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03 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – la stagione delle stragi, il processo Eternit, l’amianto che uccide ancora

La stagione delle stragi e la genesi della prima Repubblica

Report ritorna domenica con un nuovo servizio sulle stragi del 1992-1994: le stragi di Capaci e via D’Amelio, dove furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino assieme alle scorte. E le stragi della trattativa stato – mafia (quella ammessa dagli stessi ufficiali del ROS ma cancellata dalla sentenza della Cassazione – da leggere Il colpo di spugna di Saverio Lodato e Nino di Matteo) a Firenze, Milano e Roma.

Le stragi da cui è nata la seconda Repubblica, con la nascita di Forza Italia di Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in mafia) e dell’imprenditore Silvio Berlusconi che, come ha stabilito la Cassazione, aveva pagato la mafia per evitare altri attentati.

Meloni ha sempre raccontato di aver iniziato politica proprio dopo il sacrificio di Borsellino eppure sotto il suo governo la commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo ha voluto seguire solo alcune piste per arrivare ai mandanti, per esempio l’inchiesta su mafia e appalti – fortemente consigliata proprio dall’ex generale Mario Mori.


Una soluzione “sedativa” che mette tutti d’accordo, specie gli ufficiali del Ros assolti in appello e dalla Cassazione. E anche il partito di Meloni, nato dal movimento sociale dentro cui è nato l’estremismo nero di Bologna e Milano – piazza Fontana.

Ma esistono alte piste, che portano proprio verso l’estremismo di destra: Paolo Mondani ricostruirà questo filo nero che lega le stragi degli anni ‘70 con quelle della trattativa. Le stragi della trattativa come ultimo atto della strategia della tensione, per imporre col tritolo, col sangue, un nuovo corso politico.

Eppure sulla pista nera, nel corso degli anni, sono spariti dei documenti, non sono state fatte le indagini necessarie – racconta a Report Vittorio Teresi ex magistrato di Palermo e presidente del centro studi Borsellino: come negli anni settanta quando c’era il rischio forte di uno spostamento a sinistra del paese, col partito comunista più forte dell’Occidente. Di contro c’era una organizzazione atlantica come Gladio che si avval
e del terrorismo nero “per affermare lo status quo, per non cambiare”. Una situazione analoga a quella che si presentò all’inizio degli anni 90 – continua Teresi: il paese era in ginocchio per le indagini dell’inchiesta Mani Pulite e si correva nuovamente il rischio di uno spostamento a sinistra “e torna l’agenzia per le attività sporche con le stragi e il risultato è che nel nostro paese l’asse politico si è spostato a destra.”

La scheda del servizio: LA BANALITÀ DEL NERO

di Paolo Mondani

Collaborazione di Marco Bova, Roberto Persia

Report torna a occuparsi delle stragi degli anni ’90, ricostruendo gli ultimi giorni di lavoro di Paolo Borsellino e le sue indagini sulla morte dell’amico Giovanni Falcone.

Morire per amianto

L’amianto è un killer viscido, infame: non ti ammazza subito, ti fa ammalare a distanza di anni da quando hai inalato la sua polvere, dentro le industrie che producevano questo materiale ma anche nelle zone attorno a queste maledette industrie.

Come a Casale Monferrato, il paese dai tetti bianchi per il colore della polvere che si accumulava sui coppi: qui l’amianto uccide ancora, come racconterà Report in questo servizio.

Almeno fino agli anni ‘70 i pericoli dell’Eternit (benché noti alle aziente) venivano ignorati: Eternit era sinonimo di progresso, l’amianto era un materiale ideale per l’edilizia. Si usava dappertutto, anche nelle case di campagna, per l’edilizia fai da te. I bambini giocavano con l’amianto, non sapendo che così giocavano con la propria vita.

Solo dopo gli anni ‘70 quando le malattie contratte da chi lavorava all’eternit sono aumentate, è cresciuta l’attenzione attorno a questo materiale: troppe morti, concentrate in certe zone, di persone non troppo anziane. Morte per tumore che non lasciava scampo, il mesotelioma pleurico.

Ma oggi non è più l’operaio che si ammala, è il figlio dell’operaio, sono tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di nascere in un paese dove era presente un impianto produttivo di amianto.

I numeri della dottoressa Federica Grosso – che sta raccogliendo i casi di amianto a Casale – sono impietosi: dal 2010 ad oggi ha seguito 2000 pazienti per una malattia dal forte impatto psicologico, perché non si può dire al paziente che si è in grado di guarirlo.

Parliamo di una cinquantina di nuove diagnosi ogni anno.

La scheda del servizio: L’AMIANTO UCCIDE ANCORA

Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

In Italia oltre 226 mila ettari di superficie a terra e a mare ricadono nel perimetro di un Sin, Sito di interesse nazionale da bonificare. Ad oggi se ne contano ben 42, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli che sono stati perimetrati nei vari decenni dal Ministero dell’Ambiente. Procedendo di questo passo, con una media di 11 ettari bonificati all’anno, ci vorranno mediamente almeno 60 anni ancora prima di vedere l’iter concluso. Tra questi c'è Casale Monferrato, dove l'amianto, un minerale messo al bando dal 1992, uccide ancora.

Ombre sul processo Eternit

Come mai tutti i processo per la strage dell’amianto sono finiti in nulla o quasi? Come mai queste storie, le migliaia di persone che si sono ammalate per aver respirato la polvere di amianto, non hanno suscitato la giusta attenzione (a parte le famiglie dei malati) da parte dei cittadini italiani? Come è stata anestetizzata la comunicazione sull’amianto (ma un medesimo discorso potremmo farlo per i PFAS..)?

Ci sono stati diversi processi, alcuni sono già finiti in Cassazione (dove il reato è stato derubricato da omicidio ad omicidio colposo), altri sono ancora in corso.

Report racconterà di come i vertici di Eternit – Schmidheiny e il suo braccio destro in particolare – si siano messi in contatto con un ex generale del Mossad prima di presentare il ricorso in Cassazione dopo la sentenza di condanna a 18 anni di carcere in secondo grado emessa dalla corte di Appello di Torino nel 2013. Il patron svizzero dell’azienda rischiava di passare anni in galera nel caso la sentenza fosse stata confermata.

Così nel settembre 2013 prima che gli avvocati presentassero ricorso contro la condanna il finanziere svizzero Heinz Pauli braccio destro di Schmidheiny chiede l’intervente di un ex agente del Mossad Avner Azulay che era stato ufficiale di collegamento in Europa dei servizi segreti israeliani, che avverte del “problema italiano” Ehud Barak ex primo ministro israeliano (nonché capo di stato maggiore dell’esercito) a cui inoltra i documenti della difesa di Schmidheiny che gli erano stati mandati, dove la sentenza di Torino viene definita assurda.

Report è entrata in possesso di questi scambi di mail: Ehud Barak dopo aver abbandonato la politica ha iniziato ad occuparsi di cybersicurezza cofondando Paragon, l’azienda il cui sw è stato usato per spiare giornalisti e attivisti italiani.

C’è bisogno di elaborare un piano in fretta, prima che scadano i termini del ricorso a Roma in Cassazione: nelle mail il nome di Schmidheiny non viene mai fatto, si usano la sigla STS.

La scheda del servizio: I BANDITI DI HURDEN

di Sacha Biazzo

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Luigi Scarano

Report ricostruisce sulla base di e-mail riservate il ruolo che ex agenti del Mossad e uomini di primo piano del governo d'Israele avrebbero avuto nel tentativo di influenzare uno dei maxi-processi più rilevanti degli ultimi anni, quello che vedeva imputato il miliardario svizzero a capo dell'Eternit, l'azienda che ha esportato manufatti in amianto in tutto il mondo.

La fine dei manicomi

Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.

E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.

Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.

Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.

Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.

La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI

Di Marzia Amico, Giulia Sabella

Collaborazione Celeste Gonano

Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

26 settembre 2023

Presa diretta – Inflazione la tassa ingiusta

C’è il paese degli slogan, dell’Italia che è tornata paese autorevole, dell’invasione degli immigrati. E c’è anche l’Italia coi problemi di salari bassi, di bollette più care, dei cittadini che devono capire se pagare le bollette o mangiare.

I rincari sono cominciati prima di questo governo, è corretto dirlo: sono partiti con la fine del Covid e poi sono esplose con la guerra in Ucraina.
Ci sono pensionati che pure prendono 1600 euro al mese ma che non stanno pagando le bollette: si riscaldano con le stufette a metano, altri, quelli con pensioni più basse, nemmeno quello.
Michele, il pensionato di Torre Annunziata intervistato da Presa diretta, racconta che il suo inverno 2022 è stato il peggiore di tutti: è stata un’economia di guerra, se le bollette dovessero crescere ancora molte famiglie andrebbero in crisi in queste zone.
Con 564 euro di pensione, è più pericoloso il rincaro delle bollette che non tenere le bombole del gas in casa: in Campania nel 2021 sono 270mila le persone che non sono riuscite a pagare le bollette nell’energia e i provvedimenti dei governi Meloni e Draghi non sono stati sufficienti, perché l’innalzamento dei prezzi è stato troppo elevato.
Il comune di Napoli ha messo in campo un bonus per l’energia: è stato un contributo una tantum, non ha risolto il problema, al comune sanno che ora siamo punto e a capo, l’emergenza non è finita e il prossimo autunno, racconta l’assessore Trapanese, sarà pure peggio senza il reddito di cittadinanza.

