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30 maggio 2018

Il problema del debito

Ho sempre sentito dire per mettere al riparo il nostro paese dalle fluttuazioni del mercato e dal nervosismo degli investitori (come in questi giorni) si deve ridurre il debito.
Ecco, pensavo a questo, mentre ascoltavo l'ex Presidente Renzi attaccare il duo Salvini Di Maio ritenendoli responsabili del rialzo dello spread.
Se lo spread a quota 300 è colpa della dabbenaggine di Lega e 5 stelle, parte di questa colpa sta anche chi in questi anni il debito non l'ha fatto scendere.

Ognuno deve prendersi le sue responsabilità: se lo spread dovesse risalire, per l'impossibilità di formare un governo (tecnico con Cottarelli o politico nuovamente con Lega e 5 Stelle) la colpa sarebbe anche del PD che sta giocando anche lui la sua mano a poker.

Di questo passo, se si continuano ad applicare in modo ottusamente burocratico queste regole, con queste politiche, con questi vincoli, non solo non abbasseremo mail debito, ma continueremo a peggiorare la nostra situazione economica: Francia e Germania non si fidano di noi (e certamente le proposte iniziali del contratto di governo sul debito da tagliare non avranno fatto loro piacere) e per questo hanno studiato regole più stringenti per le banche.
Milena Gabanelli sul corriere propone un altro modello di gestione del debito, che passa per una nuovo fondo salvastati, comune a tutti i paesi europei:


Un’assicurazione sul debito 
Nell’assoluto vuoto politico una proposta alternativa nasce da un gruppo di economisti italiani, fra cui Marcello Minenna (direttore Consob), Roberto Violi (direttore Bankitalia), Giovanni Dosi (professore ordinario all’università Sant’Anna di Pisa ) e Andrea Roventini (professore associato sempre a Pisa) supportati anche in sede Ocse (dal policy advisor del Tuac Ronald Janssen). L’idea è quella di togliere il debito dalle spalle degli Stati — non farne più di nuovo — e assicurarlo attraverso un vero Fondo Salvastati (quello attuale, l’Esm, è sotto lo scacco della Germania). Facciamo un esempio: quest’anno all’Italia scadono un miliardo di titoli di Stato? Quel miliardo va rifinanziato, e il Tesoro lo fa emettendo sul mercato titoli a tassi di interesse più bassi pagando una polizza al fondo, che assicura gli investitori dai rischi. Lo stesso fanno tutti gli Stati membri, man mano che il loro debito scade. Chiaramente la polizza italiana costerà di più di quella francese o tedesca, ma intanto ti levi un rischio, e tempo 10 anni, tutti i Paesi avranno tutto il debito assicurato. A quel punto, con un unico soggetto garante, il debito avrà un solo tasso di interesse uguale per tutti.

Vogliamo un'Europa più unita? Ecco, perché non provare questa strada?

11 settembre 2017

Bentornata informazione - la nuova stagione di Presa diretta e l'inchiesta sull'Isis

L'informazione (libera, indipendente, cane da guardia del potere) non va di moda oggi in Rai vedendo quello che sta succedendo all'ex direttrice di Report, Milena Gabanelli (costretta ad accettare la condirezione di Rainews, dopo averle promesso una dua testata).
La Rai dovrebbe essere la casa di tutti, oltre che di Fabio Fazio (passato su Rai1 mantenendo lo stesso ingaggio) o dell'artista Vespa: pare invece che non ci sia spazio per una delle giornaliste di inchiesta più professionali, che si sarebbe dovuta accontentare di un piccolo spazio. Invece, in linea con la sua professionalità, Milena Gabanelli si è autosospesa senza stipendio "Non metto la faccia su un prodotto che non firmo. Grave non ci sia piano-web".
Cosa faceva paura del suo progetto ai direttori e dirigenti Rai (ovvero, ai loro riferimenti politici, che li hanno nominati)?

Viviamo tempi difficili e dobbiamo così tenerci strette, finché rimarranno nei palinsesti, le due trasmissioni Presa diretta di Riccardo Iacona e Report di Sigfrido Ranucci.
Proprio oggi, riparte Presa diretta che lascerà poi il passo a Report ad ottobre, in una staffetta che si ripeterà da gennaio.



