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13 ottobre 2024

Anteprima Presa diretta – La mafia dei soldi

Puf! Magicamente la mafia, anzi le mafie, sono sparite da questo paese. Ci avete fatto caso? Non se ne parla quasi più né sui telegiornali e nemmeno sui quotidiani nazionali. Salvo qualche raro caso di cronaca, di qualche politico che aveva chiesto voti a tizio e caio, senza sapere, meschino, che fosse appartenente ad una ndrina.

Eppure le mafie esistono e vivono insieme a noi: non se ne parla, nell’agenda politica sono sparite anzi, la politica oggi sta mettendo in atto una serie di riforme tese a spuntare le armi in mano ai magistrati e alle forze dell’ordine (ultimo, il limite a 45 giorni per le intercettazioni).
Presadiretta, ormai diventata una sorta di mosca bianca nel panorama informativo della RAI, questa sera farà eccezione con un reportage esclusivo sulle mafie, partendo dal traffico di droga stabilmente nelle loro mani, dai luoghi dove la droga parte fino ai porti in Europa dove la droga arriva a tonnellate e poi nei paradisi fiscale dove l’immensa ricchezza delle mafie viene spesa, al riparo dalle magistrature, inquinando le economie del mondo.

I paradisi fiscali sono stati per anni i rifugi dorati dei grandi narcotrafficanti.
Presadiretta racconterà poi le storie incredibili, da film, di Raffaele Imperiale e Rocco Morabito, il boss di Africo che è stato per quasi 30 anni latitante in Brasile e Uruguay prima di essere arrestato grazie al lavoro dell’intelligence e della nostra Polizia.
E poi le interviste esclusive agli uomini dello Stato più importanti nel contrasto alla mafia: Vittorio Rizzi, vicecapo dell’Aisi, Raffaele Grassi, a capo di I CAN, la speciale struttura del dipartimento di sicurezza che in collaborazione con l’Interpol da la caccia ai latitanti ovunque si trovino. Poi l’intervista a Giovanni Melillo, il procuratore nazionale antimafia, e i magistrati antimafia Giuseppe Lombardo e Nicola Gratteri. Grazie al loro contributo Presadiretta racconterà di come la mafia sia diventata ancora più pericolosa, più ricca e più grande. Di come sia entrando nell’economia legale, sfruttando le enormi ricchezze del narcotraffico. Eppure, come ha raccontato al termine della scorsa puntata il conduttore Riccardo Iacona, nel nostro paese il contrasto alla mafia entra raramente nel dibattito pubblico, come se l’avessimo sconfitta per sempre. Niente di più sbagliato – racconta Iacona – già in parecchie zone del mondo la mafia si è fatta stato e attacca la democrazia. È appunto la mafia dei soldi.

Nella prima parte della puntata sarà ospite Nicola Gratteri con cui si parlerà dello stato dell'arte della giustizia nel nostro paese in particolare alle nuove sfide che ci lanciano le mafie.

Poi Presadiretta ci porterà nella Triple frontera, tra Brasile Argentina e il Paraguay dove passano tonnellate di cocaina verso l'Europa, poi reportage nei porti dove arriva la cocaina, nei luoghi dove i soldi del narcotraffico vengono reinvestiti.

Faranno da guida in questo viaggio uomini come il magistrato Giuseppe Lombardo di Reggio Calabria che in decenni di indagini ha visto trasformarsi la ndrangheta in una holding potentissima, poi gli uomini dello stato che contrastano le mafie nel mondo intero come il prefetto Vittorio Rizzi, Raffaele Grassi a capo della struttura speciale I can, nata apposta per dare la caccia ai latitanti della mafia nel mondo intero (nel globo terraqueo direbbe qualcuna).
Non potevano mancare le parole del procuratore antimafia Giovanni Melillo – racconta Riccardo Iacona nell’anteprima - “che ci ricorda che ormai la mafia italiana ha una proiezione internazionale, che si soldi che guadagna sono così tanti che entrano nell'economia legale e che è capace di destabilizzare interi stati nel mondo e di integrarsi con le organizzazione criminali più potenti del mondo”.

Laddove parte la droga

Prima di arrivare qui da noi la droga, la cocaina, fa un lungo viaggio: Presadiretta lo ha seguito fin dal fiume Iguazù, pochi km a valle delle cascate, un altro mondo rispetto ai paesaggi da turisti a cui si è abituati. La giornalista di Presadiretta ha seguito il pattugliamento del fiume fatto dalla Prefettura Naval Argentina: alla destra c’è l’Argentina, sull’altra sponda il Brasile, di fronte il Paraguay, con l’incrocio tra i fiumi Paranà e Iguazù. Questa zona si chiama Triple Frontera, una frontiera tra tre stati, uno degli snodi strategici della idrovia, la grande rete fluviale che collega la Bolivia, il Paraguay, il Brasile, l’Argentina e l’Uruguay.

“Il nostro lavoro consiste nel pattugliare un’area di circa 180 km tra il fiume Paranà al confine con l’Uruguay e il fiume Iguazù, al confine con il Brasile” racconta un ufficiale della Prefettura “si tratta di una zona di confine in cui avvengono traffici di ogni tipo, contrabbando di sigarette, droga, armi ..”. Il controllo della Prefettura Naval continua anche sulla terraferma: la pattuglia scende armata fino ai denti, anche la giornalista deve indossare il giubbotto antiproiettile: i pattugliamenti in questa zona di confine sono fatti tutti i giorni, sono situazioni pericolose, è capitato di sostenere degli sconti a fuoco con i trafficanti.

I porti della droga in Europa


Dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro in Calabria: le telecamere di Presadiretta mostreranno una perquisizione della Finanza su un container sospetto a seguito di una segnalazione: la droga era nascosta nei motori che alimentano il sistema di refrigerazione. Alla fine sono stati sequestrati 50 pacchetti di coca per un totale di 60kg di droga 20ml di euro.
20 ml di euro in un solo container, per un solo carico: adesso avete idea dei flussi di denaro che alimentano questa economia illegale?

Teresa Paolo ha intervistato il collega Michele Albanese, l’unico giornalista calabrese sotto scorta, anche perché uno dei pochi ad aver denunciato la ndrangheta in faccia: “perché non si parla più di mafia in questo paese, perché l’informazione in questo paese delega questi temi solo ad alcuni colleghi coraggiosi, che continuano ad occuparsi di queste cose?

Occuparsi di queste cose significa salvaguardare l'economia legale di del sistema Italia, significa occuparsi del futuro del paese e della democrazia, della libertà dei cittadini”.

Gli strumenti per la lotto contro le mafie

I mafiosi non parlano col cellulare – così aveva detto il nostro ministro per la giustizia, Nordio, per giustificare la stretta che questo governo, apparentemente tutto legge e legalità, ha fatto sull’uso delle intercettazioni, fino a bloccarne l’utilizzo dopo 45 giorni.
La lotta alle mafie (e ai crimini dei colletti bianchi in generale) si devono fare come ai vecchi tempi: pedinamenti, appostamenti…
Eppure il mondo va avanti, anche per le mafie: Presadiretta è andata in Francia a Pontoise, alle porte di Parigi, al Centro per la Lotta alla Criminalità Digitale della Gendarmerie: sono stati gli hacker della Gendarmerie a lavorare cui cellulari Encrochat, trovati durante le perquisizioni nell’ambito di una inchiesta sulla criminalità organizzata. Sono stati sequestrati dagli investigatori e quando li hanno analizzati la prima volta non hanno trovato dentro nulla - racconta un agente – non c’erano né applicazioni né messaggi, non riuscivano nemmeno ad avviarli, ma era un inganno.

