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08 maggio 2019

Il nord ai tempi dei vassalli

Dimenticatevi i migranti, l'invasione, il fascismo degli antifascisti, l'Europa dell'austerity e l'Europa degli eurocrati.
Dimenticatevi le fake news di Putin, gli hacker e i troll dei grillini, Soros e tutti i buonisti.

Almeno per oggi potremmo concentrarci su quanto è successo in Lombardia e nello specifico nelle province di Milano e Varese: l'inchiesta della DDA che ha scoperto un sistema corruttivo che vedeva assieme politica (quella al governo in regione per intenderci), 'ndrangheta e aziende pubbliche dentro cui piazzare amici e amici degli amici.

Un sistema feudale, così lo hanno definito i magistrati, riferendosi a quanto scoperto su Caianello e sugli altri signori indagati:

“STRUTTURA PARA-FEUDALE”, “JURASSIC PARK” – Gli inquirenti descrivono il sistema come “una struttura para-feudale” in cui al dominus fanno riferimento i “vassalli”, uomini di sua fiducia che, per “riconoscenza rispetto all’importante investitura ottenuta, risultano totalmente proni alle direttive, anche minuziose e dettagliate, impartite dal vertice, sacrificando così sull’altare dell’obbedienza ogni residua forma di autonomia decisionale”. E sono i suoi stessi vassalli a riconoscergli una capacità pervasiva fuori dal comune. In particolare Diego Sozzani (oggi deputato) definisce Caianiello “Jurassic Park“, uno che è meglio non avere contro per la ferocia con cui si muove: “Sai se avessimo uno contro come il Caianiello?! – dice mentre parla con Mauro Tolbar  -. Questo poi passa la giornata al bar a ravanare se ti metti contro, eh!”. “Come fare un bidè in vasca di piranha cazzo!”. Sostanzialmente sottolineano come averlo contro “significa non ricevere più alcun incarico dalle società pubbliche controllate”.

Le reazioni saranno le solite (agevolo la prima pagina di Libero, per esempio): il protagonismo della magistratura, la magistratura che entra a gamba tesa sulle elezioni (le europee), il solito giustizialismo ..

Eppure qui stiamo parlando di nomine su società pubbliche, di soldi, e di giovani politici della destra lombarda.
La regione virtuosa, la regione che sta chiedendo l'autonomia per avere più poteri e fondi, la regione che si crede nord Europa. Si, nord Europa ma ai tempi dei Vassalli e dei Valvassori. 

22 gennaio 2019

Presadiretta – la guerra dei dazi (e l'intervista a Cantone)

Il nuovo codice degli appalti, i provvedimenti del governo contro la corruzione: queste le domande di Iacona al giudice Raffaele Cantone, presidente dell'autorità anti corruzione, in una puntata dove si parlerà della guerra dei dazi diTrump. Cosa può fare l'Europa per non finire stritolata?

L'intervista a Raffaele Cantone

La corruzione è una malattia che rischia di distruggere il paese: tutti i partiti si schierano contro la corruzione, ma a che punto è la lotta alla corruzione?
Ci sono chance di ottenere dei risultati, non si può eliminare, ma riportarla entro valori fisiologici. Oggi siamo migliorati negli indici di Transparency, per la maggiore consapevolezza della corruzione da parte dei cittadini.
Il codice degli appalti non va nella direzione giusta, come anche l'affidamento diretto degli appalti (come era già emerso in mafia capitale): la norma del governo parla di tre preventivi ma non dice come vengono acquisiti, non c'è pubblicità per invitare nuovi concorrenti.
Il rischio è che queste cose sperimentali (il nuovo codice) poi siano usate dalle persone disoneste.

Di Maio ha attaccato il codice degli appalti, come nemmeno Conte: ma non sono regole e codici a frenare l'economia.
LA corruzione è sabbia nel motore, non olio nel motore.

La manina che ha introdotto nel decreto spazza corrotti, per trasformare il peculato in malversazione.
Nello spazza corrotti ci sono cose buone, come l'agente infiltrato: gli avvocati nei processi per peculato hanno provato a far applicare la nuova legge, non riuscendoci.

Le gare al massimo ribasso continuano ad esserci e il codice degli appalti è ancora monco.
Il codice è entrato in vigore solo per un terzo, mancano il DPCM che avrebbe creato la qualificazione delle stazioni appaltanti, ovvero non tutti gli enti possono fare appalti, tipicamente i comuni piccoli.
La rivoluzione che doveva portare è che tutti gli enti possono fare appalti, perché si crea una nuova cultura, c'è meno confusione nelle regole, i tecnici sono preparati ed efficienti.
Invece dove c'è inefficienza c'è corruzione.

Sulla prescrizione Cantone pensa che non sia sufficiente toglierla per rendere più veloci i processi: ho stima nel ministro Bonafede, ma ho sentito tanti ministri parlare di riforme epocali, ma poi è cambiato poco.

Cosa pensa di questa Italia che chiude i porti e considera le ONG come gli scafisti?
Non mi riconosco in questa Italia, l'accoglienza è nel nostro dna, ma delle regole vanno messe e devono coinvolgere tutta l'Europa. L'Italia deve essere il porto dell'Europa: ma pensare che non si vada a salvare qualcuno in mare dopo un sos, è qualcosa di agghiacciante.

La guerra dei dazi.

Dalla guerra dei dazi dipende l'export del nostro made in Italy: la guerra è stata aperta da Trump nel 2018, per difendere le aziende e i posti di lavoro americani.
Ha alzato dazi contro i produttori di pannelli fotovoltaici, poi sulle importazioni di acciaio e alluminio: una guerra che ha colpito tanti paesi nel mondo, col risultato che poi altri paesi come la Cina hanno a loro volta alzato i loro dazi.
L'Europa ha firmato trattati di libero scambio col resto del mondo: col Giappone e col Canada (il CETA che abbatte del 98% i dazi doganali dei prodotti scambiati tra Europa e Canada).

Ma i partiti europei, non solo i sovranisti, sono contrati a questi trattati bilaterali: c'è paura di essere invasi da merci e prodotti stranieri, per il peso delle multinazionali che non garantiscono gli stessi standard di sicurezza.
LA leader canadese del movimento NoCeta (Barlow) si dice contraria al trattato: è pensato per le multinazionali, che usano il glifosato nei campi e gli ormoni nella carne.
Quando ci saranno delle controversie tra le multinazionali e i paesi, per poter vendere questi prodotti a bassa qualità, il loro peso varrà molto più delle nostre tutele della salute.

