IL
SINDACO E IL DIPARTIMENTO MISTERIOSO
Di Rosamaria Aquino
Dallo
scorso anno il nuovo sindaco di Fiumicino è l’ex deputato Mario
Baccini: ex tante cose, oggi amministra una città alle porte di
Roma.
Come
sta amministrando la città e chi ha finanziato la sua campagna
elettorale?
Report
ha raccontato del suo duplice ruolo, sindaco e presidente del
Microcredito, ente pubblico che finanzia le piccole imprese in
difficoltà.
Nel
suo comune le consulenze dovrebbero essere state azzerate, ma secondo
l’opposizione nelle riunioni del comune partecipano anche
consulenti del sindaco, come l’avvocato Graziano come consulente
giuridico (incarico pagato).
Come consulente giuridico non
bastava il segretario generale, racconta Baccini “io ho il mio
gabinetto con le mie consulenze”, quelle che doveva azzerare.
Baccini
ha assunto altri consulenti o assessori persone legate all’area del
centrodestra: per i consulenti non si bada a spese.
Altri
soldi sono stati spesi per eventi e degustazioni, come per il
convegno Terra e mare (dove non manca Coldiretti): l’evento è
seguito da un giornale online a cui il comune paga 15mila euro per il
solo convegno.
160mila
euro per le luminarie, in una zona dove poi non c’è stato ritorno
turistico: “quest’anno raddoppieremo” rassicura il sindaco.
Ma
a Fregene, diversamente dal centro di Fiumicino, le luci non arrivano
e le persone hanno paura ad uscire la sera: anche loro pagano le
tasse e non possono essere il bancomat del comune.
Il
90% dei finanziamenti esterni (43mila euro) è stato erogato da un
dipartimento di una misteriosa università, chiamata università
anglo cattolica di San Paolo.
La
giornalista di Report ha provato a chiamare al dipartimento fantasma,
senza successo. Un buco nell’acqua anche la visita alla sede di
Unisanpaolo.
La
giornalista ha provato ad andare nella chiesa anglicana di Roma:
anche qui niente da fare, nessuno conosce questa
università.
Risalendo le fila delle persone società che hanno
investito in Baccini si arriva a Focene, da una imprenditrice che il
sindaco pure conosce e
che sarebbe la direttrice del dipartimento.
A
Report spiega che il dipartimento è chiuso, che lei lavora in una
società di consulenza, che lei lavorava per un certo monsignore
(almeno
così veniva definito).
Alla
fine questa università esiste virtualmente ma non rilascia titoli, è
tutto aleatorio, “se i corsi sono partiti non lo so” racconta a
Report la moglie del rettore.
Secondo
il rettore di questa università “aleatoria” quel dipartimento
non è mai esistito e che presenterà denuncia per quanto successo.
A
Fiumicino dovrebbe sorgere un nuovo porto, dove dovrebbero arrivare
le navi da crociera per attraccare: anzi i porti sono due, uno più
grande dell’altro, uno privato e uno pubblico a pochi km di
distanza. Il progetto è stato approvato lo scorso agosto: il comune
dovrebbe controllare il progetto ma è coinvolto anche nell’iter
del progetto, che avrà anche un forte impatto ambientale.
Si
tratta di una concessione privata – spiega Baccini: la concessione
è stata acquista da Fiuicino Waterfront, sarà una delle opere
realizzate per il Giubileo ed è considerato strategico dal comune.
Anac
ha chiesto la delibera del comune, quella di agosto dove ha stabilito
la concessione.
AGGIORNAMENTO
OLIGARCHI DEL MARE
Di Luca Chianca
Il
sistema Genova era già emerso lo scorso anno dal servizio di Report,
“Gli oligarchi del mare”: si parlava del progetto della diga
davanti al porto per accogliere le navi da 400 metri, con un forte
impatto ambientale sull’ecosistema marino (quello che immagazzina
più co2).
La
nuova diga sarebbe costruita con soldi pubblici, si tratta di una
scommessa fa 950 ml di euro solo per la prima fase, per arrivare ad
altri 300 milione in una seconda fase.
