche qui non tutti i tasselli sono al loro posto: quei congegni per l'esplosione comprati dai mafiosi in eccesso per una sola strage, a cosa servivano? E a cosa serviva tutta quella quantità di Semtex H, così sovrabbondante per una sola bomba tanto da richiedere lo spostamento dell'esplosivo dai rifugi siciliani al nuovo rifugio di Roma?

Ecco che s'intravede la possibilità che l'obiettivo vero non fosse una sola strage, ma una vera e propria campagna terroristica, stroncata sul nascere dalle indagini "casuali" culminate col sequestro di via Albricci [dove poi si riuscì a risalire a Pippo Calò e agli altri responsabili] avvenuti solo tre mesi dopo il primo attentato.Una campagna terroristica che sembrerebbe anticipare quella del 1993 di cui ha parlato la sentenza del 2015.

L'attentato all'Addaura e le menti raffinatissime

A distanza di anni ancora non sappiamo i responsabili delle morti dei poliziotti Nino Agostino ed Emanuele Piazza.
Chi e perché li ha uccisi, i killer e i mandanti.
Non sappiamo il perché della bomba all'Addaura né i mandanti esterni.
Non sappiamo, degli eventi di quel 1989 che anticipava le stragi del 1992, perché cosa nostra (e le menti raffinatissime evocate da Falcone) 
"si adoperò per l'uccisione del poliziotto Agostino e della moglie e del legame fra quel duplice omicidio e la strage dell'Addaura, già leggibile in filigrana. Ne emergerebbero nitidamente le ragioni del depistaggio, avvenuto fin dall'immediatezza".

La barba del padre dell'agente Nino Agostino è l'icona dell'ansia di giustizia di chi si batte contro le deviazioni di uno stato che, nella strage dell'Addaura e nel duplice omicidio Agostino Castelluccio, ha presentato davvero una faccia da mostro.

L'autoparco della mafia di via Salomone e l'omicidio di Umberto Mormile

Umberto Mormile era un educatore nelle carceri: fu ucciso mentre andava a lavoro nel 1990 e il suo fu il primo omicidio rivendicato dalla Falange Armata, prima delle azioni terroristiche e gli omicidi della Uno Bianca, prima delle bombe della mafia (e non solo della mafia).

Ucciso perché aveva assistito ai colloqui in carcere del boss della ndrangheta Domenico Papalia con esponenti dei servizi.
Un omicidio su cui non fu fatta luce anzi, la sua memoria fu infangata da una sentenza della corte d'assise di Milano che lo definì come corrotto.
Un uomo al soldo dei boss.

Al processo d'Appello, il boss fu condannato, ma l'omicidio Mormile rimane nell'area dell'indicibile.
Come l'Autoparco di via Salomone, su cui indagò il pm milanese Di Maggio (che divenne in seguito vice direttore del DAP) senza rilevare nulla.
Senza rilevare la presenza di uno strano "consorzio": un comitato composto da mafiosi, ndranghetisti e da boss della Sacra Corona Unita.
Uno strano autoparco, a forma di Anello, una struttura riconosciuta dai vertici delle strutture criminali e che da lì decideva e agiva per eseguire omicidi importanti.
Una struttura in cui si intrecciano mafia, quella catanese di Jimmi Miano, esponenti borderline come Rosario Cattafi, uomo di cerniera tra mafia e servizi e boss come Papalia. Un boss con importanti relazioni dentro le strutture dello Stato.
Relazioni che però devono rimanere segrete.

Nelle indagini della Procura di Reggio Calabria nel procedimento ndrangheta stragista un capitolo ha per titolo:
«Un filo rosso delle vicende stragiste: le rivendicazioni della Falange Armata. L'omicidio Mormile. La riunione di Enna e le dichiarazioni di Cannella, Avola e Malvagna. Le dichiarazioni di Foschini e Cuzzola [gli assassini di Mormile]. Il copyright della ndrangheta e di settori deviati degli apparati di sicurezza nazionale».Sul'omicidio di Umberto Mormile la giustizia dovrà partire proprio da lì.


Il filo rosso delle stragi: la Uno Bianca e la Falange Armata (qui l'approfondimento)

Sette anni e mezzo di attività criminale, dal 19 giugno 1987 al 21 ottobre 1994.
82 delitti di cui 22 persone uccise e oltre cento ferite.
Fino all'arresto di Roberto Savi e Fabio Savi, il lungo e il corto. Che si sono autoaccusati di tutti i delitti anche andando a scagionare altri imputati mafiosi imputati nei processi per questi casi (come Marco Medda, un camorrista vicono alla nuova camorra organizzata di Cutolo).
Analizzando i colpi della banda, si può suddividere la loro storia in tre fasi: in una prima fase la banda è caratterizzata da assalti ai furgoni blindati, alle coop, con operazioni in stile militare.

Poi arriva una seconda fase apertamente terroristica, caratterizzata da delitti senza alcuna refurtiva: dal 2 gennaio 1990 al 28 agosto 1991. I colpi contro i carabinieri (la strage del Pilastro), contro i campi rom, contro persone inermi.
Infine la terza fase, dalla fine del 1991 fino all'arresto nel 1994, dove i Savi avevano pure messo in piedi un traffico di armi in Ungheria per comprarsi le armi per le rapine in banca.

