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29 aprile 2024

Report - il marmo di Carrara, i taxi del mare, le università telematiche

AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA di Bernardo Iovene

Aveva dato molto fastidio l’infelice (per essere buoni) uscita di un imprenditore del marmo a Carrara che aveva definito dei deficienti gli operai che si infortunano sul lavoro: sono imprenditori che fatturano molto, in un settore poco regolamentato dal punto di vista dell’impatto ambientale. E dove gli infortuni capitano ai lavoratori “che lavorano poco e guadagnano molto”.

Negli ultimi 26 anni ci sono stati 12mila infortuni nella provincia di Massa Carrara, che è molto sensibile sul tema sicurezza: la CGIL e la provincia sono scese in piazza a protestare contro le parole di questo imprenditore per dire che “non sono tutti deficienti”. Quei deficienti che fanno fare a questo signore profitti da 76 ml di euro (con un patrimonio da 113 ml per il signor Franchi), di fronte ad uno stipendio da 1500 euro, anche dopo anni di lavoro.

Le persone che hanno perso la vita per portare a casa un pezzo di pane non devono essere dimenticate”: queste le parole di una donna che ha perso un familiare in una cava.

Confindustria dimostra un certo imbarazzo, spiegano oggi che in effetti quello del cavatore è un lavoro difficile: Franchi alla fine ha chiesto scusa delle sue parole. Ora ci aspettiamo un maggiore rispetto per i lavoratori vivi e per l’ambiente.

Il servizio di Report sui centri per migranti in Albania

Il progetto di Meloni di portare in Albania i migranti fermati nei nostri mari sarà costoso, potrebbe essere a rischio se dovesse cambiare governo, non sarà un affare per l’Italia ma solo per l’Albania, a cui pagheremo anche il servizio di polizia.

In 5 anni verseremo circa 100ml di euro solo la sicurezza, in totale si arriverà ad un miliardo di costo per questo hotspot che dovrebbe alleggerire la situazione dei centri di accoglienza in Italia, ma solo sulla carta.

Rama non ha gradito il servizio, Report lo intervisterà per dagli modo di ribattere ai contenuti del servizio che, al momento, non sono stati confutati.

TAXI DEL MALE di Giorgio Mottola

Nel 2023 sono sbarcati in Italia 150 mila migranti, 4mila di loro sono morti nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, 23 di loro erano i bambini morti sulla spiaggia di Cutro il 26 febbraio 2023. Frontex aveva seguito il viaggio del barcone in diretta, la guardia costiera ha scelto di non intervenire in quanto l’evento non è stato classificato come salvataggio.

Dopo questa tragedia il governo Meloni si è riunito per dare una risposta: dare la caccia agli scafisti, su tutto il globo terracqueo, senza prendersi alcuna responsabilità, il governo e la guardia costiera.

Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagat
o fino a 6000 euro. Salman aveva 21 anni e non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove
devo andare, mi ha detto so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”. Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.

La storia di Salman è identica a quella di altre centinaia di immigrati in carcere con l’accusa di essere scafisti: Giuseppe Modica è un giudice che si occupa a Palermo di immigrazione, nei processi dove si è occupato lui non ha mai incontrato uno scafista che faceva parte dell’organizzazione. Erano persone costrette dalle organizzazioni, dai trafficanti armati a mettersi alla guida dei barconi: eppure oggi 1100 persone sono in carcere oggi con l’accusa di essere scafisti.

Dopo il decreto Cutro le pene sono pure aumentate: il minimo della pena in caso di naufragio è 20 anni, anche se si tratta di uno scafista costretto a mettersi a guidare una nave.

Gli scafisti sono costretti anche a pagare una multa, Salman dovrà pagare 6 ml di euro, pur essendo nullatenente. Tutto il paradosso della legge italiana sugli immigranti sta qui.

Carceri piene di scafisti senza responsabilità dei migranti, multe milionarie che non pagherà nessuno. E i trafficanti rimarranno in Libia a speculare sulla pelle dei disperati.

Nel 2016 venne arrestato un uomo considerato il maggior trafficante di esseri umani: pochi dubbi da parte della magistratura di Palermo, addirittura si riteneva essere in contatto con la mafia.
Ma il presunto trafficante era vittima di uno scambio di persona, il suo nome era simile a quello di un vero trafficante di origine eritrea.

L’avvocato difensore raccoglie le testimonianze di diversi migranti, contatta la moglie del vero trafficante, ma per anni la procura di Palermo è andata avanti con le accuse.
C’è voluto l’appello del processo per riconoscere l’innocenza dell’uomo arrestato, rimasto in carcere per 3 anni.

Il decreto Cutro rende stringenti le norme per poter rimanere nel nostro paese, rende più snello il processo per le espulsioni, ma questo è solo sulla carta, per una richiesta di asilo si arriva anche a due anni.

Nel frattempo si rendono più difficili le cose per le ONG, devono fare un solo soccorso, devono andare al porto indicato che non è il più vicino, insomma devono stare lontano dal mare.

Questa strategia politica risale al 2017, quando iniziò la teoria della complicità tra ONG e immigrazione clandestina. Nel 2017 parte l’inchiesta di Catania da parte del pm Zuccaro che, in una intervista affermava di avere dati su una complicità tra alcune ONG e le organizzazioni dei trafficanti: da qui parte la teoria dei taxi del mare, portata avanti da partiti di destra, dal M5S.

Partono inchiesta a Trapani, a Siracusa, a Catania e Agrigento sulle navi delle ONG che furono costrette a mettere da parte risorse per difendersi in tribunale. A distanza di 7 anni tutte le inchieste sono state chiuse in un nulla di fatto: ma per il clima politico che si è creato, molte delle ONG hanno abbandonato il Mediterraneo e così lo scorso anno abbiamo avuto un picco dei morti in mare.

Chi ha pagato questa teoria falsa sono stati gli ultimi del mondo, i migranti.

Il pm Zuccaro ha declinato l’intervista con Report, oggi non vuole più parlare delle inchieste sulle ONG, sulle evidenze dei contatti tra ong e trafficanti, di una strategia occulta per destabilizzare l’economia italiana.

Sono state parole che hanno pesato sulla credibilità delle ONG, criminalizzate, costrette a subire inchieste penali e provvedimenti amministrativi.

