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13 ottobre 2025

La voce del violino di Andrea Camilleri

 

Incipit:

Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l'alba mancava almeno un'ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d'acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese. Dal giorno un cui in cane di quella razza, tutto infiocchettato, dopo un furioso scàracchio spacciato per abbaiare, gli aveva dolorosamente addentato un polpaccio, Montalbano chiamava così il mare quand'era agitato da folate brevi e fredde che provocavano miriadi di piccole onde sormontate da ridicoli pennacchi di schiuma. Il suo umore s'aggravò, visto e considerato che quello che doveva fare in matinata non era piacevole: partite per andare ad un funerale.

La voce del violino, uno dei primo romanzi andati in onda su Rai1, ma in realtà il terzo della serie scritta da Andrea Camilleri col commissario Montalbano, è una storia di “scangi”, di scambi.

Un ragazzo “tanticchia ritardato” scambiato per un assassino, una scarpa scambiata per una bomba, un violino da poche lire scambiato per un famoso Guarnieri, un bambino scambiato per un pacco ..

Al centro, l’indagine su una giovane donna ammazzata dentro il suo villino di campagna, Michela Licalzi, bolognese ma innamorata della Sicilia.

Una bella donna, da far girare la testa agli uomini quando girava in paese, sposata con un medico ma fedele al suo unico amante. Soffocata sul suo letto da qualcuno che l'ha lasciata nuda portandosi via tutto della donna, vestiti, documenti e i preziosi gioielli.
Il commissario Montalbano, uno capace di capire le persone da uno sguardo, da una parola, dovrà destreggiarsi tra questi “scangi” per trovare i perché di questo omicidio, senza fermarsi ad una soluzione ovvia come i suoi superiori vorrebbero: “devo abbandonare i fatti concreti ed inoltrarmi nella mente di un uomo, in quello che pensa. Un romanziere avrebbe la strada facilitata, ma io sono semplicemente un lettore di quelli che credo buoni libri”.

E’ un investigatore all'antica, Salvo Montalbano, se vogliamo usare questa espressione: lontano dai cliché moderni per cui è sufficiente raccogliere impronte e schizzi dalla scena del crimine per individuare il colpevole. Anzi, è proprio il suo astio per quelli della scientifica che lo porterà ad una prima estromissione dalle indagini.

Qual è la ragione (se una ragione ci può essere) dietro quella morte? Un delitto passionale? Un ladro sorpreso dalla vittima? Forse il cugino di Michela, Emanuele Di Blasi, che si era invaghito di lei e che sempre le andava appresso?

Ad aiutare il commissario sarà un musicista ritiratosi dalle scene per una malattia che farà sentire al commissario “la voce del violino”, che gli permetterà di cogliere quel particolare strano, la nota dissonante, che la sua mente aveva visto sul luogo del crimine.

"Gli parse che a un tratto il suono del violino diventasse una voce , una voce di fimmina, che domandava di essere ascoltata e capita. Lentamente ma sicuramente le note si stracangiavano in sillabe, anzi no, in fonemi, e tuttavia esprimevano una specie di lamento, un canto di pena antica che a tratti toccava punti di un'ardente e misteriosa tragicità.Questa commossa voce di fimmina diceva che c'era un segreto terribile che poteva essere compreso solo da chi sapeva abbandonarsi completamente al suono.Chiuse gli occhi, profondamente scosso e turbato. Ma dentro di se era magri stupito: come aveva fatto quel violino a cangiare così tanto di timbro dall'ultima volta che lo aveva sentito?"

Per risolvere il caso Montalbano porterà avanti coi suoi uomini, il fidato Fazio, l’esperto di “informaticcia” Catarella, Mimì Augello che è quasi un fratello amato e odiato, un’indagine di nascosto, come un sommergibile sott’acqua, per non rischiare la carriera: perché la soluzione “ovvia” tanto amata dal Questore ha tante cose non tornano in quel delitto. A cominciare da quel particolare dissonante che sfugge e che diventerà chiaro solo con la “voce del violino”; poi il comportamento di Michela la sera del delitto, scappata dai suoi appuntamenti come se avesse ricevuto una chiamata all’improvviso da qualcuno di importante.

Nel racconto c'è spazio anche per raccontare il privato di Montalbano, come uomo e non solo come commissario: della sua difficoltà nel sentirsi padre; gli screzi con la fidanzata Livia per l'affidamento del piccolo Francois (il piccolo protagonista nel libro “Illadro di merendine”), col questore Bonetti Alberighi (che ha una capigliatura con un grosso ciuffo ritorto in testa che ricorda certi “stronzi lasciati campagna campagna”).

Si parla anche della Sicilia più nascosta, quella dell’interno, quella delle trazzere dove non metterebbe piede nemmeno una capra.

E poi l'episodio delle manganellate agli operai e il suo essere “comunista arraggiato”:

Niente sapi? Aieri a trentacinque operai del cementificio ci arrivò la carta della cassa integrazione. Stamattina hanno principiato a fare catunio, voci, pietre, cose così. Il direttore s'è appagnato e ha chiamato qua”.
“E perché Mimì Augello c'è andato?”
“Ma se il dottore l'ha chiamato d'aiuto!”
“Cristo! L'ho detto e l'ho ripetuto cento volte. Non voglio che nessuno del commissariato s'immischi in queste cose!”
“Ma che doveva fare il poviro dottore Augello?”
“Smistava la telefonata all'arma, che quelli in queste cose ci bagnano il pane! Tanto, al signor direttore un altro posto glielo trovano. Quelli che restano al col culo a terra sono gli operai. E noi li pigliamo a manganellate?”.
“Dottore, mi perdoni ancora, ma lei proprio comunista comunista è. Comunista arraggiato è”.

Il libro è ricco di passaggi da ricordare, sono tante le pagine della mia vecchia edizione Sellerio con una orecchietta, con sottolineature (a matita): questa quella che, a distanza di anni, ancora mi ritorna in mente quando penso a questo libro

«A mamà era biunna?» aveva domandato una volta il piccolo Salvo al padre.

«Frumento sutta u suli» era stata la risposta

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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14 settembre 2024

Il cane di terracotta, di Andrea Camilleri

 

A stimare da come l’alba stava appresentandosi, la iurnata s’annunziava certamente smèusa, fatta cioè ora di botte di sole incaniato, ora di gelidi stizzichii di pioggia, il tutto condito da alzate improvvise di vento. Una di quelle iurnate in cui chi è soggetto al brusco cangiamento di tempo, e nel sangue e nel ciriveddro lo patisce, capace che si mette a svariare continuamente di opinione e di direzione, come fanno quei pezzi di lattone, tagliati a forma di bannèra o di gallo, che sui tetti ruotano in ogni senso ad ogni minima passata di vento.Il commissario Salvo Montalbano apparteneva da sempre a quest’infelice categoria umana e la cosa gli era stata trasmessa per parte di matre, che era cagionevole assai e spesso si serrava nella càmmara di letto, allo scuro, per il malo di testa e allora non bisognava fare rumorata casa casa, camminare a pedi lèggio. Suo patre invece, timpesta o bonazza, sempre la stessa salute manteneva, sempre del medesimo intìfico pinsèro se ne restava, pioggia o sole che fosse.Magari questa volta il commissario non smentì la natura della sua nascita: aveva appena fermato l’auto al decimo chilometro della provinciale Vigàta-Fela, come gli era stato detto di fare, che subito gli venne gana di rimettere in moto e tornarsene in paese, mandando a patrasso l’operazione.

