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20 settembre 2025

Anteprima Presadiretta – La sanità del futuro

Abbiamo ospedali all’avanguardia, intelligenza artificiale, diagnosi sempre più precise, terapie cucite su misura, eppure mancano ancora medici e infermieri e le liste d’attesa si allungano.

Che ne sarà del sistema sanitario italiano? Quale sarà la sanità del futuro? Dovremo essere sempre grati ai giornalisti di Presadiretta per tenere sempre alta l’attenzione sul sistema sanitario specie in questo momento, con una popolazione che invecchia sempre di più e una classe politica che regala al paese riforme come la separazione delle carriere.

Abbiamo un sistema sanitario che vive un momento paradossale – spiega Iacona presentando la puntata: da una parte c’è stato un salto tecnologico pazzesco, l’intelligenza artificiale ha incontrato la ricerca clinica e adesso si possono fare diagnosi sempre più precise e terapie sempre più cucite su misura del paziente. Non è fantascienza- ci dice Iacona – ma sono pratiche che stanno già entrando nelle nostre strutture ospedaliere più avanzate. Dall’altra parte, negli stessi ospedali, c’è una crisi veramente fortissima, mai vista prima, che è fatta di mancanza di soldi, di personale che è troppo ridotto, di motivazione che dopo l’epopea del covid è scesa di molto, anche perché i nostri ospedalieri hanno gli stipendi tra i più bassi d’Europa e quindi si allungano le liste di attesa e la gente rinuncia persino a curarsi.

Tutto questo ve lo racconteremo in un viaggio davvero interessante e vasto, perché affronteremo gli ospedali dal nord al centro con uno speciale focus sulla sanità in Sardegna e un interessantissimo confronto con la sanità territoriale in Danimarca”.

Sanità e AI

Ad alimentare tutti i sistemi di intelligenza artificiale dai più sofisticati per la diagnostica e l’assistenza medica e chirurgica, a quelli più generalisti e ormai di uso comune come ChatGPT sono i dati. Servono enormi quantità di dati e giganteschi computer per addestrare i modelli matematici alla base di questi strumenti e gli ospedali sono una miniera d’oro di informazioni per allenare questi algoritmi. Persino a predire quello che accadrà nel futuro.

Nel predire l’evoluzione al trattamento, l’evoluzione della malattia – spiegano dal centro per l’intelligenza artificiale della Humanitas University dove bioingegneri, data scientist, medici e ricercatori, lavorano fianco a fianco per sviluppare strumenti di avanguardia per la pratica clinica.

L’ultima frontiera dell’innovazione è quella dei cosiddetti gemelli digitali, ovvero riproduzioni digitali del paziente che permettono di simulare a computer l’effetto di farmaci o l’andamento delle sue condizioni di salute, senza rischi per la persona in carne e ossa.

Si inseriscono i dati su questa piattaforma che è l’orchestratore” spiega alla giornalista di Presadiretta Saverio D’Amico un ricercatore del centro “possiamo effettuare una simulazione su cui il medico poi prende una decisione più informata su quella che è la terapia da dare al paziente. Cioè, se faccio questa terapia, come può evolversi la sua qualità di vita?”.

Come si controlla l’affidabilità della risposta dell’algoritmo?
“L’algoritmo è stato costruito all’interno di un consorzio europeo di ospedali, altri medici, quindi viene validato attraverso un processo clinico e scientifico importante. E l’algoritmo integra al proprio interno il protocollo attuale. Quindi, usando l’algoritmo, il medico comunque ha all’interno le decisioni da protocollo che prenderebbe normalmente.”

Per ogni malattia potremmo avere un modello di questo tipo?
“Idealmente si, non potrà esistere un modello generalista, adattabile ad ogni malattia, quindi ogni malattia dovrà avere il suo gemello digitale che funziona con i dati utili per quella malattia.”

Questi modelli si sono rivelati utili nei casi più complessi, mentre per molte diagnosi ci sono evidenze scientifiche che indicano chiaramente la terapia da fare, per altre patologie non è così.
È il caso di alcuni tumori del sangue: la stessa malattia può avere sintomi e prognosi che variano moltissimo da paziente a paziente.

Matteo Della Porta è un medico ematologo dell’Humanitas: “Per noi il primo punto dell’intelligenza artificiale è aiutare il medico a gestire questa complessità di informazioni biologiche, cliniche del singolo paziente per scegliere il trattamento migliore.”

Una delle scelte più complicate per gli ematologi è stabilire quando effettuare il trapianto di cellule staminali nei pazienti affetti da mielodisplasia, rara malattia del midollo che in Italia colpisce circa 3000 persone ogni anno. Questa sindrome è subdola, può rimanere benigna a lungo, oppure aggravarsi improvvisamente in Leucemia, cioè un tumore aggressivo del sangue più difficile da curare.

La terapia – spiega il dottor Della Porta – è il trapianto di cellule staminale che non deve essere fatto troppo presto, né troppo tardi perché quando la malattia evolve in leucemia le possibilità di successo del trapianto sono significativamente ridotte.

Presadiretta è andata a Barcellona all’ospedale Sant Pau, per incontrare il direttore del dimension Lab, il dottor Abdel Hakim Moustafa che ha mostrato diversi modelli anatomici, fatti con le stampanti 3d, usati per fare delle simulazioni avanzate.

Sono riproduzioni di pazienti che sono stati sottoposti ad interventi chirurgici complessi: con questi modelli 3d il chirurgo può pianificare la procedura con precisione.

Mani, piedi, parti del cranio, che poi vengono impiantate nel paziente. La stampante usa materiali speciali, si possono creare anche dispositivi speciali in Titanio, ma sono tutti fatti su misura per un singolo paziente. Si parte dalla riproduzione digitale esatta dell’anatomia del paziente, che vien usata dai bioingegneri per arrivare poi ai modelli, tutto viene fatto a computer e consente di ridurre i tempi degli interventi chirurgici e ottenere risultati migliori.

Si usa l’intelligenza artificiale si arriva ad ottenere una vera e propria mappa del corpo umano da usare per esercitazioni e simulazioni pre-operatorie.

Per esempio per capire dove intervenire per rimuovere un tumore ai polmoni: si crea una mappa che guida il chirurgo durante l’asportazione. È come avere google maps mentre guidi, uno strumento di cui oggi non possiamo farne a meno.

La fotografia della sanità in Sardegna


Un milione di abitanti, spiagge paradisiache, villaggi per le vacanze esclusivi che attirano turisti da tutto il mondo e la popolazione quintuplica.

La Gallura è una delle aree più ambite dell’isola, ma è anche una zona fragile dal punto di vista sanitario: “qualche volta ho definito la nostra sanità da terzo mondo” racconta il sindaco di Tempio Pausania “non è sicuramente un incentivo per il turismo il fatto che la Sardegna passi per una delle peggiori realtà dal punto di vista sanitario”.

Una sanità tra le peggiori per la presa in carico e per la cura del paziente: lo certifica l’ultimo rapporto Agenas e lo denuncia da anni anche il sindaco di Tempio Pausania, Gianni Addis, presidente della conferenza socio sanitaria della Gallura.

Le nostre strutture sono in sofferenza già nel periodo invernale, figuriamoci nel periodo estivo, qui succede di tutto, difficoltà ad accedere alle cure primarie, ad andare al Pronto Soccorso..”

Un turista rischia la vita, aggiunge il sindaco, ma anche il resident.

In Gallura ci sono tre ospedali pubblici dotati di Pronto Soccorso, a Tempio Pausania, sull’isola della Maddalena e ad Olbia ma solo quest’ultimo, secondo la legge, può gestire le emergenze gravi. Dopo la riforma regionale della rete ospedaliera molti reparti sono stati svuotati e in estate con centinaia di migliaia di turisti il sistema va in apnea.

Le telecamere di Presadiretta sono entrare nell’unico Pronto Soccorso in Gallura, a Tempio PAusania, per mostrare qual è la situazione tra medici, infermieri, gettonisti e pazienti lasciati sulle barelle ad attendere che qualcuno si prenda cura di loro. Sulla carta potrebbe gestire solo codici bianchi e verdi, ma dentro il reparto sono presenti tanti codici rossi e arancioni che in teoria non potrebbero stare lì. Infatti dal Pronto Soccorso partono diversi viaggi verso altre strutture in grado di gestire questi casi gravi, ad Olbia in cardiologia e neurochirugia.

Qui al Pronto Soccorso infatti c’è un solo medico, un gettonista per venti pazienti, ma i codici rossi però vengono gestiti lo stesso pur non avendo nessun servizio alle spalle: nessun cardiologo, in notturna, non c’è nessuno in radiologia, nessun anestesista, “ci siamo noi e la medicina generale” racconta un’infermiera alla giornalista. Sulla carta c’è scritto che i codici rossi non dovrebbero arrivare ma se un evento avviene nel circondario – continua l’infermiera – il punto di primo soccorso è questo, “si cerca di stabilizzarlo e cerchiamo di trasferirlo ..”. Ma per arrivare ad Olbia ci vuole un ora..

