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01 luglio 2023

Italia Libia 1980 - Italia Russia 2023

Sarà perché l'ho appena finito di rileggere il libro di Purgatori, Lucca e Miggiano su Ustica, e dunque è un periodo che ho fresco nella mia testa, ma penso che se dobbiamo proprio fare un parallelo storico col passato con quanto sta succedendo oggi in Italia, allora si dovrebbe pensare al periodo attorno al 1980.

La tensione internazionale, la corsa al riarmo, l'equilibrio del terrore sull'uso dell'arma nucleare (di cui aveva parlato Berlinguer in una intervista al corriere del luglio 1980). 

«Io non sono d'accordo con chi dice che la guerra non sarebbe una guerra nucleare, che sarebbe una guerra convenzionale. Le guerre si fanno per vincerle e per vincerle si usano le armi di cui si dispone. Le armi di cui si dispone sono armi nucleari e [..]insomma bisogna ridurlo questo equilibrio del terrore»  
Enrico Berlinguer intervista al Corriere della Sera luglio 1980

C'è poi tutto il capitolo dell'eterna ambiguità dalla politica estera italiana, sulla carta nell'area atlantica di fatto con ottimi rapporti commerciali e militari col colonnello Gheddafi nel 1980. Negli anni del nuovo millennio i rapporti ambigui sono stati quelli con Putin, grande amico del più volte presidente del consiglio Berlusconi, ma in buoni rapporto con tutti i successivi presidenti.

Giusto per citare un episodio, Putin è stato ben accolto da Renzi all'Expo del 2015 (dove chiese la fine delle sanzioni contro la Russia): il suo governo acconsentì alla vendita di blindati Lince, nonostante l'embargo dopo la guerra in Crimea del 2014.

Quel periodo di tensione a cavallo tra gli anni 80 culminò poi con l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno, il 27 agosto del 1980: l'areo civile si trovò nel mezzo di una battaglia tra aerei della Nato e aerei libici. Colpito per un errore di un caccia (al momento non sappiamo di quale nazionalità, possiamo solo fare ipotesi) che pensava di colpire un altro aereo militare  nascosto sotto l'ombra del DC9.

Presumibilmente, secondo la ricostruzione degli esperti (e secondo il giudice Priore, autore della sentenza di rinvio a giudizio che ha portato al processo di diversi ufficiali dell'aeronautica), si trattava di caccia americani Phantom che dall'Inghilterra stava arrivando in Egitto, per proteggere l'alleato Sadat contro "il pazzo di Tripoli", all'interno dell'operazione Proud phantom.

Su quella battaglia, per la solita ragione di Stato, per l'essere stati l'anello debole della Nato (per i rapporti ambigui con Tripoli, a cui avevamo venduto armi e forse anche spifferato il trasferimento dei Phantom dall'Inghilterra), i vari governi italiani non hanno potuto rivendicare giustizia per quelle 81 vittime.

E ora, cosa vogliamo fare? Continuare con la corsa agli armamenti, con questo crescendo di tensione?

29 dicembre 2021

Prima gli italiani (sì, ma quali?) di Francesco Filippi

Gli italiani non esistono

Chi è italiano?

- "Chi abita in Italia!"

In Italia il primo gennaio 2020 risiedono egalmente cinque milioni e quatteocentomila persone che hanno cittadinanza estera, l'8,9% della popolazione.

- "E' italiano chi ha la cittadinanza italiana!"

Oltre cinque milioni e quattrocentomila possessori di cittadinanza italiana vivono stabilmente fuori dai confini del paese.

- "E' italiano chi parla italiano!"

L'italiano è la lingua ufficiale in Svizzera, dove oltre seicentomila persone di madrelingua italiana sono cittadini svizzeri, è la lingua ufficiale pure in Croazia, Slovenia, a città del Vaticano e a San Marino.

[..]

- "E' italiano chi ha origini italiane!"

Secondo le ultime statistiche i discendenti di italiani sparsi nel mondo, i cosiddetti "oriundi", sono tra i sessanta e gli ottanta milioni. Più di chi risiede in Italia.

- "E' italiano chi nasce sul suolo italiano!"

Questa definizione, che peraltro sembra tra le più lineari e semplici da applicarsi, al momento (2021) non è prevista nell'ordinamento giuridico italiano. Essere nato in Italia non basta per essere italiano, secondo la nostra legge, la legge italiana.

Caspita, quanto è difficile definire chi siano gli italiani, quelli a cui dare per primi certi diritti, quelli a cui garantire il welfare pubblico!

Chi sono gli italiani? Sono le persone che vivono all'interno dei confini geografici tracciati dalle Alpi e dal mar Mediterraneo, modificati più volte dall'unità d'Italia nel lontano 1861, l'ultima alla fine della seconda guerra mondiale?

Per definire chi siano gli italiani non vale nemmeno il concetto della cittadinanza italiana perché, come si è visto con la vicenda del calciatore Suarez, stavamo per dare la cittadinanza a persone che nemmeno parlano la nostra lingua.

Nemmeno il concetto di avere nonni o genitori che si potrebbero definire italiani va bene: molti di questi sono oggi cittadini stranieri che dovremmo includere tra i “veri” italiani..

Cosa vuol dire essere italiani, si chiede e ci chiede lo storico Francesco Filippi in questo interessante (e molto attuale) saggio: è una questione di cultura, sociologica, di colore della pelle?

Sono molte le domande che dovrebbero sorgere quando si pone il tema dell'identità nazionale, quella che i nostri sovranisti difendono strenuamente.

Il tema delle identità nazionali, scrive l'autore, nasce tra fine settecento e l'ottocento, un concetto vecchio di secoli, che poco di concilia con questo mondo iper connesso e globalizzato.

Il caso italiano, della sua identità nazionale, non spicca per originalità ed è, rispetto ad altri paesi europei, è anche relativamente recente, avendo la nostra nazione meno di due secoli di vita.

Ed è da due secoli che si combatte per costruire questa identità, all'interno di un territorio che comprende popolazioni che questa identità non la conoscevano o non la sentivano propria, non accettandola proprio.

Dal sito di Micromega:

Termini come “origine”, “territorio” o definizioni legali come “cittadinanza” appaiono solo tentativi, peraltro molto approssimati, di inquadrare un insieme reale assai più vasto e complesso.

Si tratta, secondo la definizione del sociologo Benedict Anderson, di una “comunità immaginata”, vale a dire di un insieme di persone che, pur non conoscendosi e non essendosi mai incontrato, sente di appartenere, tutto, a un gruppo definito che le distingue da altre persone.

Eppure, per quanto fittizio, frammentato e disomogeneo possa essere il racconto che tiene unito questo insieme di persone, esso è tutt’altro che irrilevante: perché nel corso del tempo, rimanendo solo al caso italiano, è riuscito a convincerle che lo hanno fatto proprio per prendere scelte economiche controproducenti, imbarcarsi in avventure dannose per i più, combattere, uccidere e infine morire. È il racconto di una madrepatria in pericolo che ha prodotto le centinaia di migliaia di morti nelle trincee della prima guerra mondiale; è la volontà di dare gambe al racconto della rinascita del Paese ad aver prodotto un miracolo economico sostenuto da salari bassissimi e scarsa sindacalizzazione negli anni Cinquanta e Sessanta; è il racconto della necessità per un “grande Paese” di avere una propria compagnia aerea di bandiera ad aver permesso di buttare miliardi di euro per tenere aperto un vettore senza prospettive economiche. Questo racconto viene definito “pubblico” non solo perché indirizzato a tutto l’insieme degli individui che compongono la possibile comunità, ma perché costruito, approvato e propagato da chi questa comunità la governa, dandone la visione ufficiale.

Nel corso dei vari capitoli Francesco Filippi racconta dello sforzo fatto dalle élite molto combattive riescono a creare una lingua comune (parlata da una minoranza), delle istituzioni (imposte dall'altro che mal si conciliano con i territori locali), sistemi di valore che vengono imposti all'interno dei confini che questo paese si è dato.

Per raccogliere i pezzi di questa identità quanto indietro si deve andare - si chiede l'autore? All'Italia di Roma antica e alla sua gloria, oppure all'Italia di Dante da cui abbiamo preso la lingua che sarebbe diventata l'italiano?

O alle repubbliche marinare che, libri di storia alla mano, erano proiettate verso il Mediterraneo e in guerra tra loro.

Chi siamo noi italiani? Gli eredi dei greci, dei romani, delle città stato rinascimentali?

La realtà è che la definizione di Italiani risale ad una popolazione che viveva dalle parti di Catanzaro, gli italioti. E i romani avevano un concetto di cittadinanza molto più esteso del nostro, usato per unire le varie popolazioni conquistate dando loro una legge comune da rispettare in cambio dei diritti dell'essere cittadino romano.

