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18 giugno 2026

Morte e miracoli del numero 3 di Franco Vanni

 

Tuono in accelerazione, ruggito in frenata. «Questa è facile! Nove!» urla uno dei ragazzini aggrappati alla rete. Il bolide ancora non si vede, ma si sente. Sgasa sulla provinciale fra i campi coltivati, dietro a un magazzino.

Tornano le indagini del giornalista Steno Molteni, cronista di nera per “La notte”: figlio di un maresciallo dei carabinieri anziché l’arma, ha scelto la strada del giornalista per combattere, a modo suo, con armi diverse, il crimine. Strano cronista, Steno: la sua dimora è una camera dell’Albergo Villa Garibaldi, dove è ospitato grazie all’amicizia col signor Barzini, portiere. Si muove per Milano e fuori città su una Maserati Ghibli degli anni ’70 di un amico. Alla guida Alberto, un clochard amico suo. Come amico suo è l’assistente capo Raffaele Cinà, compagno di studi e fonte riservata per i suoi articoli.
Come quello che si appresta a scrivere per l’investimento di una giovane promessa del calcio lariano:

«Asa è uscito dal campeggio, stava attraversando la strada, la macchina l’ha preso in pieno. Ecco quello che ho visto. Tutto qui.» La ragazza mastica il chewing-gum.

Asa Ba, maglia numero 3 al Veniano Calcio, serie D: per chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare, un fuoriclasse, si vedeva che era di un altro pianeta rispetto agli altri calciatori in campo. Doveva andare a giocare nel Como, appena sbarcato in serie B, gli osservatori della squadra lariano avevano messo gli occhi su questo ragazzo proveniente dal Senegal, ospitato dalla zia Amina, a Bulgarograsso. Se non fosse stato investito da una macchina mentre attraversava la strada uscendo da un camping village poco fuori Milano, dove era stato da una sua amica, Martina, unica testimone dell’incidente. Una macchina, scura, forse vecchia, che l’ha preso e se ne è andata via.

Il solito pirata della strada: prima o poi li prendiamo – racconta alla zia l’assistente Cinà, detto “scimmia” dagli amici per il suo aspetto (braccia lunghe, gambe corte ..).
Così, mentre Cinà raccoglie i pochi dati per l’indagine, l’amico Steno se ne va a Veniano, un paesino a metà tra Como e Varese, vicino alla Pinetina dove si allena l’Inter, per raccogliere qualche testimonianza dall’allenatore di Asa Ba, dai suoi compagni di strada. Uno, in particolare lo colpisce: un ragazzino coi capelli rossi che ha una vistosa fasciatura alla mano. Qui sta l’istinto del cronista, individuare da certi dettagli quella che può essere una fonte per la sua storia.
Asa era diverso negli ultimi tempi: a preoccuparlo c’erano dei video, che erano girato anche nelle chat dei compagni di squadra.

«Quella storia dei video non lo faceva stare tranquillo», riesce finalmente a dire Canelo. I video. Al plurale. Steno involontariamente spalanca gli occhi. «I video? Quindi ce n’era più di uno?» «Sì. Lui stava con questa tipa. »
La tipa è proprio Martina, in arte Martina Doll, una “content creator” come si dice oggi, un modo per definire il suo lavoro, produrre video hard per i suoi fan che pagano per vederli.

Contemporaneamente, Sabine, la fotografa de “La notte”, nonché ex compagna di Steno, viene mandata al paesino di Asa per scattare qualche foto e magari raccogliere qualche informazione che possa essere utile per il giornale, per Steno, con cui ora è difficile parlare come se nulla fosse dopo la fine del loro rapporto ..

Poco alla volta vengono fuori piccoli particolari, rivelazioni, che mettono quell’incidente su una luce diversa. C’è la questione dei video, girati dal cellulare di Asa e che qualcuno aveva fatto girare. C’è la storia dell’assicurazione sulla vita che la procuratrice del calciatore racconta a Steno. E poi l’intervista di Asa a Liborio Smriglio, vecchio cronista de “La Provincia di Como”, una specie di istituzione sul calcio lariano.

Dietro la morte di Ba c’è qualcosa di molto più grosso che lega assieme la parte peggiore del mondo dei tifosi del calcio, i viaggi della speranza delle giovani promesse cresciute nei paesi africani che sperano di sfondare nel calcio in Italia e che poi si ritrovano alla mercè di procuratori con pochi scrupoli

Quanti mendicanti, spacciatori e ladruncoli sono arrivati in Europa con il miraggio di un futuro nel calcio. Quanti giovani uomini hanno vissuto nella miseria e nella menzogna, a migliaia di chilometri da casa..

