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05 dicembre 2024

Volver, di Maurizio De Giovanni


Me lo ricordo, quel giorno. Anche se ero molto piccola me lo ricordo benissimo, come fosse adesso. Come se ancora piovesse forte, come chissà ancora dalle finestre socchiuse entrasse l'odore della terra bagnata e delle galline.

Come se ancora sentissi le donne che, chiacchierando, sussurravano come fossero in chiesa.

Come se ancora ci fosse quel grosso moscone che cercava la strada per l'esterno, picchiando sulla lastra e, istupidito dalle testate, provando a capire perché gli alberi le foglie flagellate dall'acqua, che furono erano lì davanti, fossero invece per lui irraggiungibili.

Me lo ricordo bene quel giorno. Anzi credo sia il primo vero ricordo che ho, preceduto da lampi che forse ho soltanto immaginato.

Eccoci arrivati a dove, da lettori appassionati di Maurizio De Giovanni e del commissario Ricciardi, non avremmo mai voluto arrivare, all’ultimo capitolo della serie dove abbiamo visto il nostro commissario con quegli occhi verdi così enigmatici passare attraverso le quattro stagioni, poi le stagioni del cuore per abbattere quel muro che si era costruito attorno per impedirsi di amare. Come posso stare accanto ad una persona, io che ho questo maledetto dono, il “fatto” come lo chiamava, ovvero il vedere gli ultimi istanti di vita dei morti.

Dovrei ricordare i primi morti che ho incontrato, che hanno popolo gli incubi di un giovane che credeva di essere pazzo. Un giovane che mai avrebbe immaginato di condividere la propria follia con qualcuno e, invece, come sai, alla fine lo ha fatto, scoprendo che nessun peso è così schiacciante da non poter trovare conforto nella dolcezza di chi ama.

Invece l’amore, quello che “quando arriva arriva” e che invece nel caso di Ricciardi e di Enrica, la dolce ragazza che ha amato sin dal momento che l’ha vista dalla finestra della sua camera, ha fatto fatica a crescere, ha vinto anche quel dolore che si portava dietro.

Sin da quando, era ancora un bambino di sei anni nella sua casa in Cilento, a Fortino, aveva conosciuto per la prima volta il “fatto”. Un uomo ucciso con un colpo di pugnale dentro la vigna dei baroni di Malomonte che ripeteva quella parole “perdio, nemmeno l’ho toccata la tua donna..”

In quest’ultimo romanzo, Maurizio De Giovanni fa compiere al suo personaggio la sua ultima indagine, proprio a Fortino, questo paese del basso Cilento, tra Campania e Basilicata: un’indagine alla radice del proprio male.

Ma come mai Ricciardi si trova a Fortino: siamo nel luglio del 1940 e l’Italia ha dichiarato guerra alle democrazie occidentali, perché l’ora del destino era scattata. Così aveva gridato alla folla plaudente il dittatore bravo a soggiogare gli italiani tirando fuori le glorie dell’antica Roma.

Quelle poche centinaia di morti, per sedersi poi al tavolo della pace si erano tradotti anche in sempre più fame e miseria per quel popolo che della guerra non aveva alcun interesse, già ne aveva di problemi. Ma aveva portato, sin dalle maledette leggi razziali, anche una cattiva aria per le persone di religione ebraica.

Ecco perché, per tutelare i genitori di Enrica, morta nel parto della piccola Marta, Ricciardi ha deciso di trasferire tutta la sua famiglia nel suo paesino, al riparo dalle brutture del mondo.

Ricciardi, i genitori di Enrica, e poi Nelide, la domestica che ha preso il posto della tata Rosa nel sorvegliare il piccolo barone prima e ora la baroncina Marta.

Una bambina intelligente, con un suo dono, non la maledizione del padre per fortuna: una bambina che qui a Fortino passa le ore assieme ad una anziana donna, zi Filumena, la sorella di Rosa

Era una donna assai anziana, appollaiata su una sedia ben piantata nel terreno. La testa avvolta in un fazzoletto, teneva il capo chino su un recipiente in cui finivano i fagioli che sbucciava rapida, prendendoli da una cesta poggiata ai suoi piedi. I gesti veloci e precisi avevano un effetto ipnotico, e Marta era rimasta a guardare a bocca aperta senza che la vecchia avesse mostrasse di aver notato la sua presenza.

Mentre Ricciardi comincia la sua indagine per quel morto, che l’ha ossessionato sin da piccolo, a Napoli sono rimasti gli altri protagonisti della storia.

Come il dottor Modo, non più medico nel suo ospedale ma solo attento osservatore di questo regime e della sua violenza: a lui, gli annunci trionfali sulla guerra hanno fatto venire in mente altri ricordi, della precedente guerra. Dove altri ragazzi, studenti, contadini, operai, furono mandati al massacro per conquistare un lembo di terra di cui nemmeno sapevano darne indicazione sulla cartina.

Moriranno figli, padri, fratelli e mariti in fronti lontani. Io lo so, l'ho già visto accadere. E vi porteranno la morte e la distruzione fin qui, proprio per il vostro bel porto, uno degli obiettivi strategici più importanti. Ma prima, e vedrete anche questo, diventerete sempre più poveri e affamati, perderete la dignità per la disperazione di sopravvivere, come i topi che infestano le vie e le case.

L'irritazione che provava per l'adesione ottusa e fiduciosa al regime lo spingeva a domandarsi il motivo di tanta affannarsi per cercare di salvarli. Valeva davvero la pena di rischiare la libertà, e forse persino la vita, contro quel maledetto piano inclinato che sembrava condurre un destino inevitabile?

Bisogna fare qualcosa e tocca a lui farlo, senza una moglie, una compagna, dei figli. Senza nemmeno più l’amicizia di Ricciardi andato via a Fortino. Tocca a lui compiere quel gesto dimostrativo per risvegliare le coscienze sopite degli italiani.

Ma a quale prezzo?

Anche Maione è rimasto a Napoli: come Modo, pure il brigadiere si sente straniero in questa città, nel proprio quartiere, perfino nella propria famiglia dove l’indottrinamento del regime fascista ha trasformato quelli che sono poco più che bambini nei giovani combattenti di domani.

Anche lui, come Ricciardi a decine di km di distanza, si troverà però a dover portare avanti una sua azione personale, con l’aiuto di Bambinella.

E Laura, ovvero Livia, partita da Napoli per lasciarsi alle spalle quegli occhi verdi che l’avevano fatta innamorare? Per lei è arrivato il momento di tornare. Come nei versi della canzone di Carlos Gardel e Alfredo Le Pera, Volver, anche la sia di anima è “aferrada”, aggrappata ad un dolce ricordo che non poteva cancellare.

L’indagine di Ricciardi, questa volta non in veste di poliziotto, lo metterà di fronte ad una storia del passato di cui ancora in tanti nel paese hanno memoria. Ma di cui pochi ne vogliono parlare, dal vecchio medico del paese, amico di famiglia, fino al maresciallo che condusse le frettolose indagini.

Cosa nasconde quell’omicidio? Come mai il morto, in sogno, gli chiede giustizia?

