Visualizzazione post con etichetta sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sicilia. Mostra tutti i post

11 aprile 2026

Anteprima inchieste di Report – la destra italiana e le mafie, gli allevamenti di polli, i voli del garante e la fondazione Taormina

Come vengono spesi i soldi in regione Sicilia

Manca l’acqua in Sicilia. Mancano le strade, i servizi ferroviari sono spesso a binario unico.

Ma i fondi per finanziare fondazioni – dove la politica ha piazzato i suoi uomini e le sue donne – non mancano mai. Giulia Presutti racconterà del caso della fondazione Taormina Arte. Perché l'arte e la cultura, per questa destra di governo, solo solo un tema di occupazione di poltrone e propaganda.

LAB REPORT: LA FONDAZIONE di Giulia Presutti

Collaborazione Samuele Damilano

La fondazione Taormina Arte è una in house della Regione Siciliana, che tramite l'Assessorato al Turismo e allo Spettacolo ha erogato in suo favore tre milioni e mezzo di euro nel 2025. Ha l'obiettivo di promuovere cinema, opera lirica e letteratura: i due appuntamenti principali sono il Taormina Film Festival e la kermesse letteraria Taobuk. Nel 2022 è stata nominata direttrice artistica della fondazione Beatrice Venezi, che - insieme alla Sovrintendente Ester Bonafede - ha ideato il cartellone di eventi per la stagione 2023. Durante la gestione Venezi-Bonafede, il compenso della Direttrice artistica è passato da 52mila euro lordi a 80mila euro lordi, mentre quello della Sovrintendente da 65mila a 100 mila. Circostante contestate dalla stessa Venezi.

Fra gli eventi da promuovere, la Fondazione è incaricata di finanziare Taobuk, festival letterario organizzato da un'associazione che fa capo ad Antonella Ferrara e che nel 2025 ha ricevuto 450 mila euro di fondi regionali. Ma come mai la Regione Siciliana ha emanato una legge per stanziare il finanziamento, che passa attraverso la Fondazione per poi arrivare all'associazione di Ferrara senza gara d’appalto?

I rapporti tra la destra italiana e le mafie

La presidente del Consiglio – quella che ogni volta ripete di aver scelto di fare politica dopo l’attentato a Paolo Borsellino – ha definito “fango” lo scoop di Report sui rapporti tra il pentito di mafia Gioacchino D’Amico (referente del clan senese in Lombardia) e il partito di Meloni, Fratelli d’Italia.


Attenzione, non stiamo parlando del selfie che Meloni si è fatta con D’Amico, ma dei rapporti di quest’ultimo con esponenti di FDI che l’avevano fatto entrate alla Camera. Dei rapporti d’affari dell’ex sottosegretario Delmastro con la figlia di un prestanome della Camorra.
E di tanti altri episodi che parlano dei rapporti – pericolosi? Ambigui? – tra esponenti del partito di maggioranza e personaggi legati alla mafia.
Ma non solo queste: tutte le proposte di legge e i decreti, compresa la riforma Nordio sulla separazione delle carriere di giudici e magistrati vanno nella stessa direzione, depotenziare gli strumenti in mano ai magistrati per combattere i reati dei colletti bianchi (intercettazioni, trojan, la Corte dei Conti con meno poteri). Questi sono spesso dei reati spia, perché indagandoci sopra spesso viene fuori la criminalità organizzata.

Solo palate di fango lanciate da una opposizione in difficoltà si è difesa Meloni alla Camera, nel suo comizio pre elettorale. Quel selfie con D’Amico? Ne faccio tanti.

Eppure ai tempi della foto, D’Amico, ufficialmente un imprenditore, era stato già condannato per truffa e associazione a delinquere, eppure questo non gli ha creato problemi nell’essere invitato in Parlamento dall’attuale sottosegretaria all’Istruzione Frassinetti.

Nelle intercettazioni D’Amico spiega che l’incontro tenuto alla Camera con Frassinetti era legato a degli appalti nel settore della sanificazione degli ospedali.

Ma lei pensa che io veramente incontri un mafioso” – ha ribattuto al giornalista di Report Giorgio Mottola la sottosegretaria Frassinetti. “Tecnicamente lei lo ha fatto” è stata la risposta.

Come ha fatto D’Amico a farsi la tessera di FDI? Ha fatto tutto online - ha risposto la segretaria di Paola Frassinetti Alice Murgia.

Ma dalle telefonate con la collaboratrice della sottosegretaria Frassinetti emerge che D’Amico progettava di candidarsi a sindaco del comune milanese di Busto Garolfo proprio con FDI e per questo coltiva rapporti anche con altri partiti come Grande Nord, il movimento politico fondato dai dissidenti della Lega Nord, rimasti fedeli a Bossi.

D’Amico - l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘ndrangheta e il clan di Michele ‘o pazzo - è salito a parlare dal palco del congresso federale del partito Grande Nord tenendo un discorso che parlava alla pancia delle partite Iva del nord: “perché esiste la criminalità? La criminalità esiste perché la gente ha fame e non è il reddito di cittadinanza a togliere la fame, ma è il lavoro, è l’impresa. Ci vogliono i sostegni per gli imprenditori, per le imprese..”

Le carte dell’inchiesta Hydra parlano chiaro: in Lombardia le tre mafie avrebbero instaurato un rapporto di collaborazione andando a parlare coi partiti politici che qui governano.

Ma nonostante i tanti gridi d’allarme lanciati dalla procura antimafia, la politica (e l’imprenditoria) ancora fa finta di nulla.

Ad Abbiategrasso, dove il sindaco non sa se nella sia città ci sia la mafia, sono stati tenuti diversi summit dove erano presenti tra i più pericolosi capi mafia della provincia di Milano come Antonio Messina, tra i principali fiancheggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro e Giuseppe Fidanzati, figlio del boss storico di Cosa Nostra a Milano, Gaetano Fidanzati. In questi summit erano presenti anche esponenti della camorra, come Gioacchino D’Amico: in una intercettazione su Paolo Errante Parrino, parla dei suoi rapporti con “zio Paolo” e con Messina Denaro. Secondo la Procura D’Amico è uno degli elementi centrali del consorzio mafioso che in provincia di Milano tra il 2019 e il 2022 ha riunito i vertici di cosa nostra, ndrangheta e camorra. Un potere che aveva impressionato persino Massimo Rosi, capo della locale di ndrangheta.


A quel congresso del Grande Nord tenuto nel 2019, D’Amico non era un imbucato: Monica Rizzi, esponente del partito, racconta che un suo compagno di partito lo aveva presentato come un referente di Fratelli d’Italia in contatto coi vertici del partito. Tanto è vero che D’Amico portò al congresso l’europarlamentare Carlo Fidanza che, dal palco, ringraziò pubblicamente “l’imprenditore” D’Amico.

La scheda del servizio: UN MAFIOSO PER AMICO di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Report torna con nuove rivelazioni e documenti inediti sul selfie scattato insieme a Giorgia Meloni dal pentito Gioacchino Amico, accusato di essere referente del clan Senese in Lombardia. Verranno trasmesse inoltre le testimonianze esclusive riguardanti le visite fatte dall’uomo a Montecitorio, dove, secondo una pista al vaglio dell’autorità inquirente, Amico avrebbe avuto a disposizione un accredito personale. Giorgio Mottola ha raggiunto inoltre alcuni dei boss accusati di far parte della nuova cupola lombarda e ha chiesto conto ai politici dei loro contatti con gli uomini dei clan.

I viaggi del collegio del garante

La procura di Roma ha indagato i 4 membri del collegio del garante della Privacy per corruzione, per aver ricevuto la tessera Volare, livello executive, fornitegli da Ita Airways proprio nel periodo in cui la compagnia era coinvolta in una controversia per regolare il trattamento dei dati personali di alcuni manager dell’azienda e dei dipendenti.

Le tessere avevano un valore di 6000 euro e permettevano l’accesso alla lounge.

Come racconta l’anteprima del servizio, Report è in grado di dimostrare che a chiedere le tessere Volare è stata Ada Fiaschi, attuale responsabile della protezione dei dati in Ita. Il 30 novembre 2022 scrive: “cara Giovanna mi è giunta per tramite il nostro DPO Stefano Aterno la richiesta di poter fare avere le tessere Volare a tutti e quattro i componenti del collegio del Garante, Pasquale Stanzione, Ginevra Cerina Feroni, Guido Scorza, Agostino Ghiglia. Se fosse possibile sarebbe un’attenzione verso un’autorità che ha un ruolo sempre più importante in un business come il nostro, che tratta di big data”.
All’epoca Stefano Aterno era responsabile della protezione dei dati personali in Ita ma anche socio dello studio E-Lex fondato da Guido Scorza.

