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08 novembre 2022

Cena di classe, di Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre


La prima indagine dell’avvocato Meroni

22 febbraio 2018. Ore 6.27

Stava facendo di nuovo quel sogno. Non proprio un incubo, però un sogno torbido. Come le altre volte si trovava in tribunale. Sul banco degli imputati c'era Bin Laden, non quello verto, certo, il Bin Laden del loro lessico familiare, quello che era entrato a forza nella sua vita e in quella di Rossana; lui cercava di guardarlo in faccia, ma i due carabinieri gli facevano schermo, perché nessuno potesse scorgerne la fisionomia. E lui, dal suo scranno di avvocato di parte civile, si sporgeva, si muoveva, si agitava, ma non otteneva altro risultato se non quello di beccarsi un richiamo dal presidente: "Avvocato Meroni, stia fermo e non mi faccia perdere la pazienza. Lei non ha diritto di guardare in viso l'imputato qui presente."

Alla Passione per il delitto, la rassegna letteraria dedicata al noir e al thriller, avevo ascoltato con molto interesse la presentazione dei due autori, cominciata con un breve reading di alcuni passaggi di questo romanzo che si svolge a Torino, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera del 2018 e che ha come protagonista un avvocato, Giacomo Meroni.
Chi è Giacomo Meroni, avvocato penalista? E’ un avvocato che crede fortemente nella sua missione, garantire al suo assistito la migliore difesa possibile. Crede anche nella giustizia, che non è né forcaiola (come spesso qualcuno vorrebbe, per saziare la pancia delle persone, spesso dopo delitti che colpiscono l’opinione pubblica), ma nemmeno garantista nel senso di fare qualunque trucco pur di salvare l’assistito dal processo (e non nel processo).
Ma Giacomo Meroni è stato anche ufficiale dei carabinieri, come lo era stato prima di lui il padre, ucciso in uno scontro a fuoco in un posto di blocco dove nemmeno doveva esserci, maledetto destino e maledetti criminali.
Questo suo passato gli ha lasciato qualcosa, dentro, come racconta egli stesso: oltre ad una vasta rete di conoscenze nel mondo dell’arma, sempre utili, gli ha lasciato dentro quello spirito del detective, per cui non gli basta difendere le persone che arrivano nel suo studio, il prestigioso studio Actis-Meroni (Actis è il cognome del genero di Giacomo, il padre della moglie Rossana)

Difendere gli assassini gli procurava sempre un certo disagio. I colleghi ripetevano che il compito dell'avvocato è quello di garantire l'equità del processo, non di stabilire la verità e ancor meno quello di far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti. Però a lui, forse per via di suo padre, che da carabiniere ci era vissuto e morto, a lui, Giacomo Meroni, la verità interessava.

Di quale verità si dovrà occupare, in questo caso, Giacomo Meroni? Una mattina di febbraio si presenta al suo studio una “madamin”, Vittoria Corbini: “una donna secca, rifinita, più scialba che austera nel suo vestitino grigio in misto lana, del bon pat, a buon prezzo, che pure doveva essere quello per le occasioni importanti..”.

Il figlio, Riccardo, è stato arrestato quella mattina dai carabinieri, all’alba (“l’ora canonica degli arresti a sorpresa”) con un’accusa infamante: aver ucciso una sua ex compagna di classe al termine di una festa, l’ultima festa di classe prima della maturità, avvenuta nell’estate del 1984. La ragazza si chiamava Antonella Bettini ed era stata ritrovata nel fienile della tenuta dove era avvenuta la festa, col cranio spaccato. Uccisa dopo aver subito una violenza sessuale.
Il classico cold case rimasto irrisolto per anni che, però, grazie alle tecniche moderne, si è potuto riaprire.
Prima di scoprire cosa ha fatto riaprire il caso, questo romanzo ci porta dentro il carcere delle Vallette, come comunemente viene chiamata la casa circondariale Lorusso e Cotugno: è il nome di due guardie del carcere uccise dai brigatisti negli anni ‘70, quando questo paese specie al nord era attraversato da una guerra asimmetrica che aveva travolto le vite di centinaia di persone.
La prima cosa che ci salta addosso, entrando in un carcere, è il rumore delle chiavi, che ci chiudono dentro, i corridoi, le stanze, escludendo tutto ciò che sta fuori.
Qui, in questo mondo (che gli autori per motivi di lavoro conoscono bene), Giacomo Meroni conosce il suo nuovo assistito Riccardo Corbini: si dice che le prime impressioni su una persona siano le più veritiere. Ecco, nel caso di Riccardo, l’immagine è quella di una persona grigia, che conduce una vita monotona, sempre uguale, senza nessuna moglie o fidanzata. E una madre la cui presenza deve aver molto condizionato la sua vita (forse per questo a Giacomo viene in mente quel film di Hitchcock, Psycho):

