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11 settembre 2023

Presadiretta – Approdo Italia

La puntata dedicata ai fenomeni migratori è cominciata con le parole di Mattarella: nel suo studio c’è un disegno, una vignetta di Makkox con un ragazzo immigrato morto nel tentativo di arrivare qui, che aveva cucito nella fodera la sua pagella. Il suo sogno era una vita migliore, la speranza di una vita migliore.

Presadiretta racconterà questa speranza dalla tolda di una nave che salva vita umane: la GeoBarents, adattata da Medici senza Frontiere per fare operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

In alto mare

La squadra di Medici senza Frontiere è composta da un tema vario, persone dedicate al salvataggio, medici, mediatori culturali, psicologi: nel 2022 hanno salvato il 12% delle persone, nel 2023 i soccorsi sono diminuiti per causa delle leggi del governo Meloni.
Il giornalista di Presadiretta è stato addestrato per salire su un gommone della squadra di soccorso: tutte le persone devono sapere cosa fare nel mare, quando incontrano un barcone con dentro persone in difficoltà, donne incinta, bambini.
In zona SAR libica opera solo la GeoBarents, le altre navi sono state sequestrate per aver violato le leggi italiane: un aereo della Sea Watch ha individuato un barcone con migranti, ma l’autorizzazione ad intervenire non arriva, perché nella zona è già intervenuta la guardia costiera libica. I libici si riprendono a bordo i migranti, tutti i loro beni sono lasciati sul barcone e dati alle fiamme: le telecamere della Sea Watch hanno ripreso un respingimento di migranti, persone che sono riportate in Libia per finire nuovamente nei lager. Tutto finanziato dalle tasse degli italiani, un atto illegale che viola la convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Arriva poi una seconda richiesta di soccorso: il gommone viene calato in mare e si muove verso l’ultima posizione conosciuta del barcone dei migranti, finché non li ritrova.
I migranti sono su un battello non attrezzato per attraversare il mare, ci sono solo uomini che vengono fatti salire sul gommone, sono 20 persone che vengono poi fatti salire sulla GeoBarents, il primo luogo sicuro dopo giorni di navigazione.

I medici visitano queste persone, viene distribuito un kit con cibo e vestiario, viene loro data la possibilità di fare una doccia: sono persone partite da Bengasi tre giorni prima, ma il loro viaggio è partito dal Bangladesh. Molti sono stati arrestati in Libia, hanno pagato l’esercito per uscire, un intermediario si è fatto pagare migliaia di dollari per arrivare in Italia.

La guardia costiere da come porto assegnato Ancona, 600 miglia nautiche, tre giorni di mare: significa poter salvare meno persone, significa che qualcuno dei migranti non riuscirà ad attraversare il mare.
Sulla banchina del porto sono presenti le forze dell’ordine, la croce rossa, i pompieri:
i migranti salvati dovranno ora attraversare nuove sfide per raggiungere la loro speranza di una vita migliore.

Come mai nonostante il decreto Cutro, il decreto Piantedosi siamo arrivati a 116 migranti sbarcati sulle nostre coste?
Non è Ancona il porto più lontano, per le ONG, c’è anche il porto di La Spezia tra quelli indicati dalla Guardia Costiera: qui i migranti sono accolti da strutture allestite all’ultimo momento da volontari. LA volontà dell’amministrazione è di non spendere soldi per le strutture di accoglienza, visto che non sono predisposte per questo – questo dice il sindaco.
Meglio farli sbarcare nei porti del sud, dunque?
Le ONG sono costretti a fare viaggi più lunghi e questo comporta un costo economico per loro, oltre il costo umanitario per i migranti: molti giuristi considerano questa pratica ai limiti della legge, ma basta il solo buon senso per comprendere la disumanità del decreto Piantedosi.
Quest’ultimo prevede anche fermi amministrativi per violazioni delle leggi: le navi rimangono ferme per giorni, senza poter effettuare salvataggi.
Come la Louiss Michel, finanziata dall’artista Banksy, colpevole di aver fatto salvataggi multipli: quattro barchini salvati, tutti indicati dall’aereo di Frontex, con anche bambini.
Tutti i comandanti delle navi hanno l’obbligo di salvare le persone, questa è la legge del mare: ma il codice di comportamento ha come obiettivo di svuotare il Mediterraneo dal pattugliamento delle Ong. Nessuno deve vedere i migranti, nessuno deve salvarli, nessuno deve registrare i respingimenti della guardia costiera libica.
C’è un buco in mare, perché la Libia nella sua zona di responsabilità non è in grado di gestire i salvataggi.

Una volta era Lampedusa il porto dove si concentravano le ONG: ancora oggi sull’isola continuano a sbarcare uomini, donne e bambini, caricati dai militari verso gli hotspot sull’isola.
Qui dovrebbero stare pochi giorni, ma alla fine qui le persone sono ammassate, la struttura non è adatta per ospitare persone in difficoltà.
I migranti sono trattati come detenuti, solo i volontari delle ONG possono avvicinarli: a Presadiretta questi ragazzi spiegano che queste persone muoiono perché non possono fare un viaggio sicuro.

In studio era presente Matteo Villa dell’ISPI: le ONG, racconta a Iacona, non attraggono i migranti, le persone non partano perché ci sono le navi in mare (come ha sostenuto per anni la destra). I dati raccolti dicono che le persone partono anche senza le navi, tutto dipende dal mare, dalle condizioni del tempo, chi parte dalla Libia ha alle spalle un viaggio stremante, ha attraversato il deserto, non si fa fermare dalla presenza o meno delle navi di soccorso.

Il servizio dalla Tunisia

La Tunisia è il paese da cui arrivano la maggior parte dei migranti: come i migranti partiti da un villaggio vicino Sfax, di cui però non si sa niente oggi. Scomparsi in mare.
Erano partiti per scappare dalla miseria e sono spariti: hanno pagato 1600 euro a testa questi ragazzi, erano compagni di scuola, nel villaggio stanno cercando disperatamente loro notizie.
Lhazar era un ragazzo partito dalla Tunisia nel 2019: il suo corpo non è mai stato ritrovato, la madre che era andata a cercarlo in Sicilia, ha visto il corpo da una ripresa televisiva.
Come mai gli europei per venire in Tunisia non devono presentare documenti mentre l’Europa respinge i visti dei tunisini? - questo si chiede oggi la madre – La Tunisia sta mandando i propri figli a morire.

I governi stranieri, tra cui l’Italia, hanno regalato motovedette per pattugliare il mare, ovvero per respingere i migranti, tenerli lontani dalle nostre coste: da gennaio ad agosto sono morti in mare 2300 migranti che cercavano dalla Tunisia di arrivare in Europa, ma sono numeri sottostimati, molti barchini, costruiti in fretta e furia, sono affondati senza che nessuno se ne sia accorto.

Il sud del paese è diventato un enorme cimitero: a Zarzis un pescatore ha seppellito i migranti morti sulla spiaggia, sulle lapidi c’è scritto solo sesso e data del ritrovamento.

Tunisia al collasso

Questa emigrazione sta spopolando le città della Tunisia: se ne vanno soprattutto giovani dal paese, col rischio che il paese perda le forze migliori.
Zarzis è una di queste città povere che sta perdendo i suoi giovani. Più a sud ci sono paese che campano di mercato nero, mercato di merce illegale, unica fonte di reddito.
Qui, nel sud del paese, c’è la Tunisia più povera: le persone fanno fatica a fare la spesa, i beni primari sono rincarati, il pesce è diventato un bene di lusso.

La Tunisia sta attraversando una crisi spaventosa che tocca quasi tutte le classi sociali – racconta alla trasmissione l’economista Layla Rihai, il paese ha un enorme problema di debito, solo per le sovvenzioni sui beni di prima necessità lo Stato spende 2 miliardi di euro, il 6% del PIL.
Questa economista fa parte della Piattaforma delle alternative, ha studiato l’economia del suo paese per cercare soluzioni per la crisi: una di queste è alzare i salari, il salario medio in Tunisia è di circa 432 dinari, circa 135 euro e la moneta del paese ha raggiunto una svalutazione forte nei confronti delle monete forti e a pagare di più sono ovviamente i giovani e le donne che vivono questa depressione economica sulla loro pelle e non hanno più speranza.

Il debito pubblico ha superato i 36 miliardi di dollari e la crescita non è salita a valori pre pandemia, tutti i settori economici sono in crisi.
La rivoluzione del 2011 aveva cacciato Ben Alì, l’onda di proteste si era allargata in tutto il nord Africa e in Oriente.
Ma oggi tutte le vittorie sono state perse dalle riforme del nuovo presidente Saied: il governo arresta giornalisti che fanno servizi critici contro la politica del paese.
Si usano le leggi contro il terrorismo (e le leggi contro la fake news) per bloccare i giornalisti liberi e critici: se critici il governo rischi il carcere.

Servirebbe una nuova rivoluzione, ma l’Europa ha trattato col presidente Saied senza preoccuparsi delle violazioni dei diritti in questo paese: pur di contenere il flusso dei migranti l’Europa e l’Italia hanno firmato un partenariato con la Tunisia, dando loro milioni di euro di crediti.
L’Europa non dovrebbe tratta con un uomo autoritario, che ha aizzato il popolo tunisino contro i migranti, che parla di sostituzione etnica come un Hitler qualsiasi. Nella città di Sfax hanno abbandonato i migranti nel deserto al confine con la Libia: la foto della madre morta accanto alla figlia ha fatto il giro del mondo, ma senza suscitare reazioni nelle coscienze del governo italiano (e nei vertici europei).

I ragazzi in Tunisia cercano solo di andar via dal paese, anche a costo della loro vita.

Complimenti ad Elena Stramentinoli per il servizio.

La crisi economica ha un ruolo fondamentale dietro queste migrazioni – ha commentato Matteo Villa: le persone non hanno soldi per vivere, a questo si aggiungono anche le parole del presidente Sayed, sulle persone che arrivano dalle aree sub-sahariane e che ora stanno andandosene via perché lì non possono stare.
Oggi, nonostante gli accordi firmati 8 settimane fa, il numero di sbarchi dalla Tunisia è in crescita: in realtà Sayed non ha alcuna forza in alcune zone del paese, dove il business dei migranti con le barche di ferro è l’unica forma di reddito.