La polizia francese ha mostrato a Presadiretta in esclusiva l’avviamento di uno di questi cellulari, a cui si arriva mettendo il cellulare in manutenzione e poi riavviandolo, entrando così in modalità Encrochat e avendo così accesso ai contatti.
“Qui a Pontoise abbiamo la gendarmeria scientifica di più alto livello” racconta Herve Petry comandante dell’unità nazionale Cyber “il nostro paese si è molto impegnato nel contrasto ai crimini informatici, insieme alla minaccia fondamentalista il narcotraffico rappresenta la più importante minaccia alla sicurezza del paese”.
Presadiretta è entrata dentro uno speciale laboratorio dove i tecnici della Gendarmeria sono in grado di estrarre qualunque segreto da qualsiasi mezzo digitale, arrivando a scoprire le vulnerabilità di Encrochat. Questo sistema è stato usato anche dai “nostri” narcos: questa app per cifrare le chat era stata usata anche dai clan napoletani sia per gli affari che per tenere i contatti con le famiglie.

I paradisi dei narcos

Dubai è diventata in questi anni una grande metropoli finanziaria tecnologica e turistica, una città che a partire dagli anni ‘90 ha avuto uno sviluppo immobiliare paragonabile solo ad alcune metropoli cinesi. Qui c’è il grattacielo più alto al mondo e l’isola artificiale a forma di palma, sede di alcuni degli hotel più lussuosi della città. Ma Dubai è stata anche un paradiso per i narcos: qui hanno vissuto indisturbati per anni esponenti del narcotraffico come l’italiano Michele Imperiale, che è stato nell’Emirato per 12 anni, gli ultimi cinque da latitante, prima di venire consegnato alle autorità italiane. Era così ricco, Imperiale, da poter vivere in uno degli hotel più sfarzosi degli emirati, in un appartamento da 780 metri quadri su due piani impreziosito da mobili in mogano, due camere con letto girevole e bagni placcati in oro. Il prezzo delle suite vanno da 1800 euro a notte fino ad arrivare intorno ai 30000 euro.

AntimafiaDuemila ha pubblicato un articolo che anticipa i contenuti della puntata:

PresaDiretta: ''La Mafia dei Soldi'' svela il legame tra mafia, economia e finanza globale

Domenica 13 ottobre, ore 20:35 su Rai3, PresaDiretta presenta una nuova puntata intitolata "La Mafia dei Soldi", un'inchiesta approfondita che esplorerà un mondo fatto di droga e sangue, telefoni criptati e fiumi di denaro, sentieri del narcotraffico e grattacieli lussuosi, quadri di Van Gogh e un’isola di fronte a Dubai oggi sequestrata dallo Stato italiano. Sono tante e inaspettate le sfaccettature dell’holding internazionale della mafia. Dalla Triple Frontera in Sudamerica ai mercati finanziari, PresaDiretta racconta le Macromafie - le multinazionali dei clan - attraverso la storia di due tra i principali broker mondiali, latitanti per decenni e ora nelle carceri italiane: il boss di 'Ndrangheta Rocco Morabito con la sua misteriosa fuga dal carcere di Montevideo e Raffaele Imperiale con la sua incalcolabile ricchezza. La ricostruzione delle inchieste giudiziarie e le ipotesi degli investigatori, raccolte dai giornalisti guidati da Riccardo Iacona, delineano una realtà nuova fatta di mafie che si alleano per fare affari in tutto il mondo e che controllano ormai pezzi di Stati. Tra i protagonisti del reportage c'è Jean Georges Almendras, giornalista e direttore di Antimafia Dos Mil in Uruguay, che fornirà una testimonianza esclusiva. Almendras, da anni impegnato sul fronte dell'antimafia, ha seguito da vicino la cattura e la fuga di Morabito, oltre a monitorare l'espansione delle mafie italiane in Sudamerica. Grazie al suo lavoro, PresaDiretta offrirà uno sguardo privilegiato su una delle aree più pericolose del pianeta, dove la 'Ndrangheta, gruppi terroristici e criminali locali collaborano in operazioni miliardarie. La puntata è un racconto di Riccardo Iacona con Giuseppe Laganà, Luigi Mastropaolo, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Emilia Zazza, Eugenio Catalani, Matteo Delbò, Massimiliano Torchia, coordinamento giornalistico Maria Cristina De Ritis. Inoltre, vi saranno anche gli interventi del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, del procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nicola Gratteri, del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, del direttore della Polizia criminale Raffaele Grassi e del prefetto Vittorio Rizzi.

Nel profondo della Triple Frontera

PresaDiretta è arrivata alla Triple Frontera (un'area di tre confini lungo l'incrocio tra Argentina, Brasile e Paraguay, dove convergono i fiumi Iguazú e Paraná) uno dei luoghi più pericolosi del pianeta, dove si concentrano giganteschi traffici leciti e illeciti e dove varie inchieste giudiziarie hanno documentato connessioni tra 'Ndrangheta, gruppi criminali terroristi sudamericani ed Hezbollah. E ha raccolto le testimonianze dei poliziotti sudamericani, degli investigatori italiani in loco, di procuratori, ministri e giornalisti antimafia dei tre paesi.

Nell’inchiesta di PresaDiretta si ricostruisce la faida di Scampia, dove è cominciata l’ascesa ai massimi livelli della criminalità internazionale di Raffaele Imperiale, i suoi affari in Olanda e la guerra di mafia che ha insanguinato quel paese, il possesso di due quadri di Van Gogh e le immagini in esclusiva del momento in cui gli investigatori hanno sequestrato i due inestimabili capolavori.

Un'altra anticipazione, con la storia dei due quadri di Van Gogh trafugati dal narcotrafficante Michele Imperiale, la trovate sul sito del Fatto Quotidiano 


La scheda della puntata:

Si occuperà di criminalità organizzata e dell'intreccio tra economia legale e illegale la puntata di "PresaDiretta" in onda domenica 13 ottobre alle 21.40 su Rai 3, dal titolo "La mafia dei soldi". Droga e sangue, telefoni criptati e fiumi di denaro, sentieri del narcotraffico e grattacieli lussuosi, persino un’isola di fronte a Dubai, oggi sequestrata dallo Stato italiano. Sono tante e inaspettate le sfaccettature dell’holding internazionale della criminalità organizzata. Dalla Triple Frontera in Sudamerica ai mercati finanziari, "PresaDiretta" racconta le macromafie attraverso la storia di due tra i principali broker mondiali, latitanti per decenni e ora nelle carceri italiane: Rocco Morabito, con la sua misteriosa fuga dal carcere di Montevideo e Raffaele Imperiale, con la sua incalcolabile ricchezza. La ricostruzione delle inchieste giudiziarie e le ipotesi degli investigatori, raccolte dai giornalisti guidati da Riccardo Iacona, delineano una realtà nuova fatta di mafie che si alleano per fare affari in tutto il mondo e che controllano ormai pezzi di Stati. 
E poi la ricostruzione della faida di Scampia, dove è cominciata l’ascesa ai massimi livelli della criminalità internazionale proprio di Imperiale, i suoi affari in Olanda e la guerra di mafia che ha insanguinato quel Paese, il possesso di due quadri di Van Gogh e le immagini in esclusiva del momento in cui gli investigatori hanno sequestrato i due inestimabili capolavori.
Sarà una puntata speciale, con il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nicola Gratteri, il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, il prefetto Vittorio Rizzi, il direttore della Polizia criminale Raffaele Grassi.

