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26 marzo 2026

Figli per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni

Mentre sentiva la notte entrare dal finestrino, pensava alla morte.

Era un assillo frequente, negli ultimi tempi. Il più frequente, a dire il vero. D’altra parte riteneva che i pensieri involontari, così come i sogni, fossero dettati dalle esperienze più forti, quelle che restano negli occhi e nelle orecchie persino dopo che sono passate. Come gli odori intensi, le sensazioni sulle quali il corpo si sofferma, ecco, sto avvertendo qualcosa di cui poi mi ricorderò.
Della morte era facile ricordarsi.

C’è una persona che aspetta, in una notte di fine estate, chiusa nella sua macchina. Per la testa tanti pensieri, legate alle sensazioni che il suo corpo sta recependo.

Le sensazioni del dolore, della morte. Di quella morte che arriva piano piano, assieme al dolore e che ti fa compagnia. Solo chi l’ha provata riesce a parlarne.

Sta aspettando una persona, che tra poco uscirà da un portone di un palazzo nel quartiere di Pizzofalcone. Per investirla con la sua macchina. Perché quella è la cosa giusta da fare.

Con “figli” siamo arrivati probabilmente alla fine di un ciclo anche per i Bastardi di Pizzofalcone: ogni storia deve avere un inizio e una fine e il padre dei protagonisti di questa serie sa quando arriva il momento di lasciarli liberi di vivere una loro vita. Magari, come è già avvenuto per Ricciardi, De Giovanni li riprenderà per raccontarci come si sono evolute le loro vite.

Questo romanzo ha come chiave di lettura il rapporto genitori e figli e, rispetto ai precedenti racconti dei Bastardi, l’indagine finisce quasi in secondo piano.

Un’indagine che nasce dall’intuito di uno “sbirro” troppo esperto dal farsi confondere dalle apparenze e di un magistrato capace di raccogliere le intuizioni degli investigatori: quell’investimento a Pizzofalcone non è stato un incidente. Troppo strana la dinamica. Meglio verificare meglio come sono andare le cose, anche perché il morto, Francesco Cascetta, era un patologo famoso, uno di quelli che spesso sono invitati nelle trasmissioni televisive, uno con amicizie importanti. Socio di un laboratorio di analisi in rapporti con importanti cliniche private.

È questa l’indagine che dovranno seguire gli agenti della squadra del vicequestore Palma, sapendo, ancora una volta, di avere addosso tante pressioni.

Ma è un momento delicato per i “Bastardi” e la chiave di tutto è ancora quella parola, figli.
Il futuro della piccola Giorgia per Francesco Romano, che deve decidere se sacrificare l’amore per la bambina che ha salvato o il suo di amore.
C’è un figlio, quello di Ottavia, in mezzo alla relazione clandestina con Palma: ma che futuro può avere questa relazione?
Anche Lojacono, il “cinese” (soprannome affibbiato dai colleghi e che è preso in prestito da Steve Carella dell’87 Distretto) ha un problema con la figlia Marinella: l’età dei diciotto anni è quella delle scelte, del futuro, cosa studiare, cosa voler fare da grandi. E nessun genitore arriva preparato a questo momento.

E non è nemmeno facile il rapporto tra il vicecommissario Elsa Martini e la piccola Vicky, una bambina già adulta per i suoi anni: chi è la madre tra le due? Chi è quella che prende le decisioni per entrambe?

Anche tra Pisanelli, vicecommissario in pensione, la memoria del quartiere di Pizzofalcone, e Marco Aragona si è creato un rapporto che alla lontana sembrerebbe quello tra un padre e un figlio.

Un figlio che forse non si vorrebbe avere come ospite, così ingombrante..

Ma che ne sappiamo noi di come si diventa padri, di come si impara a diventare genitori? Come racconta ai poliziotti di Pizzofalcone il figlio della vittima, nemmeno i figli conoscono veramente i padri, i loro pensieri, i loro timori:

I figli sanno così poco dei padri, come persone, come esseri umani. È come se il rapporto fosse a senso unico, mi spiego? Papà chiedeva: che cosa posso fare per te? Non accadeva mai l’inverso.

Nel frattempo, però, per i “Bastardi” c’è da portare avanti l’indagine sull’investimento del dottor Cascetta, dove però tutte le piste sembrano portare a nulla: le poche informazioni raccolte dai familiari non sono utili, il figlio vedeva solo pochi giorni il padre; la moglie viveva quasi separata dal marito. Poco utili i dati raccolti sul laboratorio, dove c’erano stato dei problemi con delle cliniche, che potevano essere superati. Quello che emerge è che, a detta dell’amico di infanzia che aveva poi preso un’altra strada, negli ultimi tempi Francesco sembrava cambiato.

.. a volte, per guardare meglio i fatti, bisogna fare un passo indietro. Perché, diceva, i particolari spesso divorano il generale e occultano l’evidenza.

Da cosa derivava quel cambio di atteggiamento di Cascetta? Che fattore nuovo era entrato nella sua vita? E, cosa ancora più importante per gli investigatori, da dove deriva quell’odio personale nei confronti del morto da parte dell’investitore?
A risolvere il caso sarà una intuizione di Alex di Nardo: ancora una volta una storia di figli e di padri e di quel rapporto indissolubile, che né il tempo né il resto possono scalfire.

Dovete sapere, quando verrete a prendermi, che la vita è fatta di genitori e figli, così come di amanti e mogli, di mariti e di amici, ma in primo luogo di genitori e figli, perché se gli altri si possono unire e separare, possono allontanarsi e avvicinarsi, i figli e i genitori no, non si possono separare, perché sono un obbligo e un impegno, perché sono indissolubili e irreversibili, perché sono inevitabili.

Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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30 ottobre 2025

L'orologiaio di Brest di Maurizio De Giovanni


Le ruote scivolavano silenziose per le strade deserte. L’uomo gettò un’occhiata fugace allo specchietto, e intravide la sagoma nera dell’auto che lo seguiva. Tutto normale, rifletté. Nessuno scarto fra la scorta e la sorveglianza. Sarebbe stato più comodo andare con l’autista, ovvio.

Cosa lega assieme un’eminenza (non solo grigia) con una studentessa che prende il bus tutti i giorni della città dei papi per arrivare a Roma?

E da dove nasce l’ossessione di Vera Coen, una giornalista di cronaca rosa, per un episodio del passato che l’ha segnata così profondamente? E cosa c’entra un professore di storia medioevale con la sua ossessione?

E chi questo strano “barbone” che, in una lontana città sul mare, ha il dono di aggiustare orologi, tanto da attirare clienti da tutto il mondo?

Maurizio De Giovanni si cimenta in una nuova avventura con questa Orologiaio di Brest, un romanzo corale dove incontriamo persone diverse, per carattere, estrazione sociale, che invece sono legate da un filo nero, o rosso se volete, nato tanti anni prima, gli anni della coda del terrorismo, dove persone pensavano che mettere bombe oppure organizzare omicidi politico fosse un atto politico (e non sto parlando solo di terroristi).

Un filo rosso, o nero, che si sviluppa in un viaggio avanti e indietro nel tempo, tra un tempo presente e un tempo passato che ancora getta ombre oscure sull’oggi.

Un viaggio che copre due città, o tre meglio, che nemmeno vengono citate ma che rimangono riconoscibili: la città del potere per eccellenza, Roma, la città dove si muove con la sua scorta questa “eminenza”, una persona che incarna quel potere che non ama mostrarsi ma che esiste, è tangibile, in grado di condizionare governi, eliminare personaggi scomodi, tenendo pulita la coscienza con quella “fede” per una volontà di dio da difendere:

Perché soltanto lui e il dio in cui credeva sapevano che le sue mani erano intrise del sangue che aveva versato.

Verso Roma, su un bus che raccoglie pochi studenti e molti pendolari, viaggia una ragazza che raccoglie gli sguardi di tutti gli uomini per la sua bellezza: una bellezza resa ancora più splendente per quell’amore che è come un fuoco che la scalda dentro ma che non può mostrare o raccontare in giro

Maddalena, però, avverte forte l’impulso di comunicare. È una ragazza di vent’anni, ed è innamorata. A tenerlo dentro, le sembra di scoppiare.

L’altra città è Napoli, mai citata, ma è lei il capoluogo che si affaccia sul mare, dove vive il professore Andrea Malchiodi, vittima del “casino” che l’aveva coinvolto nella sua università

Il casino, disse fra sé. Era quasi un anno, a conti fatti. Dieci mesi, per la precisione. Come ogni tempesta che si rispetti, era cominciato in sordina..
Un’accusa di molestie ai danni di una studentessa da cui non poteva difendersi, perché una volta che il venticello della calunnia era alzato, nessuno può imbrigliarlo. Ed ecco allora la sospensione dall’insegnamento, la separazione da una moglie e la fine di una relazione che evidentemente non era così forte, una figlia che fa fatica a staccare gli occhi dal cellulare quelle volte che lo vede..