“Credevo di essere stato chiaro, signor avvocato. Non sono stato io ad uccidere Antonella Bettini, non ero neppure a quella festa. Non ho mai ucciso nessuno, non ho mai stuprato nessuno [..]”
E di nuovo in quella voce, nella veemenza di quelle affermazioni, Giacomo credette ancora di trovare che contraddiceva il senso delle parole pronunciate. Ma di nuovo non insistette.

È come se l’indagato Riccardo Corbini, non si renda conto nemmeno di trovarsi in carcere con l’accusa di stupro. Che non si renda conto di quello che rischia: il carcere a vita.

C’è qualcosa che nasconde, questo Riccardo Corbini, all’apparenza una persona normale, come se non volesse essere del tutto sincero col suo avvocato.
Lui, continua a ripetere, non era a quella festa, non era una persona socievole, non aveva legato con nessuno dei compagni e delle compagne di quella quinta del liceo linguistico.
Eppure.

Eppure se il pm ha richiesto il carcere per l’indagato, significa che dopo tutti questi anni ha in mano qualcosa: si tratta della fatidica prova del DNA, un fazzoletto trovato accanto al cadavere che, nonostante gli anni, ancora conserva tracce di quei filamenti che dicono un nome. Giacomo Corbini, appunto.
Di fronte a questa prova, la prova regina, molti avvocati cercherebbero di patteggiare una pena, senza nemmeno porsi il problema se il suo assistito sia colpevole o meno. Ma Giacomo non è così: il dna associa Corbini al luogo del delitto ma non alla scena del crimine e questa non è una sottigliezza.

Certo, deve fidarsi di questo Corbini, che per come si comporta sembra faccia di tutto per ostacolare il suo avvocato. Ci sono i vecchi compagni da interrogare, per cercare una qualche altra pista. E poi c’è quel pm, parodia dei procuratori “poco garantisti”, uno di quelli con la verità in tasca (su cui gli autori hanno un pochettino calato la mano).

Si arriverà così al processo dove assisteremo allo scontro tra l’accusa e la difesa, con le strategie messe in atto da una parte e dall’altra, seguendo le norme prescritte dal codice di procedura penale.
Fino all’attesa della camera di Consiglio.

3 maggio 2018. Ore 15.30
Il tempo della Camera di Consiglio scorre a due velocità diverse a seconda che si sia dentro o fuori. Dentro, gli dicevano, è un tempo accelerato, affollato. Fuori è rarefatto, consumato dall’ansia e svuotato di tutti i pensieri tranne uno.

Un bel legal thriller dove alla parte legal si associa una vera e propria indagine portata avanti da Meroni e dalla sua collaboratrice, Giulia, a cui Giacomo fa sia da tutor che da “maestro”, raccontandole quei pezzi della storia passata della sua città che hanno lasciato un’impronta nella sua anima: la storia delle due guardie carcerarie Cotugno e Lorusso, il clima pesante che si respirava nelle città del nord negli anni settanta. Un clima di paura che però non aveva intimidito la segretaria dei radicali, Adelaide Aglietta, che aveva accettato la nomina di giudice popolare al processo contro le BR. Un esempio di coraggio civile. Altro esempio di coraggio civile lo dimostrò il procuratore Bruno Caccia, ucciso dalla ndrangheta quando ancora non si voleva ammettere che le mafie fossero arrivate al nord.
Ma c’è una seconda indagine, molto più personale, che Giacomo Meroni, sta portando avanti da anni, precisamente da quel 11 settembre 2001. Il giorno in cui crollarono le Torri Gemelle dopo l’attacco terroristico, un pirata della strada investì sua moglie, Rossana Actis, lasciandola su una sedia a rotelle per il resto della vita.