Aterno ha risposto in modo vago alle domande della giornalista (se mi fate domande scritte.. io questa cosa non me la ricordo..), aggiungendo che alla fine ha invitato a contattare l’avvocato Fiaschi o qualcuno di Ita perché lui non aveva nessun potere, “io non mi sono mai messo a brigare per far avere le tessere a questi del collegio”.
La dottoressa Fiaschi ha scelto di non rispondere alle domande, per cercare di spiegare il senso di quella mail dove parlava dell’importanza delle tessere vista l’importanza del Garante che si occupa di dati, come la stessa Ita.

La scheda del servizio: LA FERMATA DEL GARANTE di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico

Report torna a occuparsi del Garante della Privacy con nuovi documenti esclusivi che sollevano interrogativi sulle modalità di gestione dell’Autorità e sulla sua effettiva indipendenza dai partiti politici e dalle big tech, come Meta, che trattano i dati di milioni di utenti. Ulteriori documenti inediti fanno luce anche sull’origine delle tessere “Volare” di Ita Airways, un benefit dal valore di circa 6mila euro l’una, concesse nel 2023 ai quattro membri del Collegio dell’Autorità dalla compagnia aerea, chiarendo chi le ha emesse e quale sarebbe la motivazione.

I polli gonfiati

Come vengono allevati i polli la cui carne troviamo sugli scaffali dei supermercati?

Sono tutti polli allevati a terra, con cura e rispetto per l’animale, come ci dicono le pubblicità?

Giulia Innocenzi mostrerà immagini di allevamenti intensivi dove i polli vengono gonfiati, come body builder, per essere subito pronti per il mercato.

La scheda del servizio: POLLO BUCATO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

In Italia viene allevato mezzo miliardo di polli l'anno. Il 90% dei polli è di razza a rapida crescita, e cioè con una genetica che pompa la crescita abnorme del petto e riduce a circa 40 giorni il tempo necessario agli animali per andare al macello. Ma questa genetica porta con sé delle grandi criticità, che Giulia Innocenzi solleva grazie a delle immagini esclusive ottenute da un allevamento di polli riproduttori destinati a uno dei principali gruppi alimentari del nostro Paese.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

20 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – il business dell’acqua privata, la carne scaduta in commercio, il sistema Amazon

L’Italia senz’acqua

Immaginatevi di alzarvi una mattina e di non avere acqua corrente per lavarvi, per fare colazione, per cuocere il cibo.

Ecco, un pezzo di Italia vive in queste condizioni: è la Sicilia dei commissari speciali, dei consorzi e degli impianti abbandonati con le reti idriche che perdono acqua prima di arrivare nelle case.

Succede nella Sicilia dei gattopardi e dei furbetti che si arricchiscono col business del servizio idrico privato e delle autobotti per fare scorta di acqua.


LAB REPORT: UN BUCO NELL’ACQUA

Di Alessandro Spinnato

Collaborazione Tiziana Battisti

Tra dighe incompiute, reti colabrodo, consorzi di bonifica commissariati e impianti abbandonati, in Sicilia la crisi idrica non è solo una questione di siccità, ma il risultato di una gestione fallimentare che dura da decenni. Sullo sfondo, un’inchiesta giudiziaria che ha portato all’arresto dell’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro, svela intrecci tra politica, clientele e appalti sospetti.

La sanità del cuore in Sicilia


Sempre in Sicilia, per parlare della sanità regionale e della cardiochirurgia pediatrica.


La scheda del servizio: IL CUORE DEL PROBLEMA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella

In base al Decreto Balduzzi può esserci una sola cardiochirurgia pediatrica ogni 4-6 milioni di abitanti. Alla Sicilia ne spetterebbe una, ma qui ce ne sono due. Una a Palermo, aperta nel 2023 e gestita in collaborazione con il Policlinico San Donato, e una a Taormina gestita da 15 anni in convenzione con il Bambino Gesù. Potranno restare aperte tutte e due? Sulla base di quali dati vengono prese le decisioni?

Come funziona il sistema Amazon all’interno?

In questi giorni di Natale molti di noi si rivolgeranno ad Amazon per comprare i regali e farseli inviare a casa. Perché è comodo, semplice, efficiente. Ma su cosa si basa l’efficienza del sistema Amazon? Anche tramite interrogatori a cui vengono sottoposti i dipendenti grazie a cui riceviamo i famosi pacchi nelle nostre case.

Interrogatori condotti da manager che hanno esperienza di polizia investigativa, che seguono la tecnica Wicklander-Zulawski: dubito che vorremmo che questa fosse applicata a noi.

Una tecnica citata nei documenti interni, dove si specificano i passi da seguire in una investigazione interna: sono tecniche che ad investigatori privati non sarebbero consentite, sono attività che competono solo all’autorità giudiziaria.

La scheda del servizio: I GIOCHI DI AMAZON

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Fondata da Jeff Bezos come sistema per distribuire libri, oggi Amazon è una big-tech che ha rami operativi in ogni settore. E la sua crescita è vertiginosa: ha fatturato - nel 2024 – oltre 630 miliardi di euro, l’11 per cento in più rispetto all’anno precedente e ormai conta una capitalizzazione di mercato di 2.380 miliardi di dollari. Riesce a fare questi numeri grazie al lavoro di migliaia di dipendenti che selezionano la merce, la imballano, la preparano e la spediscono. Ma l'efficienza di Amazon ha un prezzo: Report è in grado di ricostruire con testimonianze e documenti inediti la pressione alla quale sarebbero sottoposti i dipendenti in un clima di controllo che sarebbe basato anche su attività non lecite per un datore di lavoro, come investigazioni, interrogatori illegali e dossieraggio.

La carne scaduta del macello Bervini

Giulia Innocenzi torna ad occuparsi della carne scaduta (e che veniva importata dal sudamerica) che nel macello Bervini nel mantovano veniva veniva “ripulita” e re impacchettata: a chi è stata venduta? Come è possibile che in questi anni nessuno, Asst, carabinieri del Nas, la regione, se ne sia accorto di nulla?


Sul Fatto Quotidiano trovate un’anteprima del servizio

Dopo che Report ha consegnato all’Ats Valpadana le etichette e le informazioni raccolte sulla carne scaduta rimessa in commercio dal macello Bervini, è scattata l’allerta alimentare. E cioè si procede al ritiro della carne potenzialmente pericolosa finita in bar, ristoranti e mense. Inoltre, l’Autorità sanitaria ha inoltrato il fascicolo alla procura di Mantova per i reati di frode nell’esercizio in commercio e vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine. Ma dov’è finita davvero la carne scaduta? E perché ci è voluto tanto per intervenire?

La scheda del servizio: CHI L’HA MANGIATA?

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Un nuovo sequestro è stato disposto dalla Usl di Reggio Emilia con i Nas di Parma nell'impianto di Salvaterra del macello Bervini a seguito dell'inchiesta sulla carne scaduta di Report. Grazie a nuove testimonianze e prove documentali emergono ulteriori tasselli che delineano un quadro inquietante: la carne scaduta veniva messa in commercio almeno dal 2018, ed emergono ombre anche sulla macellazione degli animali, attività a oggi ancora portata avanti dal macello Bervini. E resta ancora una domanda inevasa: dov'è finita la carne scaduta?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – l’inchiesta su fratelli d’Italia in Sicilia e le olimpiadi Milano Cortina

 Come non funziona la gestione dei beni confiscati alla mafia

In Italia la lotta alle mafie funziona sulla carta. LE celebrazioni, Falcone e Borsellino, i proclami.. poi però.
Depotenziata l’azione della magistratura sui reati dei colletti bianchi, l’uso delle intercettazioni, guai poi se c’è di mezzo un politico.

E, poi, l’uso dei beni confiscati ai mafiosi: qui sta il nocciolo del potere sul territorio di un capomafia, far vedere che i loro beni comunque rimangono o nel loro controllo o abbandonati. A significare che lì, lo Stato, la giustizia, comunque non può arricare

LAB REPORT: CONFISCATI E ABBANDONATI

Di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Può un’azienda gestita dallo Stato separare una frazione dal suo comune? Succede ad Aci Castello, in provincia di Catania, dove uno stabilimento balneare, il Lido dei Ciclopi, bene confiscato alla mafia, separa il paese dalla sua frazione, Aci Trezza. Nonostante l’amministrazione comunale abbia elaborato un progetto per gestire il lido come bene comune, l’Agenzia nazionale che amministra i beni confiscati non l’ha mai assegnato all’ente locale. Ma come funziona la gestione dei beni confiscati alla mafia? Ad oggi, in tutta Italia, sono circa 25mila tra edifici, aziende, terreni e persino castelli. Da Torino a Venezia, passando per Rimini e la Sicilia, i sindaci lamentano tempi lunghi per l’assegnazione, mancanza di fondi per ristrutturare gli immobili e tanta confusione burocratica; alla fine, troppo spesso, gli immobili deperiscono dopo anni di abbandono.

L’inchiesta sui fratelli d’Italia in Sicilia

I nuovi aggiornamenti sull’inchiesta che ha coinvolto i membri del collegio del garante alla privacy hanno fatto slittare a domenica 7 il servizio sull’inchiesta che ha coinvolto il partito di Giorgia Meloni in Sicilia.

