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19 dicembre 2022

Anteprima inchieste di Report – l’altra pandemia, le auto a guida autonoma e chi guadagna col gas

La minaccia, subdola e purtroppo poco considerata, dei batteri antibiotico resistenti, chi ci sta guadagnando col gas (per la guerra in Ucraina) e infine un servizio sulle auto a guida autonoma (un tema che Report aveva già toccato nel passato.

I superbatteri e la pandemia silenziosa

Questa sera Report parlerà dei superbatteri resistenti agli antibiotici: si stima che ogni anno in Italia muoiano 15 mila persone, ma sono stime al ribasso. I giornalisti Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella racconteranno di quanto siano pericolosi e di quanto poco sia stato fatto per contrastarli, anche da parte delle multinazionali del farmaco.
Il servizio infatti racconterà della Bayer
abbia venduto il dipartimento di ricerca sugli antibiotici nel 2005 e anche altri giganti come Astra Zeneca e Novartis si sono tirati indietro dalla ricerca. Pfizer, nonostante gli incassi da capogiro sui vaccini non sta sviluppando nuovi antibiotici.
“Il cancro e l’antibiotico – resistenza sono ormai emergenze globali di simili proporzioni eppure ci sono solo 80 antibiotici in fase di sviluppo clinico, contro duemila prodotti antitumorali.” spiega a Report Marc Lemonnier, fondatore di Antabio.
Al laboratorio di microbiologia di Rimini arrivano i campioni dei pazienti ricoverati dell’Azienda Sanitaria Romagna, sono oltre 250mila piastrine analizzate in un anno.
Un medico del laboratorio mostra ai giornalisti un campione contenente una colonia di enterococco, che nel corso degli anni ha “imparato” a diventare resistente agli antibiotici.
Mentre nel mondo si parlava della pandemia del Covid, l’antibiotico-resistenza provoca 1,3 ml di morti l’anno nel mondo, nel silenzio generale, solo in Italia ne muoiono 11 mila l’anno. Ci stiamo avvicinando alla drammatica previsione di Jim O’Neill (ex capo economista di Goldman Sachs), 10 ml di morti entro il 2050, più del cancro: i dati sui batteri resistenti agli antibiotici confermano oggi questa tendenza, siamo di fronte ad uno tsunami, potremmo arrivare ad una situazione in cui le chemioterapie non avranno più effetto, perché il paziente avrà debellato il tumore ma morirà post chemioterapia o post trapianto per una infezione resistente agli antibiotici, spiega a Giulio Valesini la direttrice del reparto malattie infettive dell’azienda ospedaliera di Roma Evelina Tacconelli.
Le conclusioni di ACDC sull’Italia sono impietose: la situazione nel nostro paese rappresenta una grave minaccia alla salute pubblica del paese e il disastro è accettato da medici e funzionari del sistema sanitario italiano come se fosse inevitabile.
Erano previsti dei soldi del PN
CAR per contrastare questa minacci, ma nelle regioni non li hanno visti.
Così oggi O’Neill lancia un nuovo
appello: “basta politici, smettere di twittare, via da Facebook, fate qualcosa di concreto, il mio appello al governo italiano e a tutti i membri del G20 è che è arrivato il momento di trattare questo argomento con più serietà. Altrimenti da qui al 2050 quello che è successo con il covid vi sembrerà una festa in giardino.”