L’indagine sull’ennesimo pirata della strada si trasforma così in qualcosa di molto più grosso, e pericoloso per Steno, Sabine e l’amico Cinà: un’indagine che mette assieme la passione per il calcio con i viaggi della fortuna dall’Africa, col lato oscuro di internet, i troll usati per manipolare l’opinione pubblica o per minacciare o ricattare persone finite nel loro bersaglio.

In questo noir, dove non mancano i riferimenti a personaggi reali (come il grande Gianni Brera), Franco Vanni ci racconta il lato oscuro e opaco del calcio, un mondo che per qualcuno significa solo soldi mentre per altri, i più sfortunati, è invece una forma di riscatto per trovare il suo posto in questa società dove ancora il colore della pelle è una forma di discriminazione.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi
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05 luglio 2022

La mantide, di Gianluca Ferraris

 


«Vuoi dormire qui?»
«Preferisco andarmene subito.»
«Non vuoi neanche un bicchiere d’acqua?»
«È tardi.»
«Sono soltanto le due.»
«A Tokyo è mattina già da un bel po’.»
«Un’altra conference call?»
«Esatto.»
«Il tuo lavoro fa schifo.»

Un uomo e una donna che hanno appena fatto l’amore, senza obblighi, senza pensare al domani, solo per il piacere di farlo. Sono due adulti, un chirurgo e una manager di un’azienda di investimenti che si sono conosciuti su Tinder, l’app per incontri. Lei, deve andarsene, il lavoro certo, quando lavori con persone in tutto il mondo, non c’è mai un momento di riposo. Lei se ne va chiudendo la porta senza il giro di chiave. Così, quando lui, rimasto sotto le coperte avverte la presenza di qualcuno in camera pensa che sia lei che è tornata.
No, non è lei: è un’ombra che, con un coltello in mano, inizia a colpirlo al volto e al corpo

L’ultimo pensiero che il suo cervello formulò, prima di smettere di pompare ossigeno, fu che aveva tanta sete.

Inizia così, senza troppi preamboli, la seconda indagine dell’avvocato Ligas, creatura letteraria di Gianluca Ferraris e che purtroppo sarà anche l’ultimo: ci ha lasciato questo marzo, mentre stava completando proprio questo romanzo, che ha potuto vedere la luce grazie al lavoro dell’amico giornalista (e scrittore) Franco Vanni.
Abbiamo perso una grande scrittore, lo scrivo con maggiore convinzione dopo questo suo secondo libro (il primo si intitola "I perdenti" Piemme editore) dove, attraverso il meccanismo del giallo, dell’indagine portata avanti da questo avvocato alle prese coi suoi problemi personali (la separazione, il bere), scava nella mente dei suoi personaggi, facendo emergere le ferite dell’anima, che possono poi sfociare nel dramma, nella vendetta, nella violenza. E poi lo sguardo, disincantato, sulla sua Milano, quella dei “perdenti”, come si intitolava il precedente libro e quella della Milano operosa, degli impiegati che lavorano nei grandi palazzi, “formichine impegnate a mantenere il mito di efficienza della capitale economica d’Italia”.
In uno di questi lavora Vanessa Fagnani, vice presidente di un’azienda di investimenti: era lei la donna che, quella sera, aveva lasciato nel suo letto il chirurgo Francesco Colombo.

Tramite la sua segretaria, Vanessa contatta Ligas per una consulenza, per un supporto legale: lei è stata l’ultima persona, oltre quell’ombra dell’assassino, ad aver visto Colombo.

«La dottoressa Fagnani, che come le dicevo è una nostra importante dirigente, ha bisogno di un parere legale.» Un’altra pausa. «Con molta urgenza.»

C’è da preparare una linea di difesa, perché la procura ha già convocato la manager come testimone informata dei fatti; c’è da gestire i rapporti con la stampa, che su un omicidio come questo si getterà a capofitto (dopo che qualche manina avrà fatto trapelare il nome di Vanessa come probabile assassina). Un delitto nella Milano bene, con un’assassina che sceglie le vittime tramite Tinder, single e bella .. tutti gli ingredienti per solleticare la pancia della gente.
Ma Ligas è ancora capace di fare il suo mestiere: nonostante il bere (rimedio ai cattivi pensieri), nonostante il fatto che la sua ex moglie è ora a Lugano e vede la figlia meno spesso, nonostante i rapporti coi soci dello studio non siano idilliaci.

Nonostante la stessa Vanessa, che non sembra sconvolta dalla morte, che pare voler nascondere qualcosa, sul suo passato

«Nel mio passato non troverete niente.»
«Curioso», osservo. «È già la seconda volta che me lo dici.»
Con l’aiuto della sua hacker di fiducia, Daniela, l’avvocato Ligas troverà una traccia che apre una breccia nel fronte dell’accusa. Forse Vanessa Fagnani, non è l’assassina, forse esiste un modo per spiegare come mai le telecamere non hanno uscire nessuno dal palazzo, quella notte.. Forse la procura si è sbagliata e ora deve trovare una nuova pista per l’omicidio.