Senza reddito di cittadinanza che alternative ci sono? Le persone si rivolgono alla Caritas a Napoli, come a Milano al Pane Quotidiano, per avere un aiuto.
Sta crescendo il dislivello tra persone ricche e povere – raccontano dalla Caritas – ognuno deve dare il suo contributo. Nel frattempo ogni giorno i disoccupati a Napoli sono scesi per strada a manifestare contro questa situazione: siamo anche noi ad un passo dalla rivolta come in Francia?

Come mai i prezzi sono cresciuti?

Sono giustificati i rincari oppure c’è qualcuno che ci sta marciando sugli utili e sugli extra profitti?
A fine estate 2021 il gas è cresciuto di 4 volte tanto, per capire come mai Presadiretta è andata alla piazza di Amsterdam dove si stabilisce il prezzo del gas: come ha spiegato Alessandro Volpi, professore a Pisa, i rincari sono legati alle speculazioni della finanza, che ha scommesso sui rincari futuri del gas, i contratti futures piazzati dalle banche, dalle assicurazioni e dai fondi di investimento.

Questa mole di contratti speculativi ha fatto crescere il prezzo del gas, anche in Italia dove Eni ed Edison hanno intascato enormi profitti, che il governo Monti ha cercato – male – di tassare.
Le compagnie energetiche hanno bloccato la legge, spiegando come fosse fatta male: le aziende hanno versato 2,7 miliardi anziché 11 miliardi preventivati.
Il governo Meloni ha rinunciato ad incassare 8 miliardi di tasse, archiviando la tassa di Draghi e creandone una nuova, tassa di solidarietà: ma la norma sugli extraprofitti fatta dal governo Meloni ha scadenza 30 novembre, al momento sono stati versati solo 82ml al posto dei 2 miliardi.
Eni, Edison, Snam hanno pagato i maggiori dividendi, sulle spalle degli italiani?

Ma è cresciuto il prezzo del pollo, della carne, delle uova, degli ortaggi, della frutta, della pasta: lo racconta Assoutenti, associazione no-profit a difesa dei consumatori. Si parla di 1000 euro a famiglia, secondo una stima dell’associazione.
Ci sono poi i maggiori costi di alberghi, voli: non è stata colpa degli alberghi, si difende l’associazione di categoria, colpa dei rincari energetici dice Francesco Bechi.

Come mai l’imprenditore non sceglie di abbassare i profitti, dunque? Il prezzo lo fa il mercato, conclude il presidente di Federalberghi.
I prezzi oggi crescono più lentamente, ma il prezzo potrebbe non sempre tornare ai valori pre inflazione: ma non è solo colpa di energia e della guerra, il direttivo della BCE ha raccontato di come i profitti delle aziende hanno inciso sull’aumento dei prezzi. Ovvero l’aumento dei prezzi di produzione è stato scaricato sui consumatori finali: stiamo assistendo ad una inflazione da profitti, gli utili netti delle aziende è cresciuto del 53% - racconta Matteo Gaddi a Presa diretta.
Quali settori hanno registrato maggiori profitti nel 2022? L’agroalimentante ha realizzato il 20% in più di utili, ad esempio.

Il comune di Terni ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul tema dell’inflazione: è bastato scriverlo nero su bianco che il prezzo del pane si alzava troppo, per farne diminuire il prezzo. È successa la stessa cosa a Verona. Alla fine basta che le istituzioni facciano le istituzioni, al servizio del cittadino e non di altri interessi particolari: basta informare le persone quali sono i prodotti stanno crescendo e quali meno, per dare tutte le informazioni su come comporre il carrello della spesa.

Il ministro Urso ha lanciato il patto anti inflazione: ma sono tante parole e pochi fatti, come riporta sempre il servizio di Presadiretta.
Il patto stipulato con diverse associazioni di categoria è considerato poca cosa dai sindacati: non basta chiedere alle imprese di mettersi la mano sulla coscienza.

Secondo il patto, alcuni prodotti saranno venduti ad un prezzo calmierato: i primi ad aderire al patto sono stati i distributori, ma questi chiedono che siano coinvolti anche i produttori.
Si stima un risparmio fino a 150 euro a tre mesi, ma rischiamo che tutto diventi una bella operazione di marketing per i supermercati, per soli tre mesi all’anno.

C’è poi il bonus benzina, ma solo per i più indigenti, le famiglie che hanno la carta “Dedicata a te” che ha sostituito il reddito di cittadinanza.
La norma sull’esposizione dei prezzi per i gestori è diventata solo l’ennesimo compito da svolgere, pena ammende: le persone nemmeno li vedono i cartelli.
A febbraio scorso il governo ha rinunciato a tagliare le accise, perché quei soldi servono per altre misure pianificate.

Anche sui voli aerei, per il tetto sul prezzo, il governo ha dovuto fare marcia indietro: quello su Ryan Air è stato considerato un decreto spazzatura, che alla fine ha tagliato dell’8% i voli verso la Sardegna.

Anche la Commissione Europea ha fatto le pulci al decreto sul caro voli: rischiavamo una procedura di infrazione in sede europea, così Urso rilancia con un nuovo decreto senza alcun tetto alle tariffe, ma con più potere all’antitrust.

L’economista Stagnaro, dell’istituto Bruno Leoni, usa la metafora del fumetto per raccontare questa situazione, occorre aumentare l’offerta per abbassare i prezzi delle tariffe, ma il governo sta andando in direzione contraria, pensando a quanto stato fatto con le concessioni balneari.

Il peso dei salari
La BCE ha contrastato l’inflazione aumentando il prezzo del denaro, ma questa politica monetaria non ha portato a benefici per il paese. Secondo Pasquale Tridico non basta aumentare il costo del denaro, questa politica incide negativamente sulle famiglie povere, c’è il rischio di una nuova recessione, cala la produzione industriale.

Si deve mettere in campo una politica dei redditi strutturale – continua Tridico: i salari non sono cresciuti in alcun settore, si deve puntare al salario minimo per contrastare il lavoro povero.

Lavoratori che prendono salari sotto la soglia di povertà: persone che lavorano nel settore della sicurezza come i vigilantes, che con 1100 euro al mese sono costretti ad “arrotondare” per far fronte al caro spese, sperando sempre di non ammalarsi.

C’è poi il settore dei servizi (fiduciari), persone che lavorano per 4 euro l’ora: così alcuni di loro hanno fatto causa al datore di lavoro, come Aurelio Bocchi, che a Presadiretta racconta che “è solo una bomba ad orologeria” ancora pochi anni e arriveremo ad una rivolta come in Francia.

Il governo dovrebbe supportare la contrattazione collettiva, ma lo Stato è il primo a non firmare i contratti pubblici: ci sono funzionari assunti per il PNRR che si ritrovano a lavorare per 1700 euro al mese, pur avendo una professionalità alta. Alcuni dei professionisti assunti per lavorare al ministero per il PNRR che hanno rinunciato, perché vivere a Roma con 1700 euro non è facile e questo mette a rischio anche lo stesso PNRR.

La rivolta in Francia

La riforma delle pensioni (con l’innalzamento dell’età pensionabile e la perdita di diritti sul lavoro) di Macron è stata solo la ciliegina: prima c’è stato il rincaro della benzina e il lavoro povero.
Contro la riforma si sono mobilitati studenti, operai e i sindacati: il progetto di riforma è stato giustificato col fatto che l’attuale sistema non era sostenibile, dunque il governo ha alzato l’età della pensione, fino a raggiungere i 64 anni nel 2030.

Le sinistre si sono opposte alla riforma: il sistema pensionistico non è in default, la riforma si basa su una previsione, su una stima, e il governo ha imposto la riforma senza discuterla.
Alla fine la legge è passata senza alcun passaggio in Parlamento, un processo ritenuto costituzionale, ma che dal punto di vista politico è considerato un errore.

Con questa riforma i ceti più alti, i laureati non pagheranno alcun dazio, vanno già in pensione a 64 anni, sono penalizzati i salari bassi e le persone che hanno iniziato presto a lavorare.

Sono persone che svolgono lavori pesanti, logoranti, in condizioni rischiose: la loro aspettativa di vita è inferiore a quella dei manager, ad esempio, col rischio di non vederla nemmeno la pensione.

Secondo uno studio dell’OFCE, l’inflazione in Francia è destinata a rimanere alta e questa colpirà di più le fasce medio basse, facendo aumentare le disuguaglianze.
In Francia l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza: la crisi dovrebbero pagarla prima i ricchi, eppure Macron ha eliminato la tassa patrimoniale sui super ricchi.

Basterebbe abbassare i soldi di stato concessi come contributi alle aziende private, come la Total, bisognerebbe imporre alle donne lo stesso salario dato agli uomini: sono tante le proposte dei partiti di opposizione, ma il governo non le ha ascoltate.

Il governo ha cercato di impedire le manifestazioni spontanee dei cittadini fatte con le pentole, le casseruole, usando la leva della legge anti terrorismo.