Anche Coldiretti si è mobilitata contro il CETA: anche in questo accordo sono riconosciuti decine di prodotti DOP, non difende a sufficienza i nostri prodotti in Canada.
I prodotti con “italian sound” continueranno ad essere venduti e poi, continua coldiretti, la lista è troppo corta, sono poche le 41 DOP riconosciute.

Ma sono prodotti di nicchia, si difendono i sostenitori del Ceta.

Contro il Ceta si sono incontrati anche politici come Salvini e Di Maio: i funzionari italiani che sostengono il CETA saranno rimossi, ha minacciato Di Maio davanti i delegati della coldiretti.

Ma ci sono associazioni favorevoli a questo accordi, come Confagricoltura e Cia fino a Confindustria: dobbiamo aprirci agli altri paesi per mantenere questo livello di export, per non rimanere schiacciati dai due giganti, Cina e America.
Grazie all'industria noi esportiamo 442 miliardi: con questo accordo ci siamo difesi dai paesi a basso costo di manodopera, spiega il presidente Boccia.

Di diverso avviso i partiti di destra, come FDI, in nome della tutela dei più deboli; dello stesso parere anche Sinistra Italiana, perché c'è poca chiarezza sugli arbitrati internazionali.
Nel campo del centrodestra è rimasta solo Forza Italia a difendere il CETA: le esportazioni verso il Canada sono cresciute dell'8% l'anno scorso.
Il Partito Democratico è sostenitore dell'accordo: Gentiloni ha elogiato l'abbattimento dei dazi, la tutela dei nostri prodotti, noi siamo i paesi che ne trarrà maggior beneficio.

Cosa ne pensano i produttori, in Italia? E cosa sta succedendo in Canada coi nostri prodotti?

Iacona e i suoi giornalisti hanno girato il paese per capire cosa ne pensano i nostri produttori: a Sassari è andato da un pastore che produce il pecorino DOP.
Il 60% della superficie della Sardegna è dedicato alla pastorizia, qui nasce il famoso pecorino romano, un marchio di qualità riconosciuto nel mondo grazie ad un consorzio che produce 1,2ml di forme l'anno che poi finiscono nei mercati del mondo.
I produttori di formaggio hanno investito in tecnologia e qualità, hanno lavorato sui sistemi di stoccaggio del latte, i sistemi di lavorazione all'avanguardia, tutti i processi sono sottoposti a controlli, fino alle analisi chimiche finali.
C'è infine un legame forte tra prodotto e territorio: il pecorino romano è fatto solo con latte di pecore sarde.

Salvatore Palitta, presidente del consorzio, riconosce che nel trattato col Canada ci sono aspetti innovativi perché riconosce quel marchio sul mercato canadese, i volumi di export sono cresciuti del 61% in un anno.
L'aspetto negativo è il costo del latte, troppo basso per garantire un giusto guadagno ai pastori: Palitta non dà la colpa alla globalizzazione, ammette che è colpa dei produttori, che spesso si muovono in modo diverso, ognuno fa un prezzo diverso, magari ci si fa la guerra uno con l'altro con un prezzo più basso.
Si vende al 10% di meno del costo del pecorino: perché non si fa una sola politica dei prezzi tra i produttori, per arrivare ad una situazione in cui tutti ne traggono beneficio.

Anche il Provolone, il gorgonzola, il montasio, la mozzarella, il grana padano e il parmigiano reggiano hanno aumentato le esportazioni: crescite a doppia cifra a volte.
Crescita confermata anche da Assolatte, associazione dei produttori di latte: pur con qualche problema, è meglio di una situazione senza accordi e senza regole, come era prima.

Il comparto del latte cuba circa 15 miliardi di euro l'anno: ma i benefici non sono solo per i prodotti DOP, ma anche per prodotti di nicchia.

Basile è un imprenditore agricolo calabrese: i suoi formaggi sono venduti anche in nord America, nella sua Fattoria della Piana, un sistema ad economia circolare, non si butta via niente, gli scarti delle aziende agricole sono usate per creare energia.
Carmelo Basile continua a pagare il latte ai produttori il 10% in più del valore di mercato, mantenendo il fatturato: con lo sfruttamento non si ottiene niente, risponde ad Iacona.
A questi numeri ha contribuito il CETA: l'export in Canada è aumentato del 65%, un ottimo risultato, anche se il pecorino calabrese non è nella lista dei 41 prodotti DOP.

Le copie dei prodotti italiani, dice Carmelo Basile, sono un qualcosa che ti riconosce di avere qualcosa in più: oggi il modello della Fattoria della Piana è osservato, studiato anche dai giapponesi, da altri paesi europei.
“Oggi è finita l'epoca dello sfruttamento, il futuro è l'economia circolare: non c'è impatto per l'ambiente”: Carmelo non ha paura del Ceta, degli arbitrati, del peso delle multinazionali. Non bisogna chiudersi, dobbiamo essere più bravi noi degli altri, non avere sempre paura.

Iacona è andato a visitare i prosciuttifici del San Daniele: alla Prolongo producono questo prodotto secondo le norme rigide (solo sale marino, niente conservanti).
Anche questo marchio è oggi riconosciuto in Canada, come anche il Prosciutto di Parma, che ha combattuto negli anni passati per poter vendere il loro prodotto con la denominazione “Parma”.
Questo prosciutto veniva venduto con un nome inventato, perché prosciutto di parma era registrato da un'azienda canadese. Questo prima del Ceta.

Per esportare con questi livelli, gli stabilimenti visitati da Iacona devono mantenere alti standard di qualità, di pulizia, di igiene, spendendo molta parte del guadagno per realizzare impianti all'avanguardia.
Senza export queste aziende non avrebbero fortuna, perché il mercato italiano ristagna da anni: puoi anche essere bravo nel fare il tuo prodotto, ma se poi non riesci a venderlo, sei rovinato.

E' la storia degli orafi italiani: i migliori al mondo, ma i dazi hanno chiuso i mercati di questa industria, perché spesso i costi di questi dazi erano superiori al valore del prodotto.
Come per il settore del latte, anche questi orafi si sono salvati grazie agli accordi come il CETA, che hanno aperto nuovi mercati.

