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03 aprile 2013

Zona franca, di Massimo Cassani


E dire che sembrava solo un matto, un matto come tanti.

Un brutto momento per il commissario Micuzzi, sepolto per punizione al commissariato di Città Studi dopo la vicenda dell'omicidio di un tossico. La pratica per il suo rientro in Questura è sepolta in qualche cassetto ben chiuso del Questore, il Kapò.
Sulla sua scrivania anziché i vecchi casi da risolvere, quando era ancora alla Mobile, una pila di scartoffie. La moglie, che l'ha lasciato (e che si era anche andata a cacciare in un bel guaio quando aveva cercato di adottare un bambino aggirando le leggi), ora si ripresenta a casa sua con le sporte della spesa, cercando un riavvicinamento ..

Ma all'improvviso, tutto inizia a muoversi in modo quasi convulso, e quello che sembrava un caso semplice, diventa un groviglio intricato che coinvolge più persone a lui vicine.

Si inizia con l'assassinio di un anziano signore residente in via Padova, Luigi Pecchi detto Gigi Sciagura: sparato con tre colpi di una pistola usata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Chi poteva avercela con questo vecchio signore, anche un po' matto, che passava la notti attaccando manifesti per abbattere il Duomo, che emanava un gas che avvelena la gente?
“Una firma per abbattere la cattedraleee... Una firma per abbattere la cattedraleee...”

C'entra qualcosa il suo passato di ex partigiano, proprio nella sua Milano? È stato qualcuno venuto dal suo passato, dagli anni in cui Milano era ancora un cumulo di macerie, che è venuto qui a regolare i conti?
“Benito Marabelli era un uomo disarmato. Era convinto. E voleva uccidere qualcuno”.

Oppure c'entra qualcosa il cadavere di un muratore, scoperto per caso proprio dal Gigi Sciagura, accanto ad un cantiere dell'ingegnere Trezzani, uno dei costruttori che hanno abbruttito Milano coi loro palazzoni tutti uguali?

Il pestaggio brutale della giornalista free lance Ambra Cattaneo: Ambra è una giornalista di quelle che corrono avanti e indietro per scrivere pezzi di cronaca locale, in attesa del gran colpo.
E forse il gran colpo è proprio arrivato: proprio quel cadavere di un muratore, la spinge ad una sua indagine sui cantieri di Trezzani, con articoli molto duri. È per questo che qualcuno è entrato a casa sua una mattina è la picchiata fino a mandarla in coma?

Selene Melini è invece una ragazza con la passione della danza venuta a Milano per un concorso. Concorso perso, però: in attesa di una sistemazione definitiva, si ferma da Ambra, l'amica giornalista e forse anche qualcosa di più.
Per un soffio sfugge al pestaggio, ma poi anche lei scompare. Come il cadavere del muratore (forse) visto dal fu signor Pecchi; come i due bellimbusti che venivano dal Pecchi per convincerlo a vendere casa …

Troppe coincidenze strane che portano tutte ad uno stesso posto: i cantieri dell'ingegner Trezzani
“«In effetti», intervenne l’ispettore Teneriello, «insomma, commissario, se Pecchi il morto l’ha visto per davvero e poi il corpo è sparito come per miracolo, il collegamento con l’ingegner Trezzani diventa una cosa seria”.

C'è una prima pista, che puntava ad un immigrato albanese trovato in possesso dell'arma che ha sparato. Ma non convince Micuzzi, che inizia una sua indagine, non avendone però l'autorizzazione: lo anima anche uno spirito di rivalsa contro l'ex collega della Questura, l'ispettore Lariccia ora promosso commissario al suo posto, con cui ha anche un duro scontro.

Ma ecco un altro colpo di scena: il Questore lo reintegra in servizio e gli affida al caso, approfittando del fatto che il titolare, (l'ex collaboratore e amico) Lariccia deve andare a Roma per un incontro.
“Micuzzi si stava domandando il perché. Perché aveva messo la quarta su un’inchiesta che nessuno gli aveva affidato, perché si stava incaponendo sul dettaglio dei colpi di pistola, perché aveva deciso di tirar dritto su una strada che non era la sua”.