Chi è questa persona a cui Giacomo, nemmeno nei suoi incubi (come leggiamo nell’incipit) riesce a dare un volto?
Ma tanto lui è ossessionato dalla caccia a questo pirata della strada, tanto la moglie ha deciso di scrollarsi di dosso tutto, accettando la menomazione, anzi sfidandola iniziando a gareggiare sulle piste di sci con un guscio speciale, su misura per lei. Perché la vita va avanti.

Nella presentazione a La Passione per il delitto i due autori, che sono anche amici nella vita, hanno spiegato la scelta nel voler scrivere un giallo, con questo personaggio molto umano, che racconti di questa distanza tra la verità e la verità giudiziaria, che possono essere distinte

Rispettando i canoni del giallo, abbiamo voluto raccontare questo: delle regole del processo, delle regole che disciplinano i rapporti col pm, col giudice, coi praticanti dello studio.

Abbiamo creato un personaggio che ha la schiena dritta, rispetta le regole deontologiche, il giuramento di fedeltà col proprio assistito ma anche di lealtà nei confronti dello Stato.

La scheda del libro sul sito di Mondadori

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


24 ottobre 2022

La Passione per il delitto 2022 Katia Trinca Colonel presenta Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre

Alessandro Perissinotto, Piero d'Ettorre e Katia Trinca


 

La Passione per il delitto 2022 Katia Trinca Colonel presenta Alessandro Perissinotto e Piero d’Ettorre, Cena di classe, Mondadori

I due autori hanno realizzato per il pubblico della Passione per il delitto una performance introduttiva alla storia: “per chi presenta un poliziesco è difficile mantenere l’equilibro tra il raccontare un poliziesco mantenendo il mistero. Abbiamo pensato di portarvi dentro le atmosfere di delitto di classe svelando quel tanto che basta, dandovi la prima caramella del pacchetto..”

Nella performance teatrale si introduce il protagonista Giacomo Meroni avvocato, ex capitano dei carabinieri, sposato con una donna più giovane di 11 anni. Viene chiamato a difendere una persona dall’accusa di violenza sessuale durante una cena tra compagni di classe avvenuta 11 anni prima.

“Non sono stato io ad uccidere Antonella Bettini, non c’ero nemmeno a quella festa..”

Meroni è carabiniere come il padre, ucciso da dei rapinatori in fuga.

Bin Laden è invece il nome che ha dato alla persona che ha investito la moglie, lasciandola in carrozzina, il giorno 11 settembre 2001. Quel “bastardo” non è mai stato catturato, “ma io prima io poi lo trovo”.

La moglie, diversamente da lui, se ne è fatta una ragione: è sempre allegra, campionessa di sci paraolimpico, ma il fantasma di Bin Laden ogni tanto irrompe nella sua vita, rovinandogli le cose belle: “un giorno lo prenderò.”

Il romanzo racconta le indagini dell’avvocato, coi suoi collaboratori, fino al processo, le udienze. Fino alla camera di consiglio dove il giudice si rinchiude per arrivare ad una sentenza: Il tempo della camera di consiglio scorre a due velocità, ma alla fine la campanella suona e in poche frasi tutto si conclude, “in nome del popolo italiano..”

Se volete sapere come va a finire l’inchiesta, il nome del colpevole occorre leggere il libro che racconta anche di come funziona il mondo del processo penale.

I due autori, Piero d’Ettorre avvocato con patrocinio in Cassazione e Alessandro Perissinotto, scrittore e insegnante (anche dentro il carcere), sono anche amici: giocavano a calcio ma poi, col covid, hanno iniziato a giocare a Bennington.