L’ingegnere
Silva aveva lavorato al progetto per poi dimettersi: parla a Report
di una diga a rischio collasso, con conseguente aumento dei costi.
Tanto paga il pubblico, si stima fino a 2 miliardi di euro (parola di
Signorini, il presidente del porto).
La
diga è stato un piacere fatto a Spinelli e Aponte (i due armatori
che hanno finanziato Toti): per parlare del progetto Bucci e Toti
sono andati a Ginevra con un aereo privato di Garrone.
Che
male c’è – spiega Signorini - questi discorsi mi sembrano cose
del passato.
Spinelli
(come Aponte) ha finanziato le attività politiche di Toti, “noi
facciamo beneficenza a tutte le parti”, spiega al telefono a
Report. Mica lo ha finanziato per avere qualcosa in cambio..
“Noi
abbiamo ascoltato gli imprenditori”
racconta
a Report Toti: forse li ha ascoltati un po’ troppo, visto
l’interesse della magistratura.
Svendesi
capolavoro –
di Manuele Bonaccorsi
C’è
un quadro, recuperato dai carabinieri a Montecarlo lo scorso anno,
che potrebbe costare un altro rinvio a giudizio all’ex
sottosegretario Sgarbi: si tratta di una replica di un’opera
d’arte, aveva spiegato a Report Sgarbi, il quadro non era mio,
avevo fatto solo una expertice.
Ma la perizia fatta da esperti
stabilisce che si tratta veramente di un’opera del 600, del pittore
de Boulogne.
Report
ha mostrato le prove che potrebbero creare altri problemi al critico
Sgarbi: sono le chat dove parla della vendita dell’opera con tanto
di commissione.
I
NEMICI DI MORO E FALCONE
Di Paolo Mondani
Report
torna sul caso Moro, ricostruendo gli ultimi giorni della prigionia:
il servizio parte con la trattativa portata avanti dall’ex
vicesegretario Signorile viene interrotta dalla notizia del
ritrovamento del cadavere di Moro (il
9 maggio 1978).
Secondo Signorile il Viminale sarebbe venuto a conoscenza del
cadavere attorno alle 11, prima della telefonata di Morucci al
professor Tritto.
La
verità giudiziaria si poggia sul memoriale di Valerio Morucci e
della compagna Adriana Faranda: Morucci si è dimostrato reticente,
come tutti i brigatisti, nel voler fare luce su tutte le zone
d’ombra, sul memoriale.
I
brigatisti non hanno pubblicato la parte del memoriale su Gladio, sui
rapporti della DC e le banche, su Andreotti: secondo Signorile ci
sarebbe un patto occulto tra la DC e i brigatisti per nascondere e
proteggere i “nemici di Moro”.
Nel
memoriale, ritrovare 12 anni dopo, Moro accusava il suo partito e il
papa di aver fatto poco per la sua liberazione, di averlo
abbandonato: “liberatelo così, senza condizione..”.
Nella
rivista Metropoli di Scalzone e Piperno, pubblicata nel 1979, era
presente un fumetto dove si ricostruiva la prigionia di Moro con
particolare inediti: alla sceneggiatura hanno lavorato persone che
sapevano dettagli precisi del sequestro e della morte di Moro.
“Non
ci sono verità nascoste” dice oggi il disegnatore: ma nel fumetto
si parla del garage del quartiere Prati (emerso solo nel 2018 dal
lavoro della commissione Fioroni), è presente un personaggio che
assomiglia a Senzani.
Quando
sono stati arrestati Morucci e Piperno, nel suo alloggio di proprietà
di un agente del KGB, era presente un elenco di brigatisti, forse
materiale di scambio per una collaborazione.
Quel
fumetto – secondo Signorile – era un modo per arrivare ad un
perdono giudiziale: impunità per persone contigue alle BR per non
essere processate. Signorile fa il nome dell’ex brigatista Senzani,
ritenuti da molti suggeritore delle domande a Moro nella prigionia.
Come
mai il memoriale non è stato reso pubblico?
Senzani
oggi risponde che non avevano interessi nei media, l’avvenimento
era troppo grande anche per noi: non si sono accorti i brigatisti che
avevano in mano argomento tali da buttar giù la DC e lo Stato, come
Gladio?