Micuzzi, con l'aiuto dei due ispettori Teneriello e Salada e dell'agente Rosaria Della Vedova, si mette allora in moto per riannodare tutti i fili del caso. Ma, prima di tutto: sono tre casi distinti, l'omicidio, il pestaggio della giornalista e la sparizione dell'amica, o sono tutti legati ad un motivo ancora da mettere in luce?

E dire che sembrava solo un delirio, il delirio di un matto.

“Alle cinque di mattina piazzale Loreto pareva un cappotto rivoltato dalla parte consumata. Poco dopo meno di un’ora la città se lo sarebbe girato dalla parte buona e chi fosse passato da lì non avrebbe notato alcun cambiamento dalla sera prima”.

L'infiltrazione di un suo collaboratorein uno dei cantieri della Trezzani e figli porta alla scopertadell'uso di lavoro nero al suo interno, di un capolarato feroce dove chi sgarra paga e chi muore sul lavoro scompare. Ma non solo: in quei cantieri non è solo cemento che fa polvere: un'altra polvere, più redditizia per la criminalità , gira tra gli immigrati e viene spacciata nella città.
“Questo è un giro organizzato come Dio comanda, mi dia retta: lavoro nero, droga, immobili. E, se la cosa non si limita solo al cantiere di via Adriano, ma a tutti i cantieri che Trezzani ha aperto in città”

Ma è la collaborazione con il procuratore Cavalli, anche lui separato, anche lui un personaggio fuori dalle convenzioni, che gli permette di mettere tutti i tasselli a posto.
“Sul palcoscenico dell’omicidio Pecchi si agitavano troppi attori: un albanese rinchiuso in carcere, un erede squattrinato e indebitato, una vecchia prostituta e un’agenzia immobiliare di proprietà dell’ingegner Oliviero Trezzani che faceva man bassa di immobili con proposte impossibili da rifiutare per affittarli, a prezzi esosi, agli immigrati.”

I tre casi, che alla fine risulteranno pure separati, arriveranno ad una loro soluzione. L'avidità, per il sequestro della ballerina amica di Ambra e per il pestaggio di quest'ultima. E un impulso d'ira per il povero Gigi Sciagura, che sperava, dopo tanti anni, di poter coronare il suo sogno d'amore sposando la ragazza ebrea che aveva contribuito a salvare durante la guerra.

Ma, c'è un ma.
In questo libro, che spazia geograficamente su tutti i quartieri di Milano, dalla zona di via Padova al la zona sud di via Ripamonti, c'è un personaggio che si muove in una sua zona franca.
Se il personaggio di Micuzzi, imperfetto nella suo disordine, nella sua capacità di perdersi dietro i suoi pensieri come se fosse catapultato in un giallo di Urania, è frutto della fantasia dell'autore, come lo sono Ambra, e un po' anche Gigi Sciagura (ispirato parzialmente a Carlo Torrighelli), altre cose sono tremendamente attuali.

Scrive l'autore nelle note a fine libro che il personaggio dell'ingegnere Trezzani è inventato, ma
“La cementificazione delle periferie di Milano, la manodopera abusiva, i morti sul lavoro, gli affitti esosi «riservati» agli stranieri si spera diventino soltanto Storia. Al momento sono attualità. Come del resto la ‘ndrangheta è attualità.”

Non è inventato, sebbene per molti anni sia rimasto nell'ombra, nemmeno la struttura de l'Anello, o noto Servizio. La struttura segreta dei servizi, nata dal Sim alla fine della seconda guerra mondiale, dentro cui si muovono nel romanzo come se fossero in una zona franca, i personaggi Benito Marabelli e l'onorevole Malinverni. Una zona franca, dentro cui tutto è lecito e tutto è permesso.
Far sparire delle prove, mettere su false piste gli inquirenti e far trasferire magistrati e poliziotti troppo zelanti.
Il Coinvolgimento di questa struttura, che a differenza di Gladio non era nemmeno ufficiale (cioè ratificata da un accordo) nel rapimento di Aldo Moro, nella fuga di Kappler è stato già raccontato nei libri di Stefania Limiti “L'Anello della Repubblica” e di Aldo Giannuli “Ilnoto servizio”.
Non è il classico finale a lieto fine, quello cui si arriva a fine libro: non è ancora tempo per scardinare del tutto quella zona franca che ha nascosto troppi misteri d'Italia:
“rimase lì a guardare il fumo a forma di anello galleggiare davanti alla finestra. Troppi anelli in quella vicenda. Stava andando tutto bene. Era andato tutto male”.