L’inchiesta sulla Juventa è partita dalle dichiarazioni di agenti di sicurezza privata che erano a bordo della nave: erano ex carabinieri e poliziotti congedati, poi andati a lavorare per una agenzia di sicurezza, mentre assistono ai salvataggi raccolgono il materiale secondo cui si proverebbe una condotta truuffaldina.

Uno di questi, intervistato da Report, racconta di aver contattato i servizi segreti (il numero l’ho trovato su internet) e poi di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto, le mappe delle ONG, registrazioni e le posizioni geografiche delle navi: come mai nessuno ha presentato denuncia? Come mai Salvini non ha mai presentato denuncia in procura?

Panza in uno di questi messaggi chiede agli agenti della sicurezza di ottenere una dichiarazione da parte di qualcuno delle ONG mentre ammetteva di arricchirsi con i migranti..

A tenere i contatti con l’
europarlamentare della Lega era una ragazza, anche lei dipendente della IMI: lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”.

Report ha mostrato le immagini di uno dei tanti talk andati in onda nel 2017-2018, dove Salvini ripete le parole che gli agenti della IMI gli hanno mandato via messaggio.

Gli agenti della IMI non hanno riscontrato alcun contatto tra le ONG e i trafficanti: ma nel 2018 presentano una denuncia, poi ritrattata.

In studio Ranucci racconta come le parole di Zuccato si siano basate sulle dichiarazioni dei servizi segreti che a loro volta nascono anche dalle dichiarazioni degli agenti della IMI.
Dopo sette anni si scopre che era tutto falso.

IL PEZZO DI CARTA di Luca Bertazzoni

Dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”.
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano,
l’universitàà telematica controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.

In Italia ci sono 11 università telematiche, un unicum in Europa, sono cresciute del 410% dal 2012: Unicusano è una di queste e rappresenta il cortocircuito tra politica e università private telematiche, Bandecchi ha finanziato quasi tutti, da Boschi (IV) alla Lega. Poi si è comprato un partito, è diventato sindaco e ambisce a diventare presidente del Consiglio.

La procura di Roma lo ha indagato per evasione fiscale: si sarebbe intascato le rette degli studenti che avrebbero dovute essere reinvestite, mentre coi soldi di Unicusano ha comprato la Ternana.

Il 24 agosto Terni ha approvato a maggioranza la proposta di Unicusano per la vigilanza privata: la maggioranza si è scontrata con i consiglieri di destra di FDI, che avevano chiesto di assumere nuovi vigili.
In aula si è arrivati allo scontro fisico tra Bandecchi e il consigliere Masselli: tutto in diretta video, cosa che gli è costata l’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale.

Ma il progetto per il servizio di vigilanza va avanti: a quanto racconta il servizio, pare che a Terni non ci siano veri problemi di microcriminalità (e nemmeno problemi di spaccio).

D’altronde i vigilantes in caso di problemi possono solo segnalare la cosa alla polizia o ai carabinieri: non è una iniziativa articolata, ma si tratta solo di un’azione di un privato.
I soldi ce li metto io – dice Bandecchi, che usa Terni per il suo show elettorale: i soldi non sono i suoi ma dell’università Unicusano, quasi 100ml di euro delle rette degli studenti (esentasse) sono stati dirottati per fini commerciali secondo l’accusa della finanza, ma con questa ricerca Bandecchi potrebbe essere riuscito a superare l’accusa.
“Per noi è stata utile questa scelta” si difende il sindaco Bandecchi di fronte a Report: l’esito di questo servizio di sorveglianza è anche analizzato dall’università stessa.

Alla fine si potrebbe scoprire che facendo girare delle volanti, la percezione della sicurezza migliora.

Il servizio di è poi occupato della convenzione tra lo stato e le università, anche quelle telematiche, per la formazione dei dipendenti pubblici.
La politica pagherà nei prossimi anni le università telematiche (nelle mani di politici, come Bandecchi o Angelucci) e a sua volta le università telematiche continueranno a finanziare la politica.

Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica?
Bandecchi presentò ricorso al TAR
(non avendo ottenuto risposte da Brunettta), ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla PA col governo Meloni ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza del TAR chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto alla richiesta di Unicusano, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

Le prime università telematiche ad aderire all’accordo sono quelle del gruppo Multiversity, oggi comprato da un fondo inglese.
Con questa agevolazione metà della retta è pagato dallo stato, si parla di milioni di euro dati alle telematiche, mentre le università pubbliche si lamentano di mancanza di fondi.

Si rischia di spostare studenti verso le università telematiche, cresciuti del 400% negli ultimi 10 anni: questo business sta attraendo anche fondi di investimento e per gestire il business Multiversity ha fatto entrare nel board ex politici o uomini delle istituzioni come De Gennaro, Violante e il giudice di Cassazione Salvi.
Anche l’attuale presidente del cNR sarebbe dovuta entrare nel board, ma ci sarebbe stata una situazione di conflitto di interesse perché il CNR ha assegnato dei bandi di ricerca proprio a Multiversity.

Violante ex magistrato e presidente della Camera, oggi nel board, spiega a Report di credere nel progetto di far laureare anche chi non può, mantenendo la stessa qualità degli atenei pubblici. Non importa se ci sia il profitto di un fondo inglese.
L’impressione è che Multiversity abbia puntato su ex politici proprio per facilitare i suoi rapporti con la politica, perché alla fine il fondo inglese è qui solo per profitto.

Alla fine i livelli di qualità sono pari alle università “normali”? No, perché in internet si trovano panieri con tutte le domande per passare gli esami, l’impressione è che per passare gli esami il processo sia molto più facilitato per gli studenti.
Alla fine se basta il pezzo di carta per una promozione, perché il dipendente pubblico non dovrebbe scegliere una università telematica dove nemmeno devi seguire le lezioni?

Adesso il figlio di Bossi non dovrebbe andare più in Albania per laurearsi.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali (soprattutto in termini di numero di professori, che per le telematiche sarebbero state un costo): era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”.

Nelle università tradizionali il rapporto tra studenti e professori è quasi 1 a 10, nelle telematiche si arriva ad 1 a 300, per avere la stessa qualità il rapporto dovrebbe scendere: secondo Bandecchi assumere gli insegnanti è inutile, perché si dovrebbe parlare con la lobby dei professori, perché con gli anni ci saranno sempre meno bambini e dunque meno studenti.