"La mafia dei soldi" è un racconto di Riccardo Iacona con Giuseppe Laganà, Luigi Mastropaolo, Elena Stramentinoli, Cesarina Trillini, Emilia Zazza, Eugenio Catalani, Matteo Delbò, Massimiliano Torchia.

"Phantom secure", "Encrochat", "SkyEcc" sono invece i nomi con cui si apre "Aspettando PresaDiretta", nella prima parte della serata, dalle 20.35 fino alle 21.25 circa. Erano stati pensati per proteggere la privacy di manager e vip, sono diventati lo strumento di comunicazione tecnologicamente più raffinato per narcotrafficanti e mafiosi: sono i criptotelefonini, dietro i quali ci sono imprenditori spregiudicati, FBI, hackers, investigatori europei. La decriptazione dei messaggi che si sono scambiati per anni i criminali di tutto il pianeta consentirà di avviare nei tribunali centinaia di inchieste. Come "Eureka", la più grande operazione mai realizzata contro la ‘Ndrangheta in Europa, partita dalla Procura di Reggio Calabria e arrivata a coinvolgere altri sette Paesi europei, 108 persone arrestate solo in Italia. Tra i protagonisti, Rocco Morabito, originario di Africo, per 27 anni latitante in Sudamerica. 

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

21 gennaio 2024

Report – chi comanda a Roma, l’insindacabile senatore e l’auto solare

GUIDA IL SOLE - un futuro solare di Michele Buono

L’anteprima della puntata è dedicata al sogno visionario di alcuni studenti, ingegnere, insegnanti siciliani alla guida di una spider blu in Australia. Gente che ha costruito un prototipo di auto ad energia solare: l’auto è stata progettata è costruita dentro i container post terremoto del Belice (nel 1968), il comune ha concesso loro lo spazio fino al 2024 (luce e acqua compresi), ci sono stati aiuti anche da qualche impresa. Ma il salto lo hanno compiuto quando hanno deciso di fare una gara, in Australia appunto, su una strada assolata e lunga migliaia di km.

Sarebbe bello se questa favola avesse un futuro, un futuro solare come il nome di questo gruppo di persone.

Sporcarsi le mani, provare un’idea e vedere se funziona e così via – questa la filosofia del gruppo: la loro prima vettura si è chiamata Archimede 1, poi la versione 2. Nel 2018 hanno partecipato alla competizione delle auto solari in Belgio, da lì poi sono passati ad Archimede 2, con un modello più accattivante.

Tutti hanno lavorato per un’automobile ad energia solare la più efficiente possibile, con materiali riciclabili a fine vita del veicolo e allo stesso tempo resistenti.

A questo progetto hanno partecipato studenti delle scuole superiori, di ingegneria, per essere pronti alla competizione mondiale in Australia: batterie, il software, le simulazioni sui componenti..

Moak Caffè è un’azienda che produce caffè a Modica, GLS è un’azienda di logistica nella Sicilia orientale, Ricca IT: sono aziende che hanno sponsorizzato i ragazzi di Futuro Solare, puntando sulla loro idea con l’obiettivo comune di fare sinergia, sebbene su settori diversi.

Passo dopo passo la macchina solare prende forma, giusto in tempo per la gara.

Da una parte aziende automobilistiche che abbandonano l’Italia e dall’altra un gruppo di persone che si lanciano in una competizione mondiale senza un euro in tasca.

Michele Buono ha fatto da lobbista per trovare fondi per far sì che il sogno diventasse realtà: far sì che questo prodotto diventi un auto che si produce in serie. Non mancano in Sicilia ingegneri gestionali, esperti in marketing, chimici. Non mancano nemmeno spazi dove produrre l’auto, anche spazi dove coltivare la canapa o la juta per i componenti del prototipo.

Dal prototipo al progetto di una city car solare: ST Microelectronics si è dimostrata interessata in questo prodotto, loro producono chip da usare per le celle fotovoltaiche, per rendere l’auto ancora più efficiente.

Eccola la politica industriale, quella che manca oggi da parte della politica, che ha scelto di non guidare più: un network di aziende per produrre queste auto, un porto come Gioia Tauro per l’esportazione delle vetture e per l’assemblaggio.

Si usa lo spazio che una volta era in concessione alla Isotta Fraschini e che oggi appartiene al demanio.

Il giornalista ha contattato Grimaldi, che ha offerto un passaggio alla nave verso l’Australia passando per Anversa: obiettivo Darwin da dove parte la gara e che i ragazzi hanno raggiunto in treno.

Obiettivo della World Solar Challenge è dimostrare al mondo che le macchine possono muoversi anche senza motori a benzina.

La comunità degli italiani in Australia ha aiutato i ragazzi di futuro solare, costretti a rimanere a Darwin più giorni del previsto: poche ore per i test, per le verifiche strutturali, per le prove su pista.

Purtroppo Archimede non ha potuto gareggiare, ma ha potuto lo stesso partecipare alla gara: gli altri team sono stati finanziati e supportati da altre aziende, non come Futuro solare.

Ma l’importante era esserci sulla Stuart Highway, per fare test su questa lunga strada da Darwin a Melbourne e ottenere dei dati preziosi. Altri dati preziosi sono arrivati dai satelliti: la Planetek Italia è un’azienda siciliana che elabora dati dai satelliti, questi saranno usati da Futuro Solare per trovare il percorso migliore, quello con la maggiore esposizione solare.

Un giorno questo dialogo tra satelliti e auto solare avverrà in automatico, magari aggiungendo anche la guida automatica: lo hanno fatto a Parma di Vislab, oggi Ambarella (sono stati comprati dagli americani). L’idea è far diventare la city car come un’auto in car-sharing, chiamata dai clienti via app e che a fine giornata va a posteggiarsi da sola in grandi silos.

Meno auto in circolazione, meno costi energetici, meno inquinamento: i comuni potrebbero essere interessati? Il presidente di Anci, Decaro, si è detto interessato a queste auto solari, che nemmeno sovraccaricano la rete elettrica.

I comuni metteranno a disposizione tutto quello che servirà per questo progetto: se il mercato esiste si può pensare ad una leva finanziaria, per esempio fondi che arrivano da Cassa Depositi e Prestiti.

Alla fine gli italiani sono arrivati al gran finale ad Adelaide: con scienza, impegno e anche un pizzico di arte. Battendo quel luogo comune dei ragazzi siciliani che sono rassegnati al loro futuro.

L’INTOCCABILE di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Il senatore Gasparri è presidente di Cyberealm, che è un contenitore di azioni di società che si occupano di sicurezza, con appalti anche in Italia (alcuni appalti sono stati sponsorizzati anche da una telefonata del senatore).

In questa società si trovano persone legati ai servizi israeliani, alcuni coinvolti oggi nel conflitto contro Hamas. Come presidente deve curare gli interessi dell’azienda, ma di questo suo ruolo non ha informato il Senato e la giunta delle immunità, di cui era pure presidente.

Dopo la denuncia di Report la giunta delle immunità ha decretato compatibile Gasparri presidente col Gasparri senatore: tutto in pochi giorni prima di Natale, per far passare al governo una serena festività.

Gasparri ha scritto una lettera riservata al presidente La Russa, dove ammette di non aver comunicato la carica, delegando alla giunta di decidere sulla sua decadenza: l’iter si è svolto velocemente racconta il membro dei 5s. I membri di destra, assieme a Scalfarotto, ha votato contro la scelta di dare i documenti a Report, alla faccia della trasparenza: secondo Italia Viva è la politica che decide cosa è rilevante, ovvero può essere noto ai cittadini.

