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16 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – la famiglia La Russa, il megafono della destra e le falle della giustizia

Il potere dei La Russa

Quanto è influente il nome di Ignazio La Russa nelle nomine per amici e parenti? Report torna ad occuparsi della famiglia di Ignazio La Russa partendo dalla recente nomina di presidente dell’ACI. L’ACI è uno dei più antichi e ricchi enti sportivi italiani, fondato nel 1898 a Torino da simpatizzanti delle auto oggi vanta un milione e duecentomila soci, 450 milioni di fatturato l’anno e 2 miliardi di euro di beni in immobili. Sono cifre che, in epoca di sforamento di bilancio, fanno gola al governo Meloni. Il vecchio presidente Sticchi Damiani è stato fatto fuori: “è stato tutto lasciato alla democrazia interna ” si è difeso il ministro Abodi. Ma il governo di cui Abodi fa parte è intervenuto proprio sulla democrazia interna di Aci per esautorare un ingombrante Sticchi Damiani: il ministero di Abodi gli ha prima sbarrato la strada per la rielezione e ha poi commissariato l’ACI. Dopo il giugno 2025, dopo l’annuncio della candidatura per il quarto mandato, nessuno aveva niente da ridire da Palazzo Chigi. Solo nello scorso settembre, dopo 3 mesi di silenzio, Abodi ha manifestato la propria posizione di netta contrarietà. Come se qualcuno avesse l’intenzione di prendere in mano la gestione dell’Automobile Club – commenta il presidente di Aci Bologna Bendinelli, cosa difficile se Sticchi fosse rimasto alla presidenza.


Questa persona che aveva l’ambizione di controllare la gestione di Aci è stata poi Geronimo LA Russa.

Era un problema di perpetuazione della carica – fa capire il ministro Abodi nell’intervista: ma la perpetuazione della specie deve essere controllata in tutte le federazioni e gli enti pubblici, non solo in quelli dove si vuole piazzare una persona “amica” o di famiglia. Altrimenti si potrebbe pensare che ci siano state pressioni per “piazzare” Geronimo LA Russa in quella carica da parte del presidente del Senato. “Pressioni non ne ho mai avute e non le avrei accettate” spiega Abodi. La stessa versione del presidente del Senato:nessuna influenza su questa nomina anzi, “quando iniziò il suo percorso dentro Aci vent’anni fa, poi diventò presidente dell’ACI Milano, poi vicepresidente nazionale, inizialmente FDI era al2%. Nell’ultima volta come avrei potuto influenzare quell’80% degli elettori indipendenti che hanno eletto ..”.

Nessuna influenza dal padre che voleva che Geronimo continuasse a fare l’avvocato.

Eppure è stato grazie ad un decreto del governo sui mandati degli enti pubblici che è stato fatto fuori Sticchi Damiani e si è aperta la strada al figlio di Ignazio come presidente dell’ACI.

Avere quel cognome ha sicuramente aiutato la carriere di Geronimo ma anche degli altri figli del presidente del Senato: Lorenzo Kocis dal 2022 è consigliere municipale a Milano dove è anche capogruppo di Fratelli d’Italia. Ma il padre non c’entra nulla, spiega il giovane La Russa: “è una cosa che faccio con passione ..”. Ma chi gli ha pagato la campagna elettorale? “Qualche birra da offrire agli amici l’ho chiesta a mio padre” – prova a buttarla sul ridere Kocis ma in realtà, come racconterà Report, la campagna per essere eletto a consigliere municipale è costata più di 2 birre,il presidente del Senato ha sborsato 10800 euro. Una cifra che appare piuttosto alta per questa carica da consigliere se si pensa che il candidato PD alla presidenza del municipio, Mattia Abdu Ismahil, ha speso appena 1200 euro. Papà egiziano e mamma italiana, dichiaratamente omosessuale, la nemesi per quelli di fratelli d’Italia.

La scheda del servizio: In nome del padre di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli, Alfredo Farina, Dario Parlapiano e Andrea Lilli

Ricerca immagini Alessia Pelagaggi

La Russa e i figli: potere, politica e conflitti d’interesse.

Nella tradizione parlamentare italiana al presidente del Senato, che rappresenta la seconda carica dello Stato, è sempre stata richiesta la massima imparzialità. Ma è stato così in diversi interventi di Ignazio La Russa, alcuni dei quali riguardano anche i suoi figli? Report ricostruisce con testimonianze inedite il ruolo che avrebbe avuto La Russa nell’ascesa del primogenito Geronimo alla guida di Aci, nel percorso politico iniziato dal secondogenito Lorenzo Kocis e nella vicenda giudiziaria che ha riguardato il terzogenito Leonardo Apache.

Il megafono della destra

Vediamo se dopo la prima inchiesta su Esperia, presunto media indipendente in realtà organo di informazione molto legato all’estrema destra di governo, Zavalani (direttore editoriale di Esperia) avrà voglia di confrontarsi con le domande di Report.

Sentir parlare Zavalani è come sentir parlare Meloni o qualsiasi altro esponente della destra meloniana: le radici, il contesto, non si possono cancellare. Radici di cui si vantano pure.

Le domande erano semplici: perché per la fondazione della società si sono rivolti ad una fiduciara, con cui scudare i veri proprietari? Sapevate che il presidente era massone?

Ecco, di fronte a queste domande il direttore ha improvvisato un comizio, tirando fuori i commenti fatti da altri utenti sui sociale (di cui Report non è responsabile).
Ma quanto è vasto (e poco conosciuto) il fronte della propaganda neofascista?

Il servizio di Luca Bertazzoni si occuperà poi di Casaggì, una associazione fiorentina fondata da studenti di azione giovani di AN, da cui è nata la sigla azione studentesca, responsabile dell’aggressione a sei studenti a Firenze. Casaggì è la cerniera tra la destra di governo di Meloni (che a parole prende sempre le distanze dal fascismo) e l’estrema destra, che nel fascismo pesca a piene mani.

Uno dei fondatori di Casaggì, Francesco Torselli, è stato eletto nel parlamento europeo, ma altri fondatori hanno preferito seguire altre strade: Marco Scatarzi ha fondato una casa editrice, Passaggio al Bosco. I libri che pubblica si distinguono per trattari i temi classici del fascismo: la rivalutazione dei valori del fascismo, l’antifemminismo, remigrazione. Tra gli autori in catalogo c’è Mussolini, Clemente Graziani fondatore di ordine nuovo e Leon Degrelle, ex ufficiale delle SS. Report ha chiesto ad Alex Orlowsky di analizzare i contenuti sui social della casa editrice e dei follower: molti sono bot che pubblicano contenuti antisemiti.

Casaggì e Passaggio al Bosco non pubblicano contenuti antisemiti ma interagiscono con account falsi che fanno propaganda fascista.

Loro non si definiscono fascisti” prova a giustificarsi Donzelli – responsabile organizzativo di FDI. Ben venga che si pubblichino i libri, prosegue Donzelli senza censure, riferendosi alle proteste alla fiera Più libri più liberi per la presenza di questa casa editrice lo scorso anno.

Basta con questi tribunali morali, basta censure per i libri che inneggiano ai camerati e al loro valore – aggiunge il presidente della fondazione Tatarella Franscesco Giubilei.

E allora il comunismo, e allora Stalin? La solita difesa (sentità già dall’ex ministro Sangiuliano) va sempre bene per buttarla in caciara. In Italia abbiamo avuto la dittatura fascista mentre i comunisti hanno combattuto per la libertà. Difficilmente negli stand delle fiere si trovano libri a favore della mafia, del terrorismo rosso o di Stalin. L’apologia di fascismo è reato.