Aveva quarant’anni, Vera, quasi come il verbale che stava esaminando per l’ennesima volta, e una passione immensa per la professione giornalistica.

Vera Coen è una giornalista, una direttrice che non la stima, che vorrebbe che scrivesse degli articoli come li vorrebbe lei e un collega che la copre quando anziché dedicarsi alla cronaca, passa il suo tempo su quelle carte vecchie di 35 anni. I verbali relativi alle indagini della morte di un magistrato, un giovane procuratore della città dei papi, morto in un attentato assieme al suo autista.

Cosa lega assieme queste persone così diverse tra di loro? Come un orologiaio esperto, De Giovanni costruisce un ingranaggio complesso dove,capitolo dopo capitolo, ogni pezzo troverà la sua giusta collocazione, anche temporale. “L’orologiaio di Brest” è un romanzo che affronta il lato oscuro della storia di questo paese, come aveva già fatto nei romanzi della serie di Sara: si parla di questa “entità” oscura che governa il potere superando gli oceani del tempo:

L’Entità che difende il bene, e che non ha remore a favorire colpi di stato, abbattere ideali e proteggere malviventi perché il bene si realizzi.

È l’Italia dove tutto deve cambiare perché nulla cambi, dove la ragione di Stato viene usata come pezza per giustificare omicidi e “strani incidenti” per togliere di mezzo pedine scomode.

Si parla della rivoluzione folle che i terroristi rossi volevano mettere in atto, diventare la miccia che incendia la prateria, la rivoluzione del proletariato, lo stesso proletariato però che non aveva alcuna intenzione di inseguirli in questo folle progetto.

.. mi rendevo conto che io stesso non ero che un vecchio orologio rotto. Fermo a un’ora che non esisteva più: il sogno di una rivoluzione folle che il mondo stesso non voleva, l’emancipazione di classi sociali che non chiedevano affatto di essere emancipate ma solo di sopravvivere

Dall’altra parte due persone come tante, il professore deluso da una carriera spezzata e la giornalista con l’ossessione della ricerca della verità: due persone legate da un tragico avvenimento del passato ma anche dal fatto di essere entrambi “figli” di genitori che forse non avevamo mai veramente conosciuto:

Vera annuì. Due figli, ecco che cosa siamo, rifletté. Una vuole ritrovare suo padre scoprendo quello che gli è successo; l’altro vuole proteggere ciò che gli resta di sua madre.

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli
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26 maggio 2025

Il pappagallo muto. Una storia di Sara, di Maurizio De Giovanni

Un raggio di sole si faceva strada attraverso il finestrone reso opaco dalla polvere. All’interno, un pulviscolo di misteriosa origine danzava a spirale. Un vago sentore di aglio: chissà dove, nei paraggi, si preparava il pranzo già alle nove di mattina. Silenzio, a parte l’eco di una radio che invitava ad andare a la playa, con un tono ritmato di imposizione. Nessuno dei due uomini seduti l’uno di fronte all’altro sembrava incline a eseguire l’ordine dei cantanti.

La sapete la barzelletta dell’uomo che va a scegliersi il pappagallo? Ne esistono di diverse versioni ma il succo rimane lo stesso, il pappagallo che vale di più è quello che parla meno, perché “gli altri lo chiamano il maestro..”
Una barzelletta istruttiva, significa che a volte il valore di una persona lo si giudica più da quello che non dice che da quello gli esce dalla bocca.

Un fattore che Sara Morozzi conosce molto bene: tanti anni fa, nella sua vita precedente, aveva fatto parte di una speciale unità dei servizi chiamata ad intervenire in particolari attività di dossieraggio e intercettazione. Situazioni dove era importante cogliere non solo le parole dette, ma anche le espressioni, le smorfie. Intuire dal non detto, dai messaggi non verbali quello che non era presente nelle intercettazioni. In questo lavoro lei, assieme alla sua collega Teresa Pandolfi, era eccezionale: la mora e la bionda le chiamavano, due gemelle, eterozigote.

Qui si era innamorata dell’uomo della sua vita, Massimiliano il suo capo, per cui aveva abbandonato un marito e un figlio. Ma questo succedeva una vita fa, prima della fine del suo lavoro in quell’unità speciale, la morte di Massimiliano, la scoperta di avere un nipote. E la scoperta di avere ancora una vita davanti, il tramonto della sua vita poteva aspettare. Una nuova vita e una nuova famiglia composta da quel nucleo così particolare: la nuora Viola, la compagna del figlio di Sara, poi il piccolo nipote che si chiama come il nonno, l’ispettore Pardo e l’ingombrante bovaro Boris.

Tutti assieme sono stati protagonisti, assieme ad Andrea Catapano, altro reduce di questa strana unità dei servizi, in indagini dove la memoria del passato veniva utile per mettere in luce segreti di oggi. E anche stavolta succederà lo stesso in questa storia dove si intrecciano passato e presente, uomini che dispongono di un potere che va oltre la loro immagine, uomini che si incontrano per stipulare affari che passano sopra le nazioni e su cui i servizi vogliono mettere luce.

Poi l’uomo in piedi si era voltato, e con aria seria aveva detto: «La conosci la barzelletta del pappagallo muto?».

Non è ancora tempo per rilassarsi nei giardinetti assieme al nipote Massimiliano: a Sara viene proposto di partecipare ad un’indagine particolare dei servizi. Tre uomini d’affari si incontreranno a Napoli, il porto sul Mediterraneo, per stipulare un accordo che potrebbe cambiare gli scenari della geopolitica dell’energia. Un incontro così riservato e così ben protetto da chi lo ha organizzato che, per cercare di carpire quello che verrà discusso, i servizi devono ricorrere nuovamente alle “abilità” di Sara e Andrea: “mora”, con la sua capacità di decifrare gli sguardi e le espressioni, e il “diversamente vedente” Andrea, che l’assenza della vista ha portato a sviluppare all’estremo gli altri sensi.

«Buonasera» disse il tipo tarchiato, sistemandosi in disparte. E fu l’unica parola che proferì. Quando udì il saluto, Andrea ebbe un sussulto; e anche Sara provò un lieve disagio

A questo incontro si presenta anche un personaggio all’apparenza estraneo al contesto: dall’aspetto si direbbe un contadino, per le rughe sul viso. Un uomo di poche parole, pochissime.

Ma un uomo che, per la deferenza che gli danno gli altri partecipanti all’incontro, sembra avere un ruolo e una importanza ben determinante.

Avrebbero potuto rifiutarsi di fronte all’invito dei nuovi capi dei servizi, gente che non è cresciuta sul campo, che non ha memoria di quello che è “stato”: persone come questa “Bianco”, un “Un animale d’allevamento, cresciuta all’interno di aule in cui si tenevano lezioni in altre lingue”.

E avrebbero fatto bene a rifiutare.

Dalla curva spuntò un’auto nera dai vetri oscurati. Ad altissima velocità, invase la corsia opposta a quella di marcia. Si scagliò su di loro come un toro in carica. Sara ebbe la consapevolezza di trovarsi alla fine della vita..

Cosa è successo? Qualcuno nei servizi ha tradito Sara? Oppure si sono fatti scoprire dai partecipanti a questo incontro?

Sara comprende di essere finita dentro un ingranaggio più grande e pericoloso di quanto immaginasse e, ancora una volta, dovrà rivolgersi alla sua “famiglia” allargata per salvare la sua vita e quella di Andrea.

Il racconto si muove su due livelli: c’è la storia ambientata ai tempi nostri, con l’indagine di Sara, assieme a Teresa, Davide Pardo e Viola. E questo strano personaggio che è rimasto zitto durante l’incontro, dall’aspetto che cozzava col rispetto che sembrava godere in quel gruppo di imprenditori e uomini di affari..

E poi c’è la storia ambientata anni prima, ai tempi dell’unità dei servizi di Massimiliano Tamburi che veniva chiamata ad “osservare”, non usando solo la tecnologia ma anche le capacità di Sara, di Andrea e di Teresa. Saper cogliere quelle sfumature nei discorsi, nel tono della voce, negli sguardi, che potevano colmare i dialoghi carpiti dalle intercettazioni.