D’estate in Gallura succede un disastro – spiega il personale – devi solo pregare che non succeda nulla di grave: mancano le risorse umane,infermieri, OSS, “oggi l’ospedale non è niente, è solo un ambulatorio.”

Una realtà triste, dove la sanità è stata smantellata negli ultimi quindici, dieci anni.
Durante l’estate in Gallura si passa da 140mila a 6 ml di persone e questo ospedale non è attrezzato per gestire tante persone e il personale nemmeno viene potenziato: tre medici strutturati e un direttore, al pronto soccorso ne servirebbero almeno 24, così come servirebbe un discreto numero di infermieri.

Così esiste il reparto OBI (osservazione breve intensiva) sebbene l’ospedale non sia accreditato: è una struttura prevista dalle linee guida nazionali e dall’accordo stato regioni come servizio essenziale in tutti i Pronto Soccorso di primo e di secondo livello. L’OBI è uno spazio dove sostano i pazienti prima di essere dimessi o ricoverati, quello di Olbia non ha l’accreditamento regionale che serve a stabilire organico, budget, funzioni. Ma è proprio nell’OBI dell’ospedale di Olbia che finiscono tutti i casi gravi della Gallura, soprattutto d’estate.
Ma qua nell’OBI non accreditato manca il personale dedicato, ma i pazienti vengono tenuti lo stesso: durante il servizio di Presadiretta erano presenti, tra dentro e fuori, 62 pazienti. Secondo le direttive del ministero potrebbero starci solo 3 persone in boarding nella struttura, ma nella realtà ci sono dentro una trentina di persone, alcune che nel Pronto Soccorso ci dormono, in attesa del posto letto nei reparti. Questo è il Boarding ed è diventata la prassi in molte strutture italiane: secondo le linee guida del ministero un paziente non dovrebbe rimanere nel Pronto Soccorso per più di poche ore, ma ad Olbia – come mostrano le telecamere di Presadiretta - ci sono almeno 30 persone che passano giorni su una barella. In alta stagione questa cifra raddoppia. Ci sono state persone che sono rimaste ricoverate anche tre mesi in Pronto Soccorso, in violazione delle norme di sicurezza. D’estate nelle stanze usate per il Boarding ci stanno anche dieci persone

L’assessore regionale alla sanità Bartolazzi di fronte a queste immagini risponde così: “se andiamo a vedere le cose obbligatorie per legge [come l’accreditamento per l’OBI] dovremmo rivedere molti ospedali in Sardegna ..”

La gestione dell’immigrazione.


Nell’anteprima della puntata si parlerà di immigrazione, uno degli argomenti caldi di questo governo di destra (non la sanità, non le scuole, non i salari, non la sicurezza sul lavoro, non l’ambiente..).

Presadiretta mostrerà in esclusiva le immagini di un “luogo idoneo”, una cella di pochi metri quadrati nel seminterrato della Questura di Napoli, dove ci sono gli uffici per i rinnovi dei permessi di soggiorno. La porta è sbarrata, non ci sono finestre, e le persone hanno solo un letto di cemento si cui sedersi e sdraiarsi, senza spazio per fare altro. Un immigrato, che è rimasto recluso in quello spazio per tre giorni, ha girato il video: ha sempre lavorato in Italia, fino a quando gli sono scaduti i sei mesi di permesso di soggiorno. Così ha chiamato il suo avvocato che gli ha detto di presentarsi in Questura: “quando ci sono andato, il giorno dell’appuntamento, mi hanno detto che c’era un problema coi miei documenti, mi hanno preso le impronte digitali, come fossi un criminale. Io ho domandato cosa avessi fatto, e loro mi hanno detto che ero in arresto. Mi hanno portato in questa stanza, c’erano tre persone con me, due le hanno portate via, e sono rimasto assieme ad un pakistano, le altre persone avevano problemi coi documenti. Ho detto ai poliziotti che ho un problema agli occhi, non ci vedo bene, e che avevo bisogno delle mie medicine, ma mi hanno risposto che non potevano darmi nulla. In quel momento ero solo un prigioniero in attesa dell’aereo che mi avrebbe riportato nel mio paese. Mi hanno detto che avevano già comprato il biglietto dell’aereo e dovevo essere imbarcato ma per fortuna sono riuscito a salvarmi in tempo. Mi hanno trattato come un criminale e ora io ho paura, sono spaventato, se vedo un poliziotto ho paura.. ”
La storia di questa persona si è conclusa col suo rilascio, poche ore prima della partenza del volo, che doveva riportarlo nel suo paese, solo perché è riuscito a mettersi in contatto col suo legale, utilizzando di nascosto l’auricolare bluetooth mentre il suo telefono era tenuto sotto sequestro, senza motivo.

L’Italia come l’America di Trump, o forse viceversa: dove si da la caccia agli immigrati colpevoli non di aver commesso un reato, ma per il loro stato.

La scheda del servizio:

Un viaggio di PresaDiretta tra Roma, Milano, la Sardegna e la Danimarca per raccontare la medicina del futuro tra innovazione e rischi di nuove disparità. Il futuro nella sanità si misura con l'innovazione tecnologica. Un reportage nei reparti del Sant'Andrea e del Bambin Gesù di Roma; al San Raffaele, all'Humanitas e al Besta di Milano; al Santa Creu i Santi Pau di Barcellona. Tutti ospedali dove l'intelligenza artificiale permette oggi prestazioni all'avanguardia. Le nuove frontiere delle cure si scontrano però con un'Italia digitale che non decolla. Le questioni irrisolte del fascicolo sanitario elettronico, tra fondi del PNRR, differenze regionali, piattaforme che non dialogano tra loro e milioni di cittadini ancora alle prese con documenti sanitari cartacei. E poi il confronto con la Danimarca, dove il sistema sanitario pubblico - interamente digitalizzato - è finanziato con l'8% del Pil. Un modello che garantisce cure rapide, efficaci e capillari sul territorio, anche nelle aree più interne del paese.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

30 settembre 2024

Presadiretta - età biologica

La puntata di PresaDiretta di ieri sera, preziosa come sempre, ci dice questo:

- le giovani generazioni che oggi abbiamo abbandonato a sé stesse nel consumo di alcool e droghe (droghe anche sintetiche il cui consumo avviene alla luce del sole nonostante tutte le leggi sicuritarie) nei prossimi anni saranno sempre più soggette a tumori

- l'incidenza dei tumori, al colon, alla pelle, ai polmoni è in aumento già oggi e in modo drammatico nella fascia di età sotto i 50 anni. Su queste persone non si fanno screening né medicina preventiva (vedi una corretta alimentazione)

- esistono cure innovative contro i tumori, anche ricorrendo alle tecnologia mRNA usata nei vaccini per il covid, ma sono cure che costano: finché in Italia abbiamo il sistema sanitario universale garantito per tutti potremmo curarci. Altrimenti succederà come in America, saremo nelle mani delle assicurazioni private che decideranno loro quali cure darti e se curarti. La salute è roba per ricchi raccontava a Presadiretta un infermiere che per curarsi per il tumore si è indebitato.

- la politica non sta facendo nulla: né per diffondere una sana alimentazione nei ragazzi, né per limitare l'uso di alcool e sigarette (figuriamoci delle bevande gassate e sui cibi ultraprocessati). Non solo, questa politica è doppiamente colpevole perché sta smantellando il sistema sanitario, gratuito e universale. La sanità territoriale che potrebbe salvaguardare la nostra salute è lasciate nelle mani delle singole regioni, chi ha i soldi e la volontà di curare, come l'Emilia, fa prevenzione. Le altre regioni o delegano al privato oppure nulla perché mancano i soldi.


E' un campanello di allarme, che dovrebbe finire in cima alle nostre preoccupazioni.

11 marzo 2024

Presadiretta – Sanità SPA

Ospedali dove manca il personale, si lavora su turni massacranti, il personale viene aggredito. In 120 mila se ne sono andati via all’estero, nei concorsi non si presenta nessuno e così avanza la sanità privata. Come i pronto soccorso a pagamento in Lombardia o in Calabria, dove gli ospedali sono al collasso.

Eppure ci sono ancora medici che fanno il loro dovere: dobbiamo difendere la sanità pubblica con tutte le forze.

I medici che vanno all’estero
Silvio Magliano era stato intervistato da Presadiretta nel 2020, ai tempi del covid. Già allora denunciava le carenze di organico, a Sesto San Giovanni: nel suo ospedale gli anestesisti erano pochi, lavoravano senza riposo.

Se questo è il prezzo da pagare non so se ne vale la pena” – così diveva. Dopo tre anni ora lo troviamo in Francia: o rimanevo nel tunnel o cercavo di cambiare qualcosa, alla fine ha deciso di andarsene via dall’Italia.