L'inchiesta di Iacona torna ad occuparsi dell'Isis, in un giorno che non è una data qualsiasi: oggi infatti è l'anniversario dell'attentato di Al Qaeda alle Torri Gemelle di New York
Attentato che ha dimostrato al mondo due cose: quanto fosse organizzata Al Qaeda, tanto da organizzare un attacco così spettacolare proprio nel cuore dell'America e quanto l'America avesse sottovalutato il rischio attentati sul loro territorio.

Nella scorsa stagione Presa diretta aveva mostrato, in anteprima, le immagine del fronte della guerra contro Daesh in Libia e in Iraq: una guerra portata avanti dai curdi e che ora vede l'esercito del califfato in ritirata.
Ma ad ogni sconfitta sul campo è quasi sempre seguito un attentato in Europa, da parte di  cellule composte da immigrati di seconda generazione, radicalizzati, che hanno portato la morte a Parigi, a Nizza, a Barcellona, a Londra, a Berlino.
Attentati che hanno avuto un duplice effetto: creare terrore nelle persone e influenzare la politica delle democrazie occidentali, poiché ad ogni attentato la popolarità dei leader dei partiti xenofobi aumentava:
Forse stanno perdendo la guerra in Iraq, ma qui in Europa stanno vincendo loro:
Le Pen guarda agli inglesi con la Brexit, con la scelta di indipendenza (ma solo per le regole, perché l'Inghilterra vuole rimanere nel mercato unico).Viva la Repubblica, viva la Francia …Le Pen rappresenta bene cosa sono i partiti populisti in Europa: come Salvini in italia e AFD in Germania. Ad ogni attentato aumenta il loro consenso.Un bel risultato per gli estremisti che vivono a Raqqa, che condizionano così la nostra politica.

Sono tante le domande a cui il servizio di Presa diretta cercherà di dare risposta: qual è il livello di rischio che corriamo qui in Italia? Assisteremo anche noi al nostro 11 settembre (cosa che nessuno si augura)?
L'allarme su possibili attentati è stato lanciato dai nostri servizi sei mesi fa (è di oggi la notizia di un furto di tre furgoni della DHL, che potrebbero essere usati come armi da attentatori).
"Il prossimo obiettivo è l'Italia": la minaccia dell'Isis arriva dopo la Spagna e la Russia e si legge sul canale di comunicazione usato dai jihadisti su Telegram. Lo riferisce l'organizzazione Usa Site che monitora l'attività del sedicente Stato islamico sul web.
Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è al lavoro a Palazzo Chigi. Secondo quanto si apprende, è in contatto con il ministro degli Esteri Alfano e con il ministro dell'Interno Minniti per seguire gli sviluppi degli attentati che hanno coinvolto i nostri connazionali e per le misure di prevenzione e sicurezza adottate e da adottare in Italia.
Molte inchieste su attentati che hanno colpito città europee hanno mostrato il passaggio in Italia di alcuni dei responsabili: l'attentatore di Berlino è vissuto in Italia  (per lo più in carcere) ed in Italia è rimasto ucciso, a Sesto, dopo un controllo da parte di una volante.
L'Italia come paese di passaggio, di migranti e anche di terroristi, un retroterra logistico che doveva rimanere tranquillo, anche questo si è detto per spiegare l'assenza di attentati (per fortuna) nel nostro paese.
Ma in realtà alcuni attentati che dovevano compiersi sul nostro territorio sono stati sventati a seguito delle indagini delle nostre forze dell'ordine.
Isis obiettivo Italia racconterà del livello di rischio, sia da parte di lupi solitari che da parte di terroristi reclutati sulla rete.
Cercherà di spiegare come funziona il meccanismo dell'autoradicalizzazione, chi sono i terroristi dell'Isis e cosa vogliono. 
Dall'anticipazione sul sito de l'Ansa
C'è poi il rischio radicalizzazione nelle carceri. "Abbiamo ricostruito la storia di Anis Amri, il giovane tunisino che ha trascorso anni nelle carceri italiane prima di compiere l'attentato del mercatino di Natale a Berlino - racconta Iacona -. Abbiamo intervistato i suoi genitori. E' la storia di una trasformazione di un uomo che beveva e andava a donne e poi è entrato all'Ucciardone ed è uscito soldato di Dio". La puntata continua con il viaggio all'interno dell'ultima frontiera della radicalizzazione: il reclutamento on line. Poi il racconto di un modello positivo, che guarda lontano e scommette sulla formazione, la conoscenza reciproca e l'integrazione: la Danimarca. Lì si fa prevenzione contro il radicalismo islamico e funziona. Infine il ricordo degli italiani vittime del terrorismo di matrice islamica, morti lontano dal loro paese. 
"Per difendersi - sostiene Iacona - occorre seguire le migliori prassi, quelle che vengono utilizzate nel Nord Europa ma anche in Italia, con un controllo del territorio esteso. Non dobbiamo però ripetere gli errori che hanno fatto i francesi, i belgi e i tedeschi sul tema dell'integrazione. Dobbiamo prevenire i conflitti, ma in un Paese che ha smesso anche di curare pure gli italiani è una battaglia difficile. E' una battaglia che non si vince solo con la polizia, si vince deradicalizzando quelli che alla fine sono nostri concittadini, questo è il punto. Serve il dialogo, altrimenti non se ne esce"