Il sito di Massimo Cassani col il booktrailer del libro.
Il link per ordinare il libro su ibs

27 ottobre 2011

Il pozzo nero della Repubblica - di Corrado Stajano

L'articolo di Corrado Stajano sul libro di Aldo Giannuli "Il noto servizio": Il pozzo nero della Repubblica.

Un vero romanzone, un pozzo nero della Repubblica. Si potrebbe definire così il libro di Aldo Giannuli, Il Noto servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea editore). Una catena di nequizie conosciute e ignote, dalla guerra mondiale al sequestro Moro, fa da guida alla ricerca costata al suo autore quindici anni di lavoro. Giannuli sostiene di aver voluto scrivere solo un libro di storia, non una spy story . Solo che le vicende narrate, i nomi dei personaggi, l'equivoco mondo dei servizi segreti, i misteriosi burattinai fanno del libro, bulimico, sovrabbondante, un'opera che prende il lettore come un giallo. Ecco qui gli scheletri nascosti negli armadi, si potrebbe dire.
Aldo Giannuli insegna Storia del mondo contemporaneo all'Università Statale di Milano, conosce nel profondo gli intrighi sanguinosi delle trame eversive e delle stragi - è stato consulente di quella commissione parlamentare - ed è noto per lo scoop dell'«archivio della via Appia», del 1996; quando scoprì un gran numero di documenti abbandonati dell'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno.
Ora ha dato dignità scientifica a un'altra scoperta, quella di un'organizzazione spionistica fuorilegge che ha operato in Italia dalla Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta: il Noto servizio, conosciuto anche come Anello.
Il libro parte da lontano. Addirittura dal generale Mario Roatta, a capo del Sim, il Servizio segreto militare, dal 1934 al 1939, a capo dei legionari fascisti in Spagna, indiziato per l'assassinio dei fratelli Rosselli, comandante, in Croazia, nel 1942, della Seconda Armata, che si macchiò di ignobili e delittuose repressioni. Restò sempre a galla, Roatta, e fu lui, nel dopoguerra, a dar vita all'organizzazione clandestina del Noto servizio. La sede principale era nel centro di Milano, in un palazzone liberty, tra via Statuto e via Lovanio. Fu un ufficiale polacco, Solomom Hotimsky, dell'armata del generale Anders, a guidare in un primo tempo il servizio. Agganciato ai carabinieri della divisione di via Moscova, gli stessi che decenni dopo saranno tra i protagonisti di azioni poco commendevoli della P2, il Noto servizio era legato ai servizi militari italiani e americani e alla Confindustria. Il suo compito era di spionaggio e provocazione nei confronti del Pci, delle organizzazioni di sinistra e del sindacato; il golpe militar-fascista era il miraggio non raggiunto, anche se messo in cantiere. Gli strumenti adoperati con spregiudicatezza andarono dai sequestri di persona ai traffici di droga e di armi ai delitti mascherati da falsi incidenti. I rapporti con i poteri criminali, la mafia, soprattutto, furono costanti. Fecero parte del Noto servizio non pochi naufraghi della repubblica di Salò.
Aldo Giannuli ha consultato tutti i possibili archivi, ha studiato migliaia di documenti, ha scovato note riservate, appunti confidenziali, verbali, rapporti, memoriali, ha scritto una cinquantina di relazioni per la magistratura. Il libro - manca un indispensabile indice dei nomi - è prezioso per capire quel che accadde nella politica e nella società italiana nel secondo Novecento. Un ritratto della mala Italia. Una miniera, anche se la carne al fuoco è sinceramente troppa.