Alla fine a decidere delle sorti di Gasparri sono stati i senatori di centro destra dentro il comitato ristretto: un parlamentare della Lega racconta a Report di come in quei giorni il senatore della Lega Potenti, della giunta per le elezioni, raccontava che c’era l’ordine di scuderia di salvare Gasparri, non c’era nemmeno bisogno di fare alcun atto istruttorio.

A quanto racconta il servizio il ruolo di Gasparri è strategico, per i suoi legami decennali con la politica (altro che ruolo di facciata): un compito da lobbista in un ruolo che in altri paesi sarebbe considerato in conflitto di interessi.

Ma alla fine la giunta si è accontentata dell’autocertificazione di Gasparri, come ha ammesso persino Scalfarotto: “ma questo è un senatore della repubblica… lei non è un tribunale”.

Il problema sono le inchieste giornalistiche, “una deriva preoccupante”. Questo è il concetto della Stampa da parte dei nostri rappresentanti.

Nemmeno la presidenza del Senato farà sanzioni contro il senatore (creando un pericoloso precedente), ma potrebbe interessarsene il Copasir: nel frattempo sono arrivare le denunce o le minacce di denunce a senatori e deputati del M5S.

VIZI CAPITALI – grande raccordo criminale di Daniele Autieri

A Milano le tre grandi mafie si sono unite in un consorzio: la scorsa puntata di Report aveva raccontato di come si sta muovendo questo consorzio al nord e a Milano, dei nuovi boss che si muovono senza problemi sul territorio, dell’inchiesta dell’antimafia milanese che era stata stoppata dal GIP che non aveva confermato le richieste di arresto.

Mafie che oggi sono penetrate nel tessuto imprenditoriale e politico.

A Roma la situazione è diversa: i grandi gruppi mafiosi si stanno facendo la guerra per il controllo del territorio, per lo spaccio della droga.

L’omicidio del capo ultras Diabolik rientrerebbe in questa guerra: assieme al compare Fabietti riforniva di droga Roma, ma alla avrebbe fatto il passo più lungo della gamba, andando a bruciarsi come Icaro, scontrandosi con Michele Senese, boss della Camorra, oggi in carcere.

Piscitelli era cresciuto con Gennaro Senese: sarebbe stato ucciso perché ad un certo punto non avrebbe riconosciuto alla famiglia Senese la quota del traffico della droga.

Il tribunale di Roma ha spedico alcuni criminali condannati in una comunità a Roma: uno di questi è scappato questo agosto, mentre era in una specie di villeggiatura, altro che carcere.

Il servizio di Daniele Autieri si è occupato anche dell’omicidio di un ragazzino, Alexandru Ivan nel parcheggio della metropolitana della linea C: una lite che è poi sfociata in altro, dove dietro ci sarebbero ancora interessi di droga tra famiglie concorrenti.

Si è costituito per questo reato un rom sinti che sui social ostentava la sua ricchezza: secondo un testimone di Report i Petrov sarebbero parenti ai Casamonica, una potente famiglia che si occupa di spaccio e di usura.

A Roma ce ne sono tante, di persone anziane, spesso pluripregiudicati, chiamati “retta” che in cambio di poche centinaia di euro offrono le loro case per nascondere la droga. Nell’abitazione di uno di questi – come mostra l’anteprima del servizio - i falchi della squadra mobile di Roma hanno trovato duecento grammi di cocaina, divisa in 520 dosi pronte per essere vendute. Lo spacciatore fa un fischio, il vecchio si sporge dalla finestra e la merce finisce nella piazza.

Le vedette che presidiano il quartiere del Quarticciolo si danno la voce, hanno visto il prete don Antonio Coluccia, militante e sotto scorta che, col suo megafono, presidia le più grandi piazze di spaccio di Roma: “gli spacciatori prendono e staccano la luce” racconta a Report di fronte ad una armadio elettrico manomesso “vedi, le luci non ci sono? Questo lampione è spento..” Lo spaccio ha bisogno del buio, perfino gli alberi nel quartiere sono stati potati per evitare di essere usati come nascondiglio.

I vicoli della borgata oggi sono popolati da pusher, da ragazzini anche in cerca di droga.
“Questi si prendono la libertà, ve la rubano la libertà” grida dal suo megafono: anche a Tor Bella Monaca, altra piazza di spaccio, lo conoscono in tanti a questo prete coraggioso e i suoi messaggi contro la camorra che si sta impossessando del territorio, delimitando la libertà delle persone.

In piazza si incontrano anche strani personaggi, uomini che lo accusano di fare i soldi con le sue accuse “mediatiche”: personaggi magari legati allo spaccio che vedono in questo prete un problema per i loro affari. Insieme a San Basilio, Tor Bella Monaca è un supermarket della droga aperto 24 ore al giorno, dove si vende di tutto hashish, eroina, droghe sintetiche e la migliore bamba di Roma.

Quartieri rovinati dallo spaccio, che sta assoggettando le persone, rendendole schiave di organizzazioni criminali che “rubano il futuro ai bambini”.

Il prete deve girare per questi quartieri con la scorta, armata con mitra. A Roma, non a Medellin.

Il servizio di Report racconterà anche degli effetti del consumo delle droghe, intervistando il presidente della fondazione Villa Maraini, Massimo Barra: da oltre 40 anni si occupa del recupero dei tossicodipendenti Roma, ogni giorno 700 persone bussano alla sua porta.

Al giornalista racconta di come, ogni giorno, dalle 200 alle 450 persone a Tor Bella Monaca chiedano aiuto alla fondazione per problemi di tossicodipendenza, “[la droga] è il più grande business mondiale insieme a quello delle armi. Ho preso una mappa di Roma e ho messo un puntino nero sulle case dei nostri clienti, ed erano in tutta Roma. Parioli, quartieri bene e quartieri male, la droga è democratica ..”
Le mafie sanno che la droga è democratica e che Roma è il più grande mercato di Italia, fiumi di cocaina invadono le strade della città e abbattono confini, origini e classi sociali. Anche chi vive nelle zone bene della città sale in macchina e raggiunge la periferia per acquistare la sua dose di cocaina. Quartieri sorvegliati da vedette che poi sono bambini di 10-12 anni.

A San Basilio, in una piazza di spaccio, c’era un progetto di riqualificazione che è rimasto in sospeso per anni – lo ha raccontato l’ex sindaca Raggi: c’è voluto un anno per ristrutturare una palazzina usata come ricovero per gli spacciatori.

I criminali controllano le piazze di spaccio anche con l’uso di droni, non solo con ragazzini a far da vedette.

Secondo il procuratore Lo Voi il traffico di stupefacenti a Roma è fuori controllo, tanto è alto.

Il garante di tutto il traffico di droga è la ndrangheta, soprattutto per i grandi carichi spiega a Report il Gico di Roma: egemone è il clan Alvaro, potere celebrato anche da un matrimonio tra gli Alvaro e una famiglia mafiosa celebrato proprio a Roma.

La cosca Alvaro si occupa di droga, usura e si è anche mossa per entrare in Parlamento, candidando loro parlamentari dentro Forza Italia – lo raccontano le carte del ROS che ha seguito le indagini dal 2007.

Le informative raccontano dei tentativi di incontrare Berlusconi, anche a palazzo Chigi, di sponsorizzazioni ai circoli della libertà in Calabria.

