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29 ottobre 2023

Anteprima inchieste di Report – la rete di influenza dei sauditi

Tre i servizi che andranno in onda questa sera: il soft power saudita e l’ipocrisia occidentale (per cui pecunia non olet). L’incidente a Mestre, che non è stato di certo causato dalle batterie elettriche del bus. Infine una storia incredibile sul Veneto che per un’ordinanza sull’interramento dei rifiuti.

Il soft power saudita

L’Arabia Saudita è il nuovo king maker del mondo, in un rapporto strano con le potenze occidentali da una parte e con i paesi del gruppo Brics dall’altra (come ha raccontato lunedì scorso il servizio di Presa diretta). In bilico tra le ombre interne di una dittatura e l’immagine di sinceri riformatori che viene venduta all’estero.
Per vendere questa immagine positiva comprano le stelle del calcio mondiale, realizzano i progetti più costosi e avveniristici e puntano ad ospitare mondiali di calcio ed Expo nel 2030.
Chi sono gli uomini del soft power arabo?

Il servizio di Daniele Autieri parte da molto lontano, dall’11 settembre 2001, dall’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle: per anni si è raccontata la storia di 19 attentatori dalla scarsa conoscenza dell’inglese, pochi soldi a disposizione, ignoranza totale della cultura occidentale, assoluta inesperienza nel pilotaggio dei grandi aerei. Capaci però di portare a termine il più grave attacco terroristico della storia degli Stati Uniti.

Brett Eagleson è il figlio di una vittima di quell’attentato: “22 anni dopo i cittadini americani, il mondo intero meritano di sapere cosa è accaduto veramente l’11 settembre, chi ha aiutato gli attentatori e in che modo siano riusciti a realizzare quel piano”.
Nel 2021 il presidente Joe Biden firma un ordine esecutivo per declassificare alcuni documenti top secret della CIA e dell’FBI, sono i documenti dell’operazione Encore, un’inchiesta segreta aperta nel 2006 da FBI.
Kenneth Williams era un agente in servizio all’FBI tra il 1991 e il 2017: “l’operazione Encore ha portato a galla attività di numerosi individui impiegati dal governo Saudita e in particolare dal ministero per gli affari islamici che hanno dato supporto agli attentatori fin negli Stati Uniti nella California del sud.”
Quali sono le prove che dimostrano il coinvolgimento del regno Saudita nell’11 settembre?
“All’arrivo degli attentatori negli Stati Uniti d’America nell’aeroporto internazionale di Los Angeles, l’Imam di una moschea di Los Angeles finanziata dai sauditi gli ha assicurato assistenza e protezione. Poco dopo, un altro saudita, Omar Al Bayoumi, che al tempo viveva a San Diego si è messo in viaggio verso LA dove ha incontrato diversi terroristi presso un caffè.”
Secondo le indagini del Bureau, Al Bayoumi era in realtà un agente del regime saudita e teneva rapporti diretti con l’allora ambasciatore a Washington DC, il principe Bandar Bin Sultan, membro della famiglia reale ma anche grande amico della famiglia Bush.

Vi ricordate il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9? Nel film del 2004 si parlava già di tutto questo, in internet si trova ancora un articolo di Guido Olimpio del 2006 sui grandi misteri attorno all’11 settembre:

Mistero numero 3

Ci porta in California, e precisamente a San Diego, dove vivono due sauditi assai intriganti: Omar al Bayouni e Osama Basnan. Il primo è stato dipendente governativo, e si è poi stabilito sulla costa occidentale degli Usa. Il senatore repubblicano Bob Graham ha precisato alla rete Cbs che l’Fbi lo aveva schedato come membro dei servizi segreti sauditi. È lui ad assistere, nel 2000, Khalid al Mihdar e Nawaf al Hazmi quando arrivano da Los Angeles. Paga l’affitto di un appartamento e aiuta insomma due degli attentatori dell’11 settembre. Sosterrà di averli conosciuti per caso in un ristorante, e sempre per caso l’incontro coincide con una visita al consolato del regno. Omar non chiarirà mai la sua posizione, in quanto andrà all’estero nel 2001, due mesi prima dell’attacco.

I legami di Osama Basnan sono ancor più interessanti. Ha ricevuto forti somme di denaro dall’ambasciatore saudita negli Stati Uniti, il principe Bandar Bin Sultan (foto sotto, Reuters), e da sua moglie, la principessa Haifa. Bandar è da decenni uno degli uomini più influenti del regno, ed è amico personale del presidente George W. Bush. Che lo riceveva persino più spesso del segretario di Stato Colin Powell. La verità di Basnan sarà sempre la stessa: il denaro era una donazione per curare e assistere la moglie. No, ribattono gli accusatori: i soldi sono finiti nelle mani o nelle tasche dei dirottatori, o meglio degli organizzatori del più grave attentato della storia recente. Basnan verrà espulso, senza conseguenze legali. L’idea prevalente è che i sauditi — a titolo personale o perché hanno obbedito a ordini? — abbiano costituito una sorta di base avanzata per il team incaricato di compiere le stragi. A gestire il team sarebbe stato il diplomatico Fahad al Thumairy, ritenuto assai vicino agli ambienti più estremisti e dunque pericolosissimo. Nel 2003 gli verrà negato l’ingresso negli Usa.

Le indagini dell’FBI hanno trovato dei contatti telefonici tra Al Bayoumi e l’ambasciata saudita, in particolare con un funzionario di nome Al Jarrah, che lavorava col ministero degli affari islamici presso l’ambasciata a Washington.

Tutto questo ci fa dire, continua il signor Eagleson, “che gli attentatori quando arrivarono qui due anni prima trovarono una cellula istituzionale saudita vicina ad Al Qaeda, che li stava aspettando negli Stati Uniti per assicurargli supporto. Questa cellula li ha aiutati a trovare alloggi, denaro, ad imparare l’inglese. Li ha perfino iscritti alle lezioni di volo ..”
Grazie ai risultati delle indagini dell’operazione Encore i familiari delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001 hanno intentato un processo presso la Corte Federale di New York contro il Regno Saudita.

Sarebbe la prima volta negli Stati Uniti che una corte federale condanna un governo straniero: questo darebbe al mondo un messaggio molto forte e potente – è sempre il signor Eagleson a parlare - “ovvero che le vittime del terrore non dimenticheranno mai.”

Torniamo ai giorni nostri: l’Arabia sta puntando molto sulla gara per Expo 2030 e i mondiali di calcio (se sono andati al Qatar, perché non l’Arabia?), arrivando anche ad avvicinare politici stranieri e italiani. Daniele Autieri ha intervistato un parlamentare italiano “Ho partecipato ad incontri a porte chiuse ma non sono mai stato in Arabia Saudita ..” racconta al giornalista, aggiungendo che nei viaggi in Arabia sono stati offerti molti regali ai nostri parlamentari.

Sul Fatto Quotidiano è uscita una anticipazione del servizio dove si parla dell’attivismo del senatore Renzi, che provò ad fare da intermediario tra i proprietari della Fiorentina e Ryad

“Così Renzi offriva ai sauditi di Bin Salman la Fiorentina”

SPORTWASHING - “Matteo il tifoso” attaccava sullo stadio di Firenze, ma faceva arrivare proposte al dg viola Barone per conto di Riya
DI VINCENZO IURILLO 
29 OTTOBRE 2023

L’ex sindaco di Firenze, Matteo Renzi, tifa Fiorentina. E questa non è una notizia. Lo è invece quella che il nostro Renzi d’Arabia, l’amico del principe regnante dell’Arabia Saudita, Bin Salman, provò a intermediare un incontro a Riyad tra il management della squadra viola e gli “amici” sauditi dell’ex premier, che sarebbero stati interessati all’acquisto della Fiorentina. Nei mesi scorsi, infatti, il senatore Renzi ha inviato un messaggino al direttore generale della Fiorentina, Joe Barone, braccio destro del presidente Rocco Commisso, per proporre questo incontro.

Si usa lo sportwashing e i mega progetti per conquistare l’opinione pubblica mondiale, come il progetto per la città di Neom che, come la rosa del deserto, spunta dal nulla del deserto e le acque calde del mar Rosso: qui il regime ha investito 500 miliardi di dollari per costruire una metropoli ultra moderna, una delle frecce nell’arco del principe Bin Salman per convincere il mondo che l’Arabia è il posto ideale per ospitare i grandi eventi del 2030, contesi con Roma.
Un consulente del Bureau International des Expositiones (l’ente che valuterà le candidature) racconta a report “a me la cosa che mi ha fatto impressione è che alcuni dirigenti BIE, quando gli arriva la telefonata del saudita che lo cerca anche a livello apicale, sbiancano.”


Moamed Bin Salman è l’erede al trono scelto da re Salman, l’ultimo rappresentante della famiglia Saud che dal 1926 guida l’Arabia Saudita. Per alcuni è un riformatore, per altri un tiranno spietato: secondo un report della CIA e dell’Onu è lui il mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi.
Ma il calcio è uno strumento formidabile per far dimenticare le violazioni dei diritti umani e costruire un consenso unanime attorno all’Arabia Saudita: prima di vincere un mondiale (magari con Mancini come allenatore) il sogno di MBS è di ospitarne uno.