Come mai siamo fanalino di coda nella lotta all’antibiotico resistenza in Europa?
Report ha intervistato anche David Quammen, il divulgatore scientifico che aveva anticipato l’arrivo di una pandemia causata da coronavirus (autore del recente saggio “Senza repiro”): "Non sono stato sorpreso dall’arrivo del Covid 19” afferma a Report “e come me molti scienziati, ma dalla risposta inadeguata dei governi e della risposta della sanità pubblica, è stata sorprendentemente negativa e questo è ancora preoccupante perché questa non è l’ultima pandemia che avremo. Ci sarà un altro virus che arriverà e ci sfiderà in modo simile. Dobbiamo essere pronti ad affrontarlo.”
Che lezioni ci ha lasciato questa pandemia secondo lei? - ha chiesto Report.
“Dobbiamo essere preparati con reti di sorveglianza in tutto il mondo, con scienziati e addetti alla salute pubblica, veterinari e altri. Dobbiamo osservare i luoghi in cui gli esseri umani entrano in contatto con gli animali selvatici e talvolta con gli animali domestici come intermediari. Sono questi i punti pericolosi.”
Secondo lei, però, governi e politici hanno imparato? Hanno capito queste lezioni?
“Non abbastanza bene a quanto pare, in alcuni paesi e a livello internazionale si stanno compiendo sforzi per migliorare la nostra prontezza, per migliorare la nostra preparazione. Ma all’inizio del Covid19 in alcuni paesi avevamo una leadership terribile. Abbiamo quindi bisogno di una leadership migliore e di elettori più intelligenti e istruiti per ottenere questa leadership. Quindi i giornalisti hanno la responsabilità di migliorare la comprensione la comprensione del pubblico in generale, in modo da essere preparati con leader migliori quando sarà il momento. I batteri sono una seria minaccia per la salute, la gente ha iniziato a dimenticarsi dei batteri e a prenderli meno sul serio con lo sviluppo degli antibiotici a metà del XX secolo, con la penicillina e tutti questi antibiotici sintetici. Poiché abbiamo fatto un uso eccessivo degli antibiotici abbiamo permesso ai batteri che si sono evoluti molto rapidamente di acquisire una resistenza a molti dei nostri antibiotici. Un trucco di cui i batteri sono capaci è il trasferimento genico orizzontale, lo spostamento laterale di geni da una specie di batteri ad un’altra e questi batteri resistenti già oggi stanno uccidendo decine di migliaia di persone in tutto il mondo, ogni anno. Dobbiamo affrontare questo problema ”
Secondo lei i governi e i politici la stanno prendendo sul serio la questione dell’antibiotico-resistenza?
“Non credo che i governi siano abbastanza attenti a questo problema ora, sono distratti dal Covid19. Non se ne stanno occupando adeguatamente ma si rendono conto che devono farlo. L’antibiotico – resistenza si è ritirata
un po’ al di sotto dell’orizzonte delle preoccupazioni e non dovrebbe, dovrebbe rimanere in vista, come un problema che dobbiamo affrontare subito. La situazione con le grandi aziende farmaceutiche è difficile perché ovviamente sono in affari per fare profitti e sembrano essere più interessate a creare farmaci che la gente userà per tutta la vita. Farmaci come quelli che sto prendendo io per esempio, per controllare la pressione sanguigna. È necessario che il governo svolga un ruolo nella promozione dello sviluppo di questi farmaci lavorando in collaborazione con le case farmaceutiche che devono collaborare per produrre non solo i farmaci che consentono agli azionisti di ottenere un profitto sul loro investimento, ma anche farmaci che rispondano alle preoccupazioni della salute pubblica globale. ”
Sa che nel corso della nostra inchiesta abbiamo scoperto che, ad esempio, il governo italiano non ha investito molti soldi, anzi quasi nessuno, nel piano di contrasto all’antibiotico – resistenza? Ci sembra che ci sia una scarsa sensibilità verso il tema della prevenzione, sia virale che batterica.
“Si, c’è sicuramente una somiglianza, c’è un parallelo. Il problema è che la prevenzione è costosa e i leader politici la vedono come onerosa e dicono ‘ho intenzione di investire decine di miliardi di dollari nella prevenzione contro qualcosa che potrebbe accadere o non potrebbe accadere nei prossimi 3 o 4 anni durante il mio mandato? Beh, se lo faccio spendo molti soldi dei miei contribuenti e spendo molto del mio capitale politico per la mia popolarità. E forse non diventerà una situazione critica. Ma non ricordano, non si rendono conto che per quanto costosa possa essere la prevenzione, la reazione, la risposta è molto più costosa. Se la resistenza antimicrobica inizia a diffondersi in modo ancora più massiccio nei nostri ospedali, nei nostri sistemi sanitari pubblici con batteri particolari che sono terribilmente patogeni e resistenti a tutti i nostri antibiotici, allora avremo alti costi pubblici. ”

Ogni riferimento alla nostra classe politica, ai nostri governi, in riferimento al piano pandemico, al rafforzamento della sanità pubblica, delle strutture sul territorio non è casuale.
Questo governo, come il precedente, ha chiuso la pandemia per decreto legge, basta precauzioni, bisogna riaprire (perché come aveva fatto Draghi, è un rischio calcolato quello sul Covid).
Quando arriverà la prossima tempesta ricordatevi le parole di Quammen, che oggi possono suonare come l’ennesimo monito catastrofista.

Il servizio racconterà anche la vicenda dell’ex carabiniere Pasquale Letizia, ricoverato per Covid nell’ospedale di Camposampiero: viene “sovrainfettato” da sei- sette batteri, in un mese di ricovero, che lo portano alla morte. Morto per covid, sta scritto nel referto, e anche per shock settico: ma trovare le cause è complicato, nelle 400 e passa pagine lasciate al figlio dalla struttura ospedaliera. Nella pagine è presente anche un tampone negativo, dunque il covid era l’ultimo dei problemi, lo ha indebolito a tal punto che poi i batteri hanno fatto il resto.
Il dubbio, che nasce da questa storia, è che se abbiamo avuto numeri così alti per il covid è perché la pandemia si è incrociata con i superbatteri.
Elena Tacconelli, direttrice dell’ASL Roma racconta che è calata l’attenzione alla trasmissione delle infezioni ospedaliere, “perché il medico era bardato, ma i pazienti erano confinati anche in stanze con un piccolissimo spazio l’uno dall’altro”. Si sono rafforzati solo i protocolli per la trasmissione del virus per via aerea, “ma quelli che più ci preoccupano per l’antibiotico- resistenza sono quelli da contatto”.

È la tempesta perfetta – racconta il giornalista di Report – si sommano due pandemie, quella del covid e quella sommersa causata dai batteri antibiotico-resistenti per la quale l’Italia detiene il record di decessi in Europa, con 15 mila morti l’anno, secondo le stime ufficiali, ma sono sicuramente di più.
All’ospedale di Terni hanno messo a confronto i numeri dei batteri prima e dopo il Covid: prima della pandemia i numeri erano del 5-6% l’anno, col covid sono passati al 50%, perché – come ha spiegato un altro medico della struttura di Lipsia – i pazienti col covid stavano in ospedale più a lungo e la degenza si complica se nell’ospedale c’è un problema di resistenza agli antibiotici.
In Italia non si sono fatte autopsie sui morti per Covid, ora l’ha anche confermato l’Istituto Superiore della Sanità, che ha mandato a Report un rapporto che potrebbe riscrivere la storia della pandemia in Italia. Su un campione di 157 pazienti morti con Covid e batteri tra il 2020 e il 2021 ben l’88% aveva delle infezioni batteriche dopo il ricovero in ospedale, con punte del 95% di resistenza agli antibiotici. Erano infezioni incurabili.