La scheda del servizio: Il braccio destro di Luca Bertazzoni

Dai meme ai merchandising: il mondo parallelo della propaganda social

I buchi della giustizia

Nello scorso gennaio Report aveva raccontato del sistema ECM, un programma di Microsoft che è stato installato, in modo silente, sul pc di 40 mila magistrati: dovrebbe servire per l’amministrazione del device da remoto ma, come il servizio ha dimostrato, consente di spiare l’attività dei magistrati senza che questi se ne accorgano.
Tutto regolare secondo il ministero della Giustizia: ma chi garantisce che i dati dei magistrati siano al sicuro?

La scheda del servizio: Giustizia cieca di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Immagini di Antonio Castoro, Chiara D’Ambros, Andrea Lilli, Fabio Martinelli e Alessandro Sarno

Ricerca immagini di Ludovica Sala

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafiche di Giorgio Vallati

Report torna sulle falle del sistema informatico al Ministero della Giustizia

Dopo aver rivelato l’esistenza su oltre 40mila postazioni della Giustizia dell’ormai noto Ecm, un comune programma informatico che potrebbe permettere di controllare a livello centrale tutte le postazioni periferiche. Con un effetto collaterale non banale però in un contesto sensibile come quello della magistratura: il programma offrirebbe la possibilità concreta di entrare nei computer di giudici e procuratori senza richiederne il consenso e soprattutto senza alcun tipo di notifica. Con documenti e testimonianze esclusive, Report replica a tutte le rassicurazioni del Ministero e conferma tutti i dubbi della magistratura e delle opposizioni. Dal ruolo degli amministratori alle pratiche sulla trasparenza sino ai fornitori esterni: ci sarebbe più di un buco nel sistema informatico della Giustizia, ma finora l’unico a pagare è stato il tecnico che ha sollevato il caso prima in Procura a Torino e poi con Report.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 maggio 2026

Ombre sulla Repubblica - la nascita di Israele e i sionisti in Italia (di Aldo Giannuli)


 Ultimo caso del tutto particolare è quello sionista che utilizzava l’Italia come corridoio di passaggio per sbarcare in Palestina partendo dai porti di Bari e Brindisi (esattamente come i gararchi nazisti in fuga che cercavano rifugio in Egitto). La cosa in sé avrebbe avuto scarso rilievo opitico (al massimo qualche incidente con gli inglesi che cercavano di impedire l'afflusso ebraico in Palestina) se non ci fossero state alcune complicazioni. Il sionismo era diviso in due organizzazioni principali: l’Haganah (più moderata, che cercava per via poiltico-diplomatica uk riconoscimento per il costituendo Stato di Israele e tentava di passare dando il minor disturbo possibile) e l'Irgun.

Anzi, per la precisione,l’Irgun Tzvai Leumi, fondata da una scissione dell’Haganah, era la componente più radicale e militarista, dedita al terrorismo antibritannico, che, in Israele, compì l’attentato contro l’hotel King David presso il quale aveva sede il comando inglese (60 morti di cui 17 ebrei), per intenderci, l'omologo ebraico dell'attuale terrorismo islamista di Hamas.

Il fondatore, Vladimir Jabotinsky, era di orientamento schiettamente nazionalista e manifestava apertamente un violento razzismo antiarabo. Per la verità, Jabotinsky non teorizzò il genocidio della popolazione araba quanto, piuttosto, una pulizia etnica (all’epoca l’espressione non era in uso) attraverso una guerra che escludeva qualsiasi possibile mediazione politica. Nonostante questa caratterizzazione nazionalista e razzista, Jabotinsky non si disse mai fascista, ma ebbe una fattiva collaborazione con Mussolini che (in funzione anti inglese) gli concesse il porto di Civitavecchia per fondare l’embrione della marina ebraica.

Poi egli morì per infarto a New York nel 1940, ma gli sopravvisse la sua creatura politica che, attraverso molte trasformazioni, vive nel Likud, partito attualmente al potere a Tel Aviv.

Il 31 ottobre 1946, l’Irgun, con l’appoggio del Fascio di Azione Rivoluzionaria di Pino Romualdi (torna la costante della collaborazione con i fascisti) compì un attentato contro l’ambasciata inglese a Roma, creando qualche problema diplomatico all'Italia. In sé poca roba (solo due feriti e nessun morto) ma politicamente questo apriva spazi al clandestinismo fascista aumentandone il potere contrattuale, perché il governo della Repubblica doveva prendere in considerazione l'idea di una collaborazione sistematica fra i fascisti e i temibili uomini dell'Irgun. E si capisce agevolmente come Romualdo, con grande realismo, sia passato sull'antisemitismo per avere alleati, esattamente come aveva fatto il suo duce sei anni prima.

Da Ombre sulla Repubblica di Aldo Giannuli

 La scheda del libro sui sito di Amazon e Ibs.

Il blog dell’autore Aldo Giannuli e il suo canale Youtube 

19 dicembre 2025

Uomo morto non mente. La notte più oscura della Repubblica di Flavia Carlini


 

Al processo ci assolsero tutti. Non uno solo fra noi fu giudicato colpevole per il colpo di Stato che organizzammo la notte dell’Immacolata. “Un golpe da operetta”, così definirono la nostra macchina da guerra. E poi chiusero il caso, intendendo che non c’era nulla di reale in tutto ciò che noi stessi, negli anni, testimoniammo.

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 reparti militari e gruppi di civili fecero irruzione dentro il ministero dell'Interno a Roma. Una colonna di militari della Forestale attendeva fuori Roma prima di procedere con degli arresti di esponenti dei partiti di sinistra, sindacalisti ed altri “nemici dell’Italia”.

Questa operazione faceva parte di un piano più esteso che prevedeva, oltre alla neutralizzazione e deportazione in Sardegna dei leader dei partiti di sinistra, la caduta del governo DC di Emilio Colombo per mettere in piedi un nuovo governo nelle mani di militari.

Stiamo parlando del golpe Borghese, ideato dal leader del Fronte Nazionale, l’ex comandante del reparto della Decima Flottiglia, condannato a morte dal CLN per crimini di guerra e salvato dal plotone di esecuzione dagli americani nel 1945.
Questo golpe è passato alla storia come "un golpe da operetta", un finto colpo di Stato messo in piedi da un gruppo di vecchietti nostalgici dei tempi che furono sotto il regime fascista.

Ma la storia è ben diversa da come l’hanno raccontata le sentenze che, con un incredibile gioco di prestigio, sono riuscite ad assolvere perfino i rei confessi di questo colpo di Stato.

Ma, come racconta Flavia Carlini in questo libro a metà il romanzo e il saggio storico, la storia è stata ben diversa: l'Italia è stata veramente ad un passo dall'avere, dopo la Grecia, dopo il Portogallo, il sovvertimento delle istituzioni democratiche per un colpo di stato militare fascista.

Se tutto ciò non è avvenuto è stato perché, per i veri burattinai, quello che contava non era mettere in piedi una giunta militare, ma, usando un termine che ho appreso dallo storico Aldo Giannuli, ma “l’intentona”, ovvero lanciare un messaggio a chi di dovere.

Erano gli anni post 1968, quando gli italiani, studenti, operai, si mobilitavano in piazza per chiedere maggiori diritti, per svecchiare lo Stato, le istituzioni, dove era ancora forte l’impronta fascista.

Erano gli anni degli scioperi, dove si stava saldando l’asse tra studenti ed operai.