Lavora a Chamount, in una struttura sovrapponibile come bambini nati a San Giovanni: qui però riesce ad avere i turni in anticipo, può organizzarsi una vita normale, in Italia non poteva. Lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro al mese, lavorando di meno.
Ma non se ne è andato via per i soldi, esiste anche una vita personale – racconta a Francesca Nava.

In Francia esiste la figura degli infermieri anestesisti, cosa che in Italia manca: consentono agli anestesisti di lavorare su più sale e hanno uno stipendio che si aggira sui 3000 euro.

Sono diversi gli italiani che lavorano qui in Francia: se ne sono andati per la fatica di lavorare male e tanto, con anche uno stipendio migliore.

In Francia cercano di essere attrattivi – racconta l’ortopedico Avallone – quando se ne è andato dall’Italia nessuno ha chiesto perché te ne vai.
Dopo il covid in Francia hanno investito nella sanità pubblica, hanno investito nell’aumento salariale, non si sciopera come in Italia.

Ma anche gli amministratori locali, come a Chaumont, investono sulla sanità privata per rendere attrattivi i loro paesi.
Conclude Silvio Magliano: “
Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.
In Italia così muore il sistema sanitario: perché si mettono i medici nelle condizioni di doversene andare, se vogliono vivere, se vogliono vedere i figli. Se si vogliono fare i figli.

Le aggressione dei medici in corsia

Anna Procida è una infermiera del pronto soccorso di Castellammare che un giorno è tornata a casa dopo essere stata aggredita da un signore che era stato invitato ad uscire.

Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno.
Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24 per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Pietro di Cicco è un medico di questa struttura, a Presadiretta spiega che sta diventando molto pesante lavorare in emergenza, dentro un pronto soccorso: dovrebbero essere in 24 i medici, mentre sono in tutto in sette. Eppure l’ASL di Di Cicco fa tanti concorsi, ma alla fine solo un medico ha scelto di venire a lavorare qui.
Stessa storia all’ASL di Verbania-Cusio-Ossola: concorsi dove non si presenta nemmeno un candidato, così in questo spicchio di Piemonte la maggior parte dei medici è esternalizzata. Sono medici che a volte lavorano in un posto, a volte in altri.

Per anni negli ospedali c’è stato il blocco del turnover, ora che servirebbero nessuno vuole entrare nel pubblico, conviene entrare nella libera professione: sono medici che lavorano dove c’è l’offerta migliore, sono organizzati in cooperative.

Sono i gettonisti: per fare il gettonista nel pronto soccorso non serve nemmeno la specializzazione, tanto è la fame di posti.
Meglio lavorare come libero professionista, scegliendo dove stare, scegliendo i turni, che entrare nel pubblico e non poter respirare.
Ci sono momenti dell’anno dove i pacchetti dei gettonisti vanno all’asta, al miglior offerente: un free lance della sanità quanto arriva a guadagnare? Anche 1400 – 1300 euro al giorno.

Prendiamo più soldi rispetto ai medici assunti in ospedale, è vero – commenta Bruno Salerno, medico ginecologo, ex dipendente pubblico ora libero professionista – ma attenzione non è il gettonista che guadagna di più, è il medico ospedaliero che guadagna poco. Il medico gettonista, tolte le tasse, guadagna il giusto, quello che guadagna un collega in Germania, in Francia, in Olanda”.

La Gazmed è la più grande società di gettonisti, con un fatturato da 8 ml di euro: procura la maggior parte degli anestesisti in regione, il fondatore Bruno Pagano non vuole essere chiamato becchino della sanità pubblica “Noi siamo in questo momento la stampella per una sanità che zoppica già da anni”.

Il fenomeno dei gettonisti è anche uno spreco di risorse pubbliche: l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia.

A spendere di più è proprio la regione Lombardia: come le aziende di Bergamo est o Mantova, che spendono molto in gettonisti.

L’assessore al Welfare in Lombardia Bertolaso ha dichiarato guerra ai gettonisti e ai liberi professionisti che si mettono all’asta: dovrebbero andare dietro tutte le altre regioni per evitare che le cooperative si spostino altrove.
Ma poi come facciamo coi direttori generali che non trovano medici? Secondo Bertolaso è compito dei DG che devono convincere i medici a lavorare in un ospedale, “come se fosse casa tua”, non basta fare bandi.
Ma Bertolaso sta facendo anche altro: anziché assumere e diminuire la pressione sui medici, ha proposto di far lavorare i medici in più strutture per coprire i buchi, con un aumento della paga, facendoli diventare gettonisti a loro volta.

La metà dei gettonisti professionisti che lavorano in Lombardia secondo le regole di Bertolaso non hanno la specializzazione.
Il TAR ha ora bocciato la proposta di Bertolaso, calmierare il mercato dei medici a gettone che sono un salasso sui nostri costi.

L’avanzata del privato
A Brescia ci sono strutture di primo soccorso private, Brescia Med: qui entrano solo codici bianchi e verdi, i pazienti gravi è meglio se vanno al pronto soccorso, non sono aperti h24… La visita di urgenza costa 135 euro, non ci sono servizi in convenzione. Insomma non è un vero e proprio pronto soccorso, ma è un ambulatorio dove lavorano pochi medici e due infermieri, che non affrontano le vere emergenze ma piccoli problemi quotidiani.
Certo, non ci sono code, la gente che arriva si sente trattata bene, viene visitata in tempi certi.
Non si vedono in questa struttura le scene del pronto soccorso nel pubblico: barelle in corsia, gente che aspetta per giorni in attesa di un ricovero perché mancano i posti.
Ci sono persone anziane che hanno subito un trauma, dovrebbero fare una radiografia, una TAC, ma sono costrette a rimanere per giorni in pronto soccorso.
In assenza di strutture sul territorio, non il medico di medicina generale, vanno tutti negli ospedali, oppure si rivolgono alla sanità privata.
Creando un corto circuito perverso, perché poi il medico privato richiede prestazioni che poi finiscono a carico del pubblico.

Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP regionale, con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata col servizio regionale, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo.
Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Nel 2020 Andrea Viani ha dato via allo sportello SOS Liste d’attesa: obiettivo è spiegare ai cittadini come ottenere le visite nei tempi richiesti.
I volontari ricevono le richieste dei cittadini e li aiutano ad ottenere le prenotazioni: quando ci si sente rispondere che non ci sono le agende aperte, si scrive una PEC al direttore generale, si fa un ricorso e, magicamente, si ottiene l’appuntamento. La legge lo consente, ma nessuno lo sa: se un ospedale non riesce a garantire una visita nei tempi previsti dal medico di base, deve attivarsi a trovare un posto o a rimborsare il ticket.
Questo dice la legge ed è un nostro diritto: la parità tra privato e pubblico non esiste, è una falsa equiparazione, perché pubblico e privato non condividono le rispettive agende.

In Lombardia si arriverà al CUP unico solo nel 2026 e si continuano ad avere le agende chiuse per spostare i cittadini nel privato.
Questo è la causa delle lunghe liste di attesa: Bertolaso a Presadiretta ha raccontato che è sua intenzione sbattere fuori i privati che non intendono lavorare alle sue condizioni, ma non esiste nessun controllo.

Così tocca a dei cittadini privati aiutare altri cittadini a far valere i loro diritti. Non è lo stato, non sono le istituzioni.

Dentro il centro traumatologico di Cesena

Nel servizio sanitario pubblico ci sono delle eccellenze: Presadiretta è entrata nel trauma center di Cesena, il Maurizio Bufalini. Qui lavorano medici che lavorano in equipe con le migliori strumentazioni diagnostiche. Salvano vite umane questi medici, non lasciano i pazienti in osservazione per ore.
La struttura sorge sulle colline sopra Cesena, è una macchina da guerra che offre servizi per tutta la Romagna.

Un lavoro che comincia la mattina alle sette, analizzando i dati dei pazienti ricoverati, pianificando interventi che possono durare anche una giornata intera. Operazioni che una volta si facevano solo all’estero, con costi fino a 150mila dollari e che invece oggi si fanno qui, in Italia, nel pubblico.

Presadiretta ha mostrato una operazione su un tumore al colon, fatta con robot che consentono di operare con precisione: lo racconta
Fausto Catena, chirurgo, a Iacona “la chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..

Un letto in traumatologia costa 3500 euro giorno: le operazioni fatte al Bufalini non possono essere portate nel privato (perché al privato non sarebbero convenienti, non ci sarebbe profitto), i pazienti sono seguiti da diversi medici, da infermieri che li seguono tutto il giorno. Lavorano per uno stipendio dignitoso – così raccontano a Presadiretta – portandosi a casa tante soddisfazioni.
Questo è quello che rischiamo di perdere se non riprenderemo a finanziare la sanità pubblica. La nostra salute, la cura dei pazienti, la cura di una popolazione che diventa sempre più anziana.