Anche gli studenti si sono uniti alle manifestazioni, le università sono state occupate: la riforma di Macron sulle pensioni è solo la punta dell’iceberg, perché in questi mesi sono alzate le tasse per studiare, sono stati tolti buoni pasto, si è precarizzato il lavoro.

La protesta ha avuto il culmine il 1 maggio, per una manifestazione che è stata molto partecipata ma anche con molti episodi di violenza, cariche, scontri, incendi, feriti.

I sindacati, come la CGT, ha deciso di andare avanti con la lotta: i lavoratori della EDF hanno iniziato a bloccare i reattori della più grande centrale nucleare, causando un danno per l’azienda.

Sono apparsi novelli Robin Hood che hanno allacciato l’energia per le famiglie che non possono pagare le bollette e staccato quelli dei politici che hanno appoggiato la riforma.

Una lotta di classe, con risvolti anche penali che però al momento non ha bloccato la riforma ma che, come sostiene l’esponente di sinistra Melenchon, è servita a creare una mobilitazione popolare, di massa, contro il modello liberale.
Questa massa deve cercare il suo spazio a sinistra, ma nel frattempo a crescere nei sondaggi al momento è l’estrema destra di Le Pen.

Come in tutta Europa, la destra sta crescendo, sfruttando i suoi temi dalla sicurezza all’immigrazione, facendo la lotta all’Unione Europea da sostituire con una alleanza tra paesi europei.

Questa destra sta facendo una battaglia contro il Green New Deal, contro le leggi che limitano i pesticidi in Europa e in Italia: eppure l’uso dei pesticidi in Veneto, nelle terre del Prosecco ha causato danni all’ambiente e alle persone.

Il boom del Prosecco è stato facilitato da ingenti sussidi pubblici e oggi copre un giro d’affari da 3 miliardi di euro: ma la vite del Prosecco è poco resistente e ha bisogno di più trattamenti.

Le persone che vivono vicine alle viti sono preoccupate, chiedono di sapere quali sono i prodotti fitosanitari usati, perché temono per la loro salute.

18 agosto 2023

Il delitto Pecorelli di Massimo Canuti (storia dei grandi segreti d’Italia – Oggi RCS)

 


Nelle nebbie della prima Repubblica
Giornalista scomodo e coraggioso o strumento nelle mani dei servizi segreti? Doppiogiochista disposto a tutto per ogni scopo ricercatore indefesso della verità e fustigatore del potere? Ricattatore dei potenti o eroe senza paura?
Ma soprattutto, vittima di quale mano?
Gli interrogativi su Mino Pecorelli, suo suo ruolo, le sue attività, il suo essere sempre nell’occhio del ciclone di tutte le più complicate vicende politiche degli anni Sessanta e Settanta, le domande, in particolare, sulle circostanze della sua morte, inevase da quarantadue anni, sommergono chiunque si accosti alla sua storia, in un’ondata che toglie il respiro, che sembra non finire mai, da cui sembra di non poter più riemergere, risucchiati nell’incubo nero di un paese senza via d’uscita.

Se il delitto Moro, il rapimento del segretario della DC in via Fani, la sua lunga detenzione conclusa con la sua morte, è il grande mistero della prima Repubblica che da qui iniziò il suo lento declino (conclusosi con le bombe della stagione 1992-93), il delitto del giornalista Mino Pecorelli, diretto del settimanale Osservatorio Politico è IL delitto della prima Repubblica.

Perché attraverso la sua morte, attraverso i suoi articoli pubblicati raccogliendo informazioni dalle sue innumerevoli fonti, dai servizi alla politica al mondo dell’economia, possiamo rileggere in controluce tutti gli scandali, i veleni, i misteri di quel trentennio della nostra storia repubblicana.

Il mistero Mino Pecorelli, chi sia stato veramente, chi lo ha ucciso quella sera del 20 marzo del 1979, è un mistero che avvolge anche i momenti successivi al suo delitto: chi erano quegli uomini che sono stati visti sotto il suo palazzo, come se attendessero qualcuno?

Chi era il visitatore misterioso con cui Pecorelli aveva un appuntamento alle 17? Chi ha rovistato nella sua macchina lasciando la portiera aperta? Chi è entrato nella sua casa, prima degli investigatori, prelevando oggetti del giornalista? Infine l’enigma della telefonata fatta dai carabinieri alla dell’Olgiata di Maria Palma, dove stava per iniziare una strana cena, con protagonisti il procuratore capo di Roma, De Matteo, il sostituto Domenico Sica, il sostituto Vitalone e il colonnello Varisco, braccio destro di Dalla Chiesa.

Per cosa è stato ucciso Mino Pecorelli, per quale dei suoi scoop? Per la storia degli “assegni del presidente”, gli assegni dell’industriale Rovelli ad Andreotti, poi girati ad altre persone, tra cui il costruttore Caltagirone? Oppure per tutti i suoi articoli sul sequestro Moro, i cui contenuti avevano come fonte sicuramente persone del Viminale? Non si era fatto prendere in giro, Pecorelli, dalla finta scoperta del covo di via Gradoli: fu lui l’autore della cartolina per il signor Borghi, alias Mario Moretti, il carceriere di Moro, residente in via Gladioli (altro riferimento occulto del giornalista a Gladio).
Forse Pecorelli era riuscito a mettere le mani sull’intero memoriale di Aldo Moro, le lettere gli interrogatori nel corso della prigionia, ben prima che fossero scoperti, in parte e fotocopiati la seconda volta nel covo di via Montenevoso a Milano.

Tutte le persone che si misero alla ricerca del memoriale fecero una brutta fine, dal generale Dalla Chiesa, ritenuto ingombrante non solo dalla mafia e ucciso da essa in convergenza di interessi con altri poteri occulti. Nel luglio del 1979 fu ucciso anche il colonnello Varisco, uno dei presenti a quella strana cena, a pochi giorni di distanza dal liquidatore della banca di Sindona, Giorgio Ambrosoli, ucciso da un killer della mafia il 12 luglio a Milano.
Ad aggiungere mistero alla storia, c’è la famosa riunione proprio nell’ufficio del colonnello Varisco a Roma, a cui parteciparono proprio Pecorelli, il commissario della banca d’Italia Giorgio Ambrosoli (uno che se l’era andata a cercare, secondo Giulio Andreotti) e il generale Dalla Chiesa.

A rileggere i numeri di OP, inizialmente solo un’agenzia di stampa, poi diventato un settimanale venduto nelle edicole, c’è l’imbarazzo della scelta nel cercare i nemici di Mino Pecorelli, persone che avrebbero voluto tanto togliere di mezzo questo giornalista. Ci sono le inchieste sullo scandalo petroli, sulle tangenti con la Libia, armi in cambio di petrolio da Gheddafi. Sulle tangenti americane dalla Lockheed, finite a politici italiani, dove si arrivò ad accusare perfino l’allora presidente Leone (poi prosciolto dalle indagini).

C’è la storia dei dossier del Sifar, raccolti dal generale Giovanni De Lorenzo, autore del piano Solo nei mesi del governo di centro sinistra di Moro, che tante tensioni suscitava in Italia e anche oltre oceano. Quei dossier avrebbero dovuto essere distrutti mentre in realtà furono usati per anni per ricattare taluni personaggi in guerre politiche nascoste.
Pecorelli era un giornalista che non spaventava facilmente, anche quando le sue piste arrivavano a toccare fili che scottano: come l’inchiesta sulle attività del padre domenicano Felix Morlion, agente dell’OSS nei mesi della seconda guerra mondiale, in contatto con l’allora sottosegretario Andreotti. Ne avrebbe parlato in un articolo della rivista “Nuovo mondo d’Oggi” nel 1967 dove si metteva tutto assieme: la rete nazista lasciata nel sud dopo lo sbarco in Sicilia, riciclata dai servizi americani in funzione anti-sinistre, fino ai finanziamenti USA ai gruppi imprenditoriali italiani..

Storie che raccontano l’anima grigia della nostra Repubblica: la Gladio italiana (rivelata ai cittadini italiani solo nel 1990), le tangenti pagate ai partiti politici, il ruolo di Gelli come deus ex machina nella politica italiana (quando ancora era un signor nessuno per tanti). I retroscena e i preparativi del golpe Borghese, unico tra i tanti colpi di stato arrivato ad uno stadio avanzato: a Pecorelli arrivò non il “malloppino”, la relazione del SID piena di omissis, ma il vero malloppone (ovvero il rapporto redatto dal capitano Labruna con i colloqui fatti coi cospiratori), che gli arriva direttamente dalle mani del generale Maletti, responsabile dell’Ufficio D del Sid.

Erano gli anni delle guerre interne al servizio tra le due cordate, quella vicina all’area andreottiana, del direttore Miceli (poi candidato nel Msi) e quella vicina ai morotei del generale Maletti: sono gli anni del processo per piazza Fontana celebrato a Catanzaro, dove sfilarono politici e ufficiali del servizi assieme ad estremisti di destra.

