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10 novembre 2013

La disfatta del nord, di Filippo Astone


Il saggio di Filippo Astone parla della crisi della regioni del nord e ne individua le cause all'interno della classe politica nordista che in questi venti anni ha amministrato comuni, provincie regioni e paese: come spiega l'autore “questo libro ruota attorno alla «questione settentrionale», o, meglio, attorno al suo lato oscuro: l’inadeguatezza e la rapacità delle sue classi dirigenti”.


Classi dirigenti che nel lontano 1994 erano calate dal nord produttivo verso Roma ladrona per settentrionalizzare il paese e che invece hanno solo causato la meridionalizzazione delle regioni sotto le alpi: “a vent’anni di distanza non solo i leader del Nord non hanno imposto i loro presunti valori al resto d’Italia ma paiono averli dimenticati. Alla meritocrazia si è sostituito il nepotismo, alla concorrenza i favori personali”.

Non solo il nord non è riuscito a esportare le sue virtù (la buona sanità, amministrazioni che funzionano, infrastrutture realizzate nei tempi e nei costi) al resto d'Italia, ma le cronache giudiziarie ci raccontano di come oramai la famosa “linea della palma” sia bel oltre la linea del Pò, solo per parlare della mafia. Visto che non ha più senso parlare di rischio infiltrazione.
La meridionalizzazione del nord ha portato all'occupazione da parte della politica di tutte le poltrone possibili, l'assenza di controllo sulla spesa pubblica usata solo per favore amici, l'assenza di meritocrazia, di rispetto delle regole e del bene comune, cementificazione, traffico illegale di rifiuti, e ancora “corruzione, clientelismo, malagestione, mafie, sottosviluppo economico, lentezza, incapacità o impossibilità di prendere decisioni”.

Nulla è stato risparmiato ai cittadini di Lombardia, Piemonte, Veneto.
Colpevole di questa disfatta è soprattutto un’intera generazione di politicanti e affaristi del Nord: “passando da Maroni a Formigoni, da Monti a Tosi e Ponzellini, dalla Lega a Comunione e Liberazione; tra banche che finanziano gli amici anziché le piccole imprese, grandi aziende pronte a fuggire all’estero, ricchezze accumulate a scapito della salute dei cittadini”.


Le inchieste della magistratura non sono il problema, ma solo il sintomo di una malattia grave, che rischia di essere sottovalutata: prendiamo ad esempio l'inchiesta che riguarda Formigoni e la Maugeri: i numeri che la magistratura contesta ai ciellini Pierangelo Daccò e Antonio Simone, sono 70 milioni di euro, relativi a uno soltanto degli almeno 20 filoni di inchiesta.
Solo questa cifra è pari all’intero importo della tangente Enimont (150 miliardi di vecchie lire): tangente Enimont che segnò la fine di un'intera classe politica della prima Repubblica. 

Formigoni (e i suoi assessori) e Maroni che ne ha preso il posto in regione, invece non sembrano avere accusato nessun colpo.
Spiega l'autore, e lo ripete più volte nel corso del libro che a lui non interessa tanto l'aspetto giudiziario:
“ciò che conta davvero sono i comportamenti (morali, storici, gestionali e politici) che emergono dagli atti giudiziari e dalle cronache”.
Tutti i politici coinvolti nelle inchieste raccontate infatti si dicono sereni, nell'attesa che la magistratura faccia il suo corso. Al massimo, quando proprio lo scandalo è enorme, parlano di complotti politici orditi da giudici o dall'opposizione.

Così si è difeso Bossi, così si difende Formigoni.

Ma le inchieste raccontano di fatti che meriterebbero, a prescindere dal corso giudiziario, una risposta politica. Chi ha fatto entrare la ndrangheta nei cantieri del nord e perfino dentro la giunta regionale? Come si fa a parlare di regione virtuosa, buon governo, quando non si conoscono i costi della sanità, quando questa è praticamente in mano ad un movimento religioso e dove tutti i dirigenti di Asl e strutture ospedaliere sono nominati per tessera politica (e non per merito)?
Come sono potuti capitare gli scandali del Santa Rita, dei rimborsi regionali, il crac del S. Raffaele?


I numeri della questione settentrionale.

Se si esclude la Lega, nessun partito politico porta nella sua agenda la questione settentrionale (e questo è l'unico merito che si può concedere al Carroccio).
Il nord, in pratica le tre regioni citate poco prima, mantengono il resto d'Italia, sia in termini di PIL prodotto, sia in termini di tasse che escono dal territorio e finiscono al governo centrale e alle altre regioni. 
Alcuni dati forniti dall'autore: “in media, ciascun lombardo spende (in tasse) 3800 euro ogni anno per mantenere i connazionali del Centro e soprattutto del Sud”.

E ancora: “ogni anno i cittadini della Sicilia ricevono dalle altre regioni italiane la bellezza di venticinquemilaseicento miliardi di vecchie lire”.
Il Nord nel suo insieme, con il 45,5% della popolazione, produce il 54,5% del pil.
Il Sud con le isole, abitato dal 34,9% degli italiani, produce infine il 16% del pil.
Questi numeri che raccontano di una Italia a due velocità dovrebbero far riflettere: prima per capire come far diminuire questo gap (far sì che il meridione cresca come PIL, come benessere, come servizi ottenuti dallo Stato). Dall'altro per l'importanza nel saper amministrare correttamente questa ricchezza, saper governare questa locomotiva che oggi, per colpa della crisi e di questa malagestione, rischia di rimanere al palo. E se il nord tracolla, per i numeri che abbiamo visto prima, tutto il paese cade.





In un precedente post avevo riportato tutte le considerazioni dell'autore che smonta il falso mito della Lombardia sinonimo di buon governo: la Lombardia è oggi governata, col silenzio complice della Lega, da CL e dal suo braccio operativo che è la Compagnia delle Opere.

Nella mia regione, di fatto, è stata realizzata una sorta di privatizzazione nei beni pubblici, fatta coi soldi dello Stato, del cittadino: “Formigoni e i suoi accoliti sono riusciti a realizzare, a modo loro, il sogno leghista: la disarticolazione dello Stato.[..]

è stata privatizzata buona parte della sanità, dei servizi sociali, del welfare, della gestione dei beni comuni.[..]
La privatizzazione «sussidiaria» apre anche la strada alla riduzione della spesa sociale tout court.”
Si dice che questa privatizzazione coi soldi pubblici alla fine costi poco al cittadino e che abbia portato la sanità a livelli di eccellenza: ma la realtà, spiega l'autore, è diversa. La sanità è a buoni livelli grazie a tutti i soldi che vengono in essa investiti, grazie al lavoro fatto ben prima che arrivasse Formigoni. 


