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20 luglio 2023

La ricerca della notizia - Andrea Purgatori e la luce della verità

Ci sono giornalisti che si accontentano di fare da reggimicrofono al politico di turno e che non si lamentano se vengono rinchiusi nei vagoni del treno per una gita propagandistica a Pompei.

Ci sono poi altri giornalisti, che citando il bel film su Giancarlo Siani possiamo chiamare "giornalisti giornalisti" che non si accontentano delle dichiarazioni ufficiali, dei comunicati stampa, delle conferenza stampa del presidente del consiglio senza domande.

Sono giornalisti, e ce ne sono, che cercano la notizia, seguono le storie, senza preoccuparsi se questa notizia dia fastidio a qualcuno di potente.

Questo era Andrea Purgatori, un giornalista che, per esempio, non si sarebbe fermato al comunicato stampa sulla liberazione di Patrick Zaki da parte del regime del generale Al Sisi: Purgatori cercherebbe di capire quali altre partite si siano giocate sulle spalle dello studente bolognese.

Anche se questa ricerca della notizia, questo andare oltre la facciata della narrazione potrebbe dar fastidio.

Come poteva dar fastidio intestardirsi per non lasciar cadere nell'oblio la vicenda di Ustica: non si poteva far cadere nel dimenticatoio l'abbattimento dell'aereo dell'Itavia sui cieli del Tirreno. Quella di Purgatori poteva essere quasi scambiata per una ossessione, specie in questo paese dove l'indignazione dura meno di un orgasmo.

Purgatori ha tenuto accesso il faro della verità su questa brutta vicenda, spiegando perché le piste "consolatorie" e "assolutorie" come la bomba o il cedimento strutturale fossero false. Nonostante questo volesse dire mettersi contro i generali dell'Aeronautica, contro la dichiarazioni ufficiali della marina americana (sulla Saratoga, sugli aerei Nato in volo quella sera sul Tirreno).

Tutto questo per il solo fine del raccontare ai suoi lettori (e telespettatori) una storia credibile, reale: un dovere morale per un giornalista, un dovere che anche lo stato avrebbe dovuto portare avanti, nei confronti delle vittime.

Non è facile fare il giornalista giornalista in questo paese: è molto più facile stare dalla parte del potente, fare il reggimicrofono, sposare la narrazione ufficiale: ci sono meno problemi, meno rischi di querele o minaccia di querela. 

Non si tratta solo della cronaca giudiziaria, un tema molto caldo ancora oggi, con le vicende dei ministri Santanché o La Russa.

Mi riferiscono alle storie, che Atlantide - la trasmissione di Purgatori su La7 - aveva raccontato: come il racconto delle giornate del G8 a Genova nel luglio 2001, di cui cui oggi ricorre l'anniversario. La macellerie messicana fatta dal reparto celere della polizia alla scuola Diaz, le prove false portate dai poliziotti (con la complicità dei superiori) dentro la scuola per la narrazione governativa secondo cui nella scuola erano presenti black bloc.

La narrazione di comodo doveva essere chiara: la polizia ha semplicemente fatto il suo dovere, nella scuola c'erano dei violenti che sono stati fermati.

Eppure la verità, scomoda, era ben diversa, perché su Genova era calata la notte cilena, la notte della democrazia (il titolo della puntata di Atlantide), "una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea" come scrisse Amnesty.

Scomodo raccontare queste storie, come quelle dei rapporti tra pezzi delle istituzioni, parti dei servizi, esponenti della politica, con la mafia.

Chi ha seguito la puntata di ieri sera di Atlantide, finita a tarda notte, sulle stragi del 1993 in Italia ha chiaro il contesto: nei servizi, già andati in onda nella giornata a memoria del giudice Giovanni Falcone, si racconta il contesto di quei mesi. La strategia eversiva della mafia, suggerita da un'entità superiore che suggeriva strategia e obiettivi da colpire, la rivendicazioni della falange armata (che rimandavano a vecchi uffici dei servizi, attivi negli anni della strategia della tensione), il voler tenere sotto tensione il governo Ciampi, per preparare il terreno ad un nuovo soggetto politico..

Una verità complicata da spiegare ma ancora più difficile da ammettere: ancora oggi è tabù, per pezzi delle nostre istituzioni democratiche, parlare del G8 di Genova o dei rapporti tra stato e mafia. O del delitto Moro, delle stragi degli anni settanta.

Andrea Purgatori aveva questo coraggio, questa lucidità nel vedere il quadro d'insieme, questa capacità nel sapere raccontare queste storie. Perché un paese veramente democratico non ha paura nel cercare la verità.

07 luglio 2023

Bacci Pagano. Una storia da Carruggi di Bruno Morchio


Notte di luna

L'uomo delle affissioni comunali sputa per terra e si orbisce con l'avambaccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. Mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare sul cartellone con maestria da attacchino professionista.

[..] Con una manovra che rivela tutto il suo mestiere intinge la pennellessa nella colla e la fa scivolare sotto un manifesto della gigantografia, quello in alto a sinistra. Un colpo preciso ed è disteso sul cartellone come un tappeto

CINQUE PALLOTT

Complice l'uscita di questa raccolta di gialli, per La Gazzetta dello sport, ho letto questo romanzo dello scrittore genovese Bruno Morchio con l'investigatore Bacci Pagano: primo dal punto di vista cronologico, perché in realtà scritto successivamente a Maccaia, il primo in assoluto.

Questo “Una storia da Carruggi” stata una sorpresa perché, avendo letto gli ultimi romanzi col suo investigatore genovese, qui lo stile narrativo è molto diverso: tanto più nei suoi ultimi la sua scrittura è asciutta e tipicamente noir, quanto in questo lo stile è molto più descrittivo (col rischio di appesantire leggermente la lettura).

La mia impressione, da lettore, è che in questa storia ci sia dentro molto di personale dello scrittore genovese: si parla del periodo post nuovo millennio, quando il neoliberismo selvaggio cavalcava l’economia mondiale, senza che nessuno si ponesse alcun problema di controllare i mercati prima che prendessero il posto delle democrazie, che sarebbero diventate come oggi tristemente scopriamo, luoghi svuotati da ogni potere.

Sono gli anni del governo Berlusconi, tornato al governo con l’obiettivo di salvarsi dai processi e di continuare a farsi i suoi affari sulle spalle dei cittadini italiani.

Passa per un vero democratico, un liberale fino al sacrificio, avallando l’idea che la libertà è una concessione del padrone e non un diritto di tutti.

Il G8 di Genova era ancora una ferita aperta, con quell’assaggio di “sudamerica” (intesa come privazione di tutti i diritti civili) che fu per molti genovesi e per molti cittadini democratici un brutto risveglio. Benvenuti nel nuovo millennio!

Il racconto comincia con un cartello fatto appendere da una radio privata sui muri di Genova: c’è scritto “CINQUE PALLOTTOLE PER RIPULIRE L’ITALIA”. A chi sparereste, tra politici imprenditori e affini per pulire il paese?
Quello di questa radio, Radio Baba Yaga, gestita da un reduce degli anni settanta e della contestazione è un modo leggermente populista per affrontare il tema del livellamento al ribasso della classe dirigente.

Ma a Bacci Pagano, che si muove con la sua Vespa 200PX per le strade spazzate dal freddo vento invernale, tutto questo per il momento non interessa.
Sta seguendo un caso che gli è stato assegnato da donna Assunta Pellegrini, famiglia di vecchi imprenditori, che vuole controllare la fidanzata del figlio, Alma, che frequenta un po’ troppo un professore che lavora per la concorrenza, Alberto Losurdo.

A Bacci Pagano, che sulle spalle ha cinque anni di carcere per l’accusa, infondata di terrorismo, un matrimonio finito male, le storie di corna non interessano.

Ma questa vicenda si rivelerà qualcosa di più, e di peggio.

Ma anche la storia del cartellone con le cinque pallottole, che ben presto gli ascoltatori della radio dedicano ad un noto personaggio politico dell’epoca, diventa qualcosa di più.