Il viaggio in Canada: cosa sta succedendo ai nostri prodotti in Canada, è veramente tutt'oro quello che luccica?
E poi, corriamo veramente il rischio di importare grano col glifosato o carne con gli ormoni?
Sul mercato canadese troviamo prodotti italiani affiancati da prodotti locali, con nomi simili che richiamano il nostro paese. Ma sulle etichette c'è sempre scritto made in Canada, mentre sui nostri prodotti sta scritto made in Italia.
E' tutto nelle mani dei consumatori che ricercano i marchi DOP, che sono ancora garanzia di qualità.

In Canada è andata l'assessore della regione Emilia Romagna, come testimonial dei 12 prodotti emiliani dop riconosciuti dal CETA: si difendono i prodotti e anche i lavoratori che stanno dietro.
Non solo nel settore alimentare, ma anche nel settore del vestiario: Loro Piana, Zegna, Armani, Cucinelli sono marchi molto apprezzati dai canadesi. Lo stesso discorso vale per le scarpe italiane e dei gioielli italiani.

L'Italia esporta in Canada tre volte di più di quanto importa: ora le tonnellate di formaggio europeo sta causando problemi sui produttori canadesi, che non ricevono sussidi dallo Stato e lamentano un crollo delle vendite.
I perdenti del CETA sembrano essere i piccoli formaggiai del Quebec, gli agricoltori che producono il grano (l'export del grano canadese è crollato proprio per il glifosato, non per il CETA).

La carne dei bovini canadesi cresce con l'aiuto degli ormoni, ammessi dagli standard di questo paese: con gli ormoni la bestia cresce più in fretta e i produttori sono più competitivi – dicono.
Ma il CETA vieta l'esportazione della carne con ormoni: così gli allevatori per esportare da noi devono allevare gli animali secondo un disciplinare precisi, in recinti separati, sottoponendosi a controlli periodici.

Il CETA, a quanto abbiamo potuto vedere, non ha abbassato gli standard sulla salute, non ha danneggiato i produttori, ha consentito a molte aziende di poter continuare ad andare avanti.
Cosa farà ora il governo del popolo?

07 febbraio 2018

Quelli che delinquono gli altri

A Bolzano Casapound ha fatto un'irruzione in un ospedale che accoglieva i migranti e senzatetto.
A Macerata oggi sfileranno le destre per denunciare le violenze degli immigrati, l'invasione, la barbarie e via discorrendo con le loro farneticazioni.
Il sindacalista della SAP, Tonelli, poliziotto e candidato della Lega, ha usato la metafora degli autovelox che ogni tanto qualche bravo italiano sradica perché esasperato (giustamente, dice il poliziotto), per descrivere la situazione degli italiani altrettanto esasperati dagli immigrati.

Chi spara sugli stranieri è come chi, arrabbiato per le multe, danneggia gli autovelox: 'Voglio fare un'analogia che non è assolutamente forzata - dice Tonelli - ma sono gli stessi segnali di insofferenza'.
Ecco, questo è il bel clima, in cui la caccia all'immigrato è diventato il piatto forte di una campagna elettorale molto monotona. Dove non si parla di lavoro, di ambiente, di salute, di modelli industriali, di modelli di agricoltura (ma per fortuna c'è Presa diretta il lunedì).
Il tema dell'immigrazione, con pochi distinguo, mette tutti d'accordo, un po' come le larghe intese future. 
Abbassiamo i toni, chiede il sindaco PD di Macerata, abbassiamo i toni: così alla fine si sentirà solo la voce dei fascisti e della destra xenofoba.
E così nessuno ricorderà che quelli che loro chiamano clandestini sono frutto delle politiche sull'immigrazione volute dal centrodestra. Che i centri di accoglienza sono benedetti a sinistra ma anche a destra (il Cara di Catania, per esempio da Maroni).
L'immigrato delinquente nasconde la morte di Pamela, per overdose, scappata da un centro dove avrebbe dovuto disintossicarsi: la persona arrestata, di cui Traini, lo sparatore di Macerata, voleva vendicarsi, è forse solo responsabile dell'occultamento del cadavere del suo smembramento.

Tutto questo però nasconderà altri delitti, di cui ogni tanto la cronaca è costretta ad occuparsi: la retata di ieri nei confronti dell'associazione a delinquere composta da avvocati e magistrati, per aggiustare le sentenze e per depistare le indagini sulla (presunta)corruzione che coinvolge l'Eni.
Un pm di Siracusa, l'avvocato dell'Eni, il finto complotto contro Descalzi, un giudice del Consiglio di Stato per sistemare delle sentenze.

No, meglio non scoperchiare il pentolone del marcio potere italiano.
Di chi gestisce dall'alto il traffico di droga a Roma e nelle altre città italiane.
Meglio fermarsi agli immigrati che delinquono, alla bomba sociale, alle bombe sparate dai candidati fino al 4 marzo.

16 gennaio 2018

Presa diretta - Il tema degli appalti pubblici

La puntata di Presa diretta su corruzione e appalti pubblici, “Appalti fuori controllo”, comincia con la Salerno Reggio Calabria, emblema di come non bisogna gestire la spesa pubblica: oggi si chiama autostrada del Mediterraneo, inaugurata dopo decenni dall'avvio ai lavori.
Lavori inquinati dalla presenza della ndrangheta, dalla corruzione, da lavori fatti male.
Come la galleria killer, dove sono avvenuti due incidenti simili: lavori collaudati nel 2009, mentre c'era un muretto che non doveva esserci, su cui si è schiantato un ragazzo, Domenico Napoli.

Dopo 4 mesi dall'incidente di Domenico, altri 4 ragazzi sono morti sullo stesso muro: niente luci, niente guardrail. Solo dopo il secondo incidente Anas ha messo in sicurezza la galleria e ora c'è un processo a 13 persone che hanno realizzato questa galleria.

Alessia Candito, giornalista, chiama la Salerno Reggio Calabria il corpo del reato più lungo del paese: da una serie di inchieste sulla criminalità organizzata e ordinaria emerge un controllore vicino al controllato e non ai cittadini, che sono i committenti.
Colpa di come sono gestiti gli appalti.
Colpa di come sono fatti i lavori.
Colpa di come non sono fatte le manutenzioni: come per i ponti crollati in Brianza nel 2016 e precedentemente in Liguria, in Sicilia (il ponte Scorciavacca crollato dopo l'inaugurazione).
Tratti di strade o di viadotti che crollano dopo essere inaugurati o al termine dei lavori.