Senzani
è considerato la mente dei sequestri Dozier, Taliercio, Cirillo, era
in contatto con la scuola di lingue parigina Hyperion, era in
contatto col responsabile della Gladio parigina.
Per
Moro tutto cambia col comunicato 5, dove si parla di Taviani –
referente italiano di Gladio - e di una mancata trattativa (su
indicazione americana e tedesca): dopo quel comunicato le BR non
pubblicano più nulla su Gladio. Come mai?
Nel
1983 a processo Prospero Gallinari raccontò che l’omicidio di Moro
fu deciso per il progetto di solidarietà nazionale.
Gallinari
fu arrestato dopo uno scontro a fuoco con la polizia: la sua cattura
è raccontata dal collaboratore ex brigatista Di Cera che ha
collaborato coi carabinieri di Mori.
Walter
Di Cera racconta un’azione nel 1979 quando all’Asinara cercarono
di far evadere i capo storici delle BR con una azione sanguinaria: i
capi sarebbero usciti usando l’esplosivo che era stato portato in
carcere dai familiari.
Gallinari,
nel corso della preparazione dell’agguato all’Asinara, raccontò
che in via Fani erano presenti due uomini dello Stato.
Nel
1979 al Cesis arriva un appunto su due brigatisti, intercettati in
carcere: questa intercettazione rimane nel cassetto fino a metà anni
90, dove fu scoperta dall’avvocato Li Gotti.
Nelle
intercettazioni si parla di nastri con la registrazione
dell’interrogatorio, nastri poi presi da “altri” compagni, di
un livello superiore,
per nasconderli.
Si
dice che Moro si faceva la doccia più volte al giorno, dunque Moro
non era detenuto in via Montalcini. Si parla di altri soggetti non
identificati nell’operazione Moro: nel memoria di Morucci si parla
di solo nove brigatisti, ma forse quel giorno erano presenti molto di
più.
Quelle
registrazioni oggi sono dimenticate, perché non si prova a
ripulirle, con le tecnologie di oggi?
La
morte di Moro rientra nel campo della strategia della tensione,
termine inventato dal quotidiano The Observer due giorni dopo la
strage di Milano, nel dicembre 1969: tener fuori dall’area di
governo il partito comunista in tutti i modi.
Nel
memoriale Moro fa capire che quel termine, strategia della tensione,
è riferito alla sua politica: la politica di apertura al PCI, a
centri di potere diversi da quelli del patto atlantico.
Una
politica in contrasto con i dettami della guerra fredda, come aveva
cercato di fare con la sua politica energetica Enrico Mattei, ucciso
in un attentato a Bascapè nel 1962.
Moro
scrisse a Mattei di dimettersi: l’Italia poteva crescere
economicamente, ma non politicamente. Anche economicamente non
potevamo crescere: dopo il 1962 fu bloccato l’investimento di
Olivetti, dell’Eni con la sua politica energetica.
Lo
storico Giovanni Maria Ceci racconta del rapporto speciale tra
l’amministrazione americana e Craxi, nato nei giorni del rapimento
Moro: Craxi era considerato il leader naturale dagli americani,
perché anticomunista, perché spaccava la Dc. La sua tattica sulla
trattativa era di tipo “win win”, se Moro fosse stato ucciso
poteva dirsi l’unico politico ad aver voluto trattare.