Il processo tenutosi a Perugia, che ha visto tra gli imputati l’ex presidente del Consiglio Andreotti, l’ex magistrato Vitalone, assieme ad esponenti dell’estrema destra italiana (i NAR Carminati e Fioravanti usati come manovalanza per tanti delitti politici degli anni 80-90) e al boss mafioso Pippo Calò è finito con l’assoluzione di tutti: le prove indiziarie c’erano, ma erano tutte voci de relato. Pecorelli sarebbe stato ucciso per fare un favore al divino Giulio, per tramite dei fratelli Salvo, ma sarebbero servite altre prove.

Un nuovo input alle indagini sulla morte del direttore di OP potrebbe arrivare da due nuove fonti: la prima sono le rivelazioni di Vincenzo Vinciguerra, ex esponente di Avanguardia Nazionale e amico di Stefano Delle Chiaie, che ha iniziato a collaborare con lo stato quando si è reso conto che i suoi ex camerati erano solo strumenti nelle mani di poteri deviati dello stato italiano, quello che a parole dovevano combattere. La seconda è invece la sentenza di condanna di Gilberto Cavallini per la strage di Bologna (che in primo grado ha visto la condanna anche di Paolo Bellini, altro esponente di A.N.): si tratta di quel magma nero dentro cui troviamo Gelli, la P2, i suoi finanziamenti ai NAR di Fioravanti e Mambro, i rapporti con la destra (Mario Tedeschi, ex senatore del MSI) e con pezzi delle istituzioni come Federico Umberto d’Amato, direttore del Ufficio Affari Riservati.

Quel magma su cui stava indagando, in una drammatica solitudine il magistrato Mario Amato:

“Mario Amato erano l’unico giudice della capitale che si stava occupando dei NAR e del rapporto esistente tra i Nuclei Armati Rivoluzionari e alcuni apparati dello Stato. Per parte sua Mino Pecorelli era l’unico cronista che nei suoi articoli faceva riferimento a molto più che presunti rapporti tra uomini della destra radicale e dei servizi segreti, nonché del finanziamento della P2 e di Licio Gelli ai gruppi eversivi. I vertici di Avanguardia Nazionale erano a conoscenza del fatto che Pecorelli sapeva molto di loro. Nel marzo del 1979 il giornalista aveva recuperato parecchi documenti legati a questo apparato, che come sappiamo ha svolto un ruolo di primissimo piano nella strage di Bologna. Ruolo che è tornato alla ribalta negli ultimi tempi, da quando è stata ipotizzata la presenza di Paolo Bellini sul luogo della strage di Bologna.”

Da questa sentenza occorre ripartire per fare giustizia, per Mino Pecorelli e i suoi familiari, e per fare luce su questo mistero, poiché in democrazia non possono esserci zone d’ombra sulle istituzioni (vale per tutti i grandi misteri d’Italia, da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, per la strage di Bologna e per le stragi che hanno insanguinato il paese tra il 1992 e il 1993):

“Oggi la sentenza Cavallini- come scrive sempre Graziella Di Mambro – può essere il riferimento più importante e autorevole da cui muovere nell’inchiesta ancora aperta sull’omicidio Pecorelli. In essa è scritto che Giuseppe Valerio Fioravanti uccise Mino Pecorelli «in veste di sicario su mandato di altri». Chi sono, dunque, questi «altri»?.
«Se la pistola usata per l’omicidio del giornalista è finita nell’arsenale di Avanguardia Nazionale, allora l’organizzazione di Delle Chiaie non era estranea al groviglio di interessi che portò al suo omicidio.» E’ ciò che afferma il giornalista Fabio Camillacci..
”

La scheda del libro sul sito di RCS Oggi

19 luglio 2023

Quel filo nero delle stragi

Per quanto la propaganda si sforzi, alla fine tutte le bugie vengono fuori. Prima o poi.

Altro che "ho iniziato a fare politica dopo la morte di Borsellino", "non ho mai perso una fiaccolata con le associazioni antimafia": domani il governo e il suo presidente si limiteranno alle cerimonie ufficiali, con tanto di discorsi pieni di ipocrisia, per ricordare la morte del giudice Paolo Borsellino ucciso in via D'Amelio assieme agli uomini (e ad una donna) della sua scorta.

Se veramente questo governo volesse fare lotta alla mafia non cercherebbe di rimuovere il Concorso esterno in associazione mafiosa, nato col pool di Falcone e Borsellino (e Caponnetto, Di Lello, Guarnotta). Non attaccherebbe i magistrati un giorno si e l'altro pure.

Se veramente avessero intenzione di ricordare Borsellino cercherebbero di fare luce sui depistaggi di stato, fatti per creare un pentito come Scarantino e allontanare le indagini dei magistrati dai Graviano. E da Dell'Utri. E da Berlusconi.

C'è un peccato originale che impedisce a questo governo di fare vera lotta alla mafia, ai suoi interessi economici, fare luce sulla zona grigia tra criminalità, imprenditoria e mondo dei professionisti (e magari delle logge massoniche).

Si tratta del filo nero che lega le stragi di mafia con l'estrema destra, responsabile delle stragi degli anni settanta-ottanta, da Piazza Fontana a Bologna: ne ha parlato ieri l'ex magistrato Roberto Scarpinato nell'articolo "Via d’Amelio e i vulcani comunicanti delle stragi"

Un terzo robusto canale di collegamento è venuto alla luce con la condanna come ulteriore esecutore delle strage di Bologna di Paolo Bellini, esponente di Avanguardia nazionale, uomo dei servizi segreti, che fu in missione in Sicilia nel 1992, nello stesso periodo in cui era presente Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia nazionale già legato a D’Amato. È stato accertato che Bellini dialogò ripetutamente in quei mesi con Antonino Gioè, esecutore della strage di Capaci, uomo-cerniera tra la mafia e i servizi segreti, al quale, come ha dichiarato Giovanni Brusca, suggerì di alzare il livello dello scontro con lo Stato effettuando attentati contro i beni artistici nazionali: idea, questa, maturata già nel 1974 all’interno di Ordine Nuovo, formazione della destra eversiva i cui esponenti sono stati riconosciuti colpevoli delle stragi di Piazza Fontana (Milano, 1969) e Piazza della Loggia (Brescia, 1974) e che, come è stato accertato, hanno goduto di protezioni statali ad altissimo livello. Nella motivazione della sentenza di condanna di Cavallini depositata il 7 gennaio 2021, la Corte di Assise di Bologna dedica quasi cento pagine alla rivisitazione dell’omicidio Mattarella, giungendo alla conclusione, anche alla luce di nuove acquisizioni, dell’esattezza della pista nera individuata da Falcone ed evidenziando le connessioni tra quell’omicidio e la strage di Bologna. Mi risulta personalmente che Falcone era fermamente intenzionato a riprendere quelle indagini se fosse stato nominato procuratore nazionale antimafia. Non gliene diedero il tempo, massacrandolo a Capaci.

Stessa sorte riservarono a Borsellino, affrettandosi prima che avesse il tempo di dichiarare alla Procura di Caltanissetta quanto aveva appreso da Falcone e da alcune fonti sulle collusioni mafiose di alcuni vertici dei servizi segreti e su riunioni di un gruppo di selezionati capi di Cosa Nostra per elaborare un complesso piano stragista. Il piano prevedeva come primo atto la strage di Capaci e vedeva la compartecipazione di altri potenti forze criminali, le stesse che avevano animato la strategia della tensione nei decenni precedenti. Circostanze di cui aveva preso nota nella sua agenda rossa. Una agenda che dunque doveva sparire prima di finire nelle mani dei magistrati che, seguendo il filo di Arianna tracciato in quelle pagine, da Palermo potevano forse risalire passo dopo passo sino a Bologna, facendo così uscire dagli armadi tanti scheletri della prima Repubblica. Che invece sono transitati nella seconda, contribuendo a sostenerne le fondamenta.

03 aprile 2023

Anteprima inchieste di Report – il 41 bis, gli effetti del pay back sul sistema sanitario

Questa sera le nuove inchieste di Report toccheranno come sempre diversi temi legati all’attualità: come è cambiato il 41 bis in questi anni, il carcere duro per i boss che il caso Cospito potrebbe metttere in discussione. In generale è tutta la legislazione antimafia nata dopo le stragi del 92 ad essere in discussione (arrivando perfino a dire che i mafiosi non parlano al telefono) da esponenti politici, avvocati e lobby. Come vengono individuati i detenuti che possono godere dei benefici in carcere? In questi anni hanno preso il sopravvento nelle carcere associazioni nelle mani di esponenti dell’estrema destra, autori delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il regime del 41 bis

Il regime del 41 bis, ovvero il carcere duro, si applica ai reati previsti nel comma 1 dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario: si tratta di reati di mafia o reati commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, sono reati che possono essere commessi in diversi modi che la legge prescrive in modo preciso.

Oggi il carcere duro è ancora necessario? E come mai il “caso Cospito” lo sta rimettendo in discussione?