Nel sogno aspettò che gli parlasse, che gli dicesse come allora: perdio, non l’ho nemmeno toccata la tua donna. E invece l’uomo lo fissò con lo sguardo vuoto e gli disse: ti sembra giusto? Tutti quei morti ammazzati, e io ancora senza giustizia?

Giustizia per quel morto, a cui Ricciardi riesce a dare un nome e un cognome.

Ma giustizia anche per la sua coscienza, per il piccolo Luigi Alfredo Ricciardi:

Tutti quei morti ammazzati, e io ancora senza giustizia. Non era lui, a parlare. Era la coscienza stessa di Ricciardi. Era il commissario a chiedere giustizia. A voler sapere perché il piccolo Luigi Alfredo, un bambino di appena sei anni ignaro dei mali degli uomini, delle nebbie nere delle passioni e degli effetti che esse avevano sulle esistenze, aveva dovuto essere testimone di una sofferenza cieca e inaudita.

Ancora una volta, sperando non sia l’ultima, De Giovanni riesce a mettere assieme una storia che è allo stesso tempo dolce e tragica, dove si parla di fame, di odio e di amore, quello che “quando arriva, arriva”, anche tra persone che più distanti non potrebbero essere.

Si parla della ottusa violenza del fascismo e dell’atteggiamento di assuefazione, quasi rassegnazione, della povera gente, quella dei bassi, alle prese col problema di riempirsi la pancia ogni sera.

Il libro termina con la parola illusione e allora, per noi lettore, non rimane che l’illusione di un ritorno, un giorno, di Ricciardi. Chissà ..

La scheda del libro sul sito di Einaudi

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01 dicembre 2023

Soledad di Maurizio De Giovanni


Incipit (grazie a incipitmania): 

Potessi farlo, ti parlerei di solitudine.

Che a pensarci è una contraddizione, perché se qualcuno parla con qualcun altro, allora non è solo, ti pare? Se si possono scambiare sguardi a sottolineare le parole, se si può gesticolare, cambiare il tono di voce per esprimere uno stato d’animo a sostegno di un concetto, che solitudine è?

E quindi no, non posso parlarne. Ma lo farei volentieri. Ti parlerei di solitudine.

E ti direi che è qualcosa di ben diverso da ciò che la gente pensa.

Perché la gente di solitudine non sa niente. Immagina che sia una condizione, piú o meno momentanea; uno dice: mi trovo da solo, mi guardo attorno e studio la situazione. E magari perfino gli piace, essere solo; perché si gusta la pace, l’equilibrio, scopre il modo di osservarsi dentro e di meditare.

Ci può addirittura essere qualcuno che alla solitudine anela. Che la vuole, e cerca di procurarsene un po’, in una vita di corse e di lotte per la sopravvivenza nella quale gli altri, tutti gli altri, sono nemici o elementi di disordine.

La solitudine, si potrebbe credere, è ordinata: perché nella solitudine non c’è nessuno che porti confusione.

Niente di più sbagliato.

Perché di solitudine può parlare soltanto chi la prova in ogni istante. Anche nel sonno, quando si riesce a dormire, quando si inganna la mente con pensieri sparsi e superficiali per distoglierla dall’abisso.

Potessi farlo, ti parlerei di solitudine.

Solitudine.

Questo nuovo capitolo del nuovo corso del commissario Ricciardi ha al centro il tema della solitudine che, come scopriremo al termine del romanzo, è un male che può colpire anche le persone che non sono solo, che hanno qualcuno accanto. Anche se si è sotto il periodo di Natale quando si dovrebbe essere tutti felici per l’arrivo delle festività.
Ma questo è un Natale diverso dagli altri: siamo nel 1939, l’Europa è già in guerra, dopo che la Germania di Hitler ha invaso la Polonia. L’Italia è al momento neutrale, ma già si sentono le voci, alimentate dalla propaganda fascista per “rompere gli indugi”, seguire l’alleato germanico, a cui siamo legati da un patto di ferro, nel prendersi tutta l’Europa.

Perché siamo una nazione da un milione di baionette, che il Duce ha risollevato dalla miseria e dal caos dopo la prima guerra mondiale, ha riportato l’impero sui colli fatali di Roma, ha fatto arrivare in orario i treni. Poco importa che a causa delle sanzioni, manchino tanti beni agli italiani, che delle glorie dell’impero saprebbero che farsene, se non ci fosse la polizia politica a zittire il dissenso.

Si può essere soli perché si è diversi, per esempio una donna in un corpo di un uomo. Oppure se si cerca di pensare con la propria testa e non con quello che ti dice di pensare il regime.
Ma lo stesso vale per il tuo cognome, per la tua religione non è quella , o per quella che viene chiamata “razza”. Ci sono tanti modi di essere soli, pur essendo in mezzo alla gente.

Anche Ricciardi non dovrebbe sentirsi solo: c’è Nelide, la figlia Marta, intelligente, vivace, ci sono i genitori di Enrica. Eppure anche lui sente addosso questa solitudine, o forse è qualcosa di più sottile, una inquietudine legata a questi strani tempi. Dove tutti fanno finta che si stia preparando la tragedia.

Ma sono anche tempi dove si uccide: chissà per cosa sarà morta, la donna trovata in un palazzo in via Grande Archivio, per fame o per amore?

Si tratta della signorina Erminia Cascetta, trovata morta nella sua stanza, accanto a quella della madre, bloccata nel suo letto.

Qualcuno, un assassino o una assassina è entrata nell’appartamento, senza fare rumore, l’ha colpita da dietro e si è dileguata, senza farsi sentire e vedere da nessuno.
È questo il delitto di cui devono occuparsi Ricciardi e Maione: ma i possibili testimoni, a cominciare dalla madre, sembrano poco collaborativi.

E adesso chi mi pulisce il letto” è l’unico commento della madre, che sembra non approvare la vita della figlia.

Avanzò in quella direzione: il cadavere di una giovane era diverso al suolo. Il vestito era sollevato a scoprire le gambe fasciate da calze color carne prive di smagliature. Il viso poggiava a terra sulla guancia sinistra, lo sguardo vitreo rivolto alle zampe del comò. [..]
A ridosso della parete di fronte, quasi da fare a specchio alla Madonna Addolorata, l'immagine della morte in piedi, il sangue e la materia celebrale che colavano sul collo, gli occhi inespressivi ma con una scintilla di vita residua, sussurrava: egoista, egoista, lasciami vivere. Egoista, egoista, lasciami vivere. Egoista, egoista, lasciami vivere.

Di Erminia rimane solo l’ultimo suo momento, colto dal “fatto”, il dono e anche la condanna di Ricciardi, la sua capacità di sentire le ultime parole delle persone morte in modo violento

Ricciardi, col brigadiere Maione, dovranno cercare nella vita della ragazza, anzi, nel mistero della sua vita: nonostante le due donne vivessero solo della pensione del padre, Erminia viveva nel lusso, la portiera racconta ai due investigatori di un autista che veniva a prenderla.

È stato lui a volerle negare quella vita che chiedeva di vivere?

L’indagine dei due poliziotti, come sempre succede nei romanzi di De Giovanni, si intreccia con le loro vicende personali, che sono comunque frutto dei tempi brutti, difficili, che si stanno vivendo.