La Uno bianca è stata il trampolino di lancio della Falange Armata, che ne ha rivendicato le azioni col loro linguaggio freddo e burocratici, fino a quando questa strana “agenzia di stampa” abbandonò la banda col comunicato del 29 agosto 1991, con una specie di comunicato di dissociazione.
Come se la banda avesse terminato il suo scopo.
Si, ma quale? A cosa è servita la banda della Uno Bianca?

La Uno bianca fu un momento organico nella evoluzione di un coerente cammino eversivo gestito da un consorzio criminale che, nel 1990, assunse il nome di Falange Armata. Dal novembre 1991, con l'avvio delle rapine in banca, si prepara il terreno per le future confessioni dei Savi dopo un arresto frutto di una «strabiliante [..] concomitanza di circostanze del tutto fortuite e difficilmente irripetibili». Si propose all'opinione pubblica l'immagine del "corto" e del "lungo": una fotografia istintivamente coerente con quella di Roberto e Fabio Savi, attori protagonisti di questo periodo. Nei tre anni successivi il "corto" e il "lungo" rapineranno le banche a bordo di una Uno bianca con una listella di scheda telefonica infilata nel blocco dell'accensione. Una straordinaria campagna di disinformazione ha affidato a questa immagine la sintesi di sette anni e mezzo di delitti timbrati Uno bianca. E invece, solo la fotografia dei banditi che hanno operato negli ultimi tre anni.
Niente a che vedere con la banda che assaltava le coop, che sparava al tunisino e ai lavavetri, che sparava al campo nomadi.Dell'uomo disinvolto che uccide dentro l'armeria di via Volturno, coi banditi che sparavano ai carabinieri a Miramare di Rimini ..


La strage di Capaci

La strage di mafia per eccellenza, quella che ha portato alle condanne dei boss mafiosi, grazie al pentimento di due responsabili della strage stessa, Di Matteo e La Barbera.
Ma anche qui ci troviamo di fronte ad alcune cose che non tornano, a meno di non fermarsi alla forma che è stata data all'acqua (citando Camilleri).
Perché quella bomba in Sicilia, dopo aver pedinato Falcone per settimane a Roma?
Chi scelse il luogo dell'agguato?
Perché i servizi non informarono i magistrati che la mafia aveva intenzione di fare un nuovo attentato contro Borsellino?

Nel film blow up di Antonioni, con successivi ingrandimenti di una foto spunta in mezzo alla vegetazione, l'arma del delitto.Accadde lo stesso per la stagione delle stragi cosiddette di mafia, dove le indagini compiute negli anni con opportuni "ingrandimenti", mostrano connessioni insospettabili e inconfessabili.Oggi sappiamo che un artificiere legato all'eversione di destra, Pietro Rampulla, consegnò a Giovanni Brusca il telecomando per far saltare in aria un pezzo di autostrada; che i servizi segreti erano informati che cosa nostra avrebbe tentato il bis, uccidendo anche Paolo Borsellino. Sappiamo di più delle "menti raffinatissime" che all'Addaura avevano piazzato ventisei candelotti di dinamite a un passo dalla casa di Falcone.Che Rosario Cattafi, detto "Sariddu dei servizi segreti" messinese come Rampulla, era l'uomo ponte di Cosa nostra, massoneria e apparati deviati.Non tenendo conto dei collegamenti tra sistemi criminali diversi, il contesto delle stragi del 92 resterà forse impunito.

Anche in questa strage, come vedremo poi succedere per via D'Amelio, piccoli depistaggi: come l'identikit dei finti dipendenti della Sip che lavoravano a Capaci dato dal vicequestore La Barbera ai giornalisti di Repubblica Bolzoni e D'Avanzo che, anni dopo, raccontano dell'impressione di essere stati usati.

La strage di via D'Amelio

La strage di via D'Amelio è una vicenda che oggi sembra essere arrivata alla verità sul versante mafioso dell'organizzazione stragista ma che è ancora in alto mare quanto alle connivenze di uomini delle istituzioni e perfino su una porzione della fase esecutiva del delitto.Alcune certezze però, ormai si hanno: è certo che Vincenzo Scarantino fu un falso pentito; che i servizi segreti (anche nella persona di Bruno Contrada) vennero coinvolti da Giovanni Tinebra, allora procuratore capo a Caltanissetta, nell'attività informativa riguardante le indagini sulla strage di via D'Amelio; che un alto funzionario della polizia di Stato, Arnaldo La Barbera, a capo di una squadra investigativa creata appositamente per le stragi del 1992, perseguì pervicacemente una pista che poi si rivelò falsa, nonostante alcuni elementi la smentissero [..] nonostante l'intera procura di Palermo considerasse Scarantino talmente inattendibile da non utilizzare le sue dichiarazioni in alcun processo di mafia, nemmeno a suo carico. [..]Quello che è certo è il risultato di questo depistaggio ebbe: affievolire la centralità nell'esecuzione della strage del mandamento di Brancaccio e, quindi, dei fratelli Graviano (che, secondo la prospettazione della procura di Palermo, furono uno dei cardini dell'attuazione della strategia stragistica di Riina nel periodo della trattativa Stato-mafia).