Abbiamo lavorato sfruttando la nostra amicizia e anche l’ispirazione alla coppia Fruttero e Lucentini: questi ultimi facevano lo stesso mestiere, mentre i due autori fanno lavori diversi, uno è un insegnante l’altro un avvocato.
Ma amiamo i polizieschi – raccontano: quelli italiani però arrivano fino ad un certo punto, la verità dell’investigatore non è quella che trova compimento nelle aule dei tribunali.
A noi sembrava che mancasse molto questo ultimo aspetto: la giustizia è qualcosa di ignoto alla maggior parte delle persone, per fortuna.

Di fronte agli errori giudiziari ci siamo chiesti, ma perché succede questo?

Rispettando i canoni del giallo, abbiamo voluto raccontare questo: le regole del processo, le regole che disciplinano i rapporti col pm, col giudice, coi praticanti dello studio.

Abbiamo creato un personaggio che ha la schiena dritta, rispetta le regole deontologiche, il giuramento di fedeltà col proprio assistito ma anche di lealtà nei confronti dello Stato.

A Meroni arriva un cold case: un crimine avvenuto 11 anni prima del presente.
In questo caso il tempo passato fa mancare la prova del dna: nel mondo reale non sempre la presenza del dna porta ad una condanna..
Nel legal thiller vogliamo raccontare del crimine ma anche del perché, volevamo raccontare anche del carcere, dell’ingresso del carcere, la chiave che chiude la porta alle spalle, più volte.
La prova del dna è importante ma vogliamo dimostrare che la realtà è più complessa: a Torino c’è una squadra di pm che lavora sui cold case, usando il dna riesumato da vecchi casi.
Ma si usa anche la biometria, con le immagini delle telecamere. Si usa la geolocalizzazione dei cellulari. I “vecchi” avvocati devono stare dietro a tutto, anche alle nuove prove scientifiche e Giacomo Meroni si avvale del lavoro di una collaboratrice.

E l’aspetto umano dell’indagine? Le deduzioni alla Maigret? “Who is Maigret?” Direbbero gli investigatori moderni abituati solo alla prova scientifica.

Gli avvocati hanno il rapporto umano con l’assistito, solo con quello si riesce ad avere gli indizi sulla verità, quella che conosce solo l’assassino o il morto (e non sempre i morti parlano).

Ma la verità che interessa è quella processuale, quello che conta è la sentenza: alla fine delle due storie, quella dell’accusa e quella della difesa, solo una convincerà il giudice. La verità non sempre la conosciamo noi avvocati, non sempre ci viene comunicata, ammette Massimo D'Attorre.

Maigret da un respiro psicologico anche ai peggiori criminali: nelle storie raccontate da Piero si comprendeva la profondità dell’animo umano, per gli omicidi “banali”, della normalità, della vita quotidiana.
Noi vogliamo dare nel nostro romanzo la cifra della normalità: la normalità dove avviene la maggior parte dei delitti, la normalità dell’avvocato Meroni. Ma non è facile né vivere la normalità e nemmeno raccontarla.

Il pm dell’indagine è un magistrato di quelli con la verità in tasca: è un personaggio inventato ma che si ispira a quella parte della magistratura che spesso manifesta una supponenza nel trattare i casi e i sospettati, gli indagati. I presunti colpevoli.

Il sito della Passione per il delitto, i canali social Twitter, Facebook e Instagram.


21 ottobre 2020

La passione per il delitto 2020 – domenica 18 ottobre: sotto il segno del thriller

 

Alessandro Perissinotto, Nicoletta Sipos, Romano De Marco e Paola Barbato


Terzo incontro alla Passione per ildelitto 2020, con moderatrice Nicoletta Sipos, di tre romanzi sotto il segno del thriller

  • Paola Barbato, Vengo a prenderti, Piemme

  • Alessandro Perissinotto, La congregazione, Mondadori

  • Romano De Marco, Il cacciatore di anime, Piemme

Vengo a prenderti è il terzo volume della scrittrice Paola Barbato: possono essere letti in ordine sparso, fanno parte di una sola storia che avevo in mente, essendo il Dio del mio libro.

