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02 luglio 2018

Non lasciamoli soli: Storie e testimonianze dall’inferno della Libia, di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti



Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono ammettere

In Europa si discute mentre nel Mediterraneo si continua a morire – il titolo di una prima pagina de l'Avvenire è quello che meglio di altri descrive quello che sta succedendo qui vicino a noi, alla frontiera sud dell'Italia e dell'Europa, in quel Mediterraneo che separa, per poche centinaia di miglia, due continenti.
Poche centinaia di miglia che si sono trasformate in un enorme cimitero, per tutti i naufragi dei migranti che hanno affrontato quel viaggio della speranza dalle loro terre verso la civile Europa.
Le loro terre insanguinate da guerre civili, scontri tribali, azioni dei terroristi. Ma anche terre affamate dai cambiamenti climatici, da governi corrotti messi in piedi per fare gli interessi delle potenze coloniali europee.

Mentre in Europa si discute, di hot spot, di accoglienza, di mantenere quei diritti civili di cui tanto ci riempiamo la bocca, di blocchi navali e di porti da chiudere, migliaia di persone come noi affrontano un terribile viaggio dall'Africa sub sahariana, verso il Niger, il Ciad, su verso la Libia.
Con la speranza di trovare un futuro migliore qui da noi, in Italia e in altri paesi.
Un lavoro, la possibilità di avere una famiglia.

Anche noi Europa siamo colpevoli di queste migrazioni di massa che pensiamo di respingere innalzando muri (come hanno fatto lungo la rotta dell'est Bulgaria e Ungheria – un paese che sta prendendo una brutta clina anti democratica), respingendo i barconi, criminalizzando le ONG.
Anche noi abbiamo tante colpe nei confronti di questi paesi: fosse solo per questo, per tutte le risorse che abbiamo rubato, non possiamo ora girare la testa dall'altra parte, egoisticamente.

“Ma non possiamo accogliere tutti i disperati dall'Africa” è la risposta che si sente dare, dagli italiani brava gente. Qui non si tratta di accogliere un continente: ma di iniziare a pensare a questi fenomeni globali in modo diverso.
L'ultimo inutile vertice europeo sull'immigrazione si è concluso con un nulla di fatto: sull'immigrazione campano interi partiti nel vecchio continente, che speculano su clandestini, sulla paura di una invasione che non esiste, sull'equazione immigrati = terroristi oppure criminali.
Dalla Lega del ministro Salvini al M5S di Di Maio (che coniò l'espressione “taxi del mare” per le ONG che andavano a salvare i migranti in difficoltà), alla Le Pen in Francia, in Germania c'è la AFD fino all'Ungheria di Orban.

Quest'Europa egoista che si fa spaventare dagli immigrati si sta consegnando mani e piedi ai partiti dell'estrema destra: è un Europa dove si devono rispettare i vincoli di bilancio ma non i diritti civili.
Dove l'Italia e la Grecia sono lasciate sole a gestire gli arrivi di disperati, perché i paesi più prossimi ai porti di partenza (se si esclude Malta, un'isola troppo piccola per gestire tutti gli arrivi).

Il libro dei giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti ci racconta tutto quello che sta succedendo qui, ai nostri confini, anche qui in Italia.
A Lampedusa, la cui storia è raccontata dall'ex sindaco Nicolini nella prefazione: il fatto che non sia stata più eletta sindaco (con colpe anche del suo partito, il PD) è frutto di questo nuovo corso politico.
Dove si criminalizzano gli ultimi, dove si criminalizza la solidarietà, il farsi prossimo, l'essere “buono”.

Anziché pensare e riflettere su quello che sta succedendo in Africa, per quelle guerre spesso alimentate dalle nostre democrazie, per i cambiamenti climatici, si è preferito criminalizzare le missioni di soccorso come Mare Nostrum (voluta dal governo Letta nel 2013 dopo il naufragio di ottobre 2013), le ONG, “che a un certo punto erano diventate l’unico ostacolo alla legittimazione dei «respingimenti»”.
ONG accusate di di costituire un pull factor, un fattore di attrazione in grado di calamitare i gommoni e i barconi del Mediterraneo.

Scrive Giusi Nicolini:
“il messaggio trasmesso ai giovani, che invece dovrebbero essere sensibilizzati alla cultura della sacralità della vita e dei diritti, dei valori del volontariato, della cittadinanza attiva, della pratica del principio di solidarietà, necessaria a costruire legami e ad abbattere barriere di ogni genere”.