Maria Grazia Fiorani, giornalista del TG3, ha raccontato il disastro causato dal terremoto in Marocco: Marrakech sta cercando di rialzarsi, ma sull’altipiano dell’Atlante ci sono villaggi completamente distrutti, sbriciolati dalle scosse dove le persone vivono per strada da tre giorni e non vogliono abbandonare questi posti, perché qui è dove sono vissuti da generazioni.
Ci sono villaggi ancora non raggiunti dai soccorsi, per questo molte persone sono scese dalle montagne per protestare: questo è stato il terremoto dei poveri – si è detto – perché sono state le persone più deboli quelle che hanno pagato il prezzo più alto.

L’Europa non ha una politica migratoria comune e dopo questi anni non si è andati oltre l’accordo di Dublino: la distribuzione dei migranti, a prescindere dalle leggi, avviene comunque, perché i migranti dall’Italia passano e se ne vanno al nord.
Questo governo ha approvato un decreto flussi per la prima volta che guardava al futuro e che vale per 500mila persone.

Il sindaco di Prati, del PD, è responsabile dei migranti per l’Anci: a Presadiretta racconta che l’immigrazione sta causando grandi problemi ai sindaci di tutta Italia.
Il problema è del governo, non può il governo scaricare i problemi sui sindaci: le prefetture chiamano i sindaci e dicono, o trovare spazio oppure creiamo una tendostruttura, racconta il sindaco di Noventa Padovana.

LA protesta dei sindaci è così forte per cui molti sindaci si rifiutano di realizzare strutture per migranti: lo dice il sindaco di Gorizia, porta di ingresso in Italia della rotta balcanica, qui non hanno più posto per i migranti.

Anche Trieste è al collasso, nella stazione sono accampati molti migranti fermi qui da mesi: sono tutti richiedenti asilo abbandonati qui da mesi e che dovrebbero essere inseriti nella rete di accoglienza.
A Trieste ci sono solo volontari che gestiscono queste persone: in assenza dello Stato, i migranti vivono in strutture abbandonate, dormono per terra.

Arrivano dal Pakistan e Afghanistan, chiedono un posto dove stare, del cibo: ma il sindaco di Trieste non ne vuole sentir parlare di “accoglienza diffusa”, meglio pochi hotspot ben strutturati, facendo anche il paragone agghiacciante col termovalorizzatore.

Il governo continua a mandare migranti nelle città dove sono presenti migranti: non solo il decreto Cutro ha tagliato alcune garanzie come la protezione speciale, trasformando migranti che erano già qui in clandestini. Se non riesci a dimostrare che la tua malattia, che ti impedisce di lavorare, non può essere curata nel paese d’origine, diventi irregolare: questo dice il decreto Cutro, fabbrica di clandestini, di schiavi, di persone che privati dei loro diritti vanno alla mercé della delinquenza.

Le rimesse dei migranti dal Senegal – rimesse per la vita

I migranti che lavorano da noi con le loro rimesse tengono in piedi l’economia dei loro paesi di provenienza: funzionano più le rimesse che i grandi e pompati progetti di cooperazione.

Presadiretta ha raccontato le storie dei ragazzi arrivati qui dal Senegal, come Ibrahima, che vive a Pisa da più di venti anni, lavora in una officina per bici. Oggi è regolarizzato, ma per anni ha fatto di tutto, anche il venditore ambulante: tutta la sua famiglia vive in Senegal in una casa costruita coi suoi risparmi, manda ogni mese 400 euro almeno.

Le famiglie vivono con le rimesse dall’Italia, da 300 a 500 euro ogni mese: sono 200 mila i senegalesi in Italia, l’anno scorso hanno inviato ai parenti in Senegal 438 milioni di euro dei loro risparmi, in media 4mila euro l’anno, tre volte lo stipendio medio annuale del Senegal.
Il valore delle rimesse verso l’Africa bilancia il flusso inverso, delle persone che dall’Africa arrivano in Europa: i risparmi dei migranti battono gli aiuti per lo sviluppo da 3 a 1, ben più importanti dell’elemosina che i paesi civili fanno ai paesi africani.

Grazie a queste rimesse, grazie agli aiuti inviati dai migranti come Ibrahima, si costruiscono ospedali con tutte le attrezzature necessarie, con ambulanze, defibrillatori, medicinali, coi soldi si realizzano progetti come quelli della raccolta rifiuti, la distribuzione dell’acqua nelle strade dei villaggi. Sono progetti che nascono, posti di lavoro che si creano. Benessere. Tutto grazie alle rimesse e allo spirito imprenditoriale dei migranti.

Questo spiega i tassi di crescita del Senegal, rispetto ad altri paesi: giusto per dare i numeri, l’anno scorso le rimesse degli emigrati segenalesi che lavorano all’estero sono arrivate alla cifra record di 2,71 miliardi di dollari, quasi il 10% del pil dell’intero Senegal. A livello globale sono 800 miliardi di dollari le rimesse che gli immigrati inviano nei propri Paesi, il triplo di quanto si spende in aiuti allo sviluppo.

Anteprima Presadiretta – Approdo Italia

 

La gestione dei migranti, l’emergenza dei migranti, l’allarme sbarchi e l’allarme per la violenza dei migranti che bivaccano a spese nostre nelle piazze delle città italiane .. tutto questo fa parte del materiale di propaganda della destra italiana (e non solo visto che i decreti Minniti con gli accordi con la guardia costiera libica li ha fatti il PD).
Questa destra non potrebbe vivere senza i migranti a cui deve molto: le leggi che ha sfornato nel corso dei vari governi non servivano a gestire i flussi, a governare le migrazioni dal sud del mondo di persone in fuga da carestie o dalle guerre (a cui pure noi occidentali abbiamo preso parte). Dalla Bossi Fini ai decreti Salvini, tutte le leggi servivano a rendere i migranti che arrivano in Italia più ricattabili, più sfruttabili dalle mafie, dai caporalati.
Questa è la destra che sa mostrare la faccia dura contro i più deboli, specie se con la pelle di un colore più scuro, quella del blocco navale, della caccia agli scafisti su tutto il globo terracqueo, delle barche da affondare. Una destra (ma con molti apprezzamenti anche al centro) che da una parte difende i valori cristiani dall’altra volta la testa dall’altra parte quando ci sono le vite da salvare, quando ci sono persone in mezzo al mare da andare a salvare.
Gli ultimi decreti di questo governo hanno imposto alle Ong di fare viaggi più lunghi per la ricerca di un porto dove far sbarcare i migranti, comportando per loro maggiori costi e rendendo di fatto più difficile salvare le persone.

Di fronte ad un fenomeno globale, quello delle migrazioni, legato ai vari conflitti nel mondo, ai cambiamenti climatici (come ha raccontato la scorsa puntata di Presadiretta alla fine), si pensa di risolvere tutti costruendo muri, usando tecnologie sofisticate per dar la caccia ai migranti alle frontiere, finanziando nazioni che non rispettano i diritti civili affinché facciano per noi i gendarmi del Mediterraneo. Si è arrivati perfino a criminalizzare chi salva vite umane in mezzo al mare.

Eppure nonostante questo dall’inizio dell’anno sono arrivati in Italia più di 100 mila migranti, mandando al collasso il nostro fragile sistema di accoglienza. Il nostro mare è diventato un enorme cimitero delle persone che non ce l’hanno fatta. Come un cimitero sono diventate le spiagge della Tunisia, l’ultimo paese con cui il governo Meloni ha stretto un accordo per la gestione dei migranti (ovvero teneteveli da voi).

Uno di questi si chiamava Lhazar: la madre è andata fino in Sicilia per cercare il suo corpo, sparito in fondo al mare. Solo una ripresa video che mostra un corpo, che non potrà più essere restituito alla madre, nemmeno una tomba su cui piangere: “la Tunisia manda i suoi figli a morire” racconta alla giornalista di Presadiretta.

Secondo le organizzazioni umanitarie da gennaio ad agosto 2023 sono morti in mare 2300 migranti che tentavano di arrivare in Europa, ma sono numeri sicuramente sottostimati, molti barchini che salpano verso le coste europee affondano senza che nessuno se ne accorga.

In Italia sono arrivati in 115 mila, il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, nonostante un governo come questo, soltanto i tunisini sono stati 10.200, il 9% di tutti gli sbarchi, un numero in continua crescita.
Il sud del paese è diventato un enorme cimitero di tombe senza nome, come a Zarzis dove un pescatore ha iniziato a seppellire i cadaveri dei migranti che il mare portava a riva. Sulla tomba solo l’indicazione del sesso e del giorno del ritrovamento.


La Tunisia sta attraversando una crisi spaventosa che tocca quasi tutte le classi sociali – racconta alla trasmissione l’economista Layla Rihai, il paese ha un enorme problema di debito, solo per le sovvenzioni sui beni di prima necessità lo Stato spende 2 miliardi di euro, il 6% del PIL.
Questa economista fa parte della Piattaforma delle alternative, ha studiato l’economia del suo paese per cercare soluzioni per la crisi: una di queste è alzare i salari, il salario medio in Tunisia è di circa 432 dinari, circa 135 euro e la moneta del paese ha raggiunto una svalutazione forte nei confronti delle monete forti e a pagare di più sono ovviamente i giovani e le donne che vivono questa depressione economica sulla loro pelle e non hanno più speranza.

I giornalisti di Presadiretta sono saliti a bordo della nave GeoBarents della Ong Medici senza Frontiere per capire quale sia la reale situazione nel Mediterraneo: hanno seguito le procedure di recupero e salvataggio dei barchini che partono dalle coste del Nord Africa per cui la nave della Ong è il primo posto sicuro dopo tanti giorni di mare.