Tutto finito per Vanessa? Le accuse, il peso nel trovarsi dentro i meccanismi della macchina della giustizia, il circo mediatico e le accuse a mezzo stampa dove non puoi difenderti ..

Vanessa, purtroppo, corrisponde in pieno all’identikit. Costruire la sua corazza da manager tutta d’un pezzo, virago irascibile e mangiatrice di uomini dev’esserle costato tempo..

No. Non sarà così.
L’autore lascia qual è là, sparsi del racconto, degli indizi che potrebbero essere di aiuto per capire le ragioni di quelle morti. Una brutta storia di violenza avvenuta tanti anni prima.. in quel passato che Vanessa tiene così nascosto, persino al suo avvocato, con cui invece inizia una “strana” relazione, in cui Ligas non è ancora pronto a gettarsi.

Ci sarà ancora spazio per diversi colpi di scena, fino a quella scoperta finale, con un bluff da giocatore di poker, che porterà Ligas di fronte alla verità. Una storia di rancore mai sopito, di astio nei confronti della vita che ti ha tolto tutte le possibilità. E di vendetta.

La nebbia per Milano è come il sole per Napoli o il mare per Genova: è qualcosa in cui perdersi per ritrovarsi, un mantello che ti avvolge a tradimento e ti fa venire voglia di stringerti a chi hai vicino.

Che peccato che questo sia l’ultimo romanzo con Lorenzo Ligas, una volta uno dei migliori penalisti di Milano, che non nasconde nulla al lettore di quello che è diventato oggi, dopo la separazione: l’alcool, gli appuntamenti via app, la fatica a guardarsi allo specchio. E quel lavoro da avvocato che è l’ultimo appiglio per non scivolare verso il basso..

Attraverso il suo sguardo ci ha raccontato di Milano, la città dalle mille facce, quella del centro dove gli impiegati in pausa pranzo affollano bar e ristoranti in cerca di insalatone e piadine.

Quella dei quartieri periferici che hanno cambiato nome, Nolo, senza aver cambiato faccia e pelle.

Abbiamo visto dal di dentro come funziona la giustizia, le dinamiche tra avvocato e magistrati, le dinamiche con la stampa.

Tanti auguri, Lorenzo Ligas.

La scheda sul libro di Piemme editore

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08 marzo 2019

La regola del lupo di Franco Vanni



Più di ogni cosa, detestava la pianta di glicine. Con gli anni era arrivato a odiare tutto quello che un tempo lo aveva reso felice, mattino dopo mattino, nelle sue uscite di pesca. Il fruscio dell'acqua nera sullo scafo della barca. Il vento leggero dell'alba, che spazzava via l'oscurità. La vista del porticciolo che si allontanava, e degli alberi secolari protesi sul lago come volessero specchiarsi sulla superficie.

Un compleanno sul lago in barca che si trasforma in tragedia quando, nell'aria silente del mattino l'ideale per pescare, due colpi di pistola ravvicinati squarciano il silenzio. Un uomo che cade riverso su un canotto legato ad una barca, al largo del porticciolo di Pescallo.
«Proprio nel momento in cui il glicine entrò nel paesaggio, sentì il primo scoppio. Un colpo secco e senza corpo. Uno sparo di pistola. Poi l’incomprensibile urlo di un uomo. Quindi il secondo colpo, simile al primo.»

Steso sul fondo di un canotto si trova il corpo di Filippo Corti, che ora avrà poco da festeggiare essendo stato ucciso con un colpo alla testa: del delitto si occupa il maresciallo Salvatore Cinà, luogotenente della stazione carabinieri di Bellagio nota località turistica, in mezzo ai due rami del lago di Como.
Cinà è un maresciallo all'antica, carabiniere fin nei capelli: catanese trapiantato da anni in riva al Lago, senza alcuna simpatia per le investigazioni della scientifica e per il pesce di lago.
Ma con ancora minor simpatia per i giornalisti, che tiene bene alla lontana e per i poliziotti.
Ma a volte il destino è crudele, perché suo figlio è proprio quel Raffale Cinà poliziotto e miglior amico del giornalista Steno Molteni: bellagini tutti e due, compagni di gioventù e ora entrambi trapiantati a Milano.

Ne La regola del lupo, secondo romanzo del giornalista Franco Vanni, ritroviamo tutti i protagonisti del suo primo romanzo (Il caso Kellan), in un racconto che ha una cornice nuova, sia dal punto di vista temporale che dei luoghi: l'azione si svolge in un continuo avanti e indietro nel tempo e in un continuo cambio di scena, tra Milano, la città dove aveva vissuto il morto, Filippo Corti, rampante manager nel settore delle energie rinnovabili. E Bellagio, dove si svolgono le investigazioni dei carabinieri.