Ma erano anche gli anni della rivolta di Reggio Calabria: il governo il governo democristiano aveva deciso di designare Catanzaro come capoluogo al posto di Reggio.

Questa fu la miccia delle proteste dei reggini, contadini, operai, studenti di quel sud che si sentiva condannato all’emigrazione forzata come alternativa a quella povertà a cui erano costretti a vivere.

Voglio chiarire adesso, all’inizio di questo mio testo, che il Partito Comunista fu estremamente stupido: voleva dialogarci, col Presidente del Consiglio. Ottenere qualche industria più piccola o qualche altra cosa marginale per Reggio Calabria [..] I comunisti, idealisti stupidi privi di sagacia, non riuscirono a cogliere il mastodontico potenziale di quelle piazze piene.

Proteste la cui portata era sfuggita ai partiti di sinistra e che invece fu sfruttata dai movimenti di estrema destra, come il fronte nazionale di Borghese, appunto, come i movimenti Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, fuoriusciti dal Movimento Sociale di Almirante.
Questa protesta, che aveva dentro anche delle motivazioni sicuramente importanti:

Tra queste persone che parteciparono alle proteste, anche Lucrezio Fiorenzo Amodio, un ragazzo di venticinque anni, protagonista di questo romanzo che, in una sorta di diario personale, ci racconta in prima persona dei moti di Reggio, delle barricate messe in piedi sulle strade dai reggini col supporto di tutta la popolazione. Di come dietro questa protesta si fossero appuntati altri occhi, quelli dei movimenti fascisti per primi:

Quella era la rivolta dei padri di famiglia, dei tanti disoccupati, degli studenti e delle madri giovani coi bambini appena nati e già senza futuro. Bisognava reincarnarla politicamente, quella rabbia. Usarla. Strumentalizzarla. La sinistra si escluse da sola..

Usare la protesta per fare pressione contro il governo, strumentalizzare la disperazione delle persone in ottica politica, per prendersi la loro fiducia, come la destra ha fatto anche in tante altre occasioni, presentandosi come forza “sociale” dalla parte degli ultimi.
Ma cosa c’entra tutto questo con il golpe della notte dell’Immacolata? È lo stesso Amodio a raccontarcelo, ad anni di distanza: lui quell’ambiente della destra extraparlamentare, che si ispirava senza nemmeno nasconderlo, al ventennio fascista, la conosceva perfettamente per i legami del padre con la rete Gehlen (ex generale nazista che costituì i primi servizi della Repubblica Federale Tedesca). È proprio grazie a questi contatti che entra dentro la struttura del Fronte Nazionale, arrivando perfino a conoscere il principe, Junio Valerio Borghese.
Non si era rassegnato alla democrazia, seppure giovane e con tante contraddizioni, il comandante della Decima: come tanti italiani che costituivano la parte più retrograda e reazionaria non poteva accettare gli scioperi per rivendicare maggiori tutele, il diritto alla casa. Gli studenti che scioperavano per una scuola ed una università più aperta. Non si rassegnava a dover accettare che in un paese civile dovesse esistere il diritto al divorzio e, come succederà poi, all’aborto.

Serve, per risollevare il paese da questo sfascio, un nuovo assetto istituzionale, senza partiti, anzi con un partito solo, che difenda gli interessi della nazione. Attraverso il racconto di Amodio, andremo a seguire i preparativi, passo dopo passo, di questo cambiamento.

Con gli attentati, da far addossare alla sinistra e funzionali alla crescita della tensione del paese (secondo uno scenario che l’anno precedente era culminato con la strage di Milano il 12 dicembre 1969): tra questi, la strage di Gioia Tauro con la bomba fatta scoppiare sui binari che portò al deragliamento della “freccia del sud” (settanta feriti e sei morti).

.. la mia visione era senza dubbio più pratica: la gente doveva avere paura di vivere, di uscire di casa, di prendere il treno, di entrare in banca. Era necessario che il popolo credesse che la sinistra, liberale o radicale che fosse, portava solo caos e anarchia.

E poi il colpo di Stato: per un obiettivo così ambizioso Borghese aveva bisogno dell’appoggio di altre forze che costituiscono il vero potere in Italia.

Le mafie al sud: le ndrine calabresi e la Santa e le famiglie di cosa nostra in Sicilia perché “non si può organizzare un colpo di Stato senza coinvolgere la criminalità organizzata. La sola rivolta di Reggio sarebbe evaporata in una settimana senza il sostegno della ’ndrangheta”.

Oltre alle mafie, i grandi imprenditori del nord, anche loro interessanti al blocco dell’espansione delle sinistre in Italia:

I più spaventati dall’ascesa del comunismo sono gli imprenditori, i proprietari, gli industriali esausti dagli scioperi e dalle pretese degli operai che chiedono più soldi per lavorare meno: e allora è su di loro che serve puntare per ottenere i finanziamenti necessari a organizzare il capovolgimento di questa Repubblica..

A finanziare il golpe Borghese, il golpe da operetta, fu il costruttore Orlandini, l’ingegnere Andrea Maria Piaggio

Infine, l’appoggio del governo Americano senza di cui nessun cambio di potere sarebbe possibile in Italia, né oggi né domani: anche qui, se è il romanzo che racconta, sono le carte che parlano.

Dei contatti con Nixon per avere il beneplacito del golpe che arrivò dall’amministrazione americana (a proposito della protezione che abbiamo avuto negli anni della guerra fredda), ma dietro precise condizioni:

Nixon considera l’Italia l’anello debole della solidarietà occidentale. I servizi statunitensi si sono detti favorevoli al golpe, ma con condizioni precise. Primo: serve pieno accordo con le forze armate italiane. Secondo: va designato subito un Presidente pro tempore ..

Come poi sono andate veramente le cose, la notte dell’Immacolata, tra il 7 e l’8 dicembre, lo scopriremo leggendo le pagine degli ultimi capitoli.

Il golpe Borghese fu solo “un’operazione grottesca di un manipolo di vegliardi” (come scrissero quelle sentenze che sconfessarono anche i rei confessi)?

Come già scritto all’inizio, forse l’intenzione dei veri burattinai, non Borghese, non i fascisti di Avanguardia Nazionale, era solo quella di dare un segnale a chi stava al timone della barca Italia: “la strategia della tensione non fu mai una deviazione: era il percorso” scrive Amodio nelle sue memorie. Un percorso per tenere il paese stabile nella sua barra al centro, per tenere quel nucleo di potere, politico, affaristico, massonico, al potere. Per spezzare quella saldatura tra comunisti e cattolici che per quel potere, malato, asfittico, poteva rappresentare un problema.

Il prezzo da pagare sono stati i 4584 attentati, di cui la maggior parte per responsabilità dell’estrema destra. Per tenere quell’Italia frenata, per bloccarne le svolte progressiste, per bloccare il rinnovamento della classe politica.

Forse è vero quello che scrive, a fine libro, il nostro protagonista: quel colpo di stato è durato meno di una notte, ma gli effetti si vedono fino ad oggi.

E sto parlando del tempo presente, dove governa la destra erede di quel movimento sociale che intende smantellare tutti i corpi intermedi e tutti gli organismi di controllo (giustizia, libera informazione, fino alla Corte dei Conti). Quella destra dove il ministro della giustizia si riferisce al signor Gelli, come fosse una persona qualsiasi, riferendosi alla sua riforma sulla separazione delle carriere.