Lo scorso sei di settembre il maestro Andrea Camilleri avrebbe compiuto 99 anni, la sua morte ci ha privato del piacere della lettura dei suoi romanzi, non mi riferisco solo a quelli con Montalbano, ma anche quelli che aveva dedicato alla memoria della sua Sicilia. Quella lontano dai cliché, quella nascosta, primitiva, la Sicilia colonizzata dai "piemontisi" (come nel Birrario di Preston o nell’incredibile La concessione del telefono), calati dal nord come conquistatori.

Ma quello che abbiamo perso è anche il suo sguardo sul presente, sempre lucido nonostante l'età, nonostante la perdita della vista (forse la beffa peggiore per lui, amante dei libri): lo sguardo su una politica in perenne mutazione per rimanere sempre uguale, l'eterno gattopardo in osmosi con la mafia, che parla alla pancia delle persone non avendo strumenti e capacità per parlare alla loro testa.

Personaggi che sembrano presi dalla commedia, pupi nelle mani di pupari che tutto possono.
Un coraggio e una onestà intellettuale che lo hanno portato nei suoi libri a prendere di petto questa malapolitica, come ne Il giro di boa, con la critica alla legge Cozzi Pini che criminalizza i migranti che arrivano dal sud del mondo, trattati nemmeno come persone, come una minaccia per le nostre vite, proprio come gli ebrei venivano considerati dai nazisti.

Ecco, cosa c'è di meglio per celebrare il suo compleanno che non rileggersi uno dei suoi primi romanzi, come Il cane di terracotta, secondo romanzo della serie di Montalbano, scritto nel lontano 1996 e ambientato nel 1994, trent’anni fa, gli anni del passaggio tra prima e seconda repubblica quando la vecchia politica aveva cercato (riuscendoci) di riciclarsi come il “nuovo che avanza”.


Erano gli anni in cui su un canale privato andava in onda la sera

la rubrica quotidiana dove un ex critico d’arte, ora deputato e opinionista politico, sbavava contro magistrati, politici di sinistra e avversari credendosi un piccolo Saint Just e appartenendo invece di diritto alla schiera di venditori di tappeti, callisti, maghi, spogliarelliste…

Questo romanzo è un giallo, come struttura: c’è un furto fatto passare per scherzo, “garrusiata”, che invece nasconde un pericoloso traffico di armi. C’è un mafioso della “vecchia” mafia che, non riuscendo a mettersi al passo con la nuova mafia, ha il timore di essere gettato fuori strada.
Tano ‘u greco, occhi da statua, senza espressione, che decide di fidarsi di Montalbano ed organizzare una finta cattura, “con tanticchia di tiatro per salvare la faccia”. Perché “lei è uno che le cose le capisce”, dice a Montalbano proprio Tanu ‘u greco: uno che capisce le persone, che sa andare oltre le leggi scritte, arrivando anche ad accordarsi con un pluriassassino. Che di fronte a lui torna ad essere un uomo, non più il temibile capomafia, ma un uomo che si “scanta” della morte, quando un commando di mafiosi, quella della nuova mafia che parla col cellulare e che ha studiato, lo getta fuori strada sparandogli.

Gli fa un ultimo regalo, Tano, prima di morire: in cima alla collina del Crasto (per una vecchia leggenda su un crasto d’oro dentro una grotta), si nasconde un deposito di armi di quella mafia che ha deciso di dargli una liquidazione.

Un furto fatto passare per scherzo e un mafioso arrestato, il sequestro di un deposito della mafia: all’improvviso Montalbano si ritrova a dover partecipare a delle conferenze stampa, “e se mi domandano?” chiede al Questore, per la paura di trovarsi di fronte ai giornalisti. C’è persino il timore di una promozione che lo porti lontano dal suo commissariato, dai suoi agenti, dalla sua Vigata, dalla sua vita di cacciatore solitario, che ha bisogno di far lavorare da solo il suo cervello. Cosa che il vice Augello gli rimprovera: “tu ti sei costruito un commissariato a tua immagine somiglianza..”

Ma il cacciatore solitario si imbatte in un giallo, un omicidio, ben più complicato: dentro la caverna sul Crasticeddru nota un particolare che lo squieta, che non lo lascia in pace. È la scintilla per la scoperta di due cadaveri, un ragazzo e una ragazza, uccisi almeno cinquant’anni prima e deposti dentro una tomba ricavata dalla grotta. Deposti seguendo una specie di rituale particolare: accanto a loro, un bummulo, un contenitore di creta che forse originariamente conteneva acqua, delle monete in una ciotola. E un cane, proprio lui “Il cane di terracotta”, a guardia dei due morti.

Anche il commissario si ritrova, a seguito delle indagini sul furto al supermercato, che è ben più di una “garrusiata”, gettato fuori strada: la convalescenza, a seguito della ferita, lo spinge a dedicarsi a quei due morti, quel ragazzo e quella ragazza abbracciati nella grotta e a cui Montalbano pare di aver distrutto quel sonno eterno che qualcuno aveva loro regalato.

Tutto il resto non ha più importanza: come mai l’assassino li ha deposti seguendo quel rituale? E se non fosse stato l’assassino ma qualcun altro? E poi, chi erano queste due persone?

Inizia così una seconda indagine, un viaggio lungo la memoria dei vecchi, delle persone che appassionatesi a questa storia iniziano ad aiutarlo. Il vecchio preside di Vigata e la moglie, uno studioso esperto nei riti di sepoltura, un vecchio marinaio che aveva servito su una barca ancorata nel porto di Vigata durante la seconda guerra mondiale..
Ed ecco che, quasi magicamente, quella sepoltura trova una spiegazione nel mito dei dormienti, un racconto comune a diverse religioni o culture antiche:

.. La Sura dice che Dio, venendo incontro al desiderio di alcuni giovani che non volevano corrompersi, allontanarsi dalla vera religione, li fece cadere in un sonno profondo all'interno di una caverna. E perché nella caverna ci fosse sempre il buio più completo, Dio invertì il corso del sole. Dormirono per circa trecentonove anni. Con loro, a dormire, c’era pure un cane, davanti all’imboccatura, in posizione di guardia, con le zampe anteriori distese...

Attenzione, non è un’indagine per arrivare a scoprire il nome dell’assassino che, passati cinquant’anni, sarà sicuramente in là con gli anni se non morto.
Montalbano, ma pare di leggere un passaggio dove Simenon parla del suo Maigret, è ossessionato dal perché:

.. dell'assassino non gliene importava tanto, quello che l'intrigava era perché qualcuno, l'assassino stesso forte, si fosse dato carico di spostare i cadaveri nella grotta e d'allestire la messinscena della ciotola, del bùmmulo e del cane di terracotta.

Comprendere i perché, come anche, comprendere i simboli che ogni assassino, ogni persona dietro un delitto, lascia dietro di sé.
In questa storia (dove potete trovare decine di citazioni letterarie, da Dürrenmatt a Pirandello e Sciascia) troviamo la mafia, quella vera, quella ben assestata dentro l’economia, che parla come un manager quando deve tagliare i rami secchi. Quella che va combattuta, secondo certi politici, ma senza fargli troppo la guerra..