La scheda del servizio: LA PANDEMIA SILENZIOSA di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella
collaborazione Norma Ferrara

I batteri. Organismi unicellulari procarioti. Sono ovunque, nell’aria che respiriamo, sul terreno dove camminiamo, nel nostro intestino. Ci sono più batteri nel corpo di un solo uomo che uomini sul pianeta terra. Grazie ai batteri abbiamo il pane lievitato, la birra e il vino. Per colpa dei batteri, quelli patogeni, ci ammaliamo con il tetano o la gastroenterite. Viviamo in una sorta di pace armata, ma da circa un secolo con il miglioramento dell’igiene clinica e la scoperta della penicillina, il primo degli antibiotici, sembrava che avessimo imparato a tenerli a bada. Ora l’equilibrio sta per interrompersi. La prescrizione inappropriata o l’uso eccessivo, le cattive condizioni igieniche dei nosocomi, il rilascio di contaminanti in ambiente: grazie ai nostri errori li abbiamo allenati a rafforzarsi. E oggi una nuova epidemia avanza silenziosa: nello stesso anno in cui il Covid muoveva i suoi primi passi, sono morte nel mondo oltre 1,3 milioni di persone per infezioni batteriche resistenti agli antibiotici. Le stime prevedono 10 milioni di decessi all'anno intorno al 2050. In Italia ogni anno sono registrati circa 15 mila morti, ma i numeri reali sono molto più alti. Perché siamo fanalino di coda nella lotta all’antibiotico resistenza in Europa? Report indagherà sul ruolo dei medici e delle aziende farmaceutiche. Inoltre, esiste un piano nazionale contro i superbatteri che per anni non è stato finanziato. E quando sono arrivati 40 milioni di euro per farlo partire, il Ministero della Salute a guida Speranza non è stato capace di spenderli. Report è in possesso di documenti interni che rivelano cosa è successo.

Il futuro nel mondo delle automobili

Che mondo sarebbe quello dove non siamo più noi umani a guidare le auto, ma sono loro che conoscendo la destinazione, decidono percorso in autonomia?
Michele Buono ritorna sul tema delle auto a guida autonoma, a cui aveva già dedicato diversi servizi nel passato: auto che ci portano al lavoro o all’università, individuano un parcheggio, eseguono la manovra e si arrestano. Una volta scesi, l’auto andrebbe a prelevare un altro passeggero per un’altra destinazione, perché sarebbe uno spreco tener l’auto ferma tutto il giorno.
Basterebbe avere un’applicazione per chiamare l’auto.
Non servirebbe più possedere un’auto, terminato il servizio queste andrebbero a parcheggiarsi in un deposito fuori città, in grandi silos. Auto elettriche potrebbero trasformare questi silos in enormi batterie di stoccaggio collegate alla rete elettrica, prendono e danno energia se la rete lo richiede per mantenerla in equilibrio. Invece di staccare la produzione delle energie rinnovabili nei momenti di eccesso, quell’energia si potrebbe immagazzinare nelle auto.
“Questa è la rivoluzione” spiega a Report il professor Savaresi, ordinario di Controlli automatici dei veicoli al Politecnico di Milano “completo cambio di modello dal possesso in automobile a un servizio pubblico.”
A regime di quanto si potrebbe tagliare il parco delle autovetture?
“40 ml oggi di automobili, 4 milioni in questo futuro con un modello completamente diverso di mobilità.”
Stiamo parlando di veicoli che hanno sensori che “vedono” a 360 gradi, che non si distraggono, non si ubriacano, che rispettano sempre il codice della strada – racconta Alberto Broggi AD di Vislab, la società nata dall’università che oggi è stata comprata dalla multinazionale americana Ambarella: un guidatore più attento di un guidatore umano.

La scheda del servizio: AUTO CHE SI GUIDANO DA SOLE di Michele Buono
Collaborazione Edoardo Garibaldi

Perché possedere un’auto se basta un’app per usarla. Per avere meno automobili in giro si deve rinunciare a possedere un'auto, ma non alla sua funzione e alla sua comodità. A Parma i ragazzi di Vislab, uno spin off dell'Università, già vent'anni fa avevano ideato un sistema di guida autonoma. Sono stati comprati da una multinazionale americana, la Ambarella, e nella fiera più importante del settore, il Ces di Las Vegas, hanno presentato un nuovo modello. Anche se la ricerca e le sperimentazioni rimangono in Emilia-Romagna, i brevetti non saranno più italiani. Peccato, perché i cervelli italiani daranno un contributo a rivoluzionare le città, rendere le strade più sicure, consumare meno e rispettare l'ambiente.

