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14 ottobre 2016

Il giullare (scomodo) di Dio

Peccato che, a parte qualche spezzone durante i TG, non ci sia stato spazio per riproporre il Mistero buffo in prima serata: sarebbe servito per capire l'importanza dell'opera teatrale di Fo, specie a quanti oggi hanno meno di quarant'anni. E del perché delle tante censure subite proprio in Rai.
La prima nel 1962, a Canzonissima, in pieno boom, per uno sketch che raccontava degli infortuni sul lavoro, nel mondo dell'edilizia.
Tabù.

Come anche tabù parlare del papie, Bonifacio VIII, e della pesciada in del cu, della Madonna piangente sotto la croce del Cristo, dell'avvocato inglese che difende al processo un nobile accusato di stupro. Era l'Italia perbenista della DC, quella dei '60, e non si poteva raccontare il lato oscuro del boom: i palazzinari, i morti nei cantieri e nelle fabbriche.

Passano gli anni ma certi tabù sono rimasti nella nostra società: l'educazione sessuale, i morti sul lavoro (cui bisogna dedicare il minimo di spazio), gli evasori coi soldi in Svizzera (oggi in paradisi fiscali più esotici), la forbice che si allarga tra sfruttati e sfruttatori.
Per quello serve la satira: come un pungolo che da fastidio alla coscienza sporca di chi racconta di ripresa, benessere, di ristoranti pieni e del bengodi che ci aspetta.


Così, per ricordare Dario Fo e Franca Rame, il testo (e il video) di "E chi ce lo fa fare" (1962):
Ascolta o popolo di naviganti eroi poeti e santi
di emigranti di ricchi benestanti e lavoranti stanchi
or piantatela con i lamenti
basta di mugugnare
presto in coro a cantar e attenti a non stonare

Perché, ma va
e chi ce lo fa fare
e chi ce lo fa far d’esser contenti
e di cantare

Stop! Zitti attenti
non tutti però potranno cantare.
In prima fila cantino i ministri e sottosegretari
in controcanto seguano arcivescovi con i generali
ed in falsetto le toghe d’ermellino ed i banchieri
molto suadente gorgheggi gorgheggi l’inquirente.

Le casalinghe e gli impiegati tutti del ceto medio-basso
e gli operai e gli avventizi vari non devono cantare
sottoccupati, disoccupati
potranno solo fare
pom pom, po-pom, po-pom, pom come il contrabbasso

Perché, ma va
e che ce lo fa fare
e chi ce lo fa far di stare zitti
e di non cantare

Voi! Zitti attenti! Un due
e gli altri cantare.
Noi siamo tutti sulla stessa barca
che affonda lentamente
e mentre quelli cantano serenamente
a voi tocca remare
giù con la schiena forza remare
che noi vi diamo il tempo
e chi a tempo non va si prepari ad emigrare.
Ma chi ha detto che è triste
esser costretto a fare le valige
ed emigrare raminghi per campare
dal Belgio fino in Svizzera
basta che le valige sian colme di valute e di contanti

ci vuole poco pochissimo per essere contenti

24 marzo 2016

90 anni di Dario Fo

Ho avuto la fortuna di crescere in un periodo in cui in RAI, la tv pubblica, ancora si potevano trasmettere gli spettacoli teatrali di Dario Fo, "Mistero buffo": il Bonifacio VIII che Dante aveva mandato all'inferno prima del tempo.
Il signorotto medioevale che poteva sanare lo stupro della contadinotta pagando 100 augustari.
L'avvocato inglese che difendeva lo stupratore dicendo che era la donna che se l'era andata a cercare.
In un inglese inventato ma credibile.
Come inventato era anche il grammelot, con cui lo Zanni parlava della sua fame atavica.

La satira che aveva il coraggio, negli anni '70, a prendere in giro santi, Madonne e Cristi, alle prese col miracolo dell'acqua e del vino alle nozze di Cana. Il Cristo che incrociava papa Bonifacio mentre va in processione cantando coi suoi frati, mentre il nazareno va in un'altra direzione, verso il Golgota ..

Ecco, era ed è questo il teatro di Dario Fo e di Franca Rame, che lo aveva portato al nobel.
Per tutto questo, buon compleanno maestro!

27 dicembre 2012

Il mistero buffo - l'avvocato inglese

Era il 1977 e Dario Fo rappresentava nel suo spettacolo buffo anche l'avvocato inglese, in un inglese alla Grammelot, che difendeva un imputato per stupro.
Non era lui colpevole, ma era la donna che aveva provocato.

L'avvocato in questione si trova a difendere un giovane, non nuovo ad atti di violenza carnale sulle donne. Nel "prologo" all'episodio (in cui l'autore racconta il particolare clima sociale e storico che ha portato alla "stesura" del grammelot) Fo sostiene che nel medioevo e fino alla prima parte della età moderna (si fa esplicito riferimento alla "defensa" dell'età elisabettiana) esistesse una legge (detta appunto "defensa" o difesa) per cui il violentatore, scoperto in flagrante da familiari della vittima, potesse cavarsi d'impiccio spargendo velocemente delle monete ai piedi della vittima a mo' di risarcimento e al contempo recitando una formula rituale che lo rendeva intoccabile per i familiari adirati. In questo episodio il giovane però si trova in una situazione decisamente più scomoda, avendo violentato una ragazza appartenente a una classe sociale più elevata della sua, per la quale risarcimenti e formule valgono poco. L'avvocato allora dimostrerà la totale innocenza dell'imputato, sostenendo l'esatto opposto della verità, cioè che è stata la giovane a dimostrarsi provocante e che l'accusa di stupro è inconsistente in quanto lei era assolutamente consenziente, al contempo il violentatore è rappresentato come un giovane timido e studioso, indotto al "peccato" proprio dagli atteggiamenti della ragazza. Fo sostiene che questo particolare episodio è stato ispirato (o comunque è molto vicino) a un pezzo teatrale di Jill Vicente, in cui però il violentatore è un curato e la vittima una giovane contadina, anch'essa colpevole di aver provocato il religioso per via dei movimenti che faceva nel chinarsi al prendere il grano. Anche nel testo di Vicente il curato finisce per essere dichiarato innocente.
Cose che si pensava fossero relegate al passato.
Poi arriva un prete a Lerici, che ci fa fare un salto all'indietro.