Come si muovono, come si mettono in contatto tra di loro e dove reclutano i kamikaze, come preparano gli attentati e dove potrebbero colpire.
Infine, la domanda più importante: come possiamo difenderci?

La scheda del servizio:
PRESADIRETTA riparte con un’inchiesta dedicata al terrorismo islamico entrando nel cuore delle indagini che hanno svelato le cellule dell’Isis pronte a colpire il nostro paese.L’Italia rischia davvero di essere il prossimo obiettivo? Quanto è al sicuro il nostro paese dagli attacchi dei gruppi organizzati o dei lupi solitari?Le telecamere di PresaDiretta sono andate a vedere cosa succede ai confini con il nostro paese, in Kosovo, dove le cellule di combattenti per la jihad si stanno moltiplicando. Proprio da lì infatti veniva la cellula di kosovari che preparava un attentato in Italia prima di essere scoperta dal nostro antiterrorismo. Attentato che nelle intenzioni, avrebbe dovuto essere il più sanguinoso possibile e di grande impatto mediatico, un attentato sul Ponte di Rialto, a Venezia.Il rischio radicalizzazione nelle carceri. Che i luoghi di detenzione potessero diventare una scuola per futuri terroristi islamici era da tempo uno dei grandi timori degli analisti. E la storia di Anis Amri, il giovane tunisino che ha trascorso anni nelle carceri italiane prima di compiere l’attentato del mercatino di Natale a Berlino, ce lo ha confermato.PresaDiretta ha ricostruito la sua storia tra l’Italia e la Tunisia, con interviste e documenti inediti.Un viaggio inquietante all’interno dell’ultima frontiera della radicalizzazione: il reclutamento on line.Il racconto di un modello positivo, che guarda lontano e scommette sulla formazione, la conoscenza reciproca  e l’integrazione: la Danimarca. Lì si fa prevenzione contro il radicalismo islamico e funziona.Infine il ricordo degli italiani vittime del terrorismo di matrice islamica, morti lontano dal loro paese. “ISIS OBIETTIVO ITALIA”, è  un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti, Marianna De Marzi, Roberta Ferrari, Massimiliano Torchia, Andrea Vignali.

02 luglio 2017

Il piano per una vera accoglienza

Stefano Feltri intervista la giornalista Milena Gabanelli sul tema dell'immigrazione (e dell'accoglienza): a Report avevano elaborato un piano di vera accoglienza, che creasse occupazione e che diminuisse le tensioni a livello locale per l'arrivo di profughi e immigrati.



“Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare un’umanità disperata e inconsapevole”. Milena Gabanelli oggi è vicedirettore dell’area digital della tv di Stato per il progetto web Rai24. Ma prima di lasciare il suo Report su Rai3 si è occupata molto di migranti. E la sua voce sul tema è molto ascoltata.
Milena Gabanelli, chiudere i porti è fattibile o è solo una minaccia per fare pressione sull’Ue?
 
