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23 luglio 2020

Poche mele marce

Erano poche mele marce a Genova, al 2001.
Erano poche mele marce anche nel caso dell'ex presidente Marrazzo.
Come poche mele marce quelle in cui si è imbattuto Stefano Cucchi.


Forse anche a Piacenza, dopo i casi nelle caserme della Lunigiana, sono solo poche mele marce.
Un anno fa veniva arrestato il presidente del Consiglio Comunale, oggi una caserma intera dei carabinieri è stata messa sotto sequestro.
No, non sono i personaggi della serie dei Bastardi, di Maurizio De Giovanni, che tra l'altro erano poliziotti.
Questa è la realtà.
La realtà che ci racconta della presenza, della colonizzazione della criminalità organizzata nelle province del nord (e oggi sentiamo al nord le frasi sentite decine di anni fa in Sicilia, la mafia non esiste).
La realtà che ci dice che forse il problema non è solo di poche mele marce: le storie citate sopra (e che Bonini racconta oggi sul suo articolo su Repubblica) parlano di violenza, di omertà coinvolgendo non solo militari di grado inferiore, ma anche ufficiali.

Come ci si arriva a questo?
Come succede che una persona in divisa decida di attraversare il confine tra cosa si può fare e cosa no?

Per Genova, per le violenze, per le torture (in cui anche la polizia era coinvolta) hanno pagato solo i vertici e solo dopo anni.
Sul caso Cucchi ha dovuto lottare con forza la sorella di Stefano, Ilaria, per avere giustizia in un processo che ha smascherato la vergogna.
Ora tocca ancora alla magistratura fare chiarezza, dare giustizia alle vittime e dare speranza a noi sul fatto che lo stato è in grado di fare pulizia al suo interno. 
Che nessuna mela marcia è tollerata.
Che nessuna violenza è tollerata, nemmeno se si tratta di spacciatori o persone deboli.
Anche se il clima politico di questi anni va in direzione contraria, quella che bisogna essere forti coi deboli e deboli coi forti.

01 luglio 2014

Una mutevole verità, di Gianrico Carofiglio

La cosa più vicina ad un poliziesco classico che abbia mai scritto” dice Gianrico Carofiglio nella quarta di copertina, ed è sicuramente vero: abbandonato per il momento l'avvocato Guerrieri (che pure in questa storia fa una breve apparizione in un quasi cameo di passaggio), Carofiglio crea un nuovo personaggio, protagonista di questo noir ambientato nella Bari di fine anni '80.
Si chiama Fenoglio il maresciallo dei carabinieri che conosciamo in queste pagine; Fenoglio come lo scrittore: in realtà lui aveva pure iniziato gli studi in lettere, ma poi il destino e l'ostinazione paterna affinché seguisse le orme del padre, hanno preso il sopravvento.
Ma, nonostante i gradi sulle spalline, si capisce che qualcosa deve essere rimasto degli umanisti, dentro questo maresciallo dei carabinieri così riflessivo, pacato, che disprezza la violenza anche se sa che fa parte del suo lavoro.
"Fenoglio rimase in silenzio. Era l'indagine dei sogni. Tutto perfetto, tutto che si incastrava come in un rompicapo risolto. E allora perché quel disagio. Perché quella sensazione indistinta? Come una parola che hai sulla punta della lingua. Come un odore lieve, sospeso nell'aria, a cui non sei capace di dare un nome".
Pietro Fenoglio è più Maigret che uomo d'azione: lo si capisce dal modo con cui parla con le persone con cui ha a che fare per il suo lavoro. Che siano i suoi collaboratori, imputati, delinquenti, confidenti o assassini rei confessi. La stessa umanità, lo stesso rispetto.
La stessa capacità di intuire i pensieri della persona che ti trovi di fronte da uno sguardo, un'espressione, una battuta.