Forse la vera ragione del depistaggio sta in quel particolare presente nel racconto di Spatuzza e assente nella finta confessione (concordata con gli uomini della squadra di La Barbera): ovvero in quell'uomo senza volto, presente nel garage in cui fu "preparata" la fiat 126

sicuramente estraneo a cosa nostra, plausibilmente appartenente ad apparati di polizia o di intelligence, impegnato nei preparativi della strage di via D'Amelio. Ecco forse a cosa serviva il "depistaggio di Scarantino": ad impedire che si potesse gungere alla conclusione che in via D'Amelio è stata, al contempo, una strage di mafia e una strage di stato.

Le stragi del 1993

Le bombe del 1993 che hanno colpito per lo più obiettivo del nostro patrimonio artistico, fanno parte di quel dialogo tra stato e mafia che a costituito la seconda parte della trattativa:

.. il procuratore fiorentino Gabriele Chelazzi parlò di "offesa all'umanità", consumata in questo caso ammazzando e sfregiando, tra gli altri, capolavori e luoghi di culto. Fu proprio Chelazzi a individuare per primo in quelle bombe il linguaggio di uno strano dialogo tra criminali di diversa natura e istituzioni, quella trattativa sinteticamente definita tra stato e mafia che ancora oggi impegna le aule di giustizia.Una trama che se ancora non è stata fotografata in una sentenza era chiara anche a inquirenti come Pierluigi Vigna:
«Penso che pezzi deviati dei servizi segreti siano stati gli ispiratori, e qualcosa anche di più, delle bombe di Firenze, Roma e Milano ..».Sullo sfondo di questa e altre vicende, si intravvedono le ombre di strane organizzazioni come la Falange Armata, che debuttò con l'omicidio dell'educatore carcerario Umberto Mormile e accompagnò la parte più sanguinosa della stagione della Uno Bianca.

Le trattative tra cosa nostra e lo stato

Almeno in primo grado (e potrà anche essere ribaltata nei giudizi successivi) la trattativa stato mafia esiste ed ha dei responsabili ben identificati: gli ufficiali del Ros che hanno preso contatto con Vito Ciancimino per vedere di fermare le bombe, senza avvisare la magistratura e cercando invece degli agganci politici.
Politici che hanno tutti dimostrato scarsa memoria: da Mancino a Martelli a Violante.
Alcuni sono morti, come Scalfaro, che si era prodigato per sostituire Amato dai vertici del DAP, con un più malleabile Amato, affiancato come vice dal procuratore Di Maggio (quello che aveva indagato per la prima volta sull'autoparco di via Salomone).
Altri, come Conso, hanno sempre sostenuto di aver agito in solitudine, come quando hanno tolto il 41 bis a 342 persone tra cui molti boss mafiosi.
Un segnale della trattativa. Un segnale che le bombe avevano funzionato.
Ci sono tanti enigmi in questa stagione, che viene riassunta "a futura memoria" in questo capitolo: chi suggerì gli obiettivi dei monumenti ai mafiosi, come mai si interruppe col fallito attentato allo stadio Olimpico ..
In attesa di un pentito di stato, tra gli uomini delle istituzioni che hanno vissuto quel periodo, quello che possiamo fare è solo mettere assieme i fatti.
Unire i puntini.
Dalla fine della prima repubblica, al crollo del Muro, agli incontri dei mafiosi nelle campagne di Enna, alle bombe del 1992 e alle bombe del 1993, i depistaggi, le morti e le trattative. Fino all'Italia è il paese che amo: la nascita del partito azienda (che metteva la parola fine ai progetti secessionistici delle leghe meridionali) da cui i mafiosi, per loro stessa confessione, si aspettavano di avere nuovamente quel rapporto con la politica che era proseguito indenne per anni.

La pacificazione da una repubblica all'altra

Nel capitolo finale, gli autori citano Pier Paolo Pasolini e il suo famoso articolo, "Che cos'è questo golpe", scritto nel 1975 dove aveva espresso tutti i suoi pensieri sulle stragi che hanno insanguinato l'Italia tra il 1969 e il 1974.
Abbiamo avuto un golpe anche tra la prima e la seconda repubblica?
Si, se per golpe intendiamo qualcosa che va oltre i carri armati e l'esercito che arresta sindacalisti e politici di sinistra.
Non siamo più negli anni sessanta, del golpe dei colonnelli e del tentato golpe Borghese.
Come aveva intuito Gelli col suo progetto di rinascita democratica, il golpe avrebbe potuto attuarsi tramite piccoli aggiustamenti alle leggi, all'ordinamento democratico.
Quel golpe si rendeva necessario a seguito del crollo del muro, dei partiti della prima repubblica in crisi per Tangentopoli.
PEr la sentenza del maxi processo che per la prima volta mandava in carcere con la pena dell'ergastolo i boss mafiosi, che per la prima volta metteva nero su bianco la mafia come struttura criminale verticistica e unitaria.