Il sedicente Governo tecnico di Monti

Forse pochi altri governi erano nordisti come quello del professore in loden: anche lui si prende la sua parte di demerito per come ha gestito il suo anno abbondante di esecutivo, sia per l'Italia che per il nord.
Monti è subentrato a Berlusconi e al suo governo del Bunga bunga (che non riusciva più a fare alcuna riforma per sanare il deficit e che per anni non aveva nemmeno ammesso l'esistenza di una crisi): il professore in loden è stato chiamato come salvatore della patria, uno dei tanti nella nostra sfortunata storia, per salvarci dal default: “il paese si è salvato per qualche mese dal default e dal discredito internazionale, facendo però pagare tutto il conto alle fasce più deboli della popolazione”.

Salvataggio compiuto grazie alle sue “riforme”, parola che da allora “è diventata espressione di sacrifici e peggioramento”: la riforma delle pensioni (che ha causato il dramma degli esodati) e quella del lavoro (che non ha portato alcun beneficio nell'occupazione).

“Con Monti e i suoi tecnici nessuno dei problemi strutturali (la bassa crescita economica, il pauroso deficit che affliggono l’Italia è stato risolto. [.. ] Il nordista bocconiano Monti ha lasciato il Paese in uno stato peggiore [..] ha evitato il default e ha offerto un’immagine internazionale più presentabile del «Bunga Bunga» berlusconiano”.


La riforma Fornero ha creato “lavoratori che oggi hanno fra i 25 e i 50 anni sono stati trasformati, senza saperlo, nei poveri di domani. Senza una pensione dignitosa” e più facilmente licenziabili.
I conti del paese sono stati tamponati dai tecnici che “hanno impostato solo una politica di aumento della tassazione, riduzione dei diritti dei lavoratori, prelievo di risorse dall’Inps”.

Nonostante le tante promesse e i titoloni dei giornali, “Non c’è stato alcun rigore. Solo aumento delle tasse e riduzione dei diritti dei lavoratori”.
La spesa pubblica e il debito pubblico non sono stati ridotti in alcun modo, non è stata fatta nessuna reale liberalizzazione o apertura dei mercati chiusi.
Scrive l'autore: “Grazie alle «riforme» montiane, sul fronte fiscale, le entrate passeranno da 740 miliardi nel 2011 a 765 nel 2013, 800 miliardi nel 2014 e 820 nel 2015.[..]
I sacrifici sono stati a carico soprattutto delle famiglie, che soffriranno per l’aumento delle bollette
[..] In nome di presunte «necessità» ci si è accaniti contro le parti più deboli della popolazione, senza chiedere alcunché alla parte più ricca del Paese, ai percettori di rendite di posizione, alle banche”.
Come si è visto ora, tutto questo rigore senza crescita strozza l’economia.

Alla fine, il tecnico Monti che mai si sarebbe ricandidato, si è invece dato alla politica costruendosi un suo partito: la sua discesa in capo è stata a fianco di un altro personaggio che verrà poi successivamente citato dal libro. 
Monti è apparso, il 20 dicembre 2012 in coppia con Sergio Marchionne alla Fiat di Melfi, dove non si capiva chi dei due presentava il suo programma politico: Marchionne che garantiva i suoi investimenti al sud, a Melfi, modello industriale fatto a discapito dei diritti dei lavoratori. Diritti tolti anche grazie alle “riforme” del professore. 

Doveva essere il trionfo del manager e del politico tecnico, e invece è stata solo la dimostrazione della “inadeguatezza di Monti, visto che, nemmeno un mese dopo l’incontro a Melfi, Marchionne ha annunciato due anni di cassa integrazione proprio nella fabbrica della Basilicata appena visitata con Monti”.

Spiega Astone : “quella di Monti è solo ideologia, [..] Mario Monti si toglie la maschera del tecnico e si rivela per quello che è sempre stato: un politico, pronto a sfruttare la visibilità ottenuta con la premiership per correre alle elezioni”.


Il caso Ponzellini: il volto della disfatta

“Se la disfatta del Nord potesse avere un volto, sarebbe quello pingue e con gli occhiali alla Onassis di Massimo Ponzellini, l’ex presidente della Banca popolare di Milano”: Ponzellini, come gli esponenti della politica, è uno dei protagonisti della storia di questa disfatta.
Presidente della banca popolare, che è arrivato a questa carica grazie alla sponsorizzazione della Lega ma che è stato votato grazie anche alla lobby dei sindacalisti-azionisti in banca (per mantenere i propri privilegi), è riuscito nel compito di portare la sua banca in crisi, a tradire il suo mandato (che doveva essere quello di favorire le piccole imprese) per finanziare i grandi imprenditori del salotto buono della finanza (Ligresti e Caltagirone). Ma anche BPLUS di Francesco Corallo. Figlio del boss mafioso Gaetano Corallo, vicino a Nitto Santapaola, l'uomo dei corleonesi a Catania.


Anche questa storia racconta di “mazzette in cambio prestiti a società contigue a esponenti della criminalità organizzata”, di “familismo, la mancanza di meritocrazia, i sistemi chiusi, la corruzione, l’intrusione della politica nelle aziende”.

Astone racconta della Bplus, dell''attività di lobbying da parte delle società di giochi online nei confronti della politica (PDL) per avere leggi più favorevoli :
Nel marzo 2012 in Commissione finanze della Camera, dove siede Laboccetta, un emendamento del Pdl fa cadere le barriere antimafia per le concessionarie dei giochi d’azzardo, abolendo per i soci l’obbligo della certificazione”.
Non solo
“quando la Corte dei conti contesta all’Atlantis un danno all’erario per aver scollegato le slot machine dal sistema telematico della Sogei, Laboccetta (come risulta da intercettazioni predisposte per altre cause dal pm Henry John Woodcock) fa pressione sull’allora segretario di Fini Francesco Proietti Cosimi, perché la concessione dell’Atlantis non venga revocata”.


Ma oltre alla storia dei Corallo, Astone racconta anche della raccomandazione chiesta da Grilli (quando era dirigente del ministero del Tesoro) a Ponzellini per la nomina a presidente della Banca d'Italia : “il milanese bocconiano Vittorio Grilli (non ancora assurto a ministro «tecnico» dell’Economia) cercherà più volte di farsi raccomandare da Ponzellini per ottenere dal centrosinistra d’opposizione la benevolenza verso la sua corsa all’incarico.
[..]
Grilli non diventerà mai governatore, risultando battuto da Ignazio Visco. Ma se ce l’avesse fatta, sarebbe stato proprio lui a vigilare su Ponzellini”.
Conclude l'autore:
“l’affaire Ponzellini dimostra che, al di là delle parole, i politici della Lega Nord non hanno mai lavorato in favore del proprio elettorato di riferimento e dei relativi territori. Alla Lega, una banca serviva solo per la sua leadership, e per il ristretto clan che la circondava”.