Abbiamo bisogno di investimenti per mettere in sicurezza il nostro patrimonio infrastrutturale: in questi ultimi anni spendiamo solo 200ml di euro l'anno, molto poco.
Insomma, abbiamo bisogno di lavori pubblici per far ripartire l'economia ma abbiamo un sistema di appalti che è pieno di buchi.
Troppe stazioni appaltanti, troppi sprechi negli appalti (30miliardi di euro l'anno), su un totale di 115 miliardi, il 7% del PIL.

Come possiamo sradicare il problema della corruzione negli appalti pubblici?

Salerno Reggio Calabria: il viadotto sul fiume Mesina è oggi oggetto di indagine, perché opera potenzialmente a rischio.
Il fiume che passa sotto il viadotto, scava le fondazioni dei piloni: nello studio idrogeologico doveva essere studiato l'effetto del fiume sul ponte. Come hanno potuto progettare questi viadotti?
La procura di Vibo Valentia ha scoperto che mancava l'autorizzazione dell'autorità di bacino, ovvero non è stato fatto nessuno studio idraulico da parte dell'Anas.
Questo ente sa come e dove realizzare le opere sui territori, specie quelli a rischio: i quattro viadotti sono stati realizzati senza rispettare in modo legittimo la legge.

Carlo Tansi, responsabile della Protezione civile non ha mezzi termini: è un'opera abusiva, è assurdo che si costruisca laddove c'è il rischio che la gente possa morire.
Anche l'azienda che ha vinto l'appalto era consapevole dei rischi e aveva infatti incaricato un consulente esterno che aveva espresso i suoi dubbi, su questo progetto carente.

Il responsabile dell'Anas, Ferrara si è nascosto dietro l'indagine in corso: “comunque non c'è un rischio per chi percorre la strada”, rassicura.
Stiamo parlando di Anas, un colosso dei lavori pubblici, che gestisce 60mila km di strade sul territorio.

Il principale indagato dell'inchiesta è un costruttore bergamasco, Cavalleri: l'inchiesta è partita da un controllo che ha portato ad una serie di controlli da parte della Finanza sulla ditta.
Sono emersi problemi di cattivi materiali, sovraspese per materiali non usati (13ml su un appalto da 60ml, su una gara vinta col ribasso del 30%).
Si risparmiava sui progetti per lucrarci sopra, fatto confermato anche dal direttore dei lavori.
Quel tratto di strada è potenzialmente a rischio anche per la qualità dell'asfalto: in pochi anni sono stati registrati 14 incidenti in quei 9km di strada della Sa-Rc.
Anas è responsabile per i controlli non fatti o non approfonditi: l'avvocato difensore di uno degli indagati dell'Anas parla di solitudine dei controllori, che non hanno competenze per verificare tutto...
Ma allora come possiamo fidarci dei lavori fatti?

Oggi la Cavalleri SPA è in concordato preventivo, il titolare è stato arrestato nel 2017 e oggi è ai domiciliari.

Ci sono state nel passato altre inchieste su Anas, i suoi uffici centrali, come quello sulla “dama nera”, che preparava gli appalti su misura per imprenditori con pochi scrupoli.

Ma ci sono anche costruttori coraggiosi come Gaetano Saffioti che, con le sue denunce contro la ndrangheta, ha fatto arrestare 48 persone.
Si è ribellato alla tassa mafiosa e, anche per dare un segnale di libertà al figlio, ha detto basta alle pressioni degli ndraghetisti.
Ma dopo le denunce la sua impresa ha smesso di lavorare in Calabria e anche in Italia, per fortuna nel resto del mondo ha decuplicato il fatturato.
C'è un problema in Calabria e anche in Italia: c'è un sistema che non funziona, dove ci si mette d'accordo sui lavori, su chi deve vincere.
L'autostrada A3 non è finita ed è stata fatta male, è stata fatta cioè per essere ricostruita: lavori che devono essere continuamente rifatti.
Calcestruzzo depotenziato, strutture insicure strutturalmente.

LE inchieste sui lavori del Terzo Valico hanno riguardato direttamente il general contractor, i cui vertici sono stati azzerati.
La procura di Genova ha intercettato costruttori e dirigenti di Cociv, il general contractor della Milano Genova: gli appalti si vincevano grazie alle escort, alle solite buste coi soldi.
Il GICO ha usato le intercettazioni con cimici, per il lavoro di indagine che è durato tre anni: appalti per 3 miliardi di euro, di cui 800 ml finiti in mazzette.
Significa lavori che non finiscono ai migliori, appalti per lavori fatti male: dietro Cociv ci sono grandi nomi delle costruzioni, come Salini e Impregilo.
In questi lavori è alto il rischio che si crei un cartello tra imprese per far fuori i concorrenti.

Oggi i lavori di Cociv sono decisi da commissari che vivono in clausura, senza possibilità di contattare persone verso l'esterno: a questo si deve ricorrere per fare lavori fatti bene in Italia.
Ma possibile che non si possa in modo diverso?

Per legge, il general contractor ha facoltà di nominare il direttore dei lavori, il controllore dei lavori. Controllo che doveva essere fatto anche da Ferrovie dello Stato.
Ma anche loro, come per Anas in Sicilia, non avevano sentore di nulla.

Le aziende private pagheranno i ritardi, certo: ma i lavori continueranno con la Cociv.
La legge obiettivo è figlia di Lunardi e Berlusconi, nel 2001: l'idea era affidare ai general contractor enorme potere per consegnare le opere chiavi in mano allo Stato.
Una legge criminogena l'aveva definita Raffaele Cantone e oggi lo dice il collega Corradino: il controllo sui lavori della Legge Obiettivo è inefficace, il general contractor è in palese conflitto di interesse.

Lunardi oggi si difende dicendo che se avessero mano alla legge avrebbero ritardato i lavori, mentre era compito di Anas e Ferrovie dello Stato fare opera di sorveglianza.
Peccato però che le 126 opere pubbliche (dal costo di 125 miliardi) della Legge di Lunardi non si siano realizzate: tra queste c'erano la Torino Lione, il Ponte sullo Stretto e la Salerno Reggio Calabria e la Metro C a Roma.
Tutte opere non completate o in ritardo.
E i costi di queste opere sono pure lievitati in modo abnorme: sono tutti costi sulle spalle degli italiani di domani, non sulle spalle dei Lunardi del caso.
L'elenco delle opere incompiute è oggi salito a 762 opere...