Anziché aiutare, anziché accogliere, anziché creare un ponte (umanitario) coi paesi africani, si è preferito arroccarsi in difesa.

“180.000 arrivi nel 2016, 119.000 un anno dopo, con una flessione del 35 per cento che oggi arriva addirittura al 70, considerata la diminuzione degli arrivi nel primo bimestre del 2018 e il loro quasi azzeramento nelle settimane prima del voto. Questo il risultato della strategia del ministro dell’Interno Marco Minniti”

Si sbandierano come se fossero numero di cui andare fieri, i dati sul calo degli sbarchi, sia da destra che da sinistra. Ma qual è il prezzo di questo calo degli sbarchi, dopo le decisioni politiche del goveno Minniti (centro sinistra)? Il numero dei morti nel Mediterraneo non è calato, gli sbarchi continuano, perché la Libia sa che con questi barconi può mettere sotto pressione i governi europei per chiedere altri soldi.

E c'è poi la vergogna dei campi di detenzione in Libia. Gli autori di questo libro non ci hanno risparmiato nulla delle violenze, dei soprusi, delle torture, dei delitti che accadono in quei centri che chiamiamo hotspot ma che sarebbe più opportuno definire lager.
Ecco: il presente volume serve proprio a questo. A costruire conoscenze e consapevolezze che facciano indignare sempre più persone per la sorte riservata a coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e miserie. Costretti a divenire merce nelle mani dei criminali e condannati a morire in mare o a essere salvati, solo per essere riconsegnati ai libici e ricondotti nelle prigioni in cui le donne vengono stuprate e gli uomini torturati o venduti all'asta come schiavi.Tutto questo deve aver fine, al più presto.

Sono storie che fanno accapponare la pelle, che fanno tornare alla memoria storie già sentite, sui campi di concentramento nazisti nell'est europeo.
Lontano dai bravi cittadini tedeschi che non dovevano farsi troppe domande su che fine avessero fatto le famiglie ebree.
E lo stesso oggi: non ci siamo domandati che fine avessero fatto le persone, donne, bambini, uomini partiti dalla Nigeria, dall'Eritrea, dal Sudan che non sono arrivati qui.

La verità sui centri di detenzione in Libia

Le storie raccolte dai giornalisti dovrebbero non solo indignare i politici che hanno sottoscritto gli accordi con i governi e le milizie libiche, ma dovrebbero anche portare al loro annullamento.
Le torture di “Rambo” nel «ghetto» del generale Alì a Sabha, sono le stesse che Wiesenthal raccoglieva nel suo libro “Giustizia, non vendetta”, riportando le violenze degli aguzzini dei lager nazisti.
Nel campo di Sabha finiscono tutti i disperati che i trafficanti di esseri umani raccolgono lungo le strade dei migranti, persone che vengono illuse di essere portare a Tripoli, al porto, per un viaggio verso l'Europa.
E che invece vengono consegnate a Rambo, che poi si chiama John Ogais: la tortura è la normalità, e le grida per il dolore vengono fatte sentire ai familiari per convincerli a mandare loro altri soldi.
Botte sui piedi, cavi elettrici attaccati al corpo, mentre il disgraziato chiede pietà.
Ma non c'è pietà. Rambo continua fino alla fine, per mostrare a tutti cosa è capace.Poi punta la pistola alla tempia di quello che ha osato chiamarlo «fratello» e gli porge un cellulare: «Ora chiama a casa, non dire nulla, di’ solo che ti mandino subito altri soldi se non vuoi fare la stessa fine».Di giorno uccide, di notte stupra, come si conviene ai colonnelli del ghetto.

E questo il vero business dei libici, non più i viaggi della disperazione sui gommoni: spremere i migranti fino a che hanno soldi, per poi ucciderli o venderli all'asta come schiavi, come Samir e Abbas, o Mohamed o Amhed o Jihail (e anche qui, le immagini della CNN delle aste, che reazione hanno portato sulla nostra classe dirigente?).
Qualcuno alla fine riesce anche a scappare, come Segen, un ragazzo eritreo di 22 anni, ritrovato dalla nave spagnola di Open Arms: pesava trentacinque chili quando l'hanno recuperato. È morto pochi giorni dopo, di fame. Morire di fame nel 2018.