La scheda del servizio sul sito della Rai:

Il flusso dei migranti che arrivano sulle nostre coste continua senza sosta. Nonostante le restrizioni imposte alle imbarcazioni delle Ong che svolgono soccorso in mare, nonostante il Memorandum firmato con la Tunisia, gli arrivi del 2023 hanno già battuto tutti i record degli ultimi anni. 
PresaDiretta, in onda lunedì 11 settembre alle 21.20 su Rai 3, ha navigato sulla nave Geo Barents di Medici senza frontiere, per capire cosa sta succedendo in mezzo al Mediterraneo, ha partecipato ai salvataggi e assistito a un respingimento illegale secondo il diritto internazionale, da parte della Guardia costiera libica. Ha viaggiato da nord a sud, da La Spezia a Catania, per raccontare le gestione degli sbarchi, la fatica degli hot spot, l’impegno della Croce Rossa e quello dei volontari delle associazioni umanitarie, fino all’isola di Lampedusa, sempre in prima linea e in stato di cronica emergenza. Ha visitato le strutture che accolgono i migranti, i campi improvvisati e ha ascoltato le testimonianze dei sindaci, che denunciano la mancanza di soldi, di strutture e il collasso del sistema dell’accoglienza. Di cosa hanno davvero bisogno?
Non sarebbe meglio affrontare i fenomeni migratori – usando le parole del Presidente Mattarella – come “movimenti globali, che non vengono cancellati da muri o barriere”?

PresaDiretta è andata in Tunisia, alla ricerca delle cause dell’instabilità di un Paese che è diventato il principale punto di partenza dei migranti verso l’Italia. Un viaggio dentro la crisi economica e politica tunisina: il problema della disoccupazione tra i giovani che amplifica la spinta a lasciare il paese; le politiche autoritarie del presidente Saied e l’insofferenza crescente nei confronti dei migranti che arrivano dalle rotte subsahariane; il Memorandum di intesa firmato tra l’Europa e la Tunisia.
Infine, l’importanza economica delle “rimesse” degli stranieri verso i loro paesi di origine, un enorme flusso di denaro, 800 miliardi di dollari, più di quanto si spende in aiuti allo sviluppo. Soldi che rappresentano un aiuto fondamentale allo sviluppo economico di quei paesi. PresaDiretta ha scelto di raccontare la Comunità senegalese, con un viaggio tra Italia e Senegal dove le rimesse costituiscono il 10% del Pil nazionale. Gli immigrati senegalesi di Pisa, integrati nel territorio e nella società, che lavorano e producono in Italia, qui pagano le tasse e lì contribuiscono a creare servizi per la loro Comunità: scuole, ospedali, raccolta dei rifiuti. Gli immigrati integrati si aiutano da soli. Anche a casa loro.
Ospite di Riccardo Iacona: Matteo Villa ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di politiche migratorie per fare chiarezza sulla situazione delle migrazioni in Italia e in Europa.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


13 dicembre 2022

Report – l’inchiesta su Tim, i rifiuti tunisini e le due Leghe

Le carte segrete di Tim, spolpata dopo anni di non buona gestione, ma oggi c’è ancora qualcuno che ci guadagna.

Poi un servizio sulle due Leghe, quella di Salvini e quella che deve rinsaldare il debito con lo Stato.

Nell’anteprima la storia dei rifiuti dalla Campania alla Tunisia.

IL RESO TUNISINO di Bernardo Iovene

Nella missione diplomatica del passato dicembre l’ex ministro Di Maio va in Tunisia per parlare di immigrati e dei rifiuti inviati in Tunisia dalla Campania. Per un caso, il giorno dopo della visita i rifiuti vanno a fuoco: oggi sono ancora nel capannone, stipati in attesa di un loro ritorno in Italia.
I responsabili politici sono finiti in carcere – racconta l’ambasciatore tunisino – che ha trattato la restituzione dei container direttamente col presidente De Luca.

Sono rifiuti che si pensava di smaltire in Tunisia, dove il costo della gestione era inferiore (da 24 a 5 ml di euro, un bel risparmio): la Soreplast ha contattato il ministero dell’ambiente italiano ma non quello tunisino, che doveva essere contattato per gli accordi internazionali. Così i container sono stati sequestrati e tenuti fermi nel porto tunisino.
Chi paga oggi i 43 ml di euro, costo del mantenimento dei rifiuti in Tunisia nel porto di Sousse e del viaggio in Italia?
Non lo sappiamo: oggi questi rifiuti sono stati spostati a Persano nel sito militare, senza coinvolgere i sindaci locali e le associazioni di cittadini.
Nel sito di Persano sono stoccate anche le ecoballe che, dopo le arrivo dei rifiuti tunisino, sono state spostate in altri siti.
A Serre oltre allo stoccaggio delle ecoballe, c’è la discarica di Macchia Soprano, scelta dall’allora commissario Bertolaso, costruita al posto di un bosco che è stato sacrificato.
Ci sono dei documenti stilati dai commissari che chiarivano che a Serre non sarebbero arrivati altri rifiuti: ma i protocolli di intesa stilati coi comuni del Sele non sono stati rispettati.
Ma il 20 aprile i container tunisini arrivano a Persano, scortati dalla polizia: l’ordinanza dei rifiuti non arriva dal presidente De Luca ma bensì dal presidente della provincia di Salerno.
Franco Alfieri – presidente della provincia, non ha accettato l’intervista a Report.

Chi ha commesso l’errore dell’invio dei rifiuti in Tunisia? Il sito della convenzione di Basilea contiene i contatti dei referenti politici nel ministero dell’ambiente tunisino. Il funzionario regionale in Campania invece ha raccontato di non aver trovato alcuna informazione, nemmeno su Google.
Purtroppo nemmeno l’amministrazione campana ha accettato di rispondere alle domande.
La Soreplast oggi non vuole pagare i costi e il viaggio dei rifiuti, oltre che dello smaltimento:
secondo l’azienda l’errore è della regione Campania. Ma nonostante i rifiuti siano della Soreplast, alla fine a pagare saremo noi cittadini.

Ci sono anche i danni in Tunisia: l’ambasciatore è molto chiaro su questo punto, lo stato italiano è responsabile, così la prossima volta che si esportano “illegalmente” rifiuti ci si penserà prima.

QUESTA È TIM di Giorgio Mottola

Nella scorsa inchiesta su Tim, Giorgio Mottola aveva raccontato la storia di Antonio Meneghetti, fondatore della Ontopsicologia, che ha passato gli ultimi anni della sua vita in un borgo sugli appennini in Umbria.
Qui incontra il giovane conduttore televisivo Andrea Pezzi: dalla televisione passa all’imprenditoria, con pochi successi, lanciandosi poi nel settore della pubblicià online.
Da Berlusconi, Pezzi trova come finanziatore Serra, finanziatore della campagna di Renzi: Pezzi gestisce la campagna pubblicitaria di Enel e poi di Tim per 5 ml di euro.
Un fondo francese decide di comprare l’azienda di Pezzi garantendo un buon affare per Pezzi e ai renziani finanziatori del suo progetto: nel 2021 viene assunto come consigliere di Vivendì, advosor di de Puyfontaine, che lo aiuta a decodificare alcuni ragionamenti macchiavellici del nostro paese.
Oggi Tim ha debito per 30 miliardi, i lavoratori sono in solidarietà da anni, ma per Pezzi Tim continua ad essere la gallina delle uova d’oro per il contratto di pubblicità.


Giorgio Mottola in questo servizio racconterà la storia di un altro artista: Salvatore Passaro, partendo dal quadrilatero della moda a Milano.
In un palazzo della zona si tenevano sedute spiritiche dove partecipavano uomini dello spettacolo e altri personaggi: le sedute erano tenute da “maga clielia”, la signora Berghella, secondo alcuni fondatrice di una setta, lei parlava come tramite per Gesù Cristo.
La setta dei guerrieri della luce aveva dentro persone della televisione, cantanti e attori, tra questi Michelle Hunziker: attraverso lei la maga riesce ad accalappiare anche Piersilvio Berlusconi, ad inizio anni duemila. Nessuna seduta – precisa Piersilvio – solo incontri sporadici con la signora Berghella.
Dopo la Hunziker arriva Salvatore Passaro, con cui costituisce un’azienda per gestire l’immagine dei vip, finanziata da Michelle Hunziker e donata a Passaro stesso.

Dopo anni Salvatore Passaro e la maga si ritrovano su un palco per raccontare di Outplay, società di pubblicità online, dietro cui si ritrova Mint, una società di Pezzi: di Outplay Passaro diventa direttore generale.
Passaro si mette in proprio in una azienda di Telecomunicazioni, mettendosi assieme a Giuliano Tavaroli (che ha patteggiato 4 anni e mezzo di carcere per dossieraggio): riesce a piazzare un progetto con Tim sull’efficientamento energetico, che gli vale un contratto da 50 mila euro.

Una strana carriera quella di Passaro: ex cantante, ex pupillo di Spadolini, entra in un circolo esoterico con dentro una maga, che secondo alcuni ex membri era una vera e propria setta.
Dalla società con cui gestisce i divi dello spettacolo, che lavorava con Mediaset, per i suoi rapporti con Piersilvio Berlusconi.
Fino al contratto con Tim sul progetto di efficientamento energetico.

Andrea Pezzi avrebbe guadagnato anche dall’accordo tra Tim e Dazn – racconta una fonte anonima a Report: si parla di un accordo di distribuzione tra Tim e Dazn, collaterale all’intesa sulla Serie A. Dazn concede spazi pubblicitari gratuiti a Tim, ma la dirigenza di Tim impone che gli spazi pubblicitari siano gestiti dalla società di Pezzi, la Mint. A cosa serve a Pezzi questo secondo contratti per gli spot?

Pezzi incassa una percentuale dell’8% sugli spot di Tim andanti in onda sulla piattaforma, sono soldi che si aggiungono ai 5 ml di euro che Tim riconosce a Pezzi, ogni anno, per la gestione della pubblicità online.

È Luigi De Siervo che ha gestito la gara per la gestione dei diritti della Serie A, che ha portato poi all’accordo con Dazn: De Siervo e Pezzi sono legati nel progetto Apogeo, un piano presentato a Tim da Raffaello Polchi, imprenditore. Quest’ultimo per far passare il suo progetto in Tim chiede aiuto a De Siervo stesso: si tratta di un progetto da 20 ml di euro, per migliorare la geolocalizzazione delle antenne Tim.