Il ministro Delrio ha riformato il codice degli appalti: meno stazioni appaltanti con dentro gente competente, un limite alla regola del massimo ribasso (per le gare sopra 2 ml di euro).

Il risultato è che oggi molte gare sono sotto la soglia dei 2 ml, magari spezzettandole, dunque ancora col massimo ribasso: sono opere fatte male e nemmeno si risparmia perché poi le imprese si rifanno con le modifiche in corso d'opera.

Altro problema è che mancano i decreti attuativi, come quelli che dovevano ridurre le stazioni appaltanti con personale adeguato (ingegneri e avvocati): stiamo ancora perdendo tempo e il codice degli appalti potrebbe essere un'occasione mancata.

Il professor Piga, dell'università di Tor Vergata vede proprio nel sistema degli appalti uno dei problemi del paese, per la scarsa competitività, per la scarsa qualità dei lavori, per i costi extra per lo Stato.
LA spesa pubblica improduttiva negli appalti, come quella che deriva dalla corruzione, doveva essere oggetto di seria spending review.
Si parla di 30miliardi di euro di sprechi, l'87% di questi è dovuto alla incompetenza, il resto alla corruzione: sarebbe una buona politica, se ci fosse una vera politica per una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e delle imprese, oneste.

L'OIGE è l'ente di ingegneria che analizza i bandi del pubblico: un bando su due è fatto male, hanno rilevato. Significa ricorsi, ritardi, inefficienze.
Colpa del principio per cui, in Italia, si fanno i lavori pensando alle spese su cui mangiarci sopra, senza fare una vera fase di progettazione – dice Italia Sicura, commentando i lavori presentati nella città metropolitana di Roma.
Non ci sono competenza per fare i capitolati, per fare delle ispezioni: sono lavori che non si insegnano nemmeno nelle università.

Serve avere negli enti appaltanti personale tecnico e preparato – spiega il professor Valducci, dell'università di Firenze: si impara a lavorare per affiancamento, ovvero si reiterano gli stessi errori del passato.

Il confronto con la Germania: gli appalti sono 444miliardi, il 20% della spesa pubblica, questo paese è al settimo posto nella classifica di Transparency International e chi lavora nelle stazioni appaltanti ha studiato per fare quel lavoro.
La differenza con la Germania la fa la formazione, nell'università di Kehl, nella scuola dei “sindaci”, per la formazione degli amministratori pubblici dove c'è l'alternanza tra scuola e lavoro, nelle amministrazioni.

Anche in Germania ci sono scandali, come i lavori lunghi per l'aeroporto di Berlino: qui chi sbaglia paga, in Germania l'11% della popolazione carceraria è composto da corrotti (in Italia siamo allo 0, qualcosa per cento).
In Germania non conviene essere corrotti o corrompere: la prescrizione non falcia i processi come succede da noi.

L'intervista al ministro Delrio

Siamo a buon punto sui decreti attuativi (siamo a sei-sette), Palazzo Chigi sta revisionando il punto sulle stazioni appaltanti, che saranno sotto le 5000 (oggi sono 35mila).
Molto dipenderà da come le amministrazioni si adegueranno al decreto.
Ma un punto su cui il ministro tiene molto è l'essere arrivati a gara con un progetto vero, esecutivo e questo ha stimolato le società di progettazione: quest'anno Anas farà 80ml di lavori in progettazione.

I lavori al massimo ribasso: il governo ha aumentato la soglia da 1 a 2 ml sul massimo ribasso (un'anomalia italiana) per accompagnare le modifiche.
Chi sta boicottando la riforma?
LA legge è stata avversata perché richiede trasparenza, è contro la corruzione, come ha rilevato anche l'Anac di Cantone.
Ma la vera innovazione è togliere di mezzo la burocrazia: a Melzo l'appalto della scuola è stato fatto in modo completamente digitale, usando un sistema studiato dal Politecnico di Milano, già in uso negli Stati Uniti.

15 gennaio 2018

La lotta alla corruzione a Presa diretta

La seconda inchiesta di Presa diretta riguarda ancora una volta un tema importante per il nostro paese: la lotta alla corruzione.
Come già detto per la passata inchiesta, siamo entrati in campagna elettorale e a marzo sceglieremo (indirettamente) i politici da mandare in Parlamento e che dovranno occuparsi di questi temi (la mobilità, la lotta alla corruzione e agli sprechi): importante allora capire di cosa si parla quando si dice corruzione, quale l'impatto nella spesa pubblica, quali sono le cause e quali i rimedi, magari andandoli a prendere da altri paesi.

La corruzione è spesa pubblica inefficiente, che non viene destinata per il bene comune, per tutti, ma che finisce nelle tasche di pochi (e che poi magari nascondono i soldi in paradisi fiscali).
La corruzione è l'appalto pubblico cucito su misura per quel concorrente che deve vincere la gara d'appalto.
La corruzione è il concorrente della gara che avvicina il funzionario pubblico per avere informazioni sui concorrenti e partire da una posizione di vantaggio.
La corruzione è quella sentenza aggiustata, per favorire Tizio a discapito di Caio, nei Tribunali penali o nel Tribunali Amministrativi fino al Consiglio di Stato.
La corruzione è il tumore che si mangia le risorse pubbliche, che uccide il libero mercato perché favorisce i furbi a discapito dei meritevoli e degli onesti. La corruzione è la causa delle opere pubbliche inutili, messe a piano perché ci si deve mangiare sopra e che non finiscono mai.
La corruzione è il debito pubblico che cresce, in termini assoluti, costringendo i governi a fare tagli di spesa (altri) che poi si ripercuotono sui servizi pubblici (ospedali, trasporti).