Fu introdotto, a partire da un’idea di Giovanni Falcone, dopo le stragi del 1992: prima di allora il carcere per i mafiosi era considerato alla pari di una villeggiatura (coi boss che giravano liberi la sera per le carceri, col boss Buscetta che aveva perfino organizzato in carcere il matrimonio della figlia).
L’abolizione del 41 bis è stata una delle prima richieste di Riina col papello, perché questo strumento era la leva che stava spingendo, dopo il 1992, molti mafiosi a pentirsi.
Alfredo Cospito, dopo l’attentato contro la caserma dei carabinieri di Fossano (per cui non ci sono stati né morti né feriti), è stato condannato all’ergastolo in quanto la sentenza l’ha riconosciuto colpevole del reato di attentato alla sicurezza dello Stato.
Questo reato non è stato contestato agli attentatori fascisti della strage di Piazza Fontana e nemmeno ai NAR responsabili della strage di Bologna dove sono morte 85 persone.

Dalla pagina FB di Report:

Per la strage di Bologna, i giudici hanno ritenuto che non si trattasse di attentato alla sicurezza dello Stato perché la bomba di matrice neofascista è stato riconosciuta come "spontaneista".

Oggi gli autori della strage di Bologna, condannati all'ergastolo per l'uccisione di 85 persone, sono tutti in libertà. Giusva Fioravanti ha ottenuto il primo permesso premio dopo 18 anni di carcere e sua moglie, Francesca Mambro, dopo 16 anni: a conti fatti ha scontato circa 2 mesi per ogni vittima. Luigi Ciavardini invece ha ottenuto la semilibertà nel 2009 e oggi guida una delle più potenti associazioni del settore carcerario.

Il servizio di Report si occuperà, oltre che del 41 bis, anche del ruolo che queste associazioni legate agli stragisti di estrema destra, stanno coprendo nelle carceri.
Da strumento per isolare i mafiosi (e i terroristi) in carcere ed evitare che possano mandare messaggi ad altri mafiosi, il carcere duro si è trasformato in altro: ce ne siamo resi conto dopo il discorso alla Camera del deputato di FDI Donzelli (membro del Copasir) in cui divulgò il contenuto di alcuni dialoghi captati dal Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria tra Cospito e altri detenuti, usandoli come un’arma contro altri deputati del PD che avevano incontrato in carcere Cospito: erano conversazioni non secretate ma che dovevano essere tenute riservate, non potevano essere di certo usate come arma politica.
Giorgio Mottola ne ha chiesto conto al deputato stesso, come ha fatto ad entrare in possesso di queste conversazioni? “Per una forma di rispetto nei confronti di più realtà istituzionali non sto parlando da un mese dunque non parlerò nemmeno con lei”
.

Non è vero che tutti i parlamentari potevano avere accesso a queste informazioni, come ha detto Donzelli che ha pure minacciato il giornalista: “stia attendo a quello che dice perché un giorno io potrei decidere di fare delle querele..”.
Nonostante la puerile arrampicata sugli specchi, la realtà dei fatti è che diversi deputati abbiano chiesto l’accesso a quegli atti sentendosi rispondere che erano atti riservati.

Sigfrido Ranucci sabato sera ha anticipato uno degli scoop del servizio: controllando i libretti universitari dei detenuti al 41 bis Report ha scoperto che quest’ultimi hanno la più alta percentuale di iscrizione all’università, i boss costretti al carcere duro hanno anche i volti più alti. Per esempio Pietro Aglieri, killer dei corleonesi è iscritto a lettere e ha conseguito tutti 30 e 30 e lode. Anche i Graviano si sono distinti: Filippo in Economia ha preso 30 a quasi tutti gli esami e si è laureato con 110 e lode, Giuseppe iscritto a Scienze ha voti eccellenti perfino in fisica, una delle materie più ostiche agli studenti. Una delle note stonate è il figlio di Totò Riina, Giovanni, iscritto a giurisprudenza dal 2015 ma ha dato un solo esame.
La verifica è stata fatta da Sebastiano Ardita direttore del DAP fino al 2011: “da una verifica ci siamo accorti che nessun detenuto era mai stato rimandato in alcuna materia all’università.. è un dato obiettivamente un po’ anomalo. Io mi sono laureato in 4 anni ma una volta sono stato rimandato in una materia.”

C’è poi il tema delle associazioni legate al mondo dell’estrema destra che hanno trovato posto nelle carceri italiane:
Giorgio Mottola ha incontrato Luigi Ciavardini, ex NAR condannato per la strage di Bologna che oggi si occupa di carceri (dopo aver scontato 25 anni di pena): l’ultimo imputato per questa strage, Cavallini, all’epoca minorenne, ha lavorato per la cooperativa EsseGi2012 proprio di Ciavardini. Nel provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso la semilibertà a Cavallini perché lavora come operaio presso l’ufficio commerciale della EsseGi2012, che ha sede presso l’associazione “Gruppo Idee” di Terni.
L’associazione di Ciavardini presso i tribunali di sorveglianza gode di buona reputazione, d’altronde le sue iniziative in carcere si fregiano del patrocinio ufficiale del Coni che nel 2016 ha tenuto a battesimo il progetto della squadra di rugby dei “Bisonti”
composta da detenuti del carcere di Frosinone: alla presentazione del progetto era presente Germana De Angelis moglie di Luigi Ciavardini, pure lui presente nelle seconde file. Al tavolo dei relatori era seduto Claudio Barbaro, ex parlamentare di FDI e attuale sottosegretario all’ambiente: Barbaro – racconta il servizio di Mottola – sembra aver un rapporto molto stretto con Ciavardini: “Luigi Ciavardini è .. questa è una domanda che non è oggetto dell’incontro di oggi” così Barbaro ha provato a scansare la domanda del giornalista “è un fatto che risale a tanti anni fa e basta.”
Claudio Barbara è anche presidente dell’associazione un tempo organica al MSI, l’ASI, associazione sportiva nazionale: in qualità di presidente dell’ASI nel 2009
ha fatto ottenere la semilibertà a Ciavardini assumendolo come operaio quaificato e lo ha poi nominato come responsabile per attività in carcere per l’associazione, incarico che ricopre ancora oggi.
Il sottosegretario non ha voluto commentare o rispondere ad altre domande.

Sul Fatto Quotidiano di oggi 3/4, sono uscite due anticipazioni del servizio: Dai 2 Graviano a Capizzi: boss laureandi a pieni voti di Saul Caia dove si parla dei boss mafiosi e dei voti alti agli esami universitari ma anche di una seconda anomalia

Report si sofferma anche su un’altra “anomalia”, sempre a proposito di possibili collegamenti con l’esterno, per i boss detenuti al 41bis. E riguarda gli avvocati difensori. Tra il 2007 e 2008, come racconta lo stesso Ardita, un singolo avvocato arrivò a difendere contemporaneamente 34 detenuti al 41bis. Un dato che va ggiornato. Dal censimento del 2016 del Dap, che Report mostra, risulta che “il record di clienti” sarebbe dell’avvocata aquilana Piera Farina: “109 assistiti al 41 bis”, tra cui gli ‘ndranghetisti Giuseppe Mancuso e Nino Imerti, i mafiosi Piddu Madonia, Giuseppe Graviano e Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro. L’avvocata Farina nel 2016 avrebbe incontrato “70 assistiti su 109 totali, tra il carcere dell’Aquila, Ascoli Piceno, Milano, Parma e Sassari”. “Mai e poi mai a me è stato chiesto di fare una cosa illecita – spiega l’avvocata alle telecamere di Rai3 – Mi dicono salutami tizio, io dico: non saluto proprio nessuno”. Ma di regole che impongano agli avvocati un numero massimo di detenuti al 41bis non ce ne sono, e quindi la questione resta tuttora aperta.
La seconda anticipazione racconta di una intercettazione tra il figlio di Bruno Vespa e la moglie di Totò Cuffaro, quando quest'ultimo era detenuto a Rebibbia

Vespa jr. alla moglie di Cuffaro: “Quei fogli li faccio entrare io a Rebibbia…” DI MARCO GRASSO

Le telecamere di Rai3 accendono la luce proprio sul Gruppo Idee, divenuta “una delle più potenti associazioni nelle carceri di Roma e del Lazio” che lavorano con i detenuti, dopo lo scandalo Mafia capitale. L’associazione, fondata nel 2009 che si occupa anche del mensile Dietro il cancello diretto da Vespa jr, annovera tra i suoi iscritti detenuti illustri, come Raffaele Bevilacqua, boss di Barrafranca, arrestato da Borsellino nel ‘92. Il direttore di Gruppo Idee è Luigi Ciavardini, ex membro dell’organizzazione terroristica neofascista Nar e condannato per l’omicidio del giudice Mario Amato e per la strage di Bologna. Federico Vespa lo definisce “un grandissimo amico”, e ne sostiene l’innocenza. Sugli affari delle due cooperative di Ciavardini sono stati dedicati diversi approfondimenti giornalistici: e, secondo Report, l’anno scorso avrebbero fatturato due milioni e mezzo di euro (Ciavardini – ripreso dalle telecamere di Rai3 – gira oggi su un Suv da 55mila euro).