Ahmed invece è stato più fortunato: non l'hanno ucciso nel campo, ma l'hanno costretto a fare il becchino “per riempire quelle enormi fosse comuni che si nascondono sotto le dune di sabbia”.
Oggi quelle morti non lo hanno abbandonato:

“La notte non dormo, faccio degli incubi, mi sveglio sudato, pensando a tutti quei morti. Ne ho raccolti quasi tremila in questi tre anni, dal 2014 fino a qualche giorno


L'altro business è quello delle baby prostitute, da usare come merce umana nei campi, da mandare a lavorare poi sulle strade delle città europee.
Ragazze stuprate da mostri come Osman il macellaio che si riteneva il «Dio» di Bani Walid: «Io non sono somalo, non sono musulmano. Io sono il tuo Dio, sono il tuo padrone.»

Herina è una di queste donne, che ha pagato la sua libertà e un gommone verso l'Italia con cinque mesi di violenze.
Ma Herina è una donna forte: quando a Milano si ritrova davanti il suo carceriere, Matamud, non ha dubbi e va a denunciarlo alla polizia.
Le testimonianze raccolte nel processo al “macellaio” hanno portato poi alla sua condanna: un processo di cui si è parlato poco, forse perché disturbava lo storytelling del governo (quello che sbandierava gli effetti benefici degli accordi con la Libia).

Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini non è certo un magistrato di primo pelo; eppure, alla lettura delle carte dell’inchiesta condotta dal collega Marcello Tatangelo, ammette: «In quarant’anni di carriera non ho mai visto niente di simile».

L'organizzazione umanitaria Save the Children, nel suo ultimo dossier racconta di un giro d’affari da 32 miliardi di dollari dietro le “schiave del sesso”.
Ragazze come Maryam, che voleva fare il medico o come Osedayne che ha impiegato mesi ad aprirsi ai medici in Italia per raccontare la sua storia

«Ho perso la mia figlia di quattro anni – racconta – e da allora non riesco più a riposare durante la notte, perché la mia mente è affollata da quei pensieri. La rivedo sempre mentre è costretta ad assistere alle violenze sessuali.»

Quello che succede in quei centri, come Bani Walid o il ghetto di Alì e tutti gli altri, non ufficiali, in mano a tribù libiche o milizie con cui abbiamo stretto accordi, è anche una nostra responsabilità.
E nemmeno possiamo farci scudo dalle organizzazioni umanitarie come l'UNHCR, visto che queste possono entrare solo in una parte dei centri.
Il libro raccoglie la testimonianza anche di Giuppa Cassarà, responsabile dell’ambulatorio Vittime di tortura del Policlinico di Palermo:
«La pressione da parte dell’Europa e dell’Italia, gli sforzi per tenere queste persone in Libia e non farle partire per l’Italia ha un effetto devastante. Noi stiamo pagando per tenerli in quell’inferno, per lasciarli nelle mani di bande di criminali,...»

Immagine presa da Repubblica.it

Sono poche le foto di questi campi: una di queste è una foto sgranata che mostra la disperazione di un ragazzo che è stato scelto per il pestaggio

I respingimenti veri e nascosti e la guerra alle ONG

La risposta italiana (e ora anche europea) alla questione dei migranti è stata quella dei respingimenti: i primi cominciati col ministro Maroni nel maggio 2009, quando una motovedetta italiana raccoglie dei migranti in mare e li riporta in Libia, con la disperazione di uno di questi, immortalata in una foto che ha fatto il giro del mondo.

Immagine presa da Fortress Europe e Repubblica

E ora, coi governi di centro sinistra prima e del governo giallo-verde di Lega e M5S siamo tornati alla stessa situazione: non ci sono più nemmeno le ONG a disturbare il lavoro delle motovedette libiche (i qui equipaggi sono stati addestrati da noi). Nessuno strapperà più uno di questi disperati dal suo destino in un centro libico, dove la tortura è la regola.

Anziché ai trafficanti di esseri umani, anziché ai signori della morte nei centri libici, abbiamo invece fatto la guerra alle ONG: sono pagate da Soros, vogliono destabilizzare la nostra economia, li portano solo in Italia, sono colluse coi trafficanti, col loro lavoro contribuiscono all'arrivo di altri migranti (che nella volgata comune sono comunque clandestini, dunque criminali).