La presunta mafia, come oggi i garantisti (coi potenti) dicono presunta trattativa:

Com'era stato in ogni momento di svolta dell'Italia, anche nel 1992-93 Cosa nostra era vigile e pronta ad intervenire per salvare se stessa e partecipare al nuovo corso della storia italiana. La lunga compenetrazione tra cosche di mafia, logge massoniche deviate (la P2, ma non solo quella), iniziata nel 1979, rappresentava il trampolino di lancio ideale per la nuova fase storica.Una transizione che è stata accompagnata dalle bombe, dagli attentati, dal sangue.

Purtroppo, nei primi anni novanta non c'era più un intellettuale come Pasolini che ci potesse raccontare, in diretta quasi, questa svolta eversiva "che si squadernava davanti lo sguardo spaesato dell'intera nazione".

Il potere reale è stato traghettato verso gli uomini degli apparati di Polizia, dei servizi segreti, delle banche, del mondo finanziario, delle compagnie telefoniche, del settore della sicurezza, del controllo degli appalti pubblici, dell'industria di Stato e anche in esponenti del potere giudiziario.
Un sistema di potere che diventa sempre più simile alla Repubblica dei ricatti: quei ricatti nati dai depistaggi, dalle trattative, dalle stragi, dai cassetti tenuti ben chiusi.


Hanno collaborato a questo libro: Antonella Beccaria, Federica Fabbretti, Giuseppe Lo Bianco, Nunzia Mormile, Stefano Mormile, Fabio Repici, Giovanni Spinosa

La scheda del libro sul sito di Paperfirst e il sito dedicato a questo progetto.
Alcuni estratti
- la prefazione di Marco Travaglio (link)
- Borsellino, l'uomo del telecomando e le telefonate alla madre (link)

I link per ordinare il libro sul sito de Il fatto quotidiano, su Ibs e Amazon

26 marzo 2014

L'aiutino alla presunta

L'articolo di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza a commento della puntata di Presa diretta "Matteo Messina Denaro"
D’Ambrosio e l’ “aiutino” alla trattativa

 Loris D’Ambrosio era a conoscenza delle manovre per la dissociazione dei boss mafiosi ed era contrarissimo. Fu lui uno dei primi a segnalarne l’esistenza’’. Lo rivela, a sorpresa, l’ex pm di Palermo Alfonso Sabella che lunedì sera, nell’intervista a Presadiretta , ha raccontato come nel maggio 2000, dalla sua scrivania di capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Loris D’Ambrosio (futuro consigliere giuridico di Napolitano) è il primo a informare il Dap delle operazioni avviate nei penitenziari per promuovere la dissociazione dei detenuti al 41-bis. L’informazione è contenuta in una lettera, ufficialmente firmata dal Guardasigilli Piero Fassino, ministro del governo Amato, ma in realtà scritta proprio dal suo capo di gabinetto (“se non ricordo male, il documento riportava in calce addirittura la sigla di Loris”, ricorda Sabella), il magistrato che 12 anni dopo, nel ruolo di spin-doctor del Quirinale, sarebbe finito al centro delle intercettazioni telefoniche che hanno svelato il tentativo di interferenza del Colle nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia.

   La rivelazione di Sabella getta nuova luce sulla consapevolezza che nel tempo D’Ambrosio (scomparso per attacco cardiaco il 26 luglio 2012) può aver acquisito su alcuni passaggi del dialogo sotterraneo tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra. Consapevolezze che potrebbero aver contribuito a provocare in lui quel timore “di esser stato considerato un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo di indicibili accordi”, tra l’89 e il ‘93: preoccupazione manifestata in una lettera scritta a Napolitano un mese prima di morire. Ma cosa sapeva D’Ambrosio? Nella lettera indirizzata nel maggio 2000 a Gian Carlo Caselli, all’epoca capo del Dap, Fassino chiede un parere sui colloqui investigativi intrattenuti dall’allora Pna Pier Luigi Vigna con i boss detenuti Pietro Aglieri, Piddu Madonia, Salvatore Buscemi e Giuseppe Farinella, disponibili a dissociarsi da Cosa Nostra: pronti, cioè, ad ammettere le loro responsabilità, senza però accusare nessuno. Aglieri, però, chiede di incontrare altri 4 boss: Nitto Santapaola, Salvo Madonia, Carlo Greco e Pippo Calò, disposti a dissociarsi. Sabella, all’epoca capo dell’ufficio ispettivo del Dap, legge la lettera e ricorda una vecchia intercettazione di Carlo Greco che il 18 luglio 1996 diceva al cognato Salvatore Adelfio: “Ancora non l’hanno messa questa legge della dissociazione, ma appena entrerà in atto… saranno pochi quelli che fra pentito e dissociato faranno il pentito’’.