Chi ci sta guadagnando dal gas

Ci sono paese che stanno guadagnando tanto dal gas, altri che ci stanno rimettendo tanti soldi.
Tutto questo anche per la guerra in Ucraina, l’aggressione dell’esercito russo che ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio scorso, con quella che è stata chiamata ipocritamente “operazione speciale”, con la minaccia di conseguenze “che non avrete mai sperimentato” contro chiunque avesse cercato di interferire con l’esercito russo. Oltre ai confini di una guerra combattuta con missili, carri armati e bombe, il resto d’Europa viene colpito da una crisi energetica senza precedenti. L’Italia paga un prezzo salato: il 45% del gas che consumiamo viene dalla Russia, più di 30 miliardi di metri cubi l’anno. Gli approvvigionamenti cominciano a scarseggiare, l’industria rischia di fermarsi e chi non può pagare le bollette teme di restare al freddo e al buio.
“Prima della guerra noi avevamo una morosità media del 15%, al 20% massima” racconta a Report Francesco Burrelli – presidente nazionale dell’associazione amministratori di condominio “oggi con la % di morosità siamo intorno al 60-70%”.
Massimo Ricci è direttore della divisione energia di Arera, la multiutility che si occupa anche di energia, racconta degli affari fatti in Russia grazie a questa crisi: “se io sono un produttore in Russia produco gas a 15-20 euro di costo e l’ho venduto a 200,250 anche 300”.
Dell’importanza del tema energetico ne ha parlato anche il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa: “L’Europa si è fatta col carbone, il rischio è che dopo 70 anni si disfaccia col gas.”
Report è andata a Milano, perché anche nella capitale economica chi amministra i condomini con centinaia di famiglie è in trincea fin dalla scorsa estate: “la situazione a Milano è drammatica” racconta un’amministratrice al giornalista “e secondo me i condomini non hanno ancora la percezione di quello che sarà un lungo inverno. Io ho avuto gestioni 2020/21 in cui si spendevano 25mila euro di gas e mi hanno preventivato per la stagione 2022/23 112mila euro. Soltanto a me, alla fine del mese di agosto hanno chiuso un paio di contatori di acqua calda centralizzata .. un condominio da 70 famiglie, un altro condominio da 30 famiglie, bambini piccoli, persone anziane.”
Anche nel cuore di Milano, nel quadrilatero della moda ci sono situazioni di morosità: “è un problema che riguarda tutti, chi ha fatto un investimento, acquisiscono diversi immobili per poi metterli a reddito ..”
All’amministratrice arrivano messaggi di gente arrabbiata che nel 2022 ha dovuto spendere 500 euro in più di gas per il riscaldamento.

La scheda del servizio: LA GUERRA DEL GAS di Edoardo Garibaldi e Walter Molino
Collaborazione Goffredo De Pascale

Dallo scoppio della guerra in Ucraina il prezzo del gas ha cominciato a salire fino a sfiorare i 350 € a megawattora, cifre oltre quindici volte superiori alle medie anteguerra. Come risultato le bollette di luce e gas per imprese e famiglie sono schizzate alle stelle, aumentando così il rischio di subire una interruzione delle forniture per morosità e mettendo in crisi anche i rivenditori di luce e gas. Report ha parlato con Arera, l'autorità italiana per l'energia, che ha potuto visionare i contratti di importazione delle multinazionali finora considerati alla stregua di segreti industriali. Chi ci sta guadagnando?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 maggio 2022

Anteprima inchieste di Report – la strage delle bufale e il Tribunale dell’Aia

Report questa sera racconterà chi ha ostacolato il lavoro della Corte Penale internazionale in questi ultimi anni, degli abbattimenti indiscriminati dei capi di bufala in Campania per la brucellosi, infine un servizio sulla situazione nel Donbass, la regione dell’Ucraina al centro dello scontro con la Russia.

La strage delle bufale campane

Bernardo Iovene si era occupato lo scorso anno della strage delle bufale da allevamento in Campania a Caserta: sono stati abbattuti decine di migliaia di capi per il rischio della brucellosi, ma le analisi successivi hanno dimostrato che il 98% dei capi era sano. Un danno per gli allevatori del casertano ma anche una beffa, non sempre di fronte a questo rischio di malattia si è proceduto con abbattimento massivi. Che fine ha fatto la carne dei capi abbattuti? Chi ha lucrato su questi abbattimenti?



Questa malattia era stata quasi debellata con le vaccinazioni, ma poi nel 2014 si decise di interromperle e, come conseguenza, l’incidenza di questa malattia è cresciuta.

Oggi gli allevatori in crisi chiedono il ripristino della vaccinazione: a Bernardo Iovene raccontano delle centinaia di capi abbattuti, alcuni li hanno persi proprio tutti, “abbattimento totale” si chiama, “De Luca ci ha ingannato, ha firmato un piano per la chiusura delle aziende e noi oggi non solo ci troviamo a combattere la brucellosi e la tubercolosi ma anche i costi delle materie prime”.

Il servizio cercherà anche di capire quale sia la mozzarella di bufala migliore (è un duro mestiere quello di Iovene, tra pizze, caffè, nocciole e mozzarelle, ma qualcuno lo deve fare).

L’anno scorso sulla collina di Posillipo si è svolto il campionato nazionale della mozzarella di bufala: davanti le telecamere di Report gli assaggiatori hanno degustato i marchi arrivati alla finale, per arrivare alla regina delle bufale, la Vannullo, che non è né DOP né casertana: “è mozzata a mano” spiegano gli assaggiatori.

Iovene è andato a visitare l’azienda a Paestum, vicino i templi (andateli a vedere, almeno una volta nelle visita): l’azienda ha un solo punto vendita, per comprarla si deve per forza venire qui, assieme ai turisti. Le bufale riposano su un materasso, decidono loro quando farsi mungere (la famosa autogestione delle bufale)

La scheda del servizio: Bufale da macello di Bernardo Iovene

Collaborazione di Alessandra Borella, Greta Orsi

Immagini di Alfredo Farina

Grafiche di Federico Aiello

Le infezioni stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. Gli allevatori sono sul lastrico e chiedono nuovi metodi di analisi visto che il 98,5% delle bufale post mortem risulterebbe non malata. Brucellosi e Tubercolosi sono le infezioni che stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. La beffa è che la carne delle bufale dichiarate infette, lo stesso giorno della macellazione viene dichiarata idonea per il consumo ed entrano sul mercato della carne bovina gestita da un unico macello di proprietà di Cremonini, azienda leader in Europa. Report ricostruirà questa triste vicenda attraverso le voci degli allevatori sul territorio, le contraddizioni riscontrate da Consiglio di Stato e veterinari degli allevatori e le risposte dell’Asl di Caserta. L’8 marzo scorso, la regione Campania ha pubblicato il nuovo piano di eradicazione: per gli allevatori, che continuano a protestare contro una strage di animali che ritengono evitabile e inutile, sarebbe addirittura peggiorativo.