Ma secondo l’ANVUR, l’ente pubblico che controlla le università, ha rilevato delle irregolarità in quelle telematiche, ma le pecche sono poi compensate da altri fattori…

Una ex docente di Pegaso e Mercatorum ha raccontato a Bertazzoni di esami dove si faceva passare tutti, di materiale passato agli studenti, tesi di laurea copiate, l’andazzo era promuovere tutti, “non mi sono sentita una docente” racconta a Report.
La logica di profitto prevale, a quanto pare, perché non si devono insegnare le materie a studenti, fare conoscenza, ma si devono solo sfornare laureati.


Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”.

Assumere nuovi docenti sarebbe un salasso per le università telematiche – racconta Bandecchi che aggiunge anche che la politica potrebbe in aula proibire il finanziamento alla politica, per bloccare questo cortocircuito: perché l’emendamento della Lega (finanziata da una università telematica) avrebbe dovuto essere votato in commissione affari costituzionali presieduto da un deputato che è anche docente alla Pegaso (ma a titolo gratuito).

Francesco Polidori a metà anni 90 fonda il Cepu per aiutare gli studenti a preparare gli esami: da lezioni private è passato alle università private, che oggi fatturano anche 100 ml di euro l’anno.
Un bel businnes il suo con Cepu, E-campus e Link: ha finanziato la politica, prima Forza Italia di Berlusconi e poi la Lega di Salvini.

I docenti dellaholding Cepu venivano pagati 15 euro al giorno, con contratti co-co-pro: nonostante l’accreditamento ottenuto dalla ministra Moratti, le condizioni dei lavoratori Cepu sono peggiorate, arrivando ad una vertenza che è culminata nel 2021 col riconoscimento dei contributi, mai versati.
Polidori è finito indagato dalla GDF, per le irregolarità sui contributi ai dipendenti, sull’IVA non pagata, tutto denaro che veniva tenuto in cassa e poi fatto uscire per altre attività.
Si arriva a 170 ml di euro di omessi versamenti di imposte, nel 2021 Polidori è finito ai domiciliari,
indagato per bancarotta, autoriciclaggio: in 20 anni avrebbe eluso il fisco, ma il sistema va avanti ancora oggi, con società fatte fallire per non pagare tasse e contributi.

Com’è possibile che per 20 anni Polidori non abbia versato tasse, replicando lo stesso meccanismo più volte, facendo fallire le aziende che dovevano pagare delle tasse? Sono i soldi per pagare il welfare e le scuole.

I partiti che sono stati finanziati da questo imprenditore non hanno nulla da dire?

I GRANDI SAGGI Di Giulia Presutti

A controllare le emissioni sono le stesse aziende che emettono (e che inquinano): questo prevedono le norme attuali. Il ministro Pichetto Fratin ha deciso di cambiare le norme, affidandosi ad una commissione di saggi, non in conflitto di interesse e senza guadagnarci nulla.

I saggi dovranno scrivere i decreti legislativi, bypassando il Parlamento: in esso fanno parte ex politici ma anche imprenditori che si occupano di trattamento rifiuti.

Un avvocato che è legale di una azienda che ha smaltito pneumatici in un inceneritore, creando problemi di diossina ad Anagni (oggi l’azienda è a processo per disastro colposo).

Poi altri avvocati che hanno lavorato con Caltagirone, Snam, con Arcelor Mittal, con uno studio che è punto di riferimento di Eni.

Nessun ambientalista, perché l’impressione è che l’ambiente sia messo in secondo piano, per far prevalere l’interesse delle imprese di Oil & Gas, costruzioni..

28 aprile 2024

Anteprima inchieste di Report – le università telematiche, la caccia agli scafisti, le leggi sull’ambiente (e un aggiornamento sull’industria del marmo)

Il rapporto poco chiaro tra pubblico e privato (nelle università)

Report tornerà ad occuparsi del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, ancora al suo posto dopo le finte dimissioni dello scorso febbraio. Non è più presidente del consiglio di amministrazione della Università Telematica Nicolò Cusano, ma di fatto la situazione non è molto cambiata in quanto la proprietà a riconducibile a sue società.

Col risultato da arrivare a situazioni come quelle di cui si occuperà il servizio: dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano, controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.
Il cuore del servizio sarà però dedicato ad un altro punto: gli accordi tra la pubblica amministrazione e le università pubbliche e private per cui lo Stato, cioè noi, pagherà ai dipendenti pubblici il 50% dei costi per frequentare queste università, tra cui Unicusano. Dunque arriveremo ad una situazione in cui lo Stato finanzia enti privati come Unicusano che a sua volta finanziano la politica.
Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica? Bandecchi presentò ricorso al TAR, ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla pa ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali: era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”. Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”

La scheda del servizio: IL PEZZO DI CARTA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Nel 2021 l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta lancia il protocollo "Pa 110 e lode" che consente ai dipendenti pubblici di frequentare corsi di laurea a prezzi agevolati: il 50% è infatti a carico dello Stato. L’accordo, però, riguarda soltanto università pubbliche e private: le telematiche restano fuori. Stefano Bandecchi, fondatore di Unicusano, prima chiede di aderire, poi presenta ricorso al Tar: la sentenza stabilisce che la Funzione pubblica avrebbe dovuto rispondere, non obbligandola però alla stipula dell’accordo. Ma il nuovo ministro della P.A. Paolo Zangrillo ha subito esteso la convenzione anche alle telematiche del gruppo Multiversity, Pegaso, San Raffaele e Mercatorum. Lo Stato paga quindi il 50% della formazione dei propri dipendenti pubblici alle università private telematiche, che nel frattempo continuano a finanziare la politica.

La fine del teorema

Il GUP di Trapani ha messo, almeno per il momento, la parola fine a tutta la sceneggiata cominciata ormai sette anni fa, sui taxi del mare, ovvero l’accusa mossa alle ONG che opefavano nel Mediterraneo tra l’Italia e il nord Africa, per salvare le vite dei migranti.

Tutte le accuse di connivenza coi trafficanti di essere umani erano false: non aspettiamoci delle scuse né della nostra destra, quella dei blocchi navali, che su questa teoria ci ha fatto campagna elettorale. Niente scuse nemmeno da quella parte del m5s che pure aveva sposato la tesi dei taxi del mare e nemmeno dal PD stesso, che nell’era Minniti aveva siglato i famigerati accordi con la guardia costiera tunisina, il decalogo delle ONG e i decreti sicurezza che poi vennero ripresi da Salvini nel governo Conte I.