Una soluzione andrà trovata, se le intenzioni di “non lasciare l’Italia sola” continuano a rimanere “intenzioni”, qualcosa di concreto andrà fatto. Ma forse sarebbe sufficiente se, da subito, qualche Ong straniera facesse un’azione dimostrativa. Medici senza frontiere potrebbe sbarcare migranti a Nizza o il Muos a Malta. Vediamo se il democratico Macron ha il coraggio di dire “qui non li portate”. 
Ma è realistico pensare di sbarcare i migranti salvati in mare sulle coste di altri Paesi: Malta, Spagna e Francia? 
La Convenzione di Amburgo obbliga a sbarcare nel primo porto sicuro: dovrebbe essere la Tunisia, che ha firmato quella convenzione, e anche Malta. Ma poiché il flusso è costante, e alcune navi sono dotate di infermeria, potrebbero arrivare anche in Spagna o a Nizza. Il ministro Minniti ha ragione quando dice “non si può disgiungere il momento del salvataggio da quello dell’accoglienza, e quest’ultimo non può essere un problema di un solo Paese”. 
Sulle Ong che idea si è fatta? Complici involontari dei trafficanti o riempiono un vuoto? 
Fino a quando le inchieste non saranno arrivate a conclusione non si può alimentare alcun sospetto. L’unico dato certo è che non ci sono mai state tante navi che si adoperano per il salvataggio e mentre nel 2015 i morti in mare sono stati 2800, nel 2016 siamo arrivati a 4300. Una considerazione andrà pur fatta. Più metti in opera possibilità di salvataggio e più i trafficanti portano in mare i migranti. 
I ricollocamenti non funzionano, l’Italia ha spostato solo settemila persone. Dobbiamo rassegnarci? 
No, la tenuta del sistema Italia si giocherà su questo. Siamo l’hub d’Europa, serve un progetto che non ci veda soccombere. 
Se identifichiamo persone che non hanno diritto di asilo, è impossibile spostarle in altri Paesi. Sono i “migranti economici”. Che fare? 
Al momento dello sbarco non c’è una identificazione, ma una autodichiarazione con fotosegnalamento e impronte digitali. Poi le persone vengono sparpagliate per i Comuni, molte spariscono. L’identificazione è più complessa e va organizzata a monte. Alla fine di questo processo chi non ha diritto a restare, deve essere accompagnato al Paese d’origine, che spesso però non lo riconosce come cittadino. Per questo occorre aver fatto prima accordi bilaterali. È complicato, ma non impossibile, se decidiamo di trasferire una delegazione a Bruxelles determinata a non venir via da lì senza aver raggiunto un impegno comune. 
Come si fa a trasformare questa emergenza in una opportunità?
L’opportunità è quella di decidere che il sistema accoglienza è un affare di Stato, e quindi si rimettono a posto i luoghi pubblici (dalle caserme ai resort sequestrati alla mafia, agli ex ospedali), e assumere personale qualificato, circa 28.000 persone: formatori, medici, psicologi. Un sistema di accoglienza dove le cooperative e le associazioni hanno un ruolo di supporto e non più di gestione. Il tempo di permanenza dei migranti in questi luoghi non deve superare i 6 mesi, trascorsi i quali chi ha diritto a restare, munito di curriculum, viene trasferito in piccoli gruppi nei Comuni e, per quote, nel resto dei Paesi membri. 
E quanto costerebbe? 
Il costo che in cinque mesi di lavoro io e la mia squadra, insieme a esperti del settore, abbiamo stimato, sarebbe di circa 2 miliardi per la messa in abitabilità, e 2,2 miliardi l’anno per gestione e personale. La ricaduta sarebbe una maggiore percezione di sicurezza, oltre a una maggior disponibilità dei Comuni a farsi carico dell’integrazione, poiché le persone che arrivano sui loro territori sono solo quelle con diritto all’asilo, hanno imparato la lingua, un mestiere e conoscono le regole. 
Perché le strutture italiane sono sempre al collasso anche se l’impennata di sbarchi era prevista? 
Perché manca una visione a monte e si spera sempre che un giorno o l’altro gli sbarchi diminuiscano. 
È realistico rimandare la soluzione a un controllo dei flussi, soprattutto in Libia, come ha detto il ministro Minniti? 
Minniti fa ciò che può. Si sta spendendo molto sul fronte libico e dobbiamo augurarci che ci riesca, perché non si può prescindere da un intervento là dove il problema ha origine. Ma saranno tempi lunghi. Intanto c’è un problema qui e Minniti non può fare tutto da solo.

29 novembre 2016

20 anni di Report (e altri cento)

Questa mattina quando sono uscito dalla fermata del metrò mi sono trovato di fronte la camionetta dell'esercito, parcheggiata sul marciapiede.
Con due soldati che imbracciavano un mitragliatore.
No, non mi sono sentito più sicuro, anzi.
I soldati nelle strade mi hanno fatto venire in mente le immagini di Palermo dopo gli attentati a Falcone e Borsellino.
Le immagini in bianco e nero dei posti di blocco dopo il sequestro Moto.