Ma perderemo anche conoscenze e competenze in questi settori, come la chirurgia di emergenza, come quelle del dottor Fausto Catena.

Dovremmo essere orgogliosi di avere medici come il dottor Catena.

La mia preoccupazione e che a furia di togliere pezzettini dal sistema sanitario viene giù tutto – racconta il dottor Vanni Agnoletti: i medici e gli infermieri sono molto richiesti dal privato, che paga anche cifre più alte.
Ma quello che faccio qua ha un valore così enorme da essere impagabile – continua il medico del Bufalini.
Rischiamo di portare trasformare il servizio sanitario in un servizio basato sul reddito: lo spiega il dottor Corradori che a Iacona racconta che è vero che la sanità pubblica costa, ma anche la non sanità ha un costo, se le persone non ci curano anche questo avrà un costo per la società.
Investire nel sistema sanitario, universalistico e gratuito, è un contributo per la nostra democrazia: se non sei in salute non sei libero. Devi essere curato per essere libero.

Nella sanità mancano i soldi: negli ultimi 15 il sistema ha subito un definanziamento per 48 miliardi di euro, il Gimbe ha stabilito che la spesa per PIL è destinata a calare.

Non prendiamo in giro i cittadini: o si investe nel pubblico oppure si deve ammettere davanti al paese che ci si deve rivolgere al pubblico – è l’opinione di Nino Cartabellotta.
Ma poi, il privato funziona veramente meglio del pubblico?

I medici in Calabria devono combattere anche contro la criminalità organizzata e nel frattempo la sanità privata avanza velocemente.

Chi si ammala in questa regione deve subire un calvario, la storia del signor Naccari lo spiega bene, un problema al naso che non si riusciva a risolvere perché nessuno riusciva a guardare il referto dal CD.

Aveva un tumore nel naso, come emerso da una semplice analisi con una sonda: per scoprirlo è dovuto andare a Milano. Doveva morire altrimenti.
In Calabria si spende di meno in sanità e ci si sposta di più per curarsi: il rapporto Svimez parla di un paese a due cure, le regioni del sud hanno versato 14 miliardi alle regioni del nord per le cure dei loro cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria.

In Calabria lavora il primario Vincenzo Amodeo nell’ospedale di Polistena e a Locri: sta portando avanti una battaglia per rilanciare la sanità regionale, con nuove sale ospedaliere, con nuove macchine.
Siamo in guerra – racconta a Francesca Nava - servono medici e infermieri
: alla trasmissione spiega come ci siano forti tendenze da parte della politica che spinge verso il privato. In soccorso alla sanità calabrese sono arrivati 300 medici da Cuba, ma a Polistena si lavora ancora con carenza di organico.

Il cittadino ogni giorno deve combattere una guerra per ottenere i servizi che gli spettano: l’ospedale di Locri dovrebbe essere ristrutturato dal 1998, sono stati spesi 14ml. Per fare cosa?

Anche a Locri, prenotare gli stessi esami come fatto in Lombardia, porta agli stessi risultati, non è possibile prenotare un esame nel pubblico.
Lucia di Furia è direttrice dell’ASL a cui appartiene la struttura di Locri: “Io non sono amica di nessuno da queste parti. Non conoscevo niente della Calabria, ma la parola Locride la conoscevo pure io che vivevo nelle Marche. Appena sono arrivata qui c'è stata una retata, hanno portato via dei medici, già che erano pochi li hanno pure portati via”.

La situazione che ha trovato in questa struttura è pietosa: “Ho avuto paura, devo essere onesta, ho avuto un episodio legato al mio ruolo, per altro poco tempo dopo che ero arrivata. Subite le pressioni ho capito una cosa sola, che stavo nel posto giusto. Ho detto: se è così che mi vogliono mandar via, allora è sicuro che rimango”.

Ci sono le case della salute, ma chi ci mettiamo dentro?
Si fa di tutto per rallentare la struttura sanitaria pubblica per far crescere gli interessi dei privati che pullulano nel territorio.

I laboratori privati crescono in Calabria, come le strutture sanitarie residenziali, salite al 80%.
Anche qui c’è un abbraccio tra politica e sanità che causa anche problemi ai conti pubblici: Presadiretta ha raccontato le storie di dirigenti apicali nella sanità che hanno favorito strutture private, persone nominate dalla politica che è colpevole della carenza nel servizio sanitario.
Politici che nominano i dirigenti, che poi si controllano da soli: il senatore Crisanti ha presentato una norma in Parlamento con cui togliere ai presidenti di Regione il potere di nominare i direttori sanitari, che dovrebbero essere indipendenti dalla politica.
Non mancano i soldi, ma le idee – racconta Crisanti: il costo della sanità è 180 miliardi, quasi il 9% del PIL, come è possibile che non funzioni?

É perché il sistema sanitario è marcio.

La componente privata della spesa sanitaria è salita dal 12 al 24 %, ci sono strutture che oramai sono solo private accreditate in alcune zone d’Italia: lo stato finanzia e amministra la sanità privata al posto del pubblico.

La privatizzazione della sanità è un rischio per la democrazia: uno stato privatizzato non può avere controlli, perché costano, dunque si arriva alla deregolamentazione.

In Italia oggi il gruppo san Donato e l’assicurazione Generali hanno stretto un accordo, per creare nuovi poliambulatori privati che si trovano ovunque.

Sono le smart clinic, un modello che verrà esportato in tutta Italia: il personale sanitario lo metterà San donato, Generali gli immobili e occuperanno gli spazi lasciati liberi dal pubblico.
A questo punto si perde di vista il confine tra pubblico e privato, ci si inizia a chiedere perché votare: la privatizzazione distrugge il senso stesso dello stato.


10 marzo 2024

Anteprima Presadiretta – Sanità SPA

La situazione della sanità pubblica, specie nelle regioni del sud (ma non solo), è sotto gli occhi di tutti. La sperimentiamo ogni volta che abbiamo bisogno del medico di base (con buona pace del ministro Giorgetti, noi comuni cittadini abbiamo ancora bisogno del medico), quando dobbiamo prenotare una visita specialistica e ci viene risposto che non ci sono posti in agenda. Oppure, come capitato a me per una visita oculistica, primo posto a dicembre.

Ancora oggi, nei telegiornali, nei talk, si sente ripetere dai soldatini di fratelli d’Italia che non è vero che questo governo ha tagliato i fondi sulla sanità, questo governo ha messo tre miliardi di euro in più nella sanità… Le bugie hanno le gambe corte e per smascherarle basterebbe avere un giornalista in studio che risponda al politico di turno che, è vero che si sono dei miliardi in più, ma solo per il prossimo anno e che comunque sono insufficienti per tenere in piedi tutto il sistema sanitario, pubblico e universale, per tutti. Come garantisce la Costituzione.

I soldi sono stati messi, ma meno di quanto ne servirebbero per garantire in servizio uguale per tutti, dal nord al sud, per chi ha i soldi e chi non li ha e oggi è costretto a rinunciare a curarsi.

Così, come racconta Riccardo Iacona nell’anticipazione della puntata, mentre gli ospedali pubblici fanno fatica a lavorare e crescono le liste di attesa, la sanità privata avanza e prova a riempire i vuoti lasciati dal pubblico. Da Sanità pubblica a Sanità SPA, come dice il titolo della puntata: Presadiretta torna ad occuparsi della sanità pubblica, del pericolo di perdere questo presidio della democrazia.

La mancanza di risposta da parte del pubblico nel servizio sanitario ha portato, come effetto collaterale, anche ad un aumento delle aggressioni al personale sanitario, tanto da portare alla decisione di aumentare i presidi delle forze dell’ordine dentro degli ospedali: magari dentro queste strutture faremo fatica a trovare un medico, ma non mancheranno gli agenti.
Presadiretta è stata dentro il pronto soccorso dell’ospedale di Castellammare: corridoi pieni di gente in attesa, lettighe a terra, scene comuni in gran parte dei nostri pronto soccorso. L’ospedale San Leonardo di Castellammare di Stabia è l’unico della ASL ad avere un dipartimento di emergenza e urgenza di primo livello con 60 mila accessi l’anno. Quando il servizio è stato preparato, a fine gennaio, erano in corso i lavori di ristrutturazione all’ingresso dell’emergenza: dentro sarà presente un ufficio della polizia per una vigilanza armata 24 ore su 24
per proteggere medici, infermieri e operatori sanitari dalle aggressioni.
Sono decine i presidi aperti in questi ultimi mesi dal ministro Piantedosi, sono passati da 126 a 189: in corsia si sta come in trincea e i medici sono nel mezza di questa guerra, dove la disperazione, l’ansia, la difficoltà ad accedere ai servizi, porta a gesti di violenza.