Anche
lo storico e scrittore Giovanni Fasanella, autore di un saggio sul
caso Moro (Il
golpe inglese - Chiarelettere), ha toccato il punto delicato
sugli interessi stranieri in Italia: assieme
a Mario Jose Cereghino hanno studiato per anni i documenti via via
desecretati dello spionaggio inglese in Italia conservati nei
National Archives di Kew Gardens a Londra. Ed è qui che scoprono un
tesoro rimasto sepolto per decenni anche sul caso Moro:
“Una
serie di documenti sulle riunioni di una Commissione segreta del
governo britannico che lavorò nei primi sei mesi del 1976. Questa
Commissione aveva avuto il compito dal governo britannico di
elaborare dei piani di guerra clandestina, di operazioni illegali e
clandestine da attuare in Italia per neutralizzare la politica di
Aldo Moro. Molte le ipotesi prese in considerazione, alla fine ne
rimase una: colpo di Stato militare, classico. Questa opzione venne
discussa con la Germania federale, la Francia e gli Stati Uniti
d'America. All'epoca era Kissinger il referente di questa Commissione
dei quindici del governo britannico. E
naturalmente c’erano perplessità, c’era addirittura chi
prevedeva il bagno di sangue nel caso in cui ci fosse stato un colpo
di stato militare di destra. Alla fine cosa si decise? Si decise per
il piano B, appoggio ad una diversa azione sovversiva.”
Quali
sono queste azioni sovversive nel dettaglio – ha chiesto nel
servizio il giornalista di Report?
“La
propaganda occulta, influenzare i giornali, corromperli, pagare i
giornalisti, utilizzarli come strumento per condizionare la politica.
Una volta individuato un nemico, a livello più basso, la corruzione.
Se non funziona la corruzione, la macchina del fango,
l’intimidazione, fino all’eliminazione fisica.”
Il
vicesegretario socialista di quegli anni, Claudio Signorile, come
raccontato nel precedente servizio di Report, mediò con le Brigate
Rosse tramite alcune esponenti dell’autonomia operaia per la
liberazione dello statista democristiano. Signorile aveva raccontato
che nell’ultima settimana della prigionia le br furono “come
affiancate”.
Nella vicenda Moro sono intervenute realtà
esterne al brigatismo a condizionare la soluzione finale – è la
tesi di Signorile, ma a che cosa si riferisce?
“Le provenienze
sono queste, inglesi, americani ma in modo marginale, francesi, ma
gli inglesi hanno il primato, perché hanno il ruolo
di coordinamento,
sono quelli responsabili dei processi politici. Quando loro dicono ‘i
comunisti in Italia sono un problema serio che va affrontato fino
alle estreme conseguenze..’”.
Gli inglesi erano anche nei
partiti di governo, infiltravano anche i partiti, gli apparati: “mi
sorprende che lei si sorprenda, fa parte della tecnica della capacità
di infiltrazione inglese che in qualche modo tenevano aperta una
porta di dialogo col brigatismo, quando era già passato alla lotta
armata. Questo fatto mi è stato detto, mi sono stati indicati i
luoghi dove tutto questo avveniva..”
C’erano, secondo quanto
racconta l’ex vicesegretario del PSI, uomini dei servizi inglesi
che incontravano dei brigatisti.
Per
cercare una conferma alla tesi sulla eterodirezione delle
br,
se ci fosse qualcuno
che le manovrava, Paolo
Mondani ha sentito
il
professor
Giovanni Maria Ceci – ordinario di storia contemporanea a Roma –
che
racconta
di
come dagli archivi americani non emerge alcuna infiltrazione nelle br
di uomini dei servizi americani. Ma il professore riporta la
testimonianza
dell’ambasciatore
americano del tempo, Richard Gardner (dell’amministrazione
Carter),
che
avrebbe confermato l’esistenza di un infiltrato dentro le br.
Lo
scrive proprio Gardner nelle sue memorie: gli americani avevano
infiltrato le BR nel 1978.
Si
ritorna a Pellegrino, ex presidente della commissione parlamentare
stragi: Moro fu ucciso perché era in possesso e aveva dato ai
brigatisti materiali su Gladio.
Pellegrino
rivela una confidenza dell’ammiraglio Martini: “.. era stato il
più longevo tra i direttori del servizio segreto militare (Sismi) e
che all’epoca del sequestro Moro era al numero due del servizio. Mi
disse, ‘io non le ho detto la verità’, cioè che aveva avuto uno
scontro col ministro della Difesa Ruffilli”.
Pellegrino
riporta le parole dell’ex numero due del Sismi: “Mi ero fatto
dare delle dichiarazioni dagli uffici in cui si diceva che Moro non
era in possesso di segreti sensibili e Ruffilli disse ‘allora
possiamo stare tranquilli’ e io sbottai dicendo ‘proprio lei non
può stare tranquillo perché da una cassaforte del suo ministero è
sparito un documento su Gladio che esisteva soltanto in due copie.