Sui giornali (e soprattutto su Telemeloni) di questa inchiesta se ne è parlato poco, le dimissioni da vicecapogruppo alla Camera del deputato Manlio Messina (per le indagini su presunte corruzioni che arrivano fino al presidente Galvagno): non è stata una sua scelta ma è stato il partito che gliele avrebbe imposte, “mi fanno capire che se non mi fossi dimesso mi avrebbero tolto ..”, il partito gli avrebbe chiesto anche un comunicato dove avrebbe giustificato le dimissioni “per tutelare il bene del partito”.

A tutto questo si è arrivato a seguito dell’inchiesta su una presunta corruzione in Sicilia che però non ha toccato altre cariche regionali di FDI.

Il giorno dopo le dimissioni di Messina esce una pagina su Il giornale di Sicilia a firma Mario Barresi che svela i retroscena: le dimissioni gli sarebbero state chieste dopo alcuni colloqui coi vertici del partito, Arianna Meloni e Giovanni Donzelli per esempio. Anziché farsi cacciare, Messina decide questo passo: questa ricostruzione non è mai stata smentita dal partito di Meloni, una vendetta da parte dei vertici perché – racconta Barresi a Report – non avevamo mai sopportato la sua influenza a livello nazionale nel cerchio magico.

Report ha chiesto conto di questa ricostruzione allo stesso Donzelli in particolare la voce proveniente da fratelli d’Italia secondo cui Messina sarebbe stato cacciato dal partito.

Ma dietro l’articolo di Barresi c’è proprio Donzelli che, di fronte alle domande della giornalista si inalbera arrivando a chiedere le fonti.

La cosa grave, commenta Messina a Report, “è che il capo della struttura sveli la linea del partito facendo fare a me la figura barbina. Un metodo che hanno utilizzato, nel migliore dei casi, col Pozzolo di turno e nel peggiore dei casi nel mio caso che rappresento la storia anche di quel partito. Si sono permessi di fare queste porcherie ..”

Donzelli arriva anche a minacciare una querela alla giornalista di Report, “voi intercettate anche i giornalisti, oltre che il garante della privacy.. voglio sapere da voi, da Report come fa a sapere le fonti dei colleghi giornalisti.”

Bastava chiederlo a Barresi stesso, Donzelli. Semplice: “nel pezzo si capisce che una delle mie fonti è lui e nessuno lo ha smentito”.

Chi mente allora?

Nelle intercettazioni della Procura per le indadini sul presidente dell’ARS Galvagno, si sente spesso nominare il presidente del Senato Ignazio La Russa in particolare nei suoi rapporto con Marianna Amato, di professione organizzatrice di eventi e dipendente della fondazione orchestra sinfonica.
Nelle intercettazione la Amato viene definita la cocca di La Russa: il presidente, dopo aver avvicinato la giornalista di Report con parole quantomeno irrispettose (dimmi, cara, tesoro..) ha risposto dicendo che no, assolutamente, lui questa signora non la conosce e nemmeno l’ha raccomandata. È lei che è venuta in Senato col pasticciere Fiasconaro in un evento organizzato dalla Amato. Ma il pasticcere smentisce il racconto di La Russa: Marianna Amato era coinvolta in molti eventi istituzionali alla presenza di La Russa e di Manlio Messina, non l’ha portata lui in Senato, assolutamente non è stato lui a presentare Amato al presidente La Russa, “si conoscevano da abbastanza tempo.. con il governo e queste persone importanti delle istituzioni ha sempre avuto un rapporto la signora Marianna”. Grazie ai suoi rapporto con Messina e LA Russa, Marianna Amato era entrata a far parte della cerchia di Galvagno con la quale organizzava eventi finiti sotto indagine dalla procura.

Persone che parlano degli eventi e dei finanziamenti come se fossero cosa loro: ovviamente il presidente dell’ARS Galvagno smentisce queste ricostruzioni e ribatte alle accuse dicendo di non aver minimamente influenza le scelte per gli eventi.

Io davo 550 euro a Luca – racconta in una intercettazione l’ex presidente del consiglio comunale di Avola Fabio Iacono – sempre a lui brevi manu: l’ex presidente si lamenta di aver dovuto versare a Luca Cannata, all’epoca sindaco di Avola, dei contributi in contanti ogni mese.

Una richiesta simile era arrivata all’ex coordinatore di FDI a Siracusa, Giuseppe Napoli, che l’aveva respinta ed arrivato poi a dimettersi: a Report racconta che Cannata avrebbe segnalato il suo nome ad enti pubblici per fargli dare incarichi professionali, come avvocato.

Dopo due anni, in cui c’era stata di mezzo la campagna elettorale, lo stesso Cannata gli avrebbe detto “hai visto che sono arrivati gli incarichi? Mi sembra giusto che tu contribuisca alle spese della campagna elettorale ..”
Soldi chiesti in contanti a cui Napoli avrebbe detto di no: io ho sempre contribuito al partito quando c’era da fare qualcosa… 
Ma così no.

Report ha chiesto un’intervista al deputato su queste collette: “qualcosa di normalissimo” risponde Cannata, nella gestione di un movimento locale sul territorio. “Ognuno metteva quello che voleva”: eppure le persone che hanno versato questi soldi,in contanti, l’hanno vista in altro modo, tanto da andare in procura.

Al centro delle indagini della procura di Palermo – che ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente dell’assemblea Galvagno – ci sono una serie di eventi pagati dalla regione e affidati ad alcuni imprenditori privati a cui poi i politici chiedevano i biglietti, per parenti e amici.

Forse dal punto di vista giudiziario la questione dei biglietti non ha rilevanza, ma questa c’è dal punto di vista giornalistico. Ai cittadini forse interessa sapere che esiste questo do ut des tra politica e imprenditoria.

Galvagno su questo punto ha scelto di non rispondere – perché poi voi di Report fare taglia e cuci dell’intervista: personaggi non legati alle istituzioni che hanno usato l’auto blu di Galvagno per fini istituzionali. Persone che poi, una volta di fronte alle telecamere di Report e alle domande della giornalista invocano la privacy, ma la domanda rimane, a che titolo usavano l’auto dell’ARS? Oppure veramente vogliamo credere anche andare a prendere il kebab, fare shopping, siano attività istituzionali?

La scheda del servizio: FRATELLI COLTELLI

di Giulia Presutti

Collaborazione Samuele Damilano

A marzo Giorgia Meloni ha inviato un commissario da Roma per riunificare la Sicilia – poi scossa dall’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno e l’Assessora al Turismo Elvira Amata, entrambi di FdI - sotto un'unica guida, quella di Luca Sbardella. Fra i motivi, anche la contesa che nella parte orientale dell'isola ha visto contrapposti il deputato regionale Carlo Auteri, che ha lasciato il partito, e il vicepresidente della commissione bilancio della Camera Luca Cannata. Che cosa è successo davvero?

Le presunte olimpiadi green

In attesa di capire come andrà a finire il tentativo del governo di stoppare le inchieste su queste olimpiadi, con la definizione come ente di natura privato la fondazione Milano Cortina, Report torna ad occuparsi delle imminenti olimpiadi invernali.

Avrebbero dovuto essere olimpiadi green le Olimpiadi Milano Cortina, senza impatto ambientale, senza costi per lo stato. E invece: invece i costi per le opere, non solo gli impianti sportivi, ma anche sul territorio, continuano a salire; sono stati disboscate intere zone per far spazio alla pista da bob.. e forse nemmeno tutte le opere saranno completate per tempo.

Il nuovo impianto di bob è stato inaugurato il 17 novembre, “una consacrazione del lavoro” spiegava contento il ministro Abodi che ricordava “l’impegno e lo sforzo delle maestranze..”
Ma come racconta il servizio di Claudia De Pasquale, poche ore prima della coppa attorno la pista si vedevano ancora i segni dei lavori in corso, per fortuna che poi è scesa la neve. Gli atleti, a meno di miracoli, faranno le loro gare all’interno di un cantiere a cielo aperto: “si tratta di rifiniture” prova a minimizzare il ministro. Ma secondo la piattaforma di Simico c’è scritto che i lavori della pista finiranno il 5 luglio del 2026, cioè dopo le Olimpiadi. “Io non sono andato così tanto in profondità” ha risposto Abodi, speriamo allora che la neve continui a scendere copiosa per coprire il cantiere.

Il ministro Salvini si è intanto vantato in pubblico di aver fatto anticipare i tempi di consegna di alcune opere sul territorio, come la Variante di Tirano, dal 2027 a dicembre 2025, facendo decine di riunioni e telefonate a livello di stalking.

MA Report ha verificato lo stato della tangenziale citata dal ministro non rientri tra le opere finanziate per le Olimpiadi del 2026 ma si tratta di un progetto del 2010 che si sta concretizzando adesso.