Polchi fu presentato da De Siervo a dei dirigenti Tim, assieme ad Andrea Pezzi: Pezzi l’avrebbe presentato a Labriola, racconta l’imprenditore milanese.
Ma era prima del 2021, precisa Pezzi, prima di diventare advisor di Vivendì.
Chi è Pezzi, una eminenza grigia come racconta Report?
Tim fa partire l’accordo con Polchi, attraverso una società diversa, la Scai group: alla fine vengono versati solo 200 mila euro, perché il progetto Apogeo in Tim viene bloccato.
Ad aver cambiato idea su questo progetto Stefano Siragusa, a capo della rete commerciale di Tim fino al 2022: per un patto di riservatezza non risponde alla domanda di Report, come mai per un progetto da 20ml di euro, con una prima rata da 708mila euro, si staccano solo 205 mila euro, pagato alla Scai (non all’azienda di famiglia di Polchi).

Alla fine sono tanti gli imprenditori che hanno fatto buoni affari con Tim: da Passaro a Polchi col suo progetto Apogeo, che arriva in Tim passando per l’AD della serie A De Siervo.

Un altro contratto che finisce sotto audit è quello sui modem: Tim fa incetta di Modem nel 2020, venduti ad un suo fornitore Gruppo Distribuzione da cui poi li va a ricomprare.
Una operazione anomala, i modem ricomprati sarebbero obsoleti, non si sarebbero mai mossi dal magazzino, la merce rimaneva ferma. Si tratta di una operazione contabile con cui Tim inserisce nei bilanci una voce di ricavo, nei semestri tra 2020 e 2021.
Una cosa gravissima perché Tim è una società quotata, queste cose non dovrebbero succedere.

Gruppo Distribuzione è un fornitore di Tim, il 70% dei profitti arrivano da questa società: c’è un collegamento c’è, se esiste, tra l’operazione modem e il contratto Tim Dazn?
Con l’operazione dei modem, presi e rivenduti da Tim, ha consentito a Gruppo Distribuzione di prendersi un bonus di 25 euro (seguito all’accordo tra Tim e Dazn, per stimolare le vendite), con una operazione senza rischi e oneri.

Qual è la situazione in Tim oggi

Da 12 anni Tim impone il regime di solidarietà alle migliaia di dipendenti: dal 1997 i dipendenti sono stati penalizzati, falcidiati. Da 120 mila sono passati a 40mila i lavoratori.
Tutto questo nasce dalla scelta del modello di privatizzazione: per pagare i propri dipendenti Tim ha chiesto aiuto allo Stato, con salari decurtati del 20% anche.
Cosa vuol dire lavorare in solidarietà?
Lo racconta una dipendente, Sonia Milano: “la cosa triste è che ci siamo abituati [a lavorare in solidarietà] perché 12 anni sono tanti. Vuol dire che la carriera si ferma, perché non ci sono i soldi, quindi non è possibile più di tanto dare i premi, promozioni, una tantum."
Nonostante le esternalizzazioni e i tagli dello stipendio e il blocco delle carriere la maggior parte dei lavoratori di Tim continua a nutrire un senso di fierezza per il proprio lavoro.
È sempre Sonia a parlare: “credo ancora tanto in questa azienda, credo che sia un’azienda che può continuare a fare bene per il paese e che può continuare a crescere. Sono orgogliosa di lavorare in Tim e quello che faccio mi piace.”

Il servizio racconterà anche della infelice storia della privatizzazione di Tim: “c’è stato un tempo in cui tutti i dipendenti e non solo tutto il paese era orgoglioso di ciò che rappresentava Telecom.”

Vito Gamberale, primo AD di Telecom Italia negli anni 1995-97 racconta che era il riferimento di Bill Gates, “che ci veniva a trovare una volta l’anno per prendere spunto da quello che facevamo per poter sviluppare i servizi che poi Ms ha sviluppato.”
Telecom Italia è l’azienda statale nata nel ‘95 dalle ceneri della vecchia SIP, all’epoca era la sesta compagnia telefonica più ricca al mondo che alla fine degli anni ‘90 arrivò ad essere presente in più di 30 paesi al mondo, tra Europa e Sudamerica. Era una società solidissima che incassa alti fatturati e riconoscimenti internazionali, come il premio per l’azienda più innovativa al mondo vinto nel 1999 per aver introdotto in Italia la carta prepagata nel 1995.

Telecom era fantastica allora, ricorda Romano Prodi: sebbene fosse fantastica nel 1997 Prodi decide di privatizzarla nella convinzione che il grosso delle azioni sarebbe stato comprato da aziende italiani, “sarà il nocciolo duro della nuova Telecom”, così annunciava il governo.

Ma il nocciolo si rivela presto un nocciolino: non va oltre infatti il 6,6% la quota che si limita ad acquisire una cordata di istituti finanziari di cui fa parte l’Ifil, la cassaforte della famiglia Agnelli che, con appena lo 0,6% diventa l’azionista di riferimento di Telecom.
“Io volevo un blocco degli italiani grossi” ricorda oggi Prodi, “perché volevo che il telefono rimanesse in Italia e io dovetti insistere con Umberto Agnelli dicendo ‘ma è un interesse per l’Italia. Io devo privatizzare, è un interesse vostro’. Non hanno capito niente, appena sono arrivati hanno venduto, hanno guadagnando o addirittura hanno spolpato vendendo le case e gli uffici.”
In Telecom gli Agnelli restano per soli due anni ma fanno in tempo per avviare la svendita del patrimonio immobiliare dell’azienda. Dopodiché escono dall’azionariato, vendendo le loro azioni e incassando una plusvalenza di 204 ml di euro.

Mottola ha chiesto ad un altro presidente del Consiglio di quel periodo, Massimo D’Alema, se le modalità con cui si è proceduto alla privatizzazione di Telecom furono sbagliate:
“sicuramente il risultato della privatizzazione non fu brillante, la famiglia Agnelli sostanzialmente ne deteneva il controllo avendo preso lo 0,6% delle azioni. Fu un po’ la pretesa di una sorta di aristocrazia del capitalismo italiano di fare i padroni senza metterci i soldi.”

Come mai un’azienda modello come quella poi è finita in mano a degli speculatori sostanzialmente, che l’hanno spolpata e basta?

“Lei può dare la colpa anche a me” risponde Prodi alla domanda del giornalista di Report “nel senso che io ho cercato dei compratori più affidabili che ci fossero ..”
Nel 1999 gli Agnelli liquidano le loro quote ad una cordata capeggiata da Roberto Colaninno, AD di Olivetti, la scalata riceve la benedizione del presidente del Consiglio Massimo D’Alema che in un discorso pubblico esalta il coraggio di Colaninno e dei suoi soci.
“No” risponde D’Alema al giornalista “io mi limitai a dire che, siccome sembrava uno scandalo, ci sono degli imprenditori che hanno il coraggio di scommettere sul futuro di questa azienda e ci mettono dei soldi. Ci fu una valutazione molto attenta, e decidemmo di tenere una posizione di neutralità.”
All’epoca questa neutralità voleva dire dare il via libera all’OPA.
“Vorrei capire qual era l’alternativa, che dovevamo rinazionalizzarla. Il via libera lo diede il mercato attraverso la gente che aderì all’OPA. Non fu una scelta del governo.”
Diversa l’opinione dell’allora AD Gamberale:
“era una operazione ardita, erano validi imprenditori che avevano avuto un dignitoso sviluppo, nel loro ambito territoriale.. ”
Infatti nella scalata a Colaninno mancavano i soldi anche perché la sua Olivetti era 4 volte più piccola della Telecom e così la sua OPA che vedeva la regia occulta di Mediobanca di Enrico Cuccia viene realizzata quasi del tutto a debito: vale a dire che i soldi usati per la scalata vengono quasi tutti chiesti in prestito alle banche che, però, non si rifanno su Colaninno ma direttamente su Telecom.
Una rapina, secondo il Financial Times.
“Telecom che aveva in indebitamento bassissimo” ricorda Vito Gamberale “si trovò ad essere gravata di un debito non di natura industriale. Fu introdotto un debito cattivo che è come aver insinuato nel corpo di Telecom un germe di cui poi non si sarebbe mai potuto riuscire a trovare l’antidoto e il vaccino.”
D’Alema sapeva che la scalata sarebbe stata fatta a debito e che i debiti sarebbero ricaduti sull’azienda:
“questo era il problema di quell’operazione per la quale noi chiedemmo quali programmi ci fossero. Ma, ripeto, dal punto di vista del piano industriale l’operazione era credibile. E questa era l’opinione di Mediobanca.”
Era una operazione per poter entrare nel salotto buono della finanza, quella di D’Alema?
“Lei può scrivere quello che vuole, in questo paese ci sono tanti cretini che credono quello che vogliono..”

Nel 2001 arriva Silvio Berlusconi al governo e in Telecom è il turno di Marco Tronchetti Provera, patron della Pirelli. Anche la sua scalata è fatta contraendo debiti che esplodono però soprattutto dopo la fusione di Telecom con la sua partecipata Tim. In questo modo l’indebitamento della compagnia telefonica raggiunge la cifra monstre di 39 miliardi di euro.
Sulla gestione Tronchetti Provera torna Gamberale:
“secondo me la gestione Tronchetti Provera dal punto di vista prettamente industriale è stata la meno estranea. Poi furono aggiunte della operazioni finanziarie che non avrebbero portato alcun beneficio nel gruppo ma anzi sarebbero state malefiche, come l’OPA sul flottante di Tim che incrementò il debito.”

Oggi l’azienda sembra allo stato finale della malattia: se nel 97 un’azione di Telecom valeva circa 6€, oggi il titolo è sprofondato a 0,18€. All’inizio del secolo Telecom aveva filiali in 30 nazioni, al momento è presente solo in Brasile, ma nonostante i numeri disastrosi in molti hanno festeggiato.
In 25 anni gli azionisti privati sono riusciti a spartirsi oltre 60 miliardi di dividendi e le banche d’affari americane e ita
liane hanno incassato 30 miliardi di euro di interessi sui debiti di Telecom.

Che sentimenti prova, ha chiesto Mottola a Gamberale: “una grande amarezza, quello di Telecom è stato un grande suicidio industriale.”