La mafia al nord

Altra causa della disfatta del nord, la presenza della mafia dentro i gangli dell'economia: Il fronte più insidioso della disfatta del Nord è rappresentato dalle mafie che – grazie all’alleanza con alcuni settori delle élite settentrionali – vanno colonizzando con successo territori un tempo sani e produttivi”.


I mafiosi, che l'autore chiama i “Caproni”, “pervertono il sistema della concorrenza capitalistica, facendo in modo che nella competizione di mercato non prevalga il migliore”, perché alla fine vince chi ha dietro di sé la criminalità organizzata. Per cui riesce a spuntare prezzi più bassi per un appalto, tariffe più convenienti per lo smaltimento rifiuti ..

Come succedeva per la Sicilia alcune decine di anni fa, per molti, la mafia al nord non esiste e , se esiste, è solo una presenza sporadica. Eppure “secondo il Mafia Index, un vero e proprio indice della penetrazione della mafia in Italia, elaborato da Transcrime la Lombardia è la regione del Nord a maggiore densità mafiosa”.
“Il catalogo dei luoghi comuni vuole che le mafie al Nord non siano poi così presenti e che gli imprenditori collusi siano stati costretti dalle minacce”
racconta e dunque la penetrazione che non è frutto della minaccia dei “caproni” agli imprenditori padani ma bensì “sono al contrario i colletti bianchi settentrionali che si rivolgono ai criminali, che li corteggiano”.

Le mafie hanno costituito delle vere e proprie reti che mettono assieme professionisti, imprese, politici locali. Che devono a questa rete criminale la propria ascesa politica: per i voti presi, per in finanziamenti.


Ogni volta che vengono pescati dalle forze dell'ordine, ci si dovrebbe chiedere come mai i loro leader politici non li hanno fermati prima: “come nel caso del governatore della Lombardia Roberto Formigoni, che ha ignorato la contiguità ai Caproni del suo alleato politico e compagno di partito Massimo Ponzoni”.

Per raccontare questo fenomeno, l'autore racconta poi i casi dell'assessore Massimo Ponzoni, del costruttore Ivano Perego e dell'assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti.

Dove erano gli amministratori virtuosi? Dove era la Lega?




Tra i principali artefici della Caporetto nordista c’è la Lega – mette subito in chiaro l'autore: “il Nord non è mai riuscito a esprimere una leadership politica all’altezza della sua economia e del suo tessuto sociale”.


La Lega
“ha alimentato una classe di politicanti che sotto lo spadone di Alberto da Giussano si è rivelata vorace, disonesta e incapace [..] i consiglieri regionali del Carroccio si sono completamente appiattiti su Formigoni e Comunione e liberazione”. La politica che Astone chiama la “sussidiarietà dei favori”.


La Lega “ha la responsabilità di aver creato un clima culturale diffuso che ha fornito risposte sbagliate ai problemi del Nord: chiusura invece di apertura al mondo globalizzato e alle sue opportunità, tradizionalismo invece di innovazione”. Ma anche occupazione delle poltrone come faceva la vecchia Democrazia Cristiana, ha dato troppa enfasi al problema della piccola criminalità, dimenticandosi delle mafie (che nel frattempo erano entrate nell'Ortomercato), ha ricandidato consiglieri che erano stati immortalati assieme a mafiosi (come Ciocca), non si è accorta degli affari del suo tesoriere Belsito (l'inchiesta parla di ipotesi di riciclaggio e associazione mafiosa).
Aver promesso agli elettori il famoso “federalismo” e aver invece solo portato ai tagli lineari da Roma, il patto di stabilità, il porcellum (che blocca gli eletti in Parlamento), l'aumento delle tasse regionali.

Il fallimento della Lega : “Sì, la Lega ha fallito almeno tre volte: dal punto di vista morale, politico e gestionale.”.


Infine, cosa sta succedendo in Piemonte, dopo che la Fiat ha deciso, ma non l'ha detto chiaramente, di abbandonare il nostro paese. Tutta colpa del Contrattone stipulato tra Fiat e Chrysler, nel 2009: riuscirà il nord e il paese a fare a mano della sua più grande (e unica) azienda di auto?

La conclusione dell'autore: come può uscirne il nord, da questa disfatta? Solo con un alleanza trasversale, da parte di tutto il ceto veramente produttivo. Un'alleanza dei contadini, la chiama Filippo Astone.

Quello cioè, che non ha solo succhiato risorse per se e per gli amici, aziende che investono in ricerca (come la Mapei di Squinzi, il nuovo presidente di Confindustria), che non credono nella libertà di licenziamento per fare impresa, aziende che non godono di protezioni politiche o che fanno impresa esclusivamente col denaro (e le sovvenzioni, e la sussidiarietà) del pubblico. 
Contadini in contrapposizione ai Luigini, quelli che governano le aziende coi patti di sindacato, con le reti di relazioni dei salotti buoni.
Perché questi contadini non propongono alla politica una “piattaforma che promuova le istanze dei produttori ed elimini le rendite di posizione do coloro che nulla generano e tutto succhiano?”.
Così il nord potrebbe rallentare la corsa verso la disfatta.

Approfondimenti e altre letture:
Report - la banca degli amici (BPM)
Giuseppe Gennari - Le fondamenta della città
Presa diretta: basta con l'austerity
Presa diretta: ndranghetisti
Presa diretta: Ricchi e poveri
Davide Milosa, Gianni Barbacetto Le mani sulla città
Giuseppe Caruso e Davide Carlucci A Milano comanda la ndrangheta


La disfatta del nord, di Filippo Astone (
Longanesi editore)
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

08 novembre 2013

La disfatta del Piemonte

Ultima parte del saggio di Filippo Astone “La disfatta del nord”: la disfatta del Piemonte e dell'Italia abbandonata dall'auto.

Si parla dell'abbandono dell'Italia da parte della Fiat e degli Agnelli, gli imprenditori che pur essendo stati generosamente aiutati dal nostro paese, stanno abbandonandolo in favore dell'impegno in Chrysler.
Le immagini di Presa diretta hanno raccontato del deserto industriale attorno Torino, la città del nord più povera che rischia di diventare solo un enorme città dormitorio.
Tutto questo a causa del calo di produzione della Fiat che ha messo in crisi l'intero indotto.