Ma ha anche un'altra dote, che lo rende unico e prezioso nell'universo degli investigatori (di carta si intende): il maresciallo dei carabinieri Fenoglio è una persona capace di osservare le note dissonanti.
Anche nei casi apparentemente più fortunati. Come quello che gli capita tra le mani.
Un signore di mezza età ucciso con una coltellata nel suo appartamento.
Un caso che è il sogno di ogni poliziotto o carabiniere: l'assassino che lascia delle tracce da cui ricavare delle impronte. Una testimone un po' pazza che ha incrociato l'assassino, saprebbe riconoscerlo e ha pure preso il numero della targa.
Cosa volere di più?
Ottimo, quando un'indagine prende un'accelerazione cosí immediata e rapida. Però il rischio, in questi casi, è di mettere a fuoco una cosa soltanto, e di tralasciare ogni altro dettaglio, che magari è importante o addirittura decisivo. E lí c'era qualcosa fuori posto, che non era riuscito a identificare. Un'incoerenza, un elemento dissonante. La dote fondamentale dello sbirro è proprio questa, Fenoglio lo aveva sempre pensato. Andare alla ricerca delle discontinuità, delle note dissonanti
Percepire quello che agli altri sfugge: i piccoli oggetti mancanti, le posture innaturali, i gesti forzati, i lievi affanni, i rossori, gli sguardi che sfuggono o indugiano troppo. Chi c'è e invece non dovrebbe esserci; chi va piano e invece dovrebbe andar veloce o chi va veloce e invece dovrebbe andar piano; chi si guarda attorno o chi sembra non guardare nulla; la loquacità eccessiva oppure il mutismo. Le regolarità alterate oppure esasperate. Le presenze o le assenze, come nel suo racconto preferito di Sherlock Holmes, silver Blaze”.
Il morto si chiamava Fraddosio e, grazie alla testimonianza della vedova Cassano in Lattarulo, i carabinieri arrivano ad arrestare Nicola Fornelli, figlio di un commerciante: era lui la persona che è salita in macchina dopo aver incrociato la testimone, con uno strano sacchetto in mano.
Tutto semplice, forse anche troppo: ma allora perché quella sensazione che ci sia qualcosa di stonato in tutta la storia?
"Fenoglio rimase in silenzio. Era l'indagine dei sogni. Tutto perfetto, tutto che si incastrava come in un rompicapo risolto. E allora perché quel disagio. Perché quella sensazione indistinta? Come una parola che hai sulla punta della lingua. Come un odore lieve, sospeso nell'aria, a cui non sei capace di dare un nome".
Ecco, è proprio questa sensazione che spinge il maresciallo, e i suoi collaboratori, ad andare avanti con le indagini. Perché c'è qualcosa che non ritorna in questa soluzione. Perché il ragazzo avrebbe dovuto uccidere Fraddosio che, si scopre poi, faceva pure prestiti a strozzo?
Perché il ragazzo si rifiuta di rispondere alle domande, trincerandosi in un silenzio, come se volesse proteggere qualcuno?
È qui che il nostro protagonista dimostra le sue doti di investigatore: la capacità di dubitare e di non affezionarsi ad un'ipotesi. E il saper guardare le cose da un punto di vista diverso.
- Per cercare di ricostruire cosa è successo nel passato dobbiamo immaginarci una sequenza di fatti. Cioè, appunto, una storia. In altri termini: come potrebbero essere andati i fatti. Una storia plausibile deve includere gli elementi che abbiamo già e deve essere verificata attraverso le ricerche di nuovi elementi. [..]
- C'era un magistrato con cui ho collaborato per anni. Mi ha insegnato un sacco di cose, ma due in particolare hanno cambiato il mio modo di fare il lavoro.
- Quali?
- Una è quella che ti ho appena detto. Per risolvere i casi complicati bisogna essere capaci di ricostruire una storia, partendo dagli indizi disponibili, che contenga una spiegazione plausibile di tutti gli elementi che abbiamo. Ci vuole una certa dose di fantasia ed è un lavoro simile a quello di uno scrittore. Una volta costruita questa storia, che è, in sostanza, un'ipotesi su come potrebbero essersi svolti i fatti. Bisogna andare alla ricerca delle conferme. [..]
La cosa peggiore che può fare un investigatore è innamorarsi della propria ipotesi, ignorandone le debolezze ed evitando deliberatamente di vedere gli elementi che la contraddicono”.
Sentiremo ancora parlare del maresciallo Fenoglio, magari in una nuova indagine a fianco dell'avvocato Guerrieri.

La scheda del libro sul sito di Einaudi.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.