Cos’hanno in comune queste due storie? Un uomo di potere, il potere vero, non quello ostentato, quello capace di sopravvivere ai governi, alle ere politiche, che non ha bisogno di minacciare. Un uomo che per consolidare la sua fama ha dovuto morire. Per risorgere.

Se volevi il potere, il potere vero, dovevi muovere i fili senza che le marionette sapessero di averli attaccati addosso. E quindi non dovevi esserci: dovevi sparire dall’orizzonte.

Ma in questo romanzo, al racconto sul presente, su servizi, sul lato oscuro della storia di questo paese, sui burattini che vengono mossi da abili burattinai, si affianca un racconto che va oltre la vita terrena.

Perché si parla dell’amore che sopravvive alla morte, come quello di Sara per Massimiliano. Si parla dell’amore come forza che ti tiene in vita, legandoti strettamente alle persone che hai a fianco, quelle a cui vuoi bene e per cui faresti qualunque cosa per proteggerle.

Hai ragione, Viola, disse fra sé: siamo una rete, intessuta di fili sdruciti e consunti; ma una rete che ha una sua forza, una sua tenerezza. Forse il termine famiglia non è poi sbagliato, nel nostro caso.

Ma ne “Il pappagallo muto” Maurizio De Giovanni va oltre, portandoci in quella terra di mezzo tra la vita e la morte, tra la luce del passato e quella del presente. La la razionalità e lo stupore dell'incredulità..

La scheda del libro sul sito di Rizzoli

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06 marzo 2025

L’antico amore, di Maurizio De Giovanni


"Non ci fosse la notte. Ce l’avrei fatta, se non fosse esistita la notte. Perché di notte cambia tutto. Di giorno senti che il tempo si riempie. Incontri i parenti, gli amici: parli, ascolti, bevi. Puoi anche solo metterti ad ascoltare i rumori della strada, riconoscere le ruote dei carri che rotolano, i venditori che schiamazzano, i commercianti che protestano.."

Non ci sono delitti su cui indagare al centro di questo nuovo romanzo dello scrittore Maurizio De Giovanni. Ma forse è vero che un'indagine c'è ne "L'antico amore", è quella che dovrà fare il lettore di fronte a questi tre personaggi, protagonisti del romanzo, le cui storie sembrano distanti secoli e che invece hanno in comune la ricerca di un destino.

Un poeta del primo secolo avanti Cristo, che potremmo immaginare essere Catullo, che nelle sue poesie si dispera per un amore che l'ha lacerato dentro, svuotandolo di tutta la forza, l'energia, la voglia di vivere.

"Troppo tempo, pensò. Troppo da allora, dai banchi del liceo quando un anziano insegnante gli aveva trasmesso il senso di un antico amore; e troppo era anche il tempo che lo aspettava prima della pensione, .. Sono in mezzo al guado, rifletté. Ventidue anni di insegnamento"

Un professore universitario deluso da quello che raccolto dalla propria vita e da quello che ha ottenuto dall’insegnamento: una moglie distante che gli rinfaccia quella vita che non ha potuto avere e degli studenti che non sono interessati alle sue lezioni.

Un insegnante "in mezzo al guado", tanti anni di insegnamento alle spalle, tanti rimpianti per le aspirazioni e l'energia che aveva anni prima, quando si innamorò della poesia e in particolare di un poeta di secoli prima (il poeta disperato per quella donna che lo ha abbandonato?) che aveva vergato in versi la sua disperazione, definendole nugae, ovvero "sciocchezze":

".. perché un poeta che ha scandagliato i labirinti dell’amore, che è stato così abile nel dar forma, anima, infinito splendore e profondità a quel sentimento, definisce “sciocchezze” i versi più belli e rapinosi della storia dell’umanità?"

Poi un altro professore anziano, di cui si prende cura di nome Oxana, venuta qui dalla Moldavia per un lavoro.

"Oxana prende una camicia dalla cesta e la dispone sul tavolo da stiro. Stirare le piace molto. Si è chiesta perché, quando chiacchiera con le amiche il giovedì al caffè, tutte dicono che ne farebbero a meno, sembra di sentire la voce di Ljuba, una delle più feroci critiche del gruppo del giovedì. Le donne, direbbe, la colpa prima di tutto è delle donne. Non hanno valori, non hanno spirito di sacrificio né serietà".

Da una parte l'ossessione per un amore che non ci sarà più, per il poeta, o di un amore che c'è stato un tempo e che ora si è inaridito, per il professore di lettere, Marco. Oppure la difesa della memoria, il dover difendere a qualunque costo il ricordo di ciò che si è perduto e che rimane ancora caro, come vedremo fare all'anziano professore.

E dall'altra le convenzioni della società in cui vivono i personaggi, appunto così distanti e così vicini allo stesso tempo: le convenzioni della società romana che incastrano la donna amata dal poeta, una società comunque rigida e maschilista, costringendola a portare un peso che magari non avrebbe voluto sostenere.

Le convenzioni dietro il matrimonio del professore di lettere. Un matrimonio con la figlia di un imprenditore che deve la sua fortuna al suo pelo sullo stomaco, una persona che incarna quanto di più lontano possa esserci da lui. Un professore che anni prima è rimasto colpito dai versi di questo poeta latino e da come raccontava il suo strazio per un amore perso per sempre. Ecco che si iniziano a vedere qui i fili che legano assieme queste persone.

Un mistero lo dovrà risolvere anche Oxana, la fedele badante del professore anziano, attenta osservatrice dei suoi gesti, di quelle sue strane abitudini quotidiane: cosa scrive tutti i giorni su un foglio, con quella sua calligrafia precisa? A chi dedica quello scritto? E come mai, arrivato alla fine del foglio, lo strappa metodicamente, in tante parti uguali per gettarle via?

La risposta arriverà alla fine, quando questi fili che legano assieme i protagonisti del racconto saranno finalmente visibili con un colpo da maestro di De Giovanni, che ancora una volta si dimostra maestro nel raccontare il mistero della vita e tutto quello che ci rende vivi e unici. Le passioni, le gioie e i dolori. L'amore. Anche quell'amore antico che ancora oggi si riverbera nel presente:

Sulla prima pagina c’è una scritta a penna, in una grafia che curiosamente a Oxana ricorda quella dei frammenti di foglio che ogni sera raccoglie in cortile, solo più ferma e netta. C’è scritto: “L’amore è il ricordo dolce di una tempesta”.

La scheda del libro su sito di Mondadori

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15 maggio 2024

Pioggia per i Bastardi di Pizzofalcone, di Maurizio De Giovanni

 

Avete presente la pioggia?

Certo che si, risponderete.

Acqua che cade dal cielo, dalle nuvole che corrono nell'azzurro, si fermano, si addensano, diventano nere.

Acqua che bagna l'asfalto e lo rende lucido, gocce sulle lamiere delle automobili in coda, tergicristalli che vanno avanti e indietro. Acqua che piccia sulle superfici, che schizza dovunque.

Acqua, alla fin fine.

Alcuni alla pioggia associano immagini divertenti. Un gruppo di studenti appena usciti da scuola, sorpresi da uno scroscio, che si accalcano al riparo di un androne ridendo e spintonandosi, e il portinaio li caccia urlando, e lor ridono più forte..

Chi ha ucciso l'avvocato Leonida Brancato, trovato morto nel suo appartamento nel complesso esclusivo di Parco Paradiso? Forse un ladro d’appartamento, entrato in casa per portar via oggetti di valore e, una volta scoperto, si è fatto prendere dal panico..
No, è una pista da scartare, perché in quell’appartamento, dove l’ormai ex avvocato viveva da solo, sono stati trovati intatti il portafoglio, orologi di valore.

Forse è stato il figlio dell’avvocato, di fatto tenuto fuori dalla gestione dello studio e che dunque aveva qualche motivo d’odio? Forse anche bisogno di soldi, per quel vizio di perdersi nel gioco, non l’unico vizio purtroppo.

- Mi scusi, non ce l'avevo con voi. Era il «per caso» a divertirmi. E' proprio così, sapete? Io sono «per caso» Giancarlo Brancato: è la definizione perfetta. Proprio oggi, poi. Perfetta. Vi va un po' di vino?

No, nemmeno questa ipotesi è possibile, Giancarlo Brancato non aveva le chiavi dell’appartamento e, sebbene non avesse un alibi, le telecamere attorno al complesso non hanno visto nessuno entrare o uscire dalla palazzina.

E allora?