Un ladro è entrato nella radio e ha rubato la carabina posseduta dal direttore Lagrange, che Bacci Pagano ha già inquadrato per il suo essere narcisista. Della vicenda se ne occupa la Digos, comandata da un dirigente che vede comunisti dappertutto (come quel personaggio politico di cui sopra).

Prima che qualcuno si faccia del male, usando quella carabina e scaricando le colpe sulla radio comunista e magari tirando di mezzo anche lui stesso, Bacci Pagano viene ingaggiato per un secondo incarico: deve cercare di capire chi ci sia dietro questo furto.

Il rampollo di una famiglia della borghesia genovese con una fidanzata “focosa” e una vicenda che puzza di servizi e di menti raffinatissime con al centro una carabina: nella sua indagine Bacci Pagano si muoverà nei suoi Carruggi, “un luogo dove vive l’umanità più sciroccata della città”, dove verrà aiutato dalla sua rete di informatori, tra cui Gegè, un cieco che è anche la memoria della città vecchia e nuova. E poi una ragazza che viene dalla Costa d’Avorio, costretta a far la prostituta dalle persone che l’hanno portata in Italia.

L’investigatore e la prostituta, due che in fondo fanno lo stesso lavoro, “tutti e due razzoliamo nel retrobottega della gente perbene…”.

Effettivamente dietro il furto della carabina c’è una vecchia conoscenza, lo “zoppo”: l’idea su quale sia il piano di questo personaggio, nella zona grigia dove i servizi pescano la manovalanza per le operazioni sporche, arriva a Bacci Pagano sotto forma di sogno. Un manichino, un carretto siciliano portato da due uomini con la coppola e un colpo ad abbattere l’uomo di plastica.

Anche la prima inchiesta, quella su Pellegrini Junior e la fidanzata, lo porta dentro quel mondo dell’economia dove girano tanti soldi e poche regole di trasparenza, come vuol d’altronde il nuovo modello economico mondiale. Un modello dentro cui le mafie si trovano a proprio agio e che costringerà Bacci Pagano a dove impugnare la sua pistola e sparare.

Mentre mi sollevano come un manichino marcio e mi trascinano fuori dal garage, è un altro l’odore che mi fa venire voglia di piangere o di vomitare. Inconfondibile. Quasi familiare. Quello che sento è odore di sudamerica.

Il G8 non è stato un caso isolato e nella polizia non sono solo poche mele marce quelle che considerano la divisa come una sorta di immunità per sfogarsi contro gli ultimi, le zecche, i comunisti. O gli investigatori privati che si mettono in mezzo nelle loro indagini, anche nelle loro azioni sporche. Ma per fortuna non tutta la polizia è così: non è così il capo della Mobile, il commissario Pertusiello a cui Bacci Pagano ha dato anche una mano in diverse occasioni.

C’è l’indagine, sulla guerra commerciale tra due aziende dietro cui girano troppi soldi e dove si intravede il ruolo della nuova mafia. E l’indagine su questa carabina che sta per sparare all’uomo più potente d’Italia.

Ma sullo sfondo c’è Genova, non solo la zona dei Carruggi, che visiterete coi vostri occhi portati dalla lettura delle pagine, ma anche quella che andava via via trasformandosi per la speculazione immobiliare che cacciava via dal centro gli ultimi.

C’è tanta denuncia sociale in questo libro, molto “politico”:

«Io non sono nessuno. Questo delinquente ha ragione. Sono un morto di fame che sbarca il lunario razzolando nella rumenta. E sopravvivo mangiando la vostra merda. Ma i morti che porto sulla coscienza sono tutti criminali che stavano per spararmi addosso».

Si parla di temi quanto mai attuale anche oggi, la prevalenza dell’economia sui diritti sociali, sulle regole della democrazia, che deve essere svuotata dalle regole che frenano le imprese:

«Oggi è il potere economico a dettare le regole. E le decisioni dell’economia non spettano certo ai Parlamenti nazionali. Questi sono chiamati a ratificare grandi opzioni di livello globale, assunte da persone che non occupano alcun incarico elettivo. Inoltre c’è nel mondo una resistenza ottusa a tutto questo. Per questo una guerra è inevitabile. [..] Tante guerre locali per evitare una guerra globale che farebbe terra bruciata di duemila anni di storia».

La scheda del libro sul sito dell'editore Frilli e il link sul sito della Gazzetta (della serie Noir Italia)

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20 luglio 2021

Genova venti anni dopo

 

Immagine presa da Varese news

Venti anni fa a Genova sono state sospese le garanzie costituzionali dei cittadini italiani, la più grave violazione dei diritti umani avvenuta in Italia dal dopoguerra, la definì Amnesty.

Venti anni fa cittadini che manifestavano per le strade di Genova sono stati picchiati, torturati, insultati, privati della libertà senza che avessero commesso reati.

E tutto questo è stato fatto dalle forze dell'ordine di uno stato democratico.

La cronaca dei tre giorni di Genova, in quell'inutile G8 dove i grandi della terra si arrogavano di decidere per tutto il mondo su commercio, immigrazione, mercati, è stata già raccontata da tanti. Da Carlo Lucarelli in una puntata di Blu Notte (dove si parla di reflusso della strategia della tensione), al libro di Gianni Agnoletto “L'eclisse della democrazia - Feltrinelli”, fino al racconta fatto da un agente della Digos che era in piazza proprio in quei giorni, “Genova G8 2001– cronaca di un disastro annunciato di Gianluca Prestigiacomo Chiarelettere”.

Il clima di tensione creato da veline dei servizi (quali saranno state le fonti), la gestione della piazza lasciata a poliziotti che avevano poca esperienza di manifestazioni, i black bloc lasciati arrivare, sfilare, devastare la città per poi sparire all'arrivo dei reparti.

Le manganellate col tonfa, indiscriminatamente a tutti, i gas lacrimogeni (urticanti e anche pericolosi), i proiettili sparati, la carica inutile e scellerata contro il corteo delle tute bianche, la reazione dei manifestanti, il fuggi fuggi, l'aggressione al defender dei carabinieri e quel colpo di pistola al volto di un ragazzo, colpevole di voler lanciare un idrante vuoto ad una jeep da una distanza di 4 metri.

Ancora oggi si parla della teoria strampalata del sasso che ha deviato il colpo di pistola, la tesi con cui un giudice della procura di Genova ha archiviato tutto. Nessun processo.

Me la ricordo ancora quella sceneggiata del vicequestore contro uno dei manifestanti: “bastardo, sei stato tu, col tuo sasso...”

E poi l'assalto alla Diaz. La notte cilena su Genova: non deve succedere mai, in una democrazia che si ritiene tale, che le persone debbano temere l'arrivo della polizia, che debbano avere paura per la loro incolumità.

Non deve succedere che le persone siano picchiate, insultate, umiliate, torturate, una volta che sono nelle mani dello stato, come le persone finite nel carcere di Bolzaneto.

No, la democrazia non c'era in quei giorni a Genova. Non c'era quando la polizia non ha collaborato con le indagini della procura. Non c'era quando la politica, il governo, i vertiti della polizia hanno scelto di non vedere.

Non sono poche mele marce, non è stato solo il comportamento di pochi agenti e funzionari.

Come ha raccontato il pm Zucca (che ha seguito le indagini sui fatti della Diaz) nell'intervista a Il Manifesto, non ci si improvvisa torturatori, non si imparano certe cose in un giorno.

Il filo rosso delle varie condanne della Corte di Strasburgo negli ultimi 20 anni dimostra che quando la tortura emerge è solo apparentemente sporadica. Si ha infatti paura di riconoscere che la tortura è per sua natura “istituzionale”, perché ha necessità di tecniche, addestramento e pratica: non esiste neppure nella fiction il “torturatore solitario”. Già dai tempi del G8 il fenomeno doveva essere affrontato come tale. Non si tortura alla Diaz e a Bolzaneto se non si è già capaci e pronti a farlo. Con Genova 2001 appare chiara un’altra cosa: i diritti garantiti dalla democrazia e scritti nelle carte fondamentali non lo sono tuttavia per sempre e ad ogni costo, come il modello presuppone. I fatti del G8 hanno mostrato ciò che sarebbe poi successo in questi due ultimi decenni durante i quali si è praticata la tortura non più nel segreto ma cercandone, dopo secoli, una qualche giustificazione legale.