Non ho mai staccato la spina per tre anni, ho avuto un distacco doloroso alla fine del terzo, ero andato più a fondo con questi che con altri miei libri.

Il romanzo inizia con una scena particolare: un poliziotto che scopre delle persone tenute prigioniere, un gigante poco amato dai colleghi. E' uno zoo umano: per questa scoperta diventa un eroe. Noi abbiamo ogni giorno bisogno di eroi, di fronte eventi di cronaca, dove ci dividiamo tra colpevolisti e innocentisti.

Questo poliziotto è la persona meno adatta per essere eroe, viene beatificato come un santino per essersi trovato nel posto giusto, dove non voleva esserci.

Il secondo errore è stato convincersi di essere un ottimo essere umano: la creazione del mostro è la cosa più salvifica del creare gli eroi.

Come oggi, dove col Covid vogliamo trovare il colpevole, da dove è uscito il virus.

C'è tutto un mondo dentro i romanzi di Paola: il lavoro sui personaggi l'ho fatto in base alle esperienze quotidiane, storie sentite anni prima e poi imbastite in una storia, in una storia.

Io parto dal finale delle storie, parto dal colpevole, dalla motivazione e poi inizio a lavorare: cosa spinge la maggioranza dei criminali a fare un crimine? Potere, denaro, torti subiti, cose anche banali, come dal cucchiaino di zucchero con cui si arriva allo zucchero filato.

I tempi e i ritmi della narrazione sono importanti: non esiste tensione se non c'è il ritmo, più ci sono le aritmie, più è caticardico, per spiazzare il lettore, che deve stare scomodo, non deve sentirsi rassicurato.

A me piace far paura- dice Paola Berbato: se hai paura con un libro, quando lo chiudi quella paura te la godi, non corri nessun rischio dopo che questo ti ha mostrato l'immagine della paura.

Romano De Marco ha vinto il premio Nebbia Gialla nel 2020, per il precedente romanzo, Quando la notte ci cerca: ma quest'ultimo non incrocia la storia del precedente, parla di un profiler che si è nascosto in un paese della provincia toscana.

Perché leggerlo? Mi applico libro dopo libro, cerco di migliorarmi. Questa è all'apparenza una storia già raccontata, la storia di un serial killer. Le storie che raccontiamo fanno parte di un canovaccio già sentito ma ogni autore deve metterci del suo e andare fuori dalla trama.

Tre personaggi principali: il cacciatore di anime che sta vivendo un dramma personale, l'investigatore che vorrebbe andarsene via da quel posto e poi l'assassino che gioca con gli investigatori.

Questo è stato scritto mescolando la prima persona e la terza, per entrare nella mente delle persone, con dei flashback.

Anche la metrica è stata curata, intercalando i pensieri dell'assassino con la storia dell'indagine.

Il romanzo è ambientato a Peccioli, provincia di Pisa: me lo avevano chiesto gli abitanti di questa cittadina di scriversi un romanzo. Ho conosciuto il borgo nel 2016, tutte le risorse economiche (che derivano da un impianto di smaltimento rifiuti) sono investite in cultura: tre musei, un anfiteatro, opere di scavi archeologici.

E una rassegna letteraria dove, anni fa, Romano De Marco è stato invitato: sull'invito di creare una storia, sono partito da una vecchia idea, un poliziotto ritirato in provincia.

Questo romanzo racconta Peccioli seguendo la storia di alcuni delitti avvenuti vicino a delle opere d'arte.

Nel romanzo c'è un personaggio, uno scrittore di storie rosa: è un biker con una crew, ma poi deluso dall'esperienza era diventato scrittore.

Un contrasto tra l'aspetto fisico e la realtà che ho voluto costruire.

Quando scrivi un giallo, un thriller, firmi un patto col lettore: rispetto alle regole di Van Dyke degli anni venti, la sola regola che è decaduta è quella delle storie d'amore, i sentimenti che oggi troviamo nei gialli.