Questo delitto, che piomba addosso ai Bastardi di Pizzofalcone già alle prese con questa pioggia torrenziale che sembra non voler smettere più, è il classico delitto in una stanza chiusa, ma senza il maggiordomo a cui dare la colpa.
Certo, l’avvocato Brancato nel corso della sua carriera si era fatto tanti nemici, era “abile” nello sfruttare i cavilli, trovare lo spiraglio giusto nelle pieghe del codice penale per far assolvere i suoi clienti.
Eppure qualcuno lo ha ucciso, strangolandolo alle spalle e, per di più, prendendolo a calci una volta a terra.

E ora occorre pure fare in fretta per trovare l’assassino, perché nonostante tutti i successi, i Bastardi si portano ancora addosso lo stigma di essere i reietti. Il morto era un personaggio importante nel mondo che conta a Napoli e un insuccesso potrebbe costare ancora una volta la chiusura del commissariato di Pizzofalcone.

Va bene, provateci. Vi do 48 ore, poi però andrò dal procuratore e dirò che a mio parere la struttura di Pizzofalcone non è adeguata ad un’indagine di tale importanza.”

Due giorni per risolvere un caso con tante piccole cose stonate, piccoli particolari che non tornano, ma senza nessun vero movente, erano anni che l’avvocato era fuori dal suo studio, passato in gestione alla nipote, un’avvocata fatta a sua immagine e somiglianza in quanto a pelo sullo stomaco.

Ma c’è un altro problema: come nei precedenti capitoli dei Bastardi, anche in questo De Giovanni ci racconta i grandi e piccoli problemi della loro vita.

Un padre che sorveglia una figlia, rifletté Lojacono. All'epoca gli era sembrata una follia. Ma non era ancora divenuto genitore. Adesso l'ottica era ribaltata.
Lojacono, il cinese, “pioggia battente”, è alle prese con un problema della figlia. Un problema che Marinella gli sta tenendo nascosto.

- Credi di sapere sempre tutto, tu... magari qualcosa ti sfugge sapientina!

Magari il motivo per cui siamo venute qui dal nord, pensò vicky.
Magari il motivo per cui ti affanni a evitare qualcuno che esercita proprio qui in città, al quale però ti sei voluta avvicinare. Qualcuno che potrebbe forse toglierti le paure, mamma.

Elsa Martini, “pioggia incessante” ha invece un problema diametralmente opposto con la figlia: perché Vittoria, Vicky, è tutto fuorché una bambina normale. Chi è l’adulta e chi è la figlia? Riuscirà la piccola Vicky a risolvere le ansie della madre?

Romano, “pioggia fortissima” si trova di fronte ad un bivio: chi scegliere, la piccola Giorgia, la bambina che aveva trovato in un cassonetto, salvandola, oppure la pediatra Susy, accanto a cui si sente finalmente felice?

Alex, “pioggia improvvisa”, dovrà finalmente affrontare il rapporto col padre, il generale tutto-dun-pezzo Di Nardo, anche perché messa di fronte ad un evento familiare drammatico.

E poi Pisanelli, “pioggia persistente”, vicecommissario in quiescenza, che ancora una volta darà un contributo importante alla soluzione del caso grazie alla sua rete di conoscenze del quartiere.

Il lavoro di un avvocato come Brancato è fatto di tante cose, Giò. Carte bollate, documenti, perizie e udienze; ma anche di rapporti personali. strategie da concordare, decisioni da prendere. Forse, e dico forse, qualcosa del genere l'avvocato lo ha continuato a portare avanti Almeno in casi un po'... particolare.

Purtroppo Pisanelli deve sopportare la difficile convivenza con Marco Aragona, “pioggia fastidiosa”, grazie alla quale però riesce sempre ad essere aggiornato sulle ultime indagini dei Bastardi.

Infine il vicequestore Palma e la vice-sovrintendente Ottavia Calabrese: anche le loro vite ora sono di fronte ad un bivio. Che fare di quel sentimento, quella passione che ancora brucia dentro di loro?

È tutto molto ben dosato, le questioni personali, che i Bastardi devono tenersi dentro per non mettere a rischio la loro professionalità, e il lavoro di indagine – si sente il richiamo ai romanzi di Ed Mc Bain coi poliziotti dell’87 Distretto di quella città che non esiste (e che sembra proprio New York).

Proprio come nei romanzi dell’autore americano, la forza dei Bastardi sta nel loro saper fare squadra, nel saper cogliere tutti i particolari dalla scena del crimine, dalla persona che si trovano davanti e di metterli poi a disposizione di tutti. I fatti e anche le impressioni personali.

I Bastardi invece si raccontavano anche le impressioni e le intuizioni; dettagli che ai più sarebbero sembrati incongruenti o addirittura distraenti rispetto all'indagine, situazioni irrituali che nella maggior parte dei casi restavano chiuse nelle menti degli investigatori, nella sala agenti di Pizzofalcone diventavano materia di discussione condivisa. E non accadeva mai che nessuno mettesse in dubbio le sensazioni di un altro.

Ci sono, e i Bastardi le hanno registrate delle dissonanze, delle stonature in questo caso. Ma la principale è come è stato ucciso l’avvocato: con violenza e con furia, come se all’improvviso si fosse rotto un argine, senza alcuna premeditazione. Eppure, d’altro canto, sembra un delitto perfetto, nessuna impronta, nessun segno che riporta all’assassino:

Assassino di cui possiamo leggere i pensieri nell’interludio del romanzo, dove l’indagine si prendesse una pausa, mentre la pioggia, che da a tutta la storia un ulteriore senso di mistero, non cessa di flagellare la città

Non smetterà mai di piovere. Continuerà per sempre. Non sarà più possibile uscire all’aperto, l’acqua salirà, raggiungerà i piani alti dei palazzi, tutti moriranno e l’umanità si estinguerà insieme agli animali in terra. Sopravvivranno solo i pesci. Non smetterà mai di piovere, e non importa. Sarà meglio, anzi, così questa maledetta città si laverà, alla fine.

In questo romanzo Maurizio De Giovanni ci regala un finale con tanto di colpo di scena alla Agata Christie che porterà alla soluzione del delitto, nato da un desiderio di vendetta rimasto a covare dentro.
Non c’è un geniale Poirot, o la simpatica investigatrice miss Marple: c’è il lavoro di squadra dei Bastardi, grazie a cui tutti i pezzi del puzzle trovano il loro posto.

E tutte le incongruenze, quei dettagli fuori posto, hanno una risposta. Anche quello strano inizio, con una ragazza e un ragazzo seduti ad un bar. Chi sono? Come mai stanno litigando?

Per molto tempo si sarebbero ricordati di quel tardo pomeriggio di pioggia incessante. se ne sarebbero ricordati perché arrivarono alla spicciolata in sala agenti convinti di essere a mani vuote, inconsapevoli di recare invece ognuno un pezzo di soluzione. se ne sarebbero ricordati perché fu la dimostrazione che nessuno da solo può raggiungere il risultato che riesce a ottenere una squadra composta di gente disposta ad ascoltare. se ne sarebbero ricordati perché fu allora che Pizzofalcone dimostrò a se stesso, prima che tutti i poliziotti supponente maldicenti della città, di avere un senso; perché quel senso non soltanto non era perduto, ma si era addirittura rafforzato.

Chissà, forse aveva ragione l’assassino, lasciate stare alla pioggia, fidatevi.

Lasciate fare la pioggia fidatevi perché ha una caratteristica formidabile. prima o poi, smette.

La scheda del libro sul sito di Einaudi e il link per scaricare il pdf del primo capitolo.

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01 dicembre 2023

Soledad di Maurizio De Giovanni


Incipit (grazie a incipitmania): 

Potessi farlo, ti parlerei di solitudine.

Che a pensarci è una contraddizione, perché se qualcuno parla con qualcun altro, allora non è solo, ti pare? Se si possono scambiare sguardi a sottolineare le parole, se si può gesticolare, cambiare il tono di voce per esprimere uno stato d’animo a sostegno di un concetto, che solitudine è?

E quindi no, non posso parlarne. Ma lo farei volentieri. Ti parlerei di solitudine.

E ti direi che è qualcosa di ben diverso da ciò che la gente pensa.

Perché la gente di solitudine non sa niente. Immagina che sia una condizione, piú o meno momentanea; uno dice: mi trovo da solo, mi guardo attorno e studio la situazione. E magari perfino gli piace, essere solo; perché si gusta la pace, l’equilibrio, scopre il modo di osservarsi dentro e di meditare.

Ci può addirittura essere qualcuno che alla solitudine anela. Che la vuole, e cerca di procurarsene un po’, in una vita di corse e di lotte per la sopravvivenza nella quale gli altri, tutti gli altri, sono nemici o elementi di disordine.