La scheda del servizio: OMBRE NERE di Giorgio Mottola
Consulenza Andrea Palladino
Collaborazione Norma Ferrara

Alfredo Cospito è da 11 mesi al 41 bis. Report mostrerà video e documenti esclusivi che pongono alcuni dubbi sulla sua condanna per l’attentato alla Caserma di Fossano e sulla sua permanenza al carcere duro. Della battaglia dell’anarchico in sciopero della fame da oltre 160 giorni sperano di potersi avvantaggiare i boss della mafia in galera. Da trent’anni provano ad approfittare di tutte le falle del carcere duro: ci sono stati capimafia che dietro le sbarre sono riusciti ad appartarsi con le mogli e concepire i propri figli, come racconta un boss in un documento che Report mostrerà in esclusiva, iscrizioni ad atenei distanti migliaia di chilometri dal luogo di reclusione e carriere universitarie particolarmente generose nei voti, nonché una anomala concentrazione di oltre cento mafiosi difesi dallo stesso avvocato.
Nonostante tutti i problemi e gli intoppi, il 41 bis è stato lo strumento più importante ed efficace nella lotta contro le mafie. Oggi, però, è sotto attacco. Dopo la sentenza della Corte Europea di Strasburgo e la conseguente riforma dell’ergastolo ostativo, i detenuti mafiosi in alta sicurezza potranno uscire dal carcere senza dover collaborare con la giustizia. Per l’accesso ai benefici e alla libertà anticipata dei boss sarà determinante il ruolo di associazioni e cooperative del settore carcerario. In importanti penitenziari italiani alcune di queste realtà associative sono legate al mondo dell’estrema destra, guidate dai protagonisti delle pagine più sanguinose della storia italiana.

Il payback sanitario

Il meccanismo del pay back sanitario è stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi e prevede che se le regioni superano il tetto massimo di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, saranno le aziende fornitrici a dover restituire la quota di spesa in eccesso. Questo meccanismo prevede anche che sia il ministero della salute a dover pubblicare entro il 30 settembre di ogni anno un decreto in cui certifica il superamento del tetto di spesa per l’acquisto di dispositivi medici, sia a livello regionale che nazionale.

Il contributo che devono dare le aziende fornitrici è stato pari al 40% per il 2015, al 45% per il 2016 e al 50% a partire dal 2017, ma ll paypack è rimasto inapplicato per sette anni ed è sotto solo con il decreto aiuti bis dell’agosto 2022 (governo Draghi) che è stato ufficialmente attivato.
Il risultato? Molte piccole aziende che lavoravano con la sanità sono a rischio chiusura e hanno disertato le gare per le forniture, col rischio che negli ospedali e nelle strutture pubbliche inizino a mancare i mezzi e gli strumenti per lavorare. Un altro colpo al sistema sanitario pubblico a favore del privato.
Report con Luca Bertazzoni è entrata in una sala operatoria (accompagnata dal dottor Marco Scatizzi, presidente dell’associazione medici chirurghi) per mostrare alle persone quello che potrebbe succedere se il governo non corre ai ripari col payback, ovvero il blocco delle operazioni perché iniziano a mancare i dispositivi medici, i bisturi moderni per operare (che taglia e cauterizza contemporaneamente), senza di cui i chirurghi non sono in grado di garantire la sicurezza dell’operazione: sabato scorso a Milano Medicina Democratica e altre associazioni hanno manifestato in difesa del servizio sanitario pubblico, un tema che è completamente scomparso dall’agenda del governo, preso dalla battaglia contro i grilli, la difesa delle parole dell’italiano e la caccia alle ong (sul divieto della stretta di mano ci stanno lavorando).

La scheda del servizio: TAGLIA IL BISTURI di Luca Bertazzoni
Collaborazione Goffredo De Pascale

Le Regioni sforano il tetto di spesa per l’acquisto dei dispositivi medici e le aziende fornitrici devono risponderne restituendo fino al 50% di quanto incassato dalle gare di appalto. Il payback sui dispositivi è una legge voluta dal Governo Renzi nel 2015, ma attivata da Draghi subito dopo le dimissioni. Più di 4000 piccole e medie imprese del settore rischiano di chiudere e, senza regole certe, hanno smesso di partecipare alle gare. Pochi giorni fa, il Consiglio dei ministri ha approvato una norma che prevede uno sconto di 1,1 miliardi di euro sui 2,2 inizialmente richiesti. La differenza ce la metterà il Governo che ha preso i soldi dal sostegno alle famiglie contro il caro bollette. Ma quali saranno le conseguenze per il Servizio Sanitario Nazionale? I pazienti rischiano di non poter usufruire di materiali adeguati nelle cure? Dovremo rivolgerci alla sanità privata?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 novembre 2021

Anteprima inchieste di Report – il report dell'Oms, il grande riciclatore e i campioni dello sport

Chissà se anche la puntata di questa sera susciterà le stesse reazioni censorie (oltre che le giuste critiche come ogni servizio giornalistico) come quella della scorsa settimana sulla terza dose?

Gli argomenti, almeno sulla carta, riguardano temi molto tabù: il report dei ricercatori veneziani dell'Oms ritirato perché critico contro l'azione del governo italiano (e i rapporti opachi tra l'organizzazione e le istituzioni italiane).

Il sistema di riciclaggio dei soldi della ndrangheta (eh, ma vuoi mettere i furbetti del reddito di cittadinanza?), la nuova cupola mafiosa in cui fanno parte anche massoni e politici e infine le tasse che i campioni dello sport dovrebbero pagare.

I giochi politici attorno alla pandemia

Oramai, a parte Report, Presadiretta e la procura di Bergamo, chi altri si ricorda di quel piano pandemico che l'Italia, mentendo all'Europa, non ha aggiornato per anni e che nemmeno ha usato ad inizio pandemia, lo scorso anno?

E chi ancora a voglia di aprire il capitolo dei rapporti opachi tra le istituzioni italiane e Oms, un organo di garanzia sovranazionale che non dovrebbe fare favori a nessuno?

Eppure fare luce su quei primi mesi della pandemia in Italia consentirebbe di chiarire le responsabilità (a meno di non voler far passare l'idea che sia stato solo un caso) ed evitare altre morti al prossimo giro. I virus non aspettano altro.

Il servizio di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini riparte da qui: il piano pandemico, il rapporto dei ricercatori di Venezia ritirato perché avrebbe creato imbarazzo al governo italiano, le telefonate e i messaggi tra Ranieri Guerra ed esponenti delle istituzioni italiane.

Aggiungendo altri tasselli: come la telefonata, ai primi di marzo, prima che il governo Conte decidesse di mettere in lockdown il paese, tra regione Lombardia e Oms, tra i presenti Luigi Caiazzo braccio destro dell'assessore al welfare Gallera e Hans Kluge, capo dell'Oms in Europa.

In questa telefonata la regione cercava una pezza politica dall'Oms invocando un loro intervento per far chiudere la regione, non avendo messo in piedi nessuna misura restrittiva chiedeva all'organizzazione, “anche loro avevano bisogno di una foglia di fico”, citando l'espressione usata da Ranieri Guerra.

Anche Massimo Zambon, il “pesce piccolo” come si definisce nel suo libro, ha assistito a questa telefonata: “il dottor Caiazzo chiese aiuto ad Hans Kluge dicendo che la situazione in Lombardia era critica, c'erano delle proiezioni che dicevano che se la situazione fosse andata avanti in quel modo, al 26 marzo ci sarebbero stati 20mila casi, con 2000 pazienti in terapia intensiva, per cui loro non avevano alcuna capacità in TI. Il dottor Caiazzo fece una richiesta molto esplicita a Kluge chiedendo supporto a chiudere la regione Lombardia.”

Caiazzo chiede a Kluge, agenzia tecnica, di parlare col governo per chiudere i confini e adottare misure restrittive sul modello di quanto si stava facendo in Cina.

Duemila persone in terapia intensiva era l'elaborazione che già il 4 marzo era stata fatta da Stefano Merler, autore degli scenari per il piano segreto del governo e da Danilo Cereda in regione Lombardia: una catastrofe annunciata, per giorni dopo questi scenari non sono stati presi provvedimenti né in regione né dal governo.

Dallo scambio di mail tra OMS e regione emerge che la preoccupazione dell'organizzazione era non turbare l'armonia col governo più che tutelare la salute dei cittadini lombardi.

Zambon aggiunge che anche il ministro Speranza, ad inizio marzo, chiede supporto politico a Kluge, per le sue scelte. Come mai questo doppio atteggiamento con regione e governo?



“I panni sporchi si lavano in casa” - il monito del responsabile della compliance dell'OMS Andreas Mlitzke durante una riunione interna: ma poi questi panni vanno lavati, per evitare zone grigie ed accuse: perché le denunce interne fatte da personale OMS, come quella di Zambon (o come altre su casi di violenza in Congo durante la crisi dell'Ebola), non hanno fino ad oggi portato ad indagini degli organismi di vigilanza interni.

Sul Fatto Quotidiano è un'uscita una anteprima del servizio:

Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella di Report tornano anche sul piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e sul rapporto dell’Oms che definiva “caotica” e “improvvisata” la risposta italiana alla prima ondata, pubblicato e ritirato in poche ore il 14 maggio 2020. Alcune chat tra il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e il ministro Roberto Speranza portano a ipotizzare un ruolo di quest’ultimo nella mancata ripubblicazione. “Con Kluge sarò durissimo”, annunciava Speranza, indispettito perché il governo non era stato informato della pubblicazione, riferendosi al direttore europeo dell’Oms, il tedesco Hans Kluge. E poco dopo: “Mi ha chiamato Kluge. Si è scusato. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi”.