E secondo lei perché questo avviene?

Io credo che questo avvenga quando una democrazia ha paura del conflitto e, quindi, muta la sua stessa caratteristica. Sono d’accordo con chi sostiene che il modo migliore per difendere la democrazia sia quello di attaccarla con le critiche, la protesta e il dissenso. Così la si rafforza non la si indebolisce.

C'è qualcosa di sbagliato dentro le forze dell'ordine, che si sono opposte ad una legge sulla tortura (spalleggiati dai partiti di quella destra non democratica sempre difesa dai giornali governativi), ad un numero di identificazione sulle divise.

E c'è qualcosa di sbagliato nelle nostre istituzioni se hanno paura delle critiche, dei movimenti, delle piazze, del dissenso. E questo valeva venti anni fa e vale ancora oggi, dove dobbiamo aspettarci mesi di forte tensione per il Covid e per la crisi innescata dalle ristrutturazioni industriali (anche qui, senza regole, senza una visione, senza che lo stato possa dire qualcosa).

Tutto questo è successo a Genova in quei giorni in cui in piazza c'era una moltitudine di persone, da tutto il paese, da tante associazioni diverse, non solo le “zecche comuniste” (definizione che identifica come FASCISTA chiunque la pronunci), che chiedevano un mondo diverso da quello che avevano in mente i grandi della terra davanti alla tavola apparecchiata da Berlusconi.

Avevano ragione quelle persone: la critica ad una globalizzazione senza regole, ad un mercato senza regole, la questione ambientale e sugli immigrati.

Si è voluto criminalizzare, quell'insieme di movimenti, quelle persone e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze.

13 luglio 2021

G8. Genova 2001 – storia di un disastro annunciato di Gianluca Prestigiacomo

 


Annus horribilis 2001

Tornare ai fatti di Genova vent'anni dopo, per raccontarli dal punto di vista umano e professionale di un operatore della Digos che li ha vissuti in prima persona, come si suol dire, sul campo.

Ecco il senso di questo libro. Non avrei mai immaginato di trovarmi in un contesto come quello del G8, in cui lo Stato, attraverso i suoi rappresentanti, fece l'esatto contrario di quello che, con gli istruttori, insegnava durante i corsi di aggiornamento o di formazione professionale.

Quello che è successo nei tre giorni del G8 di Genova, venti anni fa, è stato immortalato in tanti scatti, in migliaia di video che hanno mostrato gli scontri, le manganellate, le devastazioni fatte da parte dei black bloc, il sangue e il fumo.

Mancava, fino ad oggi, il racconto da parte di un agente di polizia che era per strada e che ha visto tutto e che ha cercato di ricordare tutto.

Ci sono state, al processo per le violenze alla Diaz, le testimonianze di Michelangelo Fournier, il funzionario del settimo reparto Mobile che si rese responsabile della mattanza nella scuola.

Ma gli errori, fatti in modo consapevole, le scelte di come gestire la piazza, visti dalla parte di chi indossa la divisa e dunque rappresenta lo Stato, quello mancava ancora.

Per questo il lavoro che l'ex agente della Digos di Venezia, Gianluca Prestigiacomo, è così importante: perché smonta, una per una, tutte le giustificazioni sentite in questi anni da parte dei vertici della polizia. Il “non si poteva fare diversamente”, “avevamo ricevuto dai servizi notizie allarmanti” ..

A Genova, in quei giorni di fine luglio 2001, le cose avrebbero potuto andare diversamente, ci dice l'autore, anche lui chiamato assieme ai colleghi delle altre Digos a gestire la piazza, a cercare una mediazione coi manifestanti, a far si che fossero rispettati i diritti di tutti. Il diritto alla sicurezza, da parte dei cittadini genovese e anche il diritto a manifestare.

Altrimenti non si chiama più democrazia. Altrimenti crolla tutto come un castello di carte: non tutti i poliziotti e i carabinieri che sono stati a Genova in quei giorni si sono macchiati dei reati e degli errori commessi, ci sono stati uomini in divisa come Prestigiacomo.

Ma l'atteggiamento tenuto dai vertici della polizia, dagli uomini a capo di quel governo (dal presidente Berlusconi al ministro Scajola) e dalle opposizioni (tentennanti sulla commissione di inchiesta) fa venire cattivi pensieri, sulla tenuta democratica di questo paese.

Il 2001 fu l’anno dello «spartiacque». Fu la fine del terrorismo che avevamo conosciuto a partire dagli anni Settanta, la fine delle strategie militari mirate – a modo loro – a mantenere la pace nel mondo. Basti pensare ai rapporti tra Russia e America: tensioni che avevano solo scopi politici, più che militari.

In quell'anno ci fu il cambio di governo, l'attacco alle Torri Gemelle, la scoperta di quanto fossimo vulnerabili al terrorismo islamico, in Occidente. Erano anni in cui il mondo si apriva in modo sconsiderato al mercato, alla globalizzazione senza regole, senza tener conto delle disuguaglianze, dove i grandi della terra si riunivano attorno ad un tavolo a parlare di commercio (anche delle armi) tenendo fuori i paesi poveri. Ancora oggi paghiamo il prezzo di quella mancanza di visione, chi era in piazza a Genova (e prima ancora a Seattle), stava dalla parte della ragione

Le violenze e le devastazioni del blocco nero, del cui arrivo a Genova si sapeva, nulla inficiano di quella manifestazione oceanica, dove dentro trovavi persone così diverse ma unite nel chiedere un mondo diverso.

Sotto i colpi della violenza, il dissenso venne fatto passare per un atto da condannare. Al contrario, il vero obiettivo di quel vertice fu nascondere con finte teorie ciò che stava accadendo.

E invece le cose andarono in modo diverso: è un passaggio su cui l'autore torna più volte, sul perché di quella devastazione, sul perché di certe scelte sbagliate. Come se ci fosse una volontà politica nel marchiare quel movimento politico e sociale come composto solo da violenti.

Come se ci fosse la volontà politica di nascondere le proteste e anche di nascondere quel G8, l'inutile G8 delle cui discussioni nulla è rimasto.

Il presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi e si stava apprestando a organizzare la più grande celebrazione del nulla, il summit dei potenti, utile solo a offuscare le reali intenzioni del nuovo assetto economico internazionale.

Stava per mostrare al mondo intero che avrebbe dato una sonora bastonata alla sinistra italiana e a tutti i dissidenti, a ogni forma di contestazione. Non c'era occasione migliore per accreditarsi al cospetto delle forze economiche e politiche del momento, soprattutto agli occhi dell'amico George Bush. L'unica a non capire che cosa stesse accadendo fu forse proprio la maggioranza dei rappresentanti della cosiddetta sinistra.

A Genova è successo che la gente comune scappasse di fronte a persone in divisa. Che persone per strada siano state picchiate selvaggiamente senza alcun motivo. Che persone in divisa abbiamo fabbricato prove false per accusare delle persone di reati gravi.

Che delle persone siano state arrestate solo per risollevare l'immagine della polizia di fronte all'opinione pubblica.

Che di fronte alle domande dei PM i vertici della polizia, funzionari e agenti abbiamo tenuto un atteggiamento omertoso, impedendo l'identificazione dei responsabili della mattanza alla Diaz

.. coloro i quali crearono prove false, impedendo anche la libera contestazione, di fatto furono il braccio armato di un potere molto più ampio, che riuscì a portare il mondo intero verso la catastrofe sociale.

Dopo anni di indagini, per l'impossibilità di identificare gli agenti che hanno compiuto i reati a Bolzaneto, nella Diaz, si è arrivati alle condanne dei soli vertici della polizia, i De Gennaro boys di cui parla il giornalista Marco Preve nel suo saggio “Il partito della polizia”.