Per consolidare la loro posizione gli Alvaro hanno stretto accordi con i Senese e i Moccia: c’è una zona grigia che supporta gli Alvaro nelle loro attività commerciali, dopo che si sono presi bar, locali e negozi. Posti dove vige l’illegalità, contributi non versati, norme di sicurezza non rispettate.

Nonostante i sequestri, nonostante la presenza di amministratori scelti dalla DIA, gli Alvaro arrivano a minacciare persino questi rappresentanti dello Stato.

Anche a Roma però le mafie hanno stretto accordi per spartirsi la torta: il servizio ha raccontato di una cena tra gli Alvaro e i Moccia (che sono legati al clan Senese), per mettersi d’accordo sugli affari senza farsi una guerra tra ndrangheta e camorra.

Piazza Vittorio è la pancia multietnica di Roma – continua il servizio di Report - un giardino monumentale circondato dal mondo: call center indiani, minimarket del Bangladesh, ristoranti etiopi e locali cinesi, tanti locali che vendono di tutto, dal cibo alla chincaglieria, dai telefoni rigenerati ai tessuti. Cosa c’è dietro alcuni di questi locali?

“Arrivavano persone con degli zaini ” racconta ancora il comandante del Gico di Roma “con dentro buste plastificate, avevamo la percezione che erano buste pesanti, entravano all’interno di questi esercizi commerciali, rimanevano all’incirca una quindicina di minuti e dopo uscivano con questi zainetti, o queste buste accartocciate, quindi evidentemente era stato consegnato qualcosa.”
Molti dei cinesi che hanno aperto attorno alla piazza sono invisibili e sfruttando la loro invisibilità hanno messo in piedi la più grande lavatrice di denaro sporco di Roma e forse dell’Italia intera.
“Noi abbiamo certificato che quasi tutte le organizzazioni criminali si recano presso questi centri di raccolta occulta per consegnare denaro” continua l’ufficiale del Gico.

A quanti milioni di euro ammonta il giro di riciclaggio? “Nel periodo post covid la modalità di riciclaggio viene modificata per forze di cose, ma noi abbiamo ricostruito alla lettera movimentazioni per all’incirca 53ml di euro.”
Il 4 ottobre scorso gli investigatori del Gico della Finanza hanno arrestato 33 persone considerati ai vertici di una rete di riciclaggio internazionale che ha come base operativa proprio i negozi di tessuti attorno a piazza Vittorio. I soldi riciclati sono quelli delle mafie italiane: la ndrangheta lascia 3 ml in un negozio cinese per un carico dall’Ecuador e nel paese sudamericano i narcos si prendono da un altro negozio cinese i 3 ml di euro, senza che ci sia passaggio di denaro.

La rete di piccole botteghe cinesi fanno capo ad un uomo di nome Zheng: la rete, secondo il testimone di Report, è vasta e copre tutta l’Italia e anche il territorio europeo. 

La Camorra si sta comprando i locali nel centro di Roma e quando la giustizia li sequestra ai presunti prestanome, ma poi un pezzo alla volta vengono restituiti e alcuni tornano sotto il controllo dei vecchi proprietari. Daniele Autieri ha intervistato uno di questi, che ha subito 11 sequestri nell’ambito di indagini sul clan Contini: “evasione quale clan Contini.. io non li conoscevo neanche” ha risposto al giornalista. Per anni questo imprenditore è stato considerato un prestanome del clan Moccia, un uomo così abile da costruirsi un impero nel centro che gli è stato prima confiscato, quindi restituito.
“Per il fatto di questi signori Moccia che mi portavano la mozzarella, io non li conoscevo nemmeno..” ribatte alle domande di Report sui clan Moccia e Contini.
Questi clan che a Roma hanno investito nel riciclaggio, sui locali sono legati al gruppo Senese: il comandante del GICO di Roma, Marco Sorrentino, ha spiegato come questo personaggio, Michele Senese, venga indicata come il più vicino ad Angelo Moccia, “stiamo parlando del gotha del gruppo.”

Le mafie si sono prese quasi l'80% dei locali, ristoranti e delle attività commerciali, sfruttando anche i problemi del Covid: il denaro i clan li avevano per rilevare locali in mano a persone messe in crisi dalla pandemia.
Non sono solo mafie italiane, ci sono anche imprenditori di origine albanese che controllano locali tra Trastevere e piazza Navona, vicini ai palazzi delle istituzioni.


03 febbraio 2023

Il caso Cospito e il tema della lotta alle mafie

Dubito che l'intenzione di Falcone, col 41 bis, fosse quella di torturare i boss mafiosi, quelli che consideravano il carcere di Palermo come un hotel, "hotel Ucciardone". Dunque non si capisce il senso di proibire le foto dei familiari, lo stare in celle isolate senza luce, in pochi metri quadrati.

Il 41 bis serve ma non deve essere tabù chiederne delle modifiche, non solo perché lo Stato italiano non ammette la tortura e nemmeno la vendetta nemmeno contro i peggiori delinquenti.

Detto ciò, la questione Cospito, così come viene chiamata, sta trasformandosi in altro: anziché discutere della situazione delle carceri e di una eventuali modifica del 41 bis (è corretto che sia il ministro, una carica politica, a doverne approvare o revocare la misura?), è diventato un'arma di attacco da parte della maggioranza contro un partito di minoranza.

Quei verbali, captati da agenti del GOM dentro il carcere a Cospito e ai visitatori (deputati del PD in visita, come loro consentito), non dovevano essere divulgati, dunque nemmeno usati in aula per questo attacco da parte del vice presidente del Copasir Donzelli.

Fa specie (o forse no) che ad usarli in quel modo siano esponenti di una maggioranza che intende cancellare le intercettazioni e la loro pubblicazione sui giornali.

Devo fare un'altra considerazione: usare la lotta alla mafia come arma di battaglia politica, come sta facendo questa destra, è un grande favore alla mafia.

Raccontare che loro (la destra) sono i difensori del 41 bis (mentre col sillogismo di Donzelli, il PD starebbe dall'altra parte della barricata) oltre che diffamatorio non significa nulla: i Graviano hanno "concepito" un figlio mentre erano al 41 bis, i discorsi in carcere non rimangono confinati nelle stanze delle persone abilitate ad averli, ma a quanto pare escono anche fuori.

Combattere le mafie significa fargli terra bruciata attorno: noi siamo ancora qui ad aspettare che qualcuno spieghi come abbia fatto Messina Denaro a rimanere latitante per 30 anni (e poi essere catturato in quel modo).

Mente discutiamo di Cospito e 41 bis, il detenuto sta continuando il suo sciopero della fame (comunque la pensiate, lo Stato non può far finta di niente) e dall'ultima relazione del CROSS (Osservatorio della criminalità organizzata) assieme alla CGIL, la Lombardia è la seconda regione per penetrazione mafiosa.

Ne parla a Il Giorno il sociologo (ed ex deputato) Nando Dalla Chiesa

“Per spiegare questi dati - ha affermato Dalla Chiesa - occorre consapevolizzare che la Lombardia non solo è la seconda regione di ‘ndrangheta in Italia, ma che il suo Pil raddoppia quello della Regione Lazio, che è seconda in graduatoria”. Questo, per spiegare l‘aumento esponenziale dei sodalizi nella regione, evidentemente attratti da investimenti di varia natura: “Questa è la loro casa: ne hanno una dove sono nati e un’altra dove stanno vivendo. A volte bisogna semplificare, perché molto spesso non lo si fa. Qui stanno costruendo le loro fortune nonostante il lavoro enorme di magistrati e forze dell’ordine”, osserva Dalla Chiesa.