Troviamo la morte e anche il risveglio, la morte e anche l’amore, che è destinato a durare per sempre. Troviamo la Sicilia di Montalbano, il suo dialetto, il suo dare un colore agli odori, la sua aggettivazione bastarda, i tanti personaggi che poi troveremo nei successivi romanzi (Catarella, Augello, Fazio, Adelina, Livia l’eterna fidanzata..).

Trasì nella càmmara di letto. Il vecchio si stava godendo un sonno sereno, il respiro lèggio, l'ariata distesa, calma. Viaggiava nel paese del sonno senza più ingombro di bagaglio. Poteva dormire a lungo, tanto sul comodino c'erano il portafoglio coi soldi e un bicchiere d'acqua. Si ricordò del cane di peluche che aveva comprato a Livia a Pantelleria. Lo trovò sopra il comò, nascosto dietro una scatola. Lo pigliò, lo mise a terra, ai piedi del letto. Poi chiuse adascio adascio la porta alle sue spalle.

La scheda del libro sul sito di Sellerio e la pagina dedicata sul sito di Vigata
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19 maggio 2023

La voce del violino di Andrea Camilleri


 

Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece subito persuaso non appena raprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l’alba mancava perlomeno un’ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d’acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese.
Dal giorno in cui un minuscolo cane di quella razza, tutto infiocchettato, dopo un furioso scaracchìo spacciato per abbaiare, gli aveva dolorosamente addentato un polpaccio, Montalbano chiamava così il mare quand’era agitato da folate brevi e fredde che provocavano miriadi di piccole onde sormontate da ridicoli pennacchi di schiuma. Il suo umore s’aggravò, visto e considerato che quello che doveva fare in matinata non era piacevole: partire per andare a un funerale.

Confesso: ho amato tanto Andrea Camilleri, non solo le indagini del commissario Montalbano ma anche le storie di Vigata, della Vigata di ieri o della Sicilia di oggi.

Un amore nato dopo aver visto in televisione le prime due puntate della serie televisiva nata dai suoi libri, “Il ladro di merendine” e questo, “La voce del violino”. Da lì ho scoperto questo scrittore e non ho mai più smesso da allora di leggere, e di rileggere, i suoi libri.
Come La voce del violino, quarto racconto col commissario Montalbano, catanese di nascita ma vigatese di adozione: questo racconto è una storia di “scangi”, per usare il suo amato dialetto:

un violino di poco valore scambiato per un violino prezioso, un povero ragazzo “tanticchia ritardato” scambiato per un assassino, un ragazzino che aveva scambiato famiglia, un funerale scambiato per un altro e perfino un amore egoisticamente scambiato per salvare la propria pelle.
Nasce tutto da un incidente, per un gaddrina investita da Gallo (nei libri di Camilleri può succedere anche questo) che consente a Montalbano di incappare in un qualcosa che non torna. Quel particolare che stona che solo una mente investigativa come quella del commissario può scorgere: come mai nessuno nella villa si accorge che la macchina davanti il vialetto è stata investita?

Un tarlo che spinge Montalbano, in una serata che già era finita male per una sciarratina con la zita Livia, a scoprire cosa nasconde quel particolare che stona.

Ed eccolo entrare, a modo suo, senza permesso, in quella villa e scoprire così quel cadavere: una donna, che doveva essere bellissima prima che qualcuno la uccidesse, soffocandola schiacciandone la faccia sul cuscino.

Una volta sul posto, una volta fatto scoprire il cadavere da una denuncia anonima (che poi tanto anonima non è), Montalbano e i suoi scoprono che sul posto arriva la scientifica di Fela perché, per qualcuno che vede il suo lavoro solo come una questione di numeri, meglio che il cadavere non cada nel computo della Questura di Montelusa.
Michela Licalzi, la giovane donna uccisa, era a Vigata per la ristrutturazione di quella villa: un marito dottore a Bologna e un amante stabile, sempre a Bologna. Queste le informazioni raccolte dall’amica Anna Tropeano, una delle poche amiche in Sicilia di Michela.

Un delitto di un maniaco, come vorrebbe il pm Tommaseo, forse troppo amante delle piste morbose. No, forse un delitto passionale.

Secondo le voci del paese, c’era quel mezzo parente, il figlio dell’ingegnere Di Blasi, un cugino del marito, che la seguiva sempre, Vigata Vigata. Un ragazzo con qualche problema, ma un pezzo di pane. È lui l’assassino? Non lo pensa Montalbano, ma non importa. Quel Questore, col doppio cognome, Bonetti Alderighi, ha affidato al caso al capo della Mobile che, diversamente dal commissario, è una persona ovvia. E allora perché non addossare tutte le colpe a quell’assassino così ovvio?

Per risolvere il caso Montalbano porterà avanti coi suoi uomini, il fidato Fazio, il fratello così amato e odiato Augello, dovranno portare avanti una loro indagine di nascosto, come un sommergibile sott’acqua, per non rischiare la carriera: tante cose non tornano in quel delitto, il comportamento di Michela quella sera prima di tutto, come se avesse ricevuto una chiamata all’improvviso che l’aveva portata a disdire i suoi appuntamenti.

C’è anche un altro tarlo, che non se ne vuole andar via dalla testa di Montalbano, quel particolare che non torna nelle immagini che la sua mente ha catalogato nella sua mente da sbirro.

Particolare che andrà al suo posto andando ad ascoltare la “voce del violino”:

"Gli parse che a un tratto il suono del violino diventasse una voce , una voce di fimmina, che domandava di essere ascoltata e capita. Lentamente ma sicuramente le note si stracangiavano in sillabe, anzi no, in fonemi, e tuttavia esprimevano una specie di lamento, un canto di pena antica che a tratti toccava punti di un'ardente e misteriosa tragicità.

Questa commossa voce di fimmina diceva che c'era un segreto terribile che poteva essere compreso solo da chi sapeva abbandonarsi completamente al suono.

Chiuse gli occhi, profondamente scosso e turbato. Ma dentro di se era magri stupito: come aveva fatto quel violino a cangiare così tanto di timbro dall'ultima volta che lo aveva sentito?"

Si parla di un delitto in questo romanzo, di un matrimonio di convenienza e di una bellissima donna che non passava inosservata ma con una sua delicatezza, per quell’ampio bacino di Venere che tante donne hanno. Si parla anche di un povirazzo fatto passare per un assassino, di uno sporco depistaggio che rischia poi di ritorcersi contro la “sporca mezza dozzina” che l’aveva architettato.

Ma si parla anche della Sicilia più nascosta, quella dell’interno, quella delle trazzere dove non metterebbe piede nemmeno una capra. C’è spazio anche per il racconto del Montalbano uomo, che si scopre all’improvviso privato della sua indagine e anche della sua possibile paternità. Anzi, della sua difficoltà nel sentirsi padre.

“Comunista arraggiato”, come lo chiama ad un certo punto Fazio, per quello che Montalbano pensa delle manganellate agli scioperanti, ma anche regista occulto del notiziario dell’amico Nicolò Zito, che lo aiuterà a veicolare certi messaggi a chi deve capire, per forzare le cose.