La solitudine, si potrebbe credere, è ordinata: perché nella solitudine non c’è nessuno che porti confusione.

Niente di più sbagliato.

Perché di solitudine può parlare soltanto chi la prova in ogni istante. Anche nel sonno, quando si riesce a dormire, quando si inganna la mente con pensieri sparsi e superficiali per distoglierla dall’abisso.

Potessi farlo, ti parlerei di solitudine.

Solitudine.

Questo nuovo capitolo del nuovo corso del commissario Ricciardi ha al centro il tema della solitudine che, come scopriremo al termine del romanzo, è un male che può colpire anche le persone che non sono solo, che hanno qualcuno accanto. Anche se si è sotto il periodo di Natale quando si dovrebbe essere tutti felici per l’arrivo delle festività.
Ma questo è un Natale diverso dagli altri: siamo nel 1939, l’Europa è già in guerra, dopo che la Germania di Hitler ha invaso la Polonia. L’Italia è al momento neutrale, ma già si sentono le voci, alimentate dalla propaganda fascista per “rompere gli indugi”, seguire l’alleato germanico, a cui siamo legati da un patto di ferro, nel prendersi tutta l’Europa.

Perché siamo una nazione da un milione di baionette, che il Duce ha risollevato dalla miseria e dal caos dopo la prima guerra mondiale, ha riportato l’impero sui colli fatali di Roma, ha fatto arrivare in orario i treni. Poco importa che a causa delle sanzioni, manchino tanti beni agli italiani, che delle glorie dell’impero saprebbero che farsene, se non ci fosse la polizia politica a zittire il dissenso.

Si può essere soli perché si è diversi, per esempio una donna in un corpo di un uomo. Oppure se si cerca di pensare con la propria testa e non con quello che ti dice di pensare il regime.
Ma lo stesso vale per il tuo cognome, per la tua religione non è quella , o per quella che viene chiamata “razza”. Ci sono tanti modi di essere soli, pur essendo in mezzo alla gente.

Anche Ricciardi non dovrebbe sentirsi solo: c’è Nelide, la figlia Marta, intelligente, vivace, ci sono i genitori di Enrica. Eppure anche lui sente addosso questa solitudine, o forse è qualcosa di più sottile, una inquietudine legata a questi strani tempi. Dove tutti fanno finta che si stia preparando la tragedia.

Ma sono anche tempi dove si uccide: chissà per cosa sarà morta, la donna trovata in un palazzo in via Grande Archivio, per fame o per amore?

Si tratta della signorina Erminia Cascetta, trovata morta nella sua stanza, accanto a quella della madre, bloccata nel suo letto.

Qualcuno, un assassino o una assassina è entrata nell’appartamento, senza fare rumore, l’ha colpita da dietro e si è dileguata, senza farsi sentire e vedere da nessuno.
È questo il delitto di cui devono occuparsi Ricciardi e Maione: ma i possibili testimoni, a cominciare dalla madre, sembrano poco collaborativi.

E adesso chi mi pulisce il letto” è l’unico commento della madre, che sembra non approvare la vita della figlia.

Avanzò in quella direzione: il cadavere di una giovane era diverso al suolo. Il vestito era sollevato a scoprire le gambe fasciate da calze color carne prive di smagliature. Il viso poggiava a terra sulla guancia sinistra, lo sguardo vitreo rivolto alle zampe del comò. [..]
A ridosso della parete di fronte, quasi da fare a specchio alla Madonna Addolorata, l'immagine della morte in piedi, il sangue e la materia celebrale che colavano sul collo, gli occhi inespressivi ma con una scintilla di vita residua, sussurrava: egoista, egoista, lasciami vivere. Egoista, egoista, lasciami vivere. Egoista, egoista, lasciami vivere.

Di Erminia rimane solo l’ultimo suo momento, colto dal “fatto”, il dono e anche la condanna di Ricciardi, la sua capacità di sentire le ultime parole delle persone morte in modo violento

Ricciardi, col brigadiere Maione, dovranno cercare nella vita della ragazza, anzi, nel mistero della sua vita: nonostante le due donne vivessero solo della pensione del padre, Erminia viveva nel lusso, la portiera racconta ai due investigatori di un autista che veniva a prenderla.

È stato lui a volerle negare quella vita che chiedeva di vivere?

L’indagine dei due poliziotti, come sempre succede nei romanzi di De Giovanni, si intreccia con le loro vicende personali, che sono comunque frutto dei tempi brutti, difficili, che si stanno vivendo.

C’è un gruppo di ragazzi che si credono di essere “eletti”, chiamati a ripulire la società da tutti gli indesiderati. Le persone non degne di vivere assieme agli altri.
Gli omosessuali, i senzatetto: perché dobbiamo averli sotto gli occhi, perché non dar loro una lezione? Persone come Bambinella, o come il suo gruppo di amiche. O come quella donna, costretta a dormine sopra un cartone la notte perché non ha soldi per pagarsi una casa.
Sono il frutto di questa società, di questo regime che irregimenta i bambini fin da subito. Libro e moschetto, anzi più moschetto, perché magari nei libri si spiega che i veri eroi non sono dei vigliacchi. Magari nei libri si impara a rispettare gli altri.

Bruno è alle prese con le sue paranoie nei confronti del suo collega, il medico romagnolo che considera una spia della polizia politica messo a fianco a lui per incastrarlo.
Si diventa paranoici di questi tempi, si arriva persino a dubitare di chi ti sta a fianco. Perfino degli amici come Ricciardi, colpevole di far finta di niente di fronte a questo regime.

Non ti guardi attorno? La Germania invaso uno stato sovrano, senza motivo. Migliaia di persone, in quel paese e qui, sono cacciate dalle scuole dai posti di lavoro solo per il cognome che hanno. Il pazzo testa di vacca millanta di non voler entrare in guerra, ma continua a stanziare milioni per navi, aerei ed esercito, oltre a mandare truppe in Spagna a sostegno dei fascisti e a radicarsi in Africa, ammazzando i nativi come le mosche, e non dire di no perché si sa con certezza. Il senso, amico mio, e sempre lo stesso restare umani..

Dall’altra parte del mondo c’è una donna, si chiama Laura, ma questo non è il suo vero nome. È scappata qualche anno fa dall’Italia, per cercare di sfuggire ad un dolore, a quei due occhi verdi che non è ancora riuscita a dimenticare.
È sopravvissuta nel nuovo mondo cantando nei locali, la sera, cercando di imparare le canzoni di quella parte del mondo, come Caminito o come Soledad, la canzone scritta dal giornalista Alfredo Le Pera.

- Sai, senora, il tango cancion è più tuo che mio. Il tango tradizionale è una musica india, rabbiosa, una musica criolla; e le parole, insieme alla tristezza, la malinconia, sono arrivate dalla tua Europa. E da quelli che come te - e non dire di no perché ti conosco - hanno lasciato a casa un pezzo importante di sé. Le canzoni, i nostri tangos, sono il richiamo doloroso rivolto proprio a quel pezzo di sé rimasto in patria.

Fino a quando riuscirà a rimanere lontano dal suo mondo, questa donna?

E fino a quando si potrà far finta di vivere in tempi “normali”, a far finta che questo Natale, l’ultimo prima della guerra, sarà come gli altri?
Sono tempi di grandi contrasti, da una parte le parole della propaganda, le parate in divisa, anche con bambini, tutti in orbace, pronti a dare il sangue per la patria. Dall’altra la miseria, la fame, le malattie della povera gente.

L’annuncio della non belligeranza, per esempio. Tutti a tirare un sospiro di sollievo, tutti a pensare di essere fuori dalla mischia. Poi erano iniziati i razionamenti, e di lì la corsa all'accaparramento dei generi alimentari, gli acquisti al mercato nero. E c’era perfino chi premeva per rompere gli indugi e sedersi al tavolo della spartizione di territori da conquistare.
Da più di dieci anni era partita la follia dell'impero, e le conseguenze Modo le aveva sotto gli occhi: le sanzioni internazionali avevano prodotto povertà, denutrizioni, privazioni e morte. E nessuno lo ammetteva, nessuno si lamentava, quasi fosse un male necessario.

Un male necessario, inevitabile: la guerra, i morti, le macerie. E, poi, ancora, la pulizia della patria dalle razze inferiori, persone costrette ad abbandonare le loro case, il loro lavoro.
Qualcosa che arriverà a toccare anche Ricciardi, molto da vicino.

Che fare, in questi tempi? Andar via o rimanere? Cercare una nuova vita lontano, oppure cercare di fare come gli eroi, che di fronte al nemico, non scappano?