Tutto è diventato chiaro nel settembre 2012 quando Fiat annunciò l'abbandono del piano
“Fabbrica Italia” (quei 20 miliardi che forse esistevano solo sulla carta) perché la crisi aveva peggiorato le previsioni del mercato in Italia.
Una separazione uni-consensuale, che è figlia anche del calo di produzione del gruppo Fiat nel nostro paese, che dal 2007 si è dimezzato, facendo cadere l'Italia al 22 esimo posto come produttore d'auto (nel 2004 eravamo al 11 esimo posto).
Ma se si esclude l'Italia, la quota Fiat in Europa è del solo 3%.

La testa del gruppo è ora in America dove si sta negoziando il prezzo per rilevare le azioni restanti di Chrysler (contrattazione col sindacato Veba).

Dobbiamo immaginare uno scenario dove in Italia rimarranno solo metà dipendenti su due o tre stabilimenti, per produrre solo modelli di lusso.

La testa, comunque, sarà fuori dall'Italia: come la chimica, l'elettronica, la metallurgia, il tessile, abbiamo perso anche il settore dell'auto.
A Marchionne scade il mandato da AD nel 2014 e, guarda caso, ha chiesto due anni di cassa integrazione per i suoi stabilimenti a gennaio: per questo può dire che non intende chiudere nessuno stabilimento, in Italia. Perché ci pensa la cassa integrazione, ovvero L'INPS, a tenerli in vita.

Alla sorte di questi ci penserà chi arriverà dopo, nel 2014.

Questa decisione nasce dal “Contrattone”, il contratto firmato il 10 giugno 2009 con Chrysler e i governi di USA e Canada: un contratto di acquisizione da parte di Fiat ma dove, a veder bene, è Chrysler che compra (i motori, il know how ..).

La Fiat non se ne va dall'Italia, diminuendo produzione e utili, per colpa dell'articolo 18, di confindustria, dei sindacati come la Fiom poco flessibili (o poco propensi a bersi tutte le promesse). Non è nemmeno colpa della crisi, ma è tutto dentro le clausole del contrattone. Ci sono delle clausole precise: Chrysler viene ceduta se Fiat apre la rete commerciale in Brasile (dove le vendite sono buone) ai suoi veicoli, a discapito di quelli Fiat.
Una clausola dice che Fiat deve dare massima garanzia di occupazione in America, non in Italia.
Infine il prezzo d'acquisto è inversamente proporzionale alle auto prodotte in Italia e direttamente a quelle prodotte oltreoceano.

Ecco perché dal 2009 non escono nuovi modelli, se non restyling.
Tutta l'operazione di acquisizione costerà, stima l'autore, circa 2 miliardi, per una azienda che vale circa 15 miliardi di euro: quando verrà quotata in borsa le azioni comprare verranno anche rivalutate.

Gli Agnelli saranno l'unica dinastia dell'auto a non investire nel proprio prodotto e a perdere il controllo del proprio brand.
Già nel passato, comunque, gli Agnelli avevano deciso di diversificare i propri investimenti in energia, creando holding diversificate.
Ma questo abbandono risulta tanto più grave se si pensa ai soldi sottratti al fisco proprio mentre chiedevano aiuti allo stato (come ha rivelato Margherita durante la querelle sull'eredità): secondo la procura di Milano si parla di 1 miliardo di euro.

Il Contrattone è consultabile al link del sito internet del tesoro USA “Amended and restated limited liability company operating agreement pf Chrysler group llc” (lo trovate qui e qui).

Il piano Fabbrica Italia, dicono un molti, è stato un'enorme arma di distrazione di massa: anziché della clausole di questo si è preferito parlare, inutilmente di articolo 18, dei 20 miliardi, della produttività in Italia.
Tutti soggiogati dallo spot di Tognazzi.
La politica e i sindacati non hanno fatto nulla per chiedere spiegazioni a Marchionne, chiedere conto delle promesse.

Monti ha partecipato alla grande kermesse mediatica durante la sua campagna elettorale: il piano dai cuori forti.
Letta, assente ingiustificato, come del resto anche Passera e via discorrendo.


La bufala del costo del lavoro:
il costo del lavoro incide al 7-8% sul costo totale di un'auto. Produrre 200000 auto (utilitarie) in Polonia costa 18 ml di euro, produrre le stesse in Italia (che sono però modelli di lusso) costa 48 ml.
E sulla produttività in Italia, bassa, incide la cassa integrazione, il fatto che in Polonia si producono utilitarie.

La Fiat non crea nuovi modelli nuovi per colpa della recessione (non venderebbero dice l'AD): ma i concorrenti stanno facendo proprio il contrario. Sintomo del desiderio da parte della Fiat di ritirarsi dal nostro paese.
Spiega Luciano Gallino in un intervista riportata nel libro che, probabilmente, ad essere sacrificato a discapito dello spostamento in America, sarà lo stabilimento di Mirafiori e gli enti centrali del Lingotto.

Giulio Sapelli, intellettuale torinese, vede anche un aspetto di geopolitica dentro questa vicenda: “il declino della Fiat è un prezzo dell'allontanamento dell'Italia dagli Stati Uniti”, che ricorda anche i buoni rapporti di Gianni Agnelli con Kennedy e Kissinger.

Ora, nell'affare Chrysler Fiat, quest'ultima ci mette i suoi brevetti, i motori, la sua rete di vendita. Non è affatto un affare gratis per Marchionne, che invece dovrà rispettare delle precise condizioni.
Dopo la firma del Contrattone, Fiat fa due scelte: la promessa del piano Fabbrica Italia e conduce una campagna per rivedere i i diritti acquisiti dagli operai (e allontanare la Fiom dall'azienda).

Abbandona Confindustria, colpevole di essere un pachiderma burocratico costoso e inutile.
E così, da sola, può contrattare coi sindacati firmatari, più accomodanti, senza passare per Federmeccanica.

Agli operai Marchionne chiede, o impone, una cultura di povertà: lavorare di più, con meno pause, con più straordinari.
Dal 2004, quando ha iniziato a guidare la Fiat, Marchionne si accorge della scarsa produttività solo nel 2009, dopo che ha firmato l'accordo con Chrysler.
E pensare che nel 2006 diceva che “il costo del lavoro rappresenta solo il 7-8%” e “dunque è inutile picchiare su chi sta alla catena di montaggio”.

Si arriva al referendum: “si può votare liberamente, ma se vince il no [all'accordo] vengono chiusi gli impianti e si va tutti a casa”.
Referendum il cui si è appoggiato da quasi tutti i leader della fu sinistra.
Effetto del referendum? Nulla. Non solo, a Pomigliano, ad essere assunti nella newco (che ha preso soldi pubblici) sono operai non tesserati Fiom. E quando un giudice chiede l'assunzione di 19 tesserati Fiom la Fiat ne lascia altrettanti in mobilità. Scriverà Gad Lerner, che è come se fossero “ostaggi di una guerra”.