Che cosa unisce quell'insieme di città, territori, geograficamente situato tra le Alpi e i confini dei mari che ha trovato una unione dopo le guerre di indipendenza nel Risorgimento? Molto poco, di fatto: non la lingua, non una visione comune (che la maggior parte degli italiani di allora non aveva), non una visione politica (che non era di certo la stessa dei Savoia).

L'autore racconta gli sforzi fatti, sin dall'unità d'Italia, per costruirla questa definizione di italiani, sfruttando in modo retorico l'epopea risorgimentale e nascondendo tutti gli attriti nati con l'unione: la leva obbligatoria, la piemontesizzazione del paese, la calata da nord di prefetti e forze militari per combattere il fenomeno del brigantaggio.

Problemi che ancora dovevano essere risolti quando, i nostri governanti, decisero che il destino del regno sabaudo, la nuova Italia, dovessero realizzarsi andando a conquistarsi lo spazio al sole in Africa, impegnando in questa guerra coloniale risorse che avrebbero potuto essere meglio usate per uniformare il paese, combattere l'analfabetismo, la miseria delle zone rurali del paese.

Serviva una narrazione, uno storytelling avremmo detto oggi, per uniformare il paese, un ideale per cui valeva la pena morire: ecco allora la mitizzazione del Risorgimento, la creazione dei nemici esterni, l'Austria prima e la Francia, colpevoli di voler rendere succube l'Italia che invece doveva liberarsi delle sue catene per essere libera.

Ecco allora il libro Cuore, uscito nel 1886, diventato subito testo di lettura nelle scuole:

il libro di De Amicis parla parla di una società cittadina ad un'Italia ancora fortemente rurale; parla dei valori borghesi a un'Italia contadina; racconta del valore della cultura e dello studio a un'Italia ancora in maggioranza analfabeta. Cuore raccoglie storie di un'Italia totalmente maschile: le pochissime figure femminili sono personaggi di contorno..

Lo scoppio della prima guerra mondiale da, alle èlite e alla macchina della propaganda un altro strumento per dare agli italiani una visione e un ideale comune: la guerra per conquistare i territori irridenti, le zone del sud Tirolo e di Trieste, escluse dagli accordi della terza guerra di indipendenza e che ora reclamavano come parte del nostro territorio, parte della patria comune. Patria, confini sacri, iniziano a circolare queste parole (che sentiamo ancora ai giorni nostri) e che fanno pensare più ad un gergo religioso che non ad una questione di geopolitica.

Poco importa, per la propaganda che gli austriaci fossero nostri alleati, traditi per allearci a Francia e Inghilterra per sole questioni politiche, poco importa che fossimo noi gli aggressori nei confronti dell'Austria.
La prima guerra mondiale, coi suoi milioni di morti negli insensati attacchi alle trincee nemiche, con le decimazioni nei confronti di chi si rifiutava di andare all'attacco, col fango e il terrore delle bombe, per la prima volta fa scoprire a molti italiani il volto della patria.
Una nazione impreparata, provinciale, con tante ambizioni da grande potenza, ma che ha mandato alla morte i propri figli per un bottino ben misero. Che ha represso con la forza chi scioperava per condizioni migliori, accusato di antipatriottismo.

Ancora oggi si sente parlare della prima guerra mondiale come prosecuzione delle guerre risorgimentali, ma non fu così se consideriamo i lutti e i sacrifici enormi fatti e le promesse fatte al paese.

Il prezzo di questa guerra sarà anche il favorire la ricerca di nuovi modelli, l'italiano nuovo che risolve i problemi con la forza, spazzando via gli scioperanti e i governanti inetti.

Peccato che questo italiano nuovo vesta di nero, come la camicia dei fascisti, e che porterà l'Italia dentro il buio ventennio della dittatura.

La fine del fascismo mette temporaneamente da parte termini come patria o confini da difendere: l'identificazione ora avviene per l'appartenenza ai due partiti di massa e all'appartenenza alle due aree del blocco, il blocco occidentale e quello comunista.

L'arrivo del boom servirà a costruire una nuova immagine degli italiani desiderosi di comprare quegli elettrodomestici pubblicizzati nella televisione, comprarsi la macchina, secondo il copione della società dei consumi.

Nascondendo però tutto il resto: l'emigrazione di massa dal sud al nord, lo sfruttamento di questa massa di lavoratori con salari bassi, accusati di insidiare le donne, di non volersi adattare ai costumi del nord civilizzato, di rubare il lavoro perché accettavano salari bassi.

Tutte accuse che torneranno quando ad essere incolpati di questo saranno gli immigrati che arrivano da noi dal sud del mondo.

Rimaniamo comunque un paese pieno di fratture, su cui pesano gli anni della strategia della tensione fino al culmine del rapimento Moro che spazzerà via del tutto la possibilità di una conciliazione almeno politica tra i due grandi partiti di massa. Saranno i mondiali vinti nell'82 in Spagna a ridare un minimo di unità al paese, col ritorno del tricolore sventolato per strada e l'orgoglio di appartenere ad una nazione vincente.

Ma sarà un fuoco di paglia: gli anni ottanta terminano con i grandi stravolgimenti del secolo passato, la fine della prima repubblica, le stragi mafiose della mafia e il ricatto allo Stato, i trattati europei che cedono parte della sovranità nazionale a strutture superiori.

E poi l'arriva delle ondate migratorie, gli albanesi prima, i nordafricani poi, strumentalizzati da parte della politica per un personale tornaconto.

Altro che italiani popolo accogliente, avendo avuto un passato di emigrazione alle spalle: a partire da fine anni novanta si torna a parlare di confini da difendere anzi, di nuovi confini da tirar su, come la Padania, la strana macro regione del nord che secondo i sogni della Lega di Bossi avrebbe dovuto separarsi dall'Italia di Roma ladrona.

Chi sono gli italiani dei primi anni del duemila? Sono persone scottate dalla crisi, con una forte paura del futuro, precario e con poche speranze di veder migliorare la propria vita. Sono persone a cui i partiti (di destra, ma anche a sinistra) hanno indicato gli immigrati come nemico da cui difendersi.

Ancora una volta, i sacri confini, le donne da difendere, la patria.

Non sorprende a questo punto vedere Giorgia Meloni inginocchiarsi di fronte al monumento del Milite Ignoto a Roma, uno dei milioni di soldati uccisi magari nel corso di quegli attacchi scriteriati decisi dai nostri Stati Maggiori.

Siamo un paese dove la memoria è stata svuotata, dove si sono persi tanti riferimenti comuni, che avevamo almeno un tempo, tra cui l'antifascismo come base della nostra democrazia.

Si dice “prima gli italiani”, “padroni a casa nostra” intendendo il paese come un bene di proprio possesso, perdendo di vista il concetto di beni comuni, perdendo di vista la stessa democrazia.

Si comanda su ciò che si possiede, si ha il diritto di decidere per sé e per gli altri in un determinato ambito, quello di ciò che si sente proprio. In questo contesto si perde di vista anche il senso democratico del bene comune, perché “è mio e ne faccio quello che voglio, giusto o sbagliato che sia.” Un principio di proprietà da difendere anche praticando violenza contro chi pensa di insidiarlo.

Una visione sicuramente minoritaria, quella dei nuovi-vecchi sovranisti che ha dentro componenti xenofobe che intossica il discorso politico ogni giorno.

La difesa della famiglia tradizionale (che secondo i dati Istat del 2018 è solo il 33% delle famiglie italiane), del presepe, del rosario, delle immagini sacre nei luoghi pubblici. Del prima gli italiani, prima noi: senza spiegare cosa siano questi italiani di cui si parla.

La scheda del libro sul sito di Editori Laterza e qui il video di presentazione dell'autore.
Su Micromega è stato pubblicato un estratto del primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

30 dicembre 2020

Perché siamo ancora fascisti - la narrazione falsa dei totalitarismi

Italia 2020, a 75 anni dalla fine del regime fascista, a 72 anni dall'emanazione della carta costituzionale che sancisce come questa Repubblica democratica si fondi sull'antifascismo.

Ancora oggi ci si chiede come mai l'antifascismo non sia una valore riconosciuto da tutti quanti in questo paese.

Anzi, a quanti ogni volta tirino fuori il tema dell'antifascismo si sente rispondere con "e allora le foibe?", "e allora Stalin?".

Come siamo arrivati a questo?