Nonostante le morti in mare continuassero, come pure gli sbarchi, le indagini delle procure del sud contro le Ong sono proseguite, facendo trapelare ogni tanto qualche rivelazione ma senza mai approdare a nulla.
Io so ma non ho le prove – peccato che se questa frase può andar bene ad un intellettuale, non funziona per un procuratore che deve parlare con delle prove.
Non è emerso alcun collegamento coi trafficanti e soprattutto è stato fatto notare come l'obiettivo di queste organizzazioni è salvare vite umane, obiettivo in contrasto con quanto succede in Libia.
Gli ultimi capitoli ci fanno riemergere dall'orrore: sono il racconto degli eroi (e in questo caso la parola non mi sembra usata a sproposito) che lavorano per la nostra guardia costiera e che rispondono all'ammiraglio Giovanni Pettorino, sessantadue anni, comandante generale delle Capitanerie di porto italiane.
Sono marinai, devono obbedire agli ordini, anche quelli con cui sono in disaccordo (per esempio riconsegnare i profughi ai libici) e nonostante il clima sfavorevole anche per loro, hanno continuato ad uscire per mare per salvare vite umane

“perché quello era ed è il nostro compito, il nostro mestiere: salvare vite umane, di qualunque colore e nazionalità. È la legge del mare, la legge della solidarietà; la guardia costiera lo ha fatto e lo farà ancora.”

Continua l'ammiraglio Pettorino:

“A chi ci rimproverava il fatto che andassimo a prenderli fin sotto le loro coste (alla fine la stessa contestazione che poi è stata mossa alle ong) rispondo che, se non fossimo intervenuti, centinaia e centinaia di persone sarebbero morte”.

Altre storie a lieto fine quelle dei ragazzini recuperati in mare per essere accolti e curati presso “L’orfanotrofio del mare”, una struttura a Menfi, nella valle del Belice.
Sarà dura curare le ferite esterne e ancor di più quelle interne, di questi bambini cresciuti troppo in fretta e che ancora oggi sono scioccati dall'acqua dopo essere stati salvati in mare.
Bambini con cui è difficile parlare, non avendo a disposizione un traduttore.
Ma grazie al lavoro di questo centro e dell'UNHCR, hanno potuto riabbracciare i loro genitori, riannodando quei legami familiari spezzati dalla guerra, dall'emigrazione, da quel lungo viaggio di speranza.

Dobbiamo rassegnarci a tutto questo? L'unica possibilità, per non leggere più notizie di naufragi, sono i ponti umanitari tra l'Italia e l'Europa con i paesi africani come il Niger.
Il Niger è uno dei paesi più poveri del continente nero, ma sta accogliendo molti profughi, in entrambe le direzioni: verso la Libia, nelle fauci dei trafficanti di esseri umani ma anche dalla Libia, riportati qui grazie ai lavori di controllo delle organizzazioni umanitarie dentro i campi.
Proprio in Niger il governo Gentiloni aveva deciso di mandare una missione militare: abbiamo delegato ai militari un lavoro che tocca aspetti sui diritti civili e sociali delle persone.
Padre Mauro Armanino, un prete missionario (anche ex sindacalista) che lavoro come missionario proprio in Niger, ha espresso tutto il suo disappunto per questa scelta, sul suo blog:

Avrò vergogna dei poveri, dei migranti che incontro dal mio arrivo a Niamey, della Chiesa del Niger, dei contadini e degli amici della società civile coi quali lavoriamo assieme per scoprire la dignità nascosta nella sabbia della politica del Paese. Avrò vergogna di passare davanti alla nuova ambasciata del mio Paese di origine, perché le missioni di pace sono condotte da militari, con mezzi e armi. Chi scrive ha scelto di arrivare in questo Paese con le mani nude e col desiderio di camminare assieme a questo popolo che non dovrebbe essere tradito una volta di più. Sappiamo quanto contino gli interessi legati alla mobilità delle persone e in specie il piano di ritagliarsi un posto nella geopolitica del Sahel. Ciò l’ha bene ricordato il Presidente della Repubblica italiana nel presentare l’invio del contingente militare. L’Africa è al cuore dei nostri interessi strategici. Strategie militari e colonialismo sono dei sinonimi. Ecco quanto una persona mi ha scritto: “Rimpiango tutto ciò e ho vergogna di essere italiana… Sapevo bene che non sarei stato il solo”.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

28 giugno 2018

Quello che l'Europa e l'Italia non vuol vedere sull'immigrazione

Oggi l'ennesimo vertice Europeo sull'immigrazione che potrebbe portare all'ennesimo nulla.
Nulla inteso come nessuna decisione comune, tanti buoni propositi, nessuna scelta di politica europea su come gestire i flussi migratori secondo una politica che rispetti sia la dignità delle persone e che non ricada sulle spalle dei pochi paesi che fino ad oggi si sono fatti carico del problema.
Italia e Grecia in primis.