Il discorso che Valerio Borghese avrebbe dovuto tenere alla Rai:

https://youtube.com/shorts/R8ERQKZEKJk?si=8RMjymktktv178c1

La scheda del libro su Sem
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 maggio 2025

Il nero dei giorni di Mario di Vito

Storia del giudice Amato, delle sue indagini e del suo omicidio

Martedì 25 marzo 1980.

L’uomo più solo

1. Il paese è reale

I carabinieri che entrano in campo subito dopo il fischio finale dell’arbitro li hanno visti tutti. Chi non era sugli spalti ha potuto recuperare grazie alle telecamere di 90° minuto. Allo Stadio Olimpico di Roma, sulla pista d’atletica, ci sono un’auto della Guardia di Finanza e un taxi giallo.
Negli spogliatoi degli stadi di mezza Italia intanto arrestano calciatori. Della Lazio, del Perugia, del Milan, dell’Avellino.

Milioni di persone hanno potuto godere dello spettacolo delle manette che scattano attorno ai polsi degli eroi.

Nel crepuscolo della prima Repubblica, cominciato negli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, è successo anche questo: il blitz della Finanza che arresta sul campo i calciatori per l’inchiesta sul calcio scommesse.

Ma quel lontano 1980 è stato anche l’anno di Ustica, della strage di Bologna, delle Olimpiadi a Mosca boicottate dagli Usa come ritorsione per l’invasione dell’Afghanistan.

Sono gli anni in cui vengono uccisi, da terroristi rossi e neri magistrati (Guido Galli, Bachelet, Emilio Alessandrini), presidenti di Regione (Piersanti Mattarella), segretari di partito (Pio La Torre nel 1982). Ma a finire uccisi in questa guerra tra stato e antistato (le magie, l’eversione nera, il terrorismo rosso) ci sono anche persone comuni come Valerio Verbano..

Il 1980 è anche l’anno dell’omicidio di un magistrato della procura di Roma, Mario Amato, ucciso dal NAR (un gruppo terrorista di estrema destra) Gilberto Cavallini assieme al complice Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980, pochi giorni prima delle sue vacanze. Ucciso mentre aspettava il bus per poter arrivare in orario nel suo ufficio, perché la procura non gli aveva dato né un auto di servizio e nemmeno una scorta.

Mario Amato era un magistrato solo perché la procura, il suo capo, il procuratore Di Matteo, i suoi colleghi al palazzaccio, l’avevano lasciato solo coi suoi faldoni per le indagini sul terrorismo nero. Molti di questi erano l’eredità di un altro magistrato, Vittorio Occorsio, anche lui ucciso da un militante di estrema destra, Concutelli, nell’estate del 1976.

Mario Amato aveva chiesto di essere affiancato da altri colleghi per poter lavorare in pool (come i colleghi che avevano indagato sul calcio scommesse): perché il carico di lavoro che doveva sostenere era troppo oneroso, perché lavorando da solo era più facile colpirlo. Perché si sentiva di essere diventato un bersaglio da parte di quella rete di protezione che stava attorno ai gruppi neofascisti, non solo a Roma.

Questo sostituto sa di essere a rischio dal momento in cui, poche settimane dopo il suo arrivo a Roma il 30 giugno 1977, il capo Giovanni De Matteo lo ha designato come solo e unico erede dei fascicoli aperti da Vittorio Occorsio, morto ammazzato il 10 luglio 1976.

Aveva capito, lavorando col suo modo meticoloso e preciso, la diversa natura dei terroristi neri: non era figli di operai o di quella classe operaia che volevano emancipare abbattendo il sistema, come le BR. I “neri” erano anche i figli della borghesia, gente cresciuta nei ricordi della repubblica di Salò (buoni ad infestare i sonni della Repubblica nata dalla guerra di Liberazione).

«Va precisato che il terrorismo di destra nasce dalla classe della media e alta borghesia. Le persone che agiscono in tale campo sono figli di professionisti, di colleghi, di imprenditori industriali...»

Questi estremisti neri godevano di una sorta di impunità, primo perché ritenuti meno pericolosi dei “rossi”, poi per quelle protezioni nel mondo dei professionisti, come gli avvocati di grido che li difendono nei pochi processi. Ma anche all’interno della Procura, come scoprirà sulla sua pelle per l’ostilità del collega Antonio Alibrandi (uno che non nascondeva le sue simpatie missine), padre dell’esponente dei Nar Alessandro Alibrandi.

Leggendo delle accuse che gli sono state rivolte, da avvocati ma anche da colleghi, sembra di rivivere un deja vu dei giorni nostri: toga rossa, inventore di un teorema, quello del terrorismo nero

Nel 1980 parlare di «toghe rosse» è qualcosa di molto grave, e di solito lo fa la destra – là dove per destra intendiamo esclusivamente il Movimento sociale italiano

Si difende Mario Amato, come può: per esempio denunciando il clima ostile e le difficoltà nel portare avanti il suo lavoro davanti alla commissione del CSM

«Recentemente ho molto insistito per avere un aiuto sia perché sono stato bersagliato da accuse e denunce in quanto vengo visto come la persona che vuole creare il terrorismo nero, sia perché le personalizzazioni tornano a discapito dello stesso ufficio», argomenta Amato davanti al Csm. Non è una polemica fine a sé stessa, né una polemica funzionale a una qualche battaglia di posizionamento all’interno della procura di Roma. È un grido d’aiuto.

Prosegue Amato: «Affiancandomi dei colleghi sarebbe possibile sia ridurre i rischi propri della personalizzazione dei processi, sia darmi un conforto in quanto se dei colleghi giungessero a conclusioni analoghe alle mie sarebbe evidente che le stesse non sarebbero frutto della mia asserita faziosità. Oltre a tali motivazioni vi è, poi, anche quella che non ce la faccio più da solo perché è un lavoro massacrante che comporta la necessità di tenere a mente centinaia di nomi e centinaia di dati, il che è impossibile per una persona sola. Nonostante, peraltro, le più reiterate e motivate richieste di aiuto, a tutt’oggi, tale aiuto non mi è stato dato».

Una denuncia coraggiosa, perché di fatto mette in discussione la capacità del capo della procura, Di Matteo, nel saper organizzare il lavoro dei suoi sostituti. Una denuncia che non fa che aumentare il clima di ostilità nei suoi confronti.

Ma sarà una denuncia inutile, perché poco prima di partire per le vacanza, il 23 giugno 1980, verrà ucciso dai NAR: Ciavardini e Cavallini, come si è detto, e poi Mambro, i fratelli Fioravanti. Ragazzi di buona famiglia, cresciuti dentro le formazioni giovanili del movimento sociale, che giocavano alla rivoluzione prendendo le distanze dalle vecchie formazioni fasciste ritenute complici di quel sistema che volevano distruggere.
Della morte di Amato è diventata famosa una foto scattata da un cronista accorso sul luogo del delitto poco dopo i colpi:

Scatta una foto che diventerà famosissima per un dettaglio. Sotto la scarpa sinistra del giudice c’è un buco malamente rattoppato. Un buco che significa 600 fascicoli aperti in ufficio, e una sconfinata solitudine nell’affrontarli.

Questo era Mario Amato, il magistrato che, stancamente verrebbe voglia di dire, viene ricordato ogni anno usando le stesse parole di circostanza, che ci sia una giunta di destra di sinistra o altro.
Ma perché è stato ucciso quel magistrato? C’è un dettaglio che può raccontarci molto delle indagini di Amato e di quello che stava scoprendo sulle formazioni neofasciste e su chi gli stava dietro:

.. lo stesso Csm ha riportato in un volume pubblicato nel 2011 sulla storia dei tanti magistrati uccisi nell’Italia repubblicana: «Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi».