Il piano Fabbrica Italia era poco credibile: qualche slide su powerpoint e non un accordo con sindacati e governo. Prometteva di produrre oltre un milione e mezzo di vetture: ma quali modelli? E con quali catene di fornitura?
Nemmeno la Consob, che dovrebbe vigilare sul titolo Fiat in borsa, era riuscita ad avere maggiori dati su questo investimento.


I finanziamenti presi dalla Fiat.

Finché le cose sono andate bene, i soldi che lo stato ha dato come aiuti, alla Fiat, sono poi ritornati in termini di tasse e di benessere per il paese.
Prima del 1990 non sappiamo nulla: le stime dal 1990 al 2000 sono state fatte dal senatore Mucchetti nel libro “Licenziare i padroni”: la Fiat ha ricevuto 7,1 miliardi, dei quali cinque come aiuti di Stato. Lo Stato ha ritirato 3,2 miliardi di imposte, dunque il saldo, tolti i dividendi agli azionisti, è in negativo di 1,8 miliardi.
Calcolo che non tiene conto degli effetti benefici a cascata dell'industria.

Dal 1990 ci sono poi contratti di programma: come i 1,3 miliardi di euro per lo stabilimento di Melfi.
20 milioni per Mirafiori, 20,5 milioni per Pomigliano.

L'analista finanziario Alfonso Scarano ha analizzato il Contrattone mettendo in evidenza la correlazione tra l'andamento Fiat e la scalata in Chrysler: “tanto peggio va la Fiat (auto) e più conveniente sarà per il gruppo acquisire le quote previste nell'accordo”.
Ecco spiegato, forse, la separazione tra Fiat auto e Fiat industrial, che ha danneggiato l'auto.

“Se continua questa teatralità da parte dell'azienda e del governo ci saranno solo ristrutturazioni e piani di cassa integrazione”, conclude l'analista.

Perché i governi, questo governo, non hanno fatto nulla? Perché lasciano che Fiat abbandoni il paese in questa maniera, lasciandosi dietro enormi problemi sociali e industriali?


Altri capitoli del libro

Il falso mito dell'eccellenza lombarda
http://unoenessuno.blogspot.com/2013/11/il-fallimento-della-lega.html


La disfatta del nord, di Filippo Astone (Longanesi editore)
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

03 novembre 2013

Il falso mito dell'eccellenza lombarda


Un libro che consiglio a tutti i padanos che ancora credono di vivere nella regione dell'eccellenza: “La disfatta del nord” di Filippo Astone (Longanesi) parla della crisi del paese e in particolare di quella de nord, puntando il dito su un aspetto forse trascurato.
Il nord e l'Italia sono stati abbandonati e traditi proprio dalle classi dirigenti e politiche del nord stesso, che hanno governato quasi ininterrottamente negli ultimi 20 anni.

Dal governo Berlusconi del ghe pensi mi (e alla fine ha pensato solo a se stesso) al governo tecnico del tecnico Monti, capace solo di migliorare leggermente la percezione del paese all'estero dopo i festini a base di bunga bunga del predecessore. Per il resto Monti ha lasciato il paese peggio di come l'ha trovato.


Nell'attesa di finire la lettura, mi voglio concentrare su un capitolo importante, dove si sfata il mito dell'eccellenza lombarda: il mantra ripetuto a favore di telecamere dal senatore Formigoni non ha alcun fondamento di verità.
Se ci sono cose che funzionano in Lombardia non è per merito del celeste né di Comunione e Liberazione (né di giunta e assessori).

Scrive Astone: 
Se la Regione Lombardia fosse un’azienda avrebbe fatto una brutta fine da molto tempo.

spende tanto e male, spreca volentieri, fa pagare cari i suoi servizi, non fornisce rendiconti esaurienti delle sue attività,
[..] Nei diciassette anni di governo formigonian-ciellin-leghista, l’ente politico regionale è stato assai abile nell’appropriarsi del mito dell’eccellenza lombarda,

[..] La propaganda del buongoverno e dell’eccellenza è stata usata anche per coprire le cose più orrende. Come l’arresto per voto di scambio e legami con la ’ndrangheta dell’assessore regionale alla Casa Domenico Zambetti”.
E continua :

Quella sperimentata a Palazzo Lombardia è una modalità di gestione che dalla Lombardia

sta dilagando in settori chiave dell’intero Paese, [..] si chiama sussidiarietà, nei fatti una spartizione privata di soldi pubblici, a danno dei più deboli”.

Come possiamo parlare di eccellenza e di buongoverno del territorio, dopo lo scandalo Zambetti? Un assessore che si doveva occupare della casa e che aveva comprato i voti dalla ndrangheta. Che aveva dato un posto di lavoro alla figlia del boss.
Come possiamo parlare di eccellenza dopo che le inchieste hanno raccontato le preoccupanti vicinanze di assessori (come Ponzoni) con uomini delle cosche?

Come possiamo parlare di eccellenza dopo lo scandalo delle mancate bonifiche del quartiere Santa Giulia, e “le malversazioni di Giuseppe Grossi, l’imprenditore delle bonifiche vicino a Cl e alla famiglia dell’ex assessore Giancarlo Abelli”?


In quel quartiere è stato chiuso anche l'asilo, per evitare che i bambini potessero ammalarsi: “secondo una perizia ordinata dalla procura, solo metà del materiale tossico che Grossi ha dichiarato di aver bonificato sarebbe stato davvero rimosso”.

Si dice che la Lombardia abbia meno dipendenti pubblici delle altre regioni (e dunque costi meno al cittadino): “il conto dei tremila dipendenti della Regione Lombardia non comprende i dipendenti delle 69 società controllate o partecipate, come, ad esempio, i seicento impiegati e dirigenti di Lombardia Informatica” (società dirette da persone di CL).

Dice Giulio Cavalli, consigliere regionale Sel: “Ai politici bastava intestarsi l’eccellenza lombarda o nordica per diventare automaticamente credibili. Lo hanno fatto Berlusconi, Bossi e Formigoni. L’ultimo è stato il più bravo nella propaganda, nell’intestarsi l’eccellenza lombarda”.

Anche Cavalli riconosce come l’eccellenza lombarda esista da ben prima di Formigoni. “Col fiume di soldi che è stato investito è cosa logica che la sanità funzioni bene”.