   Caselli e Sabella si oppongono all’incontro tra i boss in carcere. “Fassino sposò la nostra linea – dice Sabella – e la comunicò a Vigna”. Ma nel marzo 2001 al vertice del Dap arriva Gianni Tinebra. L’11 giugno Roberto Castelli è il nuovo ministro della Giustizia. In ottobre, Marzia Sabella, pm a Palermo, comunica al fratello Alfonso che il mafioso Salvatore Biondino, detenuto al 41-bis a Rebibbia, chiede di far lo “scopino”, ruolo umiliante per un boss, ma che gli darebbe libero accesso alle celle degli ideologi della dissociazione. Il 3 dicembre Alfonso Sabella stila una relazione, suggerendo di allertare la polizia penitenziaria. Due giorni dopo, Tinebra sopprime il suo ufficio e gli revoca ogni incarico. Tinebra aveva definito all’Ansa la proposta di dissociazione di Calò “veramente interessante ”.

26 marzo 2013

Petrolio e sangue: Chi ha ucciso Enrico Mattei, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

Sempre per Chiarelettere, i due giornalisti Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza avevano scritto il saggio “Profondo nero”: l'intreccio tra oro nero, potere e politica che legava assieme il presidente dell'Eni Enrico Mattei, il giornalista Mauro De Mauro e lo scrittore Pier Paolo Pasolini.
Caro lettore,
prendi fiato: stai per fare un salto nel tempo, una corsa a ritroso nella storia italiana, per scoprire il mistero del complotto che potrebbe avere provocato la morte di Enrico Mattei, il presidente dell'Eni precipitato nel 1962 con il suo aereo nella campagna pavese di Bascapè.
Ma stai per scoprire qualcosa di più.
Che quel complotto sarebbe stato orchestrato “con la copertura di organi per la sicurezza dello stato”, e poi occultato in un intrecciodi omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto.
Per questo motivo sarebbe sparito nel nulla a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, eliminato in circostanze misteriose per volontà di un mandante invisibile. Per questo motivo lo scrittore Pier Paolo Pasolini, ucciso ufficialmente in una lite tra “froci”, sarebbe vittima di un agguato studiato a tavolino. Come si legano i tre delitti? Un filo nero come il petrolio avvolge la fine di Mattei, De Mauro e Pasolini.

Questa la prima pagina del libro che, mettendo assieme tre dei misteri d'Italia più enigmatici, racconta di trame di potere, di uno stato dentro lo stato, che vede assieme pezzi dei servizi, esponenti del mondo politico, mafia e logge massoniche.
La solita storia? 
E allora chi ha stoppato la rivoluzione impossibile di Mattei? Rendere l'Italia independente dal punto di vista energetico, emanciparla dal giogo delle sette sorelle, allontanarla dagli influssi atlantici. Rendere l'Italia un paese con gli stessi diritti delle altre potenze occidentali, non più un paese a sovranità limitata.

Chi ha messo a tacere la voce del giornalista Mauro De Mauro: scomparso nel nulla; le indagini stoppate dai servizi. Molti di coloro che hanno indagato sono stati uccisi: Boris Giuliano (commissario della Mobile a Palermo), Giuseppe Russo (cap. dei carabinieri), Carlo Alberto Dalla Chiesa (comandante della Legione Carabinieri di Palermo) e il procuratore Scaglione. Quest'ultimo ucciso poco prima di andare a testimoniare su una telefonata tra “Mister X” Don Vito Guarrasi e il commercialista Antonino Buttafuoco in cui si parlava del giornalista scomparso.

Infine, come è morto e perchè il poeta Pier Paolo Pasolini, nella notte tra il 1 e 2 novembre 1975?
C'erano altre persone? E chi ne garantito l'impunità per più di 30 anni?
È morto per aver detto “io so” sul corriere, per aver messo assieme i fatti (le stragi, le violenze), con i gruppi di potere e gli attori degli anni 70 (la DC, la P2)?
Questo libro, che esce solo in formato ebook, si concentra solo sul mistero italiano della fine del fondatore dell'Eni, Enrico Mattei: morto in un incidente aereo (così disse la prima inchiesta del 66 e anche l'inchiesta ministeriale della Difesa) sui cieli di Bascapè nella sera del 26 ottobre 1962, mentre stava rientrando da una visita in Sicilia, agli stabilimento di Gela e a Gagliano Castelferrato dove l'Eni aveva scoperto la presenza di petrolio nel sottosuolo. Oltre a Mattei morirono Irenio Bertuzzi il suo pilota e il giornalista americano Mc Hale.
Strane presenze sul luogo del disastro.Il libro parte dalla ricostruzione delle ultime ore del presidente, fino all'incidente di Bascapè. Se già gli ultimi spostamenti in Sicilia sono un piccolo giallo (come mai Verzotto lo chiamò in Sicilia?), un altro giallo riguarda le strane presenze sul luogo della tragedia.
Che ci faceva l'investigatore Tom Ponzi a Bascapè (negli anni '70 si scoprì che era a libro paga dell'Eni di Cefis)?