C’è un gruppo di ragazzi che si credono di essere “eletti”, chiamati a ripulire la società da tutti gli indesiderati. Le persone non degne di vivere assieme agli altri.
Gli omosessuali, i senzatetto: perché dobbiamo averli sotto gli occhi, perché non dar loro una lezione? Persone come Bambinella, o come il suo gruppo di amiche. O come quella donna, costretta a dormine sopra un cartone la notte perché non ha soldi per pagarsi una casa.
Sono il frutto di questa società, di questo regime che irregimenta i bambini fin da subito. Libro e moschetto, anzi più moschetto, perché magari nei libri si spiega che i veri eroi non sono dei vigliacchi. Magari nei libri si impara a rispettare gli altri.

Bruno è alle prese con le sue paranoie nei confronti del suo collega, il medico romagnolo che considera una spia della polizia politica messo a fianco a lui per incastrarlo.
Si diventa paranoici di questi tempi, si arriva persino a dubitare di chi ti sta a fianco. Perfino degli amici come Ricciardi, colpevole di far finta di niente di fronte a questo regime.

Non ti guardi attorno? La Germania invaso uno stato sovrano, senza motivo. Migliaia di persone, in quel paese e qui, sono cacciate dalle scuole dai posti di lavoro solo per il cognome che hanno. Il pazzo testa di vacca millanta di non voler entrare in guerra, ma continua a stanziare milioni per navi, aerei ed esercito, oltre a mandare truppe in Spagna a sostegno dei fascisti e a radicarsi in Africa, ammazzando i nativi come le mosche, e non dire di no perché si sa con certezza. Il senso, amico mio, e sempre lo stesso restare umani..

Dall’altra parte del mondo c’è una donna, si chiama Laura, ma questo non è il suo vero nome. È scappata qualche anno fa dall’Italia, per cercare di sfuggire ad un dolore, a quei due occhi verdi che non è ancora riuscita a dimenticare.
È sopravvissuta nel nuovo mondo cantando nei locali, la sera, cercando di imparare le canzoni di quella parte del mondo, come Caminito o come Soledad, la canzone scritta dal giornalista Alfredo Le Pera.

- Sai, senora, il tango cancion è più tuo che mio. Il tango tradizionale è una musica india, rabbiosa, una musica criolla; e le parole, insieme alla tristezza, la malinconia, sono arrivate dalla tua Europa. E da quelli che come te - e non dire di no perché ti conosco - hanno lasciato a casa un pezzo importante di sé. Le canzoni, i nostri tangos, sono il richiamo doloroso rivolto proprio a quel pezzo di sé rimasto in patria.

Fino a quando riuscirà a rimanere lontano dal suo mondo, questa donna?

E fino a quando si potrà far finta di vivere in tempi “normali”, a far finta che questo Natale, l’ultimo prima della guerra, sarà come gli altri?
Sono tempi di grandi contrasti, da una parte le parole della propaganda, le parate in divisa, anche con bambini, tutti in orbace, pronti a dare il sangue per la patria. Dall’altra la miseria, la fame, le malattie della povera gente.

L’annuncio della non belligeranza, per esempio. Tutti a tirare un sospiro di sollievo, tutti a pensare di essere fuori dalla mischia. Poi erano iniziati i razionamenti, e di lì la corsa all'accaparramento dei generi alimentari, gli acquisti al mercato nero. E c’era perfino chi premeva per rompere gli indugi e sedersi al tavolo della spartizione di territori da conquistare.
Da più di dieci anni era partita la follia dell'impero, e le conseguenze Modo le aveva sotto gli occhi: le sanzioni internazionali avevano prodotto povertà, denutrizioni, privazioni e morte. E nessuno lo ammetteva, nessuno si lamentava, quasi fosse un male necessario.

Un male necessario, inevitabile: la guerra, i morti, le macerie. E, poi, ancora, la pulizia della patria dalle razze inferiori, persone costrette ad abbandonare le loro case, il loro lavoro.
Qualcosa che arriverà a toccare anche Ricciardi, molto da vicino.

Che fare, in questi tempi? Andar via o rimanere? Cercare una nuova vita lontano, oppure cercare di fare come gli eroi, che di fronte al nemico, non scappano?

È la lezione di Maione di fronte ai suoi figli, l’esempio positivo che un padre può dare ai figli:

Perciò ricordate guagliù, si fa sempre in tempo a diventare eroi, basta non dimenticarsi la differenza con i vigliacchi e pensare a chi ci vuole bene, coi baci, con le carezze e pure con uno schiaffone, se ci vuole. E mò mangiamo e buon Natale a tutti.
Soledad è un romanzo che parla di solitudine, di un sentimento di amore malsano che sarà la causa del delitto, di egoismo e di voglia di vivere. Di paure e di speranze, di eroi e vigliacchi. Un dicembre che sa di amaro per Ricciardi e per molti italiani.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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07 dicembre 2022

Caminito – un aprile del commissario Ricciardi, di Maurizio De Giovanni

 


Dall’altra parte del mondo c’era un caffè. Ci si arrivava in tram, uno di quelli verdi della Linéa Lacroze, e in effetti la carrozza sferragliante avrebbe potuto lasciare la donna a pochi metri dall’ingresso; eppure a lei piaceva percorrere l’ultimo tratto a piedi, ascoltando il rumore dei tacchi sul granito, il ritmo del proprio passo ad accompagnare i tanti pensieri in conflitto.

Preferiva camminare, anche quando l’aria era fredda e umida di pioggia come in quello strano, assurdo aprile dall’altra parte del mondo..

C’è una donna che, in un aprile freddo e ostile perché siamo nel sud del mondo, che sta andando verso un bar, dove dovrà interpretare un tango, una canzone che parla di un amore che non tornerà più e di un uomo che ripercorre quel suo “caminito”, quei passi che seguiva con la sua amata, per cercare di tenerne vivo il ricordo.

Tutto un altro aprile qui, anche nelle zone appestate dalle industrie che pure danno lavoro, che Dio le benedica per la fame che levano dagli occhi degli anziani, una fame che scava le guance alle donne, e invece qualcosa da mettere nella pentola almeno arriva perché gli stipendi degli operai girano ..
Dall’altra parte del mondo, a Napoli, un’altra persona deve affrontare il suo difficile aprile che ancora stenta a diventare primavera. Mese traditore aprile, bisogna stare attenti.
Cinque anni dopo “Il pianto dell’alba” ritorna il commissario Ricciardi in un nuovo romanzo dove troviamo assieme, in una alchimia perfetta, il racconto dei sentimenti che muovono le persone, l’amore e la fame, l’odio e la vendetta. Il racconto di un mondo che stava cambiando, anche a Napoli, per celebrare quel regime fascista che intendeva plasmare l’anima degli italiani, celebrare le festa dell’impero tornato sui colli di Roma.
Siamo nel 1939, i venti di guerra stanno già soffiando in Europa, in Italia le leggi razziali hanno iniziato a colpire le famiglie di religione ebraica, la polizia politica fascista coi suoi delatori spia, osserva, minaccia la vita di chi si permette di criticare il regime, acuendo quella sensazione di paura che grava sulle persone.
Lo stesso vale per Ricciardi, ora padre di una bella bambina Marta, che deve accudire da solo dopo la tragica morte di Enrica, che lo ha lasciato con quelle parole, “non dimenticarti di noi”.
E non l’ha dimenticata Enrica, come potrebbe dimenticarsi di quelle passeggiate assieme, il loro “caminito” lungo un sentiero di campagna e che ora per lui è solo un ricordo pieno di rimpianti

Quasi cinque anni e ancora ti piango, pensò. Ti piangerò anche quando saranno cinquanta.