E poi il capitolo sanità: la sanità in Lombardia funziona grazie ai tanti soldi pubblici che vengono pompati dentro questo sistema. Grazie al fatto che la Lombardia è una regione ricca e che dunque può investire molto per le cure dei suoi cittadini, dove la sanità funzionava bene anche prima di Formigoni. 
Dal 1997, pubblico e privato accreditato lavorano allo stesso livello, in una gara truccata però. Il privato prende i rimborsi sulle prestazioni effettuate ai pazienti. Il rimborso è calcolato col meccanismo dei DRG (gruppi omogenei di diagnosi): i più remunerativi sono guarda caso presi dai privati (nel settore dell'ortopedia e della ginecologia). 
Come funziona? “un cittadino ha bisogno di un intervento, che viene classificato in un Drg dal quale dipende la quantità di soldi che viene rimborsata. La struttura privata guadagna se riesce a far costare l’intervento meno del Drg.”

Dopo l'introduzione della legge del 1997 “si assiste gradualmente a due tendenze opposte: gli interventi chirurgici aumentano e parallelamente gli interventi medici (assai meno remunerativi) calano.

In quel periodo gli ospedali pubblici diminuiscono gli interventi, mentre le strutture private li aumentano del 51,6% e ottengono l’accreditamento del 51,4% di tutti i loro posti letto”.

È questa l'eccellenza lombarda?

Commenta l'autore che il “principale difetto del meccanismo dell’accreditamento e del finanziamento in base ai Drg è che esso incentiva le strutture private a produrre quantitativamente di più e ad aggiudicarsi il maggior numero di Drg più remunerativi. [..]

gli interventi chirurgici più gettonati sono quelli di cardiochirurgia e di ortopedia, i Drg più ricchi”.

È eccellenza anche non avere controlli sui rimborsi (che sono soldi pubblici)? Vi ricordate il caso Santa Rita? Gli interventi effettuati solo per prendere il rimborso. Ci sono state cinque morti che hanno portato alla condanna del primario Brega Masone. C'è ancora eccellenza in Lombardia?

La «legge Daccò»:

“La legge in realtà è la n. 34 del 28 dicembre 2007 finalizzata a concedere fondi ai privati per migliorare le strutture di assistenza sanitaria”. 

Si tratta solo dei privati non profit: “la legge è insomma, è esplicitamente pensata per il privato non profit, che in Lombardia equivale a dire solo Fondazione San Raffaele e Fondazione Maugeri” [..]
la Fondazione San Raffaele del Monte Tabor e la Maugeri, che grazie alla legge Daccò hanno ricevuto 84 milioni di euro extrabilancio tra il 2008 e il 2010”.

L'inganno è che “essere privati non profit vuol dire solo non distribuire gli utili agli azionisti. Ma nel mondo sanitario vuol dire anche non avere l’obbligo di presentare bilanci pubblici e certificati” e ciò “esenta ancor di più Roberto Formigoni, gli assessori regionali e i funzionari coinvolti da qualunque tipo di responsabilità civile e penale”.

Si dice anche che la sanità in Lombardia costi meno: falso anche questo. In Lombardia si paga la sanità più cara.
Lo sapevate che “in Lombardia si paga il ticket più elevato d’Italia: 3,06 euro medi per ogni ricetta contro l’1,77 del Piemonte, o l’1,38 dell’Emilia Romagna”?

Il costo dei ticket è aumentato negli anni: “se nel 2007 i lombardi avevano pagato 142 milioni di euro di ticket, nel 2011 ne hanno pagati 237”.

E dunque non è merito della giunta formigoniana se la sanità funziona (ma non è efficiente): “è solo grazie ai continui prelievi dal portafoglio dei suoi cittadini, e non per la presunta efficienza dell’amministrazione, che la Lombardia si colloca tra le regioni cosiddette «virtuose»
[..] Il prezzo della sanità lombarda consiste anche nell’addizionale regionale Irpef pari all’1,4%, applicata a tutti i cittadini che superano i 31.000 euro di reddito”.

Il commento finale dell'economista Marco Vitale: 
«Oggi, negli ospedali e nelle cliniche della regione più ricca d’Italia, se non sei di Cl non vai da nessuna parte. Nemmeno negli anni del fascismo il possesso di una tessera era così importante».

Lombardia come la Calabria:
«Comunione e liberazione applica metodi sostanzialmente mafiosi. Il modello della sanità lombarda sottomessa a Cl è analogo a quello della sanità calabrese.
Certo, in Lombardia c’è l’indubbia eccellenza di alcuni ospedali, ma si spiega con gli ingenti investimenti e con una tradizione storica che con Formigoni c’entrano poco».
Infine:
«Formigoni non ha alcun merito in questo. Anzi, ha contribuito a peggiorare lo stato delle cose, inserendovi sprechi e clientelismo, e chiudendo le carriere a coloro che non appartengono a Comunione e liberazione».

La disfatta del nord di Filippo Astone (Longanesi): i link per ordinarlo su Amazon e Ibs.

Sempre in tema:

- A Milano comanda la ndrangheta, Caruso e Carlucci
- Le mani sulla città, Barbacetto e Milosa

- La lobby di Dio, di Ferruccio Pinotti

30 giugno 2010

Il partito dei padroni di Filippo Astone

Il partito dei padroni. Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia.

Più di cinquanta anni fa, Ernesto rossi scriveva sul Mondo:

"Io non me la sono mai presa con gli industriali perché guadagnavano facendo il loro mestiere. Me la prendo con gli industriali che, finanziando i giornali, le campagne elettorali, i partiti, ricattando il governo con la minaccia dei licenziamenti, mantenendo uomini di loro fiducia nei gangli più vitali dei ministeri economici [..] riescono a continuare nel comodo sistema della privatizzazione dei profitti e della nazionalizzazione delle perdite".

Il partito dei padroni pag 352

Queste parole, alla chiusura del libro inchiesta di Filippo Astone, sono state scritte quando ancora l'Italia andava in giro in 500, governava la Democrazia Cristiana, il muro di Berlino era ancora in piedi ..
Eppure a rileggerle sembra che siano state scritte oggi.
Forse perchè mentre il mondo è cambiato, parte del paese è cambiato, la classe imprenditoriale, la classe dirigente, ancora in parte incarna quei vizi di cui Ernesto Rossi parla. Specie se prendiamo le grande aziende italiane, quelle a partecipazione statale, di cui ne aveva già parlato Gianni Dragoni e Giorgio Meletti nel libro "La paga dei padroni".
Patti di sindacato, catene lunghe, laute stock option decide dai vertici aziendali slegate dall'andamento dell'impresa, manager che vengono scelti per la loro fedeltà e non per le loro capacità.
Insomma, mentre si sente sempre più spesso ripetere che i lavoratori italiani devono essere flessibili, rinunciare a qualche diritto (l'odiato articolo 18, ma anche il diritto allo sciopero, ad uno stipendio dignitoso a prescindere, alla salute etc etc), mettersi in gioco col mondo globalizzato, si scopre poi, leggendo le cronache , che poi le nostre aziende sono le prime a non voler fare impresa, intesa come rischiare il proprio per inseguire un sogno, un progetto.