Chissà, forse non è vero che con le mafie non si tratta, come dice Meloni. Leader del partito che ha proposto al CSM un avvocato indagato nel processo antimafia Gotha. 

 

30 ottobre 2018

Fate i compiti per piacere

Nell'intervista concessa a Ottoemezzo, il procuratore antimafia Gratteri ci spiegava come questo governo si stia occupando di immigrati (ma non di immigrazione), di prescrizione (ma non delle cause che portano a tener fermo un fascicolo per mesi o anni), degli spacciatori (ma non dei grandi trafficanti o broker della droga), di piccola criminalità ma non di mafia.
La mafia, a parte qualche tweet, è sparita al momento da ogni discussione, proposta di legge o decreto da approvare in urgenza.
L'unica urgenza sembrano essere gli ultimi, specie quelli con la pelle scura, la paura e la spinta ad armarsi e le grandi opere.

Di grandi opere se ne parlava ieri al Politecnico di Milano: mentre fuori l'Italia andava sott'acqua, gli alberi bloccavano le strade, frane e alluvioni bloccavano (e uccidevano) persone, gli industriali chiedevano a gran voce altre grandi opere.
Come l'inutile Mose forse, come le autostrade del nord da fare in urgenza.
Chissà se a loro è arrivato alle orecchie il tonfo del muro crollato, alla sede di Bovisa del Politecnico?

Insomma, sembra che in questo paese nessuno voglia fare i compitini per arrivare preparato all'esame (nemmeno questi governanti del governo del cambiamento) e nessuno voglia guardare altro dai suoi interessi.
Grandi opere, clandestini, paura, armatevi e difendetevi, lo spread, i poteri forti che ci attaccano...

06 marzo 2017

Realtà e finzione romanzesca

A Foggia un serial killer (che viene chiamato dai media zio Teddy) uccide due bambini usando un suo rituale e lancia una sfida personale agli investigatori venuti da Roma per catturarlo.
La presenza di un serial killer crea preoccupazione tra le persone, ma anche all'interno delle criminalità organizzata che non ama che nel suo territorio arrivino le camionette della polizia e dell'esercito. Esercito e polizia mandati dal Viminale nella provincia foggiana per dare una risposta alle paure dei cittadini. Aizzati dalla politica, dai media, dai talk.
E fin qui è la fiction romanzesca, dentro la trama di Formicae (editore Sem), un bel noir di Piernicola Silvis.


«Come sai, in questo territorio abbiamo tre distinte organizzazioni criminali. I Cerignolani, la mafia del Gargano e la Società Foggiana.[..]la Società, i Montanari e i Cerignolani hanno scoperto che l’unione fa la forza, quindi stanno pensando di stringere un patto [..] se questo accadesse davvero, la criminalità organizzata di questa cazzo di provincia potrebbe diventare una nuova ’Ndrangheta, ..»

Sono due protagonisti del libro a parlare:
«Le batterie non tollerano che sul proprio territorio ci sia qualcuno che ammazza i bambini. ..»
Allora, per togliere di mezzo tutta questa polizia, tutto questo esercito, sarebbero anche disposte a trovare loro un colpevole da dare in pasto all'opinione pubblica..

Sempre a Foggia hanno sgomberato il ghetto di Rignano, dove vivevano gli immigrati in attesa di un lavoro su chiamata da parte dei caporali italiani e africani.
Dopo lo sgombero, qualcuno ha appiccato il fuoco alle lamiere e alle casette in legno.
I caporali? Gli immigrati stessi? Non lo sappiamo.
Sappiamo però che a Foggia, nella provincia, sono arrivate le camionette dei reparti mobili della polizia, per presidiare il territorio, nel timore di proteste da parte dei migranti.
Quelli che devono pagare per un posto e pure per lavorare.
Per raccogliere quei pomodori che poi finiscono sulle nostre tavole.

Immagine presa dal sito de La Stampa
Ma a qualcuno tutta questa polizia ha dato fastidio: così sabato notte a San Severo, da una macchina (che è stata identificata) sono partiti dei colpi di pistola contro le macchine della polizia.
E questa non è fiction, ma è cronaca. Che spesso ha molto in comune con la fiction dei romanzi, specie se quei romanzi sono scritti da un poliziotto che ha una lunga esperienza alle spalle.
Piernicola Silvis è l'autore del romanzo Formicae e anche il Questore di Foggia:
Sull’accaduto sono in corso le indagini della polizia, che saranno coordinate direttamente dal questore, Piernicola Silvis che non esclude che vi sia un nesso tra l'episodio degli spari contro i mezzi della polizia della notte scorsa a San Severo e lo sgombero del Gran Ghetto che si trovava nel territorio comunale, ma al momento propende per l'ipotesi che si sia trattato di una reazione della criminalità locale al rafforzamento dei controlli disposto negli ultimi giorni per frenare l'escalation criminale. I mezzi presi di mira dall'attentatore erano parcheggiati dinanzi ad un albergo dove è ospitato - precisa il questore - personale della polizia che nei giorni scorsi ha operato anche per i servizi di ordine pubblico durante lo sgombero del ghetto e che ora partecipa ai servizi di controllo della residenze in città dove sono stati trasferiti i migranti del ghetto. Ma è probabile - ha aggiunto Silvis - che chi ha sparato abbia preso di mira i mezzi della polizia come ritorsione perchè l'incremento dei controlli ha infastidito molto la criminalità.

14 febbraio 2017

Presa diretta - Roma criminale

Roma è diventata un "consorzio delle mafie": così descriveva la situazione a Roma il servizio di Danilo Procaccianti su Roma e sui clan criminali che si dividono lo spaccio e che coi loro soldi stanno comprando pezzi della capitale.
Condizionando le imprese sane, accaparrandosi locali, ristoranti e immobili.
Con l'aiuto anche di banche poco attente all'odore del denaro e di professionisti che si sono messi a servizio di ndrangheta a Camorra.
Ma, soprattutto, con la colpevole indifferenza dei romani, non tutti e nemmeno tutta la classe politica.
Ma a molti - raccontava ieri sera il giornalista Giovanni Tizian - la mafia fa comodo: "i romani non si rendono conto che vivono in mezzo alle mafie".
Anzi: a noi la mafia ci piace - continuava - è uno strumento per ottenere prima quello che ci serve, da un documento o una pratica del comune al contatto con un politico.
Così i soldi delle mafie, miliardi, inquinano l'imprenditoria onesta, tagliata fuori: "oggi a Roma muore l'economia sana".
Nell'indifferenza, nella paura, nella distrazione o nella complicità.
I politici che erano in contatto coi mafiosi (e di cui abbiamo letto negli articoli su mafia capitale) sono quelli che oggi non ricordano o non sanno. O quelli assolti dalle accuse dalla magistratura e che festeggiano pure.
Come se quei contatti, quel non aver voluto vedere e fare argine fossero così meno gravi.
La pax mafiosa di questi anni è quella che poi porta molti a dire che la mafia non esiste a Roma.
Non esiste lo spaccio capillare (che passa per il cartello delle cosche di San Luca della ndrangheta) a Tor Bella Monaca e San Basilio.
Non esistono le confische dei beni in pieno centro.
Non esistono le estorsioni dei commercianti a Ostia, da parte dei clan Fasciani e Spada.
Da Huffington post:
Una piazza di spaccio di cocaina a Roma “fattura” sessantamila euro al giorno, in alcuni quartieri la droga si vende in sette piazze di spaccio contemporaneamente e un quartiere arriva a muovere 10 milioni di euro al mese. Roma è la Capitale della droga, se ne consuma più che a Milano, Napoli e Palermo. Secondo la Procura Nazionale Antimafia: “Difficilmente infatti le organizzazioni impegnate nel settore possono trovare livelli di smercio degli stupefacenti superiori a quello che il mercato romano può assicurare”.
Gli ultimi dati disponibili ci dicono che nella Capitale sono stati sequestrati circa 9351,238 kg di stupefacenti nel 2016 e se pensiamo che per ogni chilo sequestrato, gli investigatori parlano di altri cinque chili che vengono immessi sul mercato, parliamo di un mercato che Roma vale circa un miliardo di euro all’anno. Nessuna azienda romana riesce a fare questi numeri, solo le mafie ci riescono.[..]
Ogni anno a Roma si sequestrano aziende e patrimoni mafiosi per circa 800 milioni di euro. Nel Lazio attualmente ci sono più di 500 aziende confiscate alle mafie, la maggior parte stanno a Roma. Il Lazio è la terza regione dopo Sicilia e Campania per numero di aziende confiscate. Le mafie a Roma sono ovunque e nessuno sembra accorgersi di loro. Hanno provato perfino a infilarsi nel business del caro estinto dell’ospedale Sant’Andrea di Roma e nel mercato dei fiori del cimitero Flaminio, che con i suoi 140 ettari di estensione è il cimitero più grande d’Italia. “Roma è il futuro” diceva un capo clan della ‘ndrangheta intercettato qualche anno fa. Per Michele Prestipino, procuratore antimafia a Roma: “Roma per le mafie è passato, presente e futuro”.