Ecco, la seconda parte del saggio di Mario Di Vito cerca di spiegare questa “verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi praticare la violenza di notte.

A questa verità d’assieme si può arrivare mettendo assieme tutti i pezzi di questo enorme puzzle di cui però ci mancano alcune tessere: i vari filoni dell’inchiesta sulla strage di Bologna, i rapporti dei Nar e in particolare di Valerio Fioravanti con Paolo Signorelli, il professore, fondatore di Ordine Nuovo ed esponente del MSI, indagato più volte in vari episodi della strategia della tensione e uscito sempre assolto.

Il famoso documento “Bologna” trovato nelle disponibilità di Gelli dove si scopre del finanziamento dal venerabile ai Nar per preparare la strage (così dicono i giudici nelle sentenze) passando per l’Ambrosiano di Calvi.

Come a dire, nonostante il passare degli anni e delle sigle della galassia neofascista, il substrato ideologico era sempre lo stesso, attaccare lo stato democratico, le istituzioni.

Cosa ci manca per arrivare a questa verità d’assieme, per arrivare ad una verità completa sulle stragi fasciste? Nonostante le sentenze parlino chiaro, la strage di Bologna, come quelle di Milano e Brescia, sono stragi di stato con manovalanza fascista (con molta onestà intellettuale Mario Di Vito riporta i tanti dubbi rimasti sulla colpevolezza dei Nar nonostante le sentenze).

.. fascisti, criminali, uomini dello Stato, politici, finanzieri. C’era già tutto nel 1980

Ma non possiamo fermarci alle singole sentenze che pure raccontano tanto:

La storia del terrore nero, in Italia, in fondo è tutta così: la verità esce a pezzi, le sentenze non solo non riescono a fare giustizia, ma spesso nemmeno a spiegare cosa sia successo.

Soprattutto dall’ultima strage, quella di Bologna, si ha l’impressione – racconta l’autore – che più che depistare le indagini, si sia voluto “impistare” le indagini per i NAR, senza però cercare i fili che portano più in alto. Fino al cuore dello stato.

Spiega ancora l’autore:

la «visione d’assieme» ipotizzata da Amato nel 1980 è un complesso reticolo di conoscenze, amicizie, vicinanze che resistono alla prova del tempo.

E questi fili, queste relazioni sono vive ancora oggi e portano al partito di governo, che ha ancora la fiamma del movimento sociale nel suo simbolo.

Il partito che oggi parla di pacificazione ma che di fatto vuole solo arrivare alla parificazione tra fascisti e antifascisti, che porta avanti l’idea che i ragazzi neri erano giovani che lottavano per i loro ideali.

Lo sdoganamento di Almirante, l’ostinazione nel non dichiararsi antifascisti, l’uso strumentale delle celebrazioni per i “loro” morti, come Ramelli, una ragazzo ucciso da altri ragazzi dell’autonomia che lo vedevano come un nemico, non come uno di loro.

A Bologna noi non c’eravamo, scrivono sui social gli esponenti di fratelli d’Italia, chiedono una commissione di inchiesta sulla violenza politica tra gli anni 1970 e 1984, tenendo fuori la strage di piazza Fontana, i delitti dei NAR, le complicità con lo stato, i fili neri che arrivano fino all’uscio delle sedi del MSI. La morte di Mario Amato. Di tutto questo non si deve parlare.

Parlano di pacificazione ma intendono revisionismo della storia recente.

Nel discorso tenuto per la vittoria alle elezioni del settembre 2022 – tenuto all’Hotel Pollio, lo stesso dell’evento organizzato dagli stati maggiori e dal Sifar, dove per la prima volta si parlò della lotta al comunismo da fermare a qualunque costo, gettando le basi della strategia della tensione – la presidente Meloni ha parlato di “riscatto per quei giovani che non ci sono più e che meritavano di vedere questa nottata”.

Parole che l’autore commenta così a fine libro:

“Le abbiamo incontrate queste persone che non ci sono più. E abbiamo visto questa nottata. Il nero dei nostri giorni più bui.”

La scheda del libro sul sito di Laterza, un estratto del primo capitolo e l’indice del libro
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13 dicembre 2024

Verranno di notte di Paolo Rumiz


 

Gli idioti

E chi dorme stanotte.

Tira un vento di malaugurio

puzza di carne bruciata, kerosene e gas di scarico

il mio naso è un anemometro, non sbaglia

avverte un fetore inconfondibile

come quando un razzo antitank fa saltare un blindato con uomini dentro

vi auguro di non sentirlo mai quell'odore

è lo stesso tanfo dei poteri selvaggi che ci schiacciano

puzza di censura del libero pensiero

i miei occhi vedono gente che tace e che si adegua

le orecchie sentire dire "nazione" con frequenza sospetta

la lingua sta cambiando

la parola "libertà" si ascolta sempre meno

anche "pace" è bocciata, è sinonimo di codardia

nella mia Italia e altrove i ragazzi che portano la sua bandiera sono presi a manganellate

giovani schedati come criminali

giovanissimi anzi, quasi bambini

hanno dovuto ricoverarli in Pediatria

ragazzini odiati in quanto tali in un'Europa di vecchi

impudenti che osano chiedere un futuro di fratellanza e non di guerra

e non sanno che il cambiamento in peggio è già partito, dal vocabolario

leggete subito Vikton Klemperer, che lo mostrò col nazismo

ormai la parola "identità" dilaga fino a perdere senso

non serve più a dire chi sei e da dove vieni

ma a cercar rissa e a sdoganare armi

"identità", stessa radice di "idiotes"

che in greco vuol dire "quelli ripiegati su sé stessi"

o meglio ancora "quelli che vivono guardandosi l'ombelico"

come mi spiegò un vecchio in un'isola dell'Egeo mostrandosi la pancia

gli idioti, quelli che hanno paura della complessità del mondo

e non si lasciano fecondare dall'incontro con l'Altro.

Eccolo il libro che avevo cercato per mesi: un libro che è anche un viaggio nella notte di questa epoca, di questa Italia e di questa Europa, dove stiamo tutti sprofondando nel buio. Il buio della civiltà, della ragione, della pietà.
Finalmente le ho trovate le parole per descrivere la mutazione a cui stiamo assistendo, e non da adesso, della nostra società, del mondo di porci con gli altri, coi “diversi”, con la complessità del mondo.

Un mondo dove si parla di sicurezza per difenderci da un nemico che non esiste, gli immigranti che ci invadono, mentre la gente muore sul lavoro, un lavoro sempre più schiavizzato, con meno diritti.

Un mondo dove si spende in armi per difendere i confini dei 27 paesi dell’Unione Europea, tagliando su sanità, scuola, welfare, senza nemmeno porsi il problema di creare un unico esercito europeo, perché gli interessi della lobby delle armi vengono prima dei diritti dei cittadini.

Dalla sua campagna lungo il confine sloveno, dove una grande parte della nostra storia è passata, lo scrittore Paolo Rumiz li ha sentiti arrivare questi cambiamenti: è la linea di confine da cui passano i migranti, dal sud del mondo verso la civile Europa oggi sempre più spostata a destra. Incredibile paradosso, stiamo parlando della destra nazionalista da sempre antieuropea.