Tra l’altro, oltre il 70% delle opere previste e finanziate sarà pronta dopo la fine delle Olimpiadi: “ma io parlo di opere necessarie per lo svolgimento delle Olimpiadi” ha risposto Salvini aggiungendo che la variante di Tirano stanno lavorando come matti per averla consegnata prima del febbraio 2026 “perché da quella strada ci devi passare, altre opere annesse alle Olimpiadi ma non centrali, grazie alle Olimpiadi hanno un’accelerata ma evidentemente finiranno dopo..”. Anche nel 2033: parliamo di quasi 3 miliardi di opere che non tutte saranno pronte.

Ma lei per che testata lavora?”

Alla fine il ministro ha buttato la palla in calcio d’angolo.

La scheda del servizio: CANTIERE CORTINA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Norma Ferrara, Celeste Gonano, Giulia Sabella

Mancano due mesi all'inizio delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. L'Italia se le era aggiudicate nel 2019 con un dossier di candidatura ispirato ai principi di sostenibilità economica e ambientale. Le avevano ribattezzate Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente per cui bastavano pochi soldi per risistemarli. Com'è andata alla fine? Dopo l’analisi di alcuni dati, sembrerebbe che in sei anni il valore delle opere possa aver superato i 3,8 miliardi di euro e che molte di esse potrebbero essere completate dopo i Giochi, anche a distanza di anni.

Nelle anticipazioni che trovate sui canali social si parla anche di un aggiornamento dell’inchiesta di Giulia Innocenzi sulla carne scaduta che è stata riciclata e rivenduta dal macello Bervini nel mantovano.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – come si beve la birra, la fine della sanità pubblica, il pnrr in Sicilia e la vittoria dei sovranisti in Polonia

Come si deve bere una birra? Bernardo Iovene spiegherà in che modo va bevuta per gustarla al meglio senza avere problemi con la schiuma, l’anidride carbonica e quello che c’è dentro.

Poi un servizio sulla crisi della sanità pubblica: i pronti soccorsi dove si attende ore su una barella, alla finta promessa delle case di comunità e alla medicina territoriale che ancora manca.

Il treno perduto del PNRR in Sicilia

Il presidente della Sicilia Schifani si accorge ora che i progetti finanziati dal PNRR sono in ritardo. Se il presidente si fosse occupato prima (come per il concerto de Il Volo) della preparazione e presentazione dei progetti, forse la Sicilia non si sarebbe trovata in questa situazione: si è perso un altro treno per modernizzare l’isola e aiutare i siciliani.

LAB REPORT: IL GRANDE FLOP

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Eleonora Numico

La spesa PNRR in Sicilia è al palo, tutti i progetti sono in ritardo e il presidente Schifani ha convocato una riunione urgente per capire cosa non funziona. A Palermo il caso più evidente è quello degli asili nido dove su decine di progetti solo tre sono effettivamente in costruzione.

Come si beve la birra?

La famosa schiuma che tanti disprezzano (e io non sono tra questi) ha in realtà una funzione protettiva: questo il primo insegnamento del servizio di Bernardo Iovene che andrà in onda questa sera. Lo strato di schiuma evita che la birra subisca il processo di ossidazione entrando in contatto con l’aria e poi, questa la cosa più importante, è tutta anidride carbonica che evitiamo di ingerire.

È per questo che la birra, anche quella in bottiglia, sia “spilllata” in un bicchiere, seguendo una certa procedura, per formare lo strato di schiuma ed evitare di ingerire co2 e sentirsi subito gonfi (e far entrare più alcool nel sangue). La schiuma protegge ed esalta gli aromi: i suoi ingredienti base sono malto, luppolo, acqua, lievito e co2 appunto, che va “creata” sul bordo del bicchiere ma non va bevuta. E nemmeno ci devono essere bollicine di gas dentro il bicchiere.
Anche quando si beve dalla bottiglia dunque la birra versata in un bicchiere dove deve essere fatta formare la schiuma: questa è una indicazione importante anche per i giovani, che devono stare attenti a non abusare con l’alcool, se la birra è spillata nel modo giusto possono guidare, altrimenti è meglio se non si mettono in macchina.


Niente birre a canna dunque, nemmeno per quelle che sono indicate come meno gassate.
Il servizio poi prosegue con una valutazione delle birre più vendute in Italia, con l’aiuto di un mastro birraio (Luigi D’Amelio) e di uno spillatore esperto: tra queste la Corona che, in Messico dove nasce, viene bevuta col Lime, per tenere lontani i pappataci presenti negli ambienti tropicali. Anche questa birra va versata nel bicchiere facendo crescere un bel livello di schiuma per evitare di avere un effetto palloncino nello stomaco per la co2.

Per il mastro birraio, l’odore della Corona ricorda quello della cimice schiacciata, si sente l’uso del mais – aggiunge lo spillatore Francesco Reale – possiamo definirlo odore e non bouquet, non profumo. Tutte cose che nei corsi di degustazione sono descritte come difetti: se la si beve col limone, a canna, fredda, tutto questo passa in secondo piano, la birra migliora.

Un’altra birra che si beve a canna è la Ceres, chiamata per legge una birra doppio malto, ma non vuol dire che è presente due volte la quantità di malto: dentro si sente una nota di alcool, di etilico, che non è il massimo, spiega il mastro, è anzi fastidiosa e stucchevole assieme alla nota dolce. C’è anche poco corpo, la si beve e ci si rende conto subito che si sta bevendo una birra importante dal punto di vista alcoolico, perché va giù. Per la Ceres è doppiamente sbagliato berla a canna perché i 7 gradi diventano per sensazione 14 gradi, versandola nel bicchiere ci si accorge prima che si sta bevendo una birra più alcoolica.

Parente stretta della Ceres per chi cerca alcool è la Tennet’s: la bassa fermentazione da bevibilità, siamo a 9 gradi di alcool che in bocca portano ad una dolcezza molto evidente, anche con una nota metallica ancora più fastidiosa della Ceres.

C’è poi un altro segreto dietro il mondo della birra: in quali botti è stata conservata prima di metterla in commercio. Bernardo Iovene ha incontrato un birraio, Giovanni Faenza, che compra botti da tutto il mondo che precedentemente avevano conservato altri prodotti distillati, per far maturare le sue birre. È una di quelle eccellenza dei nostri artigiani birrai, poco note in Italia: “siamo talmente piccoli e presi dalla produzione e dai problemi quotidiani della produzione che in realtà ci raccontiamo poco.”
Giovanni produce un vino d’orzo che è più simile ad un amaro che ad una birra: non è una birra adatta ad un pasto, è da fine pasto o da meditazione spiega al giornalista.
Una nuova scoperta, come anche lo è scoprire che ogni stile di birra richiederebbe la stessa acqua da cui è nata: “se dobbiamo fare una birra nera andiamo a vedere il profilo d’acqua di Dublino e riproduciamo con un calcolatore l’acqua di Dublino, partendo da un’acqua morbida andiamo ad aggiungere tot ppm di calcio .. questo è il segreto.”
Con questo sistema Giovanni riesce a riprodurre degli stili risalenti al Medioevo, come la birra Gose, una birra salata di origine tedesca.
Ai tempi era la bevanda del popolo, spiega Giovanni Faenza a Iovene, serviva non solo per divertirsi ma per integrare sali minerali e oggi questa birra, tornata in vita, ha vinto un premio in Germania.

Ma qui in Italia si vendono birre industriali con etichette accattivanti: birra filtrata a freddo, espressione che non vuol dire niente a nessuno, è ancora una volta l’assaggiatore consultato da Iovene a spiegare che sono birra che hanno lo stesso sapore in tutto il mondo, dunque qualcosa degli aromi lo devi sacrificare.
Altro punto affrontato dal servizio: il colore della bottiglia che deve essere scuro per evitare che la birra prenda troppa luce, troppo calore e potrebbe ossidarsi.

Quello che danneggia la birra è l’esposizione prolungata ai raggi solari” spiega la responsabile comunicazione di Heinecken.
Alla fine alla maggioranza degli italiani le birre industriali piacciono per ignoranza – raccontano a Report sia l’esperto spillatore che il direttore del consorzio delle birre artigianali – sono birre dallo spettro gustativo limitato, è come bere la stessa birra, “se le assaggi bendato, non avrai alcuna differenza che sia filtrata, non filtrata, un po’ più scura, un po’ più chiara”.

LA degustazione si conclude con la “birra nazionale”, marchio oggi di proprietà del gruppo giapponese Asahi: la Peroni ha un gusto lievemente differente, nel tempio della birra artigianale dove Iovene ha concluso il suo servizio il campione è stata una birra industriale come la Peroni. 

LA scheda del servizio: BIRRA. E NON SAI COSA BEVI

di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo

Con schiuma e senza bolle, è il consiglio per bere una birra senza controindicazioni.