Il luogo della tragedia nel giro di poche ore si riempie di persone: anche agenti dei servizi segreti. C’è anche Tom Ponzi, il noto detective privato arrivato a bordo di una Jaguar e, dopo di lui, un misterioso dirigente Eni (Cefis, che era stato silurato da Mattei a gennaio 62?)
E poi, la ritrattazione del primo testimone, l'agricoltore Ronchi: “La fiammata tra le nuvole la vede l’agricoltore Mario Ronchi, che abita nella cascina Albaredo” e la racconta in una prima intervista alla TV. Testimonianza poi ritrattata davanti ai carabinieri e ai giornalisti che in seguito lo intervisteranno: c'entra qualcosa il fatto che fu chiamato subito dopo negli uffici dell'Eni e che per anni prese uno stipendio dall'azienda?
Da quel momento, infatti, il contadino negherà tutto. Niente «palla di fuoco», Dice il contadino che il giorno successivo all’incidente aereo, la domenica, alcuni dipendenti della Snam (Società nazionale metanodotti, consociata all’Eni) si presentano alla sua cascina e lo accompagnano a San Donato Milanese[..]
Niente «palla di fuoco». Niente esplosione. Niente sabotaggio.

Ascesa del corsaro del petrolioChi era Mattei e perché faceva così paura all'establishment italiano, al sistema dei partiti, alle sette sorelle che in un unico oligopolio gestivano l'estrazione del petrolio nel mondo?
La filosofia del fondatore dell'Eni, sin dai tempi in cui fu chiamato a liquidare l'Agip, era quella di rendere l'Italia autonoma dal punto di vista energetico. Aveva capito che senza questa autonomia, osteggiata dal clima della guerra fredda e dagli americani che consideravano l'Italia una colonia, non ci sarebbe stata alcun sviluppo industriale.

Mattei fu :

“il primo «stregone» dell’informazione, finanziando e comprando agenzie di stampa e quotidiani per imporre il proprio punto di vista e manipolare l’opinione pubblica sui grandi temi della finanza e della politica.”
[..]
Mattei è un innovatore, un autentico «corsaro» del petrolio:

“Mattei dice chiaro e tondo che l’Eni può e vuole trovare mercati nuovi, [..] disturba profondamente i potentati angloamericani del petrolio, soprattutto gli Stati Uniti, [..] guardano all’Italia niente più che come a una provincia del nuovo impero occidentale
[..]
non ha remore a offrire ad altri interlocutori, paesi «poveri» fino ad allora fuori dal gioco dei contratti economici internazionali, condizioni più favorevoli.”
Tutta la filosofia si racchiude in questa racconto, l'apologia del gattino affamato:
«C’era una volta un gattino gracile e smunto che aveva fame. Vide dei cani grossi e ringhiosi che stavano mangiando e timidamente si avvicinò alla ciotola. Non fece nemmeno in tempo ad accostarsi che quelli, con una zampata, lo allontanarono. Noi italiani siamo come quel gattino».
Il gattino divenne una tigre: riuscì a non far chiudere l'Agip, aiutò la campagna elettorale di De Gasperi nel 1948 e in cambio, il 10 giugno 1948 De Gasperi fa eleggere un nuovo cda dell’Agip: Mattei torna baldanzosamente in sella.
Nel 1949 l’Agip trivella un pozzo a Cortemaggiore e trova metano, lo Stato italiano riserva per sé le concessioni (suscitando il risentimento delle compagnie americane).
Mattei ebbe con i partiti un rapporto spregiudicato: fu un grande elemosiniere dei partiti. Per la sua battaglia politica contro le “sette sorelle” Mattei ha bisogno di alleanze dentro i partiti.

Qui inizia l’invenzione del sistema tangentizio in Italia, dei bilanci paralleli per la creazione di «fondi neri» con cui pagare cordate politiche, condizionare le elezioni. Compra giornali e giornalisti, sindaci.

Enrico Mattei fa la vera politica economica del paese. Si muove come un manager di Stato e il disordine morale della politica italiana gli attribuisce di fatto pieni poteri: il suo motto è
«Per me i partiti sono come taxi. Salgo, pago la corsa e scendo».
Riesce a far approvare dal Parlamento una legge che autorizza l’Eni a disporre delle concessioni in Italia.
E non è sua solo l'impronta in termini di politica economica: l'Eni, di fatto, condiziona la politica estera del paese. L'Italia non è più la colonia americana, con una sovranità limitata:
“Il presidente dell’Eni costruisce nuovi rapporti con l’Iran, ne avvia con la Libia, stabilisce contatti con l’Egitto, tratta col re di Giordania con un rispetto mai mostrato dai petrolieri anglosassoni, si infila nei rapporti fra Algeria e Francia, segnati dalla guerra di liberazione anticolonialista”.
I generali del Patto atlantico lo tengono d’occhio: due rapporti dei servizi segreti americani e inglesi indicano nella politica dell'Eni una minaccia per la politica estera dei due paesi, abituati a muoversi come ai tempi del colonialismo nei paesi del termo mondo.

I nemici di Mattei: Eugenio Cefis, Vito Guarrasi e Graziano Verzotto
Per capire chi potrebbero essere i mandanti occulti dell'attentato, gli autori si sono concentrati sulla domanda: chi , dalla morte di Mattei, ha avuto maggiori vantaggi, tra le persone che erano a fianco dell'ingegnere. Il saggio si concentra su tre persone: l'ex braccio destro Eugenio Cefis, senatore DC Graziano Verzotto e mister X, l'enigmatico avvocato palermitano Vito Guarrasi.
Eugenio Cefis
Come mattei, che fu a capo delle formazioni bianche dei partigiani, anche Cefis lottò dentro la resistenza, col nome di combattente «Alberto».
Tanto Mattei svolse un lavoro sul territorio, costruendo alleanze con preti, quanto Cefis fu uomo vicino agli americani. I suoi rapporti si fanno stretti con il capitano Emilio Daddario, esponente dell’Oss, incaricato di mettere le mani sui caporioni fascisti prima che i partigiani li catturino.