Il libro è ricco di passaggi da ricordare, sono tante le pagine della mia vecchia edizione Sellerio con una orecchietta, con sottolineature (a matita): questa quella che, a distanza di anni, ancora mi ritorna in mente quando penso a questo libro

«A mamà era biunna?» aveva domandato una volta il piccolo Salvo al padre.

«Frumento sutta u suli» era stata la risposta

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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10 luglio 2022

La coscienza di Montalbano, di Andrea Camilleri


Per molto tempo ho fatto fatica a riprendere in mano un libro di Camilleri, la sua scomparsa ha lasciato un vuoto, come scrittore e come intellettuale, che ora i tanti scrittori che ai suoi romanzi si sono ispirati dovranno colmare.
In libreria è uscita questa raccolta di sei racconti con Montalbano, alcuni già usciti in altre raccolte, altri in parte inediti: pur non apprezzando sempre il Camilleri dei racconti brevi (non tutti quelli pubblicati avevano raggiunto il livello dei suoi romanzi), non ho potuto trattenermi dal prendere questo volume. Anche per rifarmi dal triste ricordo delle ultime pagine di Riccardino, col personaggio che si ribella all’autore cancellandosi…
Cancellando Vigata, il paese inventato della Sicilia più reale, il commissariato dentro cui abbiamo seguito le indagini di Montalbano col galantuomo Fazio, con Augello il “fimminaro”, con Catarella e i suoi nomi storpiati, i cannoli dell’irascibile Pasquano e le sciarriatine con la zita Livia.

Sono racconti che si svolgono in piani temporali diversi, dal Montalbano appena arrivato a Vigata al commissariato, in attesa di gustarsi gli arancini di Adelina (Una cena speciale); c’è un Montalbano più in là negli anni che si trova a Roma in trasferta per un corso di aggiornamento per cui è stato “prescelto” (causa di un trauma per dover abbandonare i suoi ritmi, le sue abitudini) e si ritrova dentro la “pilicula” del maestro della tensione, Hitchcock (La finestra sul cortile).
Un racconto è ambientato a Ferragosto (Notte di ferragosto) quando, nella spiaggetta davanti il suo villino a Marinella, si consuma un delitto. Un altro invece è ambientato dopo Natale e l’epifania (La calza della befana), dove la sua zita gli ha regalato una calza piena di “cravoni” (il carbone), mentre un’altra calza contenente un regalo più importante farà partire un’indagine sottotraccia di Montalbano e Fazio.
Un racconto parla della piaga della sua Sicilia (Ventiquattr’ore di ritardo), la mafia, che stringe in una morsa le brave persone costrette da una parte a vedersela con cosa nostra (e il pizzo, la sua violenza), dall’altra lo stato e le istituzioni, spesso complici e colluse con la mafia.

Non s’arricordava quali scrittori tanto tempo passato aviva affirmato che i siciliani si vivivano ad attrovari tra l’incudini e il martello. Un’incudini legali che rappresentava lo Stato e un martello illegali che rappresentava la mafia. E dopo tant’anni la situazioni non era cangiata.

Infine un racconto (Il figlio del sindaco) fa da spunto al romanzo Una voce di notte uscito nel 2012.

In questi racconti troviamo il Montalbano che abbiamo conosciuto nel corso dei tanti romanzi usciti per Sellerio: lo sbirro capace di vedere l’anomalia, quello che non torna da piccoli dettagli, la persona curiosa nello spiare le vite delle altre persone (come James Stewart nel film di Hitchcock). Uno sbirro capace di ergersi a giudice delle vite degli altri, non sempre per emettere condanna, come leggeremo nel racconto La calza della befana. Oppure giudice capace sì di infliggere una pena, ma per salvare quella persona da pericoli maggiori, come in Ventiquattr’ore di ritardo.

C’è la sua passione per il cibo, che solo l’essere “prescelto” per un corso a Roma (prescelto, come i personaggi della Bibbia) riesce a smorzare.
Si parla della mafia, degli onorevoli della politica capaci di navigare tutte le stagioni della politica con ogni vento e con le mani in pasta dappertutto.

C’è la Sicilia di Moltalbano, bella e senza troppe speranze per il suo futuro, quella che Camilleri è stato così bravo a raccontarci.

Questi i racconti inclusi ne La coscienza di Montalbano:

Notte di ferragosto

Da anni e anni oramà a Vigata si era pigliata l’usanza che la notti di Ferrausto, quello tra il quattordici e il quinnici, chiossà di mezzo di metà paisi scassasse per annare a passare la sirata a la pilaja. Era ‘na speci di migrazione momintania, Vigata ristava diserta, proprietari ‘nni addivintavano cani e gatti, i latri delle case non si pirdivano l’occasione e s’arricampavano macari dai paìsi vicini. Evidentementi si erano passati la parola.

Ventiquattr’ore di ritardo

Quel jorno faciva un misi esatto da quanno che si era accattato la casa di Marinella, epperciò Montalvano addicidì che la ricorrenza annava fistiggiata. Avribbi voluto che accanto a lui ci fusse Livia ma quella si nni era dovuta ristari a Boccadasse pirchì ‘n ufficio aviva chiffari assà.

La finestra sul cortile

«Il signore questore l’aspetta. La introduco subito» disse a Montalbano il capo di gabinetto Lattes e proseguì: «Tutto bene in famiglia?»
Quello si era amminchiato, da anni e anni, che Montalbano era maritato e patre di figli. Lui, le prime volte, aviva circato di dirgli che non sulo non aviva né mogliere né figli, ma che era macari orfano di patre e matre.

Una cena speciale

Trasenno ‘n commissariato, Montalbano s’addunò con sorprisa che Catarella non era al sò posto nel centralino, pirchì quanno era ‘n sirvizio non si cataminava da quello sgabuzzino che era il sò quartiere ginirali. Forsi era ‘nfruenzato, in quell’urtimi jorni di dicembriro il friddo era stato forti assà.

La calza della befana

Stava camminanno supra a ‘na stratuzza di paìsi stritta stritta, lorda di munnizza indove che tutte le porti e le finestri delle case erano, và a sapiri pirchì, ‘nserrate. ‘Na decina di passi davanti a luim procidiva ‘na fìmmina anziana, malamenti vistuta, la gonna tutta spirtusata, le quasette sciddricate sciddricate fino all’osso pizziddro.

Il figlio del sindaco

In genere la scoperta di ogni ammazzatina viniva comunicara a Moltalbano alle sett’albe con le paroli di Catarella, già difficili da accapirsi nel corso della jornata, vali a diri quanno s’attrovava in condizioni di normali lucidità, figurarsi in stato di semicoma dovuto a ‘mprovviso arrisbigliamento. L’omicidio di Laura Sorrentino perciò s’appresentò anomalo fin dal principio..