Mancano medici, mancano infermieri, mancano posti letto. Quelli che ci sono se possono passano al privato, vanno a lavorare all’estero (o nella vicina Svizzera come qui nel comasco, dove vengono pagato bene).
Silvio Magliano è uno di questi: oggi è un anestesista rianimatore Ospedale che lavora nell’ospedale di Chaumont in Francia: a Presadiretta racconta che dove lavora riesce ad avere i turni tre mesi in anticipo e non all’ultimo del mese, riesce così ad organizzarsi una vita normale: “io in Italia non potevo farlo” continua il suo racconto “qui lo stipendio è aumentato di almeno un migliaio di euro di più al mese. Se la gente se ne va, forse c’è da dire che si deve fare una valutazione, che non è solo strettamente economica, io non faccio il politico, io faccio il medico, il mio lavoro lo faccio bene, ma non posso fare quello degli altri. Gli altri, che sono quelli che noi votiamo, che noi paghiamo, sono loro che devono fare queste valutazioni. Tu ti rendi conto che tu dai la professionalità e di fronte trovi davanti un quota di dirigenti che non sanno niente di quello che tu fai. Economicamente sono pagato meglio [in Francia], ho più tempo libero, i pazienti mi ringraziano, non mi aspettano fuori che ti fanno delle violenze come succede tutti i giorni. I dirigenti mi rispondono alle mail, rispondono alle chiamate: anche in Italia c’è bisogno dei medici, perché li fate scappare?”.

Sono tanti gli anestesisti che se ne sono andati e tanti quelli che non hanno trovato il coraggio per andarsene, perché “quella vita là, in Italia, non si può fare”.

Ma così muore il servizio sanitario, se ne vanno tutti: “mi dispiace ma non sono il capitano della nave, non l’abbandono alla fine.. Faccio il topo, però preferisco vivere”.

La sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? Da una buona sanità pubblica non dipende solo la nostra salute, ma anche la salute della democrazia nel nostro paese – racconta Iacona nell’intervista a Radio Radicale.

Avere a disposizione, a prescindere dal reddito, un servizio sanitario nazionale che beneficia delle nuove tecniche e degli strumenti più moderni è un passo in avanti per il nostro paese: sono le parole di Fausto Catena, chirurgo, nell’intervista a Iacona dopo aver mostrato una diagnosi sui linfonodi di un paziente con una macchina di ultima generazione.

La chirurgia altamente tecnologica richiede un forte investimento in termini di risorse, anche risorse umane e pensare che in Italia una persona di qualsiasi ceto, di qualsiasi disponibilità economica, possa avvalersi di tutto questo è una conquista pazzesca, di civiltà. Ti do il massimo che esista, gratis [con la tassazione pubblica]. Lo stesso intervento potrebbe costare negli Stati Uniti 300mila dollari..
E’ anche da queste cose che arriva la soddisfazione per il proprio lavoro.

Ma la realtà è ben diversa: nell’anteprima della puntata Francesca Nava racconta di quanto sia difficile prenotare una vista al CUP in regione Lombardia, dove si ritiene che il servizio sanitario sia una eccellenza.

Al CUP la giornalista ha cercato di prenotare una colonscopia in provincia di Bergamo: in agenda non c’era niente, la prima disponibilità è nel 2025, settembre.

Dopo essersi rivolta al CUP con in mano le impegnative che chiedevano un esame a 60 giorni, la giornalista si è rivolta ad alcune strutture private convenzionate col sistema nazionale in provincia di Varese. In una struttura non accettavano tutti gli esami, eseguivano gli esami richiesti solo da privato – è stata la risposta data dall’impiegata all’accettazione.

Da privato la colon costa 400 euro a cui si sommano 150 euro per eventuali biopsie, la colposcopia costa 1000 euro, l’ecografia 200 euro per la visita: il risultato è che nel privato i 3 esami diagnostici e la visita specialistica costano 1750 euro.

La giornalista si è rivolta ad un’altra clinica convenzionata, con le stesse impegnative: la risposta non è stata diversa, nessuno degli esami richiesti viene eseguito in convezione, si fa tutto a pagamento.
Non garantire visite ed esami diagnostici con il servizio sanitario nazionale nei tempi previsti dal medico di base è un atto illegittimo. Sulle ricette le classi di priorità sono indicate con delle lettere, U = urgente, P= programmabile. Il rispetto dei tempi di attesa è un diritto, lo sanno bene i volontari degli sportelli nati spontaneamente in Lombardia grazie all’intuizione di un pensionato di Codogno, città simbolo della pandemia.

Si chiama Fondazione Sportelli SOS Liste di attesa e il fondatore è il signor Andrea Viani: “i cittadini di fronte alla necessità non vanno più neanche al CUP vanno direttamente dai privati. La prospettiva potrebbe essere la distruzione del sistema pubblico”.

Francesca Nava ha incontrato, Adrian Naranjo cardiologo venuta dall’Havana per supportare i medici dell’ospedale di Locri dal dicembre del 2022: il suo contributo è diventato indispensabile per l’ospedale dove si reca ogni giovedì per svolgere controlli basilari, pacemaker, defibrillatore. Ma come, i medici di Locri che sono qui da tanti anni non li sanno fare questi controlli?
Il primario di cardiologia dell’ospedale di Polistena, il dottor Amodeo, spiega che non può insegnare questi controlli, altrimenti smetterebbe di fare il suo lavoro da responsabile dell’equipe, “ma che faccio il professore di scuola oppure devo venire qua a fare il primario? Bisogna fare una rivoluzione culturale” racconta a Presadiretta “e poi, dopo che avrai fatto la rivoluzione culturale vai a combattere e vincerai la guerra”


Nonostante queste premesse, il tema della sanità pubblica non è ai primi posti nell’agenda politica che oggi sarà presa dall’esito delle elezioni in Abruzzo, dal presunto dossieraggio: si tira fuori la questione del gap sanitario solo come arma di propaganda, sotto le elezioni. La politica si indigna per la violazione della privacy di cittadini (che poi sono vip, politici, persone che per il loro ruolo sotto attenzionate dai sistemi di controllo), ma non per la perdita di questo diritto, il diritto alla cura.
Eppure questo argomento diventerà sempre più importante, perché stiamo diventando un paese di anziani, bisognosi di curi, dove aumenta la distanza tra i ceti abbienti e quello che era l’ex ceto medio:
la secessione dei ricchi, la riforma per l’autonomia differenziata delle regioni, non farà che aumentare questo divario di diritti.

Sui giornali trovate delle anticipazioni dei servizi che andranno in onda domani sera: c’è l’articolo della stessa Francesca Nava uscito ieri su Il Domani

La sanità a pezzi divorata dalla privatocrazia
Dalla Calabria alla Lombardia, dal Piemonte all’Emilia-Romagna. Nella puntata di lunedì 11 marzo, la trasmissione Rai “Presadiretta” di Riccardo Iacona racconterà la deriva occulta del servizio sanitario nazionale, le difficoltà degli ospedali pubblici, lo stato di sofferenza dei pronto soccorso, la diffusione di ambulatori di urgenza a pagamento, la proliferazione di poliambulatori. 

Nell’articolo potrete leggere alcuni dei punti toccati dall’inchiesta: lo sfogo di Lucia Di Furia, DG dell’azienda sanitaria di Reggio Calabria, finita sotto inchiesta per le infiltrazioni mafiose che hanno reso più acuto il problema della carenza di medici.

Del pendolarismo sanitario dalle regioni del sud a quelle del nord, una sorta di tassa occulta pagata dalle regioni più povere – come testimonia il rapporto di Svimez: “Negli ultimi 10 anni tredici regioni del sud hanno versato 14 miliardi di euro a quelle del nord per far curare i propri cittadini, 2,7 miliardi sono della Calabria”.

Si parlerà di come il privato si sia infiltrato dentro i vuoti lasciati dal servizio pubblico, una scelta politica, come qui in Lombardia, per dare ai cittadini un finto diritto di scelta, in realtà solo un modo per arrivare ad una privatizzazione del servizio nei settori più profittevoli (per un approfondimento leggetevi Assalto alla Lombardia del giornalista Marco Sasso).

Infine la questione dei gettonisti, i medici pagati a gettone che le Asl prendono a servizio per colmare i vuoti del personale da cooperative private:

“’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. Una montagna di soldi, con cui si sarebbero potuti assumere 34 mila medici ospedalieri. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia

Sul Corriere di Cesena trovate questo articolo dove si parla del centro traumatologico di Cesena Maurizio Bufalini, un polo di eccellenza (non è un caso che questo articolo sia stato pubblicato su una testata locale, il tema della sanità e dei presidi territoriali è molto più sentito):

Lunedì 11 marzo, in prima serata, su Raitre, torna la trasmissione “Presa diretta” con una puntata interamente dedicata al Servizio Sanitario Nazionale , messo a dura prova dal sottofinanziamento degli ultimi dieci anni e dall’aumento del bisogno di cura . Tra i tanti ospedali attraversati ci sarà un reportage realizzato all’ospedale “Maurizio Bufalini” di Cesena, un viaggio realizzato da Riccardo Iacona che ha seguito per diversi giorni l’attività del Trauma Center Romagna, centro di riferimento per i traumi maggiori dell’intero territorio romagnolo. [..]