Scrivono gli autori:
“Sono due caratteri temprati dalla guerra. Quanto Mattei è impulsivo e passionale, tanto Cefis è freddo e determinato. La sola cosa che hanno in comune è un anticomunismo viscerale”.
Mattei, quando inizia l'avventura dell'Eni, si ricorda del combattente “Alberto” che diventa vicepresidente.
Mattei scopre che Cefis fa il doppio gioco ed è collegato con i servizi segreti americani: con una trappola, pesca Cefis mentre sta frugando dentro la cassaforte del suo ufficio.

Sembra un pezzo di una fiction, ma non lo è: “gli dice, secco: «Hai una sola possibilità: le dimissioni. Se non ti dimetti entro ventiquattr’ore, ti sbatto fuori». Eugenio Cefis, direttore generale dell’Eni, si dimette” nel gennaio1962.
Iniziano ad arrivare le lettere di minacce: dall'OAS, l'organizzazione terroristica che lottava contro l'indipendenza dell'Algeria (con cui Mattei stipulava contratti convenienti) dalla Francia.
All’Oas sono collegati i servizi di spionaggio americani, attraverso il vicedirettore della Cia Richard Bissell Junior. L’Oas, inoltre, è in stretto contatto con i gruppi neofascisti italiani.

Chi ha ucciso allora Mattei? Forse qualcuno, vicino agli ambienti atlantici, ai servizi americani e dunque all'arcipelago neofascista, che aveva raccontato loro di come Mattei con la sua politica fosse un pericolo?


L’ingegnere è morto alla vigilia di appuntamenti cruciali:
Kennedy che si apprestava finalmente a riconoscere il suo peso internazionale, un nuovo accordo con l’Algeria, un’intesa con l’Iraq.

Con la sua morte cambia la politica estera dell'Eni. A cominciare dal rientro di Cefis. Nel novembre 1962, appena otto giorni dopo la tragedia di Bascapé, e nove mesi dopo le sue dimissioni, Cefis viene nominato dal governo al vertice dell’ente petrolifero di Stato.
Cefis sostenuto dall’allora presidente del Consiglio Fanfani, con un diverso collocamento politico:

Mentre “Mattei prediligeva la “linea di sinistra” della Dc che aveva forti radici a Milano, mentre Cefis era più orientato verso la “linea di destra” della Dc che aveva la sua base a Roma ed era rappresentata da Fanfani”.

La carriera di Cefis, che una nota dei nostri servizi indicavano come il vero fondatore della Loggia P2 (prima di Licio Gelli), prosegue. Nel 1971, il «grande elemosiniere» conquista infatti il vertice del gruppo industriale privato Montedison. Sempre grazie all'aiuto della stampa prezzolata e dei politici a libro paga.

Graziano Verzotto

Verzotto è il segretario della Dc siciliana, poi eletto senatore, viene dalla Resistenza, dove si guadagna la fama di «doppiogiochista».
Fu accusato di aver depositato fondi neri dell’Ems, l’Ente minerario siciliano, in una banca del finanziere mafioso Michele Sindona.

E' Graziano Verzotto, senatore DC e dirigente Eni in Sicilia, che richiama Mattei in Sicilia a pochi giorni da un precedente viaggio sull'isola (il 20 ottobre).
È sempre Verzotto che telefona a Mattei parlandogli di un attentato ai Morane Saulnier, per dirottare gli aerei dell'ingegnere su Catania ritenuto più sicuro. Per consentire il sabotaggio a Fontanarossa, agevolando così il lavoro degli attentatori?
Verzotto accompagnò il pilota Bertuzzi nelle ultime ore (lo ha scoperto il giornalista Mauro De Mauro): Bertuzzi stava per diventare imprenditore, convinto anche da Verzotto. Stava lanciando l'Eni, per entrare in una compagnia aerea locale siciliana.
Verzotto telefona alla moglie del pilota, in tarda notte del 26 ottobre, chiedendole del marito. Perché?

Come Cefis e Guarrasi, Verzotto non è stato condannato in nessuna inchiesta della magistratura (né la prima, né l'ultima del pm Calia). Eppure rimane una figura enigmatica: le sue deposizioni di fronte ai magistrati sono state ritenute “un groviglio di «contraddizioni, incongruenze, palesi menzogne, ritrattazioni”.
Verzotto viene sentito due volte, ma muore il 12 giugno 2010, alla vigilia dell’ultima deposizione in aula.
È stato coinvolto anche nell'inchiesta sulla morte del giornalista Mauro De Mauro, che stava indagando sulle ultime ore in Sicilia di Mattei, per conto del regista Francesco Rosi.