Il saggio di Francesco Filippi (già autore di "Mussolini ha fatto anche cose buone", dove si smontano i miti della propaganda fascista che ancora vive e lotta assieme a noi) prova spiegarlo:

La visione storica del comunismo viene anche in Italia ridefinita non solo dall'evidenza del crollo dei regimi dell'est Europa, ma anche da un fiorire di saggistica e letteratura che analizza e ridefinisce, per lo più negativamente, il comunismo nel suo complesso: testi come "Il libro nero del comunismo", in cui come premessa ad una critica dei regimi liberticidi si presentano in successione raccolte quantitative di crimini ed efferatezze. 

Con operazioni simili il giudizio sui fatti storici viene fatto passare solo attraverso il computo delle vittime, aspetto primario ma non unico nella complessità dell'indagine storiografica, e si insinua l'idea che il "male assoluto" rappresentato dal nazismo sia paragonabile e in qualche modo riducibile di fronte alla brutalità Sovietica. 

Nel confronto tra le due forme estreme di totalitarismo, il fascismo italiano quasi scompare: anche perché oggettivamente il numero di vittime prodotte dal fascismo è minore rispetto a quello del nazismo e stalinismo, se non altro perché la popolazione italiana negli anni trenta è meno della metà di quella del terzo Reich e meno di un quarto di quella dell'URSS. 

In più andando escludere dalla memoria e dalla responsabilità pubblica, come è stato fatto per oltre 50 anni, le violenze e crimini italiani commessi fuori dai confini -colonie campagne militari-, si ha una situazione imparagonabilmente favorevole per il fascismo italiano così dipinto. 

Gli antifascisti uccisi prima e durante la presa del potere di Mussolini, le migliaia di italiani sottoposti alla violenza del regime in patria o in esilio, i tanti assassinati prima e dopo il 1943, di fronte alle cifre milionarie delle purghe staliniane, della rivoluzione culturale cinese e dei lager nazisti appaiono di fatto meno rilevanti. Non a caso, all'interno del dibattito politico, alcuni politici possono strumentalmente minimizzare le violenze fasciste. 

Anzi si rafforza l'idea sempre sottese nella società italiana, che in fondo il fascismo non sia stato molto più che un regime autoritario.

Ma perché siamo ancora fascisti di Francesco Filippi (Bollati Boringhieri)

10 giugno 2020

10 giugno


Il 10 giugno 1940 il governo Mussolini dichiarava guerra a Francia e Germania in un discorso al balcone di Palazzo Venezia di fronte ad una folla oceanica, “la dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori ..”

Guerra che avrebbe smascherato per sempre e in modo tragico, la bugia del fascismo di fronte agli italiani: i milioni di baionette, l'impreparazione dell'esercito e dei suoi generali (alcuni pure criminali di guerra, come Roatta e Graziani), il cinismo di Mussolini che sacrificava migliaia di italiani per la sua gloria al tavolo della pace.

Il fascismo è stato questo, una grande bugia, una grande opera di propaganda per ingannare il paese, puntando sui disvalori di noi italiani: il maschilismo, il plauso dell'uomo forte, le pubbliche virtù (la sparizione di omicidi e reati sui giornali) e i privati vizi (le ruberie dei gerarchi e dei signorotti del regime).
E anche delitti politici, come la morte dell'onorevole Giacomo Matteotti, ucciso il 19 giugno 1924 da dei sicari fascisti, a Roma (dopo un discorso duro contro i brogli alle elezioni, mentre stava raccogliendo prove per denunciare la mazzetta nera in cui erano coinvolte casa Savoia e i vertici del regime).

Piccola premessa storica necessaria, per parlare dell'Italia di oggi, scampata alla pandemia (con migliaia di lutti, problemi personali delle persone costrette a casa, imprese in crisi, tanti dubbi sul futuro) e che ora deve decidere come spendere e investire i miliardi dall'Europa.
Anche per un discorso personale Conte, il generale senza esercito, ha inventato questa formula degli “stati generali”, incontri con personalità politiche e imprenditoriali per capire dove mettere i soldi.

Sarà purtroppo l'ennesimo occasione persa, specie se leggiamo la proposta Colao presentata al governo: tante promesse (gli asili), tante proposte che questa Confindustria gradirà (i contratti a termine da prorogare, le concessioni, gli sgravi e i soldi a pioggia).

E che ne sarà degli infermieri, dei medici, della sanità sul territorio, di ambiente, della scuola, della ricerca?
Report lunedì scorso ha raccontato, in modo impietoso, quella parte di paese che non vorremmo vedere più. Appalti senza gara a parenti (del presidente lombardo) poi trasformati in donazioni, ma dopo un mese, quando Report iniziava a fare delle domande, “perché sono lombardo”.
Test sierologici affidati a privati, che poi possono usare i nostri dati senza informare troppo l'utente ignaro.
Tamponi che non sono fatti, nemmeno nelle zone più colpite dalla pandemia.
E persone lasciate a casa, qui in Lombardia, in una sorta di quarantena volontaria, proprio per quei tamponi che non ci sono.

Tutti a prendere in giro l'attuale ministro dell'istruzione che però paga di tanti errori del passato: scuole non a norma e con aule stipate di studenti.
Insegnanti che mancano, anche quelli di sostegno, costringendo lo Stato a ricorrere a precari, rinnovati di anno in anno.

Dovrebbe essere il Parlamento a decidere, a proporre, di concerto col governo, come cambiare il paese, come usare i miliardi in arrivo nei prossimi mesi. Non manager prestati dal privato (e che speriamo verranno lì restituiti).

Mentre scopriamo che le ndrine arrivanoal nord, fino a Bolzano, noi siamo ancora qui a discutere di ponti sullo stretto, di spirito anti lombardo, di recovery plan e recovery fund.
Si imputa al governo l'assenza di una visione, quando una visione industriale (energetica, sui trasporti, sull'istruzione, sulla sanità) non l'ha nessuno.
Vogliamo ancora una sanità regionale in mano ai fedelissimi dei governatori, dove si lascia il privato decidere quali servizi offrire e quali no?
Vogliamo ancora una scuola pubblica non sempre eccellente, non in tutte le regioni uguale?
Vogliamo ancora un mondo del lavoro col problema dei mille contratti, delle morti bianche, che non copre tutte le categorie di lavoratori (si pensi ai rider)?

Peccato, avremo perso un'occasione. Torneremo in peggio, al prima.

03 luglio 2019

Lo spopolamento del paese

La notizia dello spopolamento del paese non dovrebbe sorprendere nessuno: siamo un paese di vecchi, dove l'ascensore sociale è bloccato come bloccata la meritocrazia.
Vuoi fare figli? Ormai è roba da ricchi.
Se non nasci nella parte giusta del paese (il nord), nella famiglia giusta, nel momento giusto, scordati la possibilità di studiare, di avere un lavoro ben remunerato, una famiglia e dei figli.

Non è un problema creato da quelli che governano oggi, che pensano si possa risolvere tutto dando la terra a chi fa figli.
Quelli di prima risolvevano tutto col bonus bebè.

Invece servirebbe una migliore mobilità sociale (anche se non sei figlio di Foa o Arata puoi lavorare nel ministero, o se non sei il capo dei vigili di Firenze), salari più alti e poi tutti quei servizi pubblici che oggi sono carenti: dagli asili per tutti, alla sanità, ai trasporti.

Dire prima gli italiani quando poi per comprare una casa deve garantire qualcuno per te, è solo uno spot.
Inutile.

Si facciano forza i sovranisti, anche loro nei tempi lunghi saranno estinti.

02 giugno 2014

Per un 2 giugno di tutto il paese

Il 2 giugno 1946 gli italiani tornarono al voto, per esprimersi tramite referendum su monarchia o repubblica: un voto che fu esteso anche alle donne, per la prima volta.
L'affluenza fu quasi del 90%, una percentuale che se paragonata con quelle delle elezioni di oggi, fa riflettere.
Perché, a prescindere dalla vittoria della repubblica, quel voto in massa esprimeva la voglia degli italiani di partecipare, di dire la loro, forse per la prima volta, sulla questione pubblica.
Forse per la prima volta, ogni italiano contava qualcosa. Non solo se era ricco, se era maschio, se aveva un certo livello di istruzione.


Da quel voto, bisogna ripartire, se veramente si vuole cambiare questa repubblica che oggi appassiona sempre meno. Una repubblica, e le sue istituzioni, percepite come troppo lontane, come vessatorie (per le tasse, per gli adempimenti), come espressione di lobby e centri di potere che sono altro rispetto al parlamento.
Cosa fa il paese per me, ci si chiede? Per creare posti di lavoro, per far funzionare scuole e ospedali. Per far funzionare la macchina della giustizia e le macchine delle forze dell'ordine.
Non si può più rispondere in modo kennediano, ma tu cosa hai fatto per il tuo paese.
Per troppo tempo, paese e istituzioni marciavano separati.