È la lezione di Maione di fronte ai suoi figli, l’esempio positivo che un padre può dare ai figli:

Perciò ricordate guagliù, si fa sempre in tempo a diventare eroi, basta non dimenticarsi la differenza con i vigliacchi e pensare a chi ci vuole bene, coi baci, con le carezze e pure con uno schiaffone, se ci vuole. E mò mangiamo e buon Natale a tutti.
Soledad è un romanzo che parla di solitudine, di un sentimento di amore malsano che sarà la causa del delitto, di egoismo e di voglia di vivere. Di paure e di speranze, di eroi e vigliacchi. Un dicembre che sa di amaro per Ricciardi e per molti italiani.

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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25 maggio 2023

Sorelle di Maurizio De Giovanni

 


Una storia di Sara

La seconda volta ricordò, e rimase immobile. La testa sopra il cuscino, appoggiata al lato sinistro del viso; la mano destra a coprire il seno, le dita che coprivano la base del collo; le gambe disallineate, il ginocchio di una sulla coscia dell’altra. Mantenne perfino il respiro regolare, non cedendo alla tentazione di renderlo più profondo per fare scena.
La prima volta era stata colta di sorpresa. Un gemito, un trasalimento, qualche parola pronunciata a fior di labbra, o almeno così le era sembrato di aver fatto. E allora ecco subito l’ago in vena, e di nuovo il buio.

Che cosa ci fa Teresa, “bionda”, rinchiusa e legata, in un posto abbandonato, tenuta in stato di semi incoscienza da un carceriere senza volto? E chi è Marco, questa persona che appare nei suoi sogni indotti chimicamente e che le dice, troppo sinceramente, di quanto sia fragile “sembri forte, e sei fragile. Sembri amara ma sei dolce…”.
Tutto è legato al finale del precedente romanzo della serie con Sara, “mora”, “Un volo per Sara” in cui lo strano gruppo investigativo composto da un disabile, un’anziana signora all’apparenza insignificante, una giovane madre e un ispettore a rimorchio di un bernese avevano fatto luce su un mistero nascosto dietro un incidente aereo. Una storia di ricatti, di un imprenditore al centro di troppi segreti e traffici compromettenti.
In quella indagine Sara, Andrea, Viola e Pardo aveva ricevuto un decisivo aiuto da Teresa, l’amica di una vita, collega dentro l’Unità speciale dei servizi dentro cui tutte e due avevano lavorato, un’unità periferica che negli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica si era occupata di monitorare personaggi sensibili per lo Stato, andando a intercettarne le conversazioni, captarne le voci, le espressioni, per cercare di carpirne i segreti. Questo era stato il compito di Sara, prima di abbandonare l’Unità per seguire gli ultimi mesi di vita del suo grande amore, Massimiliano, che era anche suo capo nell’unità e per cui aveva abbandonato un marito e il figlio.

Quell’aiuto non era passato inosservato da parte di tutto quel sottobosco dentro la parte grigia delle istituzioni, quel mondo a cavallo tra politica, interessi privati, interessi che non si possono confessare in pubblico, con la protezione di qualche pezzo dei servizi, deviati o meno, non di certo al servizio dell’interesse del paese.

«Dottore, non credo proprio di doverle ricordare di chi stiamo parlando, vero? I nostri amici, tutti, sono persone che non contemplano l’esistenza di problemi. Da molti anni, in alcuni casi da sempre, a loro le situazioni arrivano già risolte. Loro determinano le strategie, indicano i processi. Guardano lontano, a lungo termine. Siamo noi, lei, io e pochi altri, a dover fare in modo che ignorino l’esistenza di problemi.»

Ecco il rapimento. Ecco quel tenerla nascosta: chi l’ha fatta sparire ha organizzato le cose perbene, in modo che nessuno si ponga domande sull’assenza prolungata di Teresa Pandolfi, dirigente di quell’Unità dei servizi periferica (sopravvissuta dopo tanti anni, nonostante i tagli, nonostante i cambiamenti), impegnata in attività di osservazione, per poi riferire a Roma.
Ma Sara non è solo un’amica di Teresa: il loro rapporto è cresciuto, si è consolidato negli anni a fianco dentro l’Unità, ed era arrivato anche ad incrinarsi, quando le loro storie personali erano arrivate ad un punto di svolta.

E oggi Sara è preoccupata dell’assenza dell’amica, non è da lei sparire senza lasciare un messaggio: abituata a decifrare un’espressione, uno sguardo, un tono di voce, Sara comprende che c’è qualcosa che non va mettendo assieme tutti i puntini, fino all’epilogo della vicenda del “Bombardiere”: ne parla con Andrea Catapano, l’esperto di voci dentro l’Unità, con cui condivide i suoi timori

«Prendi subito questo contatto, Andrea. Ti prego. Appena saprai la risposta, ci riuniamo con Pardo e Viola; ci mettiamo in movimento. Perché se l’hanno fatta sparire ...»
Lui disse, piano:
«Dipende tutto dall’assicurazione. Se non ce l’ha, è già morta, lo sai».

L’assicurazione, già. Ovvero aver messo da parte dei documenti raccolti nel corso delle indagini, documenti con informazioni che, se divulgate, potrebbero creare problemi a qualche personalità influente, a qualche ex finanziere d’assalto che oggi fa parte del circolo ristretto che tira le fila della politica e degli affari. Un modo per sopravvivere usando quei ricatti, in un gioco pericoloso dove c’è gente disposta ad uccidere per quei ricatti, per quei documenti. Senza farsi troppi problemi, come fosse gramigna da estirpare se si vuole salvare il “raccolto”, basta un piccolo incidente, una rapina finita male, una macchina che sbanda e investe una persona mentre attraversa..

«Ai nostri tempi succedeva, ed è probabile succeda ancora, che da qualche parte si conservassero documenti compromettenti. Serviva proprio per non correre il rischio di essere epurati..»

Sara deve salvare Teresa, a tutti i costi, al costo di dover andare ancora una volta a scavare nel passato, nell’archivio segreto di Massimiliano, dentro la memoria di quelle indagini, non tutte finite sui giornali, anche a costo della sia incolumità. Perché Sara e Teresa, Mora e Bionda come venivano chiamate dentro l’Unità, non sono solo ex colleghe, amiche. Sono sorelle: si sono trovate nella vita e si sono scelte:

Noi due siamo diverse, io ti prenderei a calci almeno dieci volte al giorno, e siamo due colleghe che fanno uno strano mestiere, di quelli che non si possono raccontare in giro; ma siamo anche qualcos’altro. Siamo due sorelle che si sono scelte, che non si sono trovate per caso nello stesso posto e nella stessa famiglia.

Così diverse e così legate: tanto fragile all’apparenza, Sara, ma capace di abbandonare la sua famiglia per amore. Tanto dura all’esterno Teresa, quanto fragile dentro. Andando a ripescare avvenimenti del passato, scopriremo cosa è successo tanti anni prima, nel 1993, che ha causato la prima rottura tra le due “sorelle”, i primi sensi di colpa per una non aveva saputo fare le stesse scelte dell’altra, condannando Teresa ad un ergastolo di non amore.

Come nei capitoli precedenti della serie con Sara Morozzi, anche questo romanzo alterna pagine molto intime sulle due protagoniste, così diverse ma così legate, ciascuna costretta ad indossare la sua maschera, con pagine in cui l’autore ci fa intravedere quella zona grigia a metà tra criminalità e impresa, con imprenditori senza scrupoli, con la connivenza di una parte della politica, servizi più o meno deviati. Un potere segreto che non ha nomi ma solo titoli a volte anche grotteschi, come il giardiniere, il dottore, l’avvocato, l’eminenza, persone rispettabili implicate in business “sporchi” come per esempio quello dei rifiuti tossici.
Nonostante le apparenze, questo è un romanzo che lancia un messaggio politico che arriva alla fine della lettura: si parla del potere segreto e criminale, certo, un tema molto attuale, ma si parla anche di relazioni che vanno oltre la famiglia e le relazioni familiari.

La scheda del libro sul sito dell'editore Rizzoli e il pdf del primo capitolo.

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07 dicembre 2022

Caminito – un aprile del commissario Ricciardi, di Maurizio De Giovanni

 


Dall’altra parte del mondo c’era un caffè. Ci si arrivava in tram, uno di quelli verdi della Linéa Lacroze, e in effetti la carrozza sferragliante avrebbe potuto lasciare la donna a pochi metri dall’ingresso; eppure a lei piaceva percorrere l’ultimo tratto a piedi, ascoltando il rumore dei tacchi sul granito, il ritmo del proprio passo ad accompagnare i tanti pensieri in conflitto.