… i colpevoli sono stati condannati, ma dopo avere «pagato» il conto con la giustizia, alcuni di loro sono rientrati in servizio. Un «regalo» che permise – o sta permettendo – proprio a quei fedeli di arrivare alla pensione.

Non una parola di scuse, di rammarico da parte della politica, né quella di destra che a Genova ha voluto mostrare i muscoli, colpendo i movimenti e che poco tollera(va) il dissenso.

E nemmeno da parte del centro sinistra, che pochi mesi prima ai tempi del Forum di Napoli (dove la polizia andò a prendere i manifestanti dagli ospedali), era al governo.

Da una parte rappresentanti dello stato zelanti di fronte ad un meccanismo di potere che premia i fedeli del capo, calpestando i diritti delle persone sentendosi sicuri della loro impunità.

Dall'altra parte persone che, nello Stato, nei suoi rappresentanti in divisa ci credevano.

L'autore riporta nel libro uno spunto interessante, a proposito dei mandanti delle violenze al G8, citando un episodio legato alla carica sconsiderata fatta contro il corteo autorizzato delle tute bianche: mentre era alla testa del corteo assieme ad un altro collega della Digos, fu fatto allontanare da “strani” personaggi, armati di mazze, che si erano presentati come servizio d'ordine del corteo. Molto probabilmente erano provocatori, infiltrati nel corteo. Poco dopo il loro allontanamento, partì la carica dei carabinieri.

Tante cose non sarebbero accadute – è il rammarico che si porta dietro – se avesse fatto, se avesse potuto fare altre scelte.

Gli scontri in piazza Alimonda, magari anche la morte di Carlo Giuliani.

Sono passati vent'anni, è arrivato il momento di fare luce su tutte le zone d'ombra rimaste attorno al G8 di Genova con una vera commissione di inchiesta per arrivare ai veri mandanti: lo si deve nei confronti delle persone ferite e umiliate, lo si deve fare anche per dare credibilità a queste istituzioni che, come scrisse una volta Sciascia, se non vogliono essere vilipese devono esserci, non essere strutture vuote.

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11 luglio 2021

A 20 anni dal G8 – la criminalizzazione del dissenso

 Per certi aspetti i cosiddetti liberali, che si palesavano solo quando il vento era loro favorevole, cavalcavano la tesi secondo cui la contestazione si poneva fuori dai confini costituzionali. Perciò, contestazione e dissenso rientravano in un ambito eversivo.

Non c'era una distinzione, e forse non c'è neanche oggi, nel 2021. Sventolare il timore che il periodo storico del terrorismo possa riattualizzarsi, nel tentativo di far presa su una parte dell'elettorato con la paura che il contenzioso politico potrebbe sfociare in una situazione di crisi, pare diventata una costante a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

Anzi, probabilmente tale strategia (della tensione) potrebbe addirittura risalire al Piano Solo (1964), il fallito colpo di stato progettato dal generale dell'Arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo. E' una strategia che abbiamo visto anche nel 1994, quando forze liberali e pezzi di una destra che già mostrava desideri fascisti, mentre l'inchiesta Mani pulite scemava, si misero assieme nel tentativo - neanche tanto velato - di riportare al governo un modello conservatore. Ma questa è un'altra storia.

G8. Genova 2001 Gianluca Prestigiacomo - Chiarelettere (i link per ordinarlo su Ibs e Amazon)

Questo non è un paese che ama molto il dissenso, anzi, è un paese dove prevale la logica del servile omaggio al capo del momento, sapendo che costui saprà essere riconoscente.

Leggete i giornali come oggi raccontano la finale dei campionati europei a Londra, mettendoci sopra un cappello politico (per l'aria nuova che si respira con Draghi).

I licenziamenti che iniziano a sbocciare qua e là nel paese alla faccia dell'accordo non vincolante tra Confindustria e sindacati? Cose che succedono.

Le nomine fatte dal governo per reclutare i consulenti che valuteranno gli impatti del Pnrr: persone competenti e chi le critica viene tacciato di brigatismo.

Il pezzo citato è parte del libro scritto da un agente della Digos che venti anni fa era presente a Genova durante il G8: vale oggi quanto scritto dall'autore venti anni fa, tutto quanto è in contestazione con la narrazione prevalente, specie se riguarda movimenti di massa, deve essere attaccato, criminalizzato, in modo che non possa far presa nelle persone l'idea che possano esistere altre soluzioni, altre idee, altri mondi.

Allora si parlava di globalizzazione, dell'immigrazione dai paesi poveri, tenuti fuori dai tavoli dei potenti.

Oggi si parla di soluzioni economiche fallite ovunque e che nonostante questo vengono riproposte: detassazione dei redditi alti, deregolamentazione, flessibilità massima, una giustizia per chi se la può permettere, una sanità pubblica che rimarrà nelle mani dei privati.

A chi protesta, come i sindacalisti del Si Cobas, le manganellate dei vigilantes privati e i fogli di via. E poi i processi per aver violato le norme sulla sicurezza, per i blocchi per strada, davanti le aziende.

A chi contesta la riforma della giustizia, la patente di forcaiolo giustizialista.

04 luglio 2021

A vent'anni da Genova - storia del G8 di Genova, il disastro annunciato

In occasione dei vent'anni dai fatti di Genova per il G8, è uscito per Chiarelettere un libro scritto dall'allora agente della Digos, Gianluca Prestigiacomo: "G8. Genova 2001. Storia di un disastro annunciato" .

Disastro che costò la vita di un ragazzo, una città distrutta e vandalizzata, ragazzi picchiati e torturato. Un intero movimento politico che chiedeva ai grandi del mondo di essere ascoltati che fu criminalizzato.

Sul Fatto Quotidiano è uscita l'intervista all'autore dove racconta quei giorni

“A Genova c’era un piano per reprimere i no global”

di Alessandro Mantovani | 14 GIUGNO 2021

Vent’anni dopo un poliziotto in pensione racconta in un libro il G8 di Genova e il suo disgusto per la feroce repressione del movimento no global: “C’era un disegno per fermarlo”, dice Gianluca Prestigiacomo, autore di G8. Genova 2001. Storia di un disastro annunciato (Chiarelettere). Simpatizzante della sinistra, era entrato in polizia negli anni 80. Lavorava alla Digos di Venezia, trattava con Luca Casarini e i Centri sociali del Nord-est e a Genova era nel piccolo gruppo di poliziotti in borghese che accompagnava il corteo delle Tute bianche appena trasformate in Disobbedienti, quello con gli scudi di plexiglass che voleva “violare la zona rossa”. Il 20 luglio 2001 il corteo doveva arrivare in piazza delle Americhe, al limite della zona rossa, e invece fu fermato 300 metri prima, all’angolo tra via Tolemaide e Corso Torino, da una carica dei carabinieri di cui nessuno si assunse mai la responsabilità, iniziata dopo un lancio di oggetti da parte di un gruppo di black bloc. Da lì si scatenò l’inferno. Tre ore dopo un carabiniere sparò a Carlo Giuliani, 23 anni e lo uccise. Era una carica illegittima secondo il tribunale di Genova, lo stesso che condannò a pene fino a 11 anni (poi si arrivò a 15) alcuni manifestanti accusati di devastazione e saccheggio.

Lei racconta che prima della carica arrivò un gruppo di persone e vi mandò via, c’era uno con i Ray-ban, un altro disse che erano “del servizio d’ordine dei centri sociali di Roma”. Chi erano?

Eravamo davanti al corteo, a 300 metri da Brignole dove c’era il reparto di polizia schierato. Ci siamo allontanati, altrimenti le avremmo prese da quelli lì. Quando partì la carica un funzionario tirò un bestemmione, diceva “falli tornare indietro”, c’è un filmato su youtube. Quelli erano 5-6, forse una decina. Uno ci filmava con una telecamera. Neanche un bambino avrebbe creduto che fossero dei centri sociali…

I Servizi?