Torniamo a quella voglia di esserci del 1946. Dopo le macerie della guerra, con lo spirito di cambiare e voltare pagina.
Gli italiani non andarono a votare per poi vedere gli appalti di Expo assegnati in deroga alle leggi. Le auto blu finite agli amici (come l'ex onorevole Papa) per essere invece negate a chi ne aveva bisogno (il prof. Biagi). Non bastano i moniti, le promesse, per ricucire quel rapporto coi territori e quelle fasce di popolazione, che si sentono altro dall'Italia.
Dalla Val di Susa, a Taranto, alla terra dei fuochi. E ci metto anche il nordest che all'improvviso si riscopre povero.

È forse l'ultima occasione per tenere insieme questo paese.

13 settembre 2012

I segreti d'Italia di Corrado Augias

I segreti d'Italia di cui parla Augias in questo bel libro, non sono le solite storie che di stragi senza colpevoli e di cadaveri eccellenti di cui la nostra storia recente è putroppo costellato.
No: Augias racconta di quell'Italia misteriosa, perché poco conosciuta. Storie del nostro passato e personaggi famosi e meno famosi che ne hanno fatto parte; monumenti, tombe, affreschi, teatri. Ma anche libri, opere teatrali, film, poesie.
Esiste un'Italia che forse non conosciamo a sufficienza (la tomba di Tasso dove leopardi si commosse, il convento dei cappuccini con le mummie a Palermo, la cappella Scrovegni con gli affreschi di Giotto) ma che è ricca testimone del nostro passato, della nostra storia. Che hanno sì che noi italiani oggi siamo gli italiani che siamo.

E' questa la domanda che l'autore si fa ad inizio lettura: come siamo arrivato ad essere il paese che siamo, oggi?
Per rispondere a questa domanda, Augias ha ripercorso parte dell'Italia andando a fare una indagine storica, antropologica, sociale.


Per arrivare ad una risposta, Augias parte da due punti di vista: come sono visti gli italiani dall'estero, e come noi italiani ci vediamo dal di dentro. E dunque, come mai gli stranieri ci giudicano in modo così contraddittorio?
Da una parte l'Italia come paese della bellezza, patria dell'ingegno, dell'arte, della buona cucina e del bel paessaggio.
Dall'altra il giudizio su noi italiani, non sempre del tutto veritiero. Un popolo di furbi, indolenti, pigri, traditori, oziosi. Capaci di grandi slanci temporanei per un tumulto, una piccola sommossa, ma incapaci di portare avanti una vera rivoluzione (o un vero processo di cambiamento).
Come diceva il giornalista Enzo Biagi, il leader dell'ultima rivoluzione (?) fatta in questo paese, ha raggiunto i presunti insorti con comodo in treno, la mattina seguente.
Era Benito Mussolino nell'ottobre 1922.

La patria del diritto romano, ma anche il paese dove spesso ha governato la tirannide, che ha calpestato diritti e principi di libertà.
Racconta Augias che "Se si passa alla storia, la verità è forse peggiore: per fare crollare le tirannidi e far sorgere la libertà, in Italia c'è stato spesso bisogno di un aiuto straniero; nel paese delle massime libertà spicciole, praticate da molti fino all'arbitrio e all'abuso, le grandi libertà civili, quelle che garantiscono agli individui l'esercizio dei diritti, sono state per lunghissimi periodi, compresi i nostri giorni, trascurate e offese."
pagina 265


Augias, nel capitolo dedicato a Venezia, cita l'episodio del Ghetto, dove la Serenissima aveva rinchiuso tutta la popolazione ebraica. Una vergogna cui solo l'invasione napoleonica aveva messo fine. Invasione che però racconta anche dell'inettitudine dei governanti di Venezia:
"Samuele Romanin nella sua Storia documentata di Venezia: «Tempi di estremo avvilimento sotto l'aspetto illusorio di indipendenza [..]; tempi in cui tutto volevai innovare e i reggitori della cosa pubblica, illusori o ingannatori, gareggiavano nelle vaste declamazioni, facevano del governo un teatrale spettacolo». "
pagina 259


Era il 1797, e Venezia abdicava all'arrivo dell'esercito francese (che poi avrebbe chiuso il Ghetto e messo fine alla vergogna).

L'altra domanda, di riflesso della prima: come si vedono gli italiani da dentro? Qui l'autore da una sua spiegazione parlando dei due libri che più di altri raccontano l'italiano.
Sono "Cuore" di Edmondo De Amicis (che avrebbe dovuto forgiare gli italiani dopo aver fatto l'Italia insegnando l'etica e il senso dello Stato) e "Il piacere" di Gabriele D'Annunzio, che parla invece della ricerca del piacere, di passioni e tradimenti.
Due libri antitetici.

Dunque il nostro carattere, il nostro essere così italiani, si spiega solo grazie alla nostra storia, al nostro passato. Una storia di dominazioni e invasioni straniere, di governi imposti con la forza o quasi incapaci di creare consenso con la popolazione. Da questo nasce l'ostilità verso le leggi e lo stato. E poi c'è anche il nostro rapporto con la religione (un qualcosa nato per regolare le passioni, dice l'autore, come per gli dei dell'Olimpo nell'antica Grecia), fatto di ostentazione della religiosità esterna, di culto del sacro, delle reliquie. Piuttosto che di rispetto di valori e principi.

La scheda del libro:

"Leopardi l'ha percorsa a disagio, sballottato in una carrozza, Shelley ci ha lasciato la vita, Garibaldi la salute: è l'Italia, da tempo immemorabile vituperata e ammirata, un Paese che pensiamo di conoscere ma che nasconde in ogni città, in ogni suo angolo un segreto. Compreso il più sconcertante: come mai le cose sono andate come sono andate? Come ha potuto diventare, questa penisola allungata di sbieco nel Mediterraneo tra mondi diversi, allo stesso tempo la patria dei geni e dei lazzaroni, la culla della bellezza e il pozzo del degrado? Questo libro tenta una spiegazione in forma di racconto, accompagnandoci dalle cupe atmosfere della Palermo di Cagliostro all'elegante corte di Maria Luigia a Parma, dalla nascita del ghetto di Venezia alla eroica fiammata dell'insurrezione napoletana contro i nazisti. Nel suo racconto dell'antropologia italiana, Augias mette a confronto due libri antitetici come "Cuore" di De Amicis e "Il piacere" di D'Annunzio, ricorda le truci storie di briganti che affascinarono Stendhal, celebra la resurrezione postbellica di Milano attraverso le glorie della Scala e del Piccolo Teatro, ma constata anche la decadenza di una classe dirigente... Il risultato è il romanzo di una nazione, i cui protagonisti sono i luoghi, le opere, i monumenti, gli angoli oscuri del nostro Paese, le pagine della sua letteratura ma anche le storie esemplari terribili nascoste nelle pieghe della cronaca. Perché è la memoria della storia, dell'arte e del sangue - che fa degli italiani quello che sono."
Dunque, il segreto per capire chi siamo, per sperare di correggere le parti peggiori del nostro essere (il rapporto con le istituzioni, l'estrema flessibilità coi principi etici) e andare a scoprire la nostra storia. Svelare i segreti dell'Italia da scoprire:
"Di tutti i segreti d'Italia questo è il meglio custodito e il più importante, un segreto che racchiude quasi tutti gli altri: come mai la storia della Penisola abbia avuto così poco a che fare con la storia della libertà.
Molti, me compreso, si sono posti più volte la domanda. Nessuno ha la risposta definitiva ma tra le ipotesi possibili quella che a me sembra avere maggior peso – torno a ripeterlo – è nelle celebri parole di Benedetto Croce rispondendo a chi gli chiedeva che cosa sia il  carattere di un popolo.
Il carattere di un popolo, disse il filosofo, è la sua storia, tutta la sua storia. Se Croce ha ragione, lì dobbiamo cercare questo segreto, per imparare a riconoscerlo, e, chissà, in un domani, a correggerlo. Parole non nuove, più volte ripetute, tra gli altri da Ugo Foscolo che nell'orazione inaugurale all'Università di Pavia (22 gennaio 1809) conosciuta con il titolo Dell'origine e dell'ufficio della letteratura, ammoniva: «O Italiani, io vi esorto alle storie, perché niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare». Si può sperare che prima o poi l'esortazione venga accolta. "

Il link per ordinare il libro su ibs.
La scheda del libro sul sito di Rizzoli.
Technorati:

13 novembre 2011

Le riforme a costo zero di Tito Boeri, Pietro Garibaldi (1 parte)

I due economisti de Lavoce.info fanno la loro proposta per rilanciare la crescita del paese: 10 riforme a costo zero per le casse dello stato. Dalla formazione alle pensioni, al mondo del lavoro, le professioni, il sostegno all'occupazione femminile (cose che ci chiede, tra l'altro l'Europa).
Non tutte queste riforme sono a costo zero per alcune fasce di italiani: molte vanno proprio ad intaccare quelle posizioni di rendita che rendono l'Italia un paese poco liberale e aperto alla concorrenza.
Perchè la politica non prova a prenderle in considerazione una per una e a metterle in agenda?
Dire che non ci sono soldi per fare le riforme e che l'importante è tenere la bara dritta e aspettare la fine della crisi finanziaria (quello che ha fatto Tremonti e questo governo ormai al termine) è sbagliato: la crisi non è finita e ha spazzato via migliaia di posti di lavoro, le multinazionali hanno chiuso le fabbriche (la Whirlpool, Sanofi Aventis, la Yamaha, ma anche Fiat ), le famiglie hanno visti intaccati i propri risparmi magari per aiutare i figli in cerca di un posto di lavoro (o con un lavoro saltuario ma insufficiente a dare indipendenza). L'assenza di una programmazione economica della classe dirigente (i politici, ma anche i manager delle imprese, i banchieri, gli amministratori .. spesso indistinguibili gli uni dagli altri) ha portato il paese in questa drammatica situazione, dove le strade diventano teatro di drammatiche proteste di cassaintegrati, di studenti. Di citadini persone.