Preferiva camminare, anche quando l’aria era fredda e umida di pioggia come in quello strano, assurdo aprile dall’altra parte del mondo..

C’è una donna che, in un aprile freddo e ostile perché siamo nel sud del mondo, che sta andando verso un bar, dove dovrà interpretare un tango, una canzone che parla di un amore che non tornerà più e di un uomo che ripercorre quel suo “caminito”, quei passi che seguiva con la sua amata, per cercare di tenerne vivo il ricordo.

Tutto un altro aprile qui, anche nelle zone appestate dalle industrie che pure danno lavoro, che Dio le benedica per la fame che levano dagli occhi degli anziani, una fame che scava le guance alle donne, e invece qualcosa da mettere nella pentola almeno arriva perché gli stipendi degli operai girano ..
Dall’altra parte del mondo, a Napoli, un’altra persona deve affrontare il suo difficile aprile che ancora stenta a diventare primavera. Mese traditore aprile, bisogna stare attenti.
Cinque anni dopo “Il pianto dell’alba” ritorna il commissario Ricciardi in un nuovo romanzo dove troviamo assieme, in una alchimia perfetta, il racconto dei sentimenti che muovono le persone, l’amore e la fame, l’odio e la vendetta. Il racconto di un mondo che stava cambiando, anche a Napoli, per celebrare quel regime fascista che intendeva plasmare l’anima degli italiani, celebrare le festa dell’impero tornato sui colli di Roma.
Siamo nel 1939, i venti di guerra stanno già soffiando in Europa, in Italia le leggi razziali hanno iniziato a colpire le famiglie di religione ebraica, la polizia politica fascista coi suoi delatori spia, osserva, minaccia la vita di chi si permette di criticare il regime, acuendo quella sensazione di paura che grava sulle persone.
Lo stesso vale per Ricciardi, ora padre di una bella bambina Marta, che deve accudire da solo dopo la tragica morte di Enrica, che lo ha lasciato con quelle parole, “non dimenticarti di noi”.
E non l’ha dimenticata Enrica, come potrebbe dimenticarsi di quelle passeggiate assieme, il loro “caminito” lungo un sentiero di campagna e che ora per lui è solo un ricordo pieno di rimpianti

Quasi cinque anni e ancora ti piango, pensò. Ti piangerò anche quando saranno cinquanta.

Ma non è solo in realtà Ricciardi: c’è Nelide, che ha preso le redini della casa dalla tata Rosa, c’è l’amico brigadiere Maione, il dottor Modo fino alla contessa Bianca di Roccaspina, che lo aveva già aiutato nel passato.

Ricciardi è anche un poliziotto che vuole continuare a fare il suo dovere, arrestare i criminali a prescindere dal colore della camicia, cosa ancora più difficile in un regime dove, per decreto, si sono cancellati i ladri e gli assassini.
Ma i morti ci sono ancora, non solo quelli che Ricciardi vede per quella maledizione del “fatto”, cogliere gli ultimi istanti dei morti in modo tragico. Ci sono anche i morti veri, come quei due ragazzi trovati morti in un boschetto, dietro delle case a San Giovanni, vicino Portici. Un ragazzo e una ragazza, uccisi mentre facevano l’amore.
Come in tutti gli altri casi, Ricciardi osserva i due morti, senza nome non avendo documenti addosso, cercando di carpirne le ultime parole:

La giovane diceva: Aprile, aprile è ‘o mese, ‘e ccerase, perdonami..
Parole forse senza un senso, come spesso lo sono le ultime parole dei morti: le ciliege, il mese delle ciliege. Cosa voleva dire?
Molto più comprensibile l’ultimo pensiero del ragazzo, “ci sposiamo amore, ci sposiamo a Genova”. Da quest’ultima parola Ricciardi riesce ad intuire la sua identità, quella del giovane ufficiale di una nave, proveniente da Genova e che aveva attraccato al porto di Napoli, scomparso il giorno precedente.
È stato un delitto nato da una rapina? Oppure c’è un’altra ragione dietro il duplice omicidio: difficile muoversi senza sapere chi fosse la morta, alla cui identità Ricciardi e Maione arriveranno grazie agli occhi di una ragazzina che voleva scappare dalla miseria e da una famiglia arcaica, dove le donne sono solo buone per sgravare figli.
Ma attorno a questo delitto si apre un’altra strada che porta verso un’altra direzione, molto più pericolosa: su indicazione del dottor Modo, che si trova in una posizione sempre più rischiosa per il suo atteggiamento nei confronti del regime, che non fa nulla per nascondere, Ricciardi deve seguire una pista che lo porta ad incrociare quella di una sua vecchia conoscenza, un funzionario del regime, a capo della polizia politica, che aveva incontrato nel corso delle indagini per la morte della contessa Musso (
“Il posto di ognuno”).
Non è facile indagare dentro questo mondo, quello della polizia politica e delle tante squadracce a cui venivano affidati i compiti “sporchi”, consapevoli dell’impunità che veniva loro garantita dall’appartenere ad un regime.

Erano tempi assurdi; aveva assistito agli esiti di pestaggi sui quali gli era stato intimato di non indagare, alla fine di antiche amicizie, alla chiusura di floride attività dalla sera alla mattina, all’istituzione nelle scuole di classi speciali per bambini che fino a poco prima giocavano e ridevano assieme ai coetanei, senza differenze. Il brigadiere a volte si sentiva un vigliacco, ed era una sensazione orribile. Forse avrebbe dovuto alzare la voce, mettersi di traverso davanti a certi ordini incomprensibili. Un pestaggio era un pestaggio: non poteva essere il colore di una camicia a renderlo una giusta punizione, se non lo era. E il forte se la prendeva col debole soltanto perché era forte e l’altro debole era un’ingiustizia da combattere..

Mentre osserva questa città che sta cambiando volto, per i quartieri che venivano sventrati per essere ricostruiti secondo uno stile avulso dalla tradizione, Ricciardi cercherà di scoprire la vera causa del delitto, consapevole del rischio di essere preso e fatto sparire pure lui da qualche zelante funzionario del regime, con la paura di dover lasciar sola Marta, la bambina con quegli occhi occhi neri, come Enrica. Bambina di cui ancora non sa se ha ereditato la sua maledizione.

Il commissario dovrà cercare anche di proteggere il suo amico, il dottor Modo, arrivando perfino a mettere a rischio la loro amicizia.
Anche il brigadiere Maione avrà da sbrogliare un suo problema familiare, che rischia di incrinare quella serenità conquistata anno dopo anno, nonostante i tempi difficili, la morte dei figlio Luca e la scelta del secondo figlio, Giovanni, di diventare poliziotto come il padre.

E Bambinella? Che fine ha fatto il “femminiello” che in tante indagini aveva dato informazioni preziose a Maione e Ricciardi grazie a quella rete di conoscenze che copre tutta Napoli? Anche per lui, o lei, sono tempi difficili

In molti erano stati portati via, altri avevano mutato in fretta i propri costumi. Al di là della lotta contro l’omosessualità a fini morali, il regime cercava di migliorare l’immagine pubblica del paese, e la colorata, e estroversa, rumorosa presenza di quei personaggi così radicati nella tradizione non piaceva alle alte sfere..

Ancora una volta Bambinella darà quelle informazioni giuste, questa volta per aiutare Maione ad uscire da quel bel guaio in famiglia.

C’è un finale, quanto meno l’indagine sui due poveri ragazzi uccisi, ma il finale della storia è un arrivederci per il prossimo racconto col commissario Ricciardi, per tutte le promesse e i colpi di scena che l’autore ci lascia nelle ultime pagine di un romanzo dove troviamo dentro la passione e i sentimenti dei personaggi con la loro umanità, un’acuta osservazione dell’Italia fascista, le meschinità di un regime violento, la paura delle persone che venivano private da un giorno all’altro della loro dignità.

Un mondo che stava prendendo una china pericolosa:

.. la belva italiana e il suo compare tedesco hanno cominciato la gara a chi fa peggio, e tu non te ne sei accorto. Sulla fame della gente, sulle malattie e sullo sporco pensa di costruire il suo folle impero. Prima l’Africa, poi l’Albania [..]. Moriranno in tanti, in tantissimi: e tu e quelli come te vi alzate ogni mattina e continuate a fare il vostro piccolo lavoro, gli occhi a terra, senza capire che siamo già da tempo oltre il punto di non ritorno.

Quale sarà il "caminito" di Ricciardi e di quella persona dall'altra parte dell'oceano?