L’inferno di Mariupol

Nonostante gli sforzi del rappresentante delle Nazioni Unite, i tentativi di creare dei corridoi umanitari in Ucraina sono bloccati, i civili sono ancora bloccati a Mariupol, impossibilitati a scappare dalle macerie, dalle rovine dell’acciaieria Azovstal, dove sono rimasti i militari del battaglione Azov.


Quei pochi che riescono a fuggire arrivano a Donetsk, la capitale della repubblica popolare del Donbass che è l’unica via di fuga: dove le telecamere di Report hanno registrato il fiume di persone che, con poche valigie e borse al seguito, cercano rifugio nel centro di raccolta della protezione civile locale. Le persone hanno usato gli autobus forniti dalla repubblica di Donetsk per arrivare fin lì, ma i bus sono troppo pochi

La scheda del servizio: I sommersi e i salvati di Mariupol di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Giulia Sabella

Montaggio di Riccardo Zoffoli

La troupe di Report a Donetsk, nel Donbass russo.

É in questa area che stanno arrivando migliaia di profughi della guerra in Ucraina. E da lì hanno seguito le truppe occupanti a Mariupol, la città martire del conflitto, fino alla prima linea, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti dell'Azovstal, dove sono asserragliati gli ultimi uomini del battaglione nazionalista ucraino Azov.

La Corte di Giustizia internazionale 

Non c’è nessuna giustificazione sui crimini compiuti dall’esercito russo sulla popolazione civile ucraina: questi verranno giudicati dalla Corte Penale Internazionale nella città dell’Aia: ma questa corte, che dovrà indagare per individuare i responsabili dei crimini di guerra in Ucraini, funziona davvero? Report ha intervistato il presidente della Corte, Piotr Hofmanksi che alla trasmissione spiega che “non possiamo punire tutti i criminali del mondo, ma abbiamo il dovere di provarci. Bisogna avere fiducia, non si sa mai quello che può accadere nel futuro.”

Cuno Tarfusser, che è stato giudice presso la Corte, a Report ha aggiunto che la giustizia internazionale non possa andare oltre il mandato di cattura non eseguito.

Sui crimini di guerra e sul ruolo debole della Corte, Report ha intervistato Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia: “è un tribunale che è stato reso debole” racconta al giornalista “lasciamo che indaghi sulle guerre africane in cui si ammazzano tra di loro, c’è anche un elemento un po’ razzista in questa valutazione, come a dire ci sono conflitti di cui non ci interessa perché accadono in luoghi poco rilevanti, allora per quelli va bene il tribunale. Per le cose grosse ci pensiamo noi: la situazione dell’Afghanistan è esemplare da questo punto di vista. La storia di venti anni di crimini di guerra in Afghanistan si riduce soltanto ai talebani, senza indagare gli americani. Questa è una giustizia monca. Nel settembre del 2021 il procuratore Khan ha detto ‘è passato del tempo, noi dobbiamo concentrarci sui crimini più importanti’”.

Non lo ha detto esplicitamente, ma ha fatto capire che gli americani non sarebbero stati toccati – ha chiesto Lorenzo Vendemiale a Noury “si, oppure mi è stato chiesto di non toccarli.”

La scheda del servizio: Il Tribunale degli impuniti

di Lorenzo Vendemiale

Dall’Ucraina arrivano da settimane immagini e racconti delle atrocità commesse durante il conflitto​​​​.

Il Governo di Kiev ha raccolto oltre 8mila denunce di uccisioni di civili, stupri, torture, utilizzo di armi non convenzionali da parte delle truppe russe. Il mondo invoca l’intervento della Corte Penale Internazionale con sede a L’Aia, il tribunale che deve fare luce sull’accaduto e potrebbe dichiarare Vladimir Putin e gli altri vertici russi criminali di guerra. Ma la giustizia internazionale funziona davvero? Con un'intervista esclusiva al presidente della Corte, Piotr Hofmanski, e il parere di rinomati esperti di diritto internazionale, Report spiegherà quali sono i limiti con cui deve fare i conti l’inchiesta sull’Ucraina. E racconterà come e per quali ragioni è stato ostacolato negli ultimi 20 anni il lavoro della Corte de L’Aia.

La sfida del Politecnico sulla pista di Cape Canaveral

Due settimane fa Report aveva trasmesso un servizio dove si anticipava la mobiiltà del futuro: auto senza pilota in grado di muoversi nel traffico ed evitare gli ostacoli grazie all’intelligenza artificiale che elabora tutti i dati che arrivano dai sensori, dalle telecamere.

Su questo progetto stanno lavorando le più grandi università al mondo, tra cui il nostro Politecnico di Milano: il loro software è stato montato su delle auto da corsa Dallara che si sono sfidate sulla pista di Las Vegas, dove il nostro Ateneo ha vinto la sfida, che aveva attirato l’attenzione perfino della Nasa che ha invitato il team italiano a gareggiare sulla pista dove atterrano gli Shuttle a Cape Canaveral. È la pista più lunga al mondo: qui le auto dovevano superare una nuova sfida, superare il muro dei 300 km/h.