Una custodita a Roma e una custodita a Londra..’”.
Andretti,
Cossiga, i membri del comitato di crisi tutti avevano la certezza che
Moro avesse fatto avere questo documento riservato su Gladio alle br?
Risponde Pellegrino:
“Dai comunicati delle br, il numero 3 e il numero 6, l’intelligence
alleata capisce che le brigate rosse erano entrate in possesso di
quel documento e dal quel momento decidono che non devono fare niente
per salvare Moro.”
Si
torna al cambio di rotta, che Pellegrino ha denunciato di fronte alla
seconda commissione Moro: per i documenti di Gladio, perché aveva
dato fastidio agli interessi inglesi (che sin dal 1976 era
preoccupati dall’ascesa dei comunisti)?
Nel
1990 in via Monte Nevoso nel covo delle BR furono trovate le carte
del memoriale e delle lettere di Moro: emerge dalle carte, analizzate
dal direttore Di Sivo dell’archivio di Stato, il dissidio tra Moro
e l’amministrazione Kissinger.
Nel
testo del memoriale mancano delle parti? Mondani lo ha chiesto al
direttore dell’archivio di Stato a Roma Michele di Sivo: “Ci sono
solo due punti in cui sembrano non esserci e tutti e due riguardano i
rapporti tra Giulio Andreotti e i servizi segreti ..”
Nella
seconda parte del memoriale si parla del rapporto della DC e le
banche, del rapporto di Andreotti e Sindona. Nella terza parte scrive
di chi ritiene sia responsabile del rapimento: scrive del suo
partito, di Andreotti (“lei passerà senza lasciare traccia”),
scrive di rinunciare alle cariche.
Il
generale Jucci, continua il servizio di Mondani, fu inviato da Moro
nella Libia di Gheddafi nei primi anni 70: fu capo del
controspionaggio comandando i carabinieri poi negli anni 80. Amico di
Moro e di Cossiga, oggi a 98 anni racconta che se non ci sono dubbi
che ad uccidere Moro siano stati i brigatisti, “ma certamente le br
avevano dei burattinai, almeno io lo penso, come i burattinai li
avevano chi cercava di liberare Moro”.
Fu
allontanato da Roma nei giorni del rapimento, per far sì che non si
occupasse della vicenda: se fosse stato presente avrebbe intercettato
il monsignor Bernini, avrebbe intercettato gli amici di Moro che
ricevevano le lettere dalle BR, oltre a Piperno e Scalzone.
Nel
comitato
di crisi erano presenti persone vicine a Cossiga: era presente anche
Pieczenick, che aveva un ruolo, non solo quello di salvare
Moro.
Sugli
errori commessi dagli investigatori aggiunge: “Quello che mi
rammarica è che probabilmente questi errori furono fatti per volontà
di farli.”
Le
BR avrebbero avuto dietro un burattinaio, fa intendere Jucci e questo
spiega perché le bR non avrebbero pubblicato le parti del memoriale
su Andreotti e Sindona, su Gladio.
Ma
anche lo Stato aveva dietro un burattinaio: Steve Pieczenick, il suo
ruolo è stato tenuto nascosto, molte informazioni sono emerse dai
leaks di Assange. Ma poi nelle sue memorie raccontò che Moro doveva
morire per salvare l’Italia, quello alla fine fu la sua missione
“da manipolatore” in Italia.
Cosa
successe nella direzione della DC del 9 maggio 1978? Claudio
Signorile attraverso Pace e Piperno era in contatto con Morucci per
la trattativa, la speranza era viva perché Fanfani avrebbe proposto
la trattativa alla direzione della DC.
Ma,
come raccontato anche nel precedente servizio, quella mattina arriva
al Viminale la notizia della morte di Moro, era tra le 10 e le 11.
Signorile
ritiene di essere stato invitato al Viminale da Cossiga per essere
testimone del ritrovamento del cadavere di Moro: la telefonata di
Morucci di mezzogiorno serve a rimarcare il loro ruolo, sono stati
loro ad uccidere Moro.