Quella di Perissinotto è una storia di cronaca, il massacro di una setta di fanatici religiosi.

I miei romanzi partono dalla realtà, ci sono storie che lavorano dentro da anni: questa in particolare mi lavorava dentro dal 1978, quando avevo 14 anni.

Io questa storia la vedevo dall'alto, un mosaico con tante tesserine che vedevo in bianco e nero. Quel mosaico era composto da 910 cadaveri, persone che si erano suicidate, perché il loro Dio, il reverendo Jones aveva detto loro che era ora di andare in paradiso.

Il punto di partenza è sempre una storia vera: non l'ho raccontata prima perché mi mancavano i personaggi romanzeschi, li ho dovuto trovare nell'America vera, in Colorado dove ho insegnato per diversi mesi.

Romanzo dopo romanzo, ho affinato la tecnica, le immagini del romanzo si immaginano bene nella mente e questo l'ho scritto in pochi mesi.

La chiave per raccontare la storia del massacro, è quella di un personaggio femminile: Elizabeth è una donna molto bella che ha avuto una infanzia difficile (per colpa del del reverendo Jones), ha vissuto per la sua bellezza, facendo la spogliarellista.

L'autore si è ispirato ad un incontro fatto con una cameriera, a Frisco, una ragazza che si era inventata una storia, quella della nonna originaria di Roma. Una storia inventata perché nella sua si sentiva inadeguata.

Elizabeth era scampata al massacro: a questo suicidio di massa sono scampati in quindici tra cui l'avvocato della setta: l'Elizabeth della storia conosce i segreti di questa storia.

Nel romanzo ci sono tempi diversi: c'è l'adesso dove Elizabeth aspetta di venire uccisa, c'è un tempo più vicino, che racconta come Elizabeth arrivi a Frisco e poi 40 anni prima che spiega perché Elizabeth ha vissuto quella vita e perché adesso ha un appuntamento con la morte. Appuntamento che nel 1978 aveva solo rinviato.

Per raccontare la storia del massacro, ho usato il thriller, la tecnica della paura, della tensione: questo è il primo romanzo che ambiento negli Stati Uniti, mi è venuta in mente una conversazione con Faletti e Connelly dove si parlava del linguaggio del thriller.

Ascoltando i loro discorsi, ho imparato quella scrittura: un linguaggio semplice, frasi brevi, soggetto predicato complemento, ogni frase una stilettata.

Nel romanzo c'è anche un aspetto erotico, quando Elizabeth incontra un ragazzo più giovane a cui concede la sua nudità, senza andare oltre.

Perché continuare a leggere? L'ultima domanda rivolta ai tre scrittori

Perché si continua a respirare (Barbato).
Perché la vita va avanti (De Marco).
Perché scrivere e leggere sono l'estensione del nostro vivere verso esperienze che non ci sono state date (Perissinotto)

16 ottobre 2017

La passione per il delitto 2017 – il terzo incontro con gli scrittori


Alessandro Perissinotto, Quello che l’acqua nasconde, Piemme
Cristina Rava, L’ultima sonata. Un’indagine di Ardelia Spinola, Garzanti
Alice Basso, Non ditelo allo scrittore, Garzanti
Modera Nicoletta Sipos

Alice Basso, Non ditelo allo scrittore

Il piacere per la scrittura accomuna i tre autori – spiegava la moderatrice Nicoletta Sipos presentando gli autori e a maggior ragione questo vale per Alice: il libro parla di un ghost writer, scrive libri firmati da altri. C'è un giallo dietro, ma solo un terzo del libro, come un attaccapanni per tenere in piedi i personaggi del racconto.