Ma questa sentenza non cambierà di molto la situazione dei migranti e, soprattutto, la politica italiana nei loro confronti: saranno sempre considerati l’origine di tutti i nostri mali, gli invasori, i criminali che arrivano in modo illegale per vivere alle nostre spalle.

Quanti politici hanno campato su questo teorema, falso come ha stabilito la magistratura?
Dopo il naufragio di Cutro, nella conferenza stampa (imbarazzante) la presidente Meloni aveva dichiarato la sua volontà di combattere gli scafisti su tutto il “globo terracqueo”: Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.


“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagati fino a 6000 euro. Salman non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove andare, so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare questo numero, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”.
Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.
E la coscienza di qualcuno più sporca. Ad averla la coscienza.

Ma come sono partite le inchieste sulle ONG: quella più importante è stata quella di Trapani, partita dalle denunce di agenti di sicurezza privata imbarcati sulle navi che hanno accusato le ONG di avere rapporti coi trafficanti. Uno di questi (della IMI Security Service) ha accettato l’intervista e racconta di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto e le posizioni geografiche: come mai nessuno ha presentato denuncia?
A tenere i contatti con la Lega era una ragazza, lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”

La scheda del servizio: TAXI DEL MALE

di Giorgio Mottola

Collaborazione Marco Bova, Greta Orsi

Un anno fa Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo. Dai dati emerge però in modo sempre più evidente che le persone arrestate perché alla guida dei barconi non hanno alcun collegamento con le organizzazioni criminali che organizzano la tratta. Come emerge dalle interviste ai protagonisti, i presunti scafisti sono quasi tutti soggetti costretti a guidare le imbarcazioni o con le minacce o per pagarsi il viaggio. Il decreto Cutro finora non ha dato frutti importanti ma nel frattempo continuano gli attacchi contro le ong che salvano vite in mare. Eppure, nonostante le accuse della politica, nell’arco di sette anni dalle prime inchieste giudiziarie, non è mai stato provato in sede giudiziaria alcun collegamento tra organizzazioni non governative e trafficanti. Documenti esclusivi provano invece come alcuni esponenti di primo piano del governo abbiano sfruttato a proprio vantaggio i depistaggi sulle ong alla base di alcune inchieste giudiziarie.

I privilegi dell’industria del marmo

Bernardo Iovene torna sulle alpi Apuane dopo il servizio di settimana scorsa sull’industria di estrazione del pregiato marmo di Carrara: aziende che guadagnano molto, non pagano le concessioni al pubblico per il loro lavoro (appellandosi ad un editto del 1751!), inquinano l’ambiente e che, come capitato ad uno di loro, di fronte agli incidenti che capitano ai loro dipendenti, se ne escono con frasi infelici, “si fanno male è perché sono deficienti”. Se ci sono stati degli incidenti è colpa degli operai (un’accusa che si sente anche in altri contesti).

Questo ha causato una forte reazione da parte dei sindacati oltre ad una interrogazione parlamentare sulla situazione nel distretto del marmo.

La scheda del servizio: AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Nella puntata del 21 aprile le affermazioni dell’imprenditore Alberto Franchi sul fatto che se un lavoratore si infortuna in cava è deficiente e che la causa dei morti sul lavoro degli ultimi dieci anni è solo colpa degli stessi lavoratori, hanno creato stupore e indignazione. In tutta la provincia di Massa Carrara c’è stata subito una mobilitazione dei sindacati, delle istituzioni e dei lavoratori, che hanno ritenuto offensive e arroganti le dichiarazioni di Franchi. Già martedì si sono riuniti in un'affollatissima assemblea fuori e dentro al municipio di Carrara e mercoledì hanno dichiarato uno sciopero dal lavoro e indetto una manifestazione molto partecipata. Alberto Franchi in una nota inviata al quotidiano la Nazione, ha chiesto scusa ai lavoratori del marmo e alla cittadinanza ritenendo le sue stesse parole inappropriate e si è detto dispiaciuto che le sue parole siano state percepite come un tentativo di scaricare la responsabilità della sicurezza sui dipendenti. Ma ormai lo tsunami, come lo ha definito lo stesso Quotidiano Nazionale, è partito e Carrara in questa settimana è in pieno subbuglio, tra assemblee, sciopero, manifestazioni e indignazione delle famiglie che hanno subìto dei lutti nelle cave di marmo. C’è stata anche un’interrogazione, firmata da 12 parlamentari, con cui si chiede conto al ministro del lavoro di prendere iniziative per garantire nelle cave di Carrara sia la sicurezza per gli operatori che il contenimento dell’inquinamento denunciato nel servizio di Report. E infine si sollecita a intervenire perché i materiali da estrazione siano finalmente considerati patrimonio indisponibile dei comuni e messi a gara.

La Repubblica che (non) tutela l’ambiente

Sta scritto nella Costituzione, all’articolo 9: [la Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Ma in che modo la repubblica italiana tutela paesaggio, ambiente, risorse come i beni comuni? Report si occuperà della commissione istituita dal governo Meloni che deve riformare il codice dell’ambiente.

Dovrà occuparsi delle bonifiche di aree di interesse nazionale come quella a Falconara dove sorgeva un’industria chimica e una raffineria di greggio che, negli anni, è stata protagonista di vasti incendi. Nell’aprile 2018 il tetto di una cisterna si inclinò causando la fuoriuscita di esalazioni di gas idrocarburi: come si vive attorno a questo sito? Carlo Brecciaroli è membro dell’associazione Ondaverde, a Report ha raccontato che quel giorno portarono i figli a casa dalla scuola perché è pericoloso, molti ancora oggi prima di aprire le finestre controllano la direzione del vento, perché spesso si trovano la casa ammorbata.

Per i miasmi del 2018 i cittadini di Falconara hanno presentato più di mille denunce e sono riusciti a portare davanti al giudice la proprietà dello stabilimento: la giustizia diventa l’unica arma per i cittadini perché nessun altro nelle istituzioni li ha ascoltati “e non ci può essere rassegnazione”.
La procura di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio di 19 indagati, fra le ipotesi di reati l’ipotesi di disastro ambientale e lesioni personali a carico di numerosi cittadini. Secondo i magistrati l’azienda avrebbe agito in quel modo per non compromettere l’attività produttiva risparmiando sui costi della manutenzione. Perché, come spiega l’avvocata di parte civile Monia Mancini, il meccanismo dei controlli è basato sull’auto controllo, sono le aziende che si autocontrollano, controllando le emissioni in acqua o in aria, la corretta manutenzione degli impianti e trasmetto gli esiti alle autorità terze di controllo.
La commissione dei grandi saggi dovrà lavorare su queste leggi, sui meccanismi di controllo, sui limiti e sui regolamenti a cui le aziende dovranno assoggettarsi. Ma da chi è composta questa commissione?