Sono concetti che si sentono ripetere da anni, fino allo sfinimento. Eppure corrotti e corruttori (in tutte le formule giuridiche che il legislatore ha trovato per rendere più complicato l'individuazione dei reati) ancora prosperano in mezzo a noi: come ha raccontato Davigo, commentando l'inchiesta di Mani Pulite, si è solo fatta selezione della specie.
Ora non esistono più mazzette pagate in contanti come ai tempi di Mario Chiesa (la mela marcia..): la dazione si paga in tanti modi, dai beni in natura, all'assunzione di un parente, alla consulenza in cambio dell'appalto.
Non esistono più conti in Italia o in Svizzera: i soldi viaggiano all'estero nei paradisi e, se non ci fosse qualcuno che ruba i dati dagli studi privati a Panama, nemmeno conosceremmo i nomi di politici, vip e imprenditori coi soldi in paradiso.
Le intercettazioni, quando non penalmente rilevanti (e lo stabilità l'ufficiale di polizia giudiziaria, spesso) nemmeno finiranno sui giornali, per cui nemmeno riusciremo a capire quali interessi si nascondono dietro una certa opera strategica: penso ad esempio a Tempa rossa e a quell'emendamento che tanto stava a cuore al fidanzato dell'ex ministro Guidi.
Certo, c'è l'unità anticorruzione di Cantone che in questo momento sta vigilando su Spelacchio, ma purtroppo interviene dopo, non prima.
E poi ci sono le leggi.
Questo governo doveva mettere mano a quell'obbrobrio della Legge Obiettivo di Berlusconi e Lunardi, del 2001: una legge sulle grandi opere (incompiute) che affidava al controllato (il consorzio o impresa che deve fare i lavori) la scelta del controllore.
E così si sono creati i mostri come il Mose a Venezia, come la Salerno Reggio Calabria, come i lavori per l'alta velocità in Piemonte e in Lombardia...
Una parte del servizio sarà dedicata proprio alle inchieste, 14, sulla Salerno Reggio Calabria: inchieste che hanno riscontrato infiltrazioni della 'ndrangheta, corruzione di funzionari pubblici e truffe legate alla cattiva realizzazione dei lavori.

Gaetano Saffioti è uno dei (pochi) imprenditori che hanno denunciato questo sistema e che ora vive sotto scorta, h24: racconterà al giornalista di come la 'ndrangheta entrava nei cantieri, indicasse chi assumere, da quali cave prendere il materiale, da chi comprare il calcestruzzo.
Ogni giorno doveva pagare una nuova tassa, l'IVAM: l'iva per la mafia.
La denuncia contro gli ndranghetisti l'ha fatta anche per dare un esempio a suo figlio: se vuoi fare questo lavoro devi imparare che non ci si deve piegare a questi ricatti.

Ecco, Delrio ha riformato il codice appalti, ma si sono dimenticati di circa un centinaio di decreti attuativi, che rendono al momento vana la riforma.
In questa campagna elettorale sentiremo ripetere, da tanti, che questo paese ha bisogno di infrastrutture: il TAV in Val di Susa, il ponte sullo Stretto, per citare alcuni esempi.
Dovremmo chiedere ai candidati in che modo intendono garantire che questa spesa (che assorbe una quota del PIL superiore a quella destinata all'istruzione) sia usata in modo corretto.
Perché questo è anche il paese dei viadotti che crollano, delle strade dissestate, delle autostrade che non finiscono mai.
La scuola di Melzo

Eppure ci sono altre vie per gestire gli appalti per i lavori pubblici: a Melzo è stata appena consgnata la nuova scuola, per costruirla è stato utilizzato un sistema di digitalizzazione edilizia.
È stato costruito u n modello virtuale dell'edificio, non più solo un modello cartaceo, che contiene tutte le informazioni per la sua realizzazione: la qualità e la quantità degli elementi, le loro geometrie, la manutenzione. Tutte le informazioni necessarie sia per la fase di realizzazione sia per la fase di gestione sono contenute in questo modello virtuale, cui tutti possono accedere eventualmente.
In un unico strumento si vede l'opera, nelle sue parti nascoste, la documentazione di queste parti, l'offerta fatte dall'azienda, i contratti sottoscritti, le caratteristiche dei materiali impiegati.
Chi, per esempio, ha realizzato una parte di calcestruzzo, con quali quantità e qualità di cemento, chi ha fatto i controlli e con quali esiti.
E' un modello che garantisce la massima trasparenza, con l'obiettivo di consegnare lavori che rispettino gli obiettivi iniziali.
Non dovrebbe più essere possibile nascondere o modificare le informazioni, nelle variazioni di appalto che poi si celano nella montagna di carta di un progetto.
Facendo le cose per bene – commenta il giornalista che stasera racconterà questa storia – ci hanno guadagnato tutti: l'amministrazione e anche l'azienda.

La scheda della puntata: Appalti fuori controllo (l'anticipazione su Raiplay)
Un'inchiesta sui soldi pubblici per capire se vengono spesi bene e se le “regole del gioco” sono le stesse per tutti.115 miliardi di euro sono i soldi spesi ogni anno in appalti nel nostro paese, quasi il 7% dell’intero Prodotto Interno Lordo. Tanti, tantissimi soldi utilizzati dallo Stato per la costruzione e la manutenzione di strade e di infrastrutture. E con tutto questo denaro pubblico riusciamo ad avere strade, ponti e viadotti sicuri? In Italia solo negli ultimi 4 anni ci sono stati 7 morti e altrettanti feriti a causa di ponti e viadotti crollati. Cosa non ha funzionato nella filiera delle responsabilità tra enti gestori, aziende costruttrici e stazioni appaltanti?
PresaDiretta ha fatto un viaggio in giro per l’Italia delle opere pubbliche e delle infrastrutture, dalla Calabria alla Liguria. Quanti soldi si sprecano a causa della poca efficienza o della scarsa preparazione dei tecnici e dei funzionari pubblici? Una ricerca internazionale pubblicata dall'American Economic Review, ha calcolato che la nostra pubblica amministrazione spreca nella gestione degli appalti 30 miliardi di euro ogni anno.
Le telecamere di PresaDiretta sono state in Germania dove ci sono scuole di alta specializzazione per i funzionari che dovranno maneggiare il denaro pubblico, dove chi sbaglia paga, dove c’è una normativa chiara e le gare sono trasparenti. E i ponti non crollano.
Sono sempre più urgenti gli investimenti necessari per formare funzionari pubblici davvero competenti, capaci di gestire una materia complessa e delicata come quella degli appalti.
A un anno e mezzo dall’approvazione del Nuovo Codice degli Appalti, mancano ancora i decreti attuativi. Il numero delle “stazioni appaltanti” e cioè dei soggetti che possono gestire l’appalto per un’opera pubblica, è ancora troppo alto e mancano gli strumenti per la formazione dei funzionari e del personale tecnico.
E intanto con questi ritardi il settore appalti invece di essere un volano per tutta l’economia del paese, arranca.
APPALTI FUORI CONTROLLO”, è un racconto di Riccardo Iacona con Giuseppe Laganà, Luigi Mastropaolo, Massimiliano Torchia.