La scheda sul sito di Einaudi

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02 giugno 2022

Un volo per Sara, di Maurizio De Giovanni

 

Quando il motore di sinistra si spense il comandante Stefano Tomassi stava pensando a Maria. Non era un fatto da poco considerato che aveva ormai 57 anni e, come mormoravano i colleghi, nel suo turbolento passato aveva accumulato più relazioni che ore di volo. L'ambiente d'altronde era quello che era, e un pilota di linea di bell'aspetto, dallo sguardo da adorabile canaglia e la voce calda e suadente, risultava irresistibile.

Romanzo che fa da intermezzo, tra un prima e un dopo, con un finale che lascia in sospeso tante cose, in preparazione del prossimo romanzo della serie con Sara e la sua nuova famiglia.
Avevamo lasciato Sara Morozzi, ex agente di un’unità speciale dei servizi nata a cavallo tra prima e seconda repubblica col compito di seguire indagini particolari,  intercettando, osservando politici, imprenditori o anche potenziali minacce per lo stato. Usando anche le particolari capacità dei suoi membri nel leggere quei messaggi lanciati dal corpo, dal volto. Oppure di sentire i minimi fruscii, captare anche le parti
meno facilmente udibili da un orecchio normale.

Doti che ancora adesso accompagnano Sara e Andrea, la Mora e il “cieco”, due ex membri di questa unità oggi in pensione: sarà proprio quest’ultimo a scorgere, ascoltando un servizio del telegiornale su un incidente ad un aereo privato, una voce dal passato.

A un certo punto avvertì qualcosa che gli fece saltare un battito. Agguantò il telecomando. Stop, rewind. Play. Stop, rewind, play. Non poteva essere. Di nuovo stop. Rewind, play. Restò al buio, il sangue che gli martellava le tempie. Poteva mai essere? La memorie di cieco gli consentiva cose impensabili per gli altri, ma stavolta sembrava assurdo anche a lui. Si alzò, avanzò verso un enorme armadio, lo apri e percorse col dito quasi li vedesse i dorsi di plastica di migliaia di audiocassette...

Cosa è successo? Un areo privato è caduto, mentre era in volo, nel mar Tirreno: sull’areo viaggiava un imprenditore molto noto alle cronache, per le sue sparate contro la politica, nonostante i tanti agganci con uomini potenti in Italia. L’incidente, anche per la notorietà di questo personaggio diventa subito la notizia principale nelle notizie. Ma Andrea Catapano, che ha perso sì la vista, ma è stato capace di colmare questa lacuna con gli altri sensi, nel servizio del TG ha colto un’altra voce, di una donna che accompagnava l’imprenditore nel volto. Una voce che viene dal passato.
Una frase pronunciata da una donna: «No, grazie, la tengo con me». Parole di un uomo indistinte poi ancora «La porto con me in cabina, grazie» Tono più deciso.

Da dove arriva questa voce? Da una delle prime indagine fatte nel 1993 dall’Unità, dove Sara era una giovane agente di polizia, chiamata per le sue capacità di leggere i messaggi del corpo delle persone interessate da quelle indagini particolari. Dalle indagini sui mafiosi, sui terroristi, su agenti dei servizi stranieri, l’unità si era dovuta occupare, in quel passaggio tra prima e seconda repubblica, dopo la caduta del Muro di Berlino, si un nuovo filone

In quella primavera del 1993, tuttavia, le cose stavano cambiando in fretta. Le relazioni tra imprenditoria e politica erano diventate il fulcro dell'impegno di ogni procura, e pareva che una ragnatela fluorescente, fino ad allora invisibile, fosse comparsa la vista e avviluppasse il paese in una morsa. Tamburi aveva dovuto assegnare a quelle indagini la totalità degli addetti..

Quella voce era della segretaria di un imprenditore, “Bombardiere”, che aveva forti rapporti con politici e che l’unità aveva seguito e intercettato nei suoi incontri, molto riservati, anche troppo per l’importanza di questo personaggio aveva, almeno all’apparenza. Un’indagine che, secondo Sara, prometteva sviluppi interessanti e che purtroppo, per ordini superiori, aveva dovuto abbandonare.

L’indagine su Biancaneve, questo il nome in codice della segretaria, e Bombardiere “era come la prima canzone o la prima gita al mare o il primo viaggio in scooter per la gente normale”. E ora dopo tanti anni ritorna fuori: una coincidenza? Sara, la “mora” come veniva chiamata nell’unità, sa che le coincidenze non esistono o, almeno, nel loro lavoro sono molto rare. Cosa ci faceva quella donna su quel volo? Che legami aveva con Ribaudo? Cosa aveva fatto in tutti questi anni? E che fine aveva fatto Bombardiere?

Una nuova indagine, dunque, in cui Sara e Andrea coinvolgono l’ispettore Pardo e Viola, la madre del piccolo Massimiliano, suo nipote, che si chiama come il grande amore della vita di Sara, Massimiliano Tamburi, il capo dell’Unità, l’uomo per cui aveva abbandonato un marito e un figlio, Giorgio. Il ragazzo di Giulia.
Ma per portare avanti questa indagine, complicata e anche rischiosa, serve l’aiuto di un’altra persona: Teresa, la “Bionda” dell’unità, di cui ancora fa parte, nonostante i mezzi e anche il fine siano cambiati. A lei si rivolgono per avere quelle informazioni
riservate sull’incidente e sulle indagini della polizia a cui non avrebbero altrimenti accesso.
Perché l’Unità, anche nella sezione periferica di Napoli, esiste ancora: se da una parte la tecnologia ha dato una mano nella raccolta delle informazioni (e i social, con tutte le informazioni che lasciamo, fanno il resto), rendendo inutili oggi persone come Sara e Andrea, questa unità speciale si occupa ancora dello scavare nelle storie o gli scandali che coinvolgono politici, imprenditori vicini alla politica. Cercando di andare oltre il racconto di facciata che si fa solitamente, per non svelare i tanti altarini della classe dirigente di questo paese.


Teresa si rabbuiò. «Già, ma sei sole in realtà. Siamo soli tutti. Io tu Andrea. Siamo soli perché sappiamo quello che succede davvero, che non va sui giornali, nei sui libri di storia. Siamo gli unici ad aver assistito al backstage, mentre gli altri si sono goduti il film che hanno voluto fargli vedere. Siamo soli, Mora. A meno che non stiamo insieme. Quello è l'unico momento in cui non lo siamo. Perciò ti ho cercata.»

Quell’indagine diventa improvvisamente importante: per Sara, per chiudere quel vecchio caso abbandonato, per Andrea, per dimostrare di valere ancora qualcosa, nonostante la cecità, finalmente tornare operativo. E per Teresa, per sfogare la sua rabbia, per come la politica ha ridotto il suo lavoro, che non ha più il fine di cercare la verità.
Ma dovranno stare attenti: perché anche qualcun altro sta seguendo quel caso. Persone abituate a muoversi dentro la zona grigia delle istituzioni, capaci di sopravvivere a tutte le stagioni politiche, magari cambiando pelle, come l’iguana. Persone che devono la loro fortuna, la loro situazione di potere, alle relazioni che hanno costruito nel passato, consapevoli di come possa bastare poco, un’indagine su tangenti, uno scandalo pilotato, qualcuno che dopo anni decide di passare all’incasso per tutti i segreti di cui è a conoscenza e con cui può dare fastidio.

È la repubblica dei ricatti e dei segreti, che ogni tanto, anche nelle notizia di cronaca, fa capolino nella cronaca e i cui contorni si intuiscono in questo romanzo di De Giovanni.

La storia ambientata nell’oggi, con questa indagine pericolosa su segreti e ricatti, si alterna con le pagine del passato, nei tanti flashback in cui Mora rivive quei mesi del 1993. La scoperta di un sentimento nuovo, l’amore nei confronti del suo capo e, dall’altra parte, l’impossibilità di dover continuare a convivere con la sua vita di moglie e madre. Con chi parlarne di questo suo dolore? Con l’amica di allora, dentro l’Unità, Teresa la “Bionda”, stringendo un rapporto come tra sorelle, per tutta la vita

«Ascoltami bene moretta perché quello che dirò adesso è l'apertura di una parentesi all'interno della quale scriveremo la nostra intera vita. Tu e io staremo sempre insieme, qualsiasi cosa accada. Non sei sola. Ci sono io e ci sarò sempre, con tutti i difetti che ho e con tutti quelli che hai tu. E tu ci sarai per me se ne avrò bisogno. Siamo sorelle noi due, d'accordo? ».
L'abbracciò e la tenne stretta fin quando i singhiozzi si calmarono..

La scheda del libro sul sito dell'editore Rizzoli

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