La scheda del servizio: I GRANDI SAGGI

Di Giulia Presutti

Con un decreto firmato il 7 novembre scorso, i ministri Gilberto Pichetto Fratin ed Elisabetta Alberti Casellati hanno nominato una commissione interministeriale per la riforma del Codice dell'ambiente. I cinquanta esperti si occuperanno di modificare e aggiornare il decreto legislativo che contiene tutta la normativa in materia di tutela dell'ambiente. I tempi sono serrati: lo schema di legge delega dovrà essere pronto entro settembre 2024. Fra i membri della Commissione, ci sono i rappresentanti di aziende che si occupano di costruzioni e anche di smaltimento rifiuti. Non mancano poi giuristi e illustri avvocati: Teodora Marocco è stata legale di SNAM, Elisabetta Gardini ha ricevuto il premio "Top Legal" nel 2019 per il lavoro fatto con Arcelor Mittal nell'acquisizione del gruppo ILVA, Pasquale Frisina è stato in passato avvocato del gruppo Caltagirone. Con una commissione così composta, quale direzione prenderà la normativa sulle autorizzazioni e sui controlli ai quali sono sottoposte le aziende? Insieme ai giuristi, in commissione c'è poi Vincenzo Pepe, fondatore dell'associazione Fare Ambiente e presidente, oggi onorario, della Fondazione Giambattista Vico. Nel 2020 la Guardia di Finanza di Salerno ha sottoposto la Fondazione e i suoi rappresentanti a un sequestro preventivo di un milione e ottocentomila euro. Pepe è a processo davanti al Tribunale di Vallo Della Lucania per evasione fiscale e truffa aggravata ai danni dello stato. Quali requisiti sono stati presi in considerazione nella scelta dei membri della Commissione? E i Ministri dell'Ambiente e delle Riforme hanno chiesto una verifica sui procedimenti giudiziari in corso?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 settembre 2023

Presadiretta – Approdo Italia

La puntata dedicata ai fenomeni migratori è cominciata con le parole di Mattarella: nel suo studio c’è un disegno, una vignetta di Makkox con un ragazzo immigrato morto nel tentativo di arrivare qui, che aveva cucito nella fodera la sua pagella. Il suo sogno era una vita migliore, la speranza di una vita migliore.

Presadiretta racconterà questa speranza dalla tolda di una nave che salva vita umane: la GeoBarents, adattata da Medici senza Frontiere per fare operazioni di salvataggio nel Mediterraneo.

In alto mare

La squadra di Medici senza Frontiere è composta da un tema vario, persone dedicate al salvataggio, medici, mediatori culturali, psicologi: nel 2022 hanno salvato il 12% delle persone, nel 2023 i soccorsi sono diminuiti per causa delle leggi del governo Meloni.
Il giornalista di Presadiretta è stato addestrato per salire su un gommone della squadra di soccorso: tutte le persone devono sapere cosa fare nel mare, quando incontrano un barcone con dentro persone in difficoltà, donne incinta, bambini.
In zona SAR libica opera solo la GeoBarents, le altre navi sono state sequestrate per aver violato le leggi italiane: un aereo della Sea Watch ha individuato un barcone con migranti, ma l’autorizzazione ad intervenire non arriva, perché nella zona è già intervenuta la guardia costiera libica. I libici si riprendono a bordo i migranti, tutti i loro beni sono lasciati sul barcone e dati alle fiamme: le telecamere della Sea Watch hanno ripreso un respingimento di migranti, persone che sono riportate in Libia per finire nuovamente nei lager. Tutto finanziato dalle tasse degli italiani, un atto illegale che viola la convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Arriva poi una seconda richiesta di soccorso: il gommone viene calato in mare e si muove verso l’ultima posizione conosciuta del barcone dei migranti, finché non li ritrova.
I migranti sono su un battello non attrezzato per attraversare il mare, ci sono solo uomini che vengono fatti salire sul gommone, sono 20 persone che vengono poi fatti salire sulla GeoBarents, il primo luogo sicuro dopo giorni di navigazione.

I medici visitano queste persone, viene distribuito un kit con cibo e vestiario, viene loro data la possibilità di fare una doccia: sono persone partite da Bengasi tre giorni prima, ma il loro viaggio è partito dal Bangladesh. Molti sono stati arrestati in Libia, hanno pagato l’esercito per uscire, un intermediario si è fatto pagare migliaia di dollari per arrivare in Italia.

La guardia costiere da come porto assegnato Ancona, 600 miglia nautiche, tre giorni di mare: significa poter salvare meno persone, significa che qualcuno dei migranti non riuscirà ad attraversare il mare.
Sulla banchina del porto sono presenti le forze dell’ordine, la croce rossa, i pompieri:
i migranti salvati dovranno ora attraversare nuove sfide per raggiungere la loro speranza di una vita migliore.

Come mai nonostante il decreto Cutro, il decreto Piantedosi siamo arrivati a 116 migranti sbarcati sulle nostre coste?
Non è Ancona il porto più lontano, per le ONG, c’è anche il porto di La Spezia tra quelli indicati dalla Guardia Costiera: qui i migranti sono accolti da strutture allestite all’ultimo momento da volontari. LA volontà dell’amministrazione è di non spendere soldi per le strutture di accoglienza, visto che non sono predisposte per questo – questo dice il sindaco.
Meglio farli sbarcare nei porti del sud, dunque?
Le ONG sono costretti a fare viaggi più lunghi e questo comporta un costo economico per loro, oltre il costo umanitario per i migranti: molti giuristi considerano questa pratica ai limiti della legge, ma basta il solo buon senso per comprendere la disumanità del decreto Piantedosi.
Quest’ultimo prevede anche fermi amministrativi per violazioni delle leggi: le navi rimangono ferme per giorni, senza poter effettuare salvataggi.
Come la Louiss Michel, finanziata dall’artista Banksy, colpevole di aver fatto salvataggi multipli: quattro barchini salvati, tutti indicati dall’aereo di Frontex, con anche bambini.
Tutti i comandanti delle navi hanno l’obbligo di salvare le persone, questa è la legge del mare: ma il codice di comportamento ha come obiettivo di svuotare il Mediterraneo dal pattugliamento delle Ong. Nessuno deve vedere i migranti, nessuno deve salvarli, nessuno deve registrare i respingimenti della guardia costiera libica.
C’è un buco in mare, perché la Libia nella sua zona di responsabilità non è in grado di gestire i salvataggi.