La scheda del servizio: La resa dei conti di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini con la collaborazione di Eleonora Zocca e Norma Ferrara

Report torna sull'inchiesta che ha fatto il giro del mondo: la soppressione del dossier sulla gestione della pandemia in Italia, frutto del lavoro dei ricercatori Oms della sede di Venezia. Il rapporto denunciava l'esistenza in Italia di un piano pandemico vecchio, datato 2006, e mai aggiornato, ma denunciava anche le bugie della Cina sui primi contagi e gli errori della stessa Organizzazione mondiale della sanità. Per questo andava riscritto o fatto morire. Attraverso materiali inediti Report può rivelare tutta la catena di eventi che ha portato a silenziare il lavoro di Francesco Zambon, responsabile del dossier ritirato e mai più ripubblicato. Più che motivazioni scientifiche si è trattato di un vero intrigo internazionale. Inoltre sarà trasmesso un video esclusivo in cui un funzionario di primo livello dell'organizzazione di Ginevra dice che se ci sono problemi non bisogna andare a parlare coi giornalisti, perché i panni sporchi si lavano in casa. Infine, mentre i pm di Bergamo indagano anche sulla mancata applicazione del piano pandemico, gli inviati di Report sono andati a curiosare dietro le quinte della Commissione d'inchiesta parlamentare che dovrebbe indagare sul Covid-19. E hanno scoperto insospettabili accordi tra destra e sinistra per limitare l'ambito di indagine.

I soldi e il potere delle (nuove) mafie

Un uomo solo avrebbe riciclato 500 miliardi per la mafia, camorra e ndrangheta: Giorgio Mottola ha incontrato quest'uomo, Roberto Recordare, nel suo studio, dove il giudice Gratteri viene raffigurato in un quadro con le corna, perché emblema di una magistratura mafiosa.

Secondo gli investigatori questa persona avrebbe messo in piedi uno schema di riciclaggio per conto delle mafie, italiane o anche straniere: ma potrebbero anche essere soldi di provenienza diversa, di altre mafie o di altri, “perché sono calabrese sono ndranghetista?” prova a difendersi Recordare, “se faccio un reato, voglio farlo a nome mio.”

Recordare è un riciclatore autonomo, dunque, proprietario di titoli come quello da 36 miliardi di dollari, certificato da una banca danese e che fanno riferimento ad un fondo negli Emirati Arabi.

Di chi sono questi soldi? “Se sono illeciti, andate a prenderli” è la risposta dell'imprenditore.

Ma in questa storia si incontrano personaggi morti e poi resuscitati, come il signor Dimitri V., titolare di un fondo da 1 miliardo di dollari con sede a Cipro: miracolo? No, la foto di questa persona sul passaporto ricorda quella di Roberto Recordare, un imprenditore italiano al centro del servizio di Mottola.

Nonostante questo Dimitri V. sia morto da 30 anni l'agenzia delle entrate gli assegna nel 2017 un codice fiscale con cui delega al signor Recordare la gestione del suo fondo da 1 miliardo.

Nell'intervista, il signor Recordare nega inizialmente di aver mai conosciuto questo Dimitri, per poi cambiare versione e spiegare che sì, quello sulla foto del passaporto è lui, ma è tutto regolare, perché “la stessa persona può avere in giro nel mondo identità diverse.”

Il servizio di Mottola racconterà di come la ndrangheta abbia cambiato pelle, una prima volta, a seguito di un incontro su una montagna in Aspromonte, Montalto, nel 1969, raccontato a Report da uno dei presenti. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

Nel summit di Montalto la ndrangheta non stringe un accordo organico solo con l'estrema destra, come emerso nelle indagini sul Golpe Borghese c'è un terzo protagonista che ha avuto un ruolo importante di regia dell'operazione, la Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli.

La scheda del servizio: Il grande schema di Giorgio Mottola con la collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi

Dove finiscono i soldi delle mafie? Report ha provato a cercare una risposta entrando nella storia di un imprenditore calabrese che potrebbe aver riciclato circa 500 miliardi di dollari per conto di 'ndrangheta, Cosa nostra e del clan dei Casalesi. Potrebbe essere lo schema di riciclaggio più imponente della storia italiana. Secondo gli investigatori, l'imprenditore aveva creato una rete che andava da Cipro alla Malaysia, passando per Tagikistan, Pakistan, Dubai e Afghanistan. Sul suo computer le forze dell'ordine hanno trovato decine di passaporti falsi e documenti che attestavano la gestione diretta di investimenti finanziari per quasi 40 miliardi di euro. In esclusiva Report è riuscito a intervistare il presunto riciclatore, che ha spiegato i meccanismi della finanza internazionale con cui è possibile movimentare somme di denaro colossali. Si va dai templari ai broker internazionali, con sullo sfondo i rapporti con gli esponenti dell'ala finanziaria di alcuni tra i clan di mafia più potenti in Italia. L'imprenditore è stato intercettato e pedinato per quasi un anno e le sue operazioni finanziarie restituiscono un racconto completamente inedito di come le mafie riciclano i soldi, degli uomini che li fanno circolare, di chi li incassa e di chi finisce, senza saperlo, per usare gli stessi canali dei clan per muovere il proprio denaro. Una storia in grado di ridisegnare lo schema del riciclaggio dei soldi che partono dal nostro paese e fanno il giro del mondo.

Le tasse dei campioni

Come e dove pagano le tasse i campioni dello sport italiano?

Il servizio Giulia Presutti spiegherà come non sempre i campioni italiani siano anche campioni nel fisco: Matteo Berrettini ha costituito una società nel Principato di Monaco che incassa al posto suo i proventi dell'attività tennistica, ACEMAT SARL, una sorta di interposizione tra il tennista e chi lo paga, una tecnica usata per sfruttare i diversi criteri di tassazione del reddito di impresa, rispetto alla tassazione del reddito della persona.

Queste società, chiamate star company, dovrebbero pagare le tasse nei paesi in cui la star incassa il compenso ma in realtà servono anche ad alleggerire la scure fiscale sugli sportivi perché ovunque la SARL ha aliquote più basse della persona fisica.

Il docente di antiriciclaggio Ranieri Razzante aggiunge che “il compenso grosso da un torneo viene tassato di meno se lo fattura la società, perché in genere l'aliquota è più bassa, effettivamente va a pagare di meno perché si scarica più costi. Perché io sportivo da solo mi posso scaricare solo la mia tuta, una spesa irrisoria rispetto al mio guadagno, la società si scarica la sede, la luce, il gas, il telefono ..”.

Dove sta il vantaggio?

I soldi del torneo vengono in parte girati alla società, come compenso per gli amministratori (ovvero la star stessa, come Berrettini), con cui poi ci si scarica i costi e così dal punto di vista fiscale il ricavo risultante è inferiore, così da far figurare lo sportivo “più povero”.

In Austria ad ottobre si sono disputati gli Open dove Berrettini era testa di serie: il torneo e gli allenamenti sono blindati poiché il manager ha vietato l'intervista a Report, perfino i suoi autisti sono stati “brieffati” per non dare informazioni alla giornalista.

Nella sede della società di Berrettini non c'è un ufficio preposto a curarne gli interessi, anzi nel palazzo di lusso in centro a Monaco sono presenti in un solo piano decine di società analoghe.

Qui, racconta una segretaria, le star dello sport non hanno mai messo piede, le persone vengono a prendere la posta e via

La scheda del servizio: Controlli al campione di Giulia Presutti

Tra gli atleti italiani, molti hanno scelto di non vivere più in patria. Il Principato di Monaco e la Svizzera sono le mete preferite per chi sposta la residenza fiscale. Si tratta in genere di tennisti, come i numeri 9 e 7 mondiali Jannik Sinner e Matteo Berrettini, e di piloti di Formula 1 e Moto GP. Girano il mondo tutto l'anno per competizioni e tornei, perciò la normativa internazionale impone loro di pagare le tasse in tutti i paesi nei quali competono e producono reddito. In Italia è chi eroga il compenso, l'organizzatore del torneo o la casa automobilistica, a trattenere le imposte dovute al fisco. Ma è sempre così? Alcune scuderie di Formula 1 hanno deciso di utilizzare società estere per fare i contratti ai piloti. Con qualche vantaggio fiscale...

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


14 febbraio 2017

Presa diretta – non passa lo straniero

Nujeen Mustafà è una ragazza curda siriana: nel suo libro ha scritto del suo viaggio dalla Siria alla Germania, su una sedia a rotelle: è stata una delle ultime profughe ad entrare in Germania, prima dell'accordo con la Turchia (diventata il gendarme d'Europa).
Nujeen vive insieme alla sorella, partita con lei da Aleppo, in una casa fornita dal governo,parla già tedesco e va a scuola: pienamente integrata in un contesto che l'ha accolta.
“Se conosci le cose stai meglio” - racconta, perché il suo corpo non sta bene, ma la sua testa funziona. Ha imparato l'inglese leggendo i sottotitoli delle serie, per la sua curiosità: la sua famiglia l'ha protetta e accudita e che ora è purtroppo rimasta in Siria.
Lei la guerra l'ha vista nascere, attorno a sé ad Aleppo: ne parla nel libro, di come era bella la sua città, il centro storico, una vera città multietnica.
Nella primavera del 2012 la rivoluzione arriva anche lì: è come se tutti i siriani si fossero svegliati per chiedere democrazia e giustizia.
Non volevamo più il dominio di una famiglia, ma volevamo più di tutti rimanere vivi: dopo poche settimane si arrivò però alla guerra.