O provocatori, non lo so.

Un funzionario che era nel suo gruppo conferma: “Siamo stati espulsi dal corteo”. Però ritiene che quelli fossero davvero dei centri sociali romani. Poco dopo partì la carica, prima i carabinieri e poi anche la polizia. Se era un errore non bastava fermarsi?

Nessuno capì cosa sarebbe successo, davanti al corteo non c’erano poliziotti in divisa perché così era stato concordato. Il piano era questo: sarebbero arrivati alla zona rossa, avremmo fatto un po’ di teatro, quattro fumogeni, le cose che si facevano allora… E Luca (Casarini, ndr) sarebbe entrato nella zona rossa a fare una conferenza stampa. Ma invece bisognava fermarli, è stato tutto preordinato.

Sì ma era dalla mattina che i dirigenti della polizia non rispondevano al telefono ai responsabili del corteo. Chi ha preordinato? L’uomo con i Ray-ban?

Non è mai stata fatta chiarezza. Bisognerebbe riaprire l’inchiesta, o fare una commissione parlamentare.

Come tanti altri, specie delle Digos di Roma e Milano che conoscevano i no global, lei non andò alla scuola Diaz la sera del 21 luglio. Finì con 87 feriti e 93 arrestati con prove false. Perché non andaste? Cosa avevate percepito?

Non pensi che ci siamo accordati per non andare. Io ero con il mio collega Mirko, era partito l’ordine di arrestare tutti quelli che avevano a che fare con le proteste contro il G8.

Lo riferì al processo, senza che riuscissero a smentirlo, Ansoino Andreassi, l’allora vicecapo della polizia recentemente scomparso. Ma a lei chi lo disse?

Un collega di Genova, non ricordo il nome. Gli diedi il mio numero e gli dissi “se vuoi ci chiami”. Poi ho spento il telefono. Mi sono poi ritrovato, l’ho scritto nel libro, con Pietro Troiani, il funzionario che la sera portò le due bottiglie molotov alla Diaz. Ci ordinò di arrestare due poveretti che non avevano fatto niente. Rifiutai. Non era quello il modo di operare. L’allora capo della polizia Gianni De Gennaro ha partorito quel meccanismo, un sistema repressivo anziché preventivo. Dovevano lasciar fare ad Andreassi.

E invece arrivò Arnaldo La Barbera, deceduto nel 2002. Ma secondo lei può succedere ancora quello che è successo a Genova?

No. Gli attuali vertici li conosco. Conosco l’attuale direttore della prevenzione, il vicecapo della polizia Vittorio Rizzi, lo stesso Lamberto Giannini (il capo, ndr) e Franco Gabrielli, che ha detto cose importanti su Genova. Non potrebbe più succedere anche a prescindere da loro. Potrà scivolare la mano, una manganellata, ma non quello. Non avrebbe mai fatto quelle cose neanche Francesco Gratteri (condannato per falso nel processo Diaz nel 2012, interdetto per cinque anni quando di lui si parlava come di un possibile futuro capo della polizia e da allora in pensione, ndr). Passati vent’anni, dovrebbe dire chi gli ha dato l’ordine.

L’ordine di fare cosa? Non credo di massacrare tutti alla Diaz. Di arrestarli con prove false?

Servirebbe una commissione parlamentare per fare domande a tutti, ci sono persone ancora viventi che possono parlare.

Ultima questione. Si è discusso della riammissione in servizio di alcuni dei condannati per la Diaz e per Bolzaneto dopo il periodo di interdizione. La legge italiana lo prevede, la Corte europea dei diritti umani raccomanda invece la rimozione per fatti di tortura o collegati. In entrambi i casi l’Italia è stata condannata a Strasburgo per tortura. Lei come la vede?

Sono stati fatti rientrare solo per farli arrivare alla pensione.

Gilberto Caldarozzi, allora vice di Gratteri e anch’egli condannato per i falsi verbali della Diaz, dal 2017 per due anni è stato numero due della Divisione investigativa antimafia. Per qualcuno era troppo.

Caldarozzi e Gratteri hanno obbedito a qualcuno. Se tu sei il mio dirigente e mi dici “fai questo” io mi fido, anche perché sei quello che mi nomina. Se fosse arrivato un ordine di De Gennaro avrebbero dovuto obbedire. C’era un disegno generale, un contesto, c’era anche Gianfranco Fini (allora vicepremier, ndr) nella centrale operativa dei carabinieri. Ma del resto a Napoli, sotto il governo di centrosinistra di Giuliano Amato, era andata allo stesso modo. Bisognava fermare il movimento. E ci riuscirono. Da lì in poi tutti hanno avuto paura.

01 luglio 2021

La tenuta del paese

Da oggi mani libere per i licenziamenti, da parte delle aziende ci sarà solo la buona volontà di sfruttare prima la cassa integrazione a carico dello stato.

E da domani, e nei prossimi mesi, mani libere anche per gli sfratti.

Spero che, nella teste delle persone che ci governano, tutto questo non venga visto solo come un problema di ordine pubblico, ma come un problema ampio che riguarda una vasta area del paese che rischia di finire per strada senza un lavoro.

Mi fa ancora più paura per un altro aspetto: a gestire questa situazione saranno quelle forze dell'ordine su cui ancora gravano gravi dubbi (per usare un eufemismo) sul rispetto delle regole democratiche, mi riferisco a quanto emerso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

E mi riferisco anche a quanto successo 20 anni fa a Genova, al G8.

La tenuta del paese non può essere solo questione di law and order come piace tanto a Salvini e Meloni.

21 luglio 2019

Le menzogne che faticano a morire


Anni fa era uscito un libro che si intitolava Tutto ciò che sai è falso”: un saggio sulla disinformazione che spiegava come la nostra percezione della realtà fosse distorta.
Reduce dalla lettura del bel libro di Concita De Gregorio, “Nella notte”, mi è tornato in mente e mi ha fatto riflettere su quanto sia vasto il problema della disinformazione e quanto sia paradossale che succeda oggi nel mondo di internet, dei social media, dove l'informazione dovrebbe essere alla portata di tutti.
Ma non è così: basta partire da quanto successo la passata settimana cominciando dai conti ancora aperti col G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani, la morte dell'ex procuratore Borrelli e con i nostalgici della prima Repubblica quelli che parlano del complotto di Mani pulite; l'anniversario della strage di via D'Amelio e il depistaggio di Stato, di cui finalmente si parla.
Per arrivare a quelli che si abbeverano sui social media dove si parla di invasione di immigrati, di porti da chiudere di invasione. E' veramente così?

Tu quello che sappiamo sulle bombe della mafia della stagione 1992 1994 non racconta tutta la verità di quello che è successo, la verità giudiziaria che ci rimane non spiega la genesi della seconda Repubblica e la fine dei partiti politici della prima Repubblica spazzati via dalle bombe, dalla corruzione e anche dal fatto che non avevano più elettori che li votavano.
Il golpe giudiziario, che avrebbe toccato solo i partiti di centro destra e non il PCI (che pure non esisteva più dal 1989) è dovuto al fatto che non c'era più quel “muro” che costringeva l'Italia a mantenere quel blocco di potere attorno alla Democrazia Cristiana.
Con buona pace dei golpisti, Mani pulite ha toccato anche funzionari del PCI a Milano e Torino: eppure ieri, in occasione delle morte dell'ex procuratore Borrelli si è tornato a parlare di golpe, di Craxi esule lontano dall'Italia.