E’ stata una esperienza umana incredibile ... – racconta Riccardo Iacona – aver incontrato personale medico, infermieristico e sanitario di altissimo livello. Ho capito veramente quanto è prezioso il servizio sanitario nazionale quando funziona . Non è solo prendersi cura di chi ha bisogno di una risposta di salute, dentro gli ospedali pubblici succede molto di più, si stringe un patto con la comunità che costruisce uguaglianza e democrazia. Riuscire a offrire a chiunque , senza guardare al portafoglio, le cure al più alto livello è una conquista di civiltà enorme e quasi unica nel panorama mondiale della sanità. Ecco perché va difesa con le unghie e con i denti . 

La scheda della puntata:

Ambulatori a pagamento per decongestionare il pronto soccorso degli ospedali, medici pagati con un gettone presenza per sopperire alla carenza di organico delle strutture pubbliche, analisi nei laboratori privati per saltare liste d’attesa di mesi e mesi: la sanità italiana si sta trasformando in una società per azioni? 
“Presadiretta” – in onda lunedì 11 marzo alle 21.20 su Rai 3 con la puntata dal titolo “Sanità S.p.a.” - è andata negli ospedali di Lombardia e Calabria per capire se la trasformazione in atto del sistema sanitario nazionale verso la privatizzazione sia la strada giusta per assicurare il diritto alla salute dei cittadini. 
Nonostante il governo Meloni abbia investito 2,4 miliardi di euro per aumentare gli stipendi, non si ferma la grande fuga del personale sanitario. Tra il 2020 e il 2022 180 mila tra medici e infermieri hanno scelto di lasciare la sanità pubblica, migliaia di loro sono fuggiti in Paesi come la Francia dove guadagnano molto di più e non sono costretti a turni massacranti. A sostituirli negli ospedali sono arrivati i medici e gli infermieri a chiamata, comunemente detti gettonisti, perché lavorano, appunto, a gettone. Sono organizzati in cooperative e si spostano a seconda del bisogno, dell’offerta e delle condizioni. L’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha calcolato che in 4 anni dal 2019 al 2023 i medici e infermieri gettonisti sono costati allo Stato 1,7 miliardi di euro. La spesa più alta in Lombardia con 1400 liberi professionisti in corsia. Ma c’è chi continua a lavorare nel pubblico, che ha fatto di ospedali come il Maurizio Bufalini di Cesena un polo d’eccellenza, punto di riferimento per tutti. 
“Sanità S.p.a.” è un racconto di Riccardo Iacona, con Francesca Nava, Antonella Bottini, Lisa Iotti, Marianna De Marzi, Fabio Colazzo, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 febbraio 2024

Report – l’inchiesta sui vaccini, sui fondi sanitari, la sostenibilità della moda

UNA DOSE DI TROPPO di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Le telecamere di Report sono andate nel Lazio a seguire la campagna di vaccinazione con gli open day:le sirighe e le dosi di vaccino ci sono, questa volta, ma a mancare sono i pazienti. A gennaio erano state inoculate in tutto 2,1 ml di dosi di Pfizer, un vaccino consigliato soprattutto agli over 60, 18 ml di persone in Italia: a conti fatti siamo appena al 10% della platea raccomandata, un flop. Nonostante abbiamo 1 ml di fiale in deposito, i medici hanno avuto problemi a ricevere le dosi per vaccinare i loro pazienti, come successo nel Lazio.
Stesso discorso a Rieti, la campagna di vaccinazione con gli open day non è andata bene: gli ospedali non hanno dato i numeri a Report, forse per non far sapere che la campagna è stata un flop, 40-60 vaccinazioni al giorno di fronte ad una grande disponibilità di vaccini.

190mila nel Lazio, in tutta Italia in totale sono state iniettate 2,177ml di dosi, siamo appena al 10% della platea raccomandata.
In alcune regioni però molti medici di base hanno avuto problemi ad avere le dosi.

Abbiamo speso miliardi per comprare le dosi, che sono arrivate per quota capitarie, ovvero in base alla popolazione.
Report è riuscita ad entrare in possesso del contratto firmato tra la commissione europea e la Pfizer: la UE ha ricontrattato con le case farmaceutiche per diluire le quote fino al 2026, ma non è stato fatto gratis, continueremo a pagare anche le dosi non comprate, ma con lo sconto.
C’è sfiducia nelle campagne di vaccinazione: gli studi di ACDC hanno stabilito che anche se si fanno tante vaccinazioni, il suo valore di protezione decade in pochi mesi.

Subito dopo la vaccinazione col richiamo (dopo la quarta dose), la protezione decade al 33-49% dopo 3 mesi: i vaccini hanno la protezione corta per diverse cause tra cui le mutazioni dei vaccini, questo significa che gli anziani e le persone deboli dovranno fare altre vaccinazioni.

Quando lo scorso maggio eravamo ormai fuori dalla crisi e centinaia di milioni di dosi erano inutilizzate la Commissione Europea ha fatto un nuovo accordo con Pfizer, anche questo rimasto segreto, che doveva mitigare il salasso dei precedenti.
Il grosso dell’acquisto è stato spalmato fino al 2026 e la possibilità di rifiutare l’acquisto di queste ulteriori dosi non era proprio contemplata con Pfizer: gli accordi coi vaccini erano talmente delicati che oggi scopriamo che i dirigenti italiani in prima linea al contrasto della pandemia avevano paura ad aprirli.

Giulio Valesini su questo punto ha intervistato Giovanni Rezza, direttore generale della prevenzione presso il ministero della salute fino al 2023: “ho dato la mia password a chi doveva rivedere i contratti .. volendo avevo la possibilità di rivedere i contratti, ma siccome c’erano stati molti spifferi, queste grandi aziende hanno fior di avvocati. Se la commissione ti dice di stare molto attenti, perché altrimenti ti prendi la responsabilità di quel leaks, allora stai attento”.

Insomma la paura dei vertici della sanità era l’accusa di essere ritenuti responsabili di una fuga di notizie, non la gestione della pandemia: così hanno scelto di non leggerli – spiega il servizio di Report.

Report è riuscita ad entrare in possesso dei dettagli dell’accordo secretato firmato lo scorso maggio dalla Commissione Europea: per il nostro Paese è previsto l’arrivo di ulteriori 36 milioni di dosi, circa 12 milioni ogni anno fino al 2026. Inoltre abbiamo ottenuto di cancellare ordini per 24,2 ml di dosi, ma non gratis: è previsto infatti un indennizzo in favore di Pfizer di circa 10 euro per ogni dose cancellata, la multinazionale del farmaco incasserà anche su quello che non vende. È vero che c’è stato un risparmio rispetto a quanto prevedeva il contratto, ma alla fine si regalano soldi a Pfizer: “se la vogliamo dire così.. il problema è che il contratto è stato fatto su quella base” risponde Rezza al giornalista di Report, di fatto accusando indirettamente la presidente della Commissione Europea che, ai nostri dirigenti della sanità nemmeno ha chiesto quante dosi ci sarebbero servite.
“Tutti i paesi acquistano su base di quota capitarie, quindi all’Italia spetta il 13,6%, questo tutela il paese, l’acquisto centralizzato perché non compriamo a maggior prezzo rispetto ai grandi paesi europei come Francia o Germania”.

Abbiamo comprato 9,7 ml di dosi da Sanofi, ne sono state iniettate 245. Abbiamo pagato 221 ml a Johnson e Johnson per il suo vaccino, anche qui non tutte utilizzate.

Ma cosa ne facciamo delle dosi eccessive comprate per il 2023 (circa 10ml, con la vaccinazione arriveremo al massimo a 3ml): “una parte di queste probabilmente le dovremo buttare ..”
Facendo una stima possiamo prevedere che delle 36ml di dosi acquistate coi nuovi accordi, circa 30ml saranno le dosi buttate, raggiungeranno in discarica le milioni di dosi gettate nei due anni scorsi. Un enorme sperpero di soldi pubblici per l’Italia: se l’Europa ha comprato 4,2 miliardi di dosi, l’Italia calcolando tutti i vari vaccini sul mercato ne ha acquistati ben 381 ml di cui almeno 150 ml sono in eccesso. In questo momento nei magazzini abbiamo circa 21ml di dosi, di queste, 16 ml anche se non sono scadute non sono aggiornate alle varianti e quindi sono da gettare. Finora il nostro paese ha già scartato 46,8 ml di dosi scadute.
Un problema comune a tutti i paesi europei, come ha scoperto il sito politico.eu: abbiamo pagato 4 miliardi di euro di dosi poi buttate e non tutti i paesi europei sono stati felici di comunicare i dati sugli sprechi.