07 gennaio 2014

Presa diretta - morti di stato

“Quando i casi Aldrovandi si moltiplicano, non si tratta più solo della sorte di singole famiglie: è in gioco la democrazia”.
Queste le parole con cui si è aperta la prima inchiesta della nuova serie di Presa diretta: un'inchiesta sulle vittime della violenza delle forze dell'ordine. Non una puntata contro, ma a favore di chi indossa con onore la propria divisa, rispettando la Costituzione: un lavoro oggi ancora più difficile, poiché spesso la polizia è il muro su cui si scontra la rabbia della gente contro la cattiva politica.

Ecco allora che è giusto ricordare ancora questi casi, di ragazzi con problemi sociali, di tossicodipendenza, che una volta finiti nelle mani dello stato, hanno subito violenza.
Federico Aldrovandi
Riccardo Rasman
Giuseppe Uva
Paolo Scaroni
Stefano Gugliotta
Luca Morneghini
Michele Ferrulli
Tommaso De Michiel
Stefano Cucchi

Tutte storie con diversi tratti in comune, come il fatto che le vittime erano persone deboli, che lo stato dovrebbe proteggere di più.
Ma c'è di peggio: i poliziotti o i carabinieri che hanno compiuto quei gesti non hanno quasi mai pagato. E' difficile portare avanti questi processi per violenza, perché ci si scontra coi depistaggi, compiuti dalla stessa polizia difesa di se stessa. Della reticenza, dei non so e non ricordo. Della mancanza di collaborazione. I familiari delle vittime lasciati soli, testimoni che si mettono paura, di dover puntare il dito contro le divise.
A vedere morire Aldrovandi sono stati in tanti, ma al processo ha testimoniato solo una ragazza extracomunitaria (nonostante ogni anno dovesse rinnovare il permesso).
Sono processi più difficili di quelli di mafia, sostiene l'avvocato Anselmo che ha seguito diversi di questi casi: l'omertà, il muro di gomma anche la fanno da padrone.

“Quelli che dovevano indagare sulla morte di Federico sono gli stessi che hanno depistato le indagini”, ha spiegato l'avvocato. Queste storie "mettono in discussione il rapporto tra magistratura e forze dell’ordine".

E i colpevoli, anche se vengono condannati, rimangono in servizio, o vengono sospesi per pochi mesi. Come gli agenti responsabili della morte di Federico.
Come il papà dei ragazzi De Michiel, ispettore di polizia, come della polizia erano le persone che hanno picchiato i figli. Per la sua denuncia, Walter De Michiel è stato sospeso.

I casi citati hanno seguito una certa piega, a favore delle vittime (anche se non c'è stata vera giustizia) solo perché ci sono stati dei video: immagini che hanno sbugiardato la tesi difensiva delle forze dell'ordine.
Se fosse per gli agenti, per i loro dirigenti, per il corpo, si tratterebbe di autolesionismo, di comportamento impeccabile, a norma di legge.
Nonostante le perizie, le foto, le immagini.

La puntata di ieri ha parlato di un problema della nostra democrazia: come ha spiegato il senatore Manconi, priorità per uno stato democratico è avere una polizia democratica.

Iacona ha intervistato il prefetto Marangoni, sul tema della sicurezza: il prefetto sta seguendo una commissione sulle "buone pratiche" della polizia, per evitare proprio questi tragici casi.
Non è favorevole all'identificazione degli agenti, come il ministro: ma sarebbe d'accordo all'uso di telecamere, sia addosso alle persone, che nei luoghi dove avvengono i fermi e le identificazioni.
Il prefetto ha fatto un buon auspicio, per la polizia democratica che dovrà essere: "vogliamo che la nostra casa, sia la casa di cristallo".

Speriamo che la volontà politica sia proprio questa: anziché investire in braccialetti, nella formazione degli agenti, nelle cura del loro disagio, nell'ascolto dei loro problemi, affinché non esplodano contro persone in stato di fermo.