Diceva Agata Christie che in un delitto in una stanza chiusa, l'assassino è il maggiordomo: su una barca in mezzo al lago, isolata rispetto alla terraferma, il ruolo del maggiordomo lo può assumere solo uno dei tre amici di Filippo, presenti anche loro sulla barca per quel compleanno.
Tutti e tre avevano dei motivi di rancore contro la vittima: Andrea Castiglioni perché Filippo gli aveva portato via con l'inganno la villa di famiglia in via Mozart e anche un posto nella sua famiglia, di ricchi indistriali.
Marco Michelini, avvocato, perché in modo anche meschino, Filippo gli aveva fatto saltare la carriera di tennista professionista tanti anni prima, nonché l'amore di Priscilla, la terza persona sulla barca, che Filippo gli aveva portata via su un canotto sulle acque del Danubio in una vacanza a Vienna.
A Priscilla Filippo aveva portato via qualcosa di molto prezioso, lasciandola sola in un momento delicato della sua vita.
Ok, uno dei tre è un assassino, ma chi dei tre? E se si fossero messi d'accordo per fare un tranello all'ex amico?
«Aspetta, prima osservali da qui, poi ci parliamo. Guardare le persone è importante per capirle», disse il vecchio maresciallo.

E' compito del maresciallo Cinà capire la dinamica dell'omicidio, scoprire chi è (o chi sono) l'assassino (o gli assassini), andando ad ascoltare uno per uno i tre testimoni del delitto, cercando di carpirne le incongruenze nei loro racconti.
Lasciarli parlare, senza fare troppe pressioni ma senza aspettare troppo tempo:

«Perché alle persone, se le lasci in pace, viene più voglia di parlare. È come con le vongole, che dopo qualche ora in ammollo nell’acqua aprono il guscio e sputano la sabbia»

I racconti dei tre amici, o ex amici, di Filippo Corti, permettono al maresciallo di capire chi fosse quel quarantenne brillante e ricco, che da figlio dell'ex portinaia di casa Castiglioni era diventato manager di fiducia del patron, il signor Rocco Castiglioni.
«Questa mattina hanno ucciso un uomo a Bellagio. Hanno trovato il cadavere sul tender di una barca a vela fuori dal porticciolo di Pescallo.»

A chilometri di distanza, un'altra persona sta portando avanti una sua indagine, sempre su Filippo Corti: è Steno che, per le sue origini bellagine, viene incaricato di scrivere alcuni articoli per il suo giornale sulla vittima e sul delitto. Ascoltando le persone che gli erano accanto, come Matilde la cameriera della sua casa in via Mozart, ripercorre le tappe della vita del Corti: quando era solo il figlio della portinaia di casa Corti, l'amicizia col figlio dei signori Corti, Andrea, gli anni di scuola assieme.
.. cominciò a raccontare la storia di come Filippo Corti, figlio della portinaia dello stabile, era arrivato a comprare l’enorme casa padronale del suo unico vero amico d’infanzia, Andrea Castiglioni.

Una vita scandita da alcuni episodi che hanno cambiato la vita di Filippo e delle persone che gli stavano accanto: l'episodio del cane e del bullo della scuola, la partita a tennis in cui Michelini dovette rinunciare al tennis, la gita a Vienna...
Vivevano in un mondo fantastico di cui solo loro tre – Andrea, Filippo e Marco– avevano le chiavi. Un regno in cui i coetanei potevano essere inclusi o esclusi secondo il loro capriccio.

Finita l'epoca delle feste e del divertimento, le loro vite iniziarono a prendere strade diverse: Filippo, che non era più il filippino, il figlio della portinaia, aveva conquistato passo dopo passo, una posizione sempre più alta dentro quella famiglia e poi anche dentro l'azienda di famiglia.

In un flash back avanti e indietro nel passato, scopriremo perché quei tre ragazzi, giovani e belli, si erano persi di vista per anni. Fino a quella cena, organizzata da Filippo, che aveva proposto loro di festeggiare i suoi quarant'anni sul lago. Come una volta.

Un delitto, due colpi di pistola, tre sospettati con più di un motivo per detestare (se non peggio) quella persona. Ma chi è l'assassino?
Steno riuscirà a scrivere il suo articolo in tempo? E il maresciallo Cinà potrà chiudere la sua carriera nell'arma con la soluzione del caso?
Quei due colpi, di cui uno sparato dall'alto e l'altro sparato dal morto, quel grido lanciato prima di morire “lo sapevo” ...
A proposito, perché come si è meritato il soprannome di lupo, Cinà?
Da settimane alla stazione dei carabinieri di Bellagio arrivavano segnalazioni di vacche e animali da cortile aggrediti durante la notte.