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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25 luglio 2020

Riccardino di Andrea Camilleri



Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto. Le aviva spirimintate tutte, dalla conta delle pecore alla conta senza pecore, dal tintari d’arricordarisi come faciva il primo canto dell’Iliade a quello che Cicerone aviva scrivuto al comincio delle Catilinari. Nenti, non c’era stato verso. Doppo il Quousque tandem, Catilina, nebbia fitta. Era ’na botta d’insonnia senza rimeddio, pirchì non scascionata da un eccesso di mangiatina o da un assuglio di mali pinseri.
Addrumò la luci, taliò il ralogio: non erano ancora le cinco del matino. Di certo l’acchiamavano dal commissariato, doviva essiri capitata qualichicosa di grosso. Si susì senza nisciuna prescia per annare ad arrispunniri.
 
Aviva ’na presa tilefonica macari allato al commodino, ma da tempo non l’adopirava pirchì si era fatto pirsuaso che quella piccola caminata da ’na càmmara all’autra, in caso di chiamata notturna, gli dava la possibilità di libbirarisi dalle filinie del sonno che si ostinavano a ristarigli ’mpiccicate nel ciriveddro. 
«Pronto?». 
Gli era nisciuta ’na voci non sulo arragatata, ma che pariva macari ’mpastata con la coddra. 
«Riccardino sono!» fici ’na voci che, al contrario della sò, era squillanti e fistevoli.

Riccardino è l'ultimo romanzo di Camilleri, l'ultimo giallo col commissario Montalbano: il maestro ci ha lasciati così, con questo giallo che è anche qualcosa in più.
Non doveva essere questo il titolo, è rimasto così fin dalla prima stesura del 2005 (poi rivista nel 2016), Riccardino e basta: in questo Camilleri è sia autore che protagonista della storia, così come Montalbano è sia protagonista del racconto (per cui personaggio reale di una storia inventata) che personaggio della serie televisiva (personaggio inventato di una storia inventata), creando uno sdoppiamento che mette in difficoltà non solo il lettore, ma anche i cittadini vigatesi, quando se lo ritrovano di fronte.
«Talè! Talè! ‘U commissariu arrivò!» 
«Montalbano è!» 
«Cu? Montalbanu? Chiddro di la televisioni?» 
«No, chiddro vero».

C'è un Montalbano che ragiona e un Montalbano che si osserva, compiaciuto nei suoi confronti per la recita che ha messo di fronte a dei testimoni, di cui sospetta che nascondano qualcosa.
C'è un Montalbano che viene svegliato alle cinque di mattina da una telefonata che non era diretta a lui e c'è anche un Montalbano che si trova a discutere dell'indagine, di come deve andare avanti il suo lavoro di sbirro con l'Autore, che cerca di imporgli una sua soluzione.
E' un continuo scontrarsi tra l'autore, inventato ma reale, e il commissario, reale nella storia ma inventato pure lui, un duello in cui il primo rinfaccia al secondo la sua stanchezza, la confusione che crea nel lettore per le troppe piste mentre il secondo rinfaccia all'autore il volersi intromettere:
Bel duello, Commissario. Però finiamola qua, io non posso sfoggiare molta cultura, sono considerato uno scrittore di genere. Anzi, di genere di consumo. Tant'è vero che i miei libri si vendono macari nei supermercati.

In questo romanzo Camilleri fa tornare anche il ricordo della madre di Montalbano, morta quando lui era nicareddro e di cui gli rimanevano pochi ricordi. Il colore dei capelli, la gioia nell'aspettare il regalo che la madre gli avrebbe portato il 2 novembre (una volta i regali li portavano i morti)
Ma di subito gli vinni un pinsero: se arrinisciva a ristari vigliante, sicuramenti avrebbi viduto a sò matre.Di lei non s'arricordava nenti, tranne 'na speci di luci biunna 'n movimento, come le spiche di frumento quanno supra ci batte il soli, e delle spiche di frumento cataminate dal vento faciva lo stisso fruscio liggero liggero.

Ma questo è anche un racconto giallo anche se, una volta arrivati all'ultima pagina, vi rimarrà in bocca un sapore strano.

Un uomo viene ucciso davanti ai propri amici, mentre si stanno preparando per una gita in montagna.
Il morto è proprio quel Riccardo, o Riccardino, aveva telefonato a Montalbano a cui quest'ultimo, maligno, aveva nascosto l'errore nella chiamata.
Un motociclista spuntato da una stradina gli ha sparato, appena completata la telefonata: per sottrarli alla curiosità morbosa della folla, Montalbano li convoca in ufficio, per iniziare a capirci qualcosa di questo delitto che, per sua stessa ammissione, non ha voglia di affrontare.

I tre, o i quattro, erano molto amici, i “quattro moschettieri” si chiamavano tra di loro: un rapporto molto stretto, dai tempi della scuola. Le risposte alle sue domande non persuadono Montalbano che ingegna un tranello, una messinscena, per aprire una crepa nel muro, forse omertoso, che i tre hanno costruito.

Per quale motivo è stato ucciso Riccardo o Riccardino? L'indagine viene prima sottratta e poi riassegnata a Montalbano, perché qualcuno in alto loco spinge affinché torni al commissario.
E non è l'unica cosa strana: c'è uno strano interessamento da parte del vescovo di Montelusa (zio di uno dei tre moschettieri) sull'indagine. Il morto che era un fimminaro peggio di Augello, con una moglie pacenziosa che accettava le sue corna e le tante amanti, tutte all'interno della cerchia delle mogli dei suoi amici. Corna confermate dalla solita, immancabile lettera anonima.
Perché i tre moschettieri accettavano quelle corna? Che rapporto avevano con Riccardo o Riccardino?
E poi c'è il mistero del camion notturno, che ogni notte disturba il sonno (oltreché i tubi dell'acqua) della chiromante Tina Macca: un camion che arriva, scarica un pacco, lo getta nell'immondezzaio dall'altra parte di un muro. Pacco che viene poi recuperato poco dopo.

Ma allora, per cosa è morto Riccardino? Per una storia di corna, come sembra chiaro a tutti, ma non a Montalbano? E che ci trase questo camion, che è guidato proprio da un autista della miniera presso cui lavoravano, come impiegati, tre dei “quattro moschettieri”?
A tia non ti nni futti nenti né della logica dell'indagini né delle regole da seguiri. Parlamonni chiaro: tu mi vuoi solo sputtanare, Montalbà. Vuoi fari tirreno abbrusciato torno torno a mia. Vuoi che i miei romanzi su di te diventino illeggibili.

Il fiuto del Montalbano sbirro si è acceso: dietro quei quattro personaggi, le cui vite sono tutte intrecciate tra loro come la “corona dei surci” (un'altra efficace metafora di Camilleri, quella dei topi con le code intrecciate tra loro che non possono separarsi), c'è qualcosa di molto più grosso, che porta ad un costruttore nonché trafficante di droga su su fino ad un deputato in odore (o puzza) di mafia e per questo promosso al ruolo di sottosegretario.

«Che è 'sta curuna, dottore?» 
«'Na cosa che vitti quanno ero picciliddro e che non ho cchiù scordata, tanto mi 'mpressionò. Mè nonno aviva addiciduto d'abbattiri il forno di casa, che era 'na speci di cammareddra allato alla casina di campagna, e acchiamò i muratori. Chisti accomenzaro a picconari e avivano abbattuto squasi mezzo muro quanno da un pirtuso scapparo 'na decina di surci bastevolmentei grossi. Era 'na tana e dintra ci stavano sei surci con le code longhe longhe 'nturciuniate tra loro, a formari 'na speci di coruna, appunto. Le code erano accussì stritte stritte che i surci non potevano cataminarisi perché ognuno tintava di fuìri in una direzione diversa ..»