L'unica cosa su cui parte dei paesi europei sono d'accordo è che ora, in questo momento storico, i profughi, gli immigrati (economici o altro) non li vuole più nessuno.
E nemmeno le ONG che, col loro operato, impediscono alle motovedette libiche di fare quello per cui sono state finanziate anche da noi civili Europa: respingere questi disperati per tenerli nei campi libici per spremerli fino in fondo.
Perché questo è quello che succede in Libia, mentre noi rallegriamo del calo degli sbarchi sulle nostre coste, sul fatto che rimandiamo indietro i gommoni consegnando i migranti alla guardia costiera libica.
Ma in Libia c'è l'UNHCR, che controlla i campi - dice il buon Di Maio - a chi gli contesta i respingimenti: ma quanti campi sono aperti ai controlli?
Sembra che in questo momento politico, dei Trump e dei Salvini, della linea dura contro la solidarietà, dove essere umani nei confronti del prossimo è un reato (quello contestato dalle procure di Catania e Messina alle ONG, in indagini che non hanno portato a nulla finora) non ci siano alternative.

Ecco, almeno dobbiamo essere consapevoli di quello che sta succedendo là, ai nostri confini, nel Mediterraneo, nelle carceri libiche.
E' quello che i giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti ci raccontano nel libro uscito per Chiarelettere: "Non lasciamoli soli: Storie e testimonianze dall’inferno della Libia. Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono ammettere".

La prefazione del libro è dell'ex sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini:

Ciò che trovo grave e imperdonabile nella persecuzione nel contrasto dell'attività di soccorso delle ONG è il messaggio trasmesso ai giovani, che invece dovrebbero essere sensibilizzati alla cultura della sacralità della vita e dei diritti, dei valori del volontariato, della cittadinanza attiva, della pratica del principio di solidarietà, necessaria a costruire legami e ad abbattere barriere di ogni genere.

Si racconta agli italiani che non ci sono soldi per loro, mentre si danno soldi, alloggi, hotel a cinque stelle ai finti migranti, furbetti venuti in Italia a cercare il Bengodi.
Si usano i migranti come specchietto per le allodole per nascondere quello che sta succedendo a livello mondiale: le risorse sottratte ai paesi poveri (avete mai sentito parlare del land grabbing), dei soldi che dalle casse dell'europa finanziano milizie più o meno criminali e paesi che stanno proseguendo una preoccupante deriva autoritaria come la Turchia.
Del fatto che questo mondo stanno aumentando le disuguaglianze di pochi ai danni dei tanti.
Che i soldi spesi per l'accoglienza e il salvataggio in mare non sono niente in confronto al costo dell'evasione fiscale, dell'elusione delle grandi aziende (anche grazie alla benevolenza di paesi europei come il Lussemburgo), della corruzione.
Che in Italia erano e sono gli italiani brava gente che sfruttano e fanno la pacchia sulla pelle dei migranti: nei campi quando lavorano a nero, nei finti centri di accoglienza.

Leggete questo libro, poi non potrete dire di non sapere.

20 giugno 2018

Le medagliette sul petto

Sono tutti bravi ad appuntarsi le medagliette sul petto: il PD a Salvini, noi siamo stati bravi a fermare i flussi dei migranti (da luglio scorso, meno 80%).
“La strategia del governo sui temi dell’immigrazione, di collaborazione anche con le autorità libiche, sta producendo piano piano dei risultati. Vediamo ad esempio i flussi migratori che si stanno gradualmente riducendo”.Gentiloni dicembre 2017