Altri tempi.
Riccorrere ai militari per funzioni di presidio di strade e piazze è una risposta sbagliata ad un problema reale di sicurezza, in cui si mescolano problemi concreti nella vita delle persone, con altri più legati alla percezione del reale.
Ci sono problemi che non si risolvono con l'esercito e con lo slogan strade sicure: la precarietà, le case occupate, la crisi, un sistema del welfare che non copre tutto.

E ci sono altri problemi, le gang giovanili, lo spaccio, la microcriminalità, per cui la presenza dei militari può avere un effetto dissuasivo.
Ma non possiamo avere dei militari in ogni strada, non possiamo avere una pattuglia ad ogni fermata del metrò.
Mentre possiamo pretendere che l'informazione non distorca la percezione di sicurezza di questo paese.
Dobbiamo pretendere che i nostri governanti si occupino della nostra sicurezza anche in termini di trasporto pubblico, di inquinamento dell'aria e dell'acqua, di tutele nel mondo del lavoro, di tutele in termini di sanità e welfare. I soldi per le scuole, per i bambini disabili, per i bambini di Taranto e non solo per le fritture di pesce.

Per questo dovremmo essere grati al lavoro di Milena Gabanelli e dei giornalisti di Report.
Ieri Milena Gabanelli lasciava la conduzione del suo programma dopo 20 anni, affidandola a quella del suo coautore Sigfrido Ranucci.
Se in questi anni siamo stati cittadini più consapevoli e meno vulnerabili alle promesse che ci hanno raccontato, lo dobbiamo a queste persone.
Ieri, per la cronaca (mentre nei bar ci si accusava su casta, risparmi e riforme), Report ha raccontato come sono andate a finire le inchieste su Anas, sugli investimenti in diamanti, sui gettoni della Rai e la zecca, il marchio Ferrari, sulle antenne abusive piazzate sopra una torretta a Verona (patrimonio dell'umanità, le torri non le antenne) e sul modello per gestire l'immigrazione.

02 gennaio 2014

La politica del noi faremo (il contro discorso di Milena Gabanelli)

Almeno abbiamo abbassato le tasse: quante volte l'hanno ripetuto in questi giorni i ministri di Letta?
La gente da noi aspetta i fatti, ripeteva davanti le telecamere del Tg3 Lupi.
La maggior parte degli italiani oggi scoprirà che dovrà pagare di più per i servizi, i pedaggi, le tasse per la casa. Per non parlare delle aziende in crisi e dei tavoli aperti al ministero dello sviluppo.

Forse, l'unico italiano (che non è nemmeno italiano) è Marchionne: il titolo Fiat vola dopo la notizia dell'accordo sull'acquisizione della Chrysler. Non solo il titolo vola, probabilmente anche l'azienda, volerà via dal paese. 

L'intervento-intervista di Milena Gabanelli sul corriere: "Tutto quello che non ha fatto la politica del noi faremo"
A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: «Faremo». Vorremmo un governo che a fine anno dica «abbiamo fatto» senza dover essere smentito. Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, «saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario». C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? «Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria». Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale?E poi la notizia numero uno: «Le tasse sono diminuite». Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima. Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi? Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: «Stanziati 16 miliardi». È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto: «Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!».Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze. A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere? È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore. Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente. Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile. Perché non alzare il tetto della «prestazione occasionale» fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: «Ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi». Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che «non c’è». Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo. Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che «noi ce l’abbiamo duro».Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome. Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto «terra dei fuochi», dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’.Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai. Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro. Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.

27 luglio 2010

Caro Veronesi

Il Prof. Veronesi ha poi espresso un’opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel. Parlare invece di nucleare come «l’alternativa più valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato d’Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto rispetto a quello italiano. Succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.

La risposta della giornalista di Report Milena Gabanelli, alla lettera di Umberto Veronesi al corriere sulle sue ragioni per il nucleare.

Sappiamo quale è la posizione del senatore PD. E le obiezioni fatte dalla Gabanelli (Report si è occupato del nucleare più volte). In attesa di una sollecita risposta dal senatore sono andato sul sito del partito per sapere quale è la posizione del PD.

Da una parte gli scienziati (tra cui Hack e Veronesi), Chicco Testa. I dubbi della Bonino e la risposta chiara di Bersani.
Speriamo che questa linea sia tenuta.