28 ottobre 2016

Le mafie in Brianza - l'incontro col magistrato Walter Mapelli


Ieri sera ad Inverigo si è svolto l'ultimo incontro pubblico sul tema della legalità e della lotta alle mafie: ospite della serata era il magistrato Walter Mapelli (procuratore capo a Bergamo) che, assieme al giornalista Duccio Facchini ha parlato della presenza delle mafie in Brianza.



Presenza e non più infiltrazione: le inchieste del passato, fino all'ultima sui lavori di Expo raccontano di come nel territorio lombardo e, nello specifico qui in Brianza, siano presenti le ndrine, come nel sud, le strutture territoriali della ndrangheta che qui al nord persegue gli stessi obiettivi che ha al sud.
Portare avanti le attività criminali, nei settori a bassa competitività e ad alta manovalanza (logistica, guardiania, movimento terra, le costruzioni). Occupare e controllare il territorio.
In questi anni è cambiato anche l'atteggiamento della ndrangheta nei confronti della società e delle istituzioni: il procuratore Mapelli ha ricordato come negli anni '90 il boss Iamonte, al confino a Desio, si limitasse a portare il suo pacchetto di voti al politico locale, lumbard, nel classico rapporto clientelare.
L'inchiesta Infinito che nel 2010 è stato il punto di svolta, sono stati arrestati i suoi nipoti, che erano consiglieri comunali: dopo quasi vent'anni la famigila era rimasta ndranghetista e le sue persone si erano inserite nelle istituzioni.

E che ruolo ha avuto la politica?
Tangentopoli, la crisi dei partiti, ha reso la politica qui al nord più fluida, meno attenta alle mafie: in assenza di anticorpi (e di politici di statura) i nostri rappresentanti hanno fatto finta di non vedere, si sono trincerati dietro "finché una sentenza passata in giudicato non confermerà che tizio è mafioso io continuo a frequentarlo".
A prendere il pacchetto di voti che questa persona porta al partito.
Nascondendosi dietro le sentenze della magistratura ha di fatto delegato ad essa la selezione delle persone dentro le istituzioni.

Così le ndrine hanno messo le mani sui lavori pubblici (che sono il loro vero obiettivo), per strade, viadotti, ospedali.
E dentro i padiglioni di Expo, come sembrerebbe dalle ultime inchieste: tutto ciò nonostante l'Anac e nonostante i sette livelli di controllo.
Che però si applicavano solo alle infrastrutture principali, non ai padiglioni o alle opere "minori": nessuna gara pubblica, nessuna trasparenza.
C'è stata miopia o forse peggio e questo buco nei controlli ha contribuito anche la fretta con cui sono stati fatti i lavori nell'ultimo anno, dopo che si sono persi 4 anni solo per decidere la governance.

Da dove arriva l'appeal delle imprese ndranghetiste?
Sono aziende dove non si pagano contributi, dove si lavora a nero, dove non si rispettano tutte le norme di sicurezza e che dunque possono puntare su prezzi più bassi per le opere (tanto si rifaranno coi sovraprezzi e le modifiche in corso d'opera).
C'è una convergenza di interessi, tra la ndrangheta e chi vince l'appalto e piazza il subappalto a chi offre un prezzo migliore senza farsi troppe domande.
Niente controlli, niente problemi: basta che sulle carte, sulle certificazioni antimafia (o sulle autocertificazioni) sia tutto a posto.

Così le costruzioni sono fatte con poco cemento, i viadotti crollano, i soffitti cadono a pezzi. I costi delle opere salgono.
Serve che le associazioni di categoria facciano il loro lavoro, aggiungeva Mapelli.
Ma per le imprese criminali muoversi in Italia è facile: siamo il paese dell'illegalità diffusa (i reati non li commettono solo gli ndranghetisti) e in Italia ci sono troppe leggi a contrasto della corruzione. 
"Quanti tipi di reato ci sono in Italia? Sinceramente non lo so ..".
Lo strumento di prevenzione più importante è il sequestro dei beni: beni che non devono necessariamente diventare un fine. Il magistrato si è detto contrario al principio per cui i beni sequestrati non possano essere venduti a privato.
Non c'è sempre convenienza ad usarli a fini pubblici: faceva l'esempio di un negozio in centro a Bergamo, sequestrato e in possesso dall'agenzia dei beni. Il costo per riconvertirlo a magazzino per la Procura era così alto, che si è deciso di non affittarlo. 

Si deve rendere profittevole rispettare le regole - questa è la strada per contrastare le mafie nei loro affari e la corruzione in generale: premiare le imprese che rispettano le regole negli appalti e penalizzare le altre, quelle che si sono fatte coinvolgere in inchieste di mafia, che si sono lasciate avvicinare da queste organizzazioni criminali.
Mapelli si è dimostrato scettico nei confronti dello strumento delle certificazioni antimafia e anche dei "provocatori", per scoprire i casi di corruzione: la legge italiana è così complessa per le sue figure di reato che si rischierebbe di fare troppa confusione.
L'Anac di Cantone dovrebbe concentrarsi sul suo compito e non dovrebbe normare tutto lo scibile (per esempio di come gestisce i suoi soldi l'ordine dei farmacisti).
Come giudica l'azione di questo governo? In chiaroscuro, ha risposto.
Ci sono azioni positive (e ha citato l'autoriciclaggio), ci sono anche azioni dubbie, come la soglia del contante innalzata.

Questo governo, come la politica italiana in generale, soffre del respiro corto: pensa all'oggi, a come mantenere il posto nel governo, piuttosto che occuparsi del domani e portare avanti politiche che scontentino qualcuno.
Si insegue l'emergenza giorno dopo giorno: oggi il terremoto, domani altro.