È la linea di confine che una volta faceva parte dell’impero austro-ungarico, di cui ancora Rumiz si sente erede e verso cui prova ancora molta nostalgia:

Le nazioni hanno sfasciato il mio impero che era un’Europa in miniatura. Anzi, più Europa di tutti gli altri imperi perché non aveva colonie e bastava a se stesso. Non era il migliore dei mondi possibili ma tutti andavano a scuola e la burocrazia era onesta

Verranno di notte è concepito come un racconto diviso in sette capitolo, da mezzanotte alle sei di mattina, scritti in prosa con un ritmo incalzante, incisivo, andando a scegliere nel modo migliore tutte le parole.

La destra, che non è solo fascista, almeno non solo nello scimmiottare vecchi atteggiamenti, ma è una destra portatrice di “barbarie”, parola che deriva dal greco balbuziente, nel senso dell’incapacità di esprimersi, nel senso della perdita della complessità del nostro vocabolario per descrivere il presente. Avete presente Orwell col suo bipensiero?

Se oggi il mondo si copre di focolai di guerra è perché le parole sono in mano a malintenzionati, spesso governati da poteri invisibili che fanno breccia sugli ingenui ed ignoranti. Se Russia ed Ucraina rischiano di autodistruggersi o se non si scioglie il nodo di Gaza è perché manca in Europa la capacità dialettica

La perdita del vocabolario e la perdita, anzi, la cancellazione della memoria che arriva, anche questo ennesimo paradosso, da parte di questa destra che invece vuole imporre la sua, di memoria, memoria strabica dove gli orrori, la dittatura, la perdita di libertà, le stragi, vengono rimosse per oblio

Il capo del governo italiano, Meloni, partecipa al rito della memoria dei morti nelle Foibe, ma ci va anche per sorvolare sulla ferocia italo-fascista che ha innescato quelle atroci vendette.

Poco dopo, il premier ribadisce il concetto alla stazione Centrale di Trieste, inaugurando il treno della memoria dedicato alla tragedia degli esuli italiani dalla Jugoslavia.

Ma nel farlo glissa sulla realtà degli esuli di oggi, che il suo governo obbliga a languire in quella stessa stazione a pochi metri di distanza.

Memoria strabica, dunque. Anzi, cecità volontaria se è vero che il treno è stato trasferito su un binario più appartato, perché la vergogna fosse meno visibile.

In questo l'Italia è imbattibile. Finge con disinvoltura di non aver perso la guerra e convive con i suoi fascisti perdonati, mobilitati in massa contro l'impero del male con la benedizione dell'America.

E la sinistra? È incapace di formulare un suo pensiero critico, autonomo, propositivo per essere ancora attrattiva, “una sinistra curiale, piena di cardinali intenti a sbranarsi tra di loro”.

Bisognerebbe girarla in treno, questa Europa, per conoscerla, non con l’aereo: immergersi, come ha fatto per anni lo stesso Rumiz, dentro le città, conoscere le persone, altri scrittori, giornalisti, intellettuali, persone. Questo dovrebbero fare i nostri rappresentanti, in particolar modo i burocrati di Bruxelles: oggi l’Europa si sta trasformando in una unione di paesi divisi da muri e filo spinato, persino Shenghen è stata abolita. Ci si illude che i piccoli stati siano più forti di fronte alla minaccia di Putin, al potere ingombrante dell’America (specie ora con Trump) e al potere della Cina.

Illusi.

Un’Europa incapace di agire come un’unica unità, in politica economica, nella gestione dei migranti, dove si è andati ad inseguire le destre, pur di mantenere quel minimo di potere. Anche la diplomazia è sparita, da questa Unione: l’immiserimento del vocabolario ha falciato via questa parola, diplomazia, che poi nella nostra Costituzione si declina nell’articolo 11, l’Italia ripudia la guerra ..

E’ l’Europa ben rappresentata dalla presidente Von del Leyen, passata dal green deal ad Asap, ovvero gli investimenti in armi, sempre più armi.

Ecco allora lo scollamento tra i popoli e la politica, tra le istituzioni e i cittadini. A cui si aggiunge un abbandono, specie dai partiti della sinistra, delle periferie, delle tradizioni, delle origini. Racconta Rumiz come questo tabù abbia di fatto consegnato un pezzo di elettorato alle destre che si riempiono la bocca con queste parole, usandole come armi.

Ecco dunque le destre, la demagogia, i populismi.

Ma ogni notte deve cedere il passo al giorno: questo viaggio lascia spazio anche a sprazzi di ottimismo. In Polonia i cittadini sono andati in massa per votare e mandare a casa l’oscurantista governo di Duda; in Germania sono scesi in piazza in migliaia contro AFD.

In Italia si viene considerati criminali se si parla di rivolta sociale, lo dicono i difensori dello status quo, ovvero questa società dove la lotta di classe l’hanno vinta i ricchi e i potenti.

Arriverà il momento della primavera e delle rondini – così si conclude questo libro.

Le parole ci salveranno – quelle sono le uniche cose che uno scrittore può offrire agli altri: le parole per comprendere, per raccontare, per descrivere.

Per uscire da questa barbarie.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli

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18 giugno 2024

La ragazza di Gladio - le coperture dello Stato ai fascisti

 

Come mai lo stragismo in Italia è durato così tanti anni? Come mai è stato così difficile per i magistrati arrivare ad accertare le responsabilità materiale e individuare i colpevoli (esponenti dell'arcipelago nero contiguo spesso al Movimento Sociale, il partito dell'ordine)?

Perché i gruppi neofascisti, Ordine Nuovo (movimento nato dal MSI nel 1956), Ordine Nero, Avanguardia Nazionale, Nar non agivano isolati, erano aiutati economicamente e militarmente da corpi dello stato. E protetti da pezzi delle istituzioni: si parla spesso di servizi deviati, ma ad essere deviato dall'obbligo di fedeltà alla Costituzione era un intero pezzo dello Stato. Che usò i fascisti per condizionare la vita politica di questo paese, bloccando le richieste di riforme progressiste che arrivavano dal paese, con l'onda lunga del 1968.

Questa è verità storica e processuale: i servizi sapevano di cosa stavano organizzando i fascisti di Ordine Nuovo nel 1974: avevano informatori nei movimenti di destra, ricevevano delle veline. Ma non hanno avvisato i magistrati né le forze dell'ordine, né prima della strage né dopo.

Il terrorismo esiste un molte parti del mondo ed è contro la democrazia, la società civile, contro lo stato di diritto e i suoi rappresentanti. Tra gli anni Sessanta e Ottanta i magistrati che indagano sulle stragi nere, da Milano a Venezia, da Firenze a Bologna, scoprono questa verità inconfessabile: il terrorismo di destra in Italia è dentro lo Stato. Ci sono ufficiali dei servizi segreti, militari e politici che stanno dalla parte dei terroristi, lavorano contro la giustizia per deviarla e fermarla.

Per lungo tempo la bomba in Piazza della Loggia sembrava un'eccezione: nei primi dieci anni di istruttorie non si vedono tracce di servizi deviati. A scovarle per la prima volta, nel 1985, sono i giudici di Bologna che indagano sulla strage dell’Italicus.

La scoperta è clamorosa, anche se resta per anni incompleta, monca. A Roma, nella sede centrale dei servizi segreti militari - chiamati prima Sifar, poi Sid, quindi Sismi, oggi Aise: ogni cambio di nome è l'effetto della scoperta di scandali criminali di straordinaria gravità, con conseguente grande riforma, prima di tutto lessicale - vengono sequestrate delle copie di informative anonime, mai trasmesse alla magistratura. In gergo si chiamano «veline».

Sono carte che scottano: contengono notizie dettagliatissime su un piano di rinascita clandestina di Ordine Nuovo, come organizzazione stragista conclamata. 