Ma non è solo in realtà Ricciardi: c’è Nelide, che ha preso le redini della casa dalla tata Rosa, c’è l’amico brigadiere Maione, il dottor Modo fino alla contessa Bianca di Roccaspina, che lo aveva già aiutato nel passato.

Ricciardi è anche un poliziotto che vuole continuare a fare il suo dovere, arrestare i criminali a prescindere dal colore della camicia, cosa ancora più difficile in un regime dove, per decreto, si sono cancellati i ladri e gli assassini.
Ma i morti ci sono ancora, non solo quelli che Ricciardi vede per quella maledizione del “fatto”, cogliere gli ultimi istanti dei morti in modo tragico. Ci sono anche i morti veri, come quei due ragazzi trovati morti in un boschetto, dietro delle case a San Giovanni, vicino Portici. Un ragazzo e una ragazza, uccisi mentre facevano l’amore.
Come in tutti gli altri casi, Ricciardi osserva i due morti, senza nome non avendo documenti addosso, cercando di carpirne le ultime parole:

La giovane diceva: Aprile, aprile è ‘o mese, ‘e ccerase, perdonami..
Parole forse senza un senso, come spesso lo sono le ultime parole dei morti: le ciliege, il mese delle ciliege. Cosa voleva dire?
Molto più comprensibile l’ultimo pensiero del ragazzo, “ci sposiamo amore, ci sposiamo a Genova”. Da quest’ultima parola Ricciardi riesce ad intuire la sua identità, quella del giovane ufficiale di una nave, proveniente da Genova e che aveva attraccato al porto di Napoli, scomparso il giorno precedente.
È stato un delitto nato da una rapina? Oppure c’è un’altra ragione dietro il duplice omicidio: difficile muoversi senza sapere chi fosse la morta, alla cui identità Ricciardi e Maione arriveranno grazie agli occhi di una ragazzina che voleva scappare dalla miseria e da una famiglia arcaica, dove le donne sono solo buone per sgravare figli.
Ma attorno a questo delitto si apre un’altra strada che porta verso un’altra direzione, molto più pericolosa: su indicazione del dottor Modo, che si trova in una posizione sempre più rischiosa per il suo atteggiamento nei confronti del regime, che non fa nulla per nascondere, Ricciardi deve seguire una pista che lo porta ad incrociare quella di una sua vecchia conoscenza, un funzionario del regime, a capo della polizia politica, che aveva incontrato nel corso delle indagini per la morte della contessa Musso (
“Il posto di ognuno”).
Non è facile indagare dentro questo mondo, quello della polizia politica e delle tante squadracce a cui venivano affidati i compiti “sporchi”, consapevoli dell’impunità che veniva loro garantita dall’appartenere ad un regime.

Erano tempi assurdi; aveva assistito agli esiti di pestaggi sui quali gli era stato intimato di non indagare, alla fine di antiche amicizie, alla chiusura di floride attività dalla sera alla mattina, all’istituzione nelle scuole di classi speciali per bambini che fino a poco prima giocavano e ridevano assieme ai coetanei, senza differenze. Il brigadiere a volte si sentiva un vigliacco, ed era una sensazione orribile. Forse avrebbe dovuto alzare la voce, mettersi di traverso davanti a certi ordini incomprensibili. Un pestaggio era un pestaggio: non poteva essere il colore di una camicia a renderlo una giusta punizione, se non lo era. E il forte se la prendeva col debole soltanto perché era forte e l’altro debole era un’ingiustizia da combattere..

Mentre osserva questa città che sta cambiando volto, per i quartieri che venivano sventrati per essere ricostruiti secondo uno stile avulso dalla tradizione, Ricciardi cercherà di scoprire la vera causa del delitto, consapevole del rischio di essere preso e fatto sparire pure lui da qualche zelante funzionario del regime, con la paura di dover lasciar sola Marta, la bambina con quegli occhi occhi neri, come Enrica. Bambina di cui ancora non sa se ha ereditato la sua maledizione.

Il commissario dovrà cercare anche di proteggere il suo amico, il dottor Modo, arrivando perfino a mettere a rischio la loro amicizia.
Anche il brigadiere Maione avrà da sbrogliare un suo problema familiare, che rischia di incrinare quella serenità conquistata anno dopo anno, nonostante i tempi difficili, la morte dei figlio Luca e la scelta del secondo figlio, Giovanni, di diventare poliziotto come il padre.

E Bambinella? Che fine ha fatto il “femminiello” che in tante indagini aveva dato informazioni preziose a Maione e Ricciardi grazie a quella rete di conoscenze che copre tutta Napoli? Anche per lui, o lei, sono tempi difficili

In molti erano stati portati via, altri avevano mutato in fretta i propri costumi. Al di là della lotta contro l’omosessualità a fini morali, il regime cercava di migliorare l’immagine pubblica del paese, e la colorata, e estroversa, rumorosa presenza di quei personaggi così radicati nella tradizione non piaceva alle alte sfere..

Ancora una volta Bambinella darà quelle informazioni giuste, questa volta per aiutare Maione ad uscire da quel bel guaio in famiglia.

C’è un finale, quanto meno l’indagine sui due poveri ragazzi uccisi, ma il finale della storia è un arrivederci per il prossimo racconto col commissario Ricciardi, per tutte le promesse e i colpi di scena che l’autore ci lascia nelle ultime pagine di un romanzo dove troviamo dentro la passione e i sentimenti dei personaggi con la loro umanità, un’acuta osservazione dell’Italia fascista, le meschinità di un regime violento, la paura delle persone che venivano private da un giorno all’altro della loro dignità.

Un mondo che stava prendendo una china pericolosa:

.. la belva italiana e il suo compare tedesco hanno cominciato la gara a chi fa peggio, e tu non te ne sei accorto. Sulla fame della gente, sulle malattie e sullo sporco pensa di costruire il suo folle impero. Prima l’Africa, poi l’Albania [..]. Moriranno in tanti, in tantissimi: e tu e quelli come te vi alzate ogni mattina e continuate a fare il vostro piccolo lavoro, gli occhi a terra, senza capire che siamo già da tempo oltre il punto di non ritorno.

Quale sarà il "caminito" di Ricciardi e di quella persona dall'altra parte dell'oceano?

La scheda sul sito di Einaudi

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01 luglio 2019

Il pianto dell'alba, di Maurizio De Giovanni



Considerate adesso un colpo di vento. 
Consideratelo nel momento della sua nascita, in una terra remota, ignaro della strada che dovrà percorrere, fatta di notte e di mare. Immaginatelo figlio del freddo che viene dalle stelle, perché abbia del padre la distanza dalle cose la noncuranza di chi dovrà sfiorare; e dall'aria calda che sale dalla sabbia del deserto dopo una torrida giornata di sole, perché abbia la follia e l'imprevedibilità del padre.