L’obiettivo è far diventare la lega calcio araba una delle prime dieci al mondo entro il 2030: chissà fino a quando la champions League rimarrà in Europa.
Daniele Autieri, oltre ad aver intervista l’ex presidente Renzi sulla vicenda della Fiorentina, ha intervistato anche l’ex presidente Giuseppe Conte: ci fu un incontro nel 2020 in cui l’Arabia presentò il suo progetto per i mondiali del 2030 a cui partecipò anche il presidente Fifa Infantino e quello della FGCI Gravina. Infantino propose un mondiale a tre con Egitto e Arabia. Ricorda Conte che “già dall’incontro col consigliere diplomatico Benassi convenimmo che non c’erano le condizioni per costruire un progetto del genere.”
Lo stesso consigliere Benassi conferma la ricostruzione “Me ne parlò Conte esprimendomi più di un pensiero di perplessità. Allora partire lancia in resta con l’Egitto, in pieno caso Regeni eccetera, lei immaginava che, insomma, destava qualche perplessità d’immagine per il nostro governo. Feci proprio un sondaggio su indicazione del presidente, mi disse ‘veda di approfondire..’ però la posizione iniziale, insomma, ci fa alzare più di un sopracciglio.. ”
C’è stato anche un incontro tra Bin Salman e Conte nel corso del G20 in Argentina a fine 2018 (a ridosso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018) e in quella occasione in un incontro bilaterale l’ex presidente espresse il suo disappunto per quell’omicidio “inaccettabile” (in un contesto in cui c’era un forte imbarazzo da parte dei leader europei – così ricorda Conte) “gli dissi che l’unico modo per uscirne era consentire un processo con osservatori internazionali ..”
Racconta il servizio che a volere questo mondiale condiviso sarebbe stata l’Arabia che identifica nel nostro paese la porta d’ingresso per l’Europa, ma ha bisogno del supporto del più fedele degli alleati, l’Egitto.
Il parlamentare Erasmo Palazzotto fu presidente della commissione di inchiesta su Regeni: “I sauditi, soprattutto in una prima parte hanno molto sostenuto l’Egitto quando era escluso dai consessi internazionali.”
Ci sono state pressioni da parte dell’Arabia sul caso Regeni dunque? Sarebbe da escludere “Che si siano interessati non mi è mai apparso in nessuno degli elementi di approfondimento” – ricorda Palazzotto – “su questo punto abbiamo scavato molto.”
C’è stata anche una mini-trattativa tra la federazione dell’Arabia che ha coinvolto sia la FGCI che il governo Conte, dopo il primo diniego: una consulente di Federcalcio rivela a Report che dopo i primi incontri ce ne furono altri in cui gli arabi presentarono un piano dettagliato su come mettere su i mondiali, “Gravina è sempre stato contrario all’ingresso dei sauditi in Italia.”
Tutto confermato da quest’ultimo, “abbiamo deciso con molta fermezza di non condividere questo appoggio di una candidatura a tre.”
E gli altri incontri dei sauditi in Federcalcio? Erano incontri precedenti a questa ipotesi dei mondiali – spiega Gravina – “arrivammo ad una convenzione che prevedeva una collaborazione in diversi settori, collaborazioni che già prevediamo con diversi paesi”. La partnership poi saltò quando fu evidente che l’Italia non era d’accordo con la scelta del mondiale a tre.

Sul tavolo non c’è lo sport, ma la conquista di un peso geopolitico nel Mediterraneo e in Europa che il regno è disposto a raggiungere a qualunque costo anche andando sopra la nostra sovranità nazionale, racconta il servizio: la fonte anonima dentro la Federcalcio racconta di come un giorno arrivò una lettera col timbro confidenziale e la firma del presidente della Federazione “in realtà però dietro c’era il governo saudita che di fatto parlava al governo italiano .. si proponevano come mediatori per cercare di risolvere la crisi tra il governo italiano e quello egiziano per via dell’omicidio Regeni”

La scheda del servizio: Desideri sauditi di Daniele Autieri

Collaborazione di Federico Marconi e Carlo Tecce

Immagini di Giovanni De Faveri, Davide Fonda, Alfredo Farina, Cristiano Forti, Paolo Palermo e Marco Ronca

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio di Andrea Masella

Grafiche di Michele Ventrone

Le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030.

Gli incontri segreti dei parlamentari; le mediazioni dei politici italiani sugli affari del calcio; i viaggi pagati dai sauditi; le ingerenze politiche sul caso Regeni che arrivano fino alla presidenza del Consiglio di allora; le opache operazioni per ottenere l’assegnazione dell’Esposizione Universale del 2030 che si deciderà il prossimo 28 novembre a Parigi. Il piano del Regno Saudita per conquistare una leadership geopolitica tra i paesi arabi e un consenso diffuso tra i paesi del blocco occidentale ha come obiettivo anche l’Italia, il primo paese dell’Unione europea che dal 2019 viene scelto per penetrare politicamente il Vecchio Continente. Un piano che Report ricostruisce con documenti e testimonianze finora inedite. Per la prima volta emergono le attività di pressione e lobbying esercitate negli Stati Uniti, in Europa ma anche su parlamentari italiani, così come gli incontri a porte chiuse organizzati a Roma alla presenza di membri del governo saudita. Sullo sfondo il grande circo del calcio mondiale, dove l’Arabia Saudita ha trasformato la più grande e dispendiosa campagna acquisti nella storia in una strategia per la conquista del consenso globale, che ha coinvolto anche la Federcalcio e l’ex Ct della Nazionale Roberto Mancini. Oggi però il Principe ereditario Mohammad Bin Salman deve fare i conti con le conseguenze degli attentati di Hamas del 7 ottobre, che avevano tra gli obiettivi anche quello di far saltare il dialogo di pace avviato tra l’Arabia Saudita e Israele con gli Accordi di Abramo, e che riaprono il dibattito sul ruolo della monarchia saudita nella regione.

La tragedia di Mestre

All’indomani della tragedia, il ministro delle infrastrutture aveva pubblicato un tweet dove si faceva intendere come dietro l’incidente di Mestre (che causò 21 vittime) ci fosse anche un problema coi bus elettrici e le loro batterie, che si incendiano facilmente.
Il servizio di Report si occuperà invece dello stato di manutenzione del guardrail: perché il guardrail era interrotto in un punto e comunque era inadatto?
L’assessore alla mobilità del comune di Venezia ha spiegato che il progetto realizzato da Anas è stato realizzato anni fa con quei varchi. Un progetto vecchio dunque fa intendere l’assessore, ma nel 2001 Anas ha ceduto quel tratto al comune: la legge sulle barriere stradali è del 1992 e prevederebbe un guardrail più alto e continuo, ma questo viadotto è stato costruito 30 anni prima e perciò a quella legge non è soggetto, è rimasto lì senza che nessuno se ne preoccupasse.
A chi spettava la manutenzione? C’è un atto commissariale, ha risposto l’assessore, che dice che la manutenzione è del comune. Il progetto per la sostituzione dei gardrail risale al 2018 ma l’approvazione per il finanziamento è arrivata solo nel 2022 e prevede l’uso di 5,4 ml dai fondi del PNRR.
Colpa dei tempi lunghi delle gare, commenta l’assessore: si poteva almeno mettere in sicurezza quel tratto? Non faccio il tecnico – ha concluso l’assessore – ci sono dei periti del Tribunale che faranno le valutazioni su queste cose, “lasciate alla procura fare le loro indagini”. Come se fare domande ad un nostro rappresentante fosse un ostacolo alle indadini..
La giornalista voleva porre qualche domanda al sindaco di Venezia Brugnaro ma quest’ultimo ha risposto che no, a Report non intende concedere interviste, “report no per carità”. Il sindaco ce l’ha ancora per quella volta in cui Walter Molino, uno dei reporter della trasmissione, aveva chiesto al sindaco se avessero aggiornato la pratica antimafia su una azienda che oggi gestisce in concessione un bene del comune: “siete lo schifo dell’Italia” aveva risposto Brugnaro.
La colpa di Report è essere una trasmissione faziosa: forse perché altri giornalisti non pongono certe domande, scomode, difficili al sindaco. Per esempio come mai sono stati approvati i lavori su un altro cavalcavia, quello sulla rampa Rizzardi finanziato con fondi del Mise.
I nostri rappresentanti devono imparare ad avere un rapporto più sereno coi giornalisti, anziché accusare di faziosità le persone, devono rendere conto delle loro azioni.
Ma gli autisti hanno ricevuto formazione per guidare questi bus elettrici?
Secondo l’azienda La Linea SPA, l’autista riceve una formazione, perché ha un diverso sistema di frenatura, perché elettrico.
Report ha intervistato un ex autista dell’azienda che a Venezia usa questi bus elettrici e che racconta una realtà diversa da quella raccontata dal manager: i corsi di formazione per questi bus non sarebbero stati fatti, “i bus sono arrivati, lo abbiamo solamente provato il giorno prima e il giorno dopo siamo andati lì, abbiamo fatto una riunione .. ci hanno spiegato l’impianto frenante, le batterie in alto, l’energia dove va e come se la prende.”
La riunione sarebbe stata fatta dopo l’incidente, non prima, racconta l’autista:


La scheda del servizio: La tragedia del bus di Giulia Presutti

Collaborazione di Lidia Galeazzo e Andrea Tornago

Immagini di Paolo Palermo e Davide Fonda

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi e Paola Gottardi

Montaggio di Sonia Zarfati, Andrea Masella

Grafica di Giorgio Vallati

Il 3 ottobre scorso un pullman con a bordo 35 turisti è precipitato da un cavalcavia di Mestre.