Non è vero che l'unica strada sono i tagli alle pensioni, al welfare, agli stipendi, i licenziamenti facili e i contratti precari.
Esistono altre strade, vediamo quali:
le 10 proposte di Tito Boeri e Pietro Garibaldi (molte con l'aiuto dei lettori del sito Lavoce.info).
  • Il governo dell'immigrazione. 
  • La transizione tra scuola e lavoro.
  • La contrattazione salariale e l'introduzione del salario minimo.
  • La macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici.
  • La riforma del lavoro autonomo e degli ordini professionali
  • Incoraggiare il lavoro di più persone nella stessa famiglia
  •  L'intersezione fra mercato del lavoro e mercati finanziari.
  • La selezione della classe politica.
  • La costruzione di una costituency, un partito a favore delle riforme.
Il governo dell'immigrazione.
"È opportuno ripensare radicalmente le nostre politiche dell'immigrazione, che devono essere differenziate per livello di istruzione." pagina 20- 21
Rendere più semplice l'arrivo in Italia di immigrati con un buon profilo di istruzione: facilitare la ricerca del lavoro, il poter girare per l'area Shengen (per esempio per i ricercatori con un dottorato), l'ottenimento di un permesso senza troppe trafile burocratiche.
Gli immigrati con un livello di istruzione più alto sono quelli più disposti degli altri ad integrarsi nel paese, ad accettare la mobilità per la ricerca di un posto di lavoro.
In cambio di un cauzione all'ingresso nel nostro paese (soldi che oggi vengono dati agli scafisti e alle organizzazioni criminali che trafficano in esseri umani), otterrebbero un permesso temporaneo nel paese. Cauzione che verrebbe restituita se dovessero andare via e che verrebbe confiscata nel caso commettessero reati.
Significa andare oltre la Bossi Fini (che non aiuta la ricerca del lavoro per chi arriva da fuori): dovremmo garantire loro meno “bureaucrazy”, l'accesso ai concorsi pubblici. Anziché spendere milioni per pattugliare le coste (a volte inutilmente) dovremmo investire nei controlli sui posti del lavoro, per contrastare sia il lavoro nero, che l'immigrazione clandestina.

La transizione tra scuola e lavoro.
"Una riforma a costo zero per le casse dello Stato è quella di introdurre la formazione tecnica universitaria sul modello delle scuole di specializzazione tedesche." pagina 37-38
Boeri e Garibaldi prevedono la creazione di scuole di apprendistato universitario per i giovani che, finite le scuole, non sono alla ricerca del posto del lavoro né studiano. O perchè scoraggiati, o perchè non riescono a trovarne uno.
Sullo stile delle
fachhochschuletedesche, il triennio di corsi, organizzato dagli atenei italiani in contatto con le imprese della zona, garantirebbe a questi giovani una formazione aggiuntiva, un primo ingresso nel mondo del lavoro (senza obbligo di assunzione per le imprese, ovviamente), perchè verrebbero assunto con contratto di apprendistato (e questo si lega all'altra proposta di Boeri, il Contratto unico di inserimento).
Si riuscirebbe a colmare due lacune: la scarsa formazione nel mondo del lavoro (le imprese italiane investono poco) e le troppe università italiane che non hanno sufficiente massa critica per fare ricerca.


La contrattazione salariale e l'introduzione del salario minimo.

Seguire la strada dell'accordo del 28 giugno 2011
tra tutti i sindacati e Confindustria: favorire il decentramento degli accordi locali tra imprese e sindacati aziendali, anche sul tema dei salari minimi aziendali, che diventerebbero salari federali.
Garantire l'esigibilità dei contratti da parte delle imprese, che devono essere garantite prima dei loro investimenti.
Ma il punto di vista di Boeri è l'opposto di quello del ministro Sacconi: la politica non deve derogare a terze parti sugli aspetti fondamentali (come fa Sacconi su licenziamenti e incentivi e salari), ma bensì tracciare delle linee comuni che devono essere garantite.
Lo stato dovrebbe fare una legge nazionale, dopo che si è fatto questo importante accordo, sulla rappresentanza sindacale, sul salario minimo garantito (per non portare ad una involuzione verso il basso nei contratti locali), sui licenziamenti e sulla previdenza.
Altro che articolo 8, che si presta a troppe interpretazioni: il ministro dovrebbe prendersi le sue responsabilità.

La macchina dello Stato e gli incentivi dei dipendenti pubblici.
Andare oltre la riforma Brunetta (che, dicono gli autori, ha almeno avuto il coraggio di riformarla la pubblica amministrazione): legare gli incentivi alle performance e agli obiettivi degli uffici.
Ma a valutarli devono essere i dirigenti, non enti terzi che (almeno sulla carta) dovrebbero essere esterni alla amministrazione (dunque altra burocrazia).
I dirigenti, come anche gli amministratori e i politici non devono essere deresponsabilizzati nel proprio lavoro, semplici burocrati che eseguono solo ordini.
Così come è stata pensata, la riforma ha un taglio centralista (dal governo del federalismo!), impone a priori il 100% del premio ad un quarto del personale, ad un altro quarto non venga dato nulla e il restante 50% la metà. Invece si devono impostare gli incentivi e i premi in modo piramidale (non i singoli lavoratori), dove i responsabili degli uffici sono gli unici a poter valutare le persone.
Gli obiettivi da raggiungere devono essere noti e trasparenti, e misurabili. Premi che poi devono essere legati alle carriere per impedire promozioni generalizzate.

Il sito degli autori, Lavoce.info
La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop
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17 marzo 2011

150 volte Italia

Perchè amare questo paese, il nostro paese? Per il suo passato alla spalle, che dovremmo ricordare ogni giorno. Per la nostra cultura, arte, scienza, ingegno.
Perchè nel nostro paese sono passati tanti eserciti, di diversi paesi che, oltre la dominazione, ci hanno portato la loro civiltà, idee, culture. Gli arabi, i normanni, i franceci, gli spagnoli. Solo i russi non ci hanno fatto il piacere.
Mi piace il paesaggio del nostro paese:dalle montagne al mare. Passando per le città d'arte. I nostri tesori, da conservare per i posteri e perchè patrimonio del mondo.

Tanti mi piace l'Italia, quanto poco mi piacciono gli italiani come massa uniforme (e a volte indecifrabile) di persone: capaci di grandi slanci di generosità, quando la situazione è drammatica, tanto incapaci, a volte, di gestire il quotidiano, il normale.
Tanto ingrati verso la sorte che li ha fatti nascere in questa parte del mondo. Ingrati, anche perchè spesso a prevalere in noi non è il senso unitario, il vivere nello stesso paese e di doverne condividere il destino comune. Spesso prevale il campanile, il clan, la famiglia, il partito.


Meritiamocelo, questo nostro paese. Nato dalla volontà popolare, non solo dai grandi giochi delle monarchie, delle diplomazie, degli eserciti: erano giovani ragazzi quelli che "noi credevamo" e che per l'Italia unita han combattuto.
Erano giovani i ragazzi saliti sui monti per combattere contro la dittatura nazifascista durante la Resistenza. Erano giovani i militari che a Cefalonia non deposero le armi di fronte ai tedeschi.
Oggi, forse non sono più così tanto giovani i ragazzi che salgono sui tetti delle fabbriche, che occupano le università, che protestano per i tagli, per difendere la cultura, l'insegnamento, la ricerca.

Come anche le persone che scendono in piazza contro le mafie, per difendere il loro territorio dalle discariche abusive che distruggono il futuro della loro terra.

