Il guerriero è nudo nella radura. Seduto. Le sue armi sono a terra, accanto a lui. Così come la pelle di lupo. Si intravedono il muso a punta e le zanne sporgenti. Il fuoco è acceso davanti all’uomo. I bagliori rivelano gli oscuri segni di guerra che ha sul corpo. Sta intonando un’incomprensibile litania. La voce è bassaAbbandonati i racconti della Milano di inizio Novecento col commissario De Vincenzi (che comunque dovrebbe tornare a settembre con un nuovo racconto), Luca Crovi ci porta indietro nel tempo, nel secondo secolo d.c. negli anni delle prime guerre di Roma contro i Marcomanni con un romanzo che ci porta, tra realtà e finzione, in quella terra di mezzo tra storia, mistero e fantasy.
Scritto con uno stile molto realistico, con capitoli brevi per dare il giusto ritmo alla lettura, Luca ci porta sul confine del Limes romano, dove le tribù dei Marcomanni hanno sconfinato e attendono le truppe romane partite da Aquileia e guidate da Marco Aurelio, l’imperatore filosofo e dal fratellastro Lucio Vero, co reggente dell’impero. È un passaggio della storia romana poco raccontato, poche sono le fonti da cui Crovi, laureato in filosofia con una tesi proprio su Marco Aurelio, ha potuto attingere: da queste parte il racconto che ci parla dell’epidemia scoppiata nell’accampamento dei romani, un morbo che consumava i soldati dell’Aquila e che sembrava lasciare immuni i guerrieri “barbari”.
Prima hanno iniziato a morire le bestie. I cavalli e i buoi. Poi hanno iniziato a soffrire i soldati. Sono giorni che i legionari hanno la febbre. I loro corpi scottano e sudano. La pelle di chi si ammala diventa secca. Resta dura al tatto se la si tocca. Quando poi il male comincia a infierire sul corpo, gli occhi diventano infiammati. Il respiro è contratto e sembra venire dal profondo.Nemmeno Galeno, il famoso medico romano, amico personale di Marco Aurelio, riesce a trovare un rimedio per questo male che spaventa i soldati.
Ma a spaventare le truppe c’è anche la ferocia dei Marcomanni, non solo immuni a questa peste ma che sembrano dotati di una forza soprannaturale. Combattono senza paura e uccidono i romani con altrettanta ferocia.
La ferocia dei lupi.
Sono cinque. Si muovono silenziosamente. La pioggia non sembra neanche bagnarli. Tutto scivola sul loro pelo liscio. Annusano l’aria. Alzano le orecchie. Uno di loro si ferma al centro della radura. Con il muso verso il cielo comincia a ululare. Poi si interrompe.E poi ci sono le voci, quegli ululati nella foresta così cupi e lugubri. Quelle visioni che la mente e la ragione non riescono ad accettare: lupi che si muovono su due zampe, uomini-lupo, che colpiscono silenziosi le truppe romane, arrivando ad abbeverarsi del sangue dei soldati uccisi.
La paura inizia a circolare tra i legionari, la stessa paura che fa tremare l’imperatore, consapevole che se vuole salvare i suoi uomini, se vuole salvare il destino di Roma, dovrà guidare il suo esercito con durezza. Rispondere alla ferocia con altrettanta ferocia.
Non ci risparmia nulla, Luca, della violenza sul campo di battaglia, i villaggi bruciati, le donne violentate, i prigionieri giustiziati e crocifissi ai rami degli alberi.
L’aquila non può sopravvivere senza vittime da ghermire. I lupi invece sono abituati ai lunghi inverni e alla fame. Quando scenderà la neve sanno che la guerra cambierà il suo volto. E loro sono abituati ad aspettare a lungo e in silenzio.Mescolando racconto e invenzione (cosa sarebbe successo se..), epica e mistero, con ampie citazioni dei racconti di Esopo, Ovidio, Cesare, Tacito, chi leggerà questo romanzo, che avrà un seguito il prossimo anno col racconto “Il tempo del ghiaccio e della pioggia”, l’autore ci porta dentro questa guerra tra l’aquila e il lupo, nel fango, negli acquitrini all’apparenza placidi ma con i canneti dall’aspetto così spettrale, negli ospedali da campo dove i medici dell’epoca avevano pochi strumenti per curare i feriti. E ci fa ascoltare anche la voce dei “barbari”, le tribù germaniche che erano riuscite a spaventare Roma.
La scheda del
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