Nello schianto sono morte 21 persone mentre le altre 15 sono state portate in ospedale con ferite gravissime. Secondo i primi rilievi, il bus si è accostato a destra strusciando sul guard rail per quasi 50 metri. Poi è precipitato in corrispondenza di un varco di servizio. Ma perché la continuità della barriera era interrotta da un'apertura che si è rivelata fatale? E perché il bus, guidato da un autista esperto, sembra esser stato negli ultimi istanti privo di controllo? Il tratto di strada dove è avvenuto l'incidente è sottoposto alla gestione del Comune, che stava svolgendo dei lavori per la messa in sicurezza del viadotto, ma non li aveva ancora terminati. Il bus, invece, è di proprietà dell'azienda Martini Bus, controllata da La Linea Spa, e fa parte di una flotta di 20 pullman elettrici prodotti dal colosso cinese Yutong che sono l'avanguardia della mobilità a zero emissioni. Per l’incidente, intanto, la procura ha iscritto nel registro degli indagati due tecnici del Comune e l'AD di La Linea.

Riso ai veleni

Dal Veneto arriva questa storia incredibile che racconterà Lucina Paternesi: Sorgà è uno dei pochi comuni del veronese dove si può coltivare la qualità di riso chiamata Vialone nano, le risorgive creano l’ambiente ideale per la raccolta del chicco a fine estate. Il Vialone nano è la ricchezza di questo territorio lo sa bene la regione Veneto che ha concesso un finanziamento di 400 mila euro per promuovere i suoi prodotti IGP. Da un lato la regione promuove, dall’altro azzoppa: accanto ai campi di riso si sta preparando la discarica di “car fluff”: un’enorme montagna che andrebbe a raccogliere circa il 40% del car fluff nazionale, lo scarto non riutilizzabile derivante dalla demolizione delle autovetture.

La scheda del servizio: Falda e faldoni di Lucina Paternesi

Collaborazione di Giulia Sabella

Immagini di Davide Fonda, Marco Ronca e Andrea Lilli

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafica di Giorgio Vallati

Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie?

Tra i 24 comuni del veronese in cui si coltiva il riso vialone nano, tra i più pregiati e l’unico insignito del marchio I.G.P. in Europa, c’è anche il piccolo comune di Sorgà, in provincia di Verona. Tra un campo di riso e l’altro, però, incombono le ruspe che hanno iniziato gli scavi per realizzare una discarica per rifiuti speciali non pericolosi: il “car fluff”, un pulviscolo contenente tutto ciò che non si può più riciclare dalle auto che rottamiamo. Come è possibile che la Regione Veneto abbia permesso a un’azienda privata di interrare quei rifiuti a due passi dalle risaie e dalle acque pure che inondano quei terreni? Il terreno su cui sorgerà la discarica è privato, l’azienda l’ha acquistato e ha iniziato a pagarlo prima di ottenere il via libero definitivo dalla Regione, nonostante la contrarietà della comunità locale. Ma non è l’unica stranezza. Secondo il progetto che l’azienda ha presentato alla Regione la falda acquifera si troverebbe ben al di sotto di dove si dovrà scavare; è toccato alla piccola amministrazione di Sorgà rifare tutti i rilievi sul terreno fino a che il Tar ha sospeso gli scavi e ora si dovrà pronunciare sul futuro della discarica e del piccolo Comune. Ma quanto è costato tutto questo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 giugno 2023

Anteprima inchieste di Report – l’uomo forte a destra, i disabili in Liguria, i controlli sul lavoro e sui soldi dall’estero

 

Sono diversi i servizi che andranno in onda questa sera: l’uomo nuovo a destra, il neo sindaco di Terni, i controlli sul lavoro, come la Liguria non tutela i disabili e infine i controlli su chi porta i soldi in Italia.


L’uomo forte a destra


Il giorno della sua elezione a sindaco i suoi elettori lo hanno accompagnato in corteo, a Stefano Bandecchi, davanti al comune di Terni. È un uomo che piace al suo elettorato: si presenta bene, diretto, critica la politica (ma senza fare alcuna proposta concreta), ha un vasto consenso frutto dell’essere presidente della Ternana. Chi è Stefano Bandecchi, l’uomo di destra che a Terni ha battuto perfino il candidato di Fratelli d’Italia? Come Berlusconi è proprietario di una squadra di calcio, ed è stato anche fondatore dell’università telematica Niccolò Cusano. Con B. ha altro in comune però: la procura di Roma ha contestato al neo sindaco un’evasione di 20 ml di euro, l’ateneo avrebbe svolto attività commerciali in maniera prevalente rispetto a quelle istituzionali. Report racconterà come funzionano le università telematiche, nate dalla riforma Moratti nel 2006.
L’inchiesta ha evidenziato come, negli anni, i fondi per l’università Niccolò Cusano sono stati utilizzati per comprare beni che non hanno nulla a che fare con l’ateneo: nell’anteprima del servizio si vede lo stesso Bandecchi mostrare al giornalista di Report due auto parcheggiate in garage. Si tratta di una Ferrari gialla elettrica, che però il sindaco non usa perché non gli piace l’elettrico, e poi una Rolls Royce da 550mila euro: “questa è la terza Rolls Royce, nessuno ce l’ha mai contestata, la macchina è intestata all’università Niccolò Cusano”. Si tratta di una Rolls modello Phantom 8, con interni in pelle rifiniti a mano.


Ma che ci fa l’università di una macchina che fa i 340km/ora come la Ferrari elettrica? “Ci va in giro qualcuno, il presidente, il vice presidente oppure è a disposizione degli studenti che studiano automotive.. la vera domanda è, la posso comprare o non la posso comprare?”
Il problema è quelle auto non le ha comprare il cittadino Bandecchi, ma l’università Cusano che come tutte le università è esente dalle imposte sui redditi.
Le rette universitarie lo stato le ha detassate – racconta a Bertazzoni lo stesso neo sindaco – per permettere al contribuente di spendere il meno possibile, ma è colpa nostra?
La procura ha effettuato il sequestro con l’ipotesi di evasione fiscale perché – spiega Bertazzoni “sostiene che Unicusano agisca come holding in partecipazione diverse da quelle universitarie, quindi avete attività prettamente commerciali ..”
“La Guardia di Finanza deve anche imparare a leggere e scrivere, non si deve venire a laureare all’università Cusano, se ci considera pessimi, quasi 4000 di loro si sono laureati da noi, e si vede…” la risposta di Bandecchi che ha chiuso la convenzione con la Finanza.

Bandecchi è anche presidente della squadra di calcio Ternana: nel 2017 la famiglia Longarini, proprietaria della squadra, era in difficoltà finanziarie e rischiava di non poter iscriverla al campionato. In suo soccorso arriva l’università telematica Cusano che ha molto investito sul calcio: il costo degli stipendi è di 11 ml di euro l’anno.
Ancora una volta arriva in soccorso il consulente Bellavia: “dal 2017 al 2020 la Ternana calcio ha perso 58 ml di euro, mica bruscolini, l’università coi soldi recuperati dagli studenti gli ha dato 1 ml di euro”. In generale in questi anni l’università ha messo 29ml di euro nella squadra di calcio: l’università dovrebbe fare ricerca, deve applicare la ricerca all’economia del paese, non vedo che tipo di investimenti si possano fare nel finanziare una società di calcio – conclude Bellavia.
Eppure i finanziamenti continueranno, spiega a Bertazzoni Bandecchi stesso e quest’anno i soldi saranno ancora di più: soldi dell’università, ed è questo quello che viene contestato dall’inchiesta della Procura. Una supercazzola il commento del neo sindaco.
L’università di Bandecchi ha finanziato per 100mila euro anche il partitino (in termini di voti) di Angelino Alfano di cu
i fa parte, Alternativa Popolare.
Nel comizio finale, di fronte ai suoi sostenitori, parlava di sogni da realizzare e da mantenere, del fatto che occorra votare per qualcosa di diverso e di nuovo.
Come alla fine è realmente successo: è il nuovo Berlusconi? “Ognuno ha la propria storia, io ho cominciato da un comune ..” è la giustificazione data a Report da Bandecchi, nel mezzo della folla dei suoi sostenitori, tra cori da stadio.
Gli atenei telematici sono stati istituiti nel 2003 dalla riforma Moratti, inizialmente erano 5: nell’ultimo mese del governo Berlusconi l’allora ministro furono riconosciuti 5 nuovi atenei.
Il 10 maggio 2006 in Gazzetta compare il riconoscimento dell’università Niccolò Cusano, il giorno dopo si insediò il governo Prodi e il ministro Mussi che ha dato i permessi all’università: oggi al giornalista racconta di come ci fossero particolari pressioni su queste università telematiche, anche interessi economici e che lui fermò il riconoscimento delle ultime cinque (le ultime del governo Berlusconi). “Io non ce l’ho con le università telematiche” risponde Mussi “ma non bisogna esagerare, perché le università non è solo un cursus per prendere un pezzo di carta..”