Per entrare nell’euro Prodi dovette privatizzare e vendere Telecom: quello che è stato l’inizio dello spolpamento, da Agnelli a Colaninno con la scalata a debito. Fino a Tronchetti Provera, che sbagliò nella fusione tra Tim e Telecom, con l’esplosione del debito, che bloccò il piano industriale a cui si aggiunse l’inchiesta dello spionaggio indistriale (che coinvolse Tavaroli).
Da Tronchetti a Telco a Vivendì, azienda del manager francese Bollorè, il boa, secondo i suoi detrattori: Bollorè tentò la scalata a Mediaset, poi fermato.
L’operazione con Dazn serviva a rinforzare la posizione di Tim, nei confronti di Sky: ma questa operazione ha creato problemi lo stesso.

Oggi Tim vuole vendere la rete fissa a Cassa Depositi e Prestiti: ma lo stato non può spendere oggi 30 miliardi per la rete.

Si rischia di rivedere per Tim la parabola di Alitalia: vedremo uno spezzettamento per sopravvivere?

Il nuovo AD Labriola vorrebbe separare servizi e rete, lo scorporo per separare Tim dalle altre società di servizi. In buona parte dei paesi europei le società di TLC di stato controllano sia la rete che i servizi: se si dovesse separare la rete, a chi finirebbe in mano? A fondi privati che poi venderebbero le informazioni ad altri?
CDP valuta la rete di Tim 15 miliardi di euro, ma Vivendì non vuole vendere a meno di 30 miliardi: oggi con una quotazione in borsa prendersi Tim costerebbe 4 miliardi, basterebbe fare una operazione di Opa.
Cassa Depositi e Prestiti con 2 miliardi potrebbe fare questa Opa parziale con l’aiuto dei fondi su Telecom– spiega l’analista finanziario Matteo Decina – e diventerebbe così l’azionista di maggioranza di Telecom, avrebbe sì 30 miliardi di debiti lordi, ma vendendo Tim Brasil e Tim Servizi per 20 miliardi e così i debiti diventano 5 miliardi netti, questo sarebbe l’optimum.

Il grande problema per il governo italiano sono i francesi di Vivendì, che avevano comprato il 23% di Tim quando il titolo valeva 1 euro, ma dopo sette anni le azioni sono crollate a circa 20 centesimi. Quindi se ora vendessero la propria quota al prezzo attuale di mercato l’azienda francese rischierebbe di perderci miliardi.

“Vivendì è un problema perché è un socio che si è fermato alla soglia dell’OPA al 24%” commenta Fabrizio Solari segretario nazionale SLC CGIL “quindi non è il padrone di Tim, ma ha una massa critica tale da impedire che qualcun altro possa decidere al suo posto.”
Ma qual è la visione industriale che Vivendì ha di Tim allora? Risponde sempre il sindacalista,
“non ce l’ha.”
Obiettivo di Vivendì è oggi solo rientrare nel suo investimento: l’ex socio di Bollorè racconta di come la sua ascesa dipende dai rapporti con leader politici francesi di destra, come Sarlozy.
Ma anche Hollande e Macron: ma alla fine Macron gli preferisce un’altra emittente e così Bollorè si spostò su linee editoriali di destra e estrema destra.
Erik Zemmour è la star della televisione di Bollorè: nelle sue trasmissioni si è sempre scagliato contro gli immigrati, grazie alla televisione ha raccolto una buona fetta di elettori francesi alle passate elezioni presidenziali.
Zemmour e il suo partito Reconquete hanno posizioni simili a quelle di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni: contro l’islam, contro gli ambientalisti e a favore del nucleare, contro le femministe.
Dietro la candidatura di Zemmour, c’è Bollorè, eminenzia grigia del suo partito.


E ora cosa farà il governo italiano? Riusciremo a riprenderci la rete e a tenere il controllo dei servizi che viaggiano su questa?

12 dicembre 2022

Anteprima inchieste di Report – la situazione in Tim e nella Lega di Salvini

Report ritorna ad occuparsi di Tim, perché dobbiamo comprare una parte dell’azienda per 20 miliardi di euro quando comprarla tutta in Borsa ne costerebbe 4?

Poi un servizio sulla Lega, anzi sulle Leghe, quella di Salvini e quella che deve restituire i 49ml allo Stato. Infine il servizio sui rifiuti campani inviati in Tunisia e da lì tornati indietro.

La situazione dentro Tim

Tim potrebbe essere la prossima Alitalia, un’azienda malgestita dal pubblico e dal privato, che oggi è un peso che zavorra lo Stato e i conti?

Un mese fa Report si era occupata di Tim, delle lotte politiche fatte dietro questa azienda, del ruolo di Vivendì e dell’ex VeeJay Andrea Pezzi, consulente strategico del presidente di Vivendì, oggi azionista di maggioranza. Oggi i francesi chiedono 31 miliardi allo Stato italiano per vendere la rete quando però, con un’OPA, si potrebbe comprare Tim in Borsa per 5 miliardi di euro, circa: come mai questo paradosso? Cassa Depositi e Prestiti con 2 miliardi potrebbe fare questa Opa parziale con l’aiuto dei fondi su Telecom– spiega l’analista finanziario Matteo Decina – e diventerebbe così l’azionista di maggioranza di Telecom, avrebbe sì 30 miliardi di debiti lordi, ma vendendo Tim Brasil e Tim Servizi per 20 miliardi e così i debiti diventano 5 miliardi netti, questo sarebbe l’optimum.
Il grande problema per il governo italiano sono i francesi di Vivendì, che avevano comprato il 23% di Tim quando il titolo valeva 1 euro, ma dopo sette anni le azioni sono crollate a circa 20 centesimi. Quindi se ora vendessero la propria quota al prezzo attuale di mercato l’azienda francese rischierebbe di perderci miliardi.

“Vivendì è un problema perché è un socio che si è fermato alla soglia dell’OPA al 24%” commenta Fabrizio Solari segretario nazionale SLC CGIL “quindi non è il padrone di Tim, ma ha una massa critica tale da impedire che qualcun altro possa decidere al suo posto.”
Ma qual è la visione industriale che Vivendì ha di Tim allora? Risponde sempre il sindacalista, “non ce l’ha.”
Così oggi i lavoratori di questa azienda strategica per il nostro paese, attraverso cui passa un bel pezzo di servizi digitali, lavorano in solidarietà: cosa vuol dire?

Lo racconta una dipendente, Sonia Milano: “la cosa triste è che ci siamo abituati [a lavorare in solidarietà] perché 12 anni sono tanti. Vuol dire che la carriera si ferma, perché non ci sono i soldi, quindi non è possibile più di tanto dare i premi, promozioni, una tantum. Nonostante le esternalizzazioni e i tagli dello stipendio e il blocco delle carriere la maggior parte dei lavoratori di Tim continua a nutrire un senso di fierezza per il proprio lavoro.
È sempre Sonia a parlare: “credo ancora tanto in questa azienda, credo che sia un’azienda che può continuare a fare bene per il paese e che può continuare a crescere. Sono orgogliosa di lavorare in Tim e quello che faccio mi piace.”

Vivendì è azionista di maggioranza dal 2018: da quel momento l’azienda è nel mezzo tra i francesi, il fondo americano Elliot e Cassa Depositi e Prestiti che hanno acquistato importanti pacchetti azionari e contendono ai francesi il controllo del CDA.
Un ex dirigente Tim che ha accettato di parlare con Report ma in forma anonima racconta di come, dal 2018, Vivendì abbia preso schiaffi da CDP e dal fondo Elliot: si sono ritrovati in difficoltà non avendo più referenti politici diretti, per questo – racconta il dirigente – cercano un contatto coi servizi segreti italiani (che la fonte chiama “deep state italiano”). Tra ottobre e novembre 2018 in una sede riservata dei servizi vicino piazza Sallustio a Roma, il capo dei servizi incontra il presidente di Vivendì
de Puyfontaine che si porta dietro anche Andrea Pezzi, promotore dell’incontro, grazie alla mediazione di un politico del centro destra.
Pochi mesi dopo viene nominato Salvatore Rossi come presidente di Tim e Luigi Gubitosi come AD, espressione del fondo Elliot.

Nel precedente servizio Giorgio Mottola era andato a chiedere conto di questo incontro proprio al presidente de Puyfontaine al meetig di Rimini, di cui Tim era sponsor.
Non è stato possibile fare domande, senza passare prima dall’ufficio stampa: solo Andrea Pezzi ha accettato di rispondere alle domande di Mottola,
nel passato servizio, raccontando dei suoi rapporti con la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini che nel governo Draghi era all’interno della commissione sulle Telecomunicazioni.

Il servizio racconterà anche della infelice storia della privatizzazione di Tim: “c’è stato un tempo in cui tutti i dipendenti e non solo tutto il paese era orgoglioso di ciò che rappresentava Telecom.”

Vito Gamberale, primo AD di Telecom Italia negli anni 1995-97 racconta che era il riferimento di Bill Gates, “che ci veniva a trovare una volta l’anno per prendere spunto da quello che facevamo per poter sviluppare i servizi che poi Ms ha sviluppato.”
Telecom Italia è l’azienda statale nata nel ‘94 dalle ceneri della vecchia SIP, all’epoca era la sesta compagnia telefonica più ricca al mondo che alla fine degli anni ‘90 arrivò ad essere presente in più di 30 paesi al mondo, tra Europa e Sudamerica. Era una società solidissima che incassa alti fatturati e riconoscimenti internazionali, come il premio per l’azienda più innovativa al mondo vinto nel 1999 per aver introdotto in Italia la carta prepagata nel 1995.
Telecom era fantastica allora, ricorda Romano Prodi: sebbene fosse fantastica nel 1997 Prodi decide di privatizzarla nella convinzione che il grosso delle azioni sarebbe stato comprato da aziende italiani, “sarà il nocciolo duro della nuova Telecom”, così annunciava il governo.