Perché Andreotti è protagonista persino nel titolo del libro? «Il Noto servizio - scrive Giannuli - fu uno degli strumenti della sua azione politica». Grande tattico, poco sensibile ai disegni strategici, Andreotti suggerisce al professore l'immagine centrale del cavallo nel gioco degli scacchi. (La sentenza che lo condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso, di cui è stato ritenuto responsabile fino al 1980, anche se prescritta, convalidata dalla Cassazione, dovrebbe essere più che sufficiente, in un paese normale, per bollare un uomo politico che è stato sette volte presidente del Consiglio).
Il Noto sevizio ebbe rapporti con Pace e libertà di Edgardo Sogno, con Luigi Cavallo, «il provocatore» al servizio della Fiat, con Ordine Nuovo, il Mar di Carlo Fumagalli, persino con Liggio. Tra i suoi adepti, ben pagati, ebbe giornalisti, avventurieri, doppiogiochisti, estremisti, Giorgio Pisanò, esponente del neofascismo più esagitato, padre Zucca, il francescano fascista che nel 1946 nascose nel suo convento la salma di Mussolini trafugata a Musocco.
Furono caldi gli anni dopo la strage di piazza Fontana del 1969. Nel dicembre del 1970 il principe Borghese tentò un golpe, bloccato all'ultimo momento. Di Gladio si saprà soltanto nel 1990, quando Andreotti ne rivelerà l'esistenza. L'assassinio del commissario Calabresi fu un'altra tragedia, come l'attentato sanguinoso alla Questura di Milano, destinato a uccidere Rumor, e qui Giannuli è debole nel rappresentare la figura dell'attentatore, il finto anarchico Bertoli. E poi la Lockheed e la catena di stragi.
Dopo le elezioni del 1976 nasce, tra Dc e Pci, il governo di solidarietà nazionale. Il Noto servizio è più che mai sul chi vive. Le Br sono all'offensiva. I servizi segreti ufficiali lasciano fare, scrive Giannuli. Moretti, scrive anche, era un personaggio discutibile, Senzani il più impresentabile.
Sul sequestro Moro, minuziosamente ricostruito, Giannuli dà grande importanza al ruolo di Steve Pieczenik, l'esperto del Dipartimento di Stato americano inviato in Italia per collaborare con l'unità di crisi del Viminale. Vent'anni dopo, Pieczenik dichiara in un libro-intervista che la sua missione era stata coronata dal pieno successo: la morte di Moro, secondo lui (e chissà chi), aveva infatti scongiurato il crollo del sistema politico italiano.
A Giannuli, che accenna appena al ruolo di Cossiga e trascura la singolarità che appartenessero alla P2 tutti o quasi i consulenti del comitato di crisi, sono rimasti sul gozzo soprattutto due interrogativi: «Perché furono distrutti dalle Br i manoscritti originali di Moro?». E poi: perché nulla di quanto disse Moro fu «reso noto al popolo», come avevano più volte promesso i comunicati delle Br?
Corrado Stajano



Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro – Aldo Giannuli

La clamorosa scoperta di un servizio segreto che riscrive la recente storia d'Italia.

Questa è la storia di un servizio informazioni che opera in Italia dalla fine della guerra e che è stato creato per volontà dell'ex capo del Sim generale Roatta.
Nota del confidente dellUfficio Affari Riservati Alberto Grisolia, del 4 aprile 1972.

Queste le prime parole di una lunga nota, dell'aprile 1972, scoperta per caso dal professore Aldo Giannuli, nel maggio del 1998, presso la direzione centrale della polizia di prevenzione (presso cui svolgeva il lavoro di consulente per la procura di Brescia).

Sono le prime righe di 4 cartelle che, per prime, iniziano a raccontare di un servizio informazioni di cui oggi si sa poco, il Noto Servizio. Le dichiarazioni di qualche componente (come Michele Ristuccia), le rivelazioni de relato (come quelle dell'ex pilota Adalberto Titta). Le interviste a persone che sanno molto della storia oscura del nostro paese: “C’era la mia P2, la Gladio di Cossiga e poi… c’era il Noto servizio”, Licio Gelli nell'intervista ad oggi.