Ma questa è una pista che non piace al vescovo, non piace al “signori e questori” e, cosa che fa girare i cabasisi al Montalbano personaggio, nemmeno all'autore:
.. stai lustrando i soliti pupi del tuo consueto teatrino dell'opera dei pupi. E cioè quello dove s'inscena il fritto e rifritto rapporto mafia e politica sul quale i miei lettori cominciano a dare più che giustificabili segni di stanchezza. Sai quanti mi chiedono «una semplice storia gialla» che sia semplicemente tale, vale a dire senza che c'entri la politica o la mafia?

Un maestro, come Camilleri, sa quando è il momento di uscire di scena, quando non hai più la libertà e la serenità di scrivere quello che vuoi, quando sente di non aver più nulla di interessante, quando sente di essere vittima del suo stesso genere letterario, del suo personaggio..
Ed ecco allora la gomma, per cancellare la pagina, per scomparire, per andarsene.
E per lasciarsi, come eredità per noi e per chi verrà dopo di noi, la sua enorme opera letteraria.

La scheda del libro sul sito di Sellerio.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

17 luglio 2020

Riccardino sono (l'incipit dell'ultimo romanzo di Camilleri)

E' uscito ieri, postumo, il romanzo Riccardino di Andrea Camilleri.


L'incipit del romanzo, che comincia con una telefonata da un numero sconosciuto al commissario Montalbano, di prima mattina, dopo una notte insonne.
Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto. Le aviva spirimintate tutte, dalla conta delle pecore alla conta senza pecore, dal tintari d’arricordarisi come faciva il primo canto dell’Iliade a quello che Cicerone aviva scrivuto al comincio delle Catilinari. Nenti, non c’era stato verso. Doppo il Quousque tandem, Catilina, nebbia fitta. Era ’na botta d’insonnia senza rimeddio, pirchì non scascionata da un eccesso di mangiatina o da un assuglio di mali pinseri. 
Addrumò la luci, taliò il ralogio: non erano ancora le cinco del matino. Di certo l’acchiamavano dal commissariato, doviva essiri capitata qualichicosa di grosso. Si susì senza nisciuna prescia per annare ad arrispunniri. 
Aviva ’na presa tilefonica macari allato al commodino, ma da tempo non l’adopirava pirchì si era fatto pirsuaso che quella piccola caminata da ’na càmmara all’autra, in caso di chiamata notturna, gli dava la possibilità di libbirarisi dalle filinie del sonno che si ostinavano a ristarigli ’mpiccicate nel ciriveddro. 
“Pronto?”. 
Gli era nisciuta ’na voci non sulo arragatata, ma che pariva macari ’mpastata con la coddra. 
“Riccardino sono!” fici ’na voci che, al contrario della sò, era squillanti e fistevoli. 
La cosa l’irritò. Come minchia si fa ad essiri squillanti e fistevoli alle cinco del matino? E inoltre c’era un dettaglio non trascurabile: non accanosciva a nisciun Riccardino. Raprì la vucca per mannarlo a pigliarisilla in quel posto, ma Riccardino non gliene detti tempo. 
“Ma come? Te lo scordasti l’appuntamento? Siamo già tutti ccà, davanti al bar Aurora, ci ammanchi sulo tu! È tanticchia nuvolo, ma cchiù tardo sarà ’na jornata bellissima!”. 
“Scusatimi, scusatimi… tra deci minuti, un quarto d’ura massimo, arrivo”. 
E riattaccò, tornanno a corcarisi. 
D’accordo, era ’na carognata, avrebbi dovuto diri la virità: avivano fatto il nummaro sbagliato, ’nveci accussì quelli davanti al bar Aurora ci avrebbiro pirduto ’na mezza matinata aspittanno a vacante. 
D’autra parti, a voliri essiri giusti, non è consintito a nisciuno di sbagliari nummaro alle cinco del matino e po’ passarisilla liscia.
Il sonno era oramà perso senza rimeddio. Meno mali che Riccardino gli aviva ditto che la jornata sarebbi stata bona. Si sintì racconsolato.

30 gennaio 2020

Il cane di terracotta di Andrea Camilleri



Incipit (che potete trovare anche qui)
«A stimare da come l’alba stava appresentandosi, la iurnata s’annunziava certamente smèusa, fatta cioè ora di botte di sole incaniato, ora di gelidi stizzichii di pioggia, il tutto condito da alzate improvvise di vento. Una di quelle iurnate in cui chi è soggetto al brusco cangiamento di tempo, e nel sangue e nel ciriveddro lo patisce, capace che si mette a svariare continuamente di opinione e di direzione, come fanno quei pezzi di lattone, tagliati a forma di bannèra o di gallo, che sui tetti ruotano in ogni senso ad ogni minima passata di vento.Il commissario Salvo Montalbano apparteneva da sempre a quest’infelice categoria umana e la cosa gli era stata trasmessa per parte di matre, che era cagionevole assai e spesso si serrava nella càmmara di letto, allo scuro, per il malo di testa e allora non bisognava fare rumorata casa casa, camminare a pedi lèggio. Suo patre invece, timpesta o bonazza, sempre la stessa salute manteneva, sempre del medesimo intìfico pinsèro se ne restava, pioggia o sole che fosse.Magari questa volta il commissario non smentì la natura della sua nascita: aveva appena fermato l’auto al decimo chilometro della provinciale Vigàta-Fela, come gli era stato detto di fare, che subito gli venne gana di rimettere in moto e tornarsene in paese, mandando a patrasso l’operazione.

Ho dovuto vincere una certa ritrosia, per riprendere in mano un romanzo del maestro Andrea Camilleri. Ora che non c'è più, che nessun nuovo romanzo con Montalbano o uno dei personaggi partorito dalla sua fantasia vedrà più luce ..

Superata questa paura, ho tirato fuori dalla mia libreria “IL cane di terracotta” per re immergermi in uno dei suoi primi romanzi, con Montalbano che era ancora un intero territorio da scoprire, come quella Sicilia inventata ma allo stesso tempo reale.

Il cane di terracotta racconta di mafia e di un vecchio mafioso che si vuole consegnare allo Stato, ma concedendosi tanticchia di tiatro, per non perdere la faccia.
«A farla breve, questi picciotti che non taliano in faccia a nisciuno, appena si vedono ti difficoltà con una macchina lenta, ti jettano fora strata senza pinsarci due volte e tu ti ritrovi dintra un fosso con l'ossa del collo rotte»

Consegnarsi allo Stato prima che i nuovi mafiosi, quelli che conoscono le lingue e parlano inglese, lo buttino fuori di strada.

Mafioso che viene buttato di strada per davvero, perché c'è del marcio nello stato, in quella parte che con la mafia ha deciso di scendere a patti.
E allora, per sdebitarsi con quel commissario di Vigata che ha saputo capire le cose come stanno, racconta di un deposito di armi ammucciato sulla collina del Crasto. Chiamata così per una leggenda antica.
Ma se la leggenda è antica, le armi nascoste sono tremendamente vere ..