Ma il nocciolo si rivela presto un nocciolino: non va oltre infatti il 6,6% la quota che si limita ad acquisire una cordata di istituti finanziari di cui fa parte l’Ifil, la cassaforte della famiglia Agnelli che, con appena lo 0,6% diventa l’azionista di riferimento di Telecom.
“Io volevo un blocco degli italiani grossi” ricorda oggi Prodi, “perché volevo che il telefono rimanesse in Italia e io dovetti insistere con Umberto Agnelli dicendo ‘ma è un interesse per l’Italia. Io devo privatizzare, è un interesse vostro’. Non hanno capito niente, appena sono arrivati hanno venduto, hanno guadagnando o addirittura hanno spolpato vendendo le case e gli uffici.”
In Telecom gli Agnelli restano per soli due anni ma fanno in tempo per avviare la svendita del patrimonio immobiliare dell’azienda. Dopodiché escono dall’azionariato, vendendo le loro azioni e incassando una plusvalenza di 204 ml di euro.
Come mai un’azienda modello come quella poi è finita in mano a degli speculatori sostanzialmente, che l’hanno spolpata e basta?


“Lei può dare la colpa anche a me” risponde Prodi alla domanda del giornalista di Report “nel senso che io ho cercato dei compratori più affidabili che ci fossero ..”
Mottola ha chiesto ad un altro presidente del Consiglio di quel periodo, Massimo D’Alema, se le modalità con cui si è proceduto alla privatizzazione di Telecom furono sbagliate:
“sicuramente il risultato della privatizzazione non fu brillante, la famiglia Agnelli sostanzialmente ne deteneva il controllo avendo preso lo 0,6% delle azioni. Fu un po’ la pretesa di una sorta di aristocrazia del capitalismo italiano di fare i padroni senza metterci i soldi.”
Nel 1999 gli Agnelli liquidano le loro quote ad una cordata capeggiata da Roberto Colaninno, AD di Olivetti, la scalata riceve la benedizione del presidente del Consiglio Massimo D’Alema che in un discorso pubblico esalta il coraggio di Colaninno e dei suoi soci.
“No” risponde D’Alema al giornalista “io mi limitai a dire che, siccome sembrava uno scandalo, ci sono degli imprenditori che hanno il coraggio di scommettere sul futuro di questa azienda e ci mettono dei soldi. Ci fu una valutazione molto attenta, e decidemmo di tenere una posizione di neutralità.”
All’epoca questa neutralità voleva dire dare il via libera all’OPA.
“Vorrei capire qual era l’alternativa, che dovevamo rinazionalizzarla. Il via libera lo diede il mercato attraverso la gente che aderì all’OPA. Non fu una scelta del governo.”

Diversa l’opinione dell’allora AD Gamberale: “era una operazione ardita, erano validi imprenditori che avevano avuto un dignitoso sviluppo, nel loro ambito territoriale.. ”
Infatti nella scalata a Colaninno mancavano i soldi anche perché la sua Olivetti era 4 volte più piccola della Telecom e così la sua OPA che vedeva la regia occulta di Mediobanca di Enrico Cuccia viene realizzata quasi del tutto a debito:
vale a dire che i soldi usati per la scalata vengono quasi tutti chiesti in prestito alle banche che, però, non si rifanno su Colaninno ma direttamente su Telecom.
“Telecom che aveva in indebitamento bassissimo” ricorda Vito Gamberale “si trovò ad essere gravata di un debito non di natura industriale. Fu introdotto un debito cattivo che è come aver insinuato nel corpo di Telecom un germe di cui poi non si sarebbe mai potuto riuscire a trovare l’antidoto e il vaccino.”
D’Alema sapeva che la scalata sarebbe stata fatta a debito e che i debiti sarebbero ricaduti sull’azienda: “questo era il problema di quell’operazione per la quale noi chiedemmo quali programmi ci fossero. Ma, ripeto, dal punto di vista del piano industriale l’operazione era credibile.”

Nel 2001 arriva Silvio Berlusconi al governo e in Telecom è il turno di Marco Tronchetti Provera, patron della Pirelli. Anche la sua scalata è fatta contraendo debiti che esplodono però soprattutto dopo la fusione di Telecom con la sua partecipata Tim. In questo modo l’indebitamento della compagnia telefonica raggiunge la cifra monstre di 39 miliardi di euro.
Sulla gestione Tronchetti Provera torna Gamberale: “secondo me la gestione Tronchetti Provera dal punto di vista prettamente industriale è stata la meno estranea. Poi furono aggiunte della operazioni finanziarie che non avrebbero portato alcun beneficio nel gruppo ma anzi sarebbero state malefiche, come l’OPA sul flottante di Tim che incrementò il debito.”

Oggi l’azienda sembra allo stato finale della malattia: se nel 97 un’azione di Telecom valeva circa 6€, oggi il titolo è sprofondato a 0,18€. All’inizio del secolo Telecom aveva filiali in 30 nazioni, al momento è presente solo in Brasile, ma nonostante i numeri disastrosi in molti hanno festeggiato.
In 25 anni gli azionisti privati sono riusciti a spartirsi oltre 60 miliardi di dividendi e le banche d’affari americane hanno incassato 30 miliardi di euro di interessi sui debiti di Telecom.

La scheda del servizio: QUESTA È TIM di Giorgio Mottola
collaborazione Norma Ferrara

Tim potrebbe essere la prossima Alitalia. Per correre ai ripari questa estate la nuova dirigenza ha presentato un piano per dividere l’azienda in due con l’obiettivo di cedere a Cassa depositi e prestiti la rete fissa, su cui grava la maggior parte dei debiti e dei dipendenti. Un progetto che la scorsa settimana è stato ufficialmente bocciato dal governo Meloni che però finora non ha ancora presentato una proposta alternativa. Nel frattempo, il titolo in Borsa è crollato e gli indici finanziari non lasciano ben sperare. Eppure, 25 anni fa Telecom era una delle aziende floride del nostro Paese e la sesta società di telecomunicazioni del mondo. Come siamo arrivati a questo punto? Con interviste esclusive a ex presidenti del consiglio ed ex amministratori delegati di Telecom, Report  ricostruirà la storia dell’ex azienda di Stato, che dopo un quarto di secolo ha subìto un vero e proprio tracollo finanziario e industriale. Di chi sono state le responsabilità? Con documenti inediti Report accenderà, inoltre, un faro su alcuni progetti e contratti anomali stipulati da Tim nel periodo in cui stava per chiudere l’accordo con Dazn sui diritti della serie A di calcio.

Cosa succede in casa della Lega

C’è una Lega di governo, quella di Salvini, sovranista, più vicina ai regimi come Ungheria e la Russia di Putin che ai valori europei (sempre che esistano). Esiste una corrente scissionista, quella di Bossi, che vorrebbe un ritorno alla Padania libera ovvero quell’autonomia politica che potrebbe arrivare dalla sciagurata riforma che questo stesso governo sta pensando.
Esiste poi un’altra Lega, la bad company che deve gestire la restituzione dei 49ml, i famosi rimborsi elettorali che il partito non doveva ottenere dallo Stato italiano.
Salvini si difende dicendo che quei soldi non ci sono più, che sono stati spesi. E che non esiste alcun legame tra la vecchia Lega e la nuova. Ma è così?
Si parte dal palco sul prato di Pontida dove il segretario lo scorso settembre ha detto “chi non ha memoria non ha futuro”, chiudendo il discorso con un ringraziamento a Bossi.
Ma chi votano le persone radunate a Pontida? La Lega di Salvini premier ovviamente, la Lega Nord non esiste: “Salvini è stato abile nel far credere alla gente che la Lega Nord si fosse trasformata, in realtà lui la Lega nord l’ha congelata, surgelata, sicuramente inchiodata senza possibilità di far politica e ne ha aperto un altro” racconta a Luca Chianca Gianluca Pini, ex deputato della Lega Nord (quella dell’indipendenza della Padania).
Sembra un unico partito, però tecnicamente diviso in due: “si probabilmente per evitare di assorbirne i debiti.”
La vecchia Lega Nord, per volere di Salvini, segretario, non fa più attività politica, non presentandosi alle elezioni, eppure la procura di Genova aveva permesso di spalmare in ben 70 anni il debito dei 49 ml di euro per le truffe dei rimborsi elettorali. Proprio per evitare che un partito chiudesse e consentire a milioni di elettori di votare ancora Lega Nord.
“Il problema è che è stata una presa in giro” racconta a Report Pini “per la Procura, per la Cassazione, per la Corte dei conti e per gli elettori della Lega Nord, perché immediatamente dopo aver fatto questo tipo di accordo la Lega Nord non ha più fatto attività politica. Pur continuando a percepire dei soldi.”
Oggi la Lega Nord continua a percepire il 2 x 1000 e con quei soldi paga il debito allo Stato, ma come ha scoperto Giovanni Tizian giornalista del quotidiano Domani, la sua immobiliare, la Pontida Fin, incassa anche altri soldi che arrivano dalla Lega di Salvini. Prima di tutto l’affitto per la sede di via Bellerio, di proprietà della vecchia Lega.
“Inizialmente il contratto di locazione prevedeva un affitto di 120 mila euro, poi dopo un anno, incredibilmente senza una motivazione particolare, viene triplicata questa cifra che diventa 320 mila euro. Una cifra sbalorditiva per quel luogo.”
La Lega di Salvini versa l’affitto all’immobiliare Pontida Fin di proprietà della vecchia Lega Nord, alla quale paga anche l’affitto per il pratone del raduno, in questo caso per la cifra astronomica di 250mila euro per un giorno.

Perché la Lega paga se stessa per l’affitto del prato di Pontida? Alla domanda il presidente Zaia non ha voluto rispondere, “se mi parli degli affitti del Veneto so tutto”. Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia risponde dicendo che va chiesto agli amministratori ..
Probabilmente questo contratto di locazione serve proprio per tenere distinti e mostrare all’autorità giudiziaria, al mondo, che Lega Salvini premier e Lega Nord sono due cose distinte, però è una distanza fittizia – risponde il giornalista Tizian.
Certo, il tesoriere è lo stesso nelle due Leghe, utilizzano la stessa sede, utilizzano Pontida, difficile dire che siano due partiti diversi.
Non sarebbe più semplice rivalersi sulla nuova Lega? Luca Chianca l’ha chiesto al procuratore di Genova Francesco Pinto: “no perché il soggetto politico che che è stato indicato come indebito percettore di quelle somme è un soggetto che formalmente è ancora esistente.”