Il lungo e ben documentatolibro di Giannuli è l'occasione per raccontare, attraverso le operazioni compiute da questo servizio informazioni, mai ufficializzato dal governo ma alle dipendenze della presidenza del Consiglio, gli ultimi 50 anni della storia italiana. La genesi della Repubblica: una genesi con qualche scheletro nell'armadio: come si può comprendere dal fatto che questo “Noto servizio” nasce dalle ceneri del Sim del generale Roatta (ritenuto responsabile della morte dei fratelli Rosselli).

Che cos'è questo Noto Servizio? Giannuli lo descrive mettendolo al centro del triangolo ai cui vertici ci sono i servizi americani, i servizi militari italiani (Sifar-Sid) e le grandi imprese. E già questo è un punto di vista totalmente inedito: mai prima d'ora avevamo sentito parlare dei servizi di intelligence delle grandi imprese (Fiat, Piaggio, Falck ..), presso cui confluirono gli ufficiali dei servizi salotini. Quale era la sua funzione, allora? Come molti degli altri servizi ufficiali, il NS aveva una funzione anticomunista, intesa non solo di contrasto all'azione di penetrazione del partito comunista dentro la macchina dello stato italiano (in previsione di un colpo di stato o di una invasione che poi non c'è mai stata).
Ma nella realtà, anche grazie al fatto che questo servizio era composto anche da civili (ne avrebbero fatto parte il giornalista senatore Pisanò, il presentatore Febo Conti, il prete francescano padre Zucca, il costruttore milanese Battaini e l'imprenditore Fulchignoni), venne usato per operazioni “sporche” che i servizi ufficiali non avrebbero potuto portare avanti.

Come le pressioni presso il partito socialista di Nenni, negli anni 60, affinché rompesse col partito comunista, per favorire un avvicinamento con la Democrazia Cristiana. Finanziamento al partito tramite il Sifar, tramite pubblicità alla Enit (Ente nazionale turismo, che aveva a capo un socialista).

Sodalizio, quello tra DC e Psi che portò al governo Moro del 1963, che venne interrotto anche dal “tintinnar di sciabole” dell'estate del 1963: il Piano Solo redatto dal generale De Lorenzo per conto del presidente Segni, in funzione anticomunista, l'accerchiamento del governo, stretto nella morsa della destra DC, di Confindustria e della Banca d'Italia.

Sono gli anni del boom economico, ma anche delle proteste di piazza degli operai, per i rinnovi contrattuali: una lotta di classe che portò, come controreazione alla creazione del “Noto programma” di contrasto al governo Moro, alla predisposizione da parte dello Stato Maggiore dell'esercito dei nuclei di guerra psicologica (“Ufficio centrale per la guerra psicologica”, che avrebbe coordinato sotto la Presidenza del Consiglio dei gruppi militari e civili per azioni non ortodosse contro il pericolo comunista).
Sarà la preparazione ai convegni organizzati dalla Nato (il primo nel 1961) sempre contro i partiti comunisti europei, e successivamente, al convegno organizzato all'Hotel parco dei Principi, dall'organizzazione Pollio nel 1965. Convegno cui parteciparono agenti del Sid (Giannettini), esponenti della destra estrema (Delle Chiaie di Avanguardia Nazionale) e anche esponenti del NS (come Giorgio Pisanò). Convegno che è considerato la base della strategia della tensione.

Nel libro sono citati gli episodi stragistici degli anni '70: la strage di Piazza Fontana, le bomba sul treno Italicus, la strage di Piazza della Loggia. E i tentativi di golpe: il golpe Borghese (derubricato a golpe da operetta dai giudici di Roma) del dicembre 1970, il golpe “bianco” organizzato da Edgardo Sogno nel 1974. E poi, l'inchiesta sulla Rosa dei venti, la bomba alla Questura di Milano, lo scandalo Sifar, e i casi Calabresi (che prima di essere ucciso stava seguendo una pista sul traffico di armi che arrivava ad un certo Gianni Nardi, membro della Fenice e probabile esponente del NS).
Tutti episodi in cui l'autore evidenzia i legami tra destra estrema, criminalità organizzata, traffico di armi e persone legate al NS.