Un soffio di vento arrivato da lontano porta il calore, caricato dal mare, all'interno due stanze: nella prima un uomo si gode quel momento di felicità che credeva non gli potesse appartenere mai, accanto alla donna che ama. Ma mentre accarezza il ventre della moglie le parole della madre gli ritornano in mente, come un monito che arriva da lontano
Come hai potuto, diceva la donna. Come hai potuto.

Poco lontano, un'altra finestra dove una donna giace quasi immobile, non addormentata e nemmeno nel dormiveglia. Accanto, un uomo biondo, che non avvertirà più il calore del vento sulla sulla pelle perché un proiettile si è conficcato nel suo cranio.

Con questa doppia immagine si apre l'ultimo capitolo della serie di Ricciardi, ambientato un anno dopo il precedente “Il purgatorio dell'Angelo”, in un torrido luglio dell'estate del 1934, XII era fascista, come si diceva allora. Un anno è passato e Ricciardi ha conosciuto quello che credeva a lui preclusa, l'amore e la felicità accanto alla donna che ha amato così teneramente, da lontano, ogni sera, dalla finestra della sua camera. Enrica, la donna che ha sposato e che ora è in attesa del suo primo figlio, o figlia, come sostiene Nelide, forte della sua saggezza popolare

- Panza chiatta vole la zappa; panza appizzuta, vole lo fuso.

Nelide che ora, su ordine della zia Rosa (che ogni tanto la visita in sogno e di cui ha preso il posto), ha su di sé il compito di accudire il barone di Malamonte, Luigi Alfredo Ricciardi, e la sua famiglia.

Un anno, per stravolgere tutte le convinzioni che si era formato fino ad allora. Un anno per convincersi di poter vivere quasi normalmente, per dire a sé stesso che in fondo forse non era pazzo. [..]Un anno che aveva detto ad Enrica di sé, e che le aveva chiesto di diventare sua moglie.

Mentre si appresta ad andare al lavoro, nel suo turno domenicale, Ricciardi si trova davanti la domestica di Livia Vezzi (la cantante lirica che abbiamo incontrato fin dal primo romanzo e che aveva fatto una corte assillante al commissario): la sua padrona è riversa sul letto, forse sta male e a fianco c'è un uomo, con un buco in testa.
Assieme a Maione, Clara e Ricciardi giungono al palazzo di Livia: l'uomo nel letto è Manfred, l'ufficiale tedesco che anni prima aveva chiesto invano la mano ad Enrica. Ora è morto mentre Livia, apparentemente ubriaca, giace al suo fianco con una pistola vicino alla sua mano.
Mentre Ricciardi e Maione, assieme al dottor Modo che li ha raggiunti, cominciano le prime analisi della scena, tre altri uomini entrano nella stanza.
Sono poliziotti della squadra politica che in modo spiccio, prendono possesso della scena del crimine e cacciano via i tre.
Un delitto passionale che però, per la rilevanza della vittima che ufficialmente lavorava presso il consolato germanico, deve passare per le mani dei poliziotti di Roma.

Cacciati in malo modo però, Ricciardi col dottor Modo e col fido Maione, decidono di portare avanti lo stesso una loro indagine, in segreto, facendo ricorso a tutta quella rete di conoscenze costruite in tanti anni.
Sarà un'indagine che Ricciardi sente di dover fare, perché si sente in parte responsabile di quanto successo a Livia, per il dolore che le ha causato il suo rifiuto.
E quell'indagine gli fa sorgere un sentimento nuovo: come nuovo per lui è l'amore, lo è anche la paura e la preoccupazione:
L'amore è incoerenza. Per un attimo di felicità priva di futuro, come se dovesse durare per sempre, tanta ansia, tanta preoccupazione, tanta possibile sofferenza. Eppure quell'attimo di felicità basta a nutrire il resto della vita.

Preoccupazione per sé e per la sua nuova famiglia, perché ora non è più solo, nessuna finestra lontana da osservare, cercando quegli occhi dietro le lenti, quelle mani che ricamavano placide consegnandogli tutta quella serenità, dopo una giornata ad incrociare morte e morti.

Ma quell'indagine non è un caso come gli altri: siamo nel 1934 e questo è un anno importante per gli equilibri della Germania nazista.
- Cosa sapete di quello che sta succedendo in questi giorni in Germania, Ricciardi?

Questa domanda viene fatta a Ricciardi da un funzionario della polizia politica: Livia sembra essere finita all'interno di un intrigo geopolitico molto pericoloso.
Che porta fino a Roma, allo scontro all'interno del partito fascista.
Ma il vento cambia, e quando cambia fa tutto un altro rumore.

L'indagine parallela va avanti: in una città come Napoli non è possibile che nessuno abbia visto qualcosa, che nessuno abbia visto quell'auto scura prelevare Manfred, che nessuno abbia visto Livia uscire dal ricevimento quella sera fatale.
Vincendo la paura che il regime instilla nella povera gente, piano piano piccoli pezzi di verità arrivano a galla, portati da Bambinella e dalla sua rete di amicizie nei bordelli della città.
Portati da Modo e dal suo amico pescatore, che vive in una piccola “stanzulella” scavata nel tufo che si affaccia su una spiaggia a Mergellina.
Portata persino da Nelide, che in questa storia riesce perfino a regalarci un sorriso, che trova un carrettiere che aggiunge un altro pezzetto di verità alla storia.

Ancora una volta Ricciardi dovrà affrontare il male, mettendo a rischio la sua incolumità e quella delle sue persone. Ma, rispetto al passato, dovrà anche rispettare quel giuramento fatto alla moglie: “non dimenticarti mai di noi” ...

Non dimenticarti di noi, amore mio. Non dimenticarti mai di noi. Devi giurarmelo qui, dove hai chiesto di passare la vita intera con te. Ogni tuo gesto, ogni tuo rischio dev'essere in funzione di noi. Me lo giuri?

Ogni storia ha una sua fine: anche il ciclo di Ricciardi, di Maurizio De Giovanni è giunto così alla conclusione, con questo racconto in cui troviamo tutto lo stile dello scrittore napoletano: c'è un'indagine da seguire, c'è il racconto delle tante anime della città, c'è il racconto visto dal di dentro della vita sotto il fascismo.
“Basta togliere la libertà ed è chiaro che ci sta più ordine” - sbotta il dottor Modo di fronte a Ricciardi, che pure è un funzionario della polizia fascista.
Ordine in cambio di riduzione delle libertà personali, anche quelle di espressione: non stiamo parlando solo dell'Italia del 1934.

Ma quello che rende unico questo romanzo, sono le pagine dove si racconta del calore familiare, in casa di Enrica e in casa Ricciardi. Sono pagine dove si parla di amore:
L'amore si racconta, sai. Adesso l'ho capito. Non serve a niente, l'amore, se resta sepolto in una stanza,a incenerire nelle mani di un uomo solo. L'amore si racconta, non importa in che lingua, non importa se sussurrato o urlato.