Una volta era Lampedusa il porto dove si concentravano le ONG: ancora oggi sull’isola continuano a sbarcare uomini, donne e bambini, caricati dai militari verso gli hotspot sull’isola.
Qui dovrebbero stare pochi giorni, ma alla fine qui le persone sono ammassate, la struttura non è adatta per ospitare persone in difficoltà.
I migranti sono trattati come detenuti, solo i volontari delle ONG possono avvicinarli: a Presadiretta questi ragazzi spiegano che queste persone muoiono perché non possono fare un viaggio sicuro.

In studio era presente Matteo Villa dell’ISPI: le ONG, racconta a Iacona, non attraggono i migranti, le persone non partano perché ci sono le navi in mare (come ha sostenuto per anni la destra). I dati raccolti dicono che le persone partono anche senza le navi, tutto dipende dal mare, dalle condizioni del tempo, chi parte dalla Libia ha alle spalle un viaggio stremante, ha attraversato il deserto, non si fa fermare dalla presenza o meno delle navi di soccorso.

Il servizio dalla Tunisia

La Tunisia è il paese da cui arrivano la maggior parte dei migranti: come i migranti partiti da un villaggio vicino Sfax, di cui però non si sa niente oggi. Scomparsi in mare.
Erano partiti per scappare dalla miseria e sono spariti: hanno pagato 1600 euro a testa questi ragazzi, erano compagni di scuola, nel villaggio stanno cercando disperatamente loro notizie.
Lhazar era un ragazzo partito dalla Tunisia nel 2019: il suo corpo non è mai stato ritrovato, la madre che era andata a cercarlo in Sicilia, ha visto il corpo da una ripresa televisiva.
Come mai gli europei per venire in Tunisia non devono presentare documenti mentre l’Europa respinge i visti dei tunisini? - questo si chiede oggi la madre – La Tunisia sta mandando i propri figli a morire.

I governi stranieri, tra cui l’Italia, hanno regalato motovedette per pattugliare il mare, ovvero per respingere i migranti, tenerli lontani dalle nostre coste: da gennaio ad agosto sono morti in mare 2300 migranti che cercavano dalla Tunisia di arrivare in Europa, ma sono numeri sottostimati, molti barchini, costruiti in fretta e furia, sono affondati senza che nessuno se ne sia accorto.

Il sud del paese è diventato un enorme cimitero: a Zarzis un pescatore ha seppellito i migranti morti sulla spiaggia, sulle lapidi c’è scritto solo sesso e data del ritrovamento.

Tunisia al collasso

Questa emigrazione sta spopolando le città della Tunisia: se ne vanno soprattutto giovani dal paese, col rischio che il paese perda le forze migliori.
Zarzis è una di queste città povere che sta perdendo i suoi giovani. Più a sud ci sono paese che campano di mercato nero, mercato di merce illegale, unica fonte di reddito.
Qui, nel sud del paese, c’è la Tunisia più povera: le persone fanno fatica a fare la spesa, i beni primari sono rincarati, il pesce è diventato un bene di lusso.

La Tunisia sta attraversando una crisi spaventosa che tocca quasi tutte le classi sociali – racconta alla trasmissione l’economista Layla Rihai, il paese ha un enorme problema di debito, solo per le sovvenzioni sui beni di prima necessità lo Stato spende 2 miliardi di euro, il 6% del PIL.
Questa economista fa parte della Piattaforma delle alternative, ha studiato l’economia del suo paese per cercare soluzioni per la crisi: una di queste è alzare i salari, il salario medio in Tunisia è di circa 432 dinari, circa 135 euro e la moneta del paese ha raggiunto una svalutazione forte nei confronti delle monete forti e a pagare di più sono ovviamente i giovani e le donne che vivono questa depressione economica sulla loro pelle e non hanno più speranza.

Il debito pubblico ha superato i 36 miliardi di dollari e la crescita non è salita a valori pre pandemia, tutti i settori economici sono in crisi.
La rivoluzione del 2011 aveva cacciato Ben Alì, l’onda di proteste si era allargata in tutto il nord Africa e in Oriente.
Ma oggi tutte le vittorie sono state perse dalle riforme del nuovo presidente Saied: il governo arresta giornalisti che fanno servizi critici contro la politica del paese.
Si usano le leggi contro il terrorismo (e le leggi contro la fake news) per bloccare i giornalisti liberi e critici: se critici il governo rischi il carcere.

Servirebbe una nuova rivoluzione, ma l’Europa ha trattato col presidente Saied senza preoccuparsi delle violazioni dei diritti in questo paese: pur di contenere il flusso dei migranti l’Europa e l’Italia hanno firmato un partenariato con la Tunisia, dando loro milioni di euro di crediti.
L’Europa non dovrebbe tratta con un uomo autoritario, che ha aizzato il popolo tunisino contro i migranti, che parla di sostituzione etnica come un Hitler qualsiasi. Nella città di Sfax hanno abbandonato i migranti nel deserto al confine con la Libia: la foto della madre morta accanto alla figlia ha fatto il giro del mondo, ma senza suscitare reazioni nelle coscienze del governo italiano (e nei vertici europei).

I ragazzi in Tunisia cercano solo di andar via dal paese, anche a costo della loro vita.

Complimenti ad Elena Stramentinoli per il servizio.

La crisi economica ha un ruolo fondamentale dietro queste migrazioni – ha commentato Matteo Villa: le persone non hanno soldi per vivere, a questo si aggiungono anche le parole del presidente Sayed, sulle persone che arrivano dalle aree sub-sahariane e che ora stanno andandosene via perché lì non possono stare.
Oggi, nonostante gli accordi firmati 8 settimane fa, il numero di sbarchi dalla Tunisia è in crescita: in realtà Sayed non ha alcuna forza in alcune zone del paese, dove il business dei migranti con le barche di ferro è l’unica forma di reddito.