Nel libro si parla anche di un tentativo di colpo di Stato che sarebbe stato tentato (o almeno organizzato) dalle forze militari nel 1947, nei mesi in cui il governo De Gasperi aveva al suo interno anche i comunisti. E questo creava una certa diffidenza, per la DC, da parte dei militari: sono i mesi di Portella della Ginestra e della successiva uscita del PCI dall'esecutivo.

Ma l'operato di questo servizio “fluido” poteva agire anche per vie più sottili e subdole: la campagna stampa contro il segretario del PSI Mancini, portata avanti dal giornalista del Candido, il senatore Pisanò, con articoli che parlavano di tangenti all'Anas, in cui si usavano intercettazioni illegali.

Il caso Moro (e l'antefatto della fuga di Kappler).
Dopo anni in cui il NS era rimasto “in sonno” (per la nota di Grisolia del 1972, per le indagini della magistratura che piano piano si stavano avvicinando a questo servizio ..), questo rientra pienamente in scena col l'episodio della fuga del colonnello Kappler dall'ospedale del Celio, il 15 agosto del 1977.
Fuga favorita personalmente da Titta, che accompagnò il militare alla frontiera a Bolzano.
Per favorire un prestito della Germania all'Italia, si disse poi. Ma erano anche i mesi in cui si stava discutendo della riforma dei servizi e delle nuove nomine dei generali agli stati maggiori: uno dei candidati si suicidò in modo strano (il generale Anzà).
La parte più importante del libro riguarda però il rapimento di Aldo Moro e la trattativa (o non trattativa) per la sua liberazione.
Operazione in cui si vede ancora la mano del NS: per i contatti di Titta per infiltrare i brigatisti; per il tentativo di padre Zucca di aprire una trattativa privata a Milano.
Ma Giannuli ricorda anche un episodio poco noto avvenuto l'anno precedente: il rapimento da parte di una banda di ragazzotti del figlio del senatore De Martino (PSI): un modo per metterlo fuori gioco dalla corsa per il Quirinale (anche Moro era candidato alla presidenza della Repubblica)?

Forse si voleva mettere fuori gioco lo stesso Moro, in favore di un altro candidato (Andreotti?), screditandone l'immagine. Di certo, come ha raccontato lo stesso Steve Pieczenik nelle sue memorie, l'obiettivo del comitato strategico non fu la liberazione dell'ostaggio, anche mettendo in piedi una falsa trattativa coi rapitori per prendere tempo.
No, Moro andava screditato e non poteva uscire vivo da questa vicenda: non perchè stesse rivelando informazioni sulla sicurezza nazionali alle Br, ma perchè stava parlando molto probabilmente stava raccontando degli scheletri dell'armadio del suo partito (la strategia della tensione, Piazza Fontana, lo scandalo Sifar, le tangenti con la Libia per il petrolio, i vari scandali di cui si accennava sui giornali). Questo poteva mettere in pericolo gli equilibri politici nel paese sia per la DC, sia per il partito comunista che si apprestava a sostenere un governo di solidarietà nazionale.

Inutile raccontare dei falsi comunicati (il numero 7 che parlava ), del covo di via Gradoli, della stranezza dell'agguato in via Fani dove una sola arma sparò 49 dei 91 colpi, degli allarmi lanciati ma non raccolti (un detenuto nel carcere di Matera), dello strano omicidio (esecuzione) di Fausto e Iaio, che abitavano a Milano vicino al covo di via Montenevoso (e che stavano seguendo una pista sul traffico di droga nel quartiere che portava a Cichellero, del NS) .. tutti episodi raccontati anche da Imposimato e Provvisionato in “Doveva morire”.