La scheda del servizio: Record a Cape Canaveral di Michele Buono

Immagini di Tommaso Javidi

Montaggio di Veronica Attanasio

La Nasa aveva invitato il Politecnico a lanciare la propria auto sulla pista di Cape Canaveral. Com’è andata?

Nella puntata del 18 aprile, Report aveva annunciato un nuovo impegno per il team del Politecnico di Milano, vincitore della gara di guida autonoma nel circuito di Las Vegas, raccontata nell’inchiesta “L’algoritmo al volante”. La Nasa aveva invitato il Politecnico a lanciare la propria auto sulla pista di atterraggio degli Shuttle a Cape Canaveral, la più lunga del mondo, per un’altra sfida: superare la soglia dei 300 kmh di un veicolo a guida autonoma. Com’è andata?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

18 aprile 2022

Anteprima inchieste di Report – Dalle New Town alle auto del futuro, la guerra, i teatri chiusi e le mascherine a scuola

Passato, presente e futuro nei servizi che andranno in onda questa sera nella puntata di Report: il passato riguarderà il terremoto de l’Aquila del 9 aprile 2009, 13 anni fa. Un passato che è ancora presente, come purtroppo lo è anche la guerra in Ucraina che sembra scivolare verso un piano inclinato che potrebbe portare ad una guerra a livello continentale.

Come legati al presente sono i servizi sui teatri chiusi in Italia per mancanza di fondi per i restauri, sulle mascherine ffp2, obbligatorie per gli studenti italiani.

Michele Buono ci porterà nel futuro, invece, con le auto completamente digitali.

Le auto del futuro

Auto da corsa che si sfidano sulla pista di Las Vegas: accelerano, si studiano e quando è momento, si sorpassano l’una con l’altra. Tutto normale? No, perché sono auto senza pilota, auto che vedono, ragionano, tutto da sole: in questa nuova storia del mondo delle auto c’è anche un pezzo dell’Italia.

A rappresentare il nostro paese c’è il politecnico di Milano che ha sfidato i tedeschi dell’università di Monaco sulla pista del circuito, vincendo la gara.


Torniamo in Italia nella provincia di Parma a Varano de Melegali alla Dallara, azienda che produce auto da corsa, da strada e le indie car, quelle della 500 miglia di Indianapolis. Poi alla Dallara hanno rilanciato: e se facessimo correre queste macchine da sole, senza il pilota?

Michele Buono lo ha chiesto all’AD di Dallara, Andrea Pontremoli (che era presente alla sfida a Las Vegas):

“Praticamente voi avete detto a dei ragazzi, o poco più che ragazzi, sareste capaci di far viaggiare delle automobili sulla pista di Indianapolis a 300km/h senza pilota? Noi lo abbiamo chiesto un po’ a tutti, chi ha colto la sfida, sono stati i ragazzi”.

Sono i ragazzi dell’università di Modena e Reggio Emilia, che hanno fatto viaggiare queste auto da corsa a oltre 225km/h senza pilota: la macchina si controlla da sola, vede gli ostacoli in mezzo alla strada, li scansa e poi riprende alla sua velocità., sempre più forte. La vettura è in grado di scalare le marce alle curve, scegliere la traiettoria migliore. Sempre senza pilota.

Queste auto a guida autonoma potrebbero rivoluzionare la mobilità nelle città, liberando le città dal traffico, rendere l’aria meno pensate per le minori emissioni: lo racconta a Report Sergio Savaresi, docente del Politecnico di Milano: tra dieci anni si cambierà di paradigma, dal possesso dell’automobile per muoversi si passerà all’uso di un servizio trasporti, chiamerò l’auto al domicilio e indicherò dove devo andare “questa è la rivoluzione, il completo cambio di modello dal possesso di automobile ad un servizio pubblico”.

A regime di quanto si potrebbe tagliare il parco delle auto vetture? Secondo il docente si potrebbe passare da 40 a 4 milioni di automobili con questo nuovo modello di mobilità.

La scheda del servizio AUTISTI ARTIFICIALI DIGITALI E MECCANICI

di Michele Buono con la collaborazione di Edoardo Garibaldi

Vanno forte, veloci come auto da Formula indy, ma a guidarle non ci sono divi da copertina, non c'è nessuno. Sono le auto senza pilota che si sono sfidate nella prima gara della storia di veicoli a guida autonoma. Negli Stati Uniti, le università di tutto il mondo se la sono vista con il Politecnico di Milano e l'Università di Modena Reggio Emilia che hanno lavorato sulle auto fornite dalla Dallara per renderle più veloci e intelligenti. Non è un mero esercizio di stile, ma un test importante sulla via dell'utilizzo della guida autonoma nel sistema di mobilità. Se, infatti, le auto possono correre, sorpassare a quasi 300 chilometri orari, allora saranno in grado di frenare in tempo per non investire un bambino che insegue un pallone per strada. Così possedere un’auto non sarà più necessario, né tantomeno guidarla. Circoleranno autonomamente per le città e gli abitanti le chiameranno, come si fa con i taxi. Solo che alla guida non ci sarà nessuno. L'inchiesta di Report farà intravedere le potenzialità di questa tecnologia, di come l'Italia sia spesso davanti agli altri nello sviluppo delle nuove frontiere e di come potremmo rischiare, ancora una volta, di non accorgercene. Il tutto raccontando due gare su due dei circuiti automobilistici più famosi degli Usa, Indianapolis e Las Vegas.