La birra è un alimento e come tale va trattato e tutelato in tutte le sue fasi fino al nostro bicchiere. Oltre all’acqua, al malto d’orzo, al luppolo e al lievito c’è la CO2 che viene sottovalutata dai gestori di pub e dai consumatori. L’anidride carbonica se consumata in eccesso può provocare disturbi allo stomaco, mal di testa il giorno dopo e alterare lo stesso sapore della birra. Attraverso l’aiuto di esperti Report indicherà il modo giusto di versare la birra nel bicchiere e l’importanza della schiuma. Report si occuperà anche del settore delle birre industriali il cui mercato è quasi totalmente in mano a poche multinazionali, compresa la birra Messina e l’Ichnusa, entrambe di proprietà di Heineken. Infine, ci occuperemo della birra artigianale ricostruendo la cosiddetta rivoluzione artigianale iniziata in Piemonte nel 1996.

L’agonia del servizio sanitario

I Pronto Soccorso sono scesi da 659 nel 2003 a 433 nel 2023, cioè meno 226 in venti anni. A fronte di un calo di accessi totali, i Pronto Soccorso superstiti sono passati ciascuno da 34mila accessi medi a quasi 42mila all’anno.

Questi i numeri della sanità pubblica, ovvero del servizio pubblico e universale che deve essere garantito a tutti i residenti in Italia, non solo i cittadini.
Un diritto sancito dalla Costituzione che è stata via via abbattuto da quasi tutti i recenti governi, per far spazio alla sanità privata, spesso legata ad ex politici o politici ancora attivi nell’ennesimo conflitto di interessi che non indigna più nessuno.
Report in questo servizio racconterà della cattiva situazione della sanità in Italia, cominciando dalla capitale: ospedale Tor Vergata, 140 mila metri quadri, un bacino d’utenza di 800mila abitanti, nel 2024 al Pronto Soccorso si sono registrati 48 mila accessi. È l’ospedale universitario caro al ministro della salute, Orazio Schillaci che, prima della nomina del 2022, era il rettore dell’Ateneo.

In un lunedì mattina qualsiasi si vedono decine di malati al pronto soccorso sulle barelle, in fila lungo gli stretti corridoi, alcuni parcheggiati lungo le porte dei bagni. Ma sono affollate anche le stanze, un’anziana signora cerca l’aiuto del cameramen di Report che ha girato le immagini perché è stata legata al letto. Con le mani.
Altri pazienti chiedono un goccio d’acqua, perché in tutte le ore che sono rimaste sulla barella nessuno è passato per dare conforto, “è da stanotte che la sto chiedendo.. neanche me pensano pe niente..”
Nessuna riservatezza per proteggere il dolore delle persone, spesso anziane, lungo i corridoi, eccetto qualche sporadico separé. I pazienti sono spogliati davanti a tutti, c’è promiscuità tra uomini e donne, quasi nessuno porta la mascherina.

Gente che è sulle barelle in attesa di una visita da quattro giorni (e altrettante notti), “ci sta gente che ci fa anche dieci giorni.. non c’era posto da nessuna parte.. non solo nei reparti, nemmeno negli altri ospedali .. se uno ha un virus addosso, te lo attacca, vedi quanto stiamo vicini, un disastro proprio..”

Nella zona boarding, coi pazienti già visitati che devono essere ricoverati, si trovano persone ferme lì da giorni perché non si sa dove metterli, nei reparti non c’è posto.

Gente che non può ricevere visite, che non riceve supporto per la pulizia personale.. il pronto soccorso è di fatto stato trasformato in un reparto di degenza abusivo e sovraffollato dove il personale non si occupa solo delle emergenze ma anche delle cure ordinarie.
Ecco perché le persone sono legate al letto: “l’infermiere si trova con 30-40 pazienti da solo, se uno deve assistere gli altri 39 si è costretti a utilizzare delle procedure che, se ci fosse personale adeguato, non servirebbero” racconta Emilio Fanicchia infermiere del pronto soccorso Simeu.

Al suo reparto ci sono 9 infermieri a turno mattina e sera, 7 la notte: però c’è del personale che viene dedicato al boarding, ovvero 4-5 infermieri: “noi dedichiamo il 50-60% del personale per reparti che non devono stare del dipartimento di emergenza.”
La carenza di personale porta al verificarsi degli errori, delle sviste: “in un reparto si va da uno a otto, uno a dieci [infermieri per paziente], in un pronto soccorso arriviamo ad essere uno a 30 ed è ovvio che se sto col medico ad assistere un certo numero di persone, potrei non accorgermi di un paziente che sta peggiorando o comunque potrei arrivare in ritardo su quel paziente. Il pronto soccorso non è che può chiudere, i pronto soccorso sono l’unico posto aperto h24 e, con la carenza che c’è sul territorio, le persone si rivolgono tutte al dipartimento di emergenza.”
La carenza sul territorio del servizio è legata alle liste di attesa lunghissime per gli esami: “quando sono in triage, la maggior parte delle persone che valuto sono persone che potrebbero trovare una alternativa ma che non ce l’hanno. Quindi vengono in pronto soccorso, perché dove devono andare?”
Questa situazione è nota ai vertici dell’ospedale: “è nota ai vertici dell’ospedale, ai vertici della regione ..”


Come commenta le immagini del servizio il presidente Rocca? “Mi sento male, non sono parole di circostanza..” risponde a Report “Tor Vergata è un problema serio, noi abbiamo mandato due ispezioni al pronto soccorso, evidentemente non sono bastate nemmeno quelle come lezione, è una cosa intollerabile per un paese civile vedere quelle scene, mi vergogno [la signora anziana che chiede un goccio d’acqua] perché non è dignitoso..”

Ecco, non è dignitoso, ma cosa sta facendo, in concreto, Rocca per salvare il sistema sanitario nella sua regione?

E cosa stanno facendo gli altri presidenti di regione, visto che la sanità è un tema regionale?

E cosa sta facendo questo governo, che si dice dalla parte del popolo? Forse non del popolo che deve subire tutto questo negli ospedali, nei pronto soccorso..

Nel 2023 per decongestionare il boarding nel pronto soccorso il presidente della regione Lazio Rocca aveva chiesto l’aiuto dei privati, RSA e ospedali accreditati: il progetto sperimentale si chiamava “gestione sovraffollamento dei pronto soccorsi”, 23 ml di euro per un tempestivo ricovero dei pazienti diceva la delibera. La fetta più grande, 10 ml di euro, era destinata a 4 ospedali privati del gruppo San Raffaele di Antonio Angelucci, senatore assenteista della Lega, partito che appoggia la coalizione di Francesco Rocca. Rocca che, per altro, era nel CDA della fondazione San Raffaele.

E’ inutile che dici che metti a disposizione x posti letto in strutture convenzionate ” commenta Sandro Petrolati responsabile emergenza Assomed “ma di che tipo? MA quali pazienti è sicuro che posso lasciare lì e non tornano indietro? Altrimenti non avremmo questo giro di pazienti che vanno e vengono dalle strutture convenzionate .. Un paziente va in un posto, sta un tot di tempo, poi però ritorna all’ospedale pubblico [o al pronto soccorso]. LA cosa dovrebbe essere, vado al pronto soccorso, mi stabilizzano, vado alla struttura convenzionata e vado a casa. Dovrebbe essere marginale la parte che ritorna alla struttura pubblica e invece non lo è..”
Il problema è che a queste strutture abbiamo dato decine di milioni in questi anni – chiede Giulio Valesini: “è stata una scelta politica, dare risorse alle strutture convenzionate non pensando che, forse, andrebbero potenziate quelle pubbliche.”
A fine 2023 per il supporto ai pronto soccorsi altri 8 ml sono andati senza una gara alla Croce Rossa di cui Francesco Rocca è stato presidente fino al 2022. L’anno scorso è emerso che alcune strutture giocavano sporco: prendevano pazienti dai pronto soccorsi degli ospedali romani e invece di tenerli ricoverati per dare fiato ai reparti di emergenza dopo alcuni giorni, incassato il rimborso dalla regione, li rispedivano in pronto soccorso.
Un “giochetto” di cui Rocca, intervistato da Report, è a conoscenza: “in alcune strutture in terza giornata scattava il DRG e dunque alla terza giornata scattava una complicazione per cui tornavano al pronto soccorso. Noi questo lo abbiamo messo nei nostri contratti: ci saranno sanzioni e decurtazioni del budget fino al 25% per chi prova a fare il furbo.”
Di fronte a certi comportamenti non si poteva ritirare l’accreditamento?

Io sanziono e taglio il budget perché inseguire il caso singolo significa esporsi a contenziosi senza fine” spiega Rocca: da quando nei contratti col privato è stata messa questa clausola questo fenomeno [di avanti e indietro dei pazienti dal pubblico al privato] si è drasticamente abbassato: la prova che i privati stavano truffando il sistema, per un totale del 15% del budget, quota oggi scesa al 3%.
La metà del budget è andata ad Angelucci: “io ho accreditato tutto l’accreditabile”, risponde Rocca, come a dire che era inevitabile dare tanti soldi ad Angelucci.

E così questa situazione di conflitto tra pubblico (non solo nella regione Lazio) e privato andrà ancora avanti.