A fine serata, dopo aver risposto anche a domande del pubblico, si è lanciato in una sua dissertazione sul diritto di voto attivo e passivo.
O si diversifica il peso di un voto, in base a quanto uno è veramente "cittadino" attivo oppure si mettono dei vincoli su chi fa politica: perché non tutti possson fare politica, dovrebbe farla solo chi è veramente capace di risolvere i problemi.
Serve preparazione, esperienza, delle qualifiche vere: oggi viviamo un disallineamento tra la complessità dei problemi e la superficialità della classe politica che tende solo a campare di consenso.

Walter Mapelli, assieme al giornalista Gianni Santucci, ha scritto il libro "La democrazia dei corrotti", lettura consigliata sul come è cambiata la corruzione in questi anni e di come gli strumenti legislativi siano insufficienti.

15 settembre 2013

Rassicurare

La parola d'ordine per tutti, è rassicurare: è tutto sotto controllo, possiamo cavarcela con qualche manovrina senza sforare sui vincoli di Bruxelles (quel famoso 3% che oramai sappiamo a memoria). Visco per banca d'Italia, Letta per conto del governo, assieme al ministro Saccomanni.
Dall'Europa ci fanno sapere che siamo ancora osservati speciali, però. Che dobbiamo garantire la stabilità, per non tornare ad essere il ventre molle dell'Europa (che è una espressione che mi riporta ai tempi di Churchill e della seconda guerra mondiale).
Rassicurare e minacciare: se cade il governo si pagherà l'IMU, dice, ma non credo che per molti italiani sia questo il problema, forse lo è più per Brunetta.



Peccato però che rassicurare serva a poco rassicurare.
Era alla fiera del Levante, il primo ministro, a spiegare come senza il sud non ci sarà vera ripresa. E allora bisognerebbe chiedergli cosa sta facendo questo esecutivo per il sud.
Per il turismo, per la difesa e tutela dell'ambiente e del paesaggio (le trivellazioni nel mare di Sicilia, ad esempio).
Cosa sta facendo per tutelare l'agricoltura: il ministro competente sembra più preoccupato del suo presidente che dei suoi agricoltori.
Per il lavoro: i Riva, in risposta alle azioni della magistratura, non solo hanno minacciato i dipendenti di Taranto, ma anche tutti gli altri nel resto del paese (che ora sono in libertà). Si potrebbe spendere, da parte del governo, qualche parola chiara in più, senza aspettare l'ennesimo tavolo.
Anche perché parliamo di 1402 dipendenti, più di quelli che si stimano che verranno impiegati per il caccia F35.

E poi, sempre rimanendo al sud, c'è il tema delle mafie: parola sparita dall'agenda politica. A parte le solite proposte di togliere il carcere preventivo, abbassare le soglie di punibilità per certi reati collegati alla mafia (favoreggiamento), togliere il reato di concorso esterno.

È uscito per Chiarelettere un libro che parla dei beni confiscati alle mafie, "Per il nostro bene", di Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni.  
Beni che non aspettano altro di essere presi dallo Stato per creare benessere e sviluppo per il paese.
Peccato che poi, per colpa delle leggi dello stesso Stato, questi beni marciscano per anni, corrano il rischio di tornare in mano ai vecchi padroni, le aziende falliscano (creando un doppio danno allo stato):
“Su 1708 imprese confiscate, solo 60 risultano pienamente attive sul mercato, con dei dipendenti che effettivamente ogni giorno si presentano in ufficio o in fabbrica.”

Cosa vogliamo fare? I due giornalisti che hanno curato l'opera parlano di miliardi di beni, il costo di una finanziaria:
Un patrimonio che vale una Finanziaria. Un’occasione che rischiamo di perdere. Scuole e uffici pubblici pagano l’affitto mentre migliaia di immobili restano abbandonati. Tra ostacoli di ogni tipo, terreni occupati, edifici distrutti, una legislazione carente, amministratori pavidi, funzionari di banca che concedono mutui ai clan per aiutarli a “salvare” il patrimonio: un terzo delle case sottratte ai mafiosi e non assegnate è gravato da ipoteche, inutilizzabile. Per non parlare delle aziende, quasi tutte, che nel passaggio dalla criminalità organizzata allo Stato falliscono.C’è un’Agenzia nazionale che gestisce e destina i beni sequestrati e confiscati: trenta dipendenti in tutto, zero risorse, rischia lo stallo. Tra le pieghe di un clamoroso insuccesso, questo libro racconta le vicende di tante persone che con intelligenza e straordinaria determinazione hanno tentato di far rinascere la vita là dove prima si predicava solo morte. Come dei partigiani, in questa nuova guerra di liberazione italiana.
Certo, bisognerebbe cambiare mentalità nella lotta alla mafia. Snellire certe burocrazia che rendono poco efficiente la macchina dello stato, potenziare le strutture che gestiscono questi beni.
Ma sarebbe un segnale di cambiamento.

Ma non è quello che Letta dice di voler fare?    

09 settembre 2013

Il flusso dei soldi sporchi a Presadiretta

La parola patrimoniale non è stata pronunciata ieri, al forum Ambrosetti: ancora una volta la classe politica farà finta di non vedere l'enorme ricchezza privata di questo paese, da cui si potrebbe attingere per risistemare i conti del paese.
Invece che continuare a perdere tempo con crisi di governo annunciate, riforme della Costituzione, il partito dei no etc etc, la competitività, la flessibilità ..

Vediamo allora se qualcuno si interesserà al servizio di questa sera di Presa diretta dove si parla dei soldi sporchi: i soldi che sono cioè frutto di un reato. Si parlerà cioè di come vengono impiegati i proventi da parte della piccola e grande criminalità organizzata.

Come si nascondono i soldi? come si ripulisce il denaro sporco?
Si riesce ancora a distinguere i soldi puliti da quelli sporchi, ovvero, una società pulita da una che ha dietro le mafie?

E' come un tumore che, se non arrestato, si magerà l'intero organismo dal suo interno
Se la criminalità organizzata può propestare, se le leggi non riescono a bloccare l'autoriciclaggio, i meccanismi con cui gli evasori (non solo le mafie) nascondono i loro soldi, sono le aziende sane a soccombere.

La scheda della puntata:

Nella settimana in cui il governo italiano e le sorti della politica sono appese alla sentenza di Cassazione che ha condannato Silvio Berlusconi per il reato di frode fiscale, PRESADIRETTA dopo aver raccontato l’enorme ricchezza privata del nostro paese nella prima puntata, accenderà le sue telecamere sulla ricchezza invisibile, quella non accertata, i soldi dell’evasione e quelli prodotti dalla grande criminalità organizzata.

E’ un flusso di denaro enorme. Sono 120 miliardi di euro i soldi evasi in Italia ogni anno e almeno 10 miliardi di euro i ricavi medi delle mafie, lo 0,7% del nostro Pil. “Soldi sporchi” racconterà i mille modi utilizzati dagli evasori fiscali nel nostro paese: castelli societari, prestanome e quanto è difficile contrastare un’evasione che ha assunto una dimensione enorme, una malattia endemica che toglie risorse a tutti noi e allo sviluppo del paese.

PRESADIRETTA evidenzierà anche quanto è grave l’infiltrazione mafiosa nel tessuto economico dell’Italia, andrà nel nordest in crisi, dove ogni giorno chiudono decine di aziende, dove le banche hanno chiuso i rubinetti e mostrerà come la grande criminalità organizzata è riuscita in pochi anni, sfruttando gli enormi proventi del narcotraffico, a impossessarsi di centinaia di aziende.

SOLDI SPORCHI è un racconto di Giulia Bosetti e Federico Ruffo