Il 19 luglio invece si è tornati, ma solo per un giorno, a parlare di mafia: torniamo sempre a parlare di quel biennio, 1992-1994, della fine della prima Repubblica e delle bombe della mafia in Sicilia e poi a colpire luoghi d'arte. Lo Stato ha sconfitto la mafia? Abbiamo dato giustizia a tutte le vittime?
Oppure quelle bombe erano il frutto di un dialogo di un pezzo di Stato mafioso e un pezzo di Stato deviato (che vedeva dentro anche pezzi di servizi): la morte di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone serviva a firmare quel patto, spazzar via vecchi residuati politici, l'ala militare mafiosa per dare l'impressione di un rinnovamento che di fatto non c'è stato

Il 20 luglio è stato l'anniversario della morte di Carlo Giuliani, ucciso in piazza Alimonda da un carabiniere: legittima difesa, hanno detto, Carlo stava assaltando la camionetta dei carabinieri.
Ma, come per Mani Pulite, per le stragi di mafia, si dive alzare la prospettiva con cui si guardano le cose e non fermarsi a quello scatto che mostra un un ragazzo alto un metro e 65 cm con un mano un estintore vuoto.

Crediamo di sapere tutto sul G8 di Genova, sulle devastazioni dei Black bloc, sugli scontri di piazza, sulla morte di Carlo Giuliani, ma non è vero.
Bisogna guardare il film di Daniele Vicari per conoscere la storia della macelleria messicana alla Diaz, le violenze psicologiche nel carcere di Bolzaneto.
L'inerzia della polizia nel colpire i black bloc che agivano indisturbati a Genova nei primi due giorni.

Ma, nel caos informativo di questi giorni, chi le racconta queste cose?
Chi racconta che a Milano (e nel resto d'Italia) si faceva la cresta su ogni appalto e non per finanziare il partito? Che le tangenti favorivano i cattivi politici e i cattivi imprenditori, penalizzando le imprese oneste?

A Milano si è stimato che la MM3 sia costata 192 miliardi/km.
Ad Amburgo 45.
I costi per il passante sono stati di 100 miliardi/km per 7 anni.
A Zurigo è costato 50 miliardi.
Negli anni 80 il debuto pubblico è salito alle stelle: si è passati (rapporto PIL/debito pubblico) da 60% nel 1980, al 118% nel 1992.

[Da Blu Notte Tangentopoli]

Chi racconta che è impossibile che funzionari di polizia abbiamo creato da soli la falsa pista Scarantino e che giudici e magistrati l'hanno ritenuta credibile?
Chi racconta che nel 2001 quelli che chiedevano un mondo diverso, i no global, sono stati colpiti e ridicolizzati e che quelli che erano allora i nemici dei No Global oggi sono proprio i sovranisti, diventati no global fuori tempo massimo.
L'irrinunciabile linea del Piave di cui parlava Borrelli nel ultimo discorso da procuratore generale deve essere un monito anche per noi, deve spingerci ad andare a cercare la verità e non fermarsi alle verità di comodo, quelle confezionate da altri e che la macchina della menzogna ha trasformato in verità di comodo.

21 luglio 2018

Genova 2001 – Italia 2018


Ci sono voluti anni per riuscire ad avere un minimo di giustizia per i fatti di Genova: l'irruzione dellapolizia alla Diaz, la macelleria messicana e poi la più grave sospensione dei diritti umani per le persone (persone, non sottouomini o zecche comuniste) che hanno avuto la sfortuna di finire imprigionati a Bolzaneto.
I responsabili di quelle violazioni dei diritti umani hanno continuato a far carriera, godendo di una sorta di protezione politica.

La sentenza di condanna è stata accolta da molti come un'infamia nei confronti di così solerti servitori dello Stato. Poliziotti che avevano arrestato mafiosi e che, si in effetti, avevano fabbricato prove false, non avevano impedito quelle violenze (non so se siete riusciti a vedere il film di Vicari, Diaz).

Sono passati tanti anni e ancora Carlo Giuliani è rimasto fermo in quello scatto: quell'immagine che lo ritrae con un mano un estintore vuoto, mentre si avvicina ad una jeep dei carabinieri a cui altre persone stanno dando l'assalto.
Brutto destino quello di Carlo: rimasto imprigionato in quello scatto. Stava aggredendo i carabinieri, voleva fare violenza.
Non era un eroe ...

No, Carlo Giuliani non era un eroe, in effetti. Era solo un ragazzo che si trovato di mezzo ad una profonda ingiustizia, le cariche, i black bloc che non venivano fermati.
Ed era così pericoloso che è stato ucciso, legittima difesa dirà il tribunale e alla fine quella jeep preda dei barbari gli è pure passata sopra.

Era il 20 luglio 2001. Il mondo non aveva conosciuto ancora l'11 settembre.
Ma avevamo visto quelle immagini di una città in balia dei black bloc, imperturbabili e inarrestabili.
Colpivano e poi scappavano.
E la polizia a manganellare, le persone sbagliate.
Nel 2001 eravamo ancora in tempo a cercare di mettere un argine alla globalizzazione per cercare di arrivare ad un mondo diverso.
Quelle violenze hanno impedito ogni discussione, ogni dibattito.

Per la cronaca, quella jeep non era isolata e faceva parte di un battaglione di carabinieri che aveva colpito il corteo in modo non autorizzato, anzi, in un modo tale da mettere a rischio l'incolumità delle persone.

Sono passati anni e non siamo andati molto avanti.
Nessun segno distintivo per i poliziotti.
Il reato di tortura è stato molto annacquato e ora l'attuale governo potrebbe perfino toglierlo.
Il governo che vuole dare mano libera ai poliziotti. Ai cittadini per armarsi.

Una regressione. E di certo non ci renderà più sicuri.

20 luglio 2017

C'è un equivoco di fondo

C'è un equivoco di fondo nel parlato politico.
A proposito delle prime indagini sulla morte di Paolo Borsellino si parla delle troppe "incertezze e degli errori" (parole del presidente Mattarella): parafrasi per non dire chiaramente, di fronte al paese del depistaggio da parte di un pezzo dello stato che hanno indirizzato le indagini verso una direzione precisa. Responsabili della strage erano solo ed esclusivamente i mafiosi, non i Graviano, quelli che avevano detto di aver il paese in mano grazie a quello delle televisioni. L'amico del paesano Dell'Utri.

E ci sono anche altri equivoci.
Si sbandierano cifre iperboliche per miliardi, 9,5 miliardi per la precisione, per la ricostruzione delle scuole pubbliche.
Tanto nessuno controlla o smentisce. E spiega che le cifre veramente impiegate, che vengono da fondi europei, sono solo 450 ml.

C'è l'equivoco di chi confonde i bonus a pioggia (bonus asili, bonus diciottenni) come misure di sostegno.
Quando sono per lo più strumenti elettorali, che non spostano il pil, le soglie della povertà, il benessere reale del paese ma creano solo altro deficit.
Ma riempiono così bene le slide.

Oggi, 20 luglio, ne dobbiamo registrare altri di equivoci.
Il capo della polizia che, 16 anni dopo, presenta le scuse sulle torture e sulle violenze della polizia al G8 di Genova del 2001.
"Se fossi stato De Gennaro mi sarei dimesso per il bene della Polizia".
Ricordiamo allora che la polizia non collaborò pienamente coi magistrati, per individuare i colpevoli.
Che abbiamo dovuto aspettare anni per avere il reato di tortura (senza il quale molti indagati sono usciti dal processo), che forse nemmeno coprirebbe le vergogne compiute da uomini dello stato a Genova, nella notte cilena.

Il governo di sinistra perde dei pezzi.
"Silvio ricordati degli amici" - diceva il Guzzanti-Rutelli nel 2001, alla vigilia delle elezioni che avrebbero riportato in sella l'ex cavaliere.
Ecco, Silvio ricordati degli ex berlusconiani che sono andati a sinistra in cerca di fortuna, come i migranti economici che però hanno trovato migliore accoglienza delle persone che sfuggono da miseria e carestie in Africa.
Ieri il ministro Costa ha lasciato.
Altri lo hanno anticipato e altri lo seguiranno.
Ricordati degli amici Silvio, di chi ti ha voluto bene e che ha portato avanti le tue battaglie in questi anni, con la bandiera del centro sinistra.