Se
Cossiga aveva saputo in anticipo della R4 rossa, chi li aveva
avvertiti?
La
telefonata di Morucci è una recita di un percorso già scritto che
nessuno doveva toccare: in quei momenti era in corso la direzione
della DC ma, secondo Signorile, Fanfani sapeva già che Moro era
morto.
Alla
fine il governo Andreotti rimane in carica per approvare importanti
riforme, come la legge sulla sanità e la legge Basaglia: ma la DC
senza Moro non sarà più la stessa.
Il
1980 si apre con l’omicidio di Mattarella, presidente della regione
Sicilia, poi successivamente le BR uccidono Bachelet. Tutti uomini
del cambiamento, Mattarella sarebbe stato nominato vicesegretario
della DC,aveva aperto l’amministrazione della regione al PCI di Pio
La Torre, a sua volta ucciso nel 1982, per la sua battaglia contro la
mafia e gli europ-missili a Comiso.
Muoiono
tutti gli uomini del cambiamento e la DC diventa sempre più
permeabile alle mafie.
Con
la caduta del muro di Berlino nel 1989 crolla il patto di omertà che
legava centinaia di agenti segreti, gladiatori, professionisti
dell’eversione di destra e altrettanti boss mafiosi che avevano
collaborato alla strategia della destabilizzazione del nostro paese
dal dopoguerra. Giovanni Falcone intuisce questo intreccio proprio
mentre, anni dopo, sta indagando sull’omicidio di Piersanti
Mattarella. Siamo a dicembre del 1991, Falcone è a cena da Pino
Arlacchi, suo collaboratore al ministero degli Interni: “non disse
una parola tutta la sera, finché non furono andati via tutti, gli ho
detto ‘Giovanni sei stato zitto, molti di questi volevano parlare
con te’. Lui disse non ho parlato perché sto appena tornando da
Palermo e sono ancora immerso in tanti pensieri tentando di decifrare
le informazioni che ho appena avuto, su tutta la situazione di cosa
nostra, e su tutta la situazione degli ambienti che circondano cosa
nostra, gli ambienti di Andreotti. Sono tutti in un grandissimo
allarme, perché si sentono traditi, non si sentono più protetti
dalla politica, il governo non fa più niente per loro. E inoltre ho
parlato con una fonte molto importante a cui do credito che mi ha
raccontato alcuni particolari dell’omicidio Mattarella che ha
confermato quello che pensavo da
tempo. Cioè che sia stato un caso Moro bis, c’erano la P2, Gladio
e la mafia, per eliminare Mattarella in quanto si era messo sulla
strada pericolosa, aveva superato la stessa linea rossa che aveva
superato Moro, stava cercando un accordo coi comunisti in Sicilia.”
Tutti
gli apparati dello stato che avevano compiuto stragi nei decenni
precedenti (i gladiatori, gli uomini dei servizi che li proteggevano)
erano in allarme – racconta Arlacchi – per il cambiamento
politico in corso: Giovanni
Falcone salterà in aria il 23 maggio 1992, l’8 giugno successivo
il ministro dell’Interno Scotti e di Giustizia Martelli approvarono
il decreto che istituiva il 41 bis, un regime di detenzione che
prevede l’isolamento dei boss di mafia per impedire il passaggio di
ordini tra il carcere e il clan sul territorio. Un mese dopo a
luglio, crollato il governo Andreotti, nasce il governo Amato, i due
ministri vengono rimossi anche perché dopo il decreto si era
scatenato l’inferno.
Lo racconta lo stesso ex ministro Scotti:
“immediatamente il giorno dopo fu dichiarato dagli avvocati lo
sciopero e la maggioranza alla commissione Affari Costituzionali pose
il problema di incostituzionalità del provvedimento ..”
Da
ministro dell’Interno – chiede Mondani – ebbe mai la sensazione
che esistesse una relazione, addirittura un rapporto sistematico tra
mafiosi corleonesi e alcuni componenti degli apparati dello Stato?
“L’ho sempre pensata così”.