Alessandro Perissinotto La neve sotto la neve
Scrivendo romanzi diamo per scontato che la scrittura sia importante: rispetto agli altri media la scrittura ha un vantaggio, la lentezza.
Viviamo in un mondo in velocità: la concorrenza degli scrittori è Facebook, una carrellata delle loro storie private.
La scrittura può farci rallentare: è veicolo e sostanza delle idee, chi ha più parole ha più sfumature di colore per rappresentare la realtà.
In un tweet o in post, con pochi caratteri, si sfuma poco, la realtà è tagliata con l'accetta, invece per comprenderla meglio, abbiamo bisogno di tutte le sfumature.
Cristina Rava L'ultima sonata, un'indagine di Ardelia Spinola
Protagonista è un medico legale, in un intreccio che si sposta dal lato noir al lato umano.
La scrittura è un mezzo di un messaggio, il sostegno e il veicolo delle idee: non mi piace chi ritiene il “noir”, il “genere” una scrittura meno impegnata, più leggera.

Cosa significa lavorare con un personaggio seriale

Basso: non è un problema la serialità scriverò cinque libri con la mia protagonista, ho tante idee nella testa che devo smistare, perché non posso metterle tutte nei libri.
Non mi capita di identificarmi nel personaggio, che ha qualche disturbo di sociopatia: molti miei lettori si rivolgono a me pensando di trovarsi di fronte la ghost writer, rimanendo spiazzati dalla diversità.

Rava: non ho problemi col mio personaggio, sono nata con un altro personaggio, il commissario Rebaudengo, poi è nata Ardelia.
La tetralogia è ora chiusa: non ho quel rapporto viscerale con questi due personaggi, dicono cose che non penso, ma che sono funzionali alla storia che devo raccontare.

Perissinotto: mi sono inventato un alter ego estone, un commissario, cui ho prestato la passione per il freddo, per lo sci di fondo, un po' di narcolessia.
Ha alcuni miei vezzi: c'è una differenza però, le donne lo trovano piacente.
Avere un personaggio seriale significa avere anche un personaggio con cui realizzare una storia, partendo magari da un fatto letto sui giornali.

Com'è la vostra organizzazione del lavoro da scrittore.

Basso: non apprezzo i romanzi che non hanno struttura, che costringono i redattori a fare un lavoro extra con gli autori. Per dare sostanza e struttura, strutturo le scalette nella mente, quando sono in posta, quando guido.. Quando riesco a scrivere ho tutto pronto e non perdo tempo nel recuperare il polso dell'atmosfera, per tornare al punto da cui ho lasciato la storia.
È un consiglio che do agli scrittori, in generale: la passione non basta.

Rava: dentro una chrime story ci metti un dramma, un omicida, quello che vuoi, ma serve una logica, il disegno della storia lo devi avere dall'inizio.
Ed è anche un discorso di registri: deve esserci una parte andante, un parte veloce, come una partitura.
È un insieme di logica, pensiero e passione.

Perissinotto: scrivere è un equilibrio tra passione e razionalità. La passione ti fa scegliere una storia, in base a quello che ti chiama, magari una storia vera (come quella sui manicomi infantili, i meccanismo predatori degli uomini che commettono femminicidi).
La parte razionale serve per concludere i romanzi nei tempi stretti: ho un modo razionale di organizzare il lavoro, faccio le schede dei personaggi, faccio la scaletta, uso dei fogli excel per incrociare la vita dei personaggi, per evitare delle incongruenze.
Altra strategia è scattare tante fotografie nei luoghi della storia: le foto danno il di più, come cogliere una sfumatura, un dettaglio per ricollocare l'atmosfera di quello che scrivi.

Come siete stati scoperti?

Basso: lavoravo come redattrice da anni quando ho deciso che il mondo dell'editoria era un mondo da raccontare, valeva la pena provare a scrivere di questo.

Rava: ho cominciato con una piccola casa editrice genovese, un contenitore artigianale.
Dovevo fare il salto, ad una presentazione di Viet Heinecken, che mi ha presentato un agente, con cui è scattato un colpo di fulmine.


Perissinotto: il mio manoscritto è stato preso senza costrizioni sessuali – la battuta di Alessandro. In realtà inviai il manoscritto a diverse case editrici, poi dopo tre anni arrivò la telefonata. Il suo manoscritto ci era piaciuto ma lo avevamo perso: ora ripulendo lo abbiamo ritrovato, se vuole glielo pubblichiamo noi. La voce era quella di Elvira Sellerio.