La scheda del servizio SLEGATI IN CASA di Luca Chianca
collaborazione Alessia Marzi

Abbiamo vissuto una campagna elettorale mai vista finora. Salvini ha tentato fino all'ultimo di contendersi la premiership con l'alleata Meloni, radunando migliaia di simpatizzanti nel sacro prato di Pontida, dove ha avuto inizio la storia del vecchio partito guidato da Umberto Bossi. Ma cosa nasconde questo prato dove son tornati a radunarsi i vecchi militanti della Lega Nord e di quella di Salvini Premier? Uno scambio di soldi tra i due partiti. La Lega di Salvini, infatti, ha versato all’immobiliare Pontida Fin, di proprietà della vecchia Lega nord, ben 250 mila euro per l'affitto di un solo giorno di raduno. Pochi giorni dopo, con una parte di quei soldi, il vecchio partito ha pagato Francesco Barachetti, l'imprenditore condannato a dicembre scorso a 5 anni nella vicenda dell’acquisto della nuova sede della Film Commission lombarda perché avrebbe sottratto fondi pubblici, con i due contabili del partito di Salvini, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Nomi noti per Report che si è occupato più volte della vicenda. L'estate scorsa, però, spunta una storia esclusiva che vede coinvolto sempre l’imprenditore Barachetti e un comune amministrato dalla Lega. Questa volta al centro dell'inchiesta è la caserma dei carabinieri di Trezzo sull'Adda, dove Barachetti nel 2016 si è aggiudicato un appalto da 600mila euro per terminarne i lavori.

Lo scandalo dei rifiuti inviati in Tunisia

Il servizio sui rifiuti andanti avanti e indietro dalla Tunisia doveva andare in onda lunedì scorso, ma è poi slittato per dare spazio alla frana di Ischia. Questa sera Report ritorna sullo scandalo dei 282 container di rifiuti che dalla Campania furono mandati in Tunisia per essere smaltiti e che da lì sono tornati indietro perché il loro governo stabilì che erano illegali, perché le strutture locali non erano in grado di gestirli: oggi chi pagherà per questo?
Una volta che il tribunale di Salerno e Potenza stabiliranno le responsabilità e la quantificazione del danno, restano i danni da pagare in Tunisia. L’ambasciatore tunisino, diversamente da quello che ha fatto la regione Campania, ci ha messo la fascia ha avvertito il nostro paese: “noi abbiamo subito danni. Due anni, il 20% dello spazio commerciale del porto di Sousse è stato bloccato. E dunque è un danno finanziario, un danno sociale, un danno ambientale. Lo Stato italiano è responsabile, anche se sono stati dei privati che hanno fatto, ma non lasceremo nulla di questa cosa perché vogliamo dare un esempio. Così, prima di esportare rifiuti illegalmente, sottolineo, devono riflettere due volte prima di farlo.”
Intanto la Tunisia insiste perché l’Italia torni a riprendersi anche la seconda parte dei rifiuti, cioè 69 containers rimasti nella ditta tunisina e che in parte sono stati bruciati: lo ha sottolineato l’ambasciatore stesso nell’intervista con Bernardo Iovene, “la priorità è il rimpatrio dei rifiuti, la seconda parte. Poi vedremo. Sono convinto e spero che fra poche settimane riusciremo anche a chiudere definitivamente questa vicenda.”

Il 21 dicembre 2021 l’ex ministro degli Esteri Di Maio andò in missione diplomatica in Tunisia dove incontro il ministro degli Esteri, la Premier e il presidente Saied: durante quell’incontro si parlò di migranti, stabilità interna e anche della questione dei rifiuti arrivati dall’Italia nel luglio 2020. Fatalmente – racconta il servizio di Iovene – dopo la visita di Di Maio i rifiuti parcheggiati nella ditta tunisina Soreplast vanno a fuoco. Si tratta di quasi 1900 tonnellate che sono ancora stoccati nel capannone della società tunisina.
In Tunisia il ministro e i funzionari che hanno seguito questa vicenda sono ancora in carcere cautelativo dopo due anni. L’ambasciatore Moez Sinaoui spiega che “per la prima volta nella storia tunisina un ministro è andato dal suo ufficio alla casella prigione, come si dice.. la prima volta perché c’era anche complicità delle autorità tunisine.”
Sono ancora in carcere, continua, perché questo è diventato uno scandalo politico, “in Italia non se ne è parlato, perché il danno per la Tunisia è non solo economico, ma anche sociale, economico, politico e ambientale.”
Così il 20 febbraio scorso, presenti le autorità tunisine, i container lasciano il porto di Sousse e tornano a Salerno. Ma appena sbarcati vengono sequestrati dalla procura, la regione ordina poi di stoccarli provvisoriamente nel comprensorio militare di Persano a Serre, in provincia di Salerno, dove già nel 2007 stoccarono, sempre temporaneamente, le ecoballe dell’emergenza rifiuti che però sono ancora qui.
La regione non ha contattato il sindaco su questa scelta, che hanno saputo dell’arrivo dei container dai giornali: appena saputo dell’arrivo dei rifiuti dalla Tunisia, sindaci ambientalisti e cittadini sono tornati a protestare come 15 anni fa. “La cittadinanza non vuole questi rifiuti” racconta a Report il sindaco di Serre: la scelta di stoccarli in un sito militare è stata fatta apposta per evitare che la protesta potesse sfociare in un blocco serio – aggiunge un membro del comitato “Battipaglia dice no”

La scheda del servizio: IL RESO TUNISINO di Bernardo Iovene
Collaborazione Greta Orsi - Lidia Galeazzo

Nel 2021 Report aveva documentato la spedizione dal porto di Salerno di 282 container di rifiuti in Tunisia. Furono sequestrati nel porto di Sousse perché illegali per il governo tunisino, e finirono in carcere il ministro dell’ambiente e vari funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti tunisina. La Tunisia ha fatto pressioni perché i rifiuti tornassero in Italia, ci sono state anche proteste da parte degli ambientalisti sotto la nostra ambasciata a Tunisi. Bernardo Iovene ha ricostruito gli aggiornamenti della vicenda a partire dal viaggio del nostro ministro degli esteri il 28 dicembre del 2021 in Tunisia, fino al rientro dei rifiuti l’11 febbraio di quest’anno. Trasportati in centri di raccolta nella piana del Sele in provincia di Salerno nei comuni di Serre, Persano Altavilla e Battipaglia, la loro presenza ha suscitato le proteste dei cittadini dell’area. Restano decine di milioni di euro da pagare dopo che la nostra magistratura avrà stabilito le responsabilità. Ma la storia non è finita: in Tunisia ci sono ancora 69 container da riportare in Italia, sui quali la Tunisia ci fa sapere che non transige.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 dicembre 2022

Anteprima inchieste di Report – lo smantellamento della sanità e i rifiuti dalla Tunisia

Di che si occuperà questa sera Report? Della situazione della sanità in particolare, coi servizio di Claudia Di Pasquale sulla sanità territoriale e di Chiara De Luca sulla situazione dei pronto soccorso in Piemonte.

Infine Bernardo Iovene ritornerà su un’inchiesta relativa a dei container di rifiuti spedici dalla Campania alla Tunisia e tornati indietro.

La sanità dei tagli di nastro



Cosa ci hanno insegnato due anni di pandemia? Che dobbiamo potenziare la sanità sul territorio, con maggiori ambulatori, presidi dove le persone possono andare per visite ed esami senza dover saturare gli ospedali e i pronto soccorsi? Al fatto che il medico di base, a differenza di quello che pensava un eminente esponente del governo Draghi (e anche Meloni), serve ancora?
Niente di tutto questo. Finite le ondate della pandemia la politica si era resa conto che la sanità territoriale andava rafforzata: 3 miliardi del PNRR verranno investiti in 1350 case della comunità e in 400 ospedali di comunità. Ma chi ci sarà dentro questi ospedali? Lo racconta il servizio di Claudia di Pasquale che parte con uno dei tanti tagli di nastro della giunta (ex) Moratti Fontana qui in Lombardia, felici di inaugurare nuove strutture, con tanto di foto da usare per la campagna elettorale per la presidenza della regione. A Bergamo città lo scorso febbraio Letizia Moratti e Attilio Fontana hanno inaugurato una casa della comunità a Borgo Palazzo, un luogo dove avviene “la presa in carico della persona prima ancora che del malato ..” racconta estasiato il presidente. E la Moratti, assessora al Welfare aggiunge
“c’è un’equipe composta da medici, infermieri e assistenti sociali che accolgono le persone..”
Ma ci sono dei medici di famiglia all’interno di queste case di comunità inaugurate in provincia di Bergamo? Non ce ne sono, ha risposto un medico della provincia, perché “manca ancora l’accordo collettivo coi medici di famiglia in cui viene normata la loro presenza all’interno delle case di comunità. Quindi le case di comunità inaugurate, dove sono stati tagliati i nastri, in realtà stanno andando avanti a fare quello che prima veniva fatto anche prima quando venivano chiamate in altro modo.”
Che senso hanno queste inaugurazioni, se non solo per fare propaganda coi soldi del contribuente? Si dovrà votare a febbraio del 2023 e l’attuale giunta deve far dimenticare lo scandalo dei camici (a prescindere del risvolto penale), la mala gestione della prima ondata, la scelta dei malati covid nelle RSA, la scelta di tener aperto l’ospedale di Alzano nonostante il focolaio. E poi la mancanza di medici di base, le liste di attesa lunghe, una struttura sanitaria che è ospedalo-centrica.
A Milano lo scorso 21 dicembre 2021 è stata inaugurata la prima casa della comunità lombarda in via Rugabella, una struttura che, secondo Fontana, è una novità assoluta, dove si incontreranno medici di base, specialisti.
Di fronte alle telecamere l’assessora elencava i numeri
“sono già presenti 5 medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, 40 medici specialisti, 10 infermieri, sarà aperta 7 giorni su 7, 24 ore al giorno..”.
Ma in realtà, ha scoperto la giornalista, il medico della continuità assistenziale a mezzanotte chiude la struttura e se ne va via, altro che casa della comunità aperta h24, come scritto sul sito della regione.

Report ha cercato una intervista all’assessora, invano. E anche col presidente, l’ufficio stampa di Fontana ha stoppato ogni domanda. Perché rendere conto al cittadino del loro lavoro, in effetti?
La giornalista è stata anche accusata di fare teatro. Ma il teatro fino ad oggi è solo quello dei politici al taglio dei nastri.
Le case di comunità non hanno medici, sono scatole vuote:
lo aveva già detto un servizio andato in onda ad ottobre da Presadiretta, inutile inaugurare strutture (già esistenti a cui solo si è cambiato il nome) se poi mancano medici.