Diceva Gaber "Io non mi sento italiano, ma per fortuna lo sono". Ricordiamocelo.


24 gennaio 2011

Il rispetto dei diritti umani in Italia

Italy

Racist and xenophobic violence and hostile political discourse remained a pressing problem. In January, 11 African seasonal migrant workers were seriously injured in drive-by shootings and mob attacks over a three day period in Rosarno, Calabria. At least 10 other migrants, 10 law enforcement officers, and 14 local residents required medical treatment. Over 1,000 migrants left the town following the violence, most of them evacuated by law enforcement personnel. Numerous countries expressed concern about racism and xenophobia in Italy during its Universal Periodic Review at February's UN Human Rights Council (HRC).

Roma and Sinti continued to suffer high levels of discrimination, poverty, and deplorable living conditions in both authorized and unauthorized camps. Eastern European Roma, primarily from Romania and living in informal settlements, faced forced evictions and financial inducements to return to their countries of origin. In October the Council of Europe European Committee of Social Rights published conclusions from June condemning Italy for discrimination against Roma in housing and access to justice, economic, and social assistance.

Italy continued to deport terrorism suspects to Tunisia, including Mohamed Mannai in May, despite the risk of ill-treatment, persistent interventions from the ECtHR, and condemnation by the Council of Europe. A June resolution from its Committee of Ministers reiterated Italy's obligation to comply with European Court decisions.

The European Committee for the Prevention of Torture said in an April report that Italy violated the prohibition on refoulement when it intercepted boat migrants attempting to reach Italy and returned them to Libya without screening for people needing international protection. Two Italian officials faced prosecution in a Sicily court for their role in the return of 75 people to Libya on an Italian Financial Police boat in August 2009.

Italy failed to offer asylum to approximately a dozen Eritreans it had pushed back to Libya in 2009, where alongside hundreds of other Eritreans they suffered ill-treatment, abusive detention, and threat of deportation to Eritrea.

In May a Genova appeals court convicted 25 out of 29 police officers for violence against demonstrators at the 2001 G8 summit, overturning acquittals by a lower court. The Interior Ministry said it would not suspend the officers. Appeals against the May decision are pending at this writing.


Dal report di Humans rights watch 2011, relativo all'Italia.

Nel nostro Paese spiccano i casi di Rosarno, dei profughi africani rimandati in Libia e degli sfratti forzati di rom. Un altro bel biglietto da visita, dopo il bunga bunga.

07 gennaio 2011

Se questo è il principio

Il consigliere comunale Ugo Cassone, PDL, alla presentazione di un libro a proposto di "abolire la festa del 25 aprile perché non rappresenta tutti gli italiani ma solo una parte di essi che dopo tale data hanno iniziato la persecuzione dei cosidetti 'vinti' attraverso le stragi perpetrate dai comunisti che si facevano giustizia da sé nei confronti delle parti a loro avverse". Il tutto per invocare poi una presunta pacificazione. Con i fascisti ovviamente.

Un ministro della Repubblica replica invece così, al monito di Napolitano di essere uniti nei festeggiamenti dell'Italia unita : "festeggeremo dopo il sì al federalismo"

Se questo è il principio dell'anno in cui si festeggeranno i 150 anni di Italia, c'è da essere pessimisti sul futuro del paese. Che vorremmo democratico, unito attorno sua Costituzione antifascista, unito anche con un federalismo che da alle regioni onori e oneri.

E se nel paese reale, la disoccupazione cresce (il tasso di disoccupazione reale arriva al 10%), specie nei giovani, nel palazzo si parla del Tremonti politico e del vitello grasso per Casini.

22 novembre 2010

Viva l'Italia


Ho molto apprezzato l'intervista di Aldo Cazzullo a Che tempo che fa, per presentare il suo libro.
Viva l'Italia: l'Italia dei partigiani rossi e neri.
Dei preti che lottarono contro i soprusi, come Don Giuseppe Morosini, Don Pietro Pappagallo, Don Ubaldo Marchioni.
Delle donne come Irma Bandiera o degli scugnizzi come Gennaro Capuozzo e Filippo Illuminato.
Intelletuali che andarono soldati al fronte, per una Italia libera e unita, come Gadda e Ungaretti.
Come i soldati della divisione Acqui a Cefalonia, giovani di 20 / 30 anni che tra l'onore e la vita scelsero l'onore.
Viva l'Italia.

Paese dai tanti eroi, spesso dimenticati e putroppo anche dai troppi salvatori della patria. Specie in questo momento di difficoltà.
Come il manager famoso che ieri, dall'alto delle sue 63 primavere chiedeva di fare "largo ai giovani". Ma non scenderà in politica, per continuare a predicare bene. Lo aspettiamo alla prova (su meritocrazia, ricerca, scuola, tassazione rendite). Bella la frecciata, però, al leghista Calderoli "quando dei grandi statisti parlano, meglio tacere .."

Come questo governo che sbandiera i dati della lotta alla mafia (arresti e confische), e poi si scopre (da un documento della Corte dei Conti), che il 50% dei beni requisiti rimangono alla mafia.
Come la cava D'Arrigo a Partinico, che praticamente è gestita a metà dallo stato e da una persona condannata per mafia.

13 ottobre 2010

Traditori, il farsi una nazione


Sto leggendo l'ultimo libro di Giancarlo De Cataldo, Traditori.
Un libro che è anche una sfida: sia per l'autore (che affronta un periodo storico poco studiato a poco approfondito, ma sufficientemente vicino per non poter essere epicizzato), sia per chi lo legge.

Perchè una cosa è sicura: pagina dopo pagina, cambia la visione che ci si è costruiti dei grandi eroi risorgimentali, di cosa siano statele guerre di Indipendenza del Risorgimento e i moti riviluzionari. Chi erano e cosa pensavano questi giovani, pazzi, idealisti che han lottato, tradito, ucciso e sono morti per una Italia libera e unita.
Da Milano alla Calabria. Dalla Sicilia (dove già era ben radicata la mafia), a Roma (dove il sogno della rivoluzione repubblicana si infranse contro l'esercito francese), fino a Londra (culla degli esuli mazziniani).

Cambia, leggendo le storie che si intrecciano nel libro (e i complotti, e le trame segrete), la concezione di terrorista e di chi attenta all'ordine costituito, e questo e un aspetto che andrà poi approfondito.
Chi sono i terroristi? E' un aspetto che si ripete spesso nella storia: per gli inglesi erano gli americani i ribelli. O gli israeliani, quando compivano attentati per rivendicare la terra di Israele.
Lo stesso valeva per gli italiani che intendevano creare una repubblica unita per un paese libero. Dagli austriaci, dai francesi, dai preti.

Il Mazzini che teorizza il regicidio e la sovversione delle monarchie è più terrorista di chi tollerava una società come quella ottocentesca?
Ovvero poveri da una parte (tra cui anche molti immigrati italiani sfruttati per la prostituzione, per l'accattonaggio .. ) e un'aristocrazia annoiata e piena di vizi, liberale con i propri simili, ma non incline ad allargare diritti ad altri (le donne, per esempio).
Una società dove era ancora tollerata la schiavitù, la pena di morte, il pregiudizio verso gli ebrei, le donne ...

Un mondo diverso, in cui covavano forti risentimenti dei giovani contri i vecchi: i giovani rivoluzionari che vedevano in Mazzini il maestro, le giovani donne, persino i giovani uomini della onorata società che scalpitavano contro i vecchi don.
In mezzo la rivoluzione che contrapponeva i liberali contro gli aristocratici. E i re, e i dignitari di corte, e le loro parrucche.

Al risorgimento sono state dedicate piazze e strade: noi oggi ne abbiamo una visione statica, eppure la storia del nostro '800 è una storia viva, piena di personaggi, passioni e ideali.
Nel romanzo "Traditori" si racconta appunto del farsi di una nazione: si parla di eroi annidati nei traditori e viceversa. Eroi, traditi e sconfitti dalla storia e anche dei traditori e spie, venduti per convenienza, opportunità, soldi. Vincitori e vinti.
Tra i grandissimi perdenti dell'unità ci sono stati i mazziniani: i combattenti dall'animo più puro, che furono anche una minoranza.

Oggi si è persa l'etica del Risorgimento, perchè questa è stata sommersa dalla retorica: sia quella del fascismo, sia quella dell'anti-unitarietà.
Nel fascismo la retorica mostrava gli eroi erano tutti splendidi senza zone d'ombra.
La seconda retorica è quella anti-unitaria dei borboni della Lega. Anche quella è sbagliata: il risorgimento fu un periodo di passioni e ideali giovanili.
I giovani appunti: Mazzini inizia a tramare per l'unità a 16 anni; portò il vestito nero per il lutto dell'occupazione della sua patria. Morì vestito di nero. Garibaldi era già condannato a morte a 22 anni.