Peccato che i migranti che non abbiamo visto sbarcare sono stati trasformato in migranti rinchiusi nei lager libici: che poco da essere soddisfatti da questi numero (il calo degli sbarchi), visto che significa la sistematica violazione dei diritti umani, torture, violenze. Con la complicità dei governi italiani e dell'Europa.
Sono violenze e torture che i giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti nel libro "Non lasciamoli soli" (Chiarelettere) presentato ieri sera a Milano
Quello che l’Italia e l’Europa non vogliono sentire e vedere emerge in maniera drammatica dalle testimonianze raccolte da Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, due giornalisti che da anni portano all’attenzione dell’opinione pubblica una situazione che non può più lasciarci indifferenti. Gli accordi stipulati dal nostro governo con quello di Tripoli e con le tribù locali hanno ridotto gli sbarchi ma hanno intrappolato in Libia centinaia di migliaia di migranti, ridotti a schiavi e soggetti a ogni tipo di tortura.Donne e bambine violentate, costrette a prostituirsi, giovani in fuga dai loro paesi e trasformati in torturatori crudeli, assenza di qualsiasi diritto. L’inferno esiste, ed è in Libia. I racconti di questo libro arrivano da coloro che sono miracolosamente riusciti a sfuggire ai lager libici, e in alcuni casi a individuare i loro torturatori e ad assicurarli alla giustizia italiana. Ma non c’è giustizia che possa riscattare chi ha perso qualsiasi dignità.Dobbiamo fermare questa tragedia, non favorirla contrastando chi in ogni modo cerca di contenerla, come le organizzazioni umanitarie che, accusate addirittura di accordi con i trafficanti, sono costrette in buona parte a ritirarsi, lasciando campo libero alla guardia costiera libica, che riporta nei lager gli scampati alla morte in mare. Un incubo senza fine. Nonostante l’encomiabile impegno della nostra marina militare, che da anni si prodiga per salvare quante più persone possibile.

Altra medaglietta che i nostri rappresentanti si appuntano sul petto: i numeri dell'occupazione, indicativi del buon lavoro dei governi Renzi e Gentiloni.
Tutto vero?
E come si spiega che di fronte a questo Bengodi poi l'elettorato ha punito il Pd alle urne?
La realtà dei numeri dell'occupazione, come per il numero dei flussi, va spiegata affinché non rimanga pura propaganda politica fine a se stessa: lo fa oggi Marta Fana sul Fatto Quotidiano

Mese dopo mese il mercato del lavoro è sempre più precario. Trend confermato dai dati trimestrali della “Nota congiunta sulle tendenze dell’occupazione” a cura di Istat, Inps e Inail diffusa ieri.[..]Ulteriori dettagli arrivano dai dati Inps sulla distribuzione della nuova occupazione in base alla dimensione delle imprese che assumono: sono quelle piccole, fino a 9 dipendenti, a creare più lavoro in questo periodo (rappresentano il 41% dei posti creati, mentre le grandi imprese oltre i 50 dipendenti si fermano al 33%). Anche questa non è una sorpresa considerando che in Italia il 90% delle imprese dichiara non più di cinque dipendenti. Il dato peggiore arriva dalla distribuzione per settori economici, curata invece dall’Istat: alla fine del primo trimestre 2018, l’occupazione dipendente si distribuisce per il 71% dei casi nei servizi, il resto nell’industria (8,2 contro 4,4 milioni di occupati). È un campanello d’allarme per il sistema economico dal momento che metà degli occupati lavora in servizi di scarsa produttività come commercio e grande distribuzione, logistica e servizi di alloggio e ristorazione. Un trend da Paese che si sta deindustrializzando senza che la perdita di posti di lavoro nell’industria venga compensato da lavori ad alto contenuto di innovazione.
Oggi la questione più urgente è però un’altra e riguarda le 338 mila persone occupate in somministrazione, cioè il lavoro in affitto gestito dalle agenzie interinali. Un meccanismo con cui le imprese risparmiano sui costi ed esternalizzano le proprie relazioni industriali, i cui numeri sono in crescita: i lavoratori “somminisitrati” sono aumentati del 23,4% in un solo anno. Un fenomeno che segmenta ulteriormente un mercato dove il lavoro sembra sempre più considerato come un fattore usa e getta. Calcolando la durata dei rapporti di lavoro in somministrazione (informazione che non c’è nella nota ma rintracciabile nei dati del Ministero del Lavoro), si scopre che nel 76% dei casi i contratti non durano più di un mese, addirittura meno di due giorni nel 32% dei casi. Una fotografia simile ma meno impietosa riguarda i rapporti di lavoro a termine in generale, che nel 36% dei casi non durano più di un mese e solo nel 22% dei casi vanno oltre l’anno.
Questi numeri mostrano che le imprese italiane, scarsamente produttive, provano a gestire la debole ripresa risparmiando sul costo del lavoro, che si riflette sull’aumento della precarietà. A questo fenomeno dei mini contratti sembra essere incollata la discussione aperta al Ministero del Lavoro nel decreto dignità sul ripristino delle causali per motivare il ricorso ai lavoratori a termine. Se da un alto è vero che la reintroduzione della causale potrebbe ridurre la possibilità di ricorrere a contratti brevissimi, servirà intervenire anche per evitare che le imprese aggirino l’ostacolo ricorrendo alla somministrazione, dove i contratti godono di diverse deroghe rispetto a quelli tradizioni.