Giannuli si concentra sull'importanza del memoriale e degli altri scritti di Moro: ad un certo punto sembra che ci siano stati due ostaggi. Il primo era Moro, che una volta liberato sarebbe diventato una mina vagante per il suo partito. E il suo memoriale.
Il fatto che il primo sia morto e che il secondo, a differenza di quanto scrivevano nei loro comunicati le stesse Br, non è mai stato reso pubblico (se non dopo la scoperta del covo in via Montenevoso, ma era una versione parziale), la dice lunga su quanto ancora ci sia da capire su questo snodo della storia italiana recente.
Forse il loro silenzio è stato pagato con una sorta di amnistia “de facto” (molti degli ex, sono oggi in semilibertà o liberi)? Chiunque si sia avvicinato al memoriale (e alla trattativa tra stato e criminalità), ha fatto una brutta fine: Dalla Chiesa, Pecorelli, Chicchiarelli, Bontade, Franco Giuseppucci (Er Negro della Banda della Magliana), Antonio Varisco ...

Le domande di Giannuli alle ex Br.
Il libro si conclude con le 18 domande a Mario Moretti a agli ex altri dirigenti delle Br:
In una di queste, l'autore chiede quando e perchè le Br scelsero poi di non rendere pubblici i manoscritti originali. Perchè non furono usati la versione ufficiale, per smentire la notizia del ritrovamento parziale, pubblicando quanto era in loro possesso?

Infine, una lunga considerazione sulla classe dirigente italiana, che proprio sull'assenza di memoria storica e sulla sua opacità basa il proprio potere: personaggi come Giulio Andreotti: «Il Noto servizio - scrive Giannuli - fu uno degli strumenti della sua azione politica».
Finchè in Italia succederà questo, dobbiamo aspettarci altri servizi occulti, nascosti tra le pieghe dello stato, dei servizi ufficiali, delle forze di polizie e della grande imprenditoria.

“Forse il Noto Servizio, più che una vera a propria organizzazione, fu solo una funzione esterna del Servizio militare, una sorta di ombra inseparabile dal corpo che la proiettava. E se in futuro saltasse fuori una Aise parallela o una SuperAisi, la cosa non ci stupirebbe affatto.” pagina 384

Il blog dell'autore Aldo Giannuli, l'indice dei capitoli.

Il capitolo “Il colpo del gobbo” (mancavano 4 mesi, diceva Gelli, per concludere il disegno ...)
La scheda sul sito di Marco Tropea editore.
Il libro di Stefania Limiti "L'Anello della repubblica".
La presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano.
Il link per ordinare il link su internetbookshop.
Technorati:

30 settembre 2011

Il noto servizio - la presentazione del libro a Milano



Che cosa è stato il Noto servizio, quel servizio composto da personale civile e militare che così viene chiamato nei verbali della polizia?
Che ruolo ha avuto nella storia del nostro paese (anche politicamente)?
Lo hanno raccontato ieri sera per la presentazione del libro “Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” alla Feltrinelli di Milano, l'autore nonchè professore (e consulente per le procure) Aldo Giannuli, il politologo Giorgio Galli e il giornalista (nonchè conoscitore del mondo della criminalità organizzata) Piero Colaprico.

Nel suo intervento, Galli ne ha ricostruito la storia: Noto servizio o Anello (come lo ebbe a definire una volta Adalberto Titta parlando della riforma dei servizi "noi vecchi dobbiamo esserne l'anello") nato dal Sim del generale Roatta (ex capo di stato maggiore dell'esercito e responsabile della mancata protezione di Roma dopo l'8 settembre).
Come molti altri servizi dello stato, era nato in funzione anticomunista, in previsione di una ipotetica invasione dall'est, dal nord est così vicino ai comunisti di Tito.
Una struttura alle dipendenze della presidenza del Consiglio, senza organigramma e i cui membri prendevano uno stipendio direttamente dall'esecutivo (come una forma di pensione) che all'epoca (anni 60) si aggirava sul milione e mezzo di lire.
Un'invasione che non ci fu mai, come mai il PCI di Togliatti pensò di prendere il potere con le armi (almeno questa la linea ufficiale).