Maria Grazia Fiorani, giornalista del TG3, ha raccontato il disastro causato dal terremoto in Marocco: Marrakech sta cercando di rialzarsi, ma sull’altipiano dell’Atlante ci sono villaggi completamente distrutti, sbriciolati dalle scosse dove le persone vivono per strada da tre giorni e non vogliono abbandonare questi posti, perché qui è dove sono vissuti da generazioni.
Ci sono villaggi ancora non raggiunti dai soccorsi, per questo molte persone sono scese dalle montagne per protestare: questo è stato il terremoto dei poveri – si è detto – perché sono state le persone più deboli quelle che hanno pagato il prezzo più alto.

L’Europa non ha una politica migratoria comune e dopo questi anni non si è andati oltre l’accordo di Dublino: la distribuzione dei migranti, a prescindere dalle leggi, avviene comunque, perché i migranti dall’Italia passano e se ne vanno al nord.
Questo governo ha approvato un decreto flussi per la prima volta che guardava al futuro e che vale per 500mila persone.

Il sindaco di Prati, del PD, è responsabile dei migranti per l’Anci: a Presadiretta racconta che l’immigrazione sta causando grandi problemi ai sindaci di tutta Italia.
Il problema è del governo, non può il governo scaricare i problemi sui sindaci: le prefetture chiamano i sindaci e dicono, o trovare spazio oppure creiamo una tendostruttura, racconta il sindaco di Noventa Padovana.

LA protesta dei sindaci è così forte per cui molti sindaci si rifiutano di realizzare strutture per migranti: lo dice il sindaco di Gorizia, porta di ingresso in Italia della rotta balcanica, qui non hanno più posto per i migranti.

Anche Trieste è al collasso, nella stazione sono accampati molti migranti fermi qui da mesi: sono tutti richiedenti asilo abbandonati qui da mesi e che dovrebbero essere inseriti nella rete di accoglienza.
A Trieste ci sono solo volontari che gestiscono queste persone: in assenza dello Stato, i migranti vivono in strutture abbandonate, dormono per terra.

Arrivano dal Pakistan e Afghanistan, chiedono un posto dove stare, del cibo: ma il sindaco di Trieste non ne vuole sentir parlare di “accoglienza diffusa”, meglio pochi hotspot ben strutturati, facendo anche il paragone agghiacciante col termovalorizzatore.

Il governo continua a mandare migranti nelle città dove sono presenti migranti: non solo il decreto Cutro ha tagliato alcune garanzie come la protezione speciale, trasformando migranti che erano già qui in clandestini. Se non riesci a dimostrare che la tua malattia, che ti impedisce di lavorare, non può essere curata nel paese d’origine, diventi irregolare: questo dice il decreto Cutro, fabbrica di clandestini, di schiavi, di persone che privati dei loro diritti vanno alla mercé della delinquenza.

Le rimesse dei migranti dal Senegal – rimesse per la vita

I migranti che lavorano da noi con le loro rimesse tengono in piedi l’economia dei loro paesi di provenienza: funzionano più le rimesse che i grandi e pompati progetti di cooperazione.

Presadiretta ha raccontato le storie dei ragazzi arrivati qui dal Senegal, come Ibrahima, che vive a Pisa da più di venti anni, lavora in una officina per bici. Oggi è regolarizzato, ma per anni ha fatto di tutto, anche il venditore ambulante: tutta la sua famiglia vive in Senegal in una casa costruita coi suoi risparmi, manda ogni mese 400 euro almeno.

Le famiglie vivono con le rimesse dall’Italia, da 300 a 500 euro ogni mese: sono 200 mila i senegalesi in Italia, l’anno scorso hanno inviato ai parenti in Senegal 438 milioni di euro dei loro risparmi, in media 4mila euro l’anno, tre volte lo stipendio medio annuale del Senegal.
Il valore delle rimesse verso l’Africa bilancia il flusso inverso, delle persone che dall’Africa arrivano in Europa: i risparmi dei migranti battono gli aiuti per lo sviluppo da 3 a 1, ben più importanti dell’elemosina che i paesi civili fanno ai paesi africani.

Grazie a queste rimesse, grazie agli aiuti inviati dai migranti come Ibrahima, si costruiscono ospedali con tutte le attrezzature necessarie, con ambulanze, defibrillatori, medicinali, coi soldi si realizzano progetti come quelli della raccolta rifiuti, la distribuzione dell’acqua nelle strade dei villaggi. Sono progetti che nascono, posti di lavoro che si creano. Benessere. Tutto grazie alle rimesse e allo spirito imprenditoriale dei migranti.

Questo spiega i tassi di crescita del Senegal, rispetto ad altri paesi: giusto per dare i numeri, l’anno scorso le rimesse degli emigrati segenalesi che lavorano all’estero sono arrivate alla cifra record di 2,71 miliardi di dollari, quasi il 10% del pil dell’intero Senegal. A livello globale sono 800 miliardi di dollari le rimesse che gli immigrati inviano nei propri Paesi, il triplo di quanto si spende in aiuti allo sviluppo.

Anteprima Presadiretta – Approdo Italia

 

La gestione dei migranti, l’emergenza dei migranti, l’allarme sbarchi e l’allarme per la violenza dei migranti che bivaccano a spese nostre nelle piazze delle città italiane .. tutto questo fa parte del materiale di propaganda della destra italiana (e non solo visto che i decreti Minniti con gli accordi con la guardia costiera libica li ha fatti il PD).
Questa destra non potrebbe vivere senza i migranti a cui deve molto: le leggi che ha sfornato nel corso dei vari governi non servivano a gestire i flussi, a governare le migrazioni dal sud del mondo di persone in fuga da carestie o dalle guerre (a cui pure noi occidentali abbiamo preso parte). Dalla Bossi Fini ai decreti Salvini, tutte le leggi servivano a rendere i migranti che arrivano in Italia più ricattabili, più sfruttabili dalle mafie, dai caporalati.
Questa è la destra che sa mostrare la faccia dura contro i più deboli, specie se con la pelle di un colore più scuro, quella del blocco navale, della caccia agli scafisti su tutto il globo terracqueo, delle barche da affondare. Una destra (ma con molti apprezzamenti anche al centro) che da una parte difende i valori cristiani dall’altra volta la testa dall’altra parte quando ci sono le vite da salvare, quando ci sono persone in mezzo al mare da andare a salvare.
Gli ultimi decreti di questo governo hanno imposto alle Ong di fare viaggi più lunghi per la ricerca di un porto dove far sbarcare i migranti, comportando per loro maggiori costi e rendendo di fatto più difficile salvare le persone.