Conosco quella città distrutta, ci ho vissuto, i miei ricordi sono sepolti sotto i bombardamenti: è inaccettabile che persone che conosco muoiano sotto le macerie.
Colpa delle potenze straniere che giocano una loro battaglia sulla pelle dei siriani.
Ha conosciuto le persone dell'Isis, incrociate ad un posto di blocco, ha vissuto sotto le bombe ed sopravvissuta ai bombardamenti.
Lo scopo del libro è dimostrare alla gente che non siamo numeri, siamo persone, abbiamo una storia e raccontare agli europei che ciò che ci unisce è più di quello che divide: vogliamo tutti la pace, viviamo la stessa terra.
Nessuno lascia la sua casa per i soldi, come in tanti pensano: noi siamo partiti per non morire.
Una bella immagine della Siria: la mia terrazza ad Aleppo, che ancora mi ricordo..

Il viaggio verso la Grecia: nel viaggio in gommone, molte persone sono morte, sapevo di rischiare la vita. Ma mi sono detta che, se anche morirò, voglio morire col sorriso.
2700 km su una sedia a rotelle, in mezzo ad un fiume di profughi che in questa Europa stanno tracciando una nuova strada, in mezzo al fango, tra i muri e il filo spinato.
Con un solo obiettivo, attraversare le frontiere prima che si chiudano.

“Quell'esperienza mi ha fortificata e che mi è utile anche ora che sono in Germania: vorrei chiedere a chi chiudere le frontiere cosa pensate di ottenere? Oggi l'Europa paga la colpa di non aver fatto niente per far finire la guerra”.

Ho scritto il libro anche per questo: per far vedere che possiamo essere buoni vicini, che eravamo un popolo felice con buone città.
Se questo libro riuscirà a cambiare i pregiudizi delle persone, toccherò il cielo con un dito.
Voglio dimostrare ai tedeschi che io in un futuro potrò aiutarli, è il mio modo di ringraziali, per come mi hanno aiutata.

Non passa lo straniero: i movimenti neofascisti si organizzano tra la frontiera tra Bulgaria e Turchia, per sorvegliare i confini e dar la caccia agli stranieri. È questa l'Europa del futuro?

Roma criminale: dalla caccia ai profughi, alla caccia agli spacciatori e ai clan che si dividono le piazze dello spaccio. E con i soldi della mafia, si stanno mangiando Roma...

Non passa lo straniero, di Raffaella Puscedu.
I milioni di morti della prima guerra mondiale, altri milioni della seconda: persone morte per difendere i sacri confini della patria.
Oggi parole come nazione, sovranità stanno diventando slogan in bocca a politici, raccolti in una internazionale che intende distruggere l'Europa, il trattato di Schengen, l'unità..
Non solo in Germania e in Francia: anche nei confini dell'est ci sono partiti e governi anti europei e stanno succedendo cose che dovrebbero preoccupare tutti.
In Ungheria, in Bulgaria: qui, al confine con la Turchia, la giornalista ha accompagnato un gruppo di ex militari che sorvegliano il confine.
Quando incontrano i profughi li consegnano alla polizia di frontiera: la polizia che incrocia questi gruppi di paramilitari fa finta di niente e guarda dall'altra parte.
Difendono i confini per una necessità storica, non perché sono razzisti – dicono: siamo la prima linea per impedire che gli immigrati arrivino in Europa.
Persone che – ti dicono – poi iniziano a tagliare le teste, come nel loro paese.

Ci sono video dove questi gruppi imbracciano le armi, si comportano come un esercito: non usano la violenza, si difendono.
Non commettono reati, perché respingono i migranti in Turchia, dove non sono perseguitati: l'Europa dovrebbe considerarci degli eroi, altro che Frontex.
Difendono l'Europa da persone che vogliono sfruttare il sistema europeo, per vivere alle nostre spalle: le ronde anti migranti sono pure legittimate dal governo bulgaro, per affiancare le guardie di frontiera e la polizia.

Attorno alla frontiera c'è un muro, una barriera di filo spinato e di ferro: qui ci sono poliziotti, col compito di “scoraggiare” l'attraversamento della frontiera.
Molti di questi migranti hanno denunciato soprusi dalla polizia: soldi rubati, botte, colpi sparati addosso. E violenza anche nei campi.
Nessuno di queste persone avrebbe lasciato il suo paese, l'Iraq ad esempio, se avesse potuto rimanere: scappare dall'Iraq per finire in un campo dove non è possibile protestare e dove non è benvoluti.

Altra versione arriva dai responsabili dei campi: nessuna violenza, nessuna denuncia.
E ora i campi profughi saranno trasformati in campi chiusi, per rispondere alle insofferenze dell'opinione pubblica bulgara.
Il viceministro Gunev ha risposto alla giornalista su maltrattamenti e violenze: tutto falso, sono solo pochi casi e spesso enfatizzati dalle associazioni non governative.
Il governo non ha bisogno di questi gruppi di paramilitari per controllare i confini: eppure il primo ministro ha dichiarato che ogni aiuto per difendere il confine è benvoluto.

A Dresda la ex leader di Pegida racconta fiera la sua opera di controllo dei boschi bulgari, le ronde al confine: non sono ronde – dice – solo protezione dei confini.
La frontiera può essere difesa anche con le armi, per la difesa dell'Europa dall'islamizzazione: eppure a Dresda ci sono solo 4 mila migranti.
“L'islam è una cultura totalitaria mascherata da religione”: se vogliamo salvare l'Europa dobbiamo puntare all'est.
Festerling ha creato un nuovo gruppo, Fortress Europe, per fermare l'onda di profughi che arrivano, per colpa del cancelliere Merkel.
I migranti economici non hanno diritti – continua: dovrebbero essere respinti nel loro paese, non possiamo nell'ideale di benefattori, salvare tutti.
Non possiamo farci commuovere dalle lacrime dei bambini...

Il movimento di Pegida ha portata in piazza decine di migliaia di persone: ha preso il 10% di voti alle elezioni a sindaco. Tutti nemici della Merkel, che ha spostato a sinistra l'unico partito cristiano tedesco: qui la Merkel ha preso fischi l'ultima volta che è arrivata.

Il leader del partito anti islamico Pegida si è fatto fotografare in posa da Hitler: una persona con condanne alle spalle che chiama i migranti “bestie”. Anzi, bestiame...
Identità, nazione, questi i principi del partito: non sono nazisti come NPD, o come il partito della Petry che ha aumentato i voti dopo l'attentato di Berlino.
“Io non sono razzista, ma perché non li aiutiamo a casa loro ..” questo dicono le persone che contestano la Merkel.

In Austria alle ultime elezioni avrebbe potuto vincere Hofer, del partito della libertà, osannato dalle teste rasate e da gente che salutava col braccio alzato.
Anche qui la gente ha paura dei profughi, della perdita di identità per l'arrivo dei musulmani: l'estrema destra, seppur ripulita rimane sempre estrema destra.
A parola sono solo contrari i clandestini, quelli che arrivano senza rispettare le leggi: ma poi parlano di manganello.

La gente è dalla parte di Hofer – quando la intervisti: basta con questi immigrati, basta con questa invasione, con la islamizzazione del paese.
Sono identitari: italiani che rimangono italiani, francesi che rimangono francesi, tutti con la propria cultura.

La destra cavalca le paure delle persone per fini politici: è cambiata la politica dell'Austria, che l'anno scorso ha accolto 70mila profughi e poi li hanno cacciati, applicando alla lettera il trattato di Dublino.
I profughi sono stati mandati in Croazia in un campo con condizioni di vita pessime: molti volontari si sono però battuti per farli tornare in Austria, perché queste persone non erano pacchi postali ma persone.

Il cambiamento di rotta del governo come si spiega?
L'obiettivo era riequilibrare la presenza dei profughi in tutta l'Europa – dice un rappresentante del governo. Tirando in ballo l'accordo di Dublino.
Ma dietro c'è il timore della rimonta del partito di estrema destra, che ha influito l'agenda del governo: si dà per scontato che ci sia un problema dei migranti e che si debba espellere questi migranti.

I partiti identitari, anti islam, sovranisti, si dicono populisti, ma in realtà è un modo per ripulirsi la faccia: sono partiti e movimenti che hanno dietro radici naziste. Ieri erano i rom e gli ebrei: oggi sono i musulmani.
Per arrivare a cosa? Ad un Europa di popoli, non di banche, coi confini chiusi nel rispetto della sovranità.
Hofer in Austria ha preso il 47%: ci sono i presupposti per una vittoria alle prossime elezioni.
E ora ci sono le elezioni in Francia, in Germania .. E in quelle elezioni si parlerà di chiusura delle frontiere, di invasione, di islamizzazione.

L'unico antidoto a questa malattia è solo l'informazione.