Nel corso della sua storia, il "Noto servizio" o Anello incrociò quella delle stragi negli anni '70, golpisti veri o presunti (il comandante Borghese ed Edgardo Sogno per il golpe dell'immacolata e per il Golpe bianco). 
In particolare sono tre gli episodi in cui è certo l'operato di questa struttura: la figa di Kappler dall'ospedale del Celio, il rapimento di Aldo Moro e quello dell'assessore Ciro Cirillo.
Nel libro sono documentati i legami col Mar di Fumagalli, i legami con le strutture di intelligence della borghesia industriale del nord (come quella dell'industriale Pirelli).

Aldo Giannuli, nella seconda parte della presentazione, ha spiegato bene in cosa consisteva la funzione "anticomunista" del servizio: la paura non era solo del golpe comunista. Faceva paura ad un certo establishment politico-industriale l'influenza del PCI e del sindacato nelle fabbriche, per le rivendicazioni che questi portavano avanti in termini di salari e diritti.

Cosa era il Noto Servizio: era una costola dei servizi militari, fuori dall'organigramma ufficiale, usata per i lavori sporchi che ufficialmente lo stato non poteva fare.
Come tenere i rapporti con i rapitori di Cirillo e la Camorra di Cutolo.
Come fare campagne stampa per screditare politici e forzare certi passaggi politici: la scissione del PSI nel 1966 (per favorire una politica di centrosinistra con la DC); la campagna scandalistica portata avanti dal Candido di Pisanò contro il segretario del Psi Mancini, nel 1972.
E poi c'è la storia del rapimento di Aldo Moro.
Fautore del compromesso storico, l'accesso del PCI al governo, unico candidato alla presidenza della Repubblica (dopo la brutta storia del rapimento del figlio del socialista De Martino l'anno precedente).

Una storia, quella del suo rapimento, la strage in via Fani (col killer che freddò la scorta con anche il colpo alla nuca), la detenzione e il memoriale, che ancora oggi è piena di buchi.
Una storia che ha anche legami con Milano (dove il Noto Servizio aveva sede): il memoriale di Moro fu trovato qui a Milano in via Montenevoso.
Memoriale che doveva essere, così diceva il comunicato delle Br, a tutti i militanti e che invece sparì.
Memoriale attorno a cui ci sono state troppe morti: Dalla Chiesa, Chicchiarelli, Galvaligi, Pecorelli ...
Memoriale che, come Moro, doveva sparire: perchè le Br potevano ricattare il potere, con quelle storie. Gli scandali della DC, gli accordi internazionali ambigui, le stragi di stato di cui sicuramente Moro (e Andreotti) sapeva.
Moro doveva morire, per il bene di quel potere politico. Perchè il PCI non avrebbe potuto appoggiare quel partito, se fossero uscite le rivelazioni.

I capi delle Br, i responsabili del massacro di via Fani, pagarono con quel prezzo la loro breve prigionia (e la fine del carcere dopo nemmeno 20 anni, per molti)?
C'è ancora molto da scoprire sulla nostra storia, e libri come questo, così dettagliati per il lavoro capillare fatto da Giannuli negli archivi e nelle carte, possono aiutare.

La scheda:
La sicurezza e l'ordine, in Italia, sono state spesso il frutto di trame oscure: i protagonisti politici della Prima Repubblica hanno salvaguardato il bene supremo dello Stato in continuità con il fascismo e sotto il controllo degli americani, affidandosi a una messe di personaggi senza scrupoli, una folla livida che ha agito nell'ombra, nel disprezzo della volontà popolare.
Questo libro fornisce un contributo importante nella difficile ricostruzione di una verità (combattuta, lacerata, incompleta) sulla storia politica e giudiziaria del nostro paese, rivelando l'esistenza di un servizio segreto clandestino nato negli anni della guerra e poi sopravvissuto, con varie trasformazioni, fino agli anni Ottanta.
Questo servizio ebbe come suo referente politico Giulio Andreotti, con la cui parabola politica si è intrecciato strettamente. È il Noto servizio, altrimenti conosciuto come "Anello", che ricorre nelle pagine più nere della storia d'Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino al caso Moro, del quale l'autore offre una lettura del tutto inedita, egualmente distante dalla dietrologia e dall'accettazione delle "verità di Stato".


Il link per ordinare il libro su ibs.
Il libro sul Noto Servizio di Stefania Limiti "L'anello della Repubblica".