L'inchiesta di Astone allora, è importante per conoscere meglio cosa è Confindustria, come è strutturata (in ambito nazionale e in ambito locale), quali sono le sue proposte e quali di queste sono state sposate dalla politica, in particolar modo dall'attuale maggioranza di governo.

Si scopre così che è una struttura elefantiaca, con regolamenti molto complessi specie per la nomina dei presidenti (non conta il meccanismo una testa un voto, ma la capacità di fare rete, di essere cooptato): l'autore la paragona al "partito comunista cinese", pieno di tanti piccoli e grandi "mandarini" (leggetevi il capitolo "la mappa del potere in Confindustria").

Predica contro la politica politicante, ma è il più vecchio e il più influente partito italiano, 142.000 iscritti che danno lavoro a 4,9 milioni di persone, ramificato come nessun altro sul territorio. Predica contro la burocrazia, ma si avvale di un apparato faraonico di 4.000 dipendenti, paragonabile per dimensioni soltanto a quello che consente al ministero degli Esteri di operare nei cinque continenti. Predica contro gli sprechi, ma preleva ogni anno dalle tasche dei propri associati qualcosa come 506 milioni di euro, poco meno di 1.000 miliardi di lire, per tenere in piedi una sede romana, 18 strutture regionali, 102 provinciali, 21 federazioni di settore e 258 organizzazioni associate. Predica contro la casta, ma è un organismo piramidale, dominato dal nepotismo, che procede dal padre e dal figlio come lo Spirito Santo nel Credo. [dall'articolo su Il giornale]

Il programma dei padroni.
Altro capitolo importante, è quello dove si affronta il modello di lavoro, di Welfare, di impresa (media e piccola) che Confindustria ha in mente: questo è oggi estremamente importante, poichè stiamo assistendo ad una alleanza capitale-lavoro che l'autore fa risalire agli anni '20, '30, all'epoca del consenso mussoliniano. Da una parte persone che ritengono che il lavoro sia solo un costo (e il lavoro dunque una merce come le altre), dall'altra ministri e politici che fanno da sponda a queste richieste per consolidare il proprio consenso nei salotti buoni (dove sempre più spesso si decidono le sorti del paese).

I quattro punti fondamentali di questo programma sono così definiti: «Privatizzare qualunque cosa tranne (per ora) l'aria; abbassare drasticamente le imposte e pertanto la spesa pubblica; riformare radicalmente la contrattazione e il diritto al lavoro per ottenere la massima flessibilità e minori costi; adoperarsi per attuare le riforme indispensabili a un paese moderno» cioè burocrazia più efficiente, infrastrutture, incentivi a ricerca e sviluppo. Questo programma non cambia mai e le richieste ai governi di turno sono sempre le stesse. E, se guardiamo agli ultimi venti anni, ci accorgiamo che questo programma è stato pazientemente applicato con certosina precisione (anche se questo non basta ancora al "partito dei padroni") sia dai governi Berlusconi che da quelli del centrosinistra. [fonte Micromega]

E' un modello contro i giovani e il lavoro: un modello che tenderà ad aumentare sempre più la precarietà e, di riflesso, ad impoverire tutto il paese.
Meno stipendi, meno controbuti; meno contributi meno tasse (e meno tasse anche se aumenta l'evasione, l'utilizzo di paradisi fiscali e fondi neri, pratica in cui i "padroni" fanno spesso ricorso), meno risorse per i beni pubblici.

In questa inchiesta c'è spazio anche per aspetti positivi del mondo imprenditoriale: come gli industriali che in Sicilia hanno detto no alla mafia, perchè han capito che così si rubavano risorse da investire nelle imprese.
Mi riferisco a Ivan Lo Bello, Antonello Montante, Marco Venturi e Giuseppe Catanzaro, che hanno portato avanti una rivoluzione copernicana (la cacciata da Confindustria delle imprese che pagano il pizzo), che non è solo una questione di facciata.
Questa è una delle belle novità introdotte dalla gestione Marcegaglia: non è molto positivo il ritratto che Astone ne fa nel libro. Una scommessa mancata: anche per la crisi, era il momento di portare nelle imprese italiane quella ventata di novità e riforme che ci si aspettava.
«Nei primi due anni della sua presidenza Emma Marcegaglia avrebbe potuto lavorare per una stagione di grandi riforme. In direzione di un new deal di vera concorrenza, autentico e sano liberismo, nuove regole che dessero una boccata d’ossigeno alle piccole e medie imprese e ai loro dipendenti, un mercato del lavoro più equo. In altre parole: il combustibile necessario per far ripartire un’Italia in declino economico e industriale, e mostrare qualche segno di speranza alle generazioni future», scrive il giornalista.
Che amaramente conclude: «Ma non lo ha fatto. Ha preferito ritagliarsi un ruolo da tranquillo amministratore di un condominio che dovrebbe essere ristrutturato completamente. Ma che per ora, a suo dire, può tirare avanti così, con un lavoretto qua e un puntello là»

Non solo si è preferito navigare a vista, ma si è anche fatto gioco di sponda col governo, specie nel caso Alitalia, un brutto esempio contrario alle logiche di mercato (tanto invocate quando si parla degli stipendi degli altri), di liberalizzazione, in pieno conflitto di interessi (aziende concessionarie dello stato, che entravano nella cordata per aver poi favori dal governo), dove il pubblico pagherà per anni i debiti pregressi di Alitalia.
Un capitolo è dedicato alle Piccole Medie imprese, nel loro conflitto contro le grandi: le pmi riunite attorno a Confapi (rivale della medesima struttura dentro Confindustria), che hanno necessità e priorità diverse dalle seconde.

Il libro termina con due capitoli : il primo dedicato a Luca Cordero di Montezemolo. Cosa ha in testa Montezemolo? Cosa vuol realizzare con la sua findazione Italia futura?