Chi era Mazzini? Era, per i giovani, il maestro: un terrorisdta per le polizie di mezza Europa. Progettava anche grazie all'uso del regicidio l'abbattimento dell'ordine costituito.

La storia di ieri e l'Italia di oggi: il libro sembra tratto dalla cronaca di oggi. Dossieraggio, diffusione di notizie false per screditare l'avversario, il cospiratore a fianco dell'eroe che combatte per i suoi ideali.
Il bene e il male.

La nostra storia e la mafia.
Scena iniziale: l'affiliazione di Don Salvo alla mafia ("la società"). Nel patto fondativo dell'unità d'Italia c'è un rapporto tra i patrioti e i mafiosi. Un patto che ci trsaciniamo fino a doggi.
Nel 1860 il prefetto di Napoli concede l'amnistia ai camorristi che hanno contrastato Garibaldi. Ma poi questi camorristi vengono spazzati via, perchè non riescono a trovare un accordo con la classe dirigente.

La lingua comune.
Nel libro si sentono persone che parlano diversi dialetti: l'assenza di un linguaggio comune diventa un fattore di chiusura, perchè impedisce ad esempio, al sardo e al calabrese di capirsi.

L'ordine costituito.
All'unità nazionale si è arrivati grazie al fervore politico e rivoluzionario, portato avanti da questi ragazzi europei; irlandesi, italiani, polacchi, tedeschi. Quella gioventù che si ritrovava a vivere in un mondo dominato dai parrucconi.
Un mondo dominato da un ordine vecchio, di padri vecchi ma avvinghiati al potere e che dunque veniva percepito come insopportabile.

I 150 anni.
Serve l'anniversario dei 150 anni dall'unità per parlare dell'epica del Risrgimento, e anche delle questioni irrisolte dall'unità.
I temi sono ancora oggi attuali: questione meridionale, banditismo. Studiando il nostro Risrgimento si ha l'occasione di scoprire che esiste un'Italia migliore, anche se è stata a volte perdente.


Padri contro figli: un passo del libro in cui la figlia di un nobile inglese (discendente di una famiglia di corsari) viene criticata dal padre per il so impegno nelle scuole dove si insegna l'inglese ai bambini italiani
- Iniziative simili rischiano di minare alla base la nostra civiltà, Violet. E fanno soffrire la nostra economia.
Lady Violet avvampò.
- Non ti sembra di esagerare?
- Quei bambini che tu vuoi sottrarre al loro destino naturale ..
- Destino naturale? Quale destino naturale? Quello di essere venduti come schiavi da famiglie in miseria a un mercante di carne umana, sbattuti sulla strada a suonare il flauto e a far ballare un topo?
- Questa è solo l'apparenza del fenomeno. Ho parlato con persone più informate di tre e di me, sicuramente immuni alla propaganda del tuo Mazzini, e posso dirti che la maggior parte dei quei piccoli italiani trova impiego dignitoso nelle nostre fabbriche e nelle tintorie.
- Fabbriche, tintorie .. Ma ci sei mai stato in uno di quei posti, padre? Hai mai visto in che modo vengono trattati quei bambini? Senza luce nè acqua per lavarsi, con sorvegianti che li frustano, ammalati di tubercolosi, costretti a dormire in venti in tuguri infami. Non posso credere che tu ...
- Una nazione esige grandi sacrifici, a volte.
- No. Ti mi stati dicendo che una grande nazione esige schiavi. E' una cosa diversa.
- Non possiamo essere tutti dottori, Violet. Se fossimo tutti dottori, chi manderebbe avanti le fabbriche, chi coltiverebbe i campi, chi ..
- Lady Violet si sciolse dalla stretta del padre. Un gesto secco, indispettito, inusuale per lei. Il lord la fissò, uno sguardo di stupore e di orgoglio ferito.
- Violet ti proibisco di andare in quella scuola!
Lady Violet sentì di essere prossima a varcare una frontiera. Una linea di non ritorno. Non erano mancati i contrasti con il padre e con il suo mondo. Mai, però, in forma così esplicita. Che cosa sarebbe accaduto se avesse davvero oltrepassato quella linea?
Traditori - pagine 60-61

Ma si può fare un parallelo fra i metodi di Mazzini e il terrorismo dei tempi nostri?
«Mazzini non fu mai un terrorista. Era un tirannicida. Il terrorismo indiscriminato, volto a seminare paura, gli era profondamente estraneo. È sempre stato, al contrario, uno strumento del potere. Nell'attentato bombarolo di Orsini a Napoleone III, che non uccise il tiranno ma provocò otto morti e centoquaranta feriti, Mazzini non c'entra nulla. Si sospetta invece che c'entrasse molto il futuro presidente del consiglio Francesco Crispi e si sa che Cavour diede soldi a Orsini e al suo gruppo».

Il vero aspetto criminale nel Risorgimento è un altro ed è un filo rosso che ritorna in tutte le svolte della storia d'Italia, dallo sbarco dei Mille a quello degli americani, dalla svolta autoritaria di Crispi al fascismo, dalle bombe di Portella a quelle che segnano la fine della prima repubblica e l'inizio della seconda. È il ruolo della mafia.
«Le mafie. Qui ci sono tutte. 'Ndrangheta, mafia, camorra. Stanno sempre con chi vincerà e lo capiscono prima. È il patto fondante di ogni potere. Il Sud e la Sicilia in particolare sono il laboratorio del compromesso, ieri come oggi e, temo, domani».

Sullo sfondo, una disunità che viene da lontano, siamo l'unico paese d'Europa incapace di ridurre lo squilibrio all'interno. A parte Cecoslovacchia e Jugoslavia, che infatti non esistono più. Nord e Sud rimangono da noi due entità estranee, che non si capiscono.
«Ed è un'incomprensione che precipita nella ferocia delle repressioni disumane dei piemontesi dopo l'unità, nella barbarie dello sterminio con l'alibi della lotta al brigantaggio. Ma questo non significa che il Sud campasse meglio sotto i Borboni. Una certa retorica meridionalista è speculare al Roma ladrona della Lega».

Il link per ordinare il libro su ibs.

11 ottobre 2010

Presadiretta fratelliditalia


Ve lo immaginate un ministro della merkel che si alza e dice “sono porci i berlinesi”? No, non me lo immagino: anche perchè la Merkel stesse provvederebbe subito al suo siluramento. Se in Italia ciò non accade, e la presunta tregua tra Roma ladrona e Padania viene sancita da un maccherone al sugo (il patto della pajata), indica quanto sia traballante la nozione di patria in Italia.
Il viaggio sulle note di Mameli di Alessandro Sortino parte dalla parata del 2 giugno passato: poer un Berlusconi sorridente in tribuna, nessun ministro leghista. Tutti a Varese, come Maroni, ad ascoltare “la gatta”. Polemiche per la sua assenza, signor ministro? “Un polverone inutile, non ho mai partecipato alla parata”, risponde Maroni.
Ma quanto conoscono la seconda parte dell'inno di Mameli, quella dove dice
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Non la conoscono i passanti, non la conoscono i militari in parata, e figuriamoci se la conoscono i politici. Eppure quelle parole sono quanto mai attuali: infatti, in quel di Varese, è un altro inno quello che si ascolta: il Va pensiero della Lega. Alla domanda se far suonare o meno l'inno, l'eurodeputato italiano Matteo Salvini risponde “da un punto di vista legale .. ma il mio inno è o mia bela madunina ..”.
Ancora più esplicita la risposta alla domanda: “Da dove viene lei?” “Da Milano”.

La Lega sta portando avanti una battaglia a colpi di simboli: il suo obiettivo è quello di arrivare ad un federalismo secessionistico. A noi i soldi nostri e gli altri che si arrangino. Basta sentire uno dei comizi: “o l'Italia sta assieme col federalismo, oppure Lombardia e Padania dovranno andare avanti da soli”.
E pensare che proprio da Bergamo sono partiti 485 dei 1089 garibaldini; proprio qui a Bergamo si ritrova periodicamente la banda di garibaldini, in cui figura anche un discendente di quei mille. E proprio lui, però, che si ritrova in tasca una carta d'identità (tarocca) padana, con firma del ministro Calderoli.