Dal fronte della guerra in Ucraina

La guerra in Ucraina fa più paura adesso che non nei primi giorni del conflitto: per il rischio che questo si allarghi al resto dell’Europa, per il timore che si usino armi nucleari tattiche. Ma anche perché giorno dopo giorno si svela il volto vero della guerra che non ha nulla di eroico: le morti civili, i profughi e le persone in fila per aiuti. Il servizio di Luca Bertazzoni racconterà di come ci siano ucraini che sono tornati nella loro patria per aiutare i connazionali, portando loro questi beni di prima necessità: sono tornati per aiutare i loro familiari, le persone anziane che non possono abbandonare le case “l’Europa deve sapere che qui c’è bisogno di un aiuto perché qua c’è la guerra. Sono arrivati i russi nel paese dei miei genitori, hanno rubato le case, vestiti, fanno violenze contro donne e bambini..”


A Mykolaiv, una città del sud dell’Ucraina, la Croce rossa ha organizzato un servizio di consegna casa per casa di medicinali e cibo per chi non può raggiungere il punto di distribuzione dei beni alimentari: anche qui Bertazzoni ha raccolto altre testimonianze dei civili, i bombardamenti contro le case, giorno e notte, gente anziana che senza questi aiuti portati dai volontari non potrebbe sopravvivere.

La scheda del servizio CORRISPONDENZE DALL’UCRAINA: VIAGGIO A MYKOLAIV

Di Luca Bertazzoni – Carlos Dias Collaborazione Giulia Sabella

Gli inviati di Report in Ucraina sono arrivati Mykolaiv, città nel sud del Paese che ha subìto pesanti attacchi dai russi. Qui hanno incontrato gli abitanti del posto: persone che vivono grazie agli aiuti offerti dalla Croce Rossa, italiani che vi si sono trasferiti parecchi anni fa e ucraini che abitavano in Italia ma che sono tornati nella loro terra di origine per accudire i propri cari che non possono scappare. I nostri inviati hanno anche intervistato il sindaco della città, che ha raccontato loro cosa sta accadendo da quando è iniziata la guerra

La guerra cibernetica

La guerra in Ucraina ha anche un fronte cyber, combattuto dai 300mila volontari iscritti dall’IT Army, un canale Telegram creato del governo ucraino. In questa battaglia contro il governo russo sono coinvolte anche due aziende private, la Cyber Unit Tech di Yegor Aushev e, soprattutto, la Hacken di Dyma Budorin che opera nell'ambito del web3: obbiettivo dichiarato è effettuare un attacco DDOS così grande da mandare in tilt tutte le porte dell’accesso all’internet russo contemporaneamente costringendo così la Russia a disconnettersi dalla rete e rimanere isolata.

La scheda del servizio I CYBER LEGIONARI

Di Giuliano Marrucci

Collaborazione Eleonora Zocca

26 febbraio. Sono passati due giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina quando Mykhailo Fedorov, il giovane ministro della trasformazione digitale nonché vice primo ministro del paese aggredito, dal suo account twitter lancia un appello a tutti i talenti digitali del mondo a unirsi alla resistenza cibernetica ucraina. Nel giro di pochi giorni il canale telegram supera i 300 mila iscritti: sono i legionari della prima vera e propria guerra mondiale cibernetica della storia. E sono destinati a cambiare per sempre l'idea che abbiamo di Internet.

La crisi nel mondo dei teatri

La cultura è il nostro petrolio, si sente ripetere: eppure questo paese ama così poco la cultura da investirci meno di quanto servirebbe. Non sono solo i musei senza personale, i sito archeologici gestiti da ricercatori con contratti da operaio specializzato.

Ci sono anche i fondi che mancano per tenere aperti questi centri della cultura: mancano soldi anche per ristrutturare i tanti teatri italiani che oggi sono chiusi in attesa del completamento degli interventi di adeguamento alla sicurezza oppure interventi di restauro.

In assenza di agibilità, rimangono chiuso: è questa la condizione di oltre 400 teatri in Italia, luoghi di aggregazione che devono rimanere chiusi.

Tra questi il teatro Massimo di Palermo, rimasto chiuso tra il 1974 e il 1997: il Massimo è il simbolo di Palermo – spiega a Report l’ex soprintendente Francesco Giambrone – un’intera comunità si riconosce in questo simbolo che è un teatro d’opera: questo teatro fu chiuso per motivi di sicurezza nel 1974, i lavori non vennero mai fatti per anni, gli anni della grande controffensiva della mafia a Palermo: “Mi si rompe la voce, questo gigante nella piazza principale era chiuso, e un’intera comunità è stata complice. Il teatro riapre sulle onde di una grande riscossa civile, dopo le stragi del 92, e parte dai ragazzi, parte dalle scuole. Perché i primi che hanno riaperto quel portone sono stati i bambini delle scuole. Allora quella stessa comunità che aveva girato le spalle alla bellezza si riprendeva il teatro Massimo.”

Non siamo riusciti a salvare nemmeno il teatro Italia a Venezia, un cinema teatro del primo novecento, che oggi è un supermercato Despar, presentato su internet come un trofeo, “il punto vendita più scenografico al mondo.”

A due passi da San Marco una finanziaria dei Benetton ha comprato un intero complesso con alcune parti risalenti all’anno mille: ora dentro ci sono boutique di alta moda e un hotel super lusso. Dentro c’è anche un teatro dell’800, utilizzato fino agli anni 80, ora invece è usato come sala per ricevimenti, anche se ai cittadini veneziani era stato raccontato che all’interno ci sarebbe stato un palcoscenico smontabile, per delle rappresentazioni.

Quel vecchio accordo è finito nel dimenticatoio, proprio come successo ad un altro teatro veneziano, l’Arena Verde, sull’isola di San Giorgio. L’arena con 1500 posti è inutilizzata dal 2013: “la vedo come uno dei tanti elementi di decadenza di Venezia” ammette sconsolato Carlo Montanaro che è stato direttore dell’Accademia delle arti fino al 2010.