Il cane di terracotta è anche la storia di come la mafia sia capace di nascondersi dietro tante storie: non solo il traffico di armi, l'usura, il pizzo e il commercio di carne umana, per il bordello a cielo aperto gestito da quel Gegè, persona tinta ma anche amico di Montalbano.

Ma Il cane di terracotta è anche un viaggio nel passato, nel labirinto della memoria. Perché quella grotta antica, nella montagnetta al cui interno doveva nascondere un tesoro, nasconde invece il cadavere di due ragazzi giovani, uccisi almeno cinquant'anni fa e composti in modo pietoso in quella grotta sicura.
Sicura e al riparo dai mali del mondo, protetti per sempre da un cane di terracotta, appunta, in quello che sembra un rituale funerario completato da un bummulo di creta e da un ciotola con delle monete dei tempi della seconda guerra mondiale.

Montalbano, che suda freddo all'idea di una conferenza stampa e di una promozione che lo allontanerebbe dal suo commissariato, dove può portare avanti le sue indagini come un cacciatore solitario, con grande dolore per il suo vice Mimì, si perde dentro questo enigma.
Il fatto è che io mi sono addunato, col tempo, d'essere una specie di cacciatore solitario, perdonami la stronzaggine dell'espressione, che è magari sbagliata, perché mi piace cacciare con gli altri ma voglio essere solo a organizzare la caccia. Questa è la condizione indispensabile perché il mio ciriveddru giri nel verso giusto. Un'osservazione intelligente, fatta da un altro, m'avvilisce, mi smonta magari per una jurnata intera ...

Complice anche la convalescenza per un colpo alla pancia, perché certi traffici non si devono scoprire, nell'indagine sui due morti del crasticeddru si butta a capofitto.

Chi erano i due ragazzi morti?
Perché quella morte e perché quella composizione, che richiama antichi racconti, come quello della diciottesima Sura del Corano?
.. La Sura dice che Dio, venendo incontro al desiderio di alcuni giovani che non volevano corrompersi, allontanarsi dalla vera religione, li fece cadere in un sonno profondo all'interno di una caverna.

Un viaggio tra le memorie degli anziani del paese, mediatori arabi e preti spretati ma esperti di simbologia, con a fianco Livia a cui però non riesce a dedicare tutta la sua attenzione.

Perché Montalbano è così: proprio queste indagini all'apparenza senza alcuna utilità, lo appassionano ancor di più.
Non per trovare l'assassino, che forse ora è morto. Ma per trovare una risposta alle sue domande:
.. dell'assassino non gliene importava tanto, quello che l'intrigava era perché qualcuno, l'assassino stesso forte, si fosse dato carico di spostare i cadaveri nella grotta e d'allestire la messinscena della ciotola, del bùmmulo e del cane di terracotta.

Ne Il cane di terracotta troviamo tante storie, tanti personaggi, alcuni dei quali li ritroveremo poi nei successivi gialli con Montalbano (da Fazio ad Augello, da Livia ad Adelina, da Ingrid a Nicolò Zito).
È sì una storia che parla di mafia, per quel delitto che apre il racconto: ma dietro quel delitto c'è una storia d'amore innocente violato e di un amore morboso, violento.
Una storia di morte e di resurrezione, per illudersi che quel sonno, all'interno della grotta, possa nascondere lo scempio della morte.
Trasì nella càmmara di letto. Il vecchio si stava godendo un sonno sereno, il respiro lèggio, l'ariata distesa, calma. Viaggiava nel paese del sonno senza più ingombro di bagaglio. Poteva dormire a lungo, tanto sul comodino c'erano il portafoglio coi soldi e un bicchiere d'acqua. Si ricordò del cane di peluche che aveva comprato a Livia a Pantelleria. Lo trovò sopra il comò, nascosto dietro una scatola. Lo pigliò, lo mise a terra, ai piedi del letto. Poi chiuse adascio adascio la porta alle sue spalle.

La scheda del libro sul sito di Sellerio editore e la pagina dedicata al libro sul sito di Vigata
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

05 giugno 2019

Il cuoco dell'Alcyon, di Andrea Camilleri







Incipit

Stava abballanno un valzaro supra al bordo di ‘na piscina, tutto alliffato e profumato, e sapiva che la fìmmina che tiniva tra le vrazza era Livia, da qualichi orata addivintata sò mogliere. Non potiva vidirle la facci per via del fitto velo bianco che la cummigliava.
Tutto 'nzemmula arrivò 'na folata di vento forti e il velo si scostò quel tanto che gli abbastò per scopriri che non s'attrattava di Livia, ma della amestra Costantino, quella della terza limintari, coi baffi e l'occhi torti. Si sintì mancari le forzi per lo scanto e chiuì l'occhi.
Arrivati a fine lettura, si capisce che c'è qualcosa che non torna in questo romanzo di Camilleri: c'eravamo lasciati con Montalbano in fuga d'amore per una donna incontrata nel corso dell'indagine sulla morte del ragioniere Catalanotti (“Il metodo Catalanotti”), mentre qui sembra di fare un balzo all'indietro nel tempo, perché ritroviamo Montalbano assieme a Livia, come se nulla fosse accaduto.
Seconda sensazione straniante, quella di trovarsi all'interno di un film d'azione americano con tanto di scene di violenza che da Montalbano non ti saresti aspettato.
Ma nelle note a fine libro, tutto si spiega: questa storia era nata (come al solito partendo dalla fantasia del maestro e da qualche notizia “liggiuta” su qualche quotidiano) come sceneggiatura per un film che non ha mai visto la luce.

E' sempre Camilleri a scrivere ed è sempre Montalbano il protagonista, con le sue sciarriatine con Livia, le sue mangiate da Enzo e le passiate sul molo, per sgravare il peso del mangiato sulla coscienza.
Ma il ritmo, in questo romanzo, subisce dei cambi peggio di quelli del commissario quando piove e tira vento.

Oppure quando ti alzi e scopri che manca l'acqua per la doccia e l'auto non ne vuole sapere di partire alla mattina. Può dirsi l'uomo libero, solo perché ci diciamo che siamo in democrazia?
Si dici che in democrazia l'omo è libbirio. Davero?
E come la mittemo se la machina non parti, se il telefono non funziona, se gli ammancano la luci, l'acqua, il gas, se il computer, la tilevisioni, il frigorifiro s'arrefutavano di sirvirlo?
Volemo diri meglio che l'omo è sì sempre libbiro ma di una libbirtà condizionata dipindenti dalla volntà delle cosi di cui oramà non può cchiù fari a meno.
Arrivato in commissariato, scopre che tutti i suoi uomini sono andati a presidiare una ditta, quella del signor Tricanato: per colpa della crisi, così dice, ha licenziato tutti i suoi dipendenti che ora stanno facendo picchetto davanti la fabbrica.
Uno di loro, per il peso della perdita del lavoro, per la paura di non reggere quel vuoto, si è impiccato in un capannone.
Spaguolo, è il cognome di questa persona che, da morto, ha la sola compagnia di Gallo, uno degli agenti del commissariato
«Siccome che i sò compagni non ponno trasire, mi pari malo lassarlo sulo».
Montalbano si tinni dall'abbracciarlo.
Questo Trincanato si dimostra una persona antipatica, uno di quei figli di papà che ha ereditato solo l'azienda e che si dimostra più interessato alle donne e al tavolo da gioco.
Giovanni Trincanato era soprattutto 'ntipatico a prima botta. Di 'n'antipatia ireversibili, di quelle che col tempo non ti fanno cangiare pinioni.
Sappiamo come il commissario la pensa, quando c'è da schierarsi da una parte, da quella degli sfruttati o da quelli che ne approfittano. Ma così evidentemente non la pensa il Questore (che in questo storia avrà un ruolo di maggior peso rispetto al normale) che gli rinfaccia il fatto che i suoi uomini non hanno difeso le guardie giurate della Trincanato