Sono state raccolte dai servizi segreti tra il 1973 e il 1974, nei mesi cruciali della strage di Brescia. L’informatore è un neofascista, che da mesi è a libro paga del Sid. Il suo nome in codice è Tritone. Una fonte interna del terrorismo nero, di spessore straordinario: è in grado di preannunciare gli attentati in tempo reale e poi di riferire i commenti degli autori. E' dentro il nucleo stragista. E racconta in diretta ai servizi quello che viene a sapere.

Il 25 maggio 1974 la fonte Tritone partecipa all’incontro più nefasto: il vertice in cui viene pianificata la strage di Brescia. Ne parla con il suo referente nel Sid.

Ma nessun ufficiale lancia l'allarme. I magistrati e la polizia giudiziaria non ne vengono informati. Né allora, né dopo la strage. Le veline, anzi, vengono bruciate.

Tritone era un neofascista attivo in Veneto, reclutato dal centro SID di Padova, dove «intorno al 1984-85», in coincidenza con una nuova serie di indagini sui servizi, arriva l'ordine di «distruggere tutti gli archivi con il fuoco» [..] un ordine assurdo impartito direttamente dall'allora comandante del Sismi, cioè dal numero uno in carica dei servizi segreti militari. [La ragazza di Gladio di Paolo Biondani ]

Altri articoli sul libro:

- La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia (link)

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17 giugno 2024

La ragazza di Gladio - come mai le stragi nere in Italia

 

Non è vero che delle stragi nere avvenute in Italia tra gli anni Sessanta e Ottanta non sappiamo niente: depistaggi, protezioni dei terroristi (fascisti, legati a partiti di estrema destra, come il Movimento Sociale) da parte di centri di potere in Italia e oltre oceano hanno reso difficile la ricerca delle verità su responsabili e mandanti sulle bombe di Milano, Brescia, Bologna e gli altri attentati avvenuti durante la strategia della tensione.

Ma molte cose le sappiamo: questo romanzo di Paolo Biondani, giornalista de l'Espresso, racconta le trame nascoste dietro queste stragi partendo da due punti di indagine quasi inediti fino ad oggi. Una testimone degli incontri tra i fascisti che hanno preparato e organizzato la strage di Brescia con ufficiali dell'Arma dei carabinieri, con incontri avvenuti in presenza di ufficiali del SID (il nostro servizio segreto) e alcuni perfino nella base Nato di Verona.
E poi il filone delle armi: come scrive Benedetta Tobagi nell'introduzione

«Follow the money», segui il denaro, era la raccomandazione del giudice Falcone per condurre le indagini su Cosa nostra nel modo più efficace.

Paolo Biondani ha la felice intuizione di mettersi sulle tracce di qualcosa di altrettanto concreto: i depositi di armi e di esplosivi.

Le armi, i servizi deviati (o, meglio, al servizio dell'antistato), i gruppi fascisti usati come pedine di questo gioco del terrore, Gladio (compresa la Gladio nascosta, la Gladio nera), il mondo diviso in blocchi, la scelta politica di bloccare l'avanzata delle forze progressiste usando il terrore: di questo parla il libro nel primo capitolo, per bocca di un magistrato che quelle trame le ha viste da vicino, Gerardo D'Ambrosio.

Anche in Italia era arrivata l'onda lunga del '68, con le speranze di rinnovamento politico, libertà civili, giustizia sociale, addirittura rivoluzione, che la destra reazionaria vive come un incubo.

Nel cosiddetto «autunno caldo» del 1969 le lotte operaie si saldano con le proteste studentesche, con scioperi, manifestazioni e cortei che si susseguono soprattutto nelle grandi città industriali. La prima forza di sinistra, il Partito Comunista Italiano (PCI), che dopo lo storico strappo con l'Unione Sovietica è parte attiva della sinistra democratica europea, continua a guadagnare voti, in ogni elezione.

Ed è allora che esplode la cosiddetta «strategia della tensione», che molti anni dopo il giudice Gerardo D’Ambrosio, protagonista della storica istruttoria sulla strage di Piazza Fonana, oggi purtroppo scomparso, riassume in «poche parole», come esordisce lui, alla fine di una giornata di lavoro, nel suo ufficio al quarto piano del palazzo di giustizia di Milano. 

«Alla fine degli anni sessanta», scandisce il magistrato, con la sua voce calda [..] la scrivania ingombra di fascicoli, alla parete la fotografia dell'amico pubblico ministero Emilio Alessandrini, che indagava con lui su Piazza Fontana e fu ammazzato dai terroristi rossi, «alcuni settori dello Stato, e mi riferisco ai servizi segreti, al Sid, ai vertici militari e ad alcune forze politiche, pianificarono l’uso di giovani terroristi di estrema destra per fermare l’avanzata elettorale della sinistra, che allora sembrava inarrestabile. Le bombe servivano a spaventare i moderati. E l'effetto politico veniva amplificato infiltrando e incolpando falsamente i gruppi di estrema sinistra, per favorire una reazione autoritaria»

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19 agosto 2023

Morte di un agente segreto di Giuseppe Casarrubea

 

Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47)

Le confidenze di un patriarca
Intorno alla mezzanotte del 26 giugno 1947 alcuni uomini salivano, indisturbati e con passo deciso, dalla via dei Mille di Alcamo. Questa cittadina del trapanese, definita da alcuni come luogo prediletto dei “santoni” della mafia, aveva il pregio di portare ancora, nel suo nome, l’etimo delle sue origini arabe, da cui la stessa parola mafia sembra derivare. Città di frontiera e di antica resistenza islamica contro gli invasori Normanni, si poteva dire che aveva segnato, assieme a Jato, la linea di difesa occidentale di quel popolo conquistatore che per tre secoli aveva dominato la Sicilia.

Quei cinque uomini che camminano in quella notte senza luna (particolare non da poco, come spiegherà in questo saggio lo storico Giuseppe Casarrubea) ancora non lo sanno, ma stanno per morire: il capomafia di Alcamo, don Vincenzo Rimi li ha venduti al capitano dei carabinieri Giallombardo i cui uomini sono appostati lungo quella via per tendere loro una trappola. I primi quattro moriranno in un conflitto a fuoco, le cui dinamiche ancora oggi, a distanza di 76 anni sono poco chiare. I rapporti dei carabinieri, redatti da un ufficiale che nemmeno era presente quella notte, sono pieni di contraddizioni. Anche il rapporto ufficiale sulla morte del quinto uomo (e le ricostruzioni dei carabinieri) è assolutamente poco credibile: si chiama Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo, ma anche noto come Totò u palermitamu o anche il Vendicatore per una cerchia ristretta di amici. Si era arreso ai carabinieri dicendo loro di essere un informatore dell’Ispettorato di Polizia per la Sicilia, Ettore Messana, ma una volta in caserma, venne ucciso nel corso di un alterco col capitano Giallombardo.

Ma chi era questo Salvatore Ferreri, un ragazzo di appena 24 anni, che aveva però sulle spalle decine di omicidi, specializzato in sequestri di persona e assalti alle caserme?