Il governo Amato giura
nei primi giorni di luglio del 1992, al posto di Scotti all’Interno
viene nominato Nicola Mancino, al posto di Martelli al ministero di
Grazia e Giustizia fu nominato Giovanni Conso e poi arrivò
l’avvicendamento ai vertici del DAP di Niccolò Amato con Alberto
Capriotti: in poche settimana furono tutti sostituiti i responsabili
della linea dura contro la mafia.
Commenta
Scotti oggi: “Prevalse la linea della convivenza che poi degenera
facilmente in connivenza con la mafia.”
Alcuni
mesi dopo l’applicazione del 41 bis venne fatta saltare per
centinaia di mafiosi per mezzo di un intervento del ministro Conso:
effetto del cambio di strategia contro la mafia, per una distensione
dei rapporti “questo è un fatto non un’opinione” il commento
di Scotti.
Un
filo nero lega la morte di Moro con le stragi del 1992: si chiama
strategia della tensione, l’inchiesta sui mandanti esterni sulle
stragi di Falcone e Borsellino non è stata archiviata, la GIP ha
chiesto di approfondire i rapporti tra mafia ed eversione nera, con i
diari di Falcone dove parlava del delitto Mattarella.
Ma
la commissione antimafia del governo di centrodestra sta
approfondendo solo il filone sul rapporto mafia e appalti del ROS (su
cui Paolo Borsellino aveva deciso di indagare): ma è stata quella la
causa della morte di Falcone e Borsellino?
Secondo
l’ex magistrato Scarpinato è un errore, le due stragi sono legate,
la tesi secondo cui la tangentopoli siciliana dietro il rapporto del
Ros è dietro la morte dei due magistrati non sta in piedi.
I
politici siciliani delle tangenti erano finiti nel mirino della mafia
perché erano ritenuti non più affidabili: questa tesi piace alla
politica e al centrodestra perché ferma le indagini alla prima
repubblica e non tocca i partiti della seconda, come Forza Italia.
La
presidente Colosimo giustifica la scelta parlando della volontà dei
figli di Borsellino, non c’è nessuna volontà di “settorializzare”
ma vogliono andare a lavorare su una pista che è stata
sottovalutata.
Però
alla fine la pista sul rapporto mafia appalti mette d’accordo Mario
Mori, ex generale del Ros, con l’avvocato Trizzino, che tutela la
figlia del giudice Paolo Borsellino.
Gioacchino
Natoli aveva lavorato con Borsellino a Palermo: il giudice ricorda
che Borsellino non era contrario alla scelta di archiviare alcune
posizioni, dunque non è vero che fosse isolato per le sue posizioni
sul dossier del Ros. Tra
l’altro l’inchiesta era comunque andata avanti, portando alla
condanna del mafioso Buscemi.
Solo
nell’ottobre del 1997 Mori e De Donno si presentano alla procura di
Palermo sostenendo che il rapporto mafia e appalti fosse alla base
della sua morte – ricorda oggi Natoli.
Secondo
l’ex ministro Scotti Borsellino era preso da altro, rispetto al
dossier del Ros: aveva saputo della trattativa dei carabinieri del
Ros con la mafia, la Cassazione ha assolto tutti i carabinieri lo
scorso anno per il processo “trattativa” con la formula “per
non aver commesso il fatto”.
La
sentenza di appello mette nero su bianco la trattativa che ci fu, tra
l’ala moderata e pezzi dello Stato: la mancata perquisizione del
covo di Riina era un pezzo della trattativa come la mancata cattura
di Provenzano.
Non
è stato provato il nesso causale tra l’azione del Ros e la
prosecuzione delle stragi in continente: secondo il magistrato Di
Matteo la sentenza della Cassazione è in contrasto con altre
sentenze, come quelle di Firenze.
L’azione
del Ros aveva fatto crescere l’idea nella mafia che le stragi
avevano pagato: ma forse questa è una verità ancora indicibile per
questo stato.
Uno
stato dove ex condannati per mafia continuano ad avere un ruolo
politico, nelle elezioni amministrative ed europee.
Il mondo all'incontrario.