12 ottobre 2017

Corruzione e ricatti

Andrea Franzoso era un funzionario di Ferrovie Nord Milano, dentro l'Audit: denunciò le spesse illegali del presidente Achille prima seguendo la via gerachica e poi presentanto un esposto alla procura di Milano.
Ora Franzoso non lavora più per FNM, alla presidenza della holding c'è un'altro manager di nomina politica. Mentre l'ex presidente Achille "rischia" una pena di poco superiore a due anni, per spese pazze contestate che sommano a 500mila euro. 

Questo è quello che succede in Italia a chi fa il proprio dovere, a chi non fa finta di non vedere (come avrebbe potuto fare Franzoso, come aveva fatto il predecessore all'audit), a chi piega la testa.
Non deve sorprendere il dato che oggi viene riportato (senza troppa enfasi) sulla diffusione della corruzione:
La corruzione tocca 1,7 milioni di famiglie. Il picco nel LazioLa richiesta di denaro e favori è più frequente sul posto di lavoro, poi quando si ha a che fare con la giustizia e nel caso di necessità di accedere a prestazioni assistenziali. A 2,1 milioni di famiglie è stato chiesto di fare una visita medica a pagamento prima di accedere al pubblico. Solo il 2,2% denuncia.
Perché denunciare, se quando denunci rischi di perdere il posto, di avere la vita rovinata?
Perché denunciare quando poi lo stato non è credibile (coi condoni, con le leggi ammazza processi, coi processi contro i magistrati dalla schiena dritta)?
Il risultato è che mentre si discute sull'approvazione di una legge elettorale che da stabilità all'esecutivo, i fondamenti del paese diventano ogni giorno meno stabili.
Si vive chinando la testa di fronte alle malefatte di chi sta sopra di noi e di fronte ai ricatti.
Come i ricatti dentro il mondo del lavoro? Vuoi mantenere il posto (ovvero vuoi continuare a vivere in modo semi dignitoso, visto che là fuori di posti di lavoro non ce ne sono)? Allora devi accettare il ricatto, ovvero firmare un accordo peggiorativo: è successo anni fa a Pomigliano per la Fiat FCA (che poi non mantenne gli impegni sui miliardi da investire in Italia), è successo in Alitalia e sta succedendo ora in Almaviva.

Lo racconta oggi Marta Fana (chi se no?) sul FQ:
Da sempre i colossi dei call center vivono di commesse pubbliche, ampi profitti e basso costo del lavoro. Oggi però cercano anche di imporre un modello di relazioni sindacali che ricorda quello del padrone delle ferriere: se il meccanismo non piace, scattano licenziamenti collettivi e trasferimenti coatti. Come nel caso dei lavoratori Almaviva di Milano, che fino al 30 settembre si occupavano della gestione dei call center di Eni. Scaduto il contratto, il colosso petrolifero controllato dallo Stato ha deciso di non rinnovare l’accordo dichiarando di voler “internalizzare il servizio”. Se desse l’appalto ad aziende che delocalizzano violerebbe il codice di autoregolamentazione fatto sottoscrivere dal ministero dello Sviluppo, ma nessuno lo sa perché non ha dato alcun dettaglio ai sindacati, che hanno chiesto invano informazioni al ministero.
Almaviva ha colto l’occasione per proporre a tutti i 440 dipendenti della sede di Milano – non solo ai 110 della commessa Eni – un accordo che prevede il controllo individuale a distanza, la cassa integrazione a zero ore, gli straordinari non pagati e il pieno dominio su organizzazione del lavoro e turni, da stabilire mensilmente a livello individuale. Un peggioramento delle clausole previste del contratto nazionale, ma legale grazie al decreto Sacconi del 2011.
Queste condizioni “non negoziabili” sono state accettate solo dal sindacato più rappresentativo, la Cisl, ma l’accordo è stato bocciato a larga maggioranza dal referendum dei lavoratori: 322 no, 107 sì e una scheda nulla. Hanno respinto l’accordo nonostante sapessero di rischiare il posto di lavoro. Come in Alitalia e in altre vicende, i dipendenti sconfessano i sindacati confederali e rivendicano la dignità nei luoghi di lavoro e il rifiuto della politica dei ricatti. I lavoratori sapevano che senza accordo avrebbero ricevuto la lettera di trasferimento a Rende, in Calabria. Cosa che infatti è accaduta ieri. Una dinamica già sperimentata in Almaviva che un anno fa licenziò a Roma 1666 lavoratori, rei di aver rigettato con il referendum l’ennesima riduzione di tutele e salari.
La legge concede mano libera ad Almaviva e la sua posizione di forza sul mercato gli permette di continuare ad aggiudicarsi commesse pubbliche. All’indomani dei licenziamenti collettivi di Roma, l’azienda si è aggiudicata, in raggruppamento temporaneo d’impresa, un appalto Consip del valore complessivo di 850 milioni di euro.
Il settore pubblico esternalizza servizi a chi non fa che competere al ribasso sui diritti dei lavoratori, utilizzando quando conviene trasferimenti coatti e licenziamenti quando invece lo Stato dovrebbe essere in prima fila a garantire il rispetto dei diritti tutelati dalla Costituzione.

PS: ai macchinisti di Ferrovie dello Stato che conducono i treni merci è stato proposto un premio se saltano la pausa pranzo per evitare ritardi.
Come Mimì, il protagonista del film "La classe operaia va in Paradiso", stiamo tornando al cottimo.

05 ottobre 2017

Una questione seria

Non so se sia leggenda o una storia vera, quello che raccontò Joseph Kennedy a proposito della crisi del 29: un giorno un lustrascarpe gli consigliò dei titoli buoni per la borsa. "Se il mio lustrascarpe ne sa più di me, c'è qualcosa che non va nel mondo della finanza" - la conclusione del senatore.