Dove vuol arrivare Montezemolo?
«Vuol fare politica, ma la farà solo da vincente. Per ora ha messo sul tavolo da gioco una fiche, che è la Fondazione Italia Futura. Certo fa sorridere leggere quello che ha scritto sul suo sito: “Siamo una nazione che troppo spesso tende a cedere alla leggenda consolatoria secondo cui tutti rubano alla stessa maniera. Non è così e lo sappiamo bene”. Sta parlando un manager che fu cacciato dalla Fiat perché accettava denaro ogni volta che presentava il finanziere Gianfranco Maiocco a uno dei grandi capi del gruppo torinese e che davanti al giudice Gian Giacomo Sandrelli si giustificò dicendo: “Ero giovane e ingenuo”».
Ma per fare politica serve un partito.
«Montezemolo può contare su un parterre di amici che vanno da Diego Della Valle a Luigi Abete. Intanto traffica col Grande centro. Non dimentichiamo che quando stava in Confindustria i suoi interlocutori erano Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli. Abete è vicinissimo a Rutelli. Caso da manuale, quello dei fratelli Abete, due dei 2.000 imprenditori che vivono a tempo pieno in Confindustria. Con una tipografia che fattura appena 80 milioni di euro, dagli anni Settanta riescono a controllare l’Unione degli industriali di Roma. Si trasmettono le cariche di generazione in generazione. C’era Mariano Rumor presidente del Consiglio quando comandava il loro padre, Antonio». [l'intervista a Il giornale]

L'ultimo, da leggere con la dovuta calma, è una lunga carrellata sugli episodi da "casta": la casta di lorsignori si intitola.
C'è ne per tutti: da Tronchetti Provera, alla famiglia Ligresti, al caso Fastweb di Silvio Scaglia (come far pagare agli azionisti e al pubblico e arricchire il privato). Un brutto episodio con risvolti penali, che illumina il lato oscuro del capitalismo italiano.

«All'inizio ci siamo chiesti se, e in quale misura, i protagonisti del capitalismo nostrano abbiano corresponsabilità nella deriva italiana. A partire da una domanda: ma Marco Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Luca Cordero di Montezemolo sono poi così diversi da Antonio Bassolino, Rossa Russo Jervolino e Mara Carfagna? Alla fine del viaggio la risposta è no». Le similitudini posso essere ampliate ma la sostanza è quella: una classe dirigente dedita a bacchettare tutto e tutti, a dispensare consigli all'universo mondo, si è arricchita grazie a quello Stato che vuole abbattere e grazie a sacrifici enormi di lavoratori e lavoratrici. Eppure è ancora lì, intoccabile, impunita che si erge a grande moralizzatrice, foraggiata e sostenuta dal cuore dell'ideologia berlusconiana che vuole l'imprenditoria come modello sociale di riferimento contro la politica parassitaria. Un modello che ha plasmato la società italiana e che costituisce oggi forse il vero lascito degli ultimi venti anni. [l'articolo dedicato al libro su Micromega]

Il link per ordinare il libro su ibs.
Technorati:

23 giugno 2010

La faccia truce dei padroni

Il bel libro di Filippo Astone, "Il partito dei padroni" inizia proprio parlando dei due volti di Confindustria, oggi a tutti gli effetti trasformato (grazie alle sue attività di lobbying e alla debolezza dei partiti) nel "partito dei padroni".
Partito che, al volto cool di Montezemolo il politico-manager che chiede innovazione, svecchiamento e ricerca, contrappone l'altra faccia, truce.
Quella rappresentata dal caso di Umbria Olii, col risarcimento milionario chiesto da Giorgio Del Papa, AD dell'azienda, nei confronti delle famiglie dei cinque operai bruciati vivi durante un incendio che tre anni prima aveva distrutto i suoi stabilimenti di Campello del Clitunno.
I 35 milioni dovrebbero essere pagati dalle mogli e figli dei lavoratori vendendo le loro abitazione e quei (pochi) beni di cui dispongono.

La Confindustria locale ha diffuso un comunicato di solidarietà nei confronti di Del Papa, avallato col suo silenzio, dalla Confindustria nazionale.

La faccia hi tech e la faccia feroce: quella che pretende sempre più flessibilità da parte dei lavoratori, chiede il "contenimento salariale" in un paese che ha gli stipendi più bassi d'Europa e invoca una maggiore possibilità di licenziare: "come se il taglio del personale fosse la soluzione magica di qualsiasi problema".

Oggi il processo nei confronti di Del Papa (dove è imputato di omicidio colposo) è ancora in corsa: a sua difesa è scesa la Confindustria perugina
"La Umbria Olii di Campello sul Clitunno rappresenta una realtà aziendale importante per il territorio di Spoleto [..] per questo motivo confindustria perugina fa appello al senso di responsabilità di tutti perchè non sia vanificato lo sforzo in cui l'imprenditore è impegnato per riportare l'azienda ai vertici del suo settore [..] Le recenti critiche, provenienti da più parti, riguardo alla linea difensiva adottata dal presidente Giorgio del Papa confermano ed amplificano l'ingiusto processo mediatico che praticamente ha già condotto alla sua condanna senza appello. "

Lorena Coletti, sorella di una delle vittime, ha voluto rispondere, in prima persona, a Confindustria Perugia, con questa lettera indirizzata anche al presidente della Repubblica

Il 25 novembre 2006, quattro uomini si alzarono e partirono per andare al lavoro, per guadagnarsi da vivere. Era di sabato, il lavoro lo avevano iniziato il martedì: dovevano installare delle passerelle sopra a dei silos. In quei silos c'era un gas, il gas esano, un gas molto infiammabile, questo poiché nessuno aveva fatto una bonifica di questi silos.
Verso le 13 di quel maledetto giorno avvenne un enorme esplosione. Venni a sapere della notizia solamente la sera molto tardi.
[..] Sono passati quasi tre anni, e l' anno scorso ci fu la prima richiesta: oltre 35 milioni di euro. Ora mi chiedo, se anche quest'anno la cifra sia sempre quella oppure, se hanno messo a conto anche gli interessi, visto il tempo che è passato. Sottolineo, che a mio fratello Giuseppe Coletti e' stata stroncata la vita, e a Giorgio Del Papa non è stato neanche dato un giorno di carcere e tanto meno gli arresti domiciliari.
[..]
In tre anni mio fratello e' stato ucciso diverse volte, ora dico basta. Degli operai che partono la mattina per fare il loro dovere, per mantenere la famiglia e fare una vita onesta e dignitosa, non meritano di morire. Come non meritano che la loro dignità' venga calpestata da assurde richieste di risarcimento, mandate da chi li ha uccisi . Non lo permetto!!!
Vorrei che Del Papa sapesse che la vita di quattro persone vale molto più' di qualsiasi cifra che lui chiede. Ma il peggio di tutto è, che è ancora libero, e che lo Stato Italiano gli permette di fare queste cose.

Segnalazioni:
ve lo ricordate mr Waterloo, al secolo Luca Luciani? potrebbe essere il nuovo AD di Telecom. Eh, quando uno è capace ..