Che fare delle dosi non usate? Non siamo riusciti nemmeno a regalarle ai paesi del terzo mondo, per problemi logistici (la catena del gelo, per esempio).
Il servizio andrà anche a rivedere l’accordo sui vaccini negoziato da Von der Leyen nel 2021, che non convinceva alcuni importanti dirigenti italiani: nelle chat raccolte dalla corposa inchiesta della procura di Bergamo sulla gestione della pandemia emerse che sul contratti per i vaccini Pfizer si navigava al buio.

Nicola Magrini, allora capo dell’Aifa, era venuto a conoscenza dei contenuti del contratto firmato solo da giornalisti come Report. Oggi risponde a Report del contenuto di queste chat: “avevo estratti di un contratto in cui si prevedeva perché non si potesse avere a delle informazioni contenute, come poi è stato, quindi ho espresso un parere personale”.
Una difesa appassionata del tema della trasparenza, la definisce oggi davanti alle telecamere di Report, ma ancora oggi, dalla risposta di Magrini si comprende quanto sia delicata la materia: “se fossi stato coinvolto, avrei potuto quindi chiedere di partecipare se non interferire, sarebbe anche diventato complicato.. i vaccini andavano comprati, velocemente ..”
Non è paradossale che il capo dell’Aifa scopra il contenuto dei contratti dai giornali? “è stato il percorso di conduzione di una emergenza in cui è stata l’Europa a comprare e non le singole agenzie, era sensato che in un momento di emergenza fossero in pochi a decidere, ed è andata bene..”

Magrini dell’Aifa si infuriò su quel contratto perché i dati grezzi non sarebbero stati disponibili prima del dicembre 2024 e Pfizer non si accollava nemmeno i rischi legali in caso di eventi avversi. Comprare a scatola chiusa un medicinale per milioni di persone lo riteneva assurdo: “io non mi faccio prendere in giro su cose come queste” – scrive Magrini in chat a Goffredo Zaccardi ex capo di gabinetto del min. della Salute.

Magrini: “Ritieni che sia normale che i contratti che abbiamo firmato [..] nessuno li abbia letti?”

Zaccardi: “No il ministro ha voluto fare tutto da solo ”

Magrini:“Grazie, capisco meglio ora. No non vi sono tipologie tipo contratti ma manco sto capestro che sembra scritto come una presa in giro per analfabeti con l’anello al naso. . . E sapere chi se ne occupa e come sarebbe il minimo tra di noi del gabinetto ristretto.”


Oggi Magrini getta acqua sul fuoco oggi: ma rimane la verità che i vaccini non sono stati efficati al 95%, come raccontato.

Spenderemo soldi pubblici per qualcosa di cui non abbiamo bisogno: abbiamo relegato tutto alla commissione europea, alla Von Der Leyen, che ha portato avanti la contrattazione da sola via whatsapp, suscitando tanti sospetti di non regolarità.

A questo si deve aggiungere il fatto che il marito della presidente della commissione europea è un importante dirigente di una multinazionale del farmaco.

Oggi i cittadini europei non possono sapere perché il costo delle dosi è cresciuto da 15 a 19 euro, del fatto che abbiamo comprato più dose di quelle che ne avremmo bisogno.

I messaggi tra Von der Leyen e l’AD di Pfizer non sono stati resi pubblici: la trasparenza non è di casa nella commissione europea.

Tra le carte dell’inchiesta di Bergamo si scoprì che anche il ministro Speranza cercò di mettere le mani avanti, per inserire una clausola nel contratto Pfizer, in cui si sottraesse la multinazionale dalle leggi ordinarie in caso di problemi.

Abbiamo pagato 4,4 miliardi di euro per tutti i vaccini acquistati: il fatturato di Pfizer è quadruplicato col covid, i maggiori profitti sono finiti in dividendi e non in ricerca. Alberto Bourla, AD di Pfizer, ha venduto le sue azioni dopo aver saputo dell’accordo in Europa ha venduto le sue azioni, con un guadagno in un giorno di 5,6ml.
Tanti profitti provati e tanti soldi pubblici sprecati: in mezzo rimane un rischio sanitario, perché non siamo riusciti a vaccinare tutto il mondo, non possiamo escludere che da qualche parte venga fuori una variante non coperta da questa vaccini.

ASTRAZENECA, UN CASO APERTO – il vaccino scomparso di Claudia Di Pasquale

I vaccini Astrazeneca sono stati donati anche ai paesi europei: in Nigeria sono stati interrati dai buldozzer in una discarica a cielo aperto, perché erano arrivati quasi scaduti.
Al Ruanda abbiamo venduto dosi, che in buona parte scadevano dopo 27 giorni.
Prima di inviare delle dosi a paesi a basso reddito, serviva l’ok scritto di Astrazeneca, e questo ha causato i ritardi per l’invio.

Tra l’altro in questi paesi a cui abbiamo donato i vaccini hanno fatto poca farmaco vigilanza, ovvero non hanno tracciato gli effetti negativi: di fatto abbiamo inviato un vaccino che in Europa non voleva essere usato più, per colpa degli effetti avversi sulle persone giovani.

Astrazeneca era il vaccino su cui l’Italia e l’Europa aveva puntato: era stato inoculato inizialmente al personale delle forze dell’ordine e agli insegnanti.
Report ha raccontato le storie di persone che hanno avito questi effetti, come Davide Villa, morto il 6 marzo del 2021 dopo una prima dose di AZ (come ha stabilito la procura, che però ha poi archiviato il caso, fermandosi nel cercare i responsabili).

Altro caso è quello del sottufficiale Paternò: anche qui è stata stabilita la correlazione ma la procura ha archiviato. Così nel 2021 iniziano gli stop all’uso di AstraZeneca: ma dura solo 3 giorni, Aifa in un comunicato cita fa ripartire le vaccinazioni, citando un documento di Ema che non escludeva le correlazioni tra questo vaccino e le morti per trombosi.

Il 25 marzo del 2021 il ministero della salute cambia la formula di consenso: ma il 24 marzo muore a Gela una insegnante, Zelia Guzzo. La procura, dopo aver stabilito anche qui il nesso tra il vaccino AZ e la morte, ha archiviato tutto: i familiari hanno cercato di fare causa alla multinazionale senza successo.

Un’altra morte per AZ è stata quella di Augusta Turiaco, 55 anni: si era vaccinata con Astrazeneca il giorno 11 marzo, morì in ospedale il 31 dello stesso mese.

La procura ha riconosciuto il nesso causale tra la vaccinazione e la morte, ma l’indagine per risalire ai responsabili di questo decesso è stata archiviata: così i parenti hanno dovuto fare da soli causa ad Astrazeneca, che però si rifiuta di riconoscere questo nesso.

Non è stato responsabile l’ente regolatore che si è fidata dei dati di AZ, e non è responsabile AZ perché il suo vaccino è stato approvato dall’ente regolatore.
La materia è complessa eppure molti scienziati avevano già analizzato le correlazioni tra Adenovirus e le trombosi.

L’Inghilterra ha iniziato a vaccinare con AZ nel gennaio del 2021: i primi casi di morte, legati al vaccino, si sono verificati sin da gennaio e conteggiati nei report della farmaco vigilanza da febbraio. L’agenzia di farmaco vigilanza non ha fatto niente – racconta alla giornalista l’avvocata Sara Moore che sta seguendo questi casi come legale.

Il governo ha riconosciuto degli indennizzi per queste morti, circa 120mila sterline, che di fatto corrispondono a due anni di reddito.
Ma ci sono persone che non hanno preso indennizzi perché la % di invalidità era inferiore al 60%, come stabilisce una vecchia legge di fine anni 70.

A questo si deve aggiungere che Astra Zeneca non sta pagando niente alle vittime: negli ultimi tre anni i suoi ricavi sono esplosi, è una delle aziende più ricche nel Regno Unito, se dovesse perdere la causa legale pagherà il governo inglese, i cittadini. Questo a causa della manleva inserita nei contratti.

In Italia, nel 2021, quando Ema raccomandava questo vaccino solo agli over 60, si organizzavano nelle regioni gli open day anche per gli over 18. Ma il parere del CTS non era vincolante, era solo un parere – risponde Rezza oggi a Claudia Di Pasquale: difficile spiegarlo alle persone giovani che hanno preso questo vaccino, con tanto di nota integrativa, e che hanno subito degli importanti effetti collaterali. Come Irene Cervelli, rimasta invalida dopo la vaccinazione.

Fino all’11 giugno quando si decise di bloccare AZ per le persone sotto i 60 anni: c’è stata una cattiva comunicazione sui casi avversi, senza distinguere donne e maschi e l’età.
Nessuno ha responsabilità in questa storia.

SANITÀ A FONDO di Marco Maisano

La fine della sanità pubblica è un attacco ai diritti della persona e ai suoi redditi: la nuova frontiera dell’erosione del servizio sanitario nazionale si chiama fondi integrativi. Grazie alla forza dei fondi versati da 15 ml di lavoratori e ai contributi dello stato (5 miliardi) i fondi sanitari integrativi sono diventati appetibili alle assicurazioni.