Il giornalista scoprì che quel pomeriggio del 27 ottobre di 50 anni fa il Morane Saulnier dell’ente petrolifero di Stato venne sabotato a Fontanarossa grazie a due telefonate che attirarono il pilota Bertuzzi lontano dal suo aereo.

Verzotto fu accusato di essere uno dei mandanti dell'omicidio di Mattei, e inseguito avrebbe poi ordinato l’uccisione del giornalista Mauro De Mauro, ormai vicino alla verità sul delitto Bascapè, quel 16 settembre 1970.
Un assunto, quello dei magistrati, che “lega la borghesia mafiosa palermitana (e Verzotto), e le cosche «perdenti» di Bontate e Badalamenti alle famiglie mafiose catanesi, nissene e gelesi”.

Vito Guarrasi, mister X

La storia dell'avvocato Vito Guarrasi parte dall'armistizio di Cassibile del settembre 1943, dove Guarrasi in una celebre foto, è ritratto a fianco del generale Castellano. Per arrivare al governo di Milazzo, l'esperimento politico in cui in Sicilia si sperimentò una maggioranza, dove la Dc era all'opposizione, guidata “da Silvio Milazzo (ex Dc, poi fondatore dell’Unione siciliana cristiano sociale), appoggiata dalla mafia, finanziata dagli esattori Nino e Ignazio Salvo”.

Scrivono gli autori su di lui:
“Vito Guarrasi, è considerato l’autore di tutte le norme economico-finanziarie della Sicilia [..]
l’eminenza grigia di governi regionali, accordi economici, leggi, società finanziarie[..]
È l’uomo che scrive materialmente le leggi che governano lo sviluppo.”
Guarrasi, vicino a Cefis
“Il sodalizio tra Cefis e Guarrasi si salda alla fine degli anni Cinquanta durante l’operazione Milazzo”.

Siamo nel 1958: nel 1962, ai tempi del viaggio in Sicilia di Mattei, era presidente il Dc D'Angelo: secondo l'inchiesta, viene salvato dall'attentato (informandolo della bomba) dagli stessi fratelli Salvo, perché “D’Angelo era promotore in quel periodo del disegno di legge regionale di riordino del sistema esattoriale” che favoriva proprio loro. Gli uomini d'onore di Salina.

È Verzotto a parlare di Guarrasi ai magistrati:
“Ma che rapporto esiste tra Verzotto e Guarrasi? I due, depositari entrambi di inconfessabili e terribili segreti, sono legati da un ricatto reciproco
[..]
Verzotto è anche l’uomo chiave del delitto De Mauro
[..]
Verzotto è vicino a Mattei poche ore prima che il presidente dell’Eni venga assassinato
[..]
E Verzotto è tra i finanziatori del volume Questo è Cefis di Giorgio Steimetz”
Il complotto tutto italiano.
Nella sentenza di archiviazione il giudice Calia scrive di una attività occulta
“protrattasi nel tempo, prima per la preparazione ed esecuzione del delitto e poi per disinformare e depistare, [attività occulta che] non può essere ascritta esclusivamente a gruppi criminali economici, italiani o stranieri, a “sette (o singole) ” sorelle o servizi segreti di altri paesi, se non con l'appoggio e la fattiva collaborazione – cosciente, volontaria e continuata – di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso ente petrolifero dello Stato”.
Questa sentenza di archiviazione mette nero su bianco l'ipotesi del complotto, tutto italiano, all'interno delle istituzioni, per far fuori Mattei. Un complotto portato avanti da “persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso ente petrolifero”. L’uccisione di Mattei potrebbe essere considerata (dopo la strage di Portella della Ginestra), il primo capitolo della strategia della tensione: Mattei era considerato un un rischio internazionale (per le sette sorelle), ma è soprattutto un pericolo per la stabilità italiana.
Quella stabilità per cui l'Italia non doveva conquistarsi una sua autonomia industriale, una sua sovranità politica piena, aprirsi economicamente ai paesi dell'est Europa o del terzo mondo (considerati come colonie da sfruttare), per cui non c'erano alternative ai governi Dc .

Il caso Mattei (come fu chiamato il bel film di Rosi) è un delitto che vede al centro il lato oscuro della nostra democrazia: la politica, l'oltranzismo atlantico (che sarebbe venuto fuori anche per la strage di Piazza Fontana) e la mafia come braccio armato. Per far sparire il giornalista De Mauro o per sabotare l'aero dell'ingegnere.

Oronzo Reale, esponente del Pri, ministro di Grazia, trovandosi un giorno di fronte alla nipote di Enrico Mattei, ebbe a dire: «Ah, la nipote di quello che fu fatto fuori da Girotti, Cefis, Fanfani».

Cefis fu l’ossessione di Pasolini, tanto da diventare, col nome di Troya, uno dei protagonisti di Petrolio. Il libro mai finito del poeta.

Il saggio di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza termina senza fare il nome di nessun mandante, sebbene la pista portata avanti indichi chiaramente chi furono i maggiori interessati alla fine di Mattei.
Enrico Mattei, Mauro De Mauro e infine Pier Paolo Pasolini: tre delitti sepolti dal tempo, su cui ancora c'è tanto da scoprire.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare l'e-book su ibs e su Amazon store.