Un lupo che faceva strage di pecore e mucche? No, un predatore più temibile,
«Non c’è lupo abbastanza forte da sopravvivere a un branco di cani», sentenziò, in tono definitivo.
«È questa la sua famosa regola?» domandò Sala.
Cinà annuì.

Attenzione, ho già detto che questo è un romanzo assolutamente inedito come forma: non aspettatevi una soluzione facile, il finale vi lascerà sbalorditi (e va fatto tanto di cappello all'autore Franco Vanni per la scelta).
Esiste una verità dei fatti? Oppure esistono diverse verità, a seconda di chi è lo spettatore dei fatti?
Buona lettura e, se vi capita, andate anche voi a farvi un giro a Pescallo, magari incrocerete anche voi Steno e la sua amica, la bellissima fotografa Sabine.

La scheda del libro sul sito di Baldini e Castoldi
L'intervista a Franco Vanni su Milanonera
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31 ottobre 2018

La passione per il delitto (2018) Ore 15.00: tre gialli per tre giornalisti

Franco Vanni,Paolo Moretti,Paolo Colonnello e Manuela Lozza


Tre giornalisti che raccontano di omicidi, intrighi e misteri da risolvere: ha moderato l'incontro una scrittrice prestata al giornalismo, Manuela Lozza, in una specie di scambio dei ruoli.

Paolo Colonnello e Antonio Aloni, Operazione Mercurio, Sem

Il commissario Maki Markaris ha due grandi passioni: il mare e la caccia al polpo, che conserva nel congelatore dei reperti organici del commissariato di Chania, sull'isola di Creta. Markaris però ama anche il raki, l'acquavite ottomana al profumo di anice, e le dee. Proprio come Afroditi, la giovane archeologa rimasta orfana di un padre che custodiva il segreto più straordinario di quell'isola.

Paolo Moretti, La bambina che disegnava i draghi, GoWare

Non furono le onde o il movimento del peschereccio a rischiare di far cadere un marinaio esperto come lui. Bensì ciò che vide tra quelli che sembravano stracci gettati nell’oceano: gli occhi sbarrati di una bambina. Un corpo trovato nelle acque della Manica. Un tubetto di vernice e un pennello come unici indizi per identificare la vittima. Un cronista curioso e fuori dagli schemi che, con l’amica fotografa, si appassiona al caso.

Franco Vanni, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi

Milano, oggi. Steno Molteni, giornalista di ventisei anni, scrive per il settimanale di cronaca nera «La Notte». Vive nella stanza 301 dell'Albergo Villa Garibaldi, dove la sera lavora come barman. Guida una Maserati Ghibli del '70. L'amico Scimmia, poliziotto alla Squadra Mobile, gli fa sapere che Kellan Armstrong, figlio diciannovenne del console americano, è stato ucciso in circostanze misteriose.

Paolo Colonnello e Antonio Aloni, Operazione Mercurio, Sem

Si è partiti da Paolo Colonnello e dal suo romanzo ambientato a Creta in due epoche storiche, con un richiamo al periodo della Grecia antica. “Ma la trama è semplicissima però” – ha assicurato l'autore: “è una caccia al tesoro e si ispira al personaggio di Indiana Jones”.
Il romanzo è stato scritto assieme al dottor Aloni, che aveva casa a Creta e che è venuto purtroppo a mancare: Creta è una delle culle della nostra civiltà, terra di conquista da arabi, egiziani e da ultimi dai nazisti.
I cretesi sono come i corsi e i sardi: li puoi conquistare per un certo tempo, puoi conquistare la terra ma non la loro anima.
Sanno essere persone aperte ma sanno mantenere la loro identità, che si rafforza col mescolarsi dei popoli.
E' un romanzo con tanti personaggi, ispirati dalle mie letture, con la volontà di farli aderire alla mitologia greca: la bella archeologa che si chiama Afrodite ed esce dal mare per irretire il commissario e il suo vice.
C'è anche una dea meno buona, e poi il commissario, ispirato ad Aloni.

Paolo Moretti, La bambina che disegnava i draghi, GoWare

Il romanzo parte con la scoperta del corpo di una bambina, trovato da un pescatore: la scelta del luogo in cui ambientare la storia è legata al fatto che ho visitato quei posti, la costa francese e quella inglese della Cornovaglia, durante una vacanza.
Più che scoprire chi ha ucciso la bambina, il cui corpo non viene reclamato da nessuno, mi interessava raccontare chi fosse stata, la bambina.
C'è una giornalista fa una sua inchiesta, parallela a quella della polizia, per rispondere a queste domande e che si trova a lavorare in un luogo che non conosce, dovrà fare lo sforzo per conquistare la fiducia delle persone che incontra.