Il sindaco di Caravaggio (paese pieno di simboli risorgimentali, ma dove oggi governa la Lega col 65% dei voti) è esplicito: “oggi non sarebbe più successo [la spedizione dei mille]: Garibaldi oggi non sarebbe più un eroe. Bossi è un eroe dal punto di vista politico, perchè ha cambiato la mentalità dei partiti italiani”.
Bossi l'eroe del federalismo? Quello dei fucili, dei porci, del ce-labbiamo-duro?
Il Garibaldi all'incontrario, riunisce i suoi fedeli a Pontida, ogni anno: al grido di secessione, secessione, un ministro di Roma, parla al suo popolo, che chiede “Padania Libera”. Libera da cosa? Dall'Italia, in nome della cui costituzione i ministri han giurato?
Per il momento, spiega Bossi ai giornalisti, la via al federalismo è pacifica, ma i fucili son sempre lì. E d'altronde con la depenalizzazione del reato di banda armata (ma solo se per fini politici), i fedelissimi della guardia padana possono stare tranquilli.
“Noi siamo anti-italiani” .. “padroni a casa nostra” .. Un signore distinto addirittura stravolgeva la storia: si sentiva più appartenente all'impero austroungarico, come tutti i friulani. E gli italiani che han combattuto gli austriaci? Le cinque giornate? Il Carso? Tutto dimenticato.

I giovani padani, poi si ritrovano davanti padre Lonardon, priore di Pontida, che da loro una bella lezione di storia: a partire dal giuramento di Pontida, quello dei comuni contro il Barbarossa. Obiettivo era tenersi i soldi e non darli all'imperatore. Alberto Da Giussano? Mica voleva l'unità d'Italia.
E il risorgimento, priore? Il Risorgimento è pieno di idealità, di valori astratti. Avete capito, commentava ironico Sortino: i bergamaschi con la camicia rossa erano solo idealisti. Mica come Bossi, vero eroe, emulo di Alberto, molto più concreto.
Torniamo al raduno, tra un “Roma ladrona la lega non perdona” (e Brancher? E Fiorani? E la cricca per le grandi opere? E la tangentopoli leghista?) e un “padania libera” si scopre che all'articolo 1 dello statuto padano c'è proprio scritto che l'obiettivo è il riconoscimento della nazione padana:
“ha per finalità il conseguimentodell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana.”
Lo sapranno a Roma o no? Oppure pensano che è solo folklore?

Il professor Crali è un altro sostenitore dell'indipendenza padana: “Roma è finita”. Se dovesse arrivare una nuova crisi dell'euro, ci potrebbero essere delle ripercussioni sulla divisione del paese. Il nord cercherà di rimanere agganciato all'euro tedesco: il richiamo giuridico all'unità andrà in secondo piano, rispetto all'elemento identitario.

Ad acuire le distanze nel paese, contribuisce pure la crisi, che colpisce anche le fabbriche del nord. A prescindere da quello che dicono e pensano nei comizi i leghisti.
Alla Maflow, l'azienda in bancarotta, è stata occupata dagli operai. Operai del sud, che si sono visti la partita assieme tifando Italia.
La preoccupazione è per l'acquirente polacco: anche loro dovranno mettersi a competere con l'operaio dell'est?
Qui c'è paura, per una nuova ondata di miseria, perchè questo è quello che potrebbe accadere senza lavoro. I lavoratori, diceva una delegata, dovrebbero riunirsi, anziché dividersi, se non vogliono subire i ricatti dei “padroni” come a Pomigliano.
Ma la concorrenza c'è anche tra regione e regione: la Mangiarotti sposterà tutto in Friuli. Dove ha maggiore convenienza.

Rosy Mauro, sindacalista della Lega, urlava durante un comizio contro lo spostamento di un'azienda della indesit dal bergamasco al sud. Grazie agli incentivi della Roma ladrona di cui anche la Lega fa parte. “dove sono i sindacati?” si chiedeva “ci siamo noi della lega a difenderli”. Ancora la devo vedere un'azienda salvata dalla Lega. Quando la Insse era in lotta, a Milano, c'erano solo le telecamere di Presadiretta. Ma gridare slogan ad un comizio non costa nulla. Perchè davanti ai cancello della Indesit ci sono i sindacalisti della Fiom.
Che devono confrontarsi con i leghisti in giacca col fazzoletto verde nel taschino.
Lo stesso governo che predica la libertà imprenditoriale, da incentivi, incoerentemente poi pretende di fare queste battaglie territoriali?
È un duro lavoro: alla fine i delegati Fiom devono quasi seguire le idee leghisti contro gli incentivi al sud.

La crisi e i tagli ai comuni spaccano il paese.
Alla protesta di questa estate a Roma, da parte dei sindaci, pochi erano quelli leghisti in piazza. E ci si buttava addosso accuse da una parte all'altra: “le quote latte sono pagate con i soldi del sud”, “che fine han fatto i contributi dati alle regioni del meridione”?.

Questo è indice di quanto è profonda la divisione nel paese, non c'è più l'idea di un destino comune. E anche il pallone da calcio è uno strumento per dividere.
Non solo la nazionale di calcio: c'è anche la nazionale di calcio padana, di Renzo Bossi.
Sortino ha seguito i campionati mondiali di calcio, delle nazioni non riconosciute.
Anche lui, alla domanda “da dove viene?” “Milano, padania”.

La nazionale padana ha prima battuto la squadra del regno delle 2 sicilie (i borboni), poi in finale la nazionale occitana. A seguire l'impresa, anche l'assessore della regione (dello stato italiano) Lombardia, Monica Rizzi, per cui questa partita andrebbe giocata ogni 2 giugno, per sancire la pace tra i popoli.
Ma quale pace? Di quali popoli parla? Con che soldi è scesa? Di che cosa si deve liberare la padania? Dall'Italia?

Lo stato nel sud.
Anche al sud, la crisi ha colpito duro. Sortino ha mostrato lo stato delle Asl campane, piene di debiti e di assunti: la sanità campana è la più grande azienda, altro che Pomigliano. Solo la Asl di Salerno costa 12000 assunti. E i soldi della regione sono bloccati dalle banche.
Dipendenti senza stipendio e anche fornitori senza stipendio. Le serrate dei farmacisti e le proteste dei dipendenti. Il sistema clientelare ha portato ad un surplus di medici e oggi, per i tagli che la giunta Caldoro dovrà mettere in atto (per i 9 miliardi di debiti), si rischia una guerra civile.
I fondi per le regioni del sud sono stati utilizzati per la cassa integrazione in deroga, soprattutto per gli operai del nord.

Arriveremo ad uno scontro secessionista tra il partito del sud e il partito della Lega?

La ricostruzione in Abruzzo.
Per finire, le telecamere di Presadiretta sono tornate in Abruzzo, per vedere a che punto sta la ricostruzione. E la situazione è che non ci sono i soldi e dunque nei 57 centri storici dei comuni colpiti dal sisma le cose sono così come le ha lasciate il terremoto. Gli albergatori (che hanno ospitato i senza tetto) stanno ancora aspettando i soldi e si avvicina un nuovo inverno.
Che fine farà l'Aquila?
Come chiudere, il pezzo? Viva l'Italia.

Ultim'ora: non solo il calcio non ci unisce, come non ci unisce (da qualche anno) nemmeno la politica e le morti di mafia (la manifestazione in ricordo di Borsellino delle agende rosse, separata da quella dei giovani di destra). Anche i lutti (e le relative celebrazioni): tre consiglierei leghisti di Belluno si oppongono all'esposizione del tricolore per il funerale dei 4 alpini morti.
«La bandiera italiana? - afferma il capogruppo del Carroccio in consiglio comunale Silvano Serafini - è nel cassetto, ben ripiegata. E lì resterà, finché non torneranno gli ideali originali, che sono stati "usurpati"». Serafini non accoglierà l’invito, «perché attende il federalismo». E poi ci sono motivazioni storiche.
«Garibaldi - continua Serafini - una volta sbarcato a Marsala, avrebbe fatto bene a prendersi una sbronza colossale con il vino liquoroso di quelle parti, per poi tornare indietro. E invece è andato avanti, tirandosi dietro dei mafiosi per attraversare lo stretto (di Messina) ».
Serafini è convinto che la Storia del Risorgimento sia stata scritta male, anche a danno del Sud: per questo i partigiani borbonici sono passati per una banda di briganti. Insomma, la bandiera è simbolo di sopraffazione e garanzia di iniquità.
Per il responsabile provinciale enti locali della Lega Nord di Belluno Jacopo Savasta, la ragione del n alla bandiera è invece di ordine fiscale. «Al funerale ci vado - spiega Savasta - anche se ci sono le bandiere. Ma di mio non la espongo, perché sono separatista. Massimo rispetto per i morti in guerra, per carità; sono fiero di essere italiano quando penso a questi eroi che combattono anche per noi; e rispetto i simboli e non sono fra quelli che brucerebbero il tricolore; ma sono entrato nella Lega perché c’è un’ingiustizia economica e fiscale di fondo, che colpisce il Nord e che pure quella bandiera in qualche modo rappresenta ».