Alessandro Mantovani oggi ha scritto una anticipazione del servizio di Giulio Valesini

Inferno pronto soccorso: la ricetta Meloni è fallita

di Alessandro Mantovani

Malati legati ai letti, in attesa di cure e acqua

Grazie a una telecamera nascosta, Report stasera ci regala un inquietante affresco dell’inferno dei Pronto soccorso, che tutti sperimentiamo da anni se ci rompiamo un braccio o abbiamo un familiare che sta male. Pazienti sulle barelle anche nei corridoi, ammassati uno accanto all’altro per giorni e giorni, perlopiù anziani, donne e uomini mischiati, costretti a cambiarsi e a spogliarsi nella totale promiscuità, tutti soli perché se entrano pure i parenti non si lavora più, spesso anche senza mascherine e dunque alla mercé di batteri e virus. C’è pure chi “dorme”, si fa per dire, su una sedia. Scene da incubo al Policlinico di Tor Vergata, legato alla seconda università pubblica della Capitale, l’ateneo di cui il ministro della Salute Orazio Schillaci era rettore, dove un’anziana chiede di essere slegata perché di notte l’hanno legata alla barella, un’altra implora “un goccetto d’acqua, è da stanotte che la sto a chiede’, non mi pensano per niente! Ho la bocca secca. Lo vede?”, dice la signora al giornalista. Poi, finalmente, l’acqua arriva.

Evidentemente la sicurezza sanitaria, la tutela della salute di tutti gli italiani (anche sul lavoro, con i 3 morti al giorno), non è una priorità di questo governo (come nemmeno dei precedenti).

La scheda del servizio: OMISSIONE DI SOCCORSO

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Lidia Galeazzo, Alessia Pelagaggi

I Pronto Soccorso sono scesi da 659 nel 2003 a 433 nel 2023, un taglio di 226 servizi in venti anni. Quelli superstiti sono passati ciascuno da 34 mila accessi di pazienti a quasi 42 mila in media all’anno. Si finisce ad aspettare ore o persino giorni prima di una dimissione o di un ricovero. E così possono verificarsi situazioni in cui i pazienti sono privati della loro dignità e ammassati nelle corsie senza ricevere assistenza. Ma anche medici e infermieri vivono una situazione di stress e rischio aggressioni e sempre più lasciano il servizio sanitario nazionale, anche per andare all’estero. Per mettere una toppa alla carenza di personale, la Regione Lazio ha preso in affitto posti letto da strutture private, fra cui quelle del potente senatore leghista Antonio Angelucci. Molte ASL poi arruolano, attraverso cooperative, dei medici pagati a gettone che coprono i turni richiesti. È il fenomeno dei gettonisti. Report racconterà lo status quo dei Pronto Soccorso in Italia e verificherà l'efficacia delle misure del Ministro della Salute Schillaci per rispondere a una situazione ormai al collasso.

La fine dell’illusione europeista in Polonia

In Polonia quell’area politica che noi chiamiamo area progressista, è vista dai polacchi come quella delle privatizzazioni, dell’impoverimento causato dal libero mercato (ovvero del livellamento verso il basso dei salari).

Forse non lo spiega del tutto, ma potrebbe essere una chiave di lettura per comprendere il ritorno della destra anti europeista e sovranista alla presidenza: Nawrocki darà molto filo da torcere al presidente Tusk.

Il candidato del partito Diritto e Giustizio eletto presidente dopo il ballottaggio del 1 giugno: in campagna elettorale si è espresso contro l’Ucraina e contro il suo ingresso nell’Unione Europea, considerando questo paese colpevole del crimine contro 120 mila polacchi.

LA destra polacca ha fatto enormi pressioni sul governo dell’europeista Donald Tusk affinché cambiasse l’atteggiamento nei confronti dei rifugiati ucraini. Il governo prima ha cancellato il sostegno per gli alloggi, poi ha limitato i contributi per i figli a carico, le donne che non lavorano non riceveranno più nulla.

Così i profughi hanno messo in piedi una loro associazione di volontari di sostegno alle figure più fragili: Nina Omelchuck è la presidente dell’associazione Casa Fiorita che da sostegno ogni giorno a 400 famiglie e il numero cresce costantemente, a loro si rivolgono persone che non possono lavorare, disabili, anziani, madri con molti figli.

Molti spendono tutto quello che hanno per l’affitto e noi diamo loro cibo e vestiti per i loro figli” racconta Nina a Report.

Ma il 10 maggio Varsavia è stata invasa da bandiere bianco rosse per la marcia degli ultra nazionalisti polacchi contro l’immigrazione: è una sfida al governo filo europeo di Tusk a pochi giorni dalle elezioni, con ripetuti slogan contro gli immigrati e l’avversario che avrebbe consentito l’invasione della Polonia da parte dei clandestini.

E poi, dal palco, una preghiera in nome del padre e del figlio: al rosario di Salvini ancora non ci sono arrivati, ma il canovaccio della propaganda di destra è lo stesso, stop agli immigrati, stop all’ucrainizzazione della Polonia, accusati di ricevere protezione sociale senza pagare i contributi, aiutiamo gli ucraini ma non qui in Polonia .. “l’emigrazione di massa è uno strumento di guerra ibrida condotto da Lukashenko, Putin insieme all’Europa… vogliamo una Polonia sicura per le nostre madri e per le nostre mogli, non vogliamo immigrati ”

La scheda del servizio: LA CADUTA DI VARSAVIA

di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambros

Collaborazione Madi Ferrucci

Lo scorso primo giugno Karol Nawrocki è diventato Presidente della Polonia con il 50,89% dei voti e una campagna elettorale centrata su posizioni fortemente anti-immigrazione anche nei confronti degli ucraini. Dopo l’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia, 3,6 milioni di Ucraini hanno trovato rifugio in Polonia. Inizialmente accolti con grande apertura, ora non sono più i benvenuti.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

13 aprile 2025

Anteprima Presadiretta – Europa, la sfida industriale

I dazi di trump colpiscono l’Europa nel suo momento di massima debolezza economica, con la Germania che rallenta mentre cresce la competizione tecnologica cinese. E l’Italia?

In aspettando Presadiretta si parlerà della crisi idrica nelle regioni del sud, in particolare in Basilicata e Sicilia. Lo scorso dicembre Presadiretta era andata sulla diga della Camastra a girare le immagini dell’invaso, la diga era completamente vuota. Ma in realtà tutti gli invasi della Basilicata sono vuoti e questo è il motivo per cui la regione che ha sempre dato l’acqua a tutto il sud si è ora trovata senz’acqua e hanno dovuto chiudere i rubinetti delle case.

Ma il tema della siccità e della gestione idrica è comune ad altre regioni d’Italia, che diventerà ancora più importante ora che sta arrivando l’estate.
In che modo la Sicilia si sta attrezzando all’arrivo dell’estate? Il team di Presadiretta ha attraversato l’isola andando a verificare lo stato in cui versano le grandi infrastrutture idriche fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico.
Sul sito Agricolae.eu trovate una anticipazione del servizio:

«Partendo dagli eventi estremi della siccità dello scorso anno, abbiamo deciso di indagare su come la regione con il più alto livello di severità idrica d’Italia si stia preparando all’estate imminente», dichiara l’inviato Pablo Castellani. «Ci siamo concentrati in particolare sulle grandi dighe, infrastrutture fondamentali per garantire l’approvvigionamento idrico alle aree circostanti», aggiunge la collega Roberta Pallotta.

Il team ha attraversato l’isola documentando lo sversamento di acqua dalla diga Trinità, a Castelvetrano, completata nel 1959 ma mai collaudata, per poi spostarsi alla diga Comunelli, definita da Castellani «un gioiello ormai inutilizzabile a causa della mancata manutenzione». Il viaggio prosegue con la grande incompiuta di Blufi e la diga Ancipa, al centro della cosiddetta “guerra dell’acqua” tra i comuni di Enna e Caltanissetta del dicembre 2024. «Quello che abbiamo registrato è un quadro di carenze strutturali, mancanza di manutenzione e assenza di una pianificazione efficace per il futuro, che lascia sconcertati», osserva Pallotta. «La prossima siccità rischia di essere drammatica».

Nel corso del reportage, la redazione ha intervistato anche la Coldiretti Sicilia, che ha descritto una situazione drammatica per gli agricoltori, alle prese con raccolti compromessi e costi in aumento per far fronte alla scarsità d’acqua. Spazio anche all’ANBI, l’Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue: il direttore generale Massimo Gargano ha parlato della cronica mancanza di manutenzione delle dighe in Italia e in Sicilia. «Serve una cultura dell’economia e della manutenzione delle nostre dighe», ha dichiarato.

«Abbiamo chiesto chiarimenti alla cabina di regia per l’emergenza siccità, coordinata dall’ingegnere Salvo Cocina», aggiunge Castellani, «per capire come si stiano attrezzando per affrontare le crisi idriche future».