08 ottobre 2014

Io, killer mancato: Il giornalista cresciuto con i mafiosi, di Francesco Viviano

"Il giornalista cresciuto con i mafiosi"


“Era il 26 marzo 1966, avevo compiuto da poco diciassette anni ed ero lì in via Buonriposo con quel ferrovecchio in mano per uccidere l’uomo che nel 1950 aveva ammazzato mio padre”.
Francesco Viviano, giornalista di punta di Repubblica, racconta in questo libro la sua storia: quella di un ragazzo che, cresciuto in un quartiere di periferia a Palermo, l’Albergheria, è stato capace di ribaltare un destino che sembrava segnato, studiare da autodidatta e diventare il grande giornalista che è, autore di scoop incredibili sulla mafia, sull'immigrazione e sui casi di cronaca giudiziaria per il suo giornale.
È la storia del ragazzino che aveva preso il nome del nonno paterno, che era rimasto orfano del padre ad un anno, e che viveva in quell'unica stanza col pavimento in cemento.
Un ragazzino che era rispettato da tutti, non solo perché accompagnato dal nonno, una persona perbene rispettata in tutto il quartiere (“Tutti lo ossequiavano e si rivolgevano a lui per chiedere giustizia per i soprusi subiti”), ma perché Francesco era il «figlio della buonanima».
Come era morto il padre, Francesco lo scoprì molti anni più tardi, quando incontrò dei vecchi amici, che gli raccontarono la verità: il padre era stato sparato alle spalle durante un tentativo di furto ad una pelletteria.
A solo 22 anni. Il padre era un ladro, conosciuto nel quartiere.


L'autore racconta della volontà della madre ad andare avanti da sola a crescere il suo figlio senza l'aiuto dell'uomo che aveva sparato al marito, «Il sangue di mio marito non si vende».
Una donna estremamente determinata e coraggiosa, la signora Enza: per dare un futuro diverso al figlio si trasferisce al Villaggio Ruffini abbandonando la stanza in comune all'Albergheria.
Per far studiare il figlio accetta di lavorare come donna delle pulizie nelle stanze dell'Ansa di Palermo.



Dice Viviano, sul quartiere in cui si era trasferito: “Crescendo cominciai a rendermi conto che esistevano i cosiddetti «uomini d’onore». Al Villaggio Ruffini la loro presenza si percepiva molto di più che all’Albergheria.”
Ma la sua vita ha preso una direzione diversa: mentre gli amici dell'infanzia entrano nel giro grande della criminalità, Francesco trova prima lavoro in un laboratorio e poi come fattorino all'Ansa:
“Quando sentivo qualcuno dire che la predisposizione alla delinquenza è genetica mi veniva da strangolarlo. Io ero figlio di un ladro ammazzato a ventidue anni, che andava a rubare per sfamare me e mia madre”.
Il bivio della vita ha portato Francesco ad abbandonare la pistola del nonno con cui avrebbe dovuto uccidere l'assassino del padre, a studiare per prendersi un diploma, ad imparare a battere a macchina, a collaborare con Radiostampa, a collaborare col «Giornale di Sicilia» e a «L’Ora» di Palermo.


Francesco ha conosciuto o visto boss mafiosi del calibro di Michele Greco “il papa”, Gaspare Mutolo, l'amico Totino Micalizzi con cui era cresciuto al Villaggio che era diventato vice di Rosario Riccobono.
Ma anche giornalisti coraggiosi e capaci come Mario Francese, con cui scrisse il primo pezzo sull'omicidio del pretore Ugo Triolo che iniziava così: «Ho sentito al citofono che mio marito moriva».


Viviano ha visto la Palermo del sacco (di Ciancimino, del costruttore Vassallo, del ministro Gioia), della prima guerra di mafia per gli appalti e della seconda guerra da parte dei corleonesi di Riina per prendere il predominio sulle famiglie palermitane dei Bontade - Inzerillo.
Sono gli anni in cui la prima pagina dell'Ora contava i morti per le strade: era il 1982, l'anno orribile in cui furono uccisi Pio La Torre e il prefetto Dalla Chiesa.
Sono gli anni in cui si forma il pool antimafia di Caponnetto, con i giudici Borsellino e Falcone, che Francesco Viviano ha conosciuto di persona: “Incrociavo spesso Borsellino in bici sulla litoranea dell’Addaura, che collega l’Acquasanta con Mondello.”
Mentre Falcone lo conobbe frequentando la piscina dove il giudice nuotava ogni mattina, mentre Francesco accompagnava la madre per delle cure.