Bertazzoni ha intervistato poi il professor Antonio Vicino che è stato presidente del consiglio universitario nazionale, organo consultivo del ministero dell’università e della ricerca, che si occupa delle università telematiche: “il processo di accreditamento è abbastanza complesso, io nei 4 anni di presidenza [2019-2023] ho sempre cercato di lasciare questo messaggio al decisore politico, mettiamo pochi paletti ma non aggirabili.”
Il punto è che esiste un legame forte tra università telematiche e la politica, tra questa in particolare e certi politici: Unicusano ha finanziato per 100mila euro l’attuale ministro Tajani, tutto regolare spiega il ministro, ma come mai questi finanziamenti, anche a Forza Italia per 150mila euro, su un ateneo su cui poi la politica deve legiferare?
Unicusano, ovvero Bandecchi, ha finanziato Rocca, candidato alle regionali nel Lazio, ora presidente che però ha rifiutato l’assegno. “Ma io volevo finanziare anche D’Amato” ha spiegato oggi il sindaco di Terni, ma anche D’Amato ha rifiutato.
Unicusano ha finanziato Di Maio come anche altri esponenti del PD: come mai questa scelta di finanziare sia destra che sinistra? “Io sono un uomo popolare, sono una persona che pensa che al centro ci sia la virtù”: tanto è vero che Bandecchi si voleva candidare inizialmente per il terzo polo, Renzi diede l’ok ma fu Calenda a bloccarne la candidatura, per una maglietta con sopra frasi fasciste.
Ma a parte questo le relazioni con la politica si sono rafforzate per i tanti politici che si sono laureati presso Unicusano, molto più di 50. Tra questi l’europarlamentare Angelo Ciocca, quello della scarpa sul discorso di Moscovici contro la manovra italiana del 2018 (governo Conte I).
Nel 2019 Unicusano finanzia anche Ciocca, “come studente” risponde il parlamentare.
Certo, dubito che l’ateneo finanzi proprio tutti i neolaureati.

La scheda del servizio: Mister B di Luca Bertazzoni, con la collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Giovanni De Faveri, Carlos Dias, Marco Ronca e Paco Sannino

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio di Igor Ceselli

Grafiche di Giorgio Vallati

Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi?

Imprenditore, presidente di una squadra di calcio, ha radio e un canale televisivo ed è appena diventato sindaco di Terni. Stefano Bandecchi è il nuovo Silvio Berlusconi? L’inchiesta racconta la vicenda dell’università telematica Niccolò Cusano, di cui Bandecchi è fondatore e presidente del Consiglio di Amministrazione. La Guardia di Finanza ha sequestrato 20 milioni di euro all’ateneo per presunta evasione fiscale. L’università Niccolò Cusano avrebbe utilizzato i soldi provenienti dalle rette universitarie, e quindi esentasse, in attività prettamente commerciali: una di queste è la Ternana calcio. Partendo dalla ricostruzione dell’inchiesta della magistratura, il racconto si sviluppa analizzando il fenomeno delle università telematiche, una realtà sempre più consolidata in Italia, mostra il loro funzionamento e la loro nascita nel 2006, quando furono autorizzate dall’allora Ministro dell’Istruzione Letizia Moratti.

Come la Liguria (non) tutela i disabili

In un passato servizio di Presadiretta si spiegava come la Liguria fosse la regione più “anziana” del paese, quella cioè con mano bambini. Non c’è solo quello: Report questa sera racconterà di come la Liguria non riesca a garantire con lo spettro autistico e con problemi di neurosviluppo le cure previste dal sistema sanitario nazionale.
Una madre racconta alla giornalista la sua storia: “ci hanno detto per il momento di muoverci privatamente perché la lista è ancora lunga, è passato ancora un anno ma lui [il figlio] è in quarta elementare, rischiamo di arrivare alle medie senza nessun percorso riabilitativo.”
Marco Mac
rì è il portavoce di delle 2000 famiglie con disabili in Liguria: “Quando viene stilato il piano terapeutico il genitore si ritrova inserito dentro una graduatoria e questa non scorre. Mio figlio Nicola è stato inserito che aveva 150 bambini davanti, mio figlio Roberto ne ha addirittura 130 davanti..”
Le prestazioni sanitarie per i suoi due figli le ha dovute pagare lui, di tasca propria: “tutti i mesi spendere 600 euro è una questione veramente difficile” è la sua amara conclusione.


Anche quando si realizzano opere pensate per disabili, emergono problemi di progettazione che le rendono non pienamente fruibili: a Genova è stata realizzata dall’amministrazione comunale la pista ciclabile lungo Corso Italia, la strada che porta al mare, con un costo di 3 ml di euro (complessivo del rifacimento anche del corso). Obiettivo era snellire anche il traffico delle auto, ma si è scoperto poi che non può essere usata dai disabili.

La scheda del servizio: Non è una regione per disabili di Chiara De Luca con la collaborazione di Lidia Galeazzo

Ricerca immagini di Eva Georganopoulou

Immagini di Fabio Martinelli

Montaggio di Andrea Masella

Grafica di Michele Ventrone

Quali sono le problematiche affrontate dai disabili in Liguria?

Dalle liste di attesa per le cure dei bambini con spettro autistico e disturbi del neurosviluppo, all’erogazione della 104, all'iscrizione scolastica, fino ai parcheggi su corso Italia, a Genova. Secondo la Corte dei conti la Liguria è il fanalino di coda tra le regioni del Nord Italia con riferimento all’utilizzo dei fondi per le strutture semiresindeziali per persone disabili. Una mancanza di visione e di programmazione economica che alla fine lascia indietro i più deboli.

La sicurezza negli stabilimenti della Cremonini

Il servizio di Bernardo Iovene si occuperà dei lavoratori degli stabilimenti del gruppo Cremonini e delle malattie in ambito lavorativo, denunciate dai sindacati.

La scheda del servizio: Insicurezza sul lavoro di Bernardo Iovene con la collaborazione di Lidia Galeazzo e Greta Orsi

Immagini di Paco Sannino

Grafiche di Federico Ajello

I lavoratori che si occupano del disosso della carne sono a rischio malattie professionali: come vengono tutelati?

All’interno degli stabilimenti Inalca del gruppo Cremonini, l’Inail ha riconosciuto a 35 lavoratori malattie professionali dovute alla modalità di lavorazione del disosso della carne. Ma secondo le testimonianze di lavoratori e alcuni sindacati la situazione sarebbe ancora più grave. Anche l’Ats di Milano è intervenuta con prescrizioni che prevedono più pause e ritmi meno elevati. I sindacati Cgil e Usb denunciano un rapporto difficile con l’azienda in ambito di sicurezza e le prescrizioni dell’ATS non basterebbero a evitare malattie muscolo-scheletriche ai lavoratori. Report ha intervistato un medico del lavoro dell’ATS oggi in pensione, che aveva effettuato un controllo all’interno dell’azienda del gruppo Cremonini per verificare il nesso con il lavoro svolto e 6 casi di malattie e lesioni agli arti. Racconta il suo stupore sia sulla metodologia del lavoro che nel rilevare che all’interno c’erano stati altri 60 casi di patologie simili.

L’odore dei soldi

Ieri per i paperoni dall’estero avevamo spalancato le porte, con la norma voluta dal governo Renzi (e poi modificata dal Conte II): tra questi paperoni ci sono anche gli oligarchi russi, oggi messi al bando dopo l’inizio della guerra in Ucraina.
Il servizio di Report racconterà delle maglie larghe nei controlli sui capitali dall’estero, perché non è sempre vero che “pecunia non olet”.

La scheda del servizio: Pecunia olet di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini con la collaborazione di Edoardo Garibaldi e Alessia Pelagaggi

Immagini di Paolo Palermo, Paco Sannino e Alfredo Farina

Montaggio di Michele Ventrone

Come vengono fatti i controlli sugli imprenditori che portano il loro denaro in Italia?

Anche l’Italia, nel 2016, sotto il governo Renzi, ha lanciato il suo programma di visti in cambio di investimenti. Un modo per attirare i paperoni del mondo e i loro capitali nel nostro Paese offrendogli due anni di permesso di soggiorno rinnovabili e un regime fiscale vantaggioso. Nel 2020 poi il governo Conte II ha abbassato la soglia di denaro da investire sulle nostre aziende, fino a un minimo di 250mila euro, e allora il programma è diventato fra i più gettonati al mondo. Ma come vengono fatti i controlli sugli imprenditori che portano il loro denaro in Italia? Il servizio racconterà un caso che desta alcuni dubbi.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

31 luglio 2022

la narrazione tossica attorno a queste elezioni

Stanno già circolando sui quotidiani del fronte repubblicano (pro agenda Draghi) i moniti agli elettori: attenzione, queste sono le elezioni più importanti della storia, come nel 1948.

Repubblica prima pagina del 31 luglio 2022

Lo scrive oggi Claudio Tito su repubblica: da una parte il moderno dall'altra il passato, da una parte l'occidente dall'altra la Russia.

I buoni e i cattivi.

E' una narrazione tossica che non servirà a spostare gli elettori, se non in minima parte: cosa c'è di moderno nel parlare di militarizzazione dei cantieri, come fa Calenda (lo diceva già Berlusconi nel 2008)? E cosa c'è di moderno nel jobs act (la riforma mai abiurata del PD renziano)? O nel voler attaccare, un pezzo alla volta il reddito di cittadinanza, come ha fatto lo stesso PD votando l'emendamento del centro destra che consente ai privati di denunciare i percettori del reddito che rifiutano un'offerta congrua (senza che nessuno controlli cosa voglia dire congrua)?

Chiara Saraceno su l'Espresso del 31 luglio 2022

E poi, anche sulla contrapposizione Russia vs occidente, in fondo anche la Meloni è atlantista a modo suo: certo, l'atlantismo dell'ultra destra cattolica alla Bannon. Certo, la Meloni (come anche Salvini) sta anche con Orban, che sta poi con Putin. Ma vai a guardare il capello ..

Dove sta il problema? Sta nel fatto che più che tutti i candidati (troppi) e i segretari si stanno affrettando a precisare e sottolineare la loro posizione nei confronti di Washington o della Commissione Europea. E la vostra posizione nei confronti degli elettori su salari, sanità, scuola? 

Forse è vero, ci stiamo spostando verso una democrazia senza elettori (per l'astensione destinata a crescere e per gli escamotage dei vari big che non devono raccogliere le firme, da Di Maio alla Bonino): come ai tempi del regno d'Italia (fino alle riforme dei primi del novecento) dove il voto era regolato dal censo e per istruzione.