Avrebbe dovuto scontare una lunga detenzione in carcere, invece la sua storia riguarda anche una latitanza abbastanza lunga e tranquilla, con tanto di rapporti di confidenza con le forze dell’ordine, conclusasi in modo cruento nella notte del 27 giugno 1947.
Vi ricorda forse altre storie di altrettanti latitanti della mafia, come Luciano Leggio, Riina, Provenzano, che almeno rimasero in vita anche dopo la cattura?
Bene, perché questo saggio di Giuseppe Casarrubea ricostruisce tutta la storia di questo strano personaggio, che non era un boss come Provenzano, un capo dei capi, ma solo un bandito, la cui breve carriera criminale era iniziata all’inizio del 1944 con l’omicidio di un autista (similmente alla carriera criminale di Giuliano che era cominciata col delitto di un carabiniere nel settembre del 1943). Carriera costellata da tanti, pesanti segreti sui rapporti tra le istituzioni, i gruppi neofascisti che non si erano rassegnati alla sconfitta e la mafia che quel conflitto a fuoco, che forse è stata un’esecuzione, ha cercato di nascondere nella sua tomba.

In un documento dell’808° Battaglione per il Controspionaggio del Sim (data: 5 marzo 1945, titolo: “Organizzazione Sabotatori - Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David”), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio annota: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias ‘prof. D’Amato’, alias ‘dott. De Santis’, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Soprannominato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, ma non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Alfonso Fiori (in realtà Alfredo Fiore), capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiore notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se ha bisogno di denaro. Il Fiore dovrà inoltre porre l’agente (Vito La ginestra, nda) in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri a sud di Roma. Fra Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […].” Il Fra Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1945 – 1947?

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]

Tra questi segreti che dovevano sparire con lui, il peccato originale della nostra storia repubblicana: un segreto che lega assieme la rete nazista di sabotatori che i gerarchi di Salò lasciarono al sud per sabotare alle spalle l’avanzata alleata, gli specialisti in sabotaggio ed esplosivi della X Mas di Junio Valerio Borghese, salvato dalla fucilazione dal James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio americano, l’OSS in Italia. Angleton mise gli occhi sin dal 1944 su questa rete di esperti sabotatori (“le uova del drago”, le chiama l’autore), che aveva usato gente come Giuliano e Ferreri per le sue azioni criminali, trasformandoli da banditi in agenti in una struttura segreta che doveva agire dietro le linee del nemico.
La ricostruzione dello storico Giuseppe Casarrubea si è basata sui documenti presi dai registri dei servizi americani e italiani, dagli archivi di Stato italiani, dagli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nonché gli atti del processo di Viterbo per la strage di Portella. Tutti documenti pubblici la cui consultazione dovrebbe stimolare oggi, a distanza di quasi 80 anni, una seria riflessione sulla genesi della nostra repubblica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda.

Secondo la tesi dell’autore, questa rete di origine fascista sarebbe stata poi riciclata dall’OSS in funziona anticomunista, mettendo a frutto l’esperienza da sabotatori (e da criminali) fatta nel biennio 1944-45 contro l’esercito italiano e i carabinieri.

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 - 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 - 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il mitra automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Tra le armi della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm (modello 35), il medesimo tipo di ordigno esplosivo utilizzato per gli assalti alle Camere del Lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


Sono i mesi in cui in Sicilia si sperimentano politiche e strategie che poi rivedremo nel corso della nostra storia: attentati contro sindacalisti (come Accursio Miraglia) e contro le camere del lavoro e del partito comunista in un crescendo che è culminato con la strage di Portella della Ginestra (e le successive stragi a San Giuseppe Jato e Partinico, meno note): secondo la storiografia che si è purtroppo consolidata fino a noi, il bandito Giuliano sparò contro i braccianti radunatisi sulla piana quel 1 maggio per festeggiare la festività sul lavoro.

Ecco, dice Casarrubea, si tratta una storia falsa tutta da riscrivere, a sparare sulla folla fu Ferreri col suo mitra, mentre da un altro punto di fuoco un reparto di soldati della X Mas lanciarono le granate che all’inizio furono scambiati per petardi. Giuliano fu soltanto il “Lee Oswald” siciliano (oppure fu Lee Oswald ad essere il Giuliano americano): indicato al paese come unico responsabile della strage, Giuliano fu tenuto in vita finché convenne alla mafia, per poi essere eliminato anche lui nel luglio del 1950 dopo essere attirato in un tranello dal compare Gaspare Pisciotta.

Se per la morte di Giuliano vale il titolo de l’Europeo “L’unica cosa che è certa è che è morto”, perché tutta la ricostruzione dei carabinieri del colonnello Luca faceva acqua, per le vicende avvenute in Sicilia tra il 1943 e il 1947 l’unica cosa certa è che non solo solo storie di banditi e di siciliani che si sparavano tra di loro (come dichiarò in Parlamento Mario Scelba, negando la presenza di mandanti sopra la banda Giuliano).

Dall'estate del 1944, Venezia ospita infatti un importante centro nazifascista di addestramento al sabotaggio e allo spionaggio presso l’isola di Sant’Andrea, in collegamento con i centri di Montorfano (Golf Club Villa d’Este, Como) e di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Nella città lagunare, ai primi di maggio del 1945, si arrendono agli Alleati Nino Buttazzoni e Rodolfo Ceccacci (Decima Mas). Nel luglio 1945, ai militi della ex Decima dell'isola viene clamorosamente concessa dagli angloamericani e dal Sim “la totale immunità” per i misfatti compiuti nei venti mesi della repubblica di Salò. Da quel momento, a Venezia, decine di ex marò di Junio Valerio Borghese si mettono segretamente al servizio dell'Oss [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, cit., pp. 60 – 62]. Le affermazioni di Paolantonio ci portano a ipotizzare che Salvatore Ferreri/Fra’ Diavolo entra nell'Evis di Giuliano (nella tarda estate del 1945), dopo aver trascorso un periodo “al servizio degli Alleati a Venezia” all'indomani della Liberazione.

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


In Sicilia in quegli anni che vanno dal 1943 al 1947 si costruì un’alleanza eversiva che vedeva dentro separatisti, vecchi latifondisti che non volevano perdere i privilegi che le sinistre avrebbero loro tolti, vecchi esponenti del fascismo (come i due ispettori generali della polizia in Sicilia, Messana e Verdiani, che avevano operato sotto il fascismo nella Slovenia) riciclati per la nuova causa anticomunista, personaggi come Borghese (comandante del reparto X Mas) che non accettavano l’arrivo della Repubblica. Tutti alleati assieme agli ex nemici di poco prima, i servizi americani che qui in Sicilia sperimentarono quello che poi avremmo visto verificare poi a Milano, a Brescia durante la strategia della tensione.

Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Questo libro (come anche i precedenti scritti di Giuseppe Casarrubea) non dovrebbero costituire una clamorosa novità: nel 1981 l’ex capo della CIA William Colby potè scrivere nelle sue memorie senza essere smentito: “L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata, in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile.”

La storia italiana, il tradimento degli italiani che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo, dei siciliani che nel 1947 hanno votato in regione per il blocco delle sinistre è passato anche attraverso personaggi oggi sconosciuti come Salvatore Ferreri, legato dai rapporti dei servizi americani al gruppo di Nuotatori paracadutisti di Nino Buttazzoni, addestrato dalla rete clandestina fascista per operazioni di sabotaggio dietro le linee del fronte alleato.
Proprio oggi che forze politiche eredi del Movimento sociale, partito fondato da reduci, gerarchi, ex esponenti del partito fascista, sono al governo e tentato di riscrivere la storia, diventa importante fare luce su queste pagine cupe del nostro passato, sul nostro non aver fatto i conti col passato fascista, sulla nostra politica a sovranità limitata e sugli input che arrivano da oltre oceano. Da Portella fino ad arrivare alla strage di Bologna.

La scheda del libro sul sito dello storico Giuseppe Casarrubea

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