«.. Nella denunzia è detto che ben sei guardie giurate che prestavano servizio presso l'azienda Trincanato di Vigata sono state pestate dagli operai protestanti contro ...».
«Scusi, ma le guardie giurate erano cattoliche?» spiò pronto Montalbano.
Bonetti Alderighi strammò.
«Che c'entra?».
«Mi perdoni, ma siccome lei ha detto che gli operai erano protestanti, ho pensato che .. sa, come capita in Iralnda che cattolici e protestanti si ..»
Se mettiamo da parte le proteste dei dipendenti licenziati, a Vigata non succede nulla. Solo tanti piccoli episodi, strani anche loro e all'apparenza slegati. Nel porto di Vigata per esempio compare una bellissima barca a vela, una goletta di nome Alcyon
C'era 'na granni navi a vela, mai viduta prima, che stava manopranno per trasire 'n porto coi motori ausiliari, epperciò aviva appena finuto d'ammainari e ora faciva un mezzo giro per mittisiri con la prua verso la trasuta.
Quant'era liggera e aliganti!
Una bella ragazza americana, bionda e con gambe chilometriche, così bella da sembrare artificiale come la Barbie, viene a denunciare un furto al commissariato, ma poi ritira la denuncia.
Un'altra bella ragazza, questa volta di colore, chiede un passaggio a Montalbano..
Che in ufficio si vede recapitare una lettera dall'ufficio del personale che lo intima di prendersi quei giorni di ferie non goduti a partire da subito.
Partito alla volta di Boccadasse, dalla zita Livia, per prendersi quelle vacanze, inizia a succedere qualcosa di “strammo” in commissariato.
Arriva un sostituto che prende il posto di Montalbano e scalza pure il vice Augello, trasferito a Montelusa.
Ai giornali viene fatta circolare la notizia, diffusa dal telegionale dell'emittente filogovernativa (a prescindere dal colore del governo del momento) che Montalbano è stato allontanato dal commissariato, per far arrivare aria nuova.
E' come se il Questore, puparo che tira le fila dietro le quinte, stia facendo di tutto per cacciarlo dalla polizia.
Farlo addivintari straneo nel sò stisso commissariato. Mittirlo nella condizioni di non aviri cchiù né amici né pirsone di fiducia, considerato che oramà era troppo vecchio per aviri la forza di raccomenzare daccapo.
Che fare? Reagire alle provocazioni oppure cercare di mantenere la calma per trovare la mossa giusta in questa strana partita a scacchi?
Strana perché c'è qualcosa che non torna? Che bisogno aveva il signori e quistori (per usare le parole di Catarella) di trovare questi sotterfugi (le ferie forzate) per allontanarlo?
Sarà un eclisse (ma è un eclisse reale o se lo è sognato), a fargli prendere la decisione giusta.
Va' a sapiri pirchì sintiva che l'eclisse era stato come un messaggio, un signali che non aviva accaputo sino 'n funno, ma bastevoli però a farigli cambiare rotta.

Ma, attenzione, questo non è il solito giallo di Montalbano. Altri attori di questa commedia si stanno muovendo dietro le quinte, per usare Montalbano in questa situazione di tensione per i loro fini.
E la bellissima Goletta tornerà al centro della scena.

Una storia che ad un certo punto cambia di registro, per trasformarsi in un thriller dove troviamo Montalbano al centro di un complotto da cui non si lascia scoraggiare perché, come dice Brecht, la notte non può durare per sempre.
Una storia che, successivamente, prende una sua accelerazione e si trasforma in un romanzo d'azione in cui troviamo dentro l'FBI, un agente italo americano che parla un dialetto siciliano stretto. Un piano azzardato per incastrare i più grandi boss nel mondo.

Sembra tutto sospeso, tra sogno e realtà, tutto falso eppure tutto è reale: pure Montalbano (e anche Fazio) reciterà una parte inventata, diventando un'altra persona, che non è mai esistita. E di cui lui cercherà subito di cancellare ogni traccia dalla sua memoria.
A bordo dell'Alcyon c'era stato un omo che non aviva né il so nomi né la so facci.
Un pirfetto scanosciuto.
La scheda del libro sul sito di Sellerio e sul sito Vigata.org
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11 febbraio 2019

I nuovi episodi di Montalbano – l'altro capo del filo



Tornano in prima serata i nuovi episodidel commissario Montalbano: questa sera tocca al libro “L'altro capo del filo”, un giallo dove si parla anche di immigrazione.
Il filo di un gomitolo è la metafora nuovo caso che il commissario Montalbano deve risolvere, una vicenda intricata e di difficile soluzione.
Si tratta dell'omicidio della sarta che deve confezionare il suo vestito per un matrimonio imminente, uccisa a colpi di forbice nel suo studio da un assassino che ha infierito su tutto il corpo tranne che sul seno.
Un filo pieno di nodi però, un filo che non scorre libero e che arriva perfino a popolare i sogni di Montalbano, dove un gattino di nome Rinaldo si mette ad inseguire una matassa per la casa di Elena, la sarta, scomparendo tra corridoi e stanze.

Un filo che si intreccia ad altre vicende, più attinenti alla cronaca quotidiana di cui leggiamo sui giornali: i continui sbarchi sulle coste siciliane dei “povirazzi” in fuga da carestie, calamità e guerre. Macari dai dittatori africani e nel medio oriente con cui i civili paesi europei hanno buoni rapporti d'affari che, si sa, i soldi non puzzano.
Le persone sì, invece, che puzzano, specie se arrivano stipate sui barconi che attraversano il mare per sbarcare sui porti siciliani, come quello immaginario (ma tremendamente reale) di Vigata, dopo un viaggio “periglioso” durato giorni e costato gli ultimi risparmi e fatiche. In balia di trafficanti di uomini e predoni.
E scambiati pure per pericolosi terroristi dell'Isis.
Sintiva la nicissità, il bisogno di allontanari dalla 'so menti le scene dell'ultimi jorni: il picciotteddro annigato, il flautista crocifisso, la picciliddra violentata, tutti quell'occhi che l'avivano taliato supra alla motonavi. La 'so disciplina di sbirro gli consintiva di fari quello che doviva fari, ma la 'so anima d'omo non ce la faciva a continuari tutta 'sta tragedia”.

Una tragedia epocale che ancora i nostri governi e l'Europa non hanno ancora ben compreso, come non hanno compreso e accettato le loro responsabilità.
Anzi, per non avere proprio il peso di questa responsabilità, abbiamo delegato ai regimi (Erdogan) e alle milizie libiche la gestione dei migranti nei loro centri.

Buona visione e buona lettura!