Nel corso della sua carriera, prima all'Ansa (dove fu assunto nel 1984) e poi a Repubblica (dal 1998) Viviano è riuscito a piazzare diversi scoop: la morte del collega Mauro De Mauro raccontata dal boss Francesco Di Carlo.
La scomparsa del poliziotto Emanuele Piazza, uno degli agenti assunti dal Sisde per dar la caccia ai latitanti mafiosi e lasciati allo sbaraglio. Le carte del processo Andreotti (con cui litigò con Bolzoni che realizzò un suo articolo con Peppe D'Avanzo).
L'iscrizione nel registro degli indagati del governatore Lombardo, per concorso in mafia.
L'operazione alla prostata di Bernardo Provenzano a Marsiglia.
Le telefonate di Berlusconi all'AGCOM per far chiudere la trasmissione di Santoro, Annozero.
Tutti scoop realizzati grazie alle buone fonti che è riuscito a coltivare negli anni, ma che talvolta gli hanno pure causato dei problemi: per le perquisizioni subite, per le denunce da parte degli interessati, per i mal di pancia che creavano nelle procure quando si rendevano conto che le carte erano uscite all'esterno.
E' il mestiere del giornalista bellezza, e tu non puoi farci niente.



Ad emergere chiaramente dalle pagine del libro e il clima che si respira (e si respirava) a Palermo: un mondo dove il confine tra buoni e cattivi era molto labile, perché era molto facile ritrovarsi a fianco di mafiosi o di amici di mafiosi.
Un mondo dove a preoccupare gli investigatori non era solo la mafia, ma i collusi con la mafia, le talpe, i traditori nella polizia, nella magistratura, nelle questure e nelle prefetture:
“A farci tremare non era la mafia, erano gli amici della mafia: traditori, spie, maggiordomi, talpe, esperti nel doppiogioco. Uomini in divisa, qualche magistrato, qualche prefetto.”
Beppe Montana aveva confessato a Bolzoni, prima di essere ucciso “A Palermo siamo poco più di una decina a costituire una reale minaccia per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti”.
Ma quanto si conosceva della mafia in città? L'ultima radiografia della mafia l'aveva fatta l'allora colonnello dei carabinieri Dalla Chiesa nei primi anni '70.

Poi l'incredibile lavoro del pool, la montagna di carte per il maxi processo contro il gotha mafioso del 1986.
La svolta: finalmente lo stato mandava a processo i boss mafiosi e i colletti bianchi con l'imputazione di concorso esterno in mafia.
Ma poi le stragi mafiose del 1992 che aprirono la stagione alla trattativa tra pezzi dello stato e cosa nostra: i pizzini ai carabinieri per catturare Riina, il papello con le richieste allo stato, il ruolo di Ciancimino come postino del boss.
Un altro scoop di Viviano ha riguardato proprio il papello: “Ciancimino mi aveva dato il suo testamento, nel quale autorizzava il suo legale di fiducia a consegnare a me il papello in caso fosse stato ucciso.”


Anche questo, racconta Francesco: del dover vivere con la paura che qualcuno, dentro cosa nostra te la faccia pagare per il tuo lavoro. Ecco allora dover stare attenti ad ogni battuta che ti viene fatta, al tono con cui si dice quella cosa.
“Sei tu quel Viviano che scrive sui giornali?” (
Totò Davì, amico di Viviano e capomafia, durante il maxiprocesso di Palermo).
Il doversi guardare le spalle, ogni sera, all'uscita dal lavoro.
Questo è il prezzo del dover fare il lavoro di giornalista in terra di mafia, dove la pallottola può arrivarti alle spalle in ogni momento.
Io killer mancato è forse la storia di un miracolo, perché anche a Palermo possono succedere i miracoli: il ragazzo che doveva diventare mafioso, che stava per diventare come tutti gli altri, è diventato un giornalista che scrive i fatti e racconta le storie che succedono nel paese.

Un giorno, un amico d'infanzia del Villaggio Ruffini incontrato per caso in un bar gli confidò:
“Ma lo sai che anche tu dovevi diventare come a noialtri? Be’, ti è andata bene, altrimenti avresti passato la vita in galera, oppure saresti già sottoterra.”

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