Arriverete, come me, alle ultime pagine, che ho letto con una forte tensione, sapendo che erano le ultime pagine in compagnia di Ricciardi, fino al primo pianto dell'alba. E lì, ho pianto anchio.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il pdf col primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 agosto 2018

Il posto di ognuno - i fumetti del commissario Ricciardi


Quarto appuntamento con la serie a fumetti del commissario Ricciardi (dopo Il senso del dolore, La condanna del sangue e Il commissario Ricciardi magazine): questo è tratto da Il posto di ognuno, il terzo romanzo della serie sulle stagioni, dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni. 
In una sera di agosto, dove la gente non potendo dormire affolla le strade, viene uccisa la moglie del duca di Camparino.
Uccisa con un colpo di pistola in testa, dopo che l'assassino le ha premuto sul volto un cuscino per tenerla immobilizzata.

Il fatto, la condanna di Ricciardi che gli fa vedere gli ultimi istanti dei morti, mostra la duchessa che urla 
"L'anello, hai tolto l'anello, l'anello mi manca.."
Qualcuno infatti le ha tolto un anello dal dito, ferendola. Un altro dito, dove pure manca un altro anello, è slogato.
Un morto nell'alta società napoletana è un problema per Ricciardi, che deve dar conto al superiore Garzo, preoccupato che il nome dei Camparino finisca sui giornali.
Ed è un problema anche perché la morta, aveva una relazione con giornalista che per lei aveva abbandonato la famiglia.
Perché il figlio di primo letto del duca la odiava e, per quella notte non ha un alibi.
Perché Ricciardi si dovrà scontrare nuovamente con le camicie, seguendo un filone delle indagini.

Alla fine Ricciardi, con l'aiuto di Maione (alle prese con una dieta per gelosia), arriverà alla soluzione, che metterà le cose al loro posto.
Perché ognuno deve stare al suo posto: sia in famiglia col marito a fianco della moglie, che nella società dove ognuno deve stare al suo posto.

E qual è il posto del commissario Luigi Ricciardi? A fianco di Enrica, la ragazza che scruta ogni sera dalla sua finestra o Livia, la ex cantante lirica, conosciuta durante le indagini sull'omicidio del tenore Vezzi?

I link alla recensione del libro e al sito di Bonelli editore

31 luglio 2018

Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi, di Maurizio De Giovanni



Incipit  
Il bambino morto stava all’impiedi, fermo sull’incrocio tra Santa Teresa e il Museo. Guardava i due ragazzi che, seduti a terra, facevano il giro d’Italia con le biglie. Li guardava e ripeteva: “Scendo? Posso scendere? ”L'uomo senza cappello sapeva della presenza del bambino morto ancora prima di vederlo: sapeva che il lato sinistro, il primo che i suoi occhi avrebbero incontrato, era intatto; mentre a destra, il cranio era stato cancellato dall'impatto, la spalla era rientrata nella cassa toracica sfondandola, il bacino era ruotato attorno alla colonna vertebrale spezzata. E sapeva anche che al terzo piano del palazzo d'angolo che gettava in quel prima mattino di mercoledì una fascia d'ombra fredda sulla strada, un balconcino era serrato; sulla bassa ringhiera restava appeso un drappo nero.

L'uomo senza cappello è il commissario Luigi Alfredo Ricciardi

..commissario di pubblica sicurezza presso la squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Aveva trentun anni, quanti erano gli anni del secolo. Nove dell'era fascista”.

Preso dallo sconforto per la prossima fine della serie del commissario Ricciardi, ho voluto rileggermi “Il senso del dolore”, il primo romanzo dove compare l'enigmatico commissario di polizia, dove tutto è cominciato, con le prime quattro stagioni di Ricciardi. In questa, ci troviamo in una coda fredda dell'inverno, in pieno marzo, dove il vento ancora freddo spazza le vie della città.
Una città dove, per decreto del presidente del Consiglio, Benito Mussolini, non avvengono crimini e nemmeno vengono raccontati fatti di cronaca sui giornali.
A meno che non si tratti di fatti che non è proprio possibile tenere sotto traccia: come l'omicidio del tenore Arnaldo Vezzi, il tenore preferito del Duce, un'artista eccelso come voce e come capacità di entrare nei panni dei personaggi delle opere, quanto egoista e narciso nella vita reale.

Del caso se ne occupa proprio quel commissario Ricciardi, un poliziotto con cui nessuno vuole lavorare, per quel carattere chiuso, mai una risata, mai visto in occasioni mondane.
L'uomo che vede i morti, le persone uccise in modo tragico, nei loro ultimi istanti di vita: il Fatto, così si chiama questo dono. Che in realtà è una dannazione.

"Luigi Alfredo si abituò a pensare alla cosa che gli era successa proprio con quel nome: il Fatto. Da quando gli era capitato il Fatto, come aveva capito del Fatto. Il Fatto che aveva orientato l'esistenza. [..] E lui aveva compreso che non avrebbe mai più potuto parlarne con nessuno, che con questo marchio sull'anima ce l'aveva solo lui: una condanna una dannazione. Negli anni che seguirono, lui andò definendo i confini del Fatto. Vedeva i morti. Non tutti e non a lungo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo di tempo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultima emozione. Li vedeva come una fotografia [..] anzi come una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena. L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo atto prima della fine."

Costretto a convivere col suo dolore interno che non può raccontare a nessuno e che lo porta a respingere ogni contatto intimo, specie con le donne.
Costretto a sentire i lamenti, le imprecazioni, i sentimenti e il dolore delle persone, finché questo ultimo barlume di vita non si consuma.
Per le strade, agli angoli delle piazze.
O nel camerino del famoso tenore Arnaldo Vezzi, che al San Carlo doveva intepretare Canio, protagonista de I Pagliacci di Leoncavallo.

io sangue voglio, all'ira mi abbandono, in odio tutto l'amor mio finì ..”

Queste le ultime parole dell'immagine del tenore, un pagliaccio che ride, ma con una lacrima che scorre dall'occhio. Ucciso con una scheggia di vetro conficcata nel collo, il suo sangue per tutto il camerino, eccetto che sul cappotto e sulla sciarpa.
Prima stranezza.
E poi quella finestra aperta, seconda stranezza.

Chi è entrato in quel camerino per uccidere Vezzi? Ci sono alcune cose che non tornano.
Il tenore aveva saputo farsi odiare da tutte le maestranze, dai maestri e dai musicisti del San Carlo. Perfino il suo agente e il suo segretario non avevano con lui un buon rapporto.
Il delitto Vezzi, per le amicizie del morto, è un caso che interessa da vicino sia i vertici della Questura (il suo superiore, l'arrivista Garzo) che la politica a Roma.
Si pretende un'indagine veloce, ma dove cercare il movente?