Possiamo portare lo stesso ragionamento oggi: se a parlare di corruzione e corrotti sono persone come Lavia o la giornalista sportiva D'Amico (un maschio e una femmina, per non essere tacciato di maschilismo), usando pure argomentazioni vecchie di anni, un problema ce l'abbiamo.
Meglio un corrotto che uno stato rotto cosa vuol dire? Che c'è una dose minima di corruzione (e di soldi pubblici rubati, di non meritocrazia) che è lecito consentire?

“Mi dispiace essere realista: sopportare qualche corrotto è meglio che avere lo Stato rotto. Io non sono più purista come un tempo”.

Che direbbe Lavia o D'Amico se un giorno dovesse perdere il posto per un nominato, un amico di?
La corruzione non è un'opinione qualsiasi, ma qualcosa che blocca lo stato, ne mina la credibilità, un fardello sui conti e sulla crescita del paese.
Altro che repubblica giudiziaria: i debiti e le inefficienze di oggi le paghiamo tutti, perfino i giornalisti del Foglio che da anni portano avanti la campagna contro i magistrati che si permettono di indagare i colletti bianchi e i politici.
E che si accontentano del simbolo dell'Europa sulla bandiera del PD. O di Forza Italia.
Una questione tremendamente seria per lasciarla a commentatori qualsiasi.

15 marzo 2017

Il garantismo a senso unico

Su l'Unità seguo la rubrica di Rondolino, con cui risponde agli articoli e alle inchiuste pubbicate sul Fatto quotidiano.
Oggi si parla di Mani Pulite (di cui il direttore Travaglio ha appena pubblicato un saggio per i 25 anni) e dei suicidi causati dall'inchiesta dei PM di Milano:

Poi ci sono i suicidi (“Si vede che c’è ancora qualcuno che per la vergogna si uccide”, disse il coordinatore del pool Gerardo D’Ambrosio a proposito della tragica morte di Sergio Moroni): 32 tra il 1992 e il 1994.
Questa è stata Mani Pulite: ma non ditelo a Travaglio, e neppure a Bianca Berlinguer. Il regimetto ha bisogno dei suoi miti e delle sue falsificazioni per procedere spedito nella demolizione dello stato di diritto e della civiltà democratica.

Nel saggio si affronta il tema dei suicidi e si riporta per intero la dichiarazione di D'Ambrosio:
4. ManiPulite ha indotto al suicidio molti arrestati.È un argomento drammatico e ricattatorio (...). Nessun indagato di Mani Pulite si è tolto la vita in carcere. Erano indagati, ma a piede libero, il segretario del Psi di Lodi, Renato Amorese, e il deputato socialista, Sergio Moroni, entrambi morti suicidi. Era libero anche Raul Gardini, che non sopportò il peso delle accuse che avrebbe dovuto confessare di lì a qualche giorno nell’interrogatorio già fissato in Procura. Morì in carcere, invece, il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, ma il pool Mani Pulite l’aveva già fatto scarcerare: era trattenuto in cella da altri magistrati per una diversa indagine, quella sulla tangente Eni Sai (...). Moroni lasciò una lettera, in cui non se la prendeva con i magistrati, ma con i compagni del Psi che l’avevano emarginato (...) Dopo la morte di Moroni, Craxi commentò: “Hanno creato un clima infame”. D’Ambrosio (...) replicò: “Il clima infame l’hanno creato loro. Noi ci siamo limitati a scoprire e perseguire fatti previsti dalla legge come reati. Poi c’è ancora qualcuno che si vergogna e si suicida”.(...) 

Non so come Rondolino sia arrivato a quel numero.
In ogni caso, visto che si è toccato questo argomento così delicato, vorrei denunciare uno di questi: è l'imprenditore Ambrogio Mauri, suicidatosi nel 1997 dopo che, nonostante le sue denunce per le tangenti in ATM, era rimasto tutto come prima. Non ci sono solo i manager e gli imprenditori finiti sotto indagine, dunque: tra le vittime della corruzione ci sono anche persone come questa, che proprio non voleva pagare tangenti per vendere i suoi autobus. Su l'Espresso, Travaglio aveva scritto:
Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta". Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita". 
Ma forse Mauri è una delle vittime dimenticate perché fuori dal sistema. Il sistema di imprenditori e politici per cui ogni volta (ad ogni inchiesta, l'ultima quella di oggi per appalti truccati in Campania) si invoca la presunzione di innocenza.
Come se, nelle nostre carceri, non ci fossero più spacciatori che colletti bianchi, nonostante l'alto livello di corruzione percepita.

18 gennaio 2017

Grandi lavori, piccoli uomini

Grande opera terzo valico:
"Intanto la malattia arriva tra trent’anni”. Non solo: se fossero rese note le informazioni sull'amianto, “ti fermano i lavori”"
Ettore Pagani, numero due del consorzio Cociv chiamato a realizzare il il Terzo Valico in una intercettazione del 2015


Aquila 6 aprile 2009, poche ore dopo il terremoto, gli impren-ditori Francesco Maria De Vito Piscicelli e Pierfrancesco Gagliardi al telefono: 
Gagliardi “Bisogna partire in quarta subito, non è che c'è un terremoto al giorno”. 
E Piscicelli: “Io stamattina ridevo alle tre e mezzo dentro al letto”.

Inchiesta sulla centrale a carbone Tirreno Power di Vado Ligure che secondo la procura avrebbe causato oltre 400 morti: 
“Cerchiamo di fare una porcata...che almeno sia leggibile...C’hai le mani sporche di san-gue...mi sputerei in faccia da solo”
Giuseppe Lo Presti, dirigente del ministero dell’Ambiente 

Infine le intercettazioni dell’inchiesta sull'Ilva di Taranto dove Fabio Riva, parlando con un avvocato si lamentava dei dati forniti da Arpa Puglia e poi commentava “due tumori in più all’anno...una minchiata”.

(le intercettazioni sono prese dall'articolo di Ferruccio Sansa “L’amianto in cantiere? Si ammalano fra 30 anni”).

Adesso avete capito perché tutti i governi che si sono succeduti in questi anni non hanno mai osteggiato le grandi opere?
Grandi opere significa, molto spesso, corruzione, soldi pubblici sprecati, imprese che saltano la concorrenza e il libero mercato danneggiandone altre, danni ambientali.
E anche danni alla salute.
Ma, tanto, si scopre tra trent'anni.
E ora continuate ad aver paura dell'invasione dei migranti.