Il link alla scheda della puntata

17 dicembre 2013

La sicurezza

Oggi il CDM delibererà la scarcerazione di 3000 detenuti (per rispettare ciò che l'Europa ci chiede sul tema delle carceri): a molti di questi verrà applicato il braccialetto elettronico.
Un gioiellino che costa allo stato italiano 9 ml di euro /anno (per i 2000 braccialetti): la convenzione con Telecom è stata approvata nel 2011 (nonostante gli scarsi risultati) dal ministro Cancellieri (e il figlio lavora proprio in Telecom).
MAURO ALBERTO MORI – PORTAVOCE MINISTRO CANCELLIERI
Se mi chiami ci mettiamo d’accordo e facciamo la domanda.
CLAUDIA DI PASQUALE FUORI CAMPO
Abbiamo chiamato, scritto e atteso, inutilmente. Certo di pensieri deve averne avuti tanti in queste settimane. Anche per quel figlio, Piergiorgio Peluso, entrato come top manager a Telecom proprio alcuni mesi dopo la firma della nuova convenzione da 500 milioni di euro, che includeva anche i braccialetti elettronici. Fastweb però ha fatto ricorso e le hanno dato ragione. Per una commessa del genere bisognava pubblicare un bando. E ora nell’attesa della sentenza della Corte di Giustizia Europea, Ministero dell’Interno e Telecom devono sborsare a Fastweb una cauzione di ben 26 milioni di euro. 
L'inchiesta di Claudia di Pasquale, per Report ("Siamo sicuri?") ha parlato proprio del comparto sicurezza: come vengono spesi i soldi in questo comparto dal Viminale?


Chissà cosa ne penseranno quegli agenti che in questi giorni erano in piazza a difendere il palazzo: sapere come vengono spesi i soldi per la sicurezza.
Gli appalti finiti a Finmeccanica (di De Gennaro) per le telecamere (che poi non funzionano).
La videosorveglianza, l'appalto per il Cen a Napoli, il numero unico per la sicurezza (il 112).


Siamo l'unico paese in Europa a non avere ancora un numero unico per le emergenze. Se chiami il 112 rispondono spesso solo i carabinieri. E se ci sono le emergenze sono i cittadini a pagare, per le linee intasate.


C'è una sperimentazione in Lombardia, affidata ad una azienda “vicina” a Maroni e alla Compagnia delle Opere. Un caso?


L'inchiesta ha parlato dell'appalto Tetra, per la comunicazione tra volanti e centrale: un sistema vecchio che talvolta non funziona, ma che è costato 4 miliardi di euro (per Finmeccanica).


Mentre in Spagna la “guardia civil” è riuscita ad ottenere la possibilità di riunirsi in sindacato, qui da noi i carabinieri rimangono un corpo militare separato, senza sindacati (se si esclude il Cocer).
Troppe forze dell'ordine, poca integrazione e anche molti tagli alle risorse nel comparto sicurezza.
Sono 4 miliardi di euro negli ultimi anni, e le percentuali dei reati aumentano.
Ma se chiedi al ministro della difesa, che è pure cattolico, ti risponde che lui è contrario alla smilitarizzazione dei carabinieri.


E sono gli stessi politici che poi dicono che non bisogna abbassare la guardia contro le mafie e la criminalità.
MILENA GABANELLI IN STUDIOE i carabinieri e la guardia di finanza, stipendio 1.300 euro al mese, quando vanno in missione devono anticiparsi le spese.Adesso il ministro Alfano ha detto che aumenterà i fondi per sicurezza, ci fa piacere, speriamo anche che li spendano meglio.Negli ultimi 4-5 anni sono stati tagliati al comparto sicurezza quasi 4 miliardi di euro. A Bologna, ultimo dato disponibile, le rapine in abitazione sono aumentate del 47%, a Milano del 73%, a Palermo i borseggi sono in crescita del 66%, mentre gli omicidi del 250% e a Roma del 43%. Però il braccialetto elettronico lo abbiamo pagato, lo stiamopagando come un rolex d’oro tempestato di diamanti. La convenzione rinnovata con Telecom per 7 anni che ha come padrino il ministero dell’interno quando ministro era la Cancellieri, la corte dei conti ha scritto: “è una convenzione antieconomica e inefficace” che avrebbe dovuto essere discussa con il ministro della giustizia. Non c’è problema, perché il ministro della giustizia adesso è sempre la Cancellieri, che non potrà che essere d’accordo con se stessa. Poi la gente si arrabbia…perché poi è anche inevitabile che questo spreco finisce in stipendi faraonici per parenti, figli, amici.

Il link dove rivedere l'inchiesta di Claudia di Pasquale