"Che belli, ironizzò tra se Ricciardi, con un mezzo sorriso. Il piccolo re senza forze, il grande comandante senza debolezze. I due uomini che avevano deciso di cancellare il crimine per decreto. Ricordava sempre le parole del questore, un azzimato diplomatico che improntava la propria vita al compiacimento assoluto dei potenti.: non esistono suicidi, non esistono omicidi, non esistono rapine e ferimenti, a meno che non sia inevitabile o necessario. Nulla per la gente, soprattutto per la stampa: la città fascista è pulita e sana, non conosce brutture. L'immagine del regime è granitica, il cittadino non deve avere nulla da temere; noi siamo i custodi della sicurezza.Ma Ricciardi aveva capito, ben prima di studiarlo sui libri, che il delitto è la faccia oscura del sentimento: la stessa energia che muove l'umanità la devia, fa infezione e suppura esplodendo poi nell'efferatezza e nella violenza. Il Fatto gli aveva insegnato che la fame e l'amore sono all'origine di ogni infamia, in tutte le forme che possono assumere: orgoglio, potere, invidia, gelosia. Sempre e comunque la fame e l'amore. Li trovavi in ogni delitto, una volta semplificato all'estremo, eliminati gli orpelli dell'apparenza: la fame e il dolore, o entrambi, e il dolore che generano"

La fame e l'amore.
E, arrivato alla soluzione del caso, Ricciardi scoprirà la presenza di entrambi nelle ragioni del delitto.
E perché quel pagliaccio ride, cantando un'aria famosa (ma di Cavalleria rusticana), con una lacrima che scende dal trucco pesante..

In questo romanzo scopriamo tutto il mondo ricciardiano. Le donne, per esempio: la dolce Enrica che osserva dalla finestra della sua camera, mentre ricama la sera e che, seguendo i suoi movimenti, gli darà un intuizione importante per risolvere il caso.
La vedova del tenore, Livia, una donna bellissima e sfortunata, per il rapporto col marito andato in frantumi anni prima. E che proprio negli occhi di Ricciardi, quegli occhi verdi così pieni di dolore, troverà nuovamente la forza per vivere e per innamorarsi ancora.
E poi Maione, il fidato brigadiere, forse l'unica persona oltre al dottor Modo che può considerare come un amico.
Bambinella, il femminiello che è anche la voce dei quartieri popolari e che per questo è un confidente di Maione.

Infine c'è Napoli, che viene raccontata andando oltre l'immagine da cartolina anche nella descrizione dei suoi quartieri, dove separati da una via, trovi la ricchezza e la povertà:

... i quartieri dei ricchi e dei borghesi, della cultura e del diritto. A monte la Napoli dei quartieri popolari dove vigeva un altri sistema di leggi e norme, altrettanto o forse ancora più rigido.La città sazia e quella affamata, la città della festa e quella della disperazione. Quante vole Ricciardi era stato testimone del contraddittorio tra le due facce della stessa medaglia. Il confine: via Toledo, palazzi antichi, muti sulla strada ma già rumorosi sul retro, le finestre spalancate sui vincoli, i primi canti delle massaie.”


La scheda del libro sul sito dell'editore Fandango e sul sito di Einaudi (che ha ripubblicati tutti i primi romanzi di De Giovanni).
Ricciardi a fumetti, edito da Bonelli
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

13 giugno 2018

Il commissario Ricciardi in fumetto



Spinto dalla curiosità ho comprato il terzo volume del Magazine di Bonelli editore dedicato al commissario Ricciardi: cosa dire? Funziona anche in fumetto il commissario dagli occhi enigmatici, che vede i morti nel loro ultimo istante.
Sono quattro i racconti che trovate in questo numero:

  • Dieci centesimi
  • Partire e lasciare
  • Un mazzo di fiori
  • Febbre

Un mazzo di fiori

Febbre

Partire e lasciare

Alcuni li avete sicuramente già letti nella raccolta "Una domenica col commissario Ricciardi": com'è che Ricciardi è diventato un poliziotto; la passione del dottor Modo (che nel fumetto ricorda il grande De Sica) nel curare i bambini, le persone più indifese e deboli; un furto per amore che il brigadiere Maione non denuncerà e infine la morte di un veggente nei quartieri spagnoli e la febbre del gioco.

Buona lettura !!

15 luglio 2017

Rondini d'inverno – sipario per il commissario Ricciardi, di Maurizio de Giovanni


Prologo 
Una delle cose che il ragazzo ha imparato, in quei mesi che dal caldo hanno portato al vento, al freddo e di nuovo al tepore del sole, è sentire il clima.Non ne hanno parlato durante le lezioni. Eppure è un fatto, pensa mentre percorre a leggera salita verso la casa del vecchio, che da quando va lì la sua percezione delle cose è cambiata, e non solo nella sua professione. È stato un mutamento tanto sottile quanto inesorabile. Ora canta in maniera diversa, glielo dicono tutti...


Rondini d'inverno è La fine di un ciclo, quello delle canzoni (dopo quello delle stagioni, quello delle festività): si chiude con la storia di una rondine che, diversamente dalle altre, non tornò al suo nido.
Ma la storia della rondine è solo una delle tante, in questo romanzo, non l'ultimo della serie di Ricciardi, che qui trovano una fine e un nuovo inizio.
C'è un assassino che all'inizio del racconto confessa la sua colpa:
«Mi dispiace, brigadie'.Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi».

E poi spiega, al brigadiere Maione, perché quel colpo di pistola, proprio al commissario Ricciardi:

La colpa è dei sogni, brigadie'. Dell'esistenza finta che conduciamo nel segreto delle notti infinite. Dell'esistenza immaginaria che trasforma i momenti quotidiani in un peso insopportabile, e così fai quello che mai avresti pensato. Poi non ti resta che nascondere quanto è successo, sperando che nessuno arrivi a capirlo e che il sogno diventi realtà. È il sogno il vero colpevole, brigadie'.Poi, all'improvviso, leggi negli occhi di qualcuno quello che hai sempre temuto: la scintilla della comprensione.Dio, quanto mi dispiace.È il momento più terribile, sapete? Quando ti rendi conto da un gesto, da una parola, che c'è chi ha capito. E il sogno, che fino a un attimo prima scintillava solido e possibile, comincia a sfaldarsi, a dissolversi nel nulla.Da quell'istante pensi solo a proteggerlo.[..] Per questo ho premuto il grilletto, brigadie'. Mi dovevo difendere. Dovevo difendere quel sogno.

C'è il sogno e la realtà: e almeno la prima parte del racconto si muove in mezzo ai due mondi, poiché il delitto su cui Ricciardi e Maione, il fidato collaboratore, è avvenuto in teatro: siamo agli ultimi giorni del dicembre 1932, al teatro Splendor va in scena la rivista Ah l'amour!, con protagonisti il famoso cantante Michelangelo Gelmi, assieme alla bellissima moglie Fedora Marra.
Assieme nella vita e sul palcoscenico, a rappresentare la canzone Rondinella, una canzone struggente di amore e tradimento, di un innamorato che chiede all'amata di tornare al suo nido
E turna rundinella, 
turna a 'stu nido mo' ch'è primmavera 
I' lasso 'a porta aperta quanno è 'a sera 
speranno 'e te truvàvicino a me.

Ma ad un certo punto, nella rappresentazione scenografica, irrompe la realtà: l'innamorato dovrebbe sparare due colpi all'amata che lo ha lasciati. Dovrebbero essere a salve, ma non è così. Uno di questo è un vero colpo che uccide Fedora, colpita al petto che cade all'indietro sul palco nella sua interpretazione più realistica.

Ad indagare si un delitto che parrebbe di semplice soluzione è Ricciardi, digiuno di vita mondana e anche della notorietà della coppia.
Come in tutti i casi, non può sottrarsi al “fatto”: la visione degli ultimi istanti della vittima, la sua malattia, la sua condanna
Ricciardi rimase ad osservare ancora una manciata di istanti, poi si concentrò sul cadavere. Ci volle qualche secondo prima che la sua mente malata visualizzasse l'immagine della donna, il torace squassato dal colpo di pistola, la macchia di sangue che si allungava sulla veste. Rivolta verso l'altro lato della scena ripeteva: Amore della mia vita. Amore della mia vita. Amore della mia vita.
Dalla bocca e dal naso le colava incessante il sangue che andava ad unirsi a quello del petto.