Una democrazia dove i programmi sono solo slogan che non hanno senso: una coalizione riformista, progressista, europeista, atlantista .. anche Orban è in Europa e pure lui ha fatto le sue riforme. 

Oppure dove gli slogan puntano all'usato sicuro come sta facendo l'incauto Salvini, ieri alla stazione centrale per la sua campagna elettorale: pensa che puntare su Salvini e criminalità funzioni ancora? 

Dopo la pandemia, i rincari energetici e i rincari causati dalla guerra e dalle speculazioni, temo (anzi spero) che la propaganda sui barconi non attecchisca per nulla. 

Certe sciocchezze le puoi raccontare una volta, due. Poi basta.

14 giugno 2022

Report – le toghe rotte (e la riforma Cartabia)

 TOGHE ROTTE di Giorgio Mottola in collaborazione Norma Ferrara

Ieri sera Report ha parlato della riforma della giustizia, con un'intervista all'ex presidente Renzi, che torna a parlare con Report dopo la vicenda dell'autogrill che, sabato scorso ad un incontro per i referendum, ha accolto caldamente.

Ma Renzi ha avuto buone parole anche nei confronti dei 3 pm che hanno aperto le inchieste su di lui, su Open e su suoi genitori. Nel suo libro ha criticato i procuratori di Firenze, raccontandone alcuni episodi secondo lui inquietanti: tra i pm che Renzi invece ha lodato ci sono Falcone e Borsellino, sebbene nell'ultima leopolda fosse presente un giornalista che ha smontato gli strumenti usati dalla lotta alla mafia, come la confisca dei beni e l'ergastolo ostativo.

Alcuni di questi strumenti devono essere ripensati – racconta Renzi – se a questo si aggiunge che a Palermo i renziani hanno appoggiato Lagalla, il cerchio da un certo punto si chiude.

Se vince Lagalla noi siamo all'opposizione – dice Renzi. Ma Chinnici e Costumati, due renziani a Palermo, appoggiano Lagalla: si dimetterranno da Italia Viva dove l'intervista a Report?

La riforma Cartabia e l'indipendenza della magistratura

La riforma Cartabia mina la separazione dei poteri, alla basa delle norme giuridiche in Europa e in Italia: sarà il parlamento a dire ai procuratori capi quali reati da perseguire, sarà il ministero della giustizia a coordinare il lavoro del pm.

Questa riforma segue il segno delle precedenti, dalla riforma Castelli a quella Mastella: l'azione penale si concentra nelle mani del procuratore capo, che aveva il potere di avocare le inchieste eliminando il potere diffuso dei sostituti.

Si torna sempre a parlare di scontro tra politica e magistratura, da Craxi a Berlusconi, fino ad arrivare a Renzi. La magistratura era accusata di bloccare l'azione della politica, gli appalti, le imprese.

Come rischiava di succedere a Renzi, la grande esposizione universale del 2015, fiore all’occhiello di Milano e dell’allora governo Renzi: l’ex presidente, fine esposizione, ebbe a ringraziare proprio i magistrati della procura di Milano, allora guidata da Bruti Liberati, per aver contribuito al successo di expo.

C’è stato un accordo tra magistratura, quella milanese, e la politica, l’esecutivo, per non bloccare l’evento con inchieste sugli appalti? Di questo ne ha parlato con Report l’ex procuratore aggiunto di Milano Raffaele Robledo: “[quello che è successo] è la prova di un intervento pesante della politica, sul procuratore della Repubblica di Milano Bruti Liberati, per far si che non vi fossero intralci giudiziari su Expo.”

Nel 2015 Robledo era responsabile dei reati contro la pubblica amministrazione a Milano, nel 2014 aveva iniziato un’indagine sull’appalto per la piastra di Expo per 140 ml di euro. Appalto assegnato al colosso delle costruzione Mantovani SPA con un ribasso record del 40%.

“Facendo delle intercettazioni emerse che una persona aveva avuto, prima della valutazione della commissione, i risultati coi punteggi.” Il primo grande appalto di expo era così truccato o, per dirla in termini più corretti, c’erano indizi seri che facevano temere che portavano a pensare a questo.

Ma grazie ai poteri della riforma Castelli, Bruti Liberati avoca le indagini di Robledo e sposta il suo aggiunto ad un altro ufficio: il timore era salvare Expo, che Expo si poteva bloccare? Ma expo, spiega oggi Robledo, non si sarebbe fermata, le aziende si potevano commissariare.
La vicenda di Robledo era stata raccontata da Riccardo Iacona nel suo libro Palazzo d'ingiustizia.

Renzi nel suo libro racconta di aver incontrato Bruti Liberati prima in una saletta privata in un aeroporto: Renzi non ha chiesto di bloccare le inchieste al procuratore capo, sebbene poi ci sia poi stata la revoca alle inchieste di Robledo. Oggi Bruti Liberati, che ha accettato l'intervista, spiega che in questa storia tutti hanno svolto il suo ruolo, nessuna interferenza da parte della giustizia.

Report ha intervistato Riccardo Targhetti, che per un periodo ha avuto il ruolo di capo: certe scelte sono state prese da delle sfere in alto, racconta a Mottola, lasciando intendere di incontri con l'allora presidente Napolitano e i vertici della procura. L'ex presidente sarebbe intervenuto anche in un'altra vicenda poco chiara, quella di MPS.

La sanzione su Robledo nella vicenda contro Liberati arriva al CSM, dove era presente Luca Palamara: il CSM si spacca, racconta l'ex pm, ma alla fine si da ragione a Bruti Liberati e apre su Robledo diversi procedimenti disciplinari. Il sistema sacrificò Robledo, conclude Palamara.

Non solo, Bruti Liberati in un incontro con Robledo gli rinfacciò di aver preso la carica di aggiunto grazie proprio a lui, “potevo far uscire uno dei miei..”

“La vicenda Robledo Renzi non esiste” spiega oggi Bruti Liberati, che sul sul tema Renzi, Expo e Robledo non ne vuole parlare.

La politica per controllare il potere diffuso dei procuratori, può scegliere di controllare i capi, per bloccare le indagini – racconta oggi il giudice Di Matteo.

Non sono opinioni, i dati delle condanne avvenute dal 2005 sui reati dei colletti bianchi sono in netto calo:

per il reato di concussione, che riguarda chi fa pressioni per ottenere una mazzetta, le condanne definitive sono scese da 110 a 9 con una diminuzione del 91 per cento. Mentre per la corruzione sono calate da 248 a 90 (-63 per cento), mentre invece per voto di scambio politico mafioso in 16 anni ci sono stati solo 15 politici condannati in via definitiva. E la riforma Cartabia varata dal governo dei “Migliori” di Mario Draghi rischia di fare addirittura peggio: sarà il Parlamento a indicare al procuratore capo quali reati dovrà perseguire in modo più urgente.

E' un vulnus – non ha dubbi oggi il giudice Nino Di Matteo: si limita l'azione penale e si toglie di mezzo l'indipendenza della magistratura, con l'indicazione dell'azione penale che passa dall'esecutivo (dovrebbe essere il Parlamento secondo la riforma, ma di fatto in questi anni le camere sono state esautorate dal loro potere), allontanandoci da quel modello di giustizia che vuole l'Europa.

Forse domani non ci sarà più bisogno di incontrare un procuratore capo in un salottino di un aeroporto, come successo a Renzi.

Nella riforma Cartabia sarà inserito il criterio di valutazione, in cui sono coinvolti anche gli avvocati, gli stessi che i giudici si ritrovano in aula. La valutazione si baserà anche sulle sentenze che, nei vari gradi di giudizio, non sono state ribaltate: in questo modo si scoraggiano quei magistrati che vogliono portare avanti casi difficili.

E poi c'è la questione dell'improcedibilità: secondo Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, proprio per questo aspetto la riforma Cartabia è la peggiore riforma di questi anni, “questa riforma non serve a risolvere i problemi e i drammi della gente.”

La riforma introduce il concetto di “improcedibilità”: partendo dal giusto principio per cui ogni processo deve avere una ragionevole durata, la riforma stabilisce un numero massimo di anni (diverso a seconda dei gradi di giudizio) entro cui deve durare un processo. Il processo d’Appello potrà durare al massimo due anni, quello di Cassazione 12 mesi, se si supera questo limite il processo decade, vale a dire che il processo finisce senza che venga emessa alcuna sentenza.

A Napoli il presidente della Corte d’Appello De Carolis racconta come, almeno il 50% dei processi che arriva in Appello abbia superato i due anni dunque, se fosse già attiva la riforma Cartabia, A Milano sono aperti 8000 processi penali, pendenti, mentre a Napoli si arriva a 57mila: è un discorso di numeri, per fare i processi servono le risorse come racconta il servizio di Report: se alla corte d’Appello di Milano ci sono quasi 150 giudici per 8000 processi penali e quindi ogni giudici ha una media di 53 processi, a Napoli ci sono 39 giudici per 57000 procedimenti.

Cosa succederà dunque? Quando arriveranno i processi i giudici dovranno decidere se procedere prima con quelli più vecchi per evitare che finiscano in prescrizione o se invece partire da quelli recenti per evitare che diventino improcedibili. Dopo il dibattito parlamentare la ministra ha concesso una proroga ai due anni ai reati considerati più gravi come gli omicidi, i reati di mafia e le violenze sessuali aggravate. Ma ci sono altre decine di reati altrettanto importanti che rischiano la tagliola dell’improcedibilità.