Paolo ha raccontato dei suoi esordi come giornalista, quando ha cominciato a lavorare nella radio, per Radio Popolare: il passaggio alla scrittura deriva dalla necessità di voler raccontare la realtà, come quella di oggi con la sequela di episodi di razzismo.

Franco Vanni, Il caso Kellan, Baldini+Castoldi

Come nel precedente romanzo di Paolo Moretti, anche qui un giornalista che lavora per un settimanale che si occupa di crimini violenti: un cane sciolto, perché lavoro per un settimanale e non per un quotidiano. Muore il figlio dell'ambasciatore americano a Milano, una Milano giovane e immatura e coperta dalla neve.
Il protagonista, Steno Molteni, si deve muovere nel mondo dei "fighetta" milanesi, ragazzini viziati che sono descritti in modo molto urticante: è nato a Bellaggio e poi si è spostato a Milano, in un hotel dove ha una camera sua per le amicizie del padre portiere, e guida una Maserati Ghibli.
Il racconto parte dalla morte del figlio dell'ambasciatore in un posto che è luogo di incontro per omosessuali, il bosco vicino a Cadorna.
L'idea per il libro è nata da una telefonata vera ricevuta dall'autore di un ragazzo che raccontava di un'aggressione ricevuta da una banda che dava la caccia agli omosessuali.
"Queste cose non succedono nella mia città" ho pensato: mi aveva stupito che queste storie non venissero nemmeno denunciate, per la vergogna delle vittime.
Gli amici del morto sono i fighetta del centro: li ho raccontati in modo caricaturale, enfatizzandone gli aspetti negativi. In cui ho messo anche del mio, quando ero studente.

Anche Franco ha raccontato del suo lavoro come giornalista: scrivere per un giornale è diverso dallo scrivere un libro – ha spiegato - gli omicidi nella realtà non sono affascinanti, i grandi gialli nel mondo reale nascono da investigazioni nate male.
Nel romanzo si parla della preparazione del delitto, del progetto.

15 febbraio 2018

Il caso Kellan di Franco Vanni






Incipit
Fino a quando la ragazza non disse la prima parola, Steno Molteni fu convinto di essere solo nel letto. Poi lei parlò, spazzando via il dormiveglia e quell'idea sbagliata.
«Dove sono?» domandò.
«Nel mio letto», rispose Steno.
«Che ore sono?» rilanciò la ragazza.
Fuori c’era tanta luce. Per quanta luce possa esserci a Milano a inizio dicembre, con tutta quella neve che veniva giù.

Ci sono persone che, seppure incontrate da poco, per il loro carattere, per come ti parlano, dopo poco ti sembra di averle conosciute da sempre.
Questa è l'impressione personale dopo le prime pagine de Il caso Kellan, secondo noir del giornalista di Repubblica Carlo Vanni con protagonista Steno Molteni, cronista de La Notte: un buon giallo ambientato in una Milano sepolta dalla neve (una delle poche cose che differiscono dalla realtà) dove in una fredda mattina il corpo di un ragazzo viene scaricato davanti all'ospedale Fatebenefratelli.
Si scoprirà poi che il morto, Kellan Armstrong, è il figlio del console americano a Milano, e che è stato picchiato e poi portato in ospedale da due individui, poi scappati.
E' un omicidio che per gli agenti assegnati al caso è una bella patata bollente, per tutta l'attenzione rivolta sul caso, sia da parte dell'Ambasciata che del Questore (amico del console tra l'altro).

L’agente scelto Cinà Raffaele, detto Scimmia, era fermo immobile sul marciapiedi, di fronte all’ingresso dell’hotel.
Per questo l'agente scelto Cinà decide di chiedere aiuto al vecchio amico Stefano Molteni, detto Steno.
Un giornalista che scrive di cronaca nera per il settimanale La notte, un laghee di Bellaggio, trapiantato a Milano e ora domiciliato all'hotel Villa Garibaldi, in una stanza che è diventata la propria casa, grazie all'amicizia del padre col portiere di questo albergo, l'imperturbabile signor Barzini.

Incontriamo Steno proprio in questa camera, reduce da una serata allegra con una ragazza, anche lei milanese di adozione (termine brutto, ma giusto per capirci), Sabine, eritrea ma milanesissima per essere cresciuta sotto la Madunina.
«Mamma mia», disse Steno senza volerlo. Era bella. Molto bella, anche più di come la ricordasse. Una di quelle sorprese che al risveglio dopo una notte con una conosciuta in discoteca non capitano spesso.
Il brusco risveglio arriva proprio dalla telefonata dell'amico poliziotto, Raffaele Cinà detto Scimmia, che gli chiede una mano.