Di fronte ad un fenomeno globale, quello delle migrazioni, legato ai vari conflitti nel mondo, ai cambiamenti climatici (come ha raccontato la scorsa puntata di Presadiretta alla fine), si pensa di risolvere tutti costruendo muri, usando tecnologie sofisticate per dar la caccia ai migranti alle frontiere, finanziando nazioni che non rispettano i diritti civili affinché facciano per noi i gendarmi del Mediterraneo. Si è arrivati perfino a criminalizzare chi salva vite umane in mezzo al mare.

Eppure nonostante questo dall’inizio dell’anno sono arrivati in Italia più di 100 mila migranti, mandando al collasso il nostro fragile sistema di accoglienza. Il nostro mare è diventato un enorme cimitero delle persone che non ce l’hanno fatta. Come un cimitero sono diventate le spiagge della Tunisia, l’ultimo paese con cui il governo Meloni ha stretto un accordo per la gestione dei migranti (ovvero teneteveli da voi).

Uno di questi si chiamava Lhazar: la madre è andata fino in Sicilia per cercare il suo corpo, sparito in fondo al mare. Solo una ripresa video che mostra un corpo, che non potrà più essere restituito alla madre, nemmeno una tomba su cui piangere: “la Tunisia manda i suoi figli a morire” racconta alla giornalista di Presadiretta.

Secondo le organizzazioni umanitarie da gennaio ad agosto 2023 sono morti in mare 2300 migranti che tentavano di arrivare in Europa, ma sono numeri sicuramente sottostimati, molti barchini che salpano verso le coste europee affondano senza che nessuno se ne accorga.

In Italia sono arrivati in 115 mila, il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, nonostante un governo come questo, soltanto i tunisini sono stati 10.200, il 9% di tutti gli sbarchi, un numero in continua crescita.
Il sud del paese è diventato un enorme cimitero di tombe senza nome, come a Zarzis dove un pescatore ha iniziato a seppellire i cadaveri dei migranti che il mare portava a riva. Sulla tomba solo l’indicazione del sesso e del giorno del ritrovamento.


La Tunisia sta attraversando una crisi spaventosa che tocca quasi tutte le classi sociali – racconta alla trasmissione l’economista Layla Rihai, il paese ha un enorme problema di debito, solo per le sovvenzioni sui beni di prima necessità lo Stato spende 2 miliardi di euro, il 6% del PIL.
Questa economista fa parte della Piattaforma delle alternative, ha studiato l’economia del suo paese per cercare soluzioni per la crisi: una di queste è alzare i salari, il salario medio in Tunisia è di circa 432 dinari, circa 135 euro e la moneta del paese ha raggiunto una svalutazione forte nei confronti delle monete forti e a pagare di più sono ovviamente i giovani e le donne che vivono questa depressione economica sulla loro pelle e non hanno più speranza.

I giornalisti di Presadiretta sono saliti a bordo della nave GeoBarents della Ong Medici senza Frontiere per capire quale sia la reale situazione nel Mediterraneo: hanno seguito le procedure di recupero e salvataggio dei barchini che partono dalle coste del Nord Africa per cui la nave della Ong è il primo posto sicuro dopo tanti giorni di mare.

La scheda del servizio sul sito della Rai:

Il flusso dei migranti che arrivano sulle nostre coste continua senza sosta. Nonostante le restrizioni imposte alle imbarcazioni delle Ong che svolgono soccorso in mare, nonostante il Memorandum firmato con la Tunisia, gli arrivi del 2023 hanno già battuto tutti i record degli ultimi anni. 
PresaDiretta, in onda lunedì 11 settembre alle 21.20 su Rai 3, ha navigato sulla nave Geo Barents di Medici senza frontiere, per capire cosa sta succedendo in mezzo al Mediterraneo, ha partecipato ai salvataggi e assistito a un respingimento illegale secondo il diritto internazionale, da parte della Guardia costiera libica. Ha viaggiato da nord a sud, da La Spezia a Catania, per raccontare le gestione degli sbarchi, la fatica degli hot spot, l’impegno della Croce Rossa e quello dei volontari delle associazioni umanitarie, fino all’isola di Lampedusa, sempre in prima linea e in stato di cronica emergenza. Ha visitato le strutture che accolgono i migranti, i campi improvvisati e ha ascoltato le testimonianze dei sindaci, che denunciano la mancanza di soldi, di strutture e il collasso del sistema dell’accoglienza. Di cosa hanno davvero bisogno?
Non sarebbe meglio affrontare i fenomeni migratori – usando le parole del Presidente Mattarella – come “movimenti globali, che non vengono cancellati da muri o barriere”?

PresaDiretta è andata in Tunisia, alla ricerca delle cause dell’instabilità di un Paese che è diventato il principale punto di partenza dei migranti verso l’Italia. Un viaggio dentro la crisi economica e politica tunisina: il problema della disoccupazione tra i giovani che amplifica la spinta a lasciare il paese; le politiche autoritarie del presidente Saied e l’insofferenza crescente nei confronti dei migranti che arrivano dalle rotte subsahariane; il Memorandum di intesa firmato tra l’Europa e la Tunisia.
Infine, l’importanza economica delle “rimesse” degli stranieri verso i loro paesi di origine, un enorme flusso di denaro, 800 miliardi di dollari, più di quanto si spende in aiuti allo sviluppo. Soldi che rappresentano un aiuto fondamentale allo sviluppo economico di quei paesi. PresaDiretta ha scelto di raccontare la Comunità senegalese, con un viaggio tra Italia e Senegal dove le rimesse costituiscono il 10% del Pil nazionale. Gli immigrati senegalesi di Pisa, integrati nel territorio e nella società, che lavorano e producono in Italia, qui pagano le tasse e lì contribuiscono a creare servizi per la loro Comunità: scuole, ospedali, raccolta dei rifiuti. Gli immigrati integrati si aiutano da soli. Anche a casa loro.
Ospite di Riccardo Iacona: Matteo Villa ricercatore dell’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, esperto di politiche migratorie per fare chiarezza sulla situazione delle migrazioni in Italia e in Europa.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.