Del rischio di impunità di massa ne parla il procuratore Gratteri: “con la riforma Cartabia rischiano l’improcedibilità gli omicidi colposi, gli incidenti sul lavoro, tutti si riempiono la bocca dal presidente della repubblica a scendere che è insopportabile e inaccettabile ma il 50% dei processi d’appello non si celebrerà, lo hanno detto tutti i procuratori generali delle corti di Appello. Tutti i processi per inquinamento, eppure questo governo ha dedicato un ministero alla transizione ecologica. E i reati contro la pubblica amministrazione non vi scandalizzano? Corruzione, concussione, peculato, perché non sono gravi? E sono anche processi senza detenuti, che non si celebreranno, metà non arriverà in appello.”

In molti Tribunali i reati dei colletti bianchi rischiano di non arrivare mai ad una sentenza ma rischiano anche i morti sul lavoro, gli incidenti sulla strada e i morti in tragedie come il crollo del ponte Morandi o il crollo della funivia a Mottarone. Per non parlare poi dei reati minori ovvero le truffe, le lesioni, le aggressioni o la violenza sessuale semplice.

È sempre il giudice De Carolis a spiegarlo “fino ad oggi, la violenza sessuale semplice sono riusciti a non farla prescrivere, ma adesso non so se riusciremo a farlo in un anno e mezzo, comunque sono processi delicati, non sono processi semplici.”

Stesso discorso per le truffe, già adesso tutte si prescrivono quasi tutte: “quelli che noi consideriamo reati bagatellari, sono spesso quelli che creano più danno sociale. Per esempio le truffe agli anziani sono un reato odioso. Quello che mi preoccupa” racconta il giudice al giornalista di Report “è il segnale che arriva, si rischia di avere l’impunità per una grande massa di reati.”

La riforma della giustizia ce l'ha chiesta l'Europa, soldi in cambio della riforma che abbassa la durata dei processi: in Svizzera bastano 377 giorni, mentre in Italia la media è sette anni.
Ma l'Europa ha chiesto anche la certezza del diritto, non di cancellare i processi del tutto, inoltre l'Europa chiedeva di partire dalla giustizia civile mentre in Italia il governo ha scelto invece di partire dal penale.
In media nei Tribunali italiani in corte d'Appello durano più di due anni, a Napoli solo per arrivare sul tavolo del presidente occorrono sei mesi. Le proroghe concesse dalla Cartabia solo solo una foglia di fico: molti reati rimarranno senza colpevoli, perfino tragedie come quella di Rigopiano e del Mottarone.

Cosa servirebbe fare allora?

Se volessimo agire sulla durata dei processi dovremmo usare altre leve: la digitalizzazione, snellire le notifiche, le rogatorie e le sue regole. E poi mancano cancellieri, mancano o sono insufficienti, mancano anche i magistrati: rispetto alla Germania abbiamo meno giudici e più avvocati (e questo spiega tante cose), mancano all'organico 1300 magistrati e il 40% delle forze di polizia giudiziaria, quelli che fanno materialmente le indagini.

Per selezionare i magistrati più meritevoli, servirebbe un CSM scevro da contatti con la politica, ma la riforma non tocca suo meccanismo elettivo. Qualche magistrato parla di un accordo tra CSM e politica, per evitare proprio di toccare il suo potere: l'ANM ha scioperato contro la Cartabia, l'ultima volta era capitato contro la riforma Castelli, ma lo sciopero non ha avuto una grande adesione, anche per l'atteggiamento pavido dell'ANM stessa.
Secondo alcuni magistrati, esiste un accordo silente, una tregua tra ANM e politica, per non toccare il meccanismo elettivo nell'autogoverno della magistratura e questo spiegherebbe l'atteggiamento dell'Anm sulla riforma. 
Con la Cartabia resterà intatto il potere delle correnti per nulla scalfito dalla riforma del sistema elettorale, in corso di approvazione al Senato.

Per Gratteri fresco di bocciatura da parte di Palazzo dei Marescialli per il posto di Procuratore nazionale antimafia, la nuova legge “è se possibile peggio di quella attuale. Crea un sistema dove già si può prevedere già quanti candidati prenderà una corrente, quanti un’altra, quanti un’altra. Il problema va risolto alla radice: la mamma di tutte le riforme è quella del Csm, bisogna arrivare al sorteggio”.

Paolo Itri, il procuratore campano intervistato da Report, racconta delle chat di Palamara: centinaia di magistrati facevano autopromozione, per se stessi. Dopo un anno dallo scandalo, la procura generale di Cassazione ha deciso che questo comportamento non è passibile di sanzioni, non è un comportamento illecito.

È impossibile eliminare le correnti dalla magistratura ed eliminare del tutto i rapporti con la politica: ma almeno che le correnti servano ad eliminare le mele marce, almeno che il CSM non sia più una camera di compensazione per far avvicinare quei poteri che dovevano essere indipendenti.
La riforma poteva introdurre un elemento di sorteggio, per evitare casi come quelli raccontati da Palamara: tutto questo per evitare che l'Italia da culla, diventi la tomba della giustizia.

Recentemente il CSM ha nominato il nuovo capo della procura nazionale Antimafia: alla fine ha vinto il procuratore Melillo, mentre si aspettava un ballottaggio con Gratteri. Si ritorna ai tempi di Falcone, quando fu bocciato prima come capo dell'Ufficio Istruzione poi come capo della super procura, poco prima di morire. 
La bocciatura di Gratteri, un magistrato che si è tanto esposto nella lotta alla mafia, rischia di farci ritornare a quei tempi.

Alla votazione per la nomina del procuratore capo della DNA, gli alti magistrati di Cassazione, Curzio e Salvi, hanno scelto di partecipare al voto, diversamente da quella che era la prassi nel passato: entrambi hanno scelto di votare per Melillo (per dare una maggioranza nitida alla persona che sarebbe stata scelta, ma come facevano a saperlo prima?).

L'imprimatur a Melillo era già stato scelto prima, perché appartiene alla stessa corrente di Salvi e Curzio – come racconta Palamara (le cui parole vanno sempre vagliate con cura)?
Prima di votare, Unicost e Area, avevano già raggiunto un accordo coinvolgendo anche i due alti magistrati di Cassazione?

Nessuno discute i meriti di Melillo – racconta Report – che è stato anche capo di gabinetto al ministero della giustizia fino al 2018: anche questo è un valore aggiunto, ammette Salvi (e si torna al rapporto tra politica e giustizia).

Anche Gratteri avrebbe potuto diventare ministro, ai tempi del governo Renzi: la sua nomina è saltata per volontà dell'allora presidente Napolitano (al suo posto arrivò Orlando).

Gratteri non sarebbe stato accettato come interlocutore con la politica: questo malumore dei procuratori capo arrivò fino al Quirinale – lo conferma anche Renzi nel suo libro che aggiunge anche il nome di Pignatone, tra i suggeritori della bocciatura di Gratteri.

La riforma Cartabia è un'occasione persa, sempre che ne avremmo un'altra nel futuro: questa riforma introduce anche altre norme come il diritto all'oblio secondo cui, in caso di archiviazione si devono eliminare dagli articoli i nomi degli imputati, una sorta di oblio di Stato, che non tutela il diritto all'informazione. Si limitano anche le possibilità ai procuratori di rilasciare interviste.

Riassumendo, dal 1 gennaio del 2025 ci sveglieremo in un paese più buono, senza corrotti o criminali, nel silenzio dei giornalisti che non potranno più raccontare dei casi in oblio, coi processi che, almeno al 50% finiranno in nulla, diventeranno improcedibili. Coi magistrati capi, scelti dal CSM (e coi condizionamenti con la politica) e coi sostituti che dovranno indagare secondo le direttive scelte dal parlamento.

10 febbraio 2022

Le guerre tra poveri

 «Le guerre tra poveri sono le uniche dove il sangue scorre davvero.» 

«Bella questa, di chi è? Mao?» 

«No, Scerbanenco.»

Mi sembrava bello usare questa citazione dal racconto di Gianluca Ferraris "Money Transfer" nella raccolta "Indaga detective".

Perché racconta di una guerra che c'è e che non si vede, perché, ormai da mesi, siamo ritornati ai tempi felici del cinema dei telefoni bianchi, quando la propaganda ci diceva che andava tutto bene, che ne usciremo bene.

Gli applausi a scena aperta a Mattarella in Parlamento, i commentatori che ripetono come tutto il paese voleva il bis.

E poi Draghi che riparte, o che ritorna, per sconfiggere il caro bollette, per fare quella riforma della giustizia perché basta con questi giudici che si permettono di fare i giudici coi politici.

C'è crisi? Quale crisi? Il PIL galoppa, l'occupazione sale, le persone hanno voglia di divertirsi, tutti in piedi a cantare le canzonette di Sanremo.


Tutti in piedi pronti ad uscire liberi dalle costrizioni per il covid e a tornare alla nostra normalità. Si ma quale normalità?

Quella delle città intasate dal traffico e con l'aria irrespirabile?

La normali di un paese con una sanità regionale che non funziona (e la pandemia ce lo ha mostrato in modo inequivocabile)? Il 13 il governo e il ministro Speranza dovrebbero dare un parere sulla legge Moratti Fontana che riforma (in peggio) la sanità in Lombardia. Perché i privati entreranno nel settore degli ospedali di prossimità, con soldi del PNRR, senza che si risolva per esempio il problema della carenza dei medici. 

Dove li spostiamo, negli ospedali (che si stanno chiudendo), negli ospedali di prossimità?