« ...Ti prego, ti supplico, se scopri qualcosa prima di allora, dimmelo. Mio padre lo diceva sempre che tu le indagini le sai fare. Per me è importantissimo. Mi hanno messo su questo caso perché so l’inglese, ma mi cago sotto.»
Nonostante le sue particolarità (vivere in una stanza d'albergo, girare per Milano su una Maserati Ghibli degli anni '70), Steno è un (giovane) giornalista capace di fare il suo lavoro: sa come muoversi per Milano, sa a chi far domande, sa come mettere assieme i fatti e trovare una pista.
In cambio dell'esclusiva della notizia, da pubblicare nel prossimo numero de La notte, si mette a disposizione dell'amico e inizia così una sua inchiesta, non del tutto autorizzata, che parte dalle poche carte della relazione di servizio e dalle immagini delle telecamere notturne attorno all'ospedale.
Che porta ad una jeep russa, molto particolare.
Intrufolandosi nella stanza della dottoressa Tajani, il pm che segue il caso, riesce ad avere altre informazioni: la ferita alla nuca, probabile causa del decesso, l'auto che ha scaricato il ragazzo, poi dileguata via..

Steno riesce a ricostruire un contesto di quanto potrebbe essere accaduto quel freddo lunedì notte: una storia che parte da incontri clandestini di omosessuali, che si mettono in contatto tramite delle chat online, incontri che avvengono nella “buca”, il boschetto sotto il ponte della Ferrovia vicino Cadorna, in zona Triennale.
Steno entra in contatto con un signore, strano, con una cerata che non si toglie mai, che gli racconta di un'aggressione ad una coppia di ragazzi.
«Pare che qui nella buca ieri sera sia successo un bel casino», disse l’uomo con la cerata.
«Non che sia una novità, ma sembra che si siano menati. Almeno così dicevano oggi pomeriggio alcuni ragazzi in chat...»

Storia che gli viene confermata da un altro gruppo di ragazzi, che conoscono il giro di incontri attorno alla “buca”, che si ritrovano in un locale dedicato a Harvey Milk, un'icona per i diritti dei gay.
Grazie all'aiuto e alle foto di Sabine, girando per le strade innevate di Milano (e di Torino), arriverà ad una verità sulla morte di quel ragazzo, il caso Kellan, che poi troverà posto sul numero de La notte.
Steno tolse la giacca, si appoggiò alla scrivania di Roberto e raccontò tutta la storia dall’inizio: il figlio del console americano morto al Fatebenefratelli, la Lada Niva, la buca di notte, l’uomo con la cerata, il commercialista di Torino, gli Spazzini.
Ma, in parallelo all'indagine della polizia (e a quella di Steno), c'è un'altra indagine che il padre di Kellan, Liam Armstrong, affida ad un amico, all'apparenza un semplice cuoco del ristorante Hanoi in via Ugo Foscolo, zona Duomo, nella realtà qualcosa di più.
Han aveva imparato l’italiano a Milano, dove aveva vissuto quasi tre anni da ragazzo facendo l’aiuto cuoco all’Antica trattoria della Pesa. Aveva scelto Milano, e la Pesa in particolare, perché in quelle cucine aveva lavorato suo zio Ho.
Ho è Ho Chi Minh, che effettivamente è stato residente a Milano negli anni '20.

Questa persona si chiama Han e viene dal Vietnam, lì dove ha conosciuto il padre di Kellan, allora agente della CIA.
Partendo dal cellulare e dal portatile, che la famiglia non ha dato subito alla polizia, anche Han seguirà una sua pista coi suoi metodi: partendo dagli amici di Kellan, dell'alta borghesia milanese, arriverà anche lei a scoprire il giro di incontri attorno alla “buca” e ad un gruppo di omofobi estremisti che vanno in giro a picchiare i gay.
«Ok. Comunque non sono cinese, sono vietnamita.»
«Non cambia niente. Il nostro mondo si divide in due: Milano centro e tutto il resto.»

E pure ad una sua verità sul caso Kellan, che sarà difficile da accettare per la famiglia.
Perché alla fine si scopre che i propri figli, anche se li vedi tutti i giorni, forse non li conosci del tutto.
Ora Carlotta [la madre di Kellan] avrebbe dato qualsiasi cosa perché quel bacio Kellan glielo avesse dato davvero, non solo a parole. Perché lei non se lo ricordava l’ultimo bacio che le aveva dato il suo unico figlio. Non se lo ricordava.

Il caso Kellan avrà così una sua soluzione, anzi due soluzioni: quella che verrà rilanciata sui giornali e accettata da tutti (un altro “Tonypandy”), perché è la notizia che tutti vogliono leggere.
E quella vera, che in questo romanzo si intuisce solo o quanto meno che Steno arriva ad intuire e Han ad avvicinarsi.