Il servizio di Claudia Di Pasquale si occuperà anche della situazione in Veneto, dove opera la cooperativa CMP, una cooperativa che fornisce personale medico alle strutture pubbliche e che è presente in ben 14 ospedali, tra questi il San Luca di Trecenta a Rovigo, inaugurato nel 1997 dall’allora presidente Scalfaro. Il San Luca aveva una capacità di 250 posti letto che potenzialmente potevano salire a 350. Ma immediatamente dopo sono iniziati i tagli – racconta a Report Pietro Tosarello del comitato Salviamo l’ospedale di San Luca – fino a ridurre un ospedale che aveva più di 250 posti, a ridurne a 130: “abbiamo perso il punto nascite, abbiamo perso ostetricia e ginecologia; non abbiamo più nemmeno il pronto soccorso da quando è iniziata l’epidemia di covid. C’è solo un punto di primo soccorso il cui compito è sostanzialmente dirottare i pazienti sull’ospedale di Rovigo.”
Al punto di primo intervento lavorano due medici, uno interno fino alle ore 16 e l’altro della cooperativa CMP che deve però occuparsi anche del 118.
Quindi il turno h24 al San Luca è coperto dalla cooperativa, dopo le 16: ma se il medico è fuori per una urgenza, e le urgenze possono durare a lungo perché il territorio è vasto, rimangono solo gli infermieri.

E pensare che l’ospedale di Trecenta era nato per sostituire 4 ospedali dell’alto Polesine, tre sono stati poi riconvertiti in presidi territoriali, mentre l’ex ospedale Casa Rossi, nel centro storico di Trecenta, è ridotto all’abbandono, con tanto di cartello con scritto “pericolo di crollo”. Un altro ospedale è stato dismesso a Badia Polesine: ma qui coi soldi del PNRR sarà realizzata una casa di comunità.
L’assessore alla sanità del Veneto Manuela Lanzarin, ha spiegato usando il burocratese che “Trecenta ha oggi una sua programmazione e risponde ad un bisogno individuato da parte dell’azienda in quella zona ..”.
Una risposta che non spiega, in quella zona c’è un medico solo e poi la cooperativa con un altro medico che fa anche il servizio di soccorso: “è chiaro che per garantire i servizi, fatti i bandi, fatti i concorsi andati deserti, non riuscendo a recuperare nessun tipo di personale, l’ultima spiaggia è quella delle cooperative”.

La scheda del servizio: SANITÀ TERRITORIALE di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Cecilia Bacci - Eleonora Zocca

Negli ultimi anni abbiamo assistito a tagli ingenti del sistema sanitario, è crollato il numero dei posti letto, sono stati chiusi i pronto soccorso, sono stati smantellati interi reparti. Ora però a risollevare le sorti della sanità arriveranno i soldi del Pnrr. Circa due miliardi saranno investiti per realizzare 1350 case di comunità, mentre 1 miliardo servirà per aprire 400 ospedali di comunità. Che cosa sono esattamente? E quali servizi dovrebbero offrire? Nelle case di comunità un ruolo centrale dovrebbero averlo i medici di base, che però sono in grave sofferenza numerica, così come c'è una carenza ormai cronica di personale medico ospedaliero. E quindi chi andrà a lavorare dentro le strutture finanziate coi soldi del Pnrr?

Lo scandalo dei rifiuti inviati in Tunisia

Report ritorna sullo scandalo dei 282 container di rifiuti che dalla Campania furono mandati in Tunisia per essere smaltiti e che da lì sono tornati indietro perché il loro governo stabilì che erano illegali, perché le strutture locali non erano in grado di gestirli: oggi chi pagherà per questo?
Una volta che il tribunale di Salerno e Potenza stabiliranno le responsabilità e la quantificazione del danno, restano i danni da pagare in Tunisia. L’ambasciatore tunisino, diversamente da quello che ha fatto la regione Campania, ci ha messo la fascia ha avvertito il nostro paese: “noi abbiamo subito danni. Due anni, il 20% dello spazio commerciale del porto di Sousse è stato bloccato. E dunque è un danno finanziario, un danno sociale, un danno ambientale. Lo Stato italiano è responsabile, anche se sono stati dei privati che hanno fatto, ma non lasceremo nulla di questa cosa perché vogliamo dare un esempio. Così, prima di esportare rifiuti illegalmente, sottolineo, devono riflettere due volte prima di farlo.”
Intanto la Tunisia insiste perché l’Italia torni a riprendersi anche la seconda parte dei rifiuti, cioè 69 containers rimasti nella ditta tunisina e che in parte sono stati bruciati: lo ha sottolineato l’ambasciatore stesso nell’intervista con Bernardo Iovene, “la priorità è il rimpatrio dei rifiuti, la seconda parte. Poi vedremo. Sono convinto e spero che fra poche settimane riusciremo anche a chiudere definitivamente questa vicenda.”

Il 21 dicembre 2021 l’ex ministro degli Esteri Di Maio andò in missione diplomatica in Tunisia dove incontro il ministro degli Esteri, la Premier e il presidente Saied: durante quell’incontro si parlò di migranti, stabilità interna e anche della questione dei rifiuti arrivati dall’Italia nel luglio 2020. Fatalmente – racconta il servizio di Iovene – dopo la visita di Di Maio i rifiuti parcheggiati nella ditta tunisina Soreplast vanno a fuoco. Si tratta di quasi 1900 tonnellate che sono ancora stoccati nel capannone della società tunisina.
In Tunisia il ministro e i funzionari che hanno seguito questa vicenda sono ancora in carcere cautelativo dopo due anni. L’ambasciatore Moez Sinaoui spiega che “per la prima volta nella storia tunisina un ministro è andato dal suo ufficio alla casella prigione, come si dice.. la prima volta perché c’era anche complicità delle autorità tunisine.”
Sono ancora in carcere, continua, perché questo è diventato uno scandalo politico, “in Italia non se ne è parlato, perché il danno per la Tunisia è non solo economico, ma anche sociale, economico, politico e ambientale.”
Così il 20 febbraio scorso, presenti le autorità tunisine, i container lasciano il porto di Sousse e tornano a Salerno. Ma appena sbarcati vengono sequestrati dalla procura, la regione ordina poi di stoccarli provvisoriamente nel comprensorio militare di Persano a Serre, in provincia di Salerno, dove già nel 2007 stoccarono, sempre temporaneamente, le ecoballe dell’emergenza rifiuti che però sono ancora qui.
La regione non ha contattato il sindaco su questa scelta, che hanno saputo dell’arrivo dei container dai giornali: appena saputo dell’arrivo dei rifiuti dalla Tunisia, sindaci ambientalisti e cittadini sono tornati a protestare come 15 anni fa. “La cittadinanza non vuole questi rifiuti” racconta a Report il sindaco di Serre: la scelta di stoccarli in un sito militare è stata fatta apposta per evitare che la protesta potesse sfociare in un blocco serio – aggiunge un membro del comitato “Battipaglia dice no”

La scheda del servizio: IL RESO TUNISINO di Bernardo Iovene

Collaborazione Greta Orsi - Lidia Galeazzo

Nel 2021 Report aveva documentato la spedizione dal porto di Salerno di 282 container di rifiuti in Tunisia. Furono sequestrati nel porto di Sousse perché illegali per il governo tunisino, e finirono in carcere il ministro dell’ambiente e vari funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti tunisina. La Tunisia ha fatto pressioni perché i rifiuti tornassero in Italia, ci sono state anche proteste da parte degli ambientalisti sotto la nostra ambasciata a Tunisi. Bernardo Iovene ha ricostruito gli aggiornamenti della vicenda a partire dal viaggio del nostro ministro degli esteri il 28 dicembre del 2021 in Tunisia, fino al rientro dei rifiuti l’11 febbraio di quest’anno. Trasportati in centri di raccolta nella piana del Sele in provincia di Salerno nei comuni di Serre, Persano Altavilla e Battipaglia, la loro presenza ha suscitato le proteste dei cittadini dell’area. Restano decine di milioni di euro da pagare dopo che la nostra magistratura avrà stabilito le responsabilità. Ma la storia non è finita: in Tunisia ci sono ancora 69 container da riportare in Italia, sui quali la Tunisia ci fa sapere che non transige.

La situazione dei pronto soccorso in Piemonte

La chiamano rimodulazione della spesa, spending review, ma di fatto quello che sta succedendo nella sanità è uno smantellamento del servizio pubblico che avviene non solo nelle regioni del sud, ma anche al nord. In Piemonte hanno tagliato dal 2000 circa 2000 posti letto negli ospedali e così le persone devono rimanere bloccate per giorni nel pronto soccorso, che vanno in crisi.
“E’ una condizione di disumanità alla quale assistiamo in modo molto frequente con persone che sono ammassate nei corridoi degli ospedali senza un minimo di dignità” racconta alla giornalista un operatore sanitario.


Alla centrale operativa del 118 arrivano sempre più spesso questi fax:


“a causa dell’elevato afflusso di pazienti verso il DEA [..] e all’assenza di posti letto e di barelle si invita ad inviare eventuali urgenze in altri presidi.” Gli ospedali sono pieni e cercano di inviare i pazienti altrove.
“Gli ospedali segnalano le loro difficoltà” racconta a Report Stefano de Agostinis infermiere della centrale operativa di Torino
“nel ricevere pazienti e lo fanno attraverso i cosiddetti fax, ma sono consultivi e non vincolanti. Quindi se abbiamo la necessità di mandare pazienti in ospedale e siamo costretti a farlo continuiamo a farlo. ”

La scheda del servizio: CAOS PRONTO SOCCORSO di Chiara De Luca

Collaborazione Giulia Sabella

A Torino i pronto soccorso sono nel caos. Mancano posti letto e i pazienti restano in attesa nei corridoi dei pronto soccorso per giorni, privati della necessaria assistenza. In Piemonte dal 2010 a oggi si stima siano stati tagliati circa 2000 posti letto.


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