In questo paese stanno diventando normali le morti sul lavoro, i licenziamenti via whatsapp (allo stabilimento Pfizer a Catania), l'abbandono di interi settori industriali come quello dell'auto.

Aumentano le bollette (perché nel passato siamo rimasti vincolati al settore delle energie fossili)? E il governo prende i soldi dagli extra profitti delle aziende che vendono energia rinnovabile (e non taglia i sussidi al fossile).

L'informazione ci sta raccontando di questo paese dove tutto va bene, dove l'ex bibitaro è oggi diventato un ministro competente che stringe l'occhio al nuovo centro.

Se ci sono problemi, è a causa di quei cattivi dei magistrati che interferiscono con la politica. O dei giornalisti cattivi come Report che si tengono i dossier per ricatti (quando le uniche patacche uscite sono quelle dei renziani).

E le guerre tra poveri, tra chi ogni giorno fa più fatica a vivere, tra chi si trova ad un passo dalla povertà?

Quelle sono come i barboni a Roma o a Milano, rovinano il decoro.

07 luglio 2021

L'arte della mediazione

E' interessante come i renziani (la minoranza più rumorosa su twitter) cerchi di difendere la posizione di Renzi sul DDL Zan, tirando in causa la necessità di una mediazione con la destra.

Meglio una legge con qualcosa di meno che non avere proprio una legge.

Ecco, la figurina del Renzi mediatore politico mi mancava: negli anni d'oro del renzismo, quando approvava riforme costituzionali e leggi elettorali a colpi di canguro me lo ricordavo ben poco mediatore.

E poi, mediare con questa destra? Con Salvini? E dopo queste mediazioni, le aggressioni e gli insulti a trans, lesbiche e gay saranno sempre considerate un reato punibile?

La politica è anche mediazione, tra diversi interessi, ma sempre nel rispetto della Costituzione dell'interesse generale.

Per cui va bene mediare al ribasso sul DDL Zan, mentre nessuna mediazione sullo sblocco dei licenziamenti.

Nessun ripensamento sui soldi alla cosiddetta guardia costiera libica.

Ma in quest'ultimo caso l'interesse generale non riguardava i valori cristiani.

15 giugno 2021

Report – finale di stagione 2021

Puntata extra large per i contenuti e per la durata, che si è estesa fino a mezzanotte: tra i temi toccati, i dossier illegittimi del Sismi, un servizio sull'app Signal, come si lavora dentro Amazon, gli incontri tra Mancini e diversi politici da Salvini a Renzi.

Far west tamponi di Antonella Cignarale

Oggi i test sierologici che una volta erano difficili da trovare oggi si vendono anche nei supermercati, servono per partecipare ad un banchetto, per viaggiare: sono molto diffusi ma c'è un far west sui costi, perché è sono le regioni che decidono il tetto (alcune regioni non lo hanno messo).

Così in Lombardia, dove non c'è tetto e vige il libero mercato (al rialzo), si è arrivati al tampone sospeso, per aiutare chi non ha mezzi per pagarselo.

In alcune regione il farmacista può fare il tampone, in altre no; in alcune regioni come il Piemonte la farmacia deve pagare una tassa per farlo nei gazebo esterni. C'è anche la questione della percentuale di sensibilità dei test, che varia a seconda della tecnologia usata, di prima seconda e terza generazione.

Anche su questo, ogni regione comunica i positivi basandosi su criteri diversi, per l'utilizzo dei tamponi: la Liguria ad esempio si basa sempre sui tamponi molecolari.

Gli incontri di Mancini di Giorgio Mottola

Tutto è nato dal video con l'incontro tra Mancini e Renzi, nel dicembre scorso: il punto non è l'incontro in sé, ma il fatto che fosse fatto in un luogo così poco usuale e se fosse autorizzato o meno. Il servizio su questo incontro andato in questa primavera ha causati diversi effetti: il direttore del DIS Vecchione è stato sostituito forse perché non era a conoscenza dell'incontro e il governo ha poi emanato una direttiva che regola gli incontri tra agenti e politici (che dovranno adesso essere autorizzati).

Anche Salvini ha incontrato Mancini in un autogrill nei pressi di Cervia, così sostiene una fonte di Report. Man mano che la storia dell'incontro andava avanti, è saltato il presidente del Copasir della Lega, poi sostituito da D'Urso di FDI, legato ad una azienda che ha interessi con l'Iran. Le audizioni al Copasir sono rimandate dallo stallo al Copasir, finché non arriva la notizia del pensionamento di Mancini.

Il partito di Savini non ha votato per l'elezione al Copasir: forse perché tra i dossier che questo ente deve guardare c'è anche quello sugli incontri al Metropolitan a Mosca.

In studio era presente l'insegnante che ha filmato l'incontro all'autogrill, primo caso di ospite in studio nella storia di Report: l'insegnante ha raccontato dell'incontro e di cosa l'aveva incuriosita, tanto da usare lo smartphone.

Dietro l'insegnante non c'è nulla, nessun complotto, i due filmati durano 24 e 28 secondi, senza audio: Renzi potrebbe star tranquillo, nessuno lo pedinava.

Un cittadino qualunque che ha suscitato tutta questa slavina e che è stata attaccata anche duramente: questa signora è disponibile sia a fare un incontro col senatore Renzi che portare tutto il materiale alla magistratura.

Grazie a questo materiale Report ha approfondito la storia di Mancini: la rendition contro Abu Omar, il dossieraggio del Sismi ai tempi di Pollari, il dossieraggio della security di Telecom a cui ha contribuito una agenzia di un ex agente della Cia.

A questi dossier aveva lavorato un agente dei nostri servizi interni, Marco Bernardini (che per questa vicenda fu condannato): secondo Bernardini, gli incontri in autogrill sono un fatto comune per Mancini.

L'ex agente del Sisde ha lavorato su dossier su politici, sui garanty della privacy e dell'antitrust, sui firmatari del patto Bossi e Berlusconi, su Della Valle.

Dopo il dossier su Della Valle, Berlusconi ad una riunione di Confindustria del 2006 se ne uscì con una allusione contro l'imprenditore marchigiano, alludendo a scheletri nell'armadio: come se quel dossier fosse arrivato all'ex cavaliere.

Anche il Sismi ha commissionato dossier alla security di Telecom Pirelli: Mancini da questa accusa si è salvato per il segreto di stato apposto da tutti i governi, da Berlusconi a Renzi.

Questi poi finivano all'agenzia privata di Spinelli, ex agente Cia a Roma: forse anche la Cia avrebbe potuto conoscere questi dossier.

A cosa servivano? Alcuni per strategie di mercato, ma altri per fini non proprio legati all'imprenditoria: sono gli anni della gestione di Pollari, dove a Roma c'era la centrale di dossier contro giornalisti e politici ostili a Berlusconi e affidata a Pio Pompa.

Sono gli anni in cui una bomba viene ritrovata a Reggio Calabria, negli anni in cui era sindaco Scopelliti, in quel momento in difficoltà. Una bomba, che non esplose ma che cambiò la storia della Calabria.

Bombe e spie di Giorgio Mottola

Sui fondali dello Jonio giace la Laura Cosulich, piroscafo affondato durante la guerra, finita al centro di storie di ndrangheta e terroristi.

Era carica di 1200 tonnellate di tritolo e altro materiale esplosivo: secondo alcune informative del Sismi degli anni duemila, la ndrangheta avrebbe usato l'esplosivo della Laura C. per confezionare delle bombe, sarebbe stato usato anche per Capaci e per altri attentati di Al Qaeda.

Ma un sommozzatore che quasi quotidianamente visitava il relitto esclude queste ricostruzioni: nessuno è masi stato visto raccogliere materiale da questa nave.

Ma secondo un'informativa dei servizi, la bomba ritrovata ad ottobre 2004 nei bagni del comune di Reggio Calabria sarebbe stata realizzata proprio con l'esplosivo della Laura C.

Scopelliti, che aveva appena avuto una scorta su segnalazione di possibili attentati segnalati da Marco Mancini, allora al Sismi, diventa così un simbolo della lotta alla ndrangheta.

Un caso? Mancini è autore di entrambe le informative, quella sull'incolumità del sindaco Scopelliti e quella successiva che rivela la bomba in comune, indicando la posizione esatta dove verrà trovata.

Ed è sempre lui a firmarne una terza, che tira in ballo la nave Laura C. e la 'ndrangheta, parlando esplicitamente di attentato mafioso nei confronti di Scopelliti: una bomba che suonava strana a molti politici dell'opposizione, si era nel momento del decreto Reggio, quando cento milioni di euro furono stanziati dal governo Berlusconi per la ricostruzione della città.

Quella bomba servì a rinsaldare la giunta comunale, che era scossa dalle liti le due correnti di Alleanza Nazionale.

C'è una telefonata tra Gasparri, allora ministro An, e un consigliere regionale della giunta calabra, Basile: Gasparri invita il consigliere a ritirare le dimissioni, per l'attentato di cui ha avuto informazioni direttamente dal Sismi e da Pollari.

Ma Pollari nega di averne mai parlato con Gasparri, di quell'attentato: colpa delle regole di riservatezza, si giustifica l'ex ministro.

Dopo quella bomba cambia la carriera di Scopelliti: diventa un sindaco che lotta contro il malaffare e la ndrangheta, per poi essere eletto alla regione.

Nel 2010, diversi collaboratori di giustizia iniziano a raccontare di quell'attentato e così anche nel processo Gotha contro la ndrangheta dei colletti bianchi: Sebastiano Vecchio, ex poliziotto ed ex ndranghetista, racconta la verità su quella bomba, stando alla sua testimonianza Scopelliti era un uomo della famiglia De Stefano, la bomba è stata una bufala, un qualcosa di preparato anche con l'aiuto dei servizi segreti di Pollari.