Per la Fondazione Cini che ha in concessione l’Arena è colpa dell’acqua alta che renderebbe necessari continui interventi di manutenzione. Manutenzione che non avviene coi soldi dei privati ma nemmeno coi soldi pubblici: la regione Veneto non ha a bilancio fondi per la riapertura dei teatri, per tutto il 2022 ha stanziato 19 ml per tutto il settore culturale, nel 2017 erano 30ml.

Il Veneto è penultimo in Italia per investimenti in cultura con la sua spesa di 3,5 euro per cittadino, la più virtuosa è la Valle d’Aosta con 346 euro: il federalismo regionale colpisce anche la cultura, in Italia. L’Assessore alla cultura si è difeso dicendo che il Veneto è l’unica regione a statuto ordinario che non aggiunge l’addizionale irpef ai propri cittadini, quindi ha delle disponibilità a bilancio inferiori.

“Quando chiudi un teatro non è come quando chiudi la bottega, la serranda” – racconta a Report Andrea Pennacchi- “quando chiudi un teatro chiudi le porte in faccia a ragazzi, a signori e signore, pensionati che avevano roba da fare, chiudi la porta in faccia alla città, ti chiudi tu fuori da una roba preziosa.”

La scheda del servizio GIÙ IL SIPARIO di Giulia Presutti

In Italia sono più di 400 i teatri chiusi, talvolta abbandonati da decenni. Uno su due è di proprietà pubblica e in larga parte si tratta di edifici storici, vincolati dalle sovrintendenze ai Beni Culturali che ne dovrebbero preservare, oltre alla funzione culturale, anche il valore architettonico e artistico. E invece spesso li chiudono per necessità di un restauro che poi, per mancanza di fondi, non viene completato: le città restano così prive del luogo di aggregazione più importante nella storia d'Italia. Report ha fatto un viaggio alla scoperta di questo patrimonio inutilizzato.

Le maschere sui ragazzi

Diversamente da altri paesi europei, l’Italia ha imposto l’obbligo delle mascherine FFP2 ai ragazzi a scuola, dai sei anni in su: ma queste sono mascherine pensate per adulti, non per bambini, nascono come filtrante anti polvere da usare sui luoghi di lavoro.

Report ha sentito l’Ente Europeo di Normazione che ha elaborato la norma per la certificazione di queste mascherine: nessuno dei requisiti che la norma richiede tiene conto dei parametri fisiologici di ragazzini – conferma il direttore dell’ente – perché è non è stata pensata per la scuola.

La scheda del servizio MASCHERE MOZZAFIATO di Antonella Cignarale

I requisiti di una FFP2 non tengono conto dei parametri fisiologici dei bambini. Vale sia per le taglie standard che per le taglie small. Se sulla mascherina è stampato il codice EN149 i parametri di efficienza filtrante, aderenza al volto e resistenza respiratoria sono pensati per la categoria dei lavoratori e i test di prova avvengono solo sulla popolazione adulta. Le FFP2, infatti, come semimaschere filtranti antipolvere, sono progettate per garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro.

Nelle scuole italiane gli studenti devono indossarle quando sorgono casi di positività nella propria classe per 10 giorni di fila, anche per 8 ore al giorno. Vale per tutti, dai 6 anni in su. Una disposizione adottata per contrastare il contagio da Sars-Cov2 e per scongiurare la Dad, ma non abbracciata dal resto dei paesi dell’Unione Europea.

Le new town, 13 anni dopo

In Italia si preferisce spendere miliardi dopo le tragedie anziché fare prevenzione, perché il post tragedia, dall’Aquila al Ponte Morandi è sempre occasione per garantire appalti senza controlli, in deroga alle leggi. Perché c’è l’emergenza, perché non c’è tempo.

Passati tutti questi anni, in che condizioni stanno gli alloggi preparati in tempo record (e inaugurato il giorno del compleanno di Berlusconi) dalla protezione civile per ospitare gli aquilani e evitare loro la permanenza nelle tende?

Dei 4400 alloggi, 2900 sono abitati, 4 sono stati affidati a famiglie afgane, 50 posti letto sono stati invece affidati ai profughi ucraini: uno di questi è un atleta della nazionale di ciclismo, arriva da Donetsk e rimarrà in Italia fino alla fine della guerra – racconta alla giornalista.

Tutta la nazionale di ciclismo è in realtà ospite in una delle New Town, quando era iniziato il conflitto erano in Turchia, era impossibile tornare a casa e così molti di loro ora sono in Italia mentre le famiglie sono rimaste in Ucraina. I figli che hanno già compiuto la maggiore età non possono uscire dal paese, perché devono prendere le armi per la guerra.



Ma poi, se anche potessero, il comune dell’Aquila ha detto loro che in queste New Town non c’è posto per i familiari, nonostante 1500 appartamenti siano vuoti solo che, o sono inagibili, o lasciati nell’incuria più totale.

La scheda del servizio LE NEW TOWN DELL’AQUILA 13 ANNI DOPO Di Chiara De Luca

Il 29 settembre 2009, a L’Aquila viene inaugurata la prima new town, del progetto c.a.s.e 19 insediamenti antisismici, Sostenibili e Ecocompatibili costruiti nell’immediato post sisma che colpì l’Abruzzo il 6 aprile 2009. Il progetto, che comprende circa 4400 alloggi arredati e accessoriati, fu completato in soli 100 giorni. A distanza di 13 anni in che stato sono?


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