Il reportage si sposta poi nell’area di Butera, dove sono in corso lavori di trivellazione per la costruzione di nuovi pozzi, e nei luoghi dove saranno installati tre dissalatori mobili già a partire da giugno. «Tutti provvedimenti importanti, ma non sappiamo se basteranno», conclude Pallotta.

Europa - La sfida industriale


Il racconto della crisi industriale in Europa passa dalla Germania: a Dusseldorf i mille operai della Vallourec hanno celebrato il funerale degli impianti dove hanno lavorato per anni. Era il 14 settembre 2023 e col suono di una sirena si sono chiusi più di 40 anni di attività.

A maggio 2022, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, Vallourec aveva deciso di spostare tutta la produzione siderurgica dalla Germania al Brasile.

Qui dentro lavoravamo in 3000 all’inizio” racconta uno degli operai che è anche presidente del Consiglio di Fabbrica “abbiamo proposto di tutto pur di non chiudere, abbiamo ridotto il personale, chiesto di fare prodotti di maggior valore, ma l’azienda non voleva investire, guardava solo al flusso di cassa e voleva andarsene dall’Europa. Abbiamo chiesto aiuto alla politica ma non siamo stati ascoltati, per loro non eravamo strategicamente importanti..”

A Berlino, il 16 dicembre si apriva la crisi di governo che ha portato i tedeschi nuovamente alle urne nel pieno di una vera e propria de-industrializzazione: tra chiusure e delocalizzazioni, dal 2019 la Germania ha perso il 10% della sua produzione manifatturiera, solo nel 2024 il calo è stato del 4% e gli indici continuano a scendere.
I siti come quello della Vallourec, nella Ruhr non torneranno più – continua Vilson Gegic – “qui è pieno di aziende storiche, sono tutte in crisi e se chiudono tutte come finirà l’Europa? Lo standard di vita che abbiamo avuto fino ad oggi, gli stipendi, il sistema sociale , li avremo ancora in futuro? Possibile che non ci siano nuove tecnologie in grado di salvarci?”

L’Europa non ha una visione industriale comune come non ha nemmeno una visione comune sulla tassazione: in Irlanda si paga solo il 12,5% di tasse sui profitti, una cifra irrisoria che spiega come mai le multinazionali americane hanno sede proprio in quel paese.

In Italia la tassazione è del 24% e negli Stati Uniti è del 21%: alle multinazionali conviene investire in questo piccolo paese. Le più importanti sono qui infatti, tra queste le principali aziende americane della digital economy, la maggior parte delle quali ha la sede nella zona dell’ex porto oggi completamente riqualificata e ora piena di grattacieli e locali alla moda. L’hanno soprannominata la silicon dox. Google, Linkedin, Tik Tok, AirBnb, X, Dropbox, Amazon e Indeed. E ovviamente Meta, ovvero Facebook, Instagram e Whatsapp. Queste multinazionali pagano in realtà tasse per meno del 12,5%. Se si analizzano i bilanci si scopre che pagano tra il 2 e il 5% di tasse – spiega a Presadiretta  Kieran Allen professore di sociologia a Dublino. Assieme al collega Brian O’Boyle hanno scritto un libro intitolato “Tax haven Ireland”.

L’Irlanda è sicuramente un paradiso fiscale, è principalmente strutturata per favorire le multinazionali americane, visto che le multinazionali pagano pochissime tasse, il peso fiscale si sposta sui lavoratori irlandesi che pagano una aliquota fiscale relativamente alta per servizi di qualità molto scarsa.Per esempio se hai un bambino, mandarlo all’asilo nido qui a Dubino ti costa fino a 1200 euro al mese e se non ha una assicurazione sanitaria privata, e un terzo della popolazione non ce l’ha, potresti aspettare anni per una operazione all’anca o un altro banale intervento.”

Aziende che fanno profitti in Europa, lasciando qui solo poche briciole. Forse queste cose qualcuno dovrebbe spiegarle al presidente Trump proprio adesso che ci sta prendendo a schiaffi coi dazi.
Come raccontano le anteprime dei servizi, per le società la tassazione in Irlanda è molto favorevole

Anche questo è un segno della debolezza europea di fronte alle grandi potenze del pianeta, gli USA da una parte e la Cina dall’altra, per cominciare.
Un’Europa che – come spiega Iacona presentando la puntata – si trova davanti ad una sfida industriale pazzesca, tra gli Stati Uniti che ci riempiono di dazi e la capacità produttiva e competitiva della Cina.

Presadiretta ci porterà in Germania, dove l’economia si è fermata, poi in Italia, poi Iacona ci riporterà in Cina (già visitata nel servizio dedicato alle energie rinnovabili) e in Irlanda.

L’Europa ad ottobre 2024, in difesa delle proprie industrie automobilistiche ha emanato dazi che vanno dal 17 al 35% sull’importazione degli autoveicoli elettrici dalla Cina. E come hanno risposto a questa mossa i grandi gruppi automobilistici cinesi?

Lo spiega Stella Li, vicepresidente di BYD, prima aziende produttrice di auto elettriche al mondo: “non penso che sia intelligente da parte dell’Unione Europea applicare i dazi perché alla fine danneggiano i consumatori finali europei che dovranno pagare di più. Tuttavia BYD già due anni fa, prima che si iniziasse a parlare di dazi, aveva deciso di investire in Europa, apriremo uno stabilimento in Ungheria.”
Anche in Italia potreste aprire una fabbrica?
“Siamo aperti ad ogni paese, man mano che continueremo a crescere avremo bisogno di maggiore capacità, ogni paese in Europa potrebbe essere un candidato per la nostra seconda o terza struttura.”
Lo stabilimento ungherese dovrebbe iniziare la produzione di auto elettriche a fine 2025. Anche la cinese CATL, il più grande produttore di batterie al mondo, aprirà uno stabilimento in Ungheria: partirà così la prima filiera elettrica cinese in Europa, che produrrà centinaia di migliaia di autovetture all’anno, che potranno essere vendute senza dazi.

Dalla BYD al gruppo Chery, il secondo marchio cinese di auto che nel 2024 ha venduto 2,6 ml di vetture, un incredibile +40% rispetto al 2023, con un fatturato di 67 miliardi di dollari, 100mila dipendenti di cui un terzo lavorano nel settore ricerca e sviluppo.

Presadiretta è entrata dentro uno degli stabilimenti, accolti da un robot che riconosce facce e voci, frutto dei lavori di ricerca del gruppo, capace anche di rispondere.
È grazie alla mobilità elettrica che Chery diventa una vera e propria compagnia tecnologica.

Lo spiega il presidente Zhang Guibing: “le auto elettriche sono auto sempre più intelligenti, il cockpit è intelligente e le tecnologie di guida autonoma sono intelligenti. Anche le batterie sono intelligenti e ce le produciamo da soli con la nostra ricerca e sviluppo perché dobbiamo essere indipendenti dal punto di vista tecnologico. Le nostre batterie hanno una ricarica veramente rapida, veloce, in cinque minuti puoi raggiungere 400 km di autonomia e questo vale anche per i motori elettrici. Hanno consumi di energia molto bassi, circa 9,9kw/ora per 100 km [il consumo medio di una batteria è di circa 13,5 kw/ora]. Con le auto elettriche hai la forza, hai la potenza, hai la velocità di accelerazione, tutto quello che vuoi. Ecco perché ora in Cina anche BMW, Mercedes, Audi, Porsche, vendono di meno.”
Quindi la vera innovazione è davvero l’auto elettrica – ha chiesto Iacona

L’elettrificazione è la chiave, è fondamentale. Poi le tecnologie per la guida autonoma intelligente sarà la prossima chiave. L’intelligenza artificiale in interconnessione col guidatore e i big data. Questo sarà il nostro futuro e anche su questo stiamo lavorando.

Anche il gruppo automobilistico cinese Chery ha investito in Europa: nel 2024 è nata una joint venture con una azienda spagnola a Barcellona, con la realizzazione di uno stabilimento capace di produrre 150 mila auto l’anno su piattaforma e tecnologia cinese. Alla firma dell’accordo era presente anche il presidente spagnolo Sanchez insieme ai vertici dell’azienda cinese.

Dalla Spagna, le auto elettriche Chery verranno vendute in Europa e ancora una volta senza dazi. Lo slogan di Chery è “in Europe, for Europe”.
Cosa significa lo spiega a Iacona il presidente Zhang Guibing: “noi non vogliamo semplicemente vendere le nostre auto in Europa, noi vogliamo integrarci con l’industria locale europea, con la catena di approvvigionamento e i fornitori europei, coi governi europei. Non solo i nostri clienti devono rimanere soddisfatti, ma anche i governi lo devono essere e i lavoratori europei, e la società europea. Ecco cosa significa per noi in Europa per l’Europa.”
Significa che volete produrre sempre di più in Europa?
“Se vogliamo essere un grande attore dobbiamo sicuramente produrre in Europa.”
E’ vero che volete aprire un centro design in Italia e che sareste interessati a comprare la Maserati – ha chiesto il conduttore.
Il presidente ha risposto positivamente per il centro di design mentre ha preferito non rispondere sulla Maserati, “posso solo dire che siamo molto interessati a diversi marchi di alta gamma”.
Come commenta il fatto che l’Europa non stia spingendo come la Cina sulla mobilità elettrica, il fatto cioè che in Europa si vendano così poche auto elettriche?
“E’ chiaro che le infrastrutture elettriche non sono sviluppate come in Cina e questo è un problema, ma negli ultimi due anni ci sono stati grandi cambiamenti, l’innovazione tecnologica si sta sviluppando molto velocemente, noi le chiamiamo auto super ibride perché dentro la città possono fare dai cento ai trecento chilometri solo in modalità elettrica e in guida mista si può arrivare a 1200 km di autonomia. Anche in Cina le super ibride stanno crescendo: ancora una volta è la ricerca tecnologica che sta dando tutte le risposte e che farà crescere il mercato delle elettriche anche in Europa.”