In questo secondo suo romanzo, Franco Vanni conferma le sue doti di buon giallista: ben congegnata la trama, interessanti e non banali i personaggi, sia quelli principali sia quelli che rimangono sullo sfondo, come l'amico Alberto, un senzatetto che però ha conservato il suo orgoglio, nonostante le notti passate al freddo.

Un romanzo che conferma anche la natura multietnica di Milano, perché in fondo quasi tutti i protagonisti sono milanesi di adozione: lo è Sabine e lo sono Steno e Scimmia (l'amico poliziotto) che a fine libro faranno pace al termine di una gara sulle salite verso al Ghisallo, in Brianza, affacciandosi a quel quadro dipinto dalla natura che è il Resegone.

La scheda del libro sul sito di Baldini + Castoldi
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14 febbraio 2018

La storia del (non) massacro di Tonypandy – la storia che tutti volevano leggere

«Liam», disse Han, «tu lo sai cos'è un Tonypandy?»
Armstrong lo guardò più stupito che seccato. Scosse la testa.
«Un Tonypandy è un tipo particolare di storia vera», spiegò Han.
Liam sorrise. Carlotta non ebbe reazioni. Han diede la spiegazione che il console attendeva.
«Nel 1911, nella cittadina gallese di Tonypandy, i minatori scioperarono oer settimane. Uno sciopero duro, totale. I pochissimi lavoratori che cercavano di accedere alle miniere venivano insultati e umiiati, nel migliore dei casi. Le strade dekka cittadina erano costantemente agitate da picchetti, presidi e cortei in cui i minatori lanciavano pietre all'inerme polizia gallese. Dopo settimane, temendo che i disordini potessero dilagare in altre regioni, il primo ministro diede ordine al ministro degli Interni, che allora era Winston Churchill, di sedare la rivolta di Tonypandy. Churchill sapeva che se avesse represso troppo duramente quella rivolta, nuovi focolai di protesta si sarebbero diffusi in tutto il paese. Decise allora di mandare in Galles un gran numero di agenti disarmati, equipaggiati con ridicoli bastoni di legno lunghi come zucchine, giusto per fare cordone attorno al municipio ed evitare che fosse preso d'assalto. Bene, nel primo giorno d'intervento dei gendarmi inglesi, uno dei portavoce dei minatori in rivolta disse a un cronista del "Wales Observer" che i poliziotti di Churchill avevano sparato sulla folla dei lavoratori. Così il giorno dopo il giornale uscì con la notizia della sparatoria di Tonypandy. il cronista aveva visto con i suoi occhi che i poliziotti nemmeno erano armati. Anzi, stavano immobili di fronte al municipio, riparandosi in qualche modo dal lancio delle pietre. Ma decise comunque di riportare la versione dei minatori. Anche i cronisti di altre testate avevano visto che nessuno dei poliziotti aveva armi, e correttamente lo avevano riportato. Ma la storia che a Tonypandy tutti volevano leggere era quella riportata dal “Wales Observer”, cioè la polizia di Churchill che spara sulla folla. Così il secondo giorno tutti i giornali cambiarono versione e cominciarono a parlare della Carneficina di Tonypandy. Presto la notizia, con particolari via via diversi sul numero e la dinamica delle morti fra i minatori, uscì dal Galles e riempì le prime pagine di tutti i giornali britannici. Il massacro di Tonypandy tenne banco per settimane. Churchill, il boia di Tonypandy, in Galles fu il nemico pubblico numero uno per quasi trent'anni, fino ai bombardamenti del 1940. In qualche modo, quella storia sopravvive ancora oggi. Provate a cercare su Wikipedia la pagina dedicata alla cittadina inglese. Ai tumulti di Tonypandy è dedicato un intero capitolo. Nelle fotografie si vedono chiaramente i poliziotti di Churchill disarmati, schierati a difesa del municipio.»

Armstrong sbuffò, poi giuse le mani.
«Quello che a noi serve è esattamente un po' di Tonypandy», proseguì Han.
«Tu Liam mi chiedi se i giornalsiti crederanno alla storia del biglietto trovato nei jeans di Kellan? Certo che sì, i giornalisti credono a tutto, soprattutto a quello che leggono su altri giornali. E soprattutto nei primi giorni dopo un omicidio ..»
Il caso Kellan, di Franco Vanni Baldini&Castoldi

La gente legge quello che vuole leggere e i giornalisti, i cattivi giornalisti, scrivono quello che la gente vuole leggere, magari copiando quello che un altro giornale ha scritto, senza controllare.
Il caso Tonypandy oggi verrebbe etichettato tra le tante fake news.
Gli immigrati, gli impresentabili (nelle liste degli altri partiti). Quello che i lettori vogliono sentirsi dire.