07 aprile 2017

Ce lo chiede l'Europa (ma non sui diritti)

Ogni tanto, nella storia di questo paese dove si disquisisce su repubbliche giudiziarie, magistrati politicizzati, sul garantismo nei confronti dei potenti, riemerge la vergogna del G8, delle torture a Bolzaneto e dell'irruzione selvaggia alla scuola Diaz.
La notte cilena di Genova.
Le sentenze hanno stabilito che in Italia si è torturato: persone inermi, nelle mani di rappresentanti dello Stato, sono state picchiate e torturate, hanno subito minacce psicologiche.
I responsabili nella polizia, dopo anni di carriera, hanno pagato parzialmente il prezzo.
Agli agenti e funzionari della Diaz, quelli delle prove false costruite per infarcire la menzogna dei black block dentro la Diaz, se la sono cavata con una multa.

Da ieri si aggiunge un ulteriore tassello in questa pagina nera nella storia delle nostre istituzioni: le torture e le carenze legislative italiane, messe nero su bianco da una sentenza europea, hanno portato l'Italia a patteggiare  (a Strasburgo) un risarcimento danni nei confronti di sei persone torturate a Bolzaneto.

Ora che sappiamo i nomi di parte dei responsabili, che tutto è nero su bianco (e non sono illazioni o teorie complottistiche) ci piacerebbe che succedessero due cose: la prima l'approvazione di una legge contro il reato di tortura.
La seconda alzare il livello della conoscenza, tirando dentro le responsabilità politiche (e le coperture).
Specie ora che ce lo chiede l'Europa.

21 aprile 2014

Il partito della polizia di Marco Preve

Il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia.
L'abuso della forza e i casi di tortura come strumenti usati dalle forze dell'ordine. L'omertà nel denunciare questi casi e la protezione che la polizia mette in atto nei confronti dei responsabili. Che non sono poche mele marce.
La polizia che si fa partito: i rapporti di amicizia con magistratura, giornalismo, partiti, imprenditori. Un sistema di potere che avrebbe scalato i vertici del dipartimento di pubblica sicurezza e che si sarebbe consolidato attorno alla figura di Gianni de Gennaro.
Infine, i tanti soldi che vengono gestiti con troppa discrezione e poca trasparenza dal dipartimento, per appalti in tema di sicurezza. Tanti soldi che dovrebbero essere investiti in sicurezza, specie al sud, e che sono stati sprecati. Per imperizia. O peggio.

Questi i tre filoni in cui si articola il saggio di Marco Preve, giornalista per Micromega e l'Espresso.

La tortura.
Se un'istituzione, nel nostro caso la polizia italiana, è più temuta che rispettata, allora vuol dire che ci troviamo in un paese che manca di rispetto a sé stesso, un una democrazia incapace di confrontarsi senza paure con una sua componente essenziale.Come potremmo altrimenti spiegarci la vicenda della scuola Diaz? Non le violenze della macelleria messicana, e neppure gli sporchi trucchi per falsificare le prove di un massacro: per quanto enormi e abnormi, sono episodi che che possono accadere. La differenza tra un regime e una democrazia sta, invece, nella capacità dell'istituzione coinvolta di mettersi subito a disposizione di chi ricerca la verità e contribuire a far luce; consiste nell'immediata rimozione da ruoli direttivi e operativi dei pubblici funzionari sotto indagine; si concretizza in una trasparenza, anche mediatica, con cui si informano i cittadini che gli incarichi degli indagati e imputati vengono congelati ..”.

In Italia questo non è successo. Sebbene le immagini del disastro della Diaz fossero note fin da subito, come fin da subito si capì che quella delle molotov era una prova falsa, come falsi erano i verbali e le prove presentate dalla polizia, nessuno dei dirigenti presenti a Genova e alla Diaz, durante la macelleria messicana, ha mai avuto problemi di carriera.

Genova, come le violenze alla Raniero pochi mesi prima, sono state considerate una pagina tabù della nostra storia e della storia della polizia.
Da rimuovere: chi si permetteva di chiedere chiarezza, finiva per essere considerato un eversore. Uno che sta dalla parte dei black block.
Perché quella sera, presenti subito dopo l'irruzione, c'erano i migliori investigatori italiani: dirigenti degli uffici centrali che avevano alle spalle arresti eccellenti nella lotta alla mafia. E che negli anni successivi avrebbero raccolto altri successi nella lotta al terrorismo (con l'arresto dei brigatisti che uccisero il giuslavorista Marco Biagi).
Ma questo non giustifica niente: appare più assurdo, alla luce di questi successi, comprendere come queste persone, Gratteri, Caldarozzi, La Barbera, Fioriolli, abbiamo potuto commettere degli errori così gravi. La notte cilena di Genova è stata considerata da Amnesty “la più grave violazione dei diritti umani” della nostra storia.
Eppure si è dovuto aspettare la sentenza della Cassazione che ha messo nero su bianco le responsabilità: non solo dei picchiatori in divisa che, in assenza del reato di tortura, non hanno pagato del tutto le loro colpe. Ma anche l'intera linea di comando.
Ci sono voluti più di dieci anni. In cui la polizia non solo non ha chiesto scusa, ma nemmeno si è posto il problema. Che è soprattutto un problema di garanzia per noi cittadini: chi ci tutela dagli abusi? La politica che non controlla e che, anzi, ha pure protetto questi superpoliziotti (impedendo che si creasse una commissione di inchiesta)? La magistratura che non sempre indaga come dovrebbe su questi casi (ho in mente la difficoltà a far partire il processo sulla morte di Giuseppe Uva a Varese)? Il giornalismo, che in questi anni ha preso le parti degli indagati, ricordando le medaglie che avevano sul petto (per gli arresti eccellenti di mafiosi)? La polizia che ha aspettato 10 anni per chiedere scusa, nella persona del capo Antonio Manganelli?

Sembrava che, dei De Gennaro boys, non si potesse parlare. Come non si potesse parlare dei casi di abuso del passato: la tortura per waterboarding in uso presso le squadre mobili d'Italia sperimentata anche da Totò Riina. Dai fiancheggiatori delle Br, ai tempi del rapimento del generale Dozier.
Gli abusi di Napoli, al Global Forum della primavera del 2001, nella caserma Raniero: coi poliziotti stessi che vollero impedire l'arresto dei colleghi facendo una catena davanti la Questura.
I reati commessi, tra cui anche il sequestro di persona, sono finiti in prescrizione. Le carriere dei dirigenti (come il questore Izzo) sono andate avanti.
Da dove arriva questa anomalia?
Dice all'autore Filippo Bertolami, poliziotto e sindacalista, “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall'altro di punire chi ha 'osato' mettersi di traverso”. Vince la paura. E perde il paese.


Per approfondire l'argomento, il giornalista ha intervistato poi l'avvocato Anselmo: questi ha parlato del meccanismo di difesa che scatta nei confronti degli imputati in difesa. La denigrazione della vittima:
“A Federico, Stefano, Giuseppe e a tutti gli altri è andata così perché in fondo c'è una ragione. Perché lui se ne stava in giro alle cinque del mattino, perché l'altro era tossicodipendente, perché quello in fondo era balordo. Lo stato, una certa parte dello stato, ha bisogno che il cittadino reagisca con questi automatismi. E addirittura può anche sollecitarli”.