Mancini lavorava con Pollari: è lui l'agente che ha scritto quelle relazioni, che servirono a fortificare e costruire un personaggio politico, nell'interesse delle consorterie criminali.

Quella bomba, quell'attentato, è costato 300mila euro, organizzato da servizi e ndrangheta per una convergenza di interessi. E l'abbiamo pagato noi.

L'ex sindaco ha scritto a Report negando la ricostruzione fatta nel corso del processo Gotha, racconta di aver subito intimidazioni, lui e la sua famiglia e di non conoscere la famiglia De Stefano.

L'interrogazione parlamentare di Italia Viva - di Danilo Procaccianti

Il deputato di IV Luciano Nobili ha presentato una interrogazione parlamentare dove chiedeva contro alla Rai di una fattura emessa ad una società lussemburghese, per avere informazioni e costruire un servizio contro Renzi. Ma quell'interrogazione è finita nel nulla.

Certo, secondo il deputato il servizio era un po' deboluccio, “accerterà la magistratura” se ci sono reati, ma la storia delle mail con Casalino era falsa e non esiste nessuna fattura pagata dalla Rai.

Il pacco di Amazon di Emanuele Bellano

Amazon.com faceva l'ingresso nella borsa nel 1997, la società era nata tre anni prima con sede in un garage: oggi Jeff Bezos è l'uomo più ricco ed è uno tra gli uomini più potenti della terra, ha interessi nel settore farmaceutico, nel settore spaziale, nell'informazione col W. Post, nei web service con Amazon Web Service e nel commercio online chiaramente.

Amazon ha 1 milione di dipendenti, che però si sentono come robot, controllati da robot e registrati da robot. Dicono di lui che Bezos sfrutta le persone che hanno bisogno di lavoro, non è il demonio, ma paga le tasse per lo 0,15%, come nessun altro imprenditore al mondo.

Amazon è diventato uno stato, spalmato su tutti i paesi del mondo: chi lo controlla ora? – racconta il consulente di Report Bellavia.

Con la pandemia, Bezos si è arricchito: un 44% in più di fatturato nei primi mesi del lockdown.

Ma un imprenditore che ha uno sguardo poco indulgente nei confronti dei suoi dipendenti o persone che lavorano per lui.

Report è andata a vedere il grande centro di Amazon vicino a San Bernardino: qui Amazon entra nelle università, per creare consumatori a vita fin dai banchi delle scuole superiori.

Amazon organizza lezioni per gli studenti, per farli diventare futuri lavoratori manager.

Amazon da lavoro a tante persone, attira persone in questa zona della California: in questo polo logistico arrivano merci dal lontano oriente e poi camion e aerei consegnano le merci lungo tutta l'America.

E' come se Amazon fosse uno stato dentro uno stato, con un suo aeroporto, con una flotta di 66 aerei che inquinano l'aria, con una flotta di camion che generano traffico lungo le strade di Eastvale. Per mantenere Amazon sul territorio si deve accettare un po' di inquinamento nell'aria: ma sono posti di lavoro poco stabili, nei magazzini c'è un forte turn over perché qui dentro si registrano molti infortuni e le persone vengono incentivate ad andarsene.

Quello che Amazon restituisce al territorio è pari a quello che prende?

I centri commerciali sono strangolati dall'e-commerce (come prima avevano ucciso i negozi di quartiere): il tasso di occupazione non è aumentato nell'Inland Empire da Amazon, la quale produce inquinamento pari a 13 centrali a carbone. E nell'ultimo anno Amazon ha pure incrementato il suo inquinamento.

Inquinamento che nasce anche da AWS, il suo servizio in cloud che ospita i servizi di Netflix.

Lo scorso marzo, in Alabama, i lavoratori di Amazon hanno votato per avere un sindacato indipendente dentro l'azienda: alla fine la proposta non è passata, il referendum è stato vinto a maggioranza dai contrari al sindacato. Su questa votazione c'è stato il condizionamento di Amazon, che ha promesso ai dipendenti migliori condizioni, ha contrastato l'azione dei sindacalisti che volevano informare i lavoratori, ha usato l'arma del ricatto dicendo che se fosse passato il referendum si perdevano posti di lavoro. Ai dipendenti più riottosi, ha dato 2000 dollari per andarsene.

Le urne del referendum erano all'interno dello stabilimento, sotto il controllo delle telecamere, come un grande fratello che controlla la tua scelta, ti fa sentire osservato.

Nelle settimane successive nel mondo sono stati organizzati diversi scioperi negli stabilimenti Amazon: anche in Italia, quando hanno protestato i magazzinieri, i terzisti, persone che prendono un salario ad un passo dalla soglia di povertà.

Dietro l'efficienza di Amazon ci sono comportamenti antisindacali: l'azienda ha assunto del personale per monitorare il personale che poteva avere atteggiamenti ostili, ex militari ed ex agenti, che dovevano fare spionaggio.

Ci sono persone che sono state chiamate dal proprio dirigente che chiedeva loro perché si erano iscritti al sindacato.

Serve una norma europea che contrasti questo andazzo, questo atteggiamento da forte che fa quello che vuole perché le leggi glielo consentono.

Ci sono poi i politici che sono interessati ad Amazon: Report parte dallo stabilimento di Piacenza, che è stato realizzato lì perché erano presenti lavoratori stagionali, dipendenti a basso costo bisognosi di un lavoro.

Anche a Colleferro c'è uno stabilimento, costruito su un terreno vicino alla discarica: il terreno è di proprietà di una società di cui non si conosce nulla, la SPL, schermata da una fiduciaria, dentro questa società ci sono ex parlamentari di destra.

All'amministrazione pubblica tutto questo non interessa, perché al politico quello che interessa sono i 500 posti di lavoro, da usare per propaganda.

Ma che lavori sono quelli di magazzinieri a Colleferro?

Sono lavoratori a tempo determinato, nessun limite del 30% perché lavoratori “svantaggiati” che arrivano da Adecco che sono impiegati in lavori anche usuranti, dove c'è un grande turn over.

Dentro lo stabilimento si lavora ad un ritmo scandito dalla macchina, se hai un rate basso non avrai il rinnovo del contratto: in Italia ha 9500 dipendenti, come dice lei stessa, contribuisce alle spese di questi.

Ma quanti posti di lavoro ha fatto perdere? Amazon ha sfruttato quelle anomalie, quelle mancanze di controlli nel mondo del lavoro.

In un mondo dove si lavora a nero, dove le persone non vedono una busta paga oppure dove nella busta paga non c'è scritto il numero reale di ore lavorate, anche Amazon può sembrare un miraggio.

Quel deserto, di diritti e di tutele, l'ha creato quella politica che oggi plaude ad Amazon perché crea posti di lavoro.

I furbetti della Cassa Covid di Giulia Presutti

Non ci sono solo i giovani che non hanno voglia di lavorare perché tanto c'è il reddito di cittadinanza. Ci sono anche le imprese furbette per aver preso la cassa covid senza averne bisogno. Il gestore della rete gas “2i Rete Gas” ha messo i propri dipendenti in cassa integrazione, pur avendo tenuto aperta l'attività, essendo un settore strategico: eppure questo l'ha fatto la 2i reti e gas, avendo anche un beneficio in termini di bilancio e facendo pure una donazione alla regione Lombardia per 1 milione.

L'azienda ha preso soldi dallo stato, dall'altra chiedeva soldi ai dipendenti per fare beneficenza.

Non solo, 2i Rete Gas ha iniziato a fare acquisizioni, per espandersi: la cassa integrazione è stata fatta solo per opportunismo, spiegava il consulente finanziario ascoltato da Report.

La cassa covid è pagata da noi, forse lo stato, il governo (Conte) doveva controllare meglio queste aziende: certo anche la legge poteva essere fatta meglio, visto che consente di accedere alla cassa anche senza avere una vera diminuzione del fatturato.

Anche il gruppo Conad ha goduto della cassa covid, come anche i dipendenti di Glovo, nonostante nei mesi della pandemia il lavoro non si era fermato. Inps coi suoi mille ispettori è riuscita a fare i controlli su queste aziende?

Non aveva personale a sufficienza e in ogni caso la legge del governo Conte era spuntata.

Anche la Treofan, azienda che produce imballaggi in plastica, aveva chiesto la cassa: ma questa è stata bloccata dalla procura, perché l'azienda stava lavorando, la sua strategia era spostare la produzione verso altri stabilimenti.

Sarebbe una truffa, secondo la procura, una liquidazione nascosta.

In fuga dalle App di messaggistica di Alessia Marzi

Qual è l'app più sicura per la messaggistica, tra Signal, Telegram e Whatsapp?

Report è andata in California, per intervistare mr Signal Moxie Marlinspike, un hacker etico: nessuna pubblicità, niente investitori per Signal.

Signal diventa strumento di comunicazione di massa durante le proteste di Black Lives Matter, non comunica alle autorità i dati dei loro utenti perché non li hanno.

Vogliono creare un ecosistema dove gli utenti sono protetti, nella loro privacy.

In California è stata approvata una norma su questo ambito, paragonabile alla legge europea: a questa hanno contribuito i lavoratori della Silicon Valley quando si sono resi conto a loro spese.

Report ha fatto un esperimento: tra le tre, solo Signal è la app più sicura, perché effettua una cifratura anche del database dei messaggi.

Il finale della puntata Report lo ha dedicato alla cultura, la grande sacrificata di questa pandemia, con una performance in centro Roma di Paolo Fresu