Nella legge del 1992 dovevano essere funzioni integrative (come le cure per i denti): in realtà si tratta di funzioni sostitutive, i fondi si stanno sostituendo alla sanità nazionale.
Così i cittadini pagano due volte, con le tasse e coi fondi integrativi: sono lavoratori che pagano obbligatoriamente questi fondi perché legati al contratto nazionale.

Come avviene per l’industria metalmeccanica, legata al fondo Metasalute (controllata da Intesa San Paolo), o come Sanilog per i lavoratori della logistica, controllato da Unisalute.

Il presidente di Metasalute è anche un sindacalista CISL: a Report racconta che si sono affidati ad una assicurazione (come quella di Intesa) per non finire gambe all’aria.
Le assicurazioni sono attratte dai fondi: i fondi garantiscono dei benefici fiscali, anche i lavoratori hanno dei benefici, ma i dati non sono facilmente ricavabili, come decontribuzione.

I fondi sanitari non sono nemmeno obbligati a pubblicare un bilancio.

Nel 2021 il totale delle deduzione assomma a 4 miliardi, una somma quasi pari a quella che questo governo ha messo sulla salute.

Rosi Bindi da ministra aveva cercato di mettere un argine ai fondi privati e alla decontribuzione, ma la sua legge è stata poi bloccata: Stiamo andando verso un finanziamento della sanità basato su due pilastri, il pilastro della fiscalità generale con il quale si sostiene tutto il servizio sanitario nazionale, compresi gli stipendi del personale ma compresi anche i trapianti, i grandi interventi chirurgici, l’organizzazione degli ospedali, dei distretti. E poi con un finanziamento che non è meno incisivo per le casse dello Stato, con cui stiamo finanziando le prestazioni private erogate ad una parte di cittadini.
Una privatizzazione del servizio sanitario, un passo alla volta.
Di parere opposto i manager della sanità privata e dei fondi privati, come Massimiliano Nobis presidente di Metasalute: “il paese ha un bisogno, c’è gente che non si cura perché non c’è la risposta del sistema sanitario nazionale” allora siccome il sistema sanitario non da risposte li facciamo curare dalle assicurazioni private?

I fondi non garantiscono un accesso universale alle cure sanitarie: non tutti i dipendenti hanno gli stessi servizi, si sta legando la sanità allo stipendio delle persone.

Forse non sarà la fine della sanità pubblica, ma rischiamo di tornare al sistema delle mutue, dove i libretti sanitari avevano un colore diverso a seconda del lavoro delle persone - come spiega ancora Rosi Bindi - “il pacchetto di prestazioni legato a quel colore [del padre di Rosi Bindi] era inferiore a quello di un dirigente, ma in questo modo si tradisce la Costituzione, perché l’articolo 32 della Costituzione dice chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo, neanche del cittadino, neanche del lavoratore..”

Qui invece la salute è legata alla retribuzione dell’individuo: una vergogna, oltre che un attacco ai nostri diritti.

Tutta colpa dei tagli al finanziamento della sanità, ogni governo da la colpa ai precedenti.

Oggi i fondi integrativi, con le assicurazioni (che si prendono parte dei soldi dai fondi), si stanno prendendo pezzi del sistema pubblico.

Al sistema pubblico rimangono quelle prestazioni ad alto rischio e a bassa redditività, come i pronto soccorso.


GIRALAMODA di Lucina Paternesi

Fast Fashion, ovvero quella moda dove in pochi giorni si passa dal bozzetto all’esposizione del capo nei negozi: questo significa tanti capi di abbigliamento prodotti ogni anno, tante esposizioni, anche perché i capi prodotti nell’est asiatico costano meno (si rispettano meno le norme ambientali). Lo shop online ha fatto schizzare le vendite, anche per le vari influencer che spingono ad acquistare in modo compulsivo, tanto poi i capi si possono restituire.

Ma in realtà anche rendere i capi ha un costo: costa produrre i capi tessili, costa smaltirli, si stima che il mondo dell’industria tessile sia responsabile del 10% delle emissioni dei gas serra.

Ci sono anche stiliste che propongono capi riciclati, come Orsola De Castro: a Report parla di fashion revolution, il movimento per spingere le aziende a rivelare le condizioni in cui si producono i capi, l’impatto energetico e ambientale e i costi di produzione.

I marchi di fast fashion sanno di essere parte del problema ambientale, così oggi iniziano a raccogliere i capi usati, in cambio di buoni: lo fa H&M, un colosso da 20 miliardi di fatturato l’anno. I colossi non vogliono far sapere i dati del loro fatturato: colossi come i cinesi di Shein, che non hanno negozi, vendono solo online, tanto da essere chiamati ultra fast fashion.

Che fine fanno i capi quando li rispediamo al mittente come resi? Report si è fatta aiutare da Greenpeace per tracciare i resti di capi acquistati da diversi marchi, come Ovs, Amazon e Zara.
I capi sono arrivati in pochi giorni, quelli cinesi hanno impiegato anche 7 giorni: per tracciare il percorso dei resi, nei capi sono stati messi dei geolocalizzatori.

Una volta fatti i pacchi per i resi, è stato possibile così tracciarli: i pacchi hanno girato l’Europa, dall’Italia fino all’Islanda, poi Germania, Polonia..
I pacchi dalla Cina hanno viaggiato per 30mila km, quelli di Asos hanno girato per 8mila km, senza trova un proprietario che li indossasse. Alcuni capi di Zara sono rimasti in un deposito di capi invenduti a Piacenza.
Report è andata fino in Spagna per recuperare uno di questi capi della H&M, a Malaga: un pacco reso in Italia non è finito in un centro commerciale qui da noi ma ha fatto un viaggio per essere poi rivenduto.

Capi che viaggiano via mare, via gomma e via aereo: l’algoritmo predittivo decide dove spostare il capo, anche in base alle previsioni meteo.

Tutto questo è un grande impatto sulla CO2 emessa: 2,8kg di co2 equivalente, su 2000 capi è come la co2 assorbita da un bosco grande come un campo di calcio.

È una pratica pessima che non responsabilizza nemmeno i consumatori: la politica dovrebbe tassare questi resi e noi consumatori dovremmo consegnarli nei negozi.
Così succede che in Cile c’è un deserto di vestiti usati. E un Ghana i vestiti si pescano nel lago.

Le aziende dovrebbero poi comunicare quanti capi sono stati invenduti ogni anno, ma tendono a nascondere queste informazioni.

SECONDA MANO di Valerio Cataldi e Alessandro Spinnato

In Ghana finiscono i nostri rifiuti, stracci, vestiti, che intasano le reti dei pescatori, rovinano le spiagge.
Mentre sulle nostre spiagge approdano i migranti, che noi consideriamo una invasione, sulle loro spiagge arrivano invece 15 ml di capi, che stanno causando una incredibile catastrofe ambientale ad Accra.
Pensiamo di fare opera meritoria nell’inviare abiti usati in Africa, in Ghana: i vestiti di seconda mano ricoprono le spiagge di fronte al mare, rendendo la vita difficile ai pescatori.
Sono capi che arrivano qui in Ghana in grandi balle dall’Italia o da altri paesi europei, passando per dei grossisti: vengono venduti nei mercati e nei negozi di capi usati.
Quello che viene buttato in Italia, in Germania, qui viene riusato, per aiutare l’economia del paese: non tutti i capi presi dalle balle vanno bene, alcuno sono così logori da essere messi in un mucchio di rifiuti.
Questi rifiuti finiscono nell’enorme discarica di Accra: questa ha preso un posto predominante nel paesaggio, la laguna è morta. Qui le persone vivono tra i rifiuti, cercando la plastica, soprattutto bottiglie, la raccolgono e la vendono alle aziende di riciclaggio. Altri cercano indumenti e rifiuti tessili che possono ancora essere recuperati e venduti in altri villaggi: “sono proprio i rifiuti tessili il vero problema, la montagna più alta è quella dei vestiti usati, ci pascolano anche le mucche perché l’erba cresce anche lassù.”
Di fronte c’è l’ospedale più grande della nazione e quando bruciano i rifiuti si alza un fumo che copre tutto e tutti:
nessuno qui è al sicuro.

Non tutti i paesi hanno accettato questo mercato: il Ruanda ha detto no, quando era sull’orlo di una sua catastrofe ambientale e per non danneggiare l’industria locale.

Ma in Ghana ci sono anche realtà diverse: nei laboratori della Fondazione OR analizzano l’acqua attorno alla discarica, scoprendo che sono piene di fibre di plastica. Tutta colpa della fast fashion che, in assenza di regolamentazione, continuerà a produrre capi con sempre più plastica.
I marchi devono farsi carico dei loro rifiuti, spiegano dalla fondazione OR: quello della fast fashion è un modello fondato sull’avidità, sulla poca lungimiranza, non è sostenibile.