Il partito.
Preve ha anche intervistato il pm dell'inchiesta sulla Diaz, Enrico Zucca.
Il magistrato ha spiegato le difficoltà incontrate nell'operare assieme alla polizia per l'insofferenza nel ruolo assegnato con la riforma del codice penale. Ora è il magistrato che coordina, in autonomia rispetto alle pressioni della politica. Una parte della polizia ha difficoltà a rispettare questo ruolo perché ritiene che il campo delle indagini sia sua prerogativa; che per raggiungere i risultati si possa anche non rispettare tutte le procedure. Che il vero poliziotto da strada, prima si fa l'azione e poi si chiede l'autorizzazione. Come il famoso commissario Montalbano, personaggio che però ha sempre avuto rispetto per le persone:
“Non è un caso e non è una sfumatura che nel romanzo Il giro di boa che affronta la vergogna del G8, della Diaz e di Bolzaneto, il nostro commissario nemmeno si soffermi troppo sull'ovvia presa di distanza dalla violenza sugli inermi, ma s'indigni sulla falsificazione del verbale”.
Zucca si sofferma su un punto importate: non si potevano processare (né condannare) quei poliziotti per non privare il paese dei suoi elementi migliori. Una sorta di ragione di stato: ma dalle contestazioni mosse (e confermate dalla Cassazione) si comprende “una spaventosa sottovalutazione dei doveri che accompagnano l'esercizio dei poteri. L'aver sottoscritto un atto di arresto illegale, che costituisce il reato di calunnia oltre che di falso, viene concepito come una leggerezza..”.
Nessuno di questi superpoliziotti si è accorto del giornalista Mark Covell agonizzante a terra, ma non ha saputo spiegare come mai non si sia riuscito ad identificare nemmeno la firma del verbale d'arresto degli occupanti della Diaz.
Ma queste persone non avevano di fronte dei super mafiosi. In aula, davanti ai giudici, nemmeno si sono tolti la divisa, come un cittadini qualunque.
Conclude, il pm: “Non possiamo accettare di credere che questa istituzione non possa offrire schiere di funzionari capaci e onesti, in grado di rimpiazzare gli insostituibili.”.

Per comprendere chi faccia parte del partito della polizia, l'autore cita le linee editoriali dei maggiori quotidiani italiani, di condanna per le violenze ma anche di copertura dell'operato dei vertici. Sempre per il principio che non si può privare la polizia dei migliori investigatori. Quelli dei verbali e delle prove false, abbiamo detto prima.
Nonostante un'assenza di cultura democratica. Nonostante il cinismo dimostrato nei confronti delle persone picchiate e private della libertà.
Ci sono anche i politici, tra gli amici del partito: la destra, che ha sempre difeso l'indifendibile. Ma anche a sinistra dove, nonostante fosse presente nel programma di Prodi del 2006, ha affossato l'idea di una commissione di inchiesta.
Violante, il senatore DS e ora saggio del Quirinale, che aveva conosciuto De Gennaro ai tempi della commissione antimafia durante la stagione delle bombe della mafia.
Peppino Calderola, intellettuale dei DS.
Luigi Li Gotti, deputato Idv, difensore di Buscetta e difensore di Gratteri (l'ex capo dello Sco, condannato per i fatti della Diaz).
Perfino una persona come Forgione, deputato di rifondazione e persona impegnata nell'ambito dell'antimafia, ha speso parole di stima nei confronti dei poliziotti indagati. Per i loro meriti passati.
Amicizie ben rappresentate da una foto, scattata durante un attovagliamento all'hotel Eden a Roma nel 2009: una cena organizzata dall'onorevole PDL Destro alla cui tavola sedevano politici come Scajola, giornalisti come Annunziata, imprenditori come Bellavista Caltagirone. E anche Antonio Manganelli. Un affresco dell'ultra stato. Cosa voleva sapere l'imprenditore romano dal ministro e dal poliziotto?

Il vicequestore Filippo Bertolami fa parte dei poliziotti indignados e dice:
Il collante di questo sistema si è basato da una parte sula debolezza crescente di una classe dirigente di destra o sinistra comunque in declino, in quanto balia degli sprechi, privilegi e scandali, dall'altra sul potere dei vertici di un Dipartimento della pubblica sicurezza trasformato negli ultimi anni non solo in un collettore di favori (passaporti, permessi di soggiorno, porti d'arma, sfratti, eccetera), ma soprattutto in un gestore centralizzato di informazioni riservate relative sia alle indagini in corso sia ai privilegi e vizi delle 'personalità' scortate, ormai esposte, più che agli attentati, al linciaggio dell'opinione pubblica, mentre tanti operatori della Polizia di Stato assistono indignati, seppur silenziosamente impotenti”.
Per concludere:
“Qualcosa potrebbe cambiare se ci fosse una presa di coscienza più forte all’interno della polizia di Stato, improbabile se non preceduta da un vero rinnovo della classe dirigente, che stimoli i più indignati a prendere coraggio.”
I soldi.
I soldi sono l'ultimo capitolo: lo stesso Manganelli ha ammesso nel 2012 (per difendere l'operato del suo sottoposto Nicola Izzo, coinvolto nell'inchiesta sugli appalti di Finmeccanica a Napoli) “noi non siamo formati per essere esperti manager nel campo della contabilità”.

Peccato che quella contabilità, nello specifico, assommi a 1 miliardo e 200 milioni di fondi anche europei, per la sicurezza nel sud. Soldi che, se sprecati, sarebbero un favore alla criminalità organizzata.
La cittadella della polizia a Napoli è stato un progetto stoppato.
Vedremo ora come proseguirà l'inchiesta, nata dalla lettera anonima del "corvo", che ora è stata spostata a Roma.
Marco Preve cita diversi episodi che hanno coinvolti funzionari di polizia e strane storie di soldi: il questore poi prefetto Fioriolli, a Genova, e i suoi rapporti (e favori e soldi) con l'imprenditore siriano Hadj Fouzi. Fioriolli è stato promosso direttore della Scuola di ordine pubblico.
Mentre queste storie non hanno mai interessato né la magistratura né la polizia, per fare chiarezza.

Diversamente da quanto successo al vice capo della polizia Izzo, finito indagato (ma ora la sua posizione è stata archiviata), in una inchiesta sull'uso dei fondi PON, appalti che hanno sfiorato il miliardo di euro, tutti decisi all'interno del Viminale.
Una fetta di potere, gestito in modo assolutamente discrezionale dall'ufficio logistica per appalti sui Centri Cen (centro elettronico nazionale), sulla videosorveglianza, sul software da usare nelle pattuglie, sull'appalto affidato a Telecom per telefonia e dati.
La relazione tecnica del prefetto Frattasi ha messo nero su bianco tutte le negatività di questa gestione: appalti concessi senza fare alcuna gara né alcuna analisi sul mercato, con tanto di secretazione.

Perché i poliziotti sono bravi nelle indagini ma non a fare i manager e, conclude la relazione, questi dovrebbero essere tolti dalla polizia e affidati ad un ente esterno.
Chi paga per tutto questo”, è la domanda che ci si deve porre: arrivati al termine del libro rimangono le parole usate dal giornalista, la polizia è il termometro della società. Se la società sta male, si riflette anche nell'ambito della sicurezza, perché in fondo ogni paese ha la polizia che si merita, come la politica che si merita e la burocrazia statale che si merita.
Criticarne i malfunzionamenti (la difficoltà a premiare la meritocrazia, i meccanismi di copertura per i vertici, la poca trasparenza, i cattivi rapporti di ossequio con la politica) non significa essere contro.

È uno sprone per arrivare ad un modello più efficiente, moderno e “democratico”, anche per quella maggioranza silenziosa all'interno del corpo che soffre nel vedere tutte le situazioni qui raccontate.

La scheda del libro sul sito Chiarelettere.
L'intervista dell'autore alla trasmissione Pane Quotidiano, con Concita De Gregorio.
Intervista all'autore sul blog Cado in piedi.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 ottobre 2012

Diaz


Mi sono visto il film di Daniele Vicari, Diaz. E' stato uno choc.
Certe cose, prima di ieri, le avevo viste solo nei film sui nazisti: l'eliminazione del ghetto di Plascow, da parte delle SS del tenente Amon Goth, in "Schindler's List".

Qui, i cattivi, i sadici, i torturatori, sono italiani come noi, con la divisa della polizia italiana.
Che hanno picchiato selvaggiamente.
Che hanno deriso e violato l'intimità di persone che erano sotto la loro custodia.
Persone marchiate col pennarello (niente tatuaggio sull'avambraccio).

Non è solo una vergogna, il massacro alla Diaz e le torture di Bolzaneto.
Quel film, quelle immagini, hanno fatto il giro del mondo.

A fare giustizia non è intervenuta la polizia stessa. Nemmeno la politica.
Come in altri casi, è stata la magistratura a fare da supplente, decapitandone i vertici.