Hangzhou la chiamano la città dell’acqua perché attraversata dal grande fiume Qiantang, quando arriva in città è largo e gonfio di acqua prima di gettarsi nel mar Cinese meridionale. Poi c’è il lago dell’ovest che fa parte della lista dei beni patrimonio dell’umanità protetti dall’Unesco, sempre pieno di turisti che vengono qui a visitarlo.


A Hangzhou c’è il quartiere generale della Geely, altro gruppo industriale nel settore dell’automotive con 11 stabilimenti e 50mila dipendenti.
La storia della Geely rappresenta bene quello che è successo nel settore dell’automotive: negli anni 90 sono arrivati i grandi marchi dall’occidente a produrre macchine in joint venture con le aziende cinesi e così c’è stato il trasferimento tecnologico.

Oggi grazie alle auto elettriche il rapporto si è rovesciato: sono le grandi case automobilistiche cinesi che godono di un vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti stranieri.

Così è partita la scalata dei gruppi cinesi nei confronti di quelli occidentali.
Iacona ha visitato uno degli stabilimenti della Geely che può produrre fino a 300mila autovetture l’anno, settecento al giorno, pronte per partire per tutto il mondo.

Questa è la fabbrica della Link&Co una joint venture con la Volvo Cars di cui la Geely è diventata proprietaria. Ma la campagna acquisti non è finita qui: Geely è il maggior azionista di Volvo group, il gruppo che produce autocarri e anche della Lotus cars, della Daimler, della Aston Martin.

L’ultima acquisizione Geely l’ha fatta nel 2019 quando ha comprato da Mercedes il 50% di Smart: oggi la nuova Smart si fa in Cina, il design è tedesco, ma la piattaforma e la tecnologia è tutta cinese.

Sono auto dove la guida è assistita, il guidatore deve tenere le auto sul volante, ma la macchina si guiderebbe da sola, in grado di evitare gli ostacoli sulla strada.
Tutta questa intelligenza costa molti soldi – spiega Tong Xiangbei AD di Smart – perché la macchina è dotata di diversi sensori, ma è qualcosa che va fatto, “se non fai questo salto tecnologico perdi il treno dell’innovazione per sempre.”


Che poi è quello che sta succedendo ai marchi europei, che hanno perso il treno della mobilità elettrica e che oggi pensano di difendersi dal futuro bloccando in Europa le leggi sul green deal. Barattando profitti a breve termine col futuro, con la difesa dell’ambiente.

E l’Italia? Ci sono aziende che hanno sposato e investito molto nell’innovazione: Presadiretta è entrata dentro gli stabilimenti della VHIT, un’azienda che produce sistemi lubrificanti e frenanti per i motori. Tutti i macchinari registrano in continuazione ogni processo e inviano un mare di dati all’intelligenza artificiale per monitorare l’efficienza dell’impianto, riducendo il costo del lavoro diretto. Si risparmiano soldi alla fine che finiscono in testa d’opera, ovvero ricerca e sviluppo – spiega Corrado Laforgia Addi VHIT – di nuovi processi e prodotti, “questa azienda nel 2014 disegnava e produceva soltanto componenti per motori a combustione interna, dal 2014 la stessa funzione viene fatta da un motore elettrico, da una scheda elettronica, da un software. Per fare questo abbiamo investito in nuove competenze, eravamo dei meccanici, oggi siamo diventati dei meccatronici. Abbiamo imparato cos’è il software, cos’è l’elettronica, cos’è un motore elettrico, quindi ci stiamo preparando per il futuro.”
E’ questa l’innovazione che può salvare le aziende italiane?

Le aziende italiane possono salvarsi se riescono a capire dove mettersi all’interno di questa nuova catena del valore, non è più soltanto un problema di produrre, a produrre ormai sono capaci tutti, quello che fa la differenza è, davanti ad un problema, ad una necessità di mercato, io come la risolvo molto meglio degli altri?”

Ma ci sono altre azienda che in questo momento stanno facendo i conti con la “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul settore manifatturiero: Presadiretta ha visitato il distretto industriale di Brescia, una delle provincie a più alto valore aggiunto in Italia con le sue 13mila aziende, che esportano i loro prodotti per il 19% in Germania e che ora per la crisi tedesca hanno visto calare l’export di 440 ml.
Dunque la crisi in Germania che colpisce anche le azienda in Italia, ma poi c’è anche il costo dell’energia che costituisce un grave problema per le aziende nel settore siderurgico: “L'Italia ancora oggi è la nazione all'interno dell'Europa che paga un costo dell'energia più alto. Questo non ci consente di essere competitivi” racconta Giuseppe Pasini di Feralpi Group.
Si tratta di una crisi senza precedenti che ha costretto molte di queste aziende a ricorrere alla cassa integrazione con fermi di produzione prolungati.

Sta andando in crisi un modello di produzione basato sulla piccola-media impresa, a condizione familiare e che ora non è in grado, da sola, a gestire questo cambiamento di mercato, perché manca la mentalità del cambiamento, per essere pronti a gestire queste nuove tecnologie: le tecnologie green, l’intelligenza artificiale, un modello di produzione dove l’operaio non è un robot ma un tecnico con forti competenze tecnologiche.
Non basteranno i sussidi che il governo Meloni ha messo in campo prendendo i soldi dal PNRR e dai fondi di coesione per risolvere questa situazione.

La scheda del servizio:

In apertura la carenza idrica in Basilicata e Sicilia

La carenza e la cura inadeguata delle risorse idriche sono al centro di “Aspettando PresaDiretta”, in onda domenica 13 aprile alle 20.30 su Rai 3. Due sono le situazioni emblematiche analizzate: la Basilicata, riserva idrica per l’Italia del sud, dove in pieno inverno migliaia di persone si sono ritrovate con i rubinetti a secco. Qui le dighe sono semivuote e i tassi di dispersione del 60 per cento. E poi la Sicilia, dove in 30 anni la disponibilità di acqua è diminuita del 25 per cento. L’inchiesta è incentrata su grandi opere incompiute, mancati collaudi, insufficiente manutenzione, danni all’agricoltura e agli allevamenti, disagi per i cittadini. Ospite in studio Antonello Pasini, climatologo del Cnr, parla di crisi idrica, di eventi climatici estremi e di cosa fare per cambiare rotta.

PresaDiretta” prosegue con la puntata “Europa la sfida industriale”, sui dazi di Trump che colpiscono il vecchio continente nel suo momento di massima debolezza economica.

Sull’industria tedesca pesa il rischio recessione. Le acciaierie, i cantieri e le fabbriche di auto in Germania sono alle prese – come mostrano le telecamere di “PresaDiretta” - con migliaia di licenziamenti, scioperi, delocalizzazioni, chiusure di impianti. Pesanti le ripercussioni anche in Italia, soprattutto nel bresciano, area legata a doppio filo all’industria tedesca, non a caso definita il diciassettesimo Land. Un viaggio negli stabilimenti siderurgici, meccanici e della filiera dell’auto, che vivono il crollo delle esportazioni.

Sul fronte opposto, la Cina e il suo primato mondiale di veicoli elettrici. Il reportage di Riccardo Iacona racconta un sistema che conta 40 gruppi automobilistici, più di 100 marchi, 4 milioni e mezzo di lavoratori. Non solo, oggi sono le aziende cinesi a portare avanti joint venture e acquisizioni in Europa. Mentre in Italia a Termoli, gli stabilimenti Stellantis si svuotano di operai e di produzione. E anche il grande progetto di costruire una gigafactory per realizzare batterie elettriche non è mai decollato: sempre meno posti di lavoro, sempre più ore di cassa integrazione.

Eppure, i soldi per sostenere l’economia ci sarebbero, se anche le multinazionali pagassero le tasse. Come dimostra l’Irlanda: dal settore farmaceutico a quello tecnologico, dalle comunicazioni ai servizi finanziari hanno lì la propria sede ben 1.800 multinazionali, in maggioranza americane. Perché lì le tasse sono molto più basse rispetto a Italia o Usa.

Ospite in studio per analizzare la crisi e le nuove sfide industriali Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica all’Università Federico II di Napoli.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.