Un caso semplice dunque: un delitto cui tutti sono stati inconsapevoli testimoni. L'altro attore in scena, i due musicisti, le ballerine e le altre persone che lavorano nel teatro. Gli spettatori.
Ma qualcosa non convince Ricciardi.
A cominciare dalla coppia di attori in scena. Il famoso Michelangelo Gelmi, una stella sulla via del tramonto.
E la bella Fedora, astro nascente.
Se l'assassino ha agito in preda all'impeto della rabbia, per un tradimento, perché ha agito così, aspettando quella canzone, davanti a tutti?
E perché ucciderla, poi, visto che a lei doveva tanto della sua fortuna? Lei che, ora che era famosa, avrebbe potuto abbandonarlo.

Non sono giorni facili, questi ultimi giorni dell'anno. Giorni in cui si è costretti ad essere felici. Perché finisce un anno e ne inizia un altro.
Ma i problemi e i pensieri sempre lì rimangono.
E in testa Ricciardi ha ancora quegli occhi che lo hanno guardato, sorridenti, una sera.
Dopo che Enrica aveva rifiutato la proposta di matrimonio del giovane ufficiale tedesco.
Sono qui. Ho rifiutato un futuro, una famiglia, dei figli.
Ho respinto un uomo bello, ricco, affascinante. L'ho fatto qui, in casa mia, davanti alla mia famiglia, perché tutti capissero quello che ho voluto dire.
 
Io voglio te. 
Questo si era sentito dire, con un sorriso dall'altra parte della strada. 
E un uomo come lui non sapeva sottrarsi alle responsabilità.

Quegli sguardi si sono incontrati così, una sera. E si sono avvicinati, si sono raccontati i perché del rifiuto, i perché una donna nubile aveva aspettato tanti mesi per quella persona che aveva riconosciuto come amore della sua vita.

Che fare? Confessare ad Enrica, la dolce Enrica, dei fantasmi che lo accompagnano da quanto era bambino, lungo le vie della vita?
Per fortuna che c'è quel caso, quel delitto, per poter pensare ad altro.
Al rapporto che c'era tra la coppia di attori, per esempio: un rapporto scenografico, finto, come inizia a comprendere dai racconti delle persone che lavoravano in teatro.
O dalla scoperta di un biglietto in una veste di Fedora nel suo camerino:
«Anche stanotte indosserò il tuo ricamo prima di addormentarmi» .. «nel mio cuore sarà l'ultima cosa che ascolterò».

È la prova di un tradimento?
C'è un incontro, in particolare, che Ricciardi fa in teatro che è un omaggio al grande Totò (che nel racconto è impersonato dal comico Zuzù)
- Commissa', noi attori siamo gente strana. Con gli anni, a forza di rappresentare esagerazioni, perché questo sono i sentimenti che mostriamo sul palcoscenico, finiamo per esagerare pure noi. E ci convinciamo che è tutto vero: le lacrime e le urla, le risate e i tradimenti. Forse il povero Michelangelo è rimasto vittima di un sogno, e ha dimenticato la differenza che ci sta tra la realtà e l'immaginazione. Pure Fedora era un'attrice, e anche lei faceva finta. Magari si è inventata un grande amore e ci ha creduto.[..] 
Ricciardi studiò a lungo quel volto asimmetrico e triste, quasi una metafora delle parole che l'uomo aveva appena pronunciato: comicità fuori, malinconia dentro.

Il comico Zuzù gli aveva detto che gli attori confondono la finzione con la realtà, e forse era vero. Ma il colpo di pistola che ha ucciso Fedora è tremendamente vero.
Se non è stato il marito, Michelangelo, chi altri aveva interesse ad ucciderla e ad incastrare il cantante?

Ma, come dicevo, in questo romanzo, tante storie accompagnano il filone principale del racconto: negli interludi c'è spazio per il racconto del giovane suonatore di mandolino che prende lezioni dal vecchio cantante e chitarrista.
Che cerca di non insegnargli solo la tecnica dello strumento, ma anche la storia dietro ogni canzone. Gli racconta del sogno delle rondini: testarde e ottuse, ogni anno sognano di dover tornare al loro nido.
.. nel sogno però non possiamo fare niente. Non possiamo allungare la mano per difenderci e neanche afferrare ciò che vogliamo. Stiamo solo sognando e la mano non si muove. E avvertiamo la frustrazione, il senso d'inettitudine. Stiamo là, intrappolati, protagonisti di quello che accade e spettatori impotenti, gli unici che non possono agire.Come mosso da una volontà propria, lo strumento torna di scatto in posizione...

C'è la confessione dell'assassino, che va avanti:
Il sogno e la nebbia, caro brigadiere, lavorano in modo diverso. I sogni ti avvelenano, la nebbia ti convince.
Perciò ho pensato di poterla scampare, di farla franca, quando ci siamo svegliati in quella nebbia.
 
Ho creduto che fosse scesa apposta a nascondere il mio sogno, a salvarlo.Mi è sembrato di buon auspicio, la nebbia.Ma com'è andata a finire lo sapete. La nebbia non è bastata, e ho dovuto difendermi.

Il sogno, la funzione e la realtà: due mondi distanti e così vicini, separati solo da un sipario:
Poi dice: il sipario. Tutti noi sottovalutiamo troppo il sipario, eppure quella cortina significa che lo spettacolo è terminato.Si scosta per le chiamate in scena, per gli applausi, ma lo spettacolo è finito.Però non ne parliamo, ci concentriamo sul palco, sui movimenti o sul repertorio sulle entrate e sulle uscite di scena, sulle posizioni che dobbiamo occupare.

Oltre allo Splendor e al delitto sul palcoscenico, c'è poi un'indagine personale portata avanti da Modo (il dottore dal cuore così grande da poter amare una persona sola) assieme a Maione, per scoprire chi ha picchiato fin quasi ad ammazzarla Lina, una prostituta frequentata dal dottore.

Livia, la bella cantante lirica, vedova del tenore Lezzi, ancora innamorata di Ricciardi, che è stata arruolata da un enigmatico personaggio, Falco, per spiare l'ufficiale tedesco che aveva chiesto la mano ad Enrica.

La contessa Bianca di Roccaspina che abbiamo incontrato in “Anime di vetro”: assieme a Carlo Maria Fossati, duca di Marangolo, organizza un incontro per la notte di capodanno assieme a quel commissario dagli occhi verdi.

La custode di Ricciardi, Nelide la nipote di zì Rosa, alle prese con una cenone “cilentano” per il Capodanno che non verrà mai consumato..

Quante emozioni e tutte assieme, per questo capodanno così freddo, per quel vento tagliente, in cui tutte le storie troveranno una fine. E un nuovo inizio.
Che si alzi il sipario!

Gli altri libri della serie col commissario Ricciardi:


La scheda del libro sul sito di Einaudi, il pdf del primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon