Visualizzazione post con etichetta Brigate Rosse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Brigate Rosse. Mostra tutti i post

25 dicembre 2024

Il sequestro e la morte di Aldo Moro di Paolo Morando


Sono sempre stato interessato dalle uscite di nuovi libri sul sequestro e sulla morte del segretario della DC Aldo Moro: come scrisse lo storico De Lutiis (autore del libro “Il golpe di via Fani”, titolo non casuale), quanto avvenuto in quei 55 giorni tra il sequesto in via Fani, il 16 marzo del 1978 e la sua morte per mano delle BR il 9 maggio, rappresenta un momento centrale della nostra storia politica. Il declino della prima repubblica, culminato poi con mani pulite iniziò quella mattina.

Per questo ho voluto leggere quest’ultimo “Il sequestro e la morte di Aldo Moro”, primo volume di una serie dedicata al terrorismo italiano del Corriere della Sera, scritto da Paolo Morando, giornalista e scrittore che recentemente ha pubblicato per Feltrinelli un libro sulla strage di Bologna (“La strage di Bologna, Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito”, ancora una volta un titolo non casuale).

In queste 160 pagine non troverete che una sintesi di quanto già raccontato in altri voluminosi libri: l’autore ha fatto però una scelta, secondo me azzeccata, nel voler dedicare la prima parte del racconto a come si è arrivati a quel 16 marzo: quel 16 marzo Moro si stava recando in Parlamento dove si sarebbe svolta la discussione per la fiducia ad un nuovo governo, a cui il Partito Comunista di Berlinguer avrebbe dovuto dare la sua fiducia.

Tutto venne interrotto dal rapimento del presidente e dalla strage dei membri della sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi, due carabinieri e tre poliziotti.

Come si era arrivati a quell’avvicinamento tra i due grandi partiti di massa della prima repubblica, la DC e il PCI? Cosa aveva spinto la DC, il partito designato a governare l’Italia da Jalta e dagli accordi con gli alleati dopo la seconda guerra mondiale (come fece ininterrottamente fino al 1992) a stringere un accordo col più grande partito comunista dell’Europa occidentale?
C’era stato il golpe in Cile, racconta Paolo Morando e l’intuizione di Berlinguer, già segretario del PCI nel 1973 che al suo partito, sebbene in crescita nelle elezioni, non sarebbe mai stato concesso di arrivare al governo da solo. Affidò i suoi pensieri, e i suoi timori, ad una serie di articoli pubblicati su Rinascita e anche nel corso di discorsi pubblici:

È chiaro che noi comunisti abbiamo sempre lavorato e lavoreremo per accrescere la forza elettorale delle sinistre. Puntare alla conquista massima dei voti alle sinistre (51 per cento e anche di più!) rientra fra gli obiettivi che anche noi perseguiamo.

La nostra critica quindi non è diretta contro la conquista del 51 per cento in sé e per sé, bensì contro una duplice illusione.

La prima illusione è quella di affidare la soluzione dei problemi italiani a una maggioranza di sinistra da raggiungersi essenzialmente per via elettorale, sommando le percentuali via via ottenute, di elezione in ele­zione, dalle varie liste di sinistra, e non anche attraverso la lotta di classe, le lotte di massa sociali e politiche, le iniziati­ve concrete volte a spostare, nel paese e nella società (e poi, quindi, nelle urne e nel Parlamento), i rapporti di forza reali a favore delle sinistre.

Ecco il “compromesso storico”, l’avvicinamento a quella DC che anni di governo, di lotta interna tra le correnti, di scandali anche, avevano in parte logorato.

Attenzione, ricorda Morando, l’idea di Moro non era quella di far entrare al governo i comunisti, ma di renderli partecipi delle scelte di maggioranza, con l’idea anche di fermare la loro crescita. Di fatto, tutti i ministri del nascente governo Andreotti IV erano stati scelti centellinando il peso delle correnti DC, nessuno dei tecnici di area della sinistra inizialmente candidati, erano stati nominati. Cosa che aveva irritato notevolmente Berlinguer, a cui questa notizia era arrivata solo all’ultimo momento.
Le BR, il partito armato nato a sinistra del PCI, a cui la strage di Piazza Fontana, l’illusione del boom economico (che boom non era stato per tutti gli italiani), aveva rafforzato l’idea di uno stato che si abbatte e non si cambia dal suo interno, avevano individuato in Moro l’emblema del “potere” da processare nel carcere del popolo.

Aldo Moro, per usare le parole di Pasolini scritte nel 1975 prima di essere a sua volta ucciso, era sì il meno implicato negli scandali e nelle ruberie, ma era comunque l’uomo degli omissis: quelli che avevano silenziato la vicenda del piano Solo, il tintinnar di sciabole durante l’esperienza dei governi di centro sinistra col PSI di Nenni.

Come anche il diniego alla magistratura che chiedeva informazioni su Guido Giannettini, il giornalista che era anche agente del SID che si riteneva fosse coinvolto nella strage di Milano del dicembre 1969 (ma poi ci pensò Andreotti a togliere il segreto su Giannettini, con una delle sue mosse spregiudicate).

Le BR non erano più quelle dei colpi mordi e fuggi, dei volantinaggi e dei sabotaggi, dei sequestri lampo: nel 1974 c’erano già stati i primi morti, i due esponenti missini padovani, Giralucci e Mazzola. Due morti che Curcio, uno dei fondatori, definì un “disastro politico”.
Il 1977 era stato l’anno del piombo, dei morti per strada, delle gambizzazioni, dell’attacco al cuore dello Stato: lo aveva annunciato, a voler fare un po’ di dietrologia, il generale Miceli al giudice Tamburino (che stava indagando sull’organizzazione golpista Rosa dei Venti a Padova, struttura creata in ambito Gladio in funzione anticomunista), “D'ora in poi non sentirete più parlare del terrorismo di destra, ma soltanto degli altri”.
Gli altri erano le BR che, nell’inverno primavera del 1978, scelsero Aldo Moro come obiettivo da colpire.

Meno azzeccata ma comunque interessante, a mio modesto avviso, la seconda parte, dove l’autore si dedica al sequestro, agli avvenimenti (non ancora del tutto chiariti) di quei 55 giorni nella prigione del popolo culminati col cadavere del presidente lasciato nel centro di Roma, in via Caetani.
Qui l’autore ha cercato di smitizzare il “caso Moro”, come è stata definita questa dolorosa vicenda, smontando tutti punti aperti che poi hanno portato alle varie teorie che, partendo dai buchi della versione ufficiale (tra l’altro basata sul racconto dei terroristi), hanno cercato di arrivare ad una diversa ricostruzione dei fatti.
Nemmeno io voglio seguire la strada del complottismo, ma la verità storica che si è consolidata oggi è frutto dei vari processi celebrati, culminati con condanne all’ergastolo. Verità che si basa però sulla ricostruzione, non sempre verificata, fatta dagli stessi brigatisti nelle deposizione e nel famoso memoriale Morucci – Faranda. Memoriale fatto arrivare al presidente Cossiga nel 1990, all’indomani del crollo del Muro.

Possiamo fidarci di quanto raccontano, anche considerando che nessuno degli esponenti di quelle BR si è mai pentito? Alcuni hanno fatto un percorso di dissociazione, solo Moretti ha scelto non collaborare né dissociarsi.

Lo stesso Moretti, che dopo la cattura di Franceschini e Curcio, divenne il capo delle BR, in una intervista a Bocca si lamentò “l’Italia ufficiale non si è mai rassegnata ad ammettere che l’azione era stata progettata da quattro operaiacci”.

Ecco, come è possibile che quattro operaiacci (le cui armi automatiche si erano pure inceppate quella mattina) hanno organizzato e gestito un sequestro lampo da soli?

Intendo, quell’operazione militare in cui hanno sterminato poliziotti e carabinieri addestrati, hanno potuto muoversi lasciando i loro comunicati in giro per Roma, in una Roma blindata coi posti di blocco per le strade?
Morando riporta poi ricostruzioni fatte da Paolo Persichetti, ex brigatista, che riprende dichiarazioni di Antonio Savasta, altro esponente del terrorismo, ma nessuno dei due era presente in via Fani.

C’erano altri osservatori sopra o attorno alle BR?

C’è ancora qualcosa da chiarire oppure e tutto limpido e trasparente?

Mi riferisco ad alcuni aspetti specifici, già documentati in altri libri, come ad esempio “Complici il patto segreto tra DC e BR” di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, dove si ipotizza un patto tra i brigatisti e i vertici della DC per concordare una verità di comodo

- l’auto dei servizi parcheggiata in via Fani all’incrocio in via Stresa

- il covo di Moretti in via Gradoli, scoperto per una infiltrazione d’acqua perché, così viene spiegato nel libro, Barbara Balzerani avrebbe lasciato la doccia aperta (possibile?)

- il falso comunicato numero 7, fatto da Toni Cucchiarelli: un messaggio alle BR da parte di pezzi dello Stato (lo stesso giorno della scoperta del covo di via Gradoli, in uno stabile dove molti appartamenti erano di proprietà di una società riconducibile al Sisde)

- la dinamica dell’agguato: se tutti i colpi sono venuti da sinistra, da dove sparavano le BR, come mai Leonardo, il capo scorta, con anni di esperienza, non è uscito dalla macchina per rispondere al fuoco?

- c’è poi tutto il tema degli scritti di Moro: le BR aveva dichiarato in uno dei primi comunicati, che tutto il materiale raccolto dall’interrogatorio di Aldo Moro, sarebbe stato pubblicato. Come mai poi hanno scelto di agire diversamente?

- Il memoriale trovato in via Monte Nevoso: ancora una volta, come è possibile che dopo la prima perquisizione fatta ad ottobre 1978 nel covo di Milano (vicino alla casa di Fausto Tinelli, un ragazzo ucciso assieme all’amico Lorenzo Jannucci “Iaio” da assassini rimasti sconosciuti, il suo omicidio fu poi citato in un altro comunicato delle BR), i carabinieri di Dalla Chiesa si siano persi quel tramezzo dove poi, nel 1990, è stato poi recuperato il memoriale di Moro (fotocopie di lettere e degli interrogatori fatti nel carcere)

- Il cadavere fatto ritrovare in via Fani: se è impossibile, come scrive l’autore, che le BR abbiamo cambiato più volte la prigionia di Moro per non essere scoperti, è altrettanti difficile accettare che, in quel 9 maggio 1978, abbiano attraversato Roma con una R4 con dentro un cadavere.

- totalmente assente nel racconto, il ruolo di Pieczenick (il consulente del Dipartimento di Stato a supporto della commissione del Viminale), la presenza della P2 nei vertici dei servizi..

Ben vengano, in ogni caso e comunque la si pensi, libri come questo che cercano di raccontare quegli eventi così importanti, anche con una luce diversa (che vanno anche a ribattere alle dichiarazioni “ballerine” dell’ex ministro Signorile, al centro di un servizio di Report che ha fatto molto discutere). Quello che conta e non rassegnarsi all’oblio: non è dietrologia, o quanto meno non è solo quello, che ci deve spingere a voler cercare altre strade per comprendere cosa è successo.

Cosa è successo nell’Italia in cui il mondo era diviso in blocchi, dove le decisioni sulla nostra politica (e anche sulla linea della fermezza, che portò alla morte di Moro) venivano prese anche fuori dall’Italia, dove la nostra democrazia era a sovranità limitata.

Una democrazia dove la sorte di Moro era al centro di altri tavoli, non solo quello delle BR.

Non creda la DC di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. lo ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della DC si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito.

Aldo Moro, lettera al segretario della DC Benigno Zaccagnini, recapitata il 24 aprile 1978

La scheda del libro sul sito di RCS dove potete trovare gli altri libri della collana sul terrorismo italiano.


13 maggio 2024

Report – i nemici di Moro, gli oligarchi del mare, Sgarbi e il sindaco di Fiumicino

IL SINDACO E IL DIPARTIMENTO MISTERIOSO Di Rosamaria Aquino

Dallo scorso anno il nuovo sindaco di Fiumicino è l’ex deputato Mario Baccini: ex tante cose, oggi amministra una città alle porte di Roma.

Come sta amministrando la città e chi ha finanziato la sua campagna elettorale?

Report ha raccontato del suo duplice ruolo, sindaco e presidente del Microcredito, ente pubblico che finanzia le piccole imprese in difficoltà.

Nel suo comune le consulenze dovrebbero essere state azzerate, ma secondo l’opposizione nelle riunioni del comune partecipano anche consulenti del sindaco, come l’avvocato Graziano come consulente giuridico (incarico pagato).
Come consulente giuridico non bastava il segretario generale, racconta Baccini “io ho il mio gabinetto con le mie consulenze”, quelle che doveva azzerare.

Baccini ha assunto altri consulenti o assessori persone legate all’area del centrodestra: per i consulenti non si bada a spese.

Altri soldi sono stati spesi per eventi e degustazioni, come per il convegno Terra e mare (dove non manca Coldiretti): l’evento è seguito da un giornale online a cui il comune paga 15mila euro per il solo convegno.

160mila euro per le luminarie, in una zona dove poi non c’è stato ritorno turistico: “quest’anno raddoppieremo” rassicura il sindaco.

Ma a Fregene, diversamente dal centro di Fiumicino, le luci non arrivano e le persone hanno paura ad uscire la sera: anche loro pagano le tasse e non possono essere il bancomat del comune.

Il 90% dei finanziamenti esterni (43mila euro) è stato erogato da un dipartimento di una misteriosa università, chiamata università anglo cattolica di San Paolo.

La giornalista di Report ha provato a chiamare al dipartimento fantasma, senza successo. Un buco nell’acqua anche la visita alla sede di Unisanpaolo.

La giornalista ha provato ad andare nella chiesa anglicana di Roma: anche qui niente da fare, nessuno conosce questa università.
Risalendo le fila delle persone società che hanno investito in Baccini si arriva a Focene, da una imprenditrice che il sindaco pure conosce
e che sarebbe la direttrice del dipartimento.

A Report spiega che il dipartimento è chiuso, che lei lavora in una società di consulenza, che lei lavorava per un certo monsignore (almeno così veniva definito).

Alla fine questa università esiste virtualmente ma non rilascia titoli, è tutto aleatorio, “se i corsi sono partiti non lo so” racconta a Report la moglie del rettore.

Secondo il rettore di questa università “aleatoria” quel dipartimento non è mai esistito e che presenterà denuncia per quanto successo.

A Fiumicino dovrebbe sorgere un nuovo porto, dove dovrebbero arrivare le navi da crociera per attraccare: anzi i porti sono due, uno più grande dell’altro, uno privato e uno pubblico a pochi km di distanza. Il progetto è stato approvato lo scorso agosto: il comune dovrebbe controllare il progetto ma è coinvolto anche nell’iter del progetto, che avrà anche un forte impatto ambientale.

Si tratta di una concessione privata – spiega Baccini: la concessione è stata acquista da Fiuicino Waterfront, sarà una delle opere realizzate per il Giubileo ed è considerato strategico dal comune.

Anac ha chiesto la delibera del comune, quella di agosto dove ha stabilito la concessione.

AGGIORNAMENTO OLIGARCHI DEL MARE Di Luca Chianca

Il sistema Genova era già emerso lo scorso anno dal servizio di Report, “Gli oligarchi del mare”: si parlava del progetto della diga davanti al porto per accogliere le navi da 400 metri, con un forte impatto ambientale sull’ecosistema marino (quello che immagazzina più co2).

La nuova diga sarebbe costruita con soldi pubblici, si tratta di una scommessa fa 950 ml di euro solo per la prima fase, per arrivare ad altri 300 milione in una seconda fase.

L’ingegnere Silva aveva lavorato al progetto per poi dimettersi: parla a Report di una diga a rischio collasso, con conseguente aumento dei costi. Tanto paga il pubblico, si stima fino a 2 miliardi di euro (parola di Signorini, il presidente del porto).

La diga è stato un piacere fatto a Spinelli e Aponte (i due armatori che hanno finanziato Toti): per parlare del progetto Bucci e Toti sono andati a Ginevra con un aereo privato di Garrone.

Che male c’è – spiega Signorini - questi discorsi mi sembrano cose del passato.

Spinelli (come Aponte) ha finanziato le attività politiche di Toti, “noi facciamo beneficenza a tutte le parti”, spiega al telefono a Report. Mica lo ha finanziato per avere qualcosa in cambio..

Noi abbiamo ascoltato gli imprenditoriracconta a Report Toti: forse li ha ascoltati un po’ troppo, visto l’interesse della magistratura.


Svendesi capolavoro – di Manuele Bonaccorsi

C’è un quadro, recuperato dai carabinieri a Montecarlo lo scorso anno, che potrebbe costare un altro rinvio a giudizio all’ex sottosegretario Sgarbi: si tratta di una replica di un’opera d’arte, aveva spiegato a Report Sgarbi, il quadro non era mio, avevo fatto solo una expertice.
Ma la perizia fatta da esperti stabilisce che si tratta veramente di un’opera del 600, del pittore de Boulogne.

Report ha mostrato le prove che potrebbero creare altri problemi al critico Sgarbi: sono le chat dove parla della vendita dell’opera con tanto di commissione.

I NEMICI DI MORO E FALCONE Di Paolo Mondani

Report torna sul caso Moro, ricostruendo gli ultimi giorni della prigionia: il servizio parte con la trattativa portata avanti dall’ex vicesegretario Signorile viene interrotta dalla notizia del ritrovamento del cadavere di Moro (il 9 maggio 1978). Secondo Signorile il Viminale sarebbe venuto a conoscenza del cadavere attorno alle 11, prima della telefonata di Morucci al professor Tritto.

La verità giudiziaria si poggia sul memoriale di Valerio Morucci e della compagna Adriana Faranda: Morucci si è dimostrato reticente, come tutti i brigatisti, nel voler fare luce su tutte le zone d’ombra, sul memoriale.

I brigatisti non hanno pubblicato la parte del memoriale su Gladio, sui rapporti della DC e le banche, su Andreotti: secondo Signorile ci sarebbe un patto occulto tra la DC e i brigatisti per nascondere e proteggere i “nemici di Moro”.

Nel memoriale, ritrovare 12 anni dopo, Moro accusava il suo partito e il papa di aver fatto poco per la sua liberazione, di averlo abbandonato: “liberatelo così, senza condizione..”.

Nella rivista Metropoli di Scalzone e Piperno, pubblicata nel 1979, era presente un fumetto dove si ricostruiva la prigionia di Moro con particolare inediti: alla sceneggiatura hanno lavorato persone che sapevano dettagli precisi del sequestro e della morte di Moro.

Non ci sono verità nascoste” dice oggi il disegnatore: ma nel fumetto si parla del garage del quartiere Prati (emerso solo nel 2018 dal lavoro della commissione Fioroni), è presente un personaggio che assomiglia a Senzani.

Quando sono stati arrestati Morucci e Piperno, nel suo alloggio di proprietà di un agente del KGB, era presente un elenco di brigatisti, forse materiale di scambio per una collaborazione.

Quel fumetto – secondo Signorile – era un modo per arrivare ad un perdono giudiziale: impunità per persone contigue alle BR per non essere processate. Signorile fa il nome dell’ex brigatista Senzani, ritenuti da molti suggeritore delle domande a Moro nella prigionia.

Come mai il memoriale non è stato reso pubblico?

Senzani oggi risponde che non avevano interessi nei media, l’avvenimento era troppo grande anche per noi: non si sono accorti i brigatisti che avevano in mano argomento tali da buttar giù la DC e lo Stato, come Gladio?

Senzani è considerato la mente dei sequestri Dozier, Taliercio, Cirillo, era in contatto con la scuola di lingue parigina Hyperion, era in contatto col responsabile della Gladio parigina.

Per Moro tutto cambia col comunicato 5, dove si parla di Taviani – referente italiano di Gladio - e di una mancata trattativa (su indicazione americana e tedesca): dopo quel comunicato le BR non pubblicano più nulla su Gladio. Come mai?

Nel 1983 a processo Prospero Gallinari raccontò che l’omicidio di Moro fu deciso per il progetto di solidarietà nazionale.

Gallinari fu arrestato dopo uno scontro a fuoco con la polizia: la sua cattura è raccontata dal collaboratore ex brigatista Di Cera che ha collaborato coi carabinieri di Mori.

Walter Di Cera racconta un’azione nel 1979 quando all’Asinara cercarono di far evadere i capo storici delle BR con una azione sanguinaria: i capi sarebbero usciti usando l’esplosivo che era stato portato in carcere dai familiari.

Gallinari, nel corso della preparazione dell’agguato all’Asinara, raccontò che in via Fani erano presenti due uomini dello Stato.

Nel 1979 al Cesis arriva un appunto su due brigatisti, intercettati in carcere: questa intercettazione rimane nel cassetto fino a metà anni 90, dove fu scoperta dall’avvocato Li Gotti.
Nelle intercettazioni si parla di nastri con la registrazione dell’interrogatorio, nastri poi presi da “altri” compagni,
di un livello superiore, per nasconderli.

Si dice che Moro si faceva la doccia più volte al giorno, dunque Moro non era detenuto in via Montalcini. Si parla di altri soggetti non identificati nell’operazione Moro: nel memoria di Morucci si parla di solo nove brigatisti, ma forse quel giorno erano presenti molto di più.

Quelle registrazioni oggi sono dimenticate, perché non si prova a ripulirle, con le tecnologie di oggi?

La morte di Moro rientra nel campo della strategia della tensione, termine inventato dal quotidiano The Observer due giorni dopo la strage di Milano, nel dicembre 1969: tener fuori dall’area di governo il partito comunista in tutti i modi.

Nel memoriale Moro fa capire che quel termine, strategia della tensione, è riferito alla sua politica: la politica di apertura al PCI, a centri di potere diversi da quelli del patto atlantico.

Una politica in contrasto con i dettami della guerra fredda, come aveva cercato di fare con la sua politica energetica Enrico Mattei, ucciso in un attentato a Bascapè nel 1962.

Moro scrisse a Mattei di dimettersi: l’Italia poteva crescere economicamente, ma non politicamente. Anche economicamente non potevamo crescere: dopo il 1962 fu bloccato l’investimento di Olivetti, dell’Eni con la sua politica energetica.

Lo storico Giovanni Maria Ceci racconta del rapporto speciale tra l’amministrazione americana e Craxi, nato nei giorni del rapimento Moro: Craxi era considerato il leader naturale dagli americani, perché anticomunista, perché spaccava la Dc. La sua tattica sulla trattativa era di tipo “win win”, se Moro fosse stato ucciso poteva dirsi l’unico politico ad aver voluto trattare.

Anche lo storico e scrittore Giovanni Fasanella, autore di un saggio sul caso Moro (Il golpe inglese - Chiarelettere), ha toccato il punto delicato sugli interessi stranieri in Italia: assieme a Mario Jose Cereghino hanno studiato per anni i documenti via via desecretati dello spionaggio inglese in Italia conservati nei National Archives di Kew Gardens a Londra. Ed è qui che scoprono un tesoro rimasto sepolto per decenni anche sul caso Moro:

Una serie di documenti sulle riunioni di una Commissione segreta del governo britannico che lavorò nei primi sei mesi del 1976. Questa Commissione aveva avuto il compito dal governo britannico di elaborare dei piani di guerra clandestina, di operazioni illegali e clandestine da attuare in Italia per neutralizzare la politica di Aldo Moro. Molte le ipotesi prese in considerazione, alla fine ne rimase una: colpo di Stato militare, classico. Questa opzione venne discussa con la Germania federale, la Francia e gli Stati Uniti d'America. All'epoca era Kissinger il referente di questa Commissione dei quindici del governo britannico. E naturalmente c’erano perplessità, c’era addirittura chi prevedeva il bagno di sangue nel caso in cui ci fosse stato un colpo di stato militare di destra. Alla fine cosa si decise? Si decise per il piano B, appoggio ad una diversa azione sovversiva.
Quali sono queste azioni sovversive nel dettaglio – ha chiesto nel servizio il giornalista di Report?

La propaganda occulta, influenzare i giornali, corromperli, pagare i giornalisti, utilizzarli come strumento per condizionare la politica. Una volta individuato un nemico, a livello più basso, la corruzione. Se non funziona la corruzione, la macchina del fango, l’intimidazione, fino all’eliminazione fisica.”

Il vicesegretario socialista di quegli anni, Claudio Signorile, come raccontato nel precedente servizio di Report, mediò con le Brigate Rosse tramite alcune esponenti dell’autonomia operaia per la liberazione dello statista democristiano. Signorile aveva raccontato che nell’ultima settimana della prigionia le br furono “come affiancate”.
Nella vicenda Moro sono intervenute realtà esterne al brigatismo a condizionare la soluzione finale – è la tesi di Signorile, ma a che cosa si riferisce?
“Le provenienze sono queste, inglesi, americani ma in modo marginale, francesi, ma gli inglesi hanno il primato, perché hanno il
ruolo di coordinamento, sono quelli responsabili dei processi politici. Quando loro dicono ‘i comunisti in Italia sono un problema serio che va affrontato fino alle estreme conseguenze..’”.
Gli inglesi erano anche nei partiti di governo, infiltravano anche i partiti, gli apparati: “mi sorprende che lei si sorprenda, fa parte della tecnica della capacità di infiltrazione inglese che in qualche modo tenevano aperta una porta di dialogo col brigatismo, quando era già passato alla lotta armata. Questo fatto mi è stato detto, mi sono stati indicati i luoghi dove tutto questo avveniva..”
C’erano, secondo quanto racconta l’ex vicesegretario del PSI, uomini dei servizi inglesi che incontravano dei brigatisti.

Per cercare una conferma alla tesi sulla eterodirezione delle br, se ci fosse qualcuno che le manovrava, Paolo Mondani ha sentito il professor Giovanni Maria Ceci – ordinario di storia contemporanea a Roma – che racconta di come dagli archivi americani non emerge alcuna infiltrazione nelle br di uomini dei servizi americani. Ma il professore riporta la testimonianza dell’ambasciatore americano del tempo, Richard Gardner (dell’amministrazione Carter), che avrebbe confermato l’esistenza di un infiltrato dentro le br.

Lo scrive proprio Gardner nelle sue memorie: gli americani avevano infiltrato le BR nel 1978.

Si ritorna a Pellegrino, ex presidente della commissione parlamentare stragi: Moro fu ucciso perché era in possesso e aveva dato ai brigatisti materiali su Gladio.

Pellegrino rivela una confidenza dell’ammiraglio Martini: “.. era stato il più longevo tra i direttori del servizio segreto militare (Sismi) e che all’epoca del sequestro Moro era al numero due del servizio. Mi disse, ‘io non le ho detto la verità’, cioè che aveva avuto uno scontro col ministro della Difesa Ruffilli”.

Pellegrino riporta le parole dell’ex numero due del Sismi: “Mi ero fatto dare delle dichiarazioni dagli uffici in cui si diceva che Moro non era in possesso di segreti sensibili e Ruffilli disse ‘allora possiamo stare tranquilli’ e io sbottai dicendo ‘proprio lei non può stare tranquillo perché da una cassaforte del suo ministero è sparito un documento su Gladio che esisteva soltanto in due copie. Una custodita a Roma e una custodita a Londra..’”.
Andretti, Cossiga, i membri del comitato di crisi tutti avevano la certezza che Moro avesse fatto avere questo documento riservato su Gladio alle br?
Risponde Pellegrin
o: “Dai comunicati delle br, il numero 3 e il numero 6, l’intelligence alleata capisce che le brigate rosse erano entrate in possesso di quel documento e dal quel momento decidono che non devono fare niente per salvare Moro.”

Si torna al cambio di rotta, che Pellegrino ha denunciato di fronte alla seconda commissione Moro: per i documenti di Gladio, perché aveva dato fastidio agli interessi inglesi (che sin dal 1976 era preoccupati dall’ascesa dei comunisti)?

Nel 1990 in via Monte Nevoso nel covo delle BR furono trovate le carte del memoriale e delle lettere di Moro: emerge dalle carte, analizzate dal direttore Di Sivo dell’archivio di Stato, il dissidio tra Moro e l’amministrazione Kissinger.

Nel testo del memoriale mancano delle parti? Mondani lo ha chiesto al direttore dell’archivio di Stato a Roma Michele di Sivo: “Ci sono solo due punti in cui sembrano non esserci e tutti e due riguardano i rapporti tra Giulio Andreotti e i servizi segreti ..”

Nella seconda parte del memoriale si parla del rapporto della DC e le banche, del rapporto di Andreotti e Sindona. Nella terza parte scrive di chi ritiene sia responsabile del rapimento: scrive del suo partito, di Andreotti (“lei passerà senza lasciare traccia”), scrive di rinunciare alle cariche.

Il generale Jucci, continua il servizio di Mondani, fu inviato da Moro nella Libia di Gheddafi nei primi anni 70: fu capo del controspionaggio comandando i carabinieri poi negli anni 80. Amico di Moro e di Cossiga, oggi a 98 anni racconta che se non ci sono dubbi che ad uccidere Moro siano stati i brigatisti, “ma certamente le br avevano dei burattinai, almeno io lo penso, come i burattinai li avevano chi cercava di liberare Moro”.

Fu allontanato da Roma nei giorni del rapimento, per far sì che non si occupasse della vicenda: se fosse stato presente avrebbe intercettato il monsignor Bernini, avrebbe intercettato gli amici di Moro che ricevevano le lettere dalle BR, oltre a Piperno e Scalzone.

Nel comitato di crisi erano presenti persone vicine a Cossiga: era presente anche Pieczenick, che aveva un ruolo, non solo quello di salvare Moro.
Sugli errori commessi dagli investigatori aggiunge: “Quello che mi rammarica è che probabilmente questi errori furono fatti per volontà di farli.”

Le BR avrebbero avuto dietro un burattinaio, fa intendere Jucci e questo spiega perché le bR non avrebbero pubblicato le parti del memoriale su Andreotti e Sindona, su Gladio.

Ma anche lo Stato aveva dietro un burattinaio: Steve Pieczenick, il suo ruolo è stato tenuto nascosto, molte informazioni sono emerse dai leaks di Assange. Ma poi nelle sue memorie raccontò che Moro doveva morire per salvare l’Italia, quello alla fine fu la sua missione “da manipolatore” in Italia.

Cosa successe nella direzione della DC del 9 maggio 1978? Claudio Signorile attraverso Pace e Piperno era in contatto con Morucci per la trattativa, la speranza era viva perché Fanfani avrebbe proposto la trattativa alla direzione della DC.

Ma, come raccontato anche nel precedente servizio, quella mattina arriva al Viminale la notizia della morte di Moro, era tra le 10 e le 11.

Signorile ritiene di essere stato invitato al Viminale da Cossiga per essere testimone del ritrovamento del cadavere di Moro: la telefonata di Morucci di mezzogiorno serve a rimarcare il loro ruolo, sono stati loro ad uccidere Moro.

Se Cossiga aveva saputo in anticipo della R4 rossa, chi li aveva avvertiti?

La telefonata di Morucci è una recita di un percorso già scritto che nessuno doveva toccare: in quei momenti era in corso la direzione della DC ma, secondo Signorile, Fanfani sapeva già che Moro era morto.

Alla fine il governo Andreotti rimane in carica per approvare importanti riforme, come la legge sulla sanità e la legge Basaglia: ma la DC senza Moro non sarà più la stessa.

Il 1980 si apre con l’omicidio di Mattarella, presidente della regione Sicilia, poi successivamente le BR uccidono Bachelet. Tutti uomini del cambiamento, Mattarella sarebbe stato nominato vicesegretario della DC,aveva aperto l’amministrazione della regione al PCI di Pio La Torre, a sua volta ucciso nel 1982, per la sua battaglia contro la mafia e gli europ-missili a Comiso.

Muoiono tutti gli uomini del cambiamento e la DC diventa sempre più permeabile alle mafie.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 crolla il patto di omertà che legava centinaia di agenti segreti, gladiatori, professionisti dell’eversione di destra e altrettanti boss mafiosi che avevano collaborato alla strategia della destabilizzazione del nostro paese dal dopoguerra. Giovanni Falcone intuisce questo intreccio proprio mentre, anni dopo, sta indagando sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Siamo a dicembre del 1991, Falcone è a cena da Pino Arlacchi, suo collaboratore al ministero degli Interni: “non disse una parola tutta la sera, finché non furono andati via tutti, gli ho detto ‘Giovanni sei stato zitto, molti di questi volevano parlare con te’. Lui disse non ho parlato perché sto appena tornando da Palermo e sono ancora immerso in tanti pensieri tentando di decifrare le informazioni che ho appena avuto, su tutta la situazione di cosa nostra, e su tutta la situazione degli ambienti che circondano cosa nostra, gli ambienti di Andreotti. Sono tutti in un grandissimo allarme, perché si sentono traditi, non si sentono più protetti dalla politica, il governo non fa più niente per loro. E inoltre ho parlato con una fonte molto importante a cui do credito che mi ha raccontato alcuni particolari dell’omicidio Mattarella che ha confermato quello che pensavo da tempo. Cioè che sia stato un caso Moro bis, c’erano la P2, Gladio e la mafia, per eliminare Mattarella in quanto si era messo sulla strada pericolosa, aveva superato la stessa linea rossa che aveva superato Moro, stava cercando un accordo coi comunisti in Sicilia.

Tutti gli apparati dello stato che avevano compiuto stragi nei decenni precedenti (i gladiatori, gli uomini dei servizi che li proteggevano) erano in allarme – racconta Arlacchi – per il cambiamento politico in corso: Giovanni Falcone salterà in aria il 23 maggio 1992, l’8 giugno successivo il ministro dell’Interno Scotti e di Giustizia Martelli approvarono il decreto che istituiva il 41 bis, un regime di detenzione che prevede l’isolamento dei boss di mafia per impedire il passaggio di ordini tra il carcere e il clan sul territorio. Un mese dopo a luglio, crollato il governo Andreotti, nasce il governo Amato, i due ministri vengono rimossi anche perché dopo il decreto si era scatenato l’inferno.
Lo racconta lo stesso ex ministro Scotti: “immediatamente il giorno dopo fu dichiarato dagli avvocati lo sciopero e la maggioranza alla commissione Affari Costituzionali pose il problema di incostituzionalità del provvedimento ..”
Da ministro dell’Interno – chiede Mondani – ebbe mai la sensazione che esistesse una relazione, addirittura un rapporto sistematico tra mafiosi corleonesi e alcuni componenti degli apparati dello Stato?
“L’ho sempre pensata così”.
Il governo Amato giura nei primi giorni di luglio del 1992, al posto di Scotti all’Interno viene nominato Nicola Mancino, al posto di Martelli al ministero di Grazia e Giustizia fu nominato Giovanni Conso e poi arrivò l’avvicendamento ai vertici del DAP di Niccolò Amato con Alberto Capriotti: in poche settimana furono tutti sostituiti i responsabili della linea dura contro la mafia.

Commenta Scotti oggi: “Prevalse la linea della convivenza che poi degenera facilmente in connivenza con la mafia.”

Alcuni mesi dopo l’applicazione del 41 bis venne fatta saltare per centinaia di mafiosi per mezzo di un intervento del ministro Conso: effetto del cambio di strategia contro la mafia, per una distensione dei rapporti “questo è un fatto non un’opinione” il commento di Scotti.

Un filo nero lega la morte di Moro con le stragi del 1992: si chiama strategia della tensione, l’inchiesta sui mandanti esterni sulle stragi di Falcone e Borsellino non è stata archiviata, la GIP ha chiesto di approfondire i rapporti tra mafia ed eversione nera, con i diari di Falcone dove parlava del delitto Mattarella.

Ma la commissione antimafia del governo di centrodestra sta approfondendo solo il filone sul rapporto mafia e appalti del ROS (su cui Paolo Borsellino aveva deciso di indagare): ma è stata quella la causa della morte di Falcone e Borsellino?

Secondo l’ex magistrato Scarpinato è un errore, le due stragi sono legate, la tesi secondo cui la tangentopoli siciliana dietro il rapporto del Ros è dietro la morte dei due magistrati non sta in piedi.

I politici siciliani delle tangenti erano finiti nel mirino della mafia perché erano ritenuti non più affidabili: questa tesi piace alla politica e al centrodestra perché ferma le indagini alla prima repubblica e non tocca i partiti della seconda, come Forza Italia.

La presidente Colosimo giustifica la scelta parlando della volontà dei figli di Borsellino, non c’è nessuna volontà di “settorializzare” ma vogliono andare a lavorare su una pista che è stata sottovalutata.

Però alla fine la pista sul rapporto mafia appalti mette d’accordo Mario Mori, ex generale del Ros, con l’avvocato Trizzino, che tutela la figlia del giudice Paolo Borsellino.

Gioacchino Natoli aveva lavorato con Borsellino a Palermo: il giudice ricorda che Borsellino non era contrario alla scelta di archiviare alcune posizioni, dunque non è vero che fosse isolato per le sue posizioni sul dossier del Ros. Tra l’altro l’inchiesta era comunque andata avanti, portando alla condanna del mafioso Buscemi.

Solo nell’ottobre del 1997 Mori e De Donno si presentano alla procura di Palermo sostenendo che il rapporto mafia e appalti fosse alla base della sua morte – ricorda oggi Natoli.

Secondo l’ex ministro Scotti Borsellino era preso da altro, rispetto al dossier del Ros: aveva saputo della trattativa dei carabinieri del Ros con la mafia, la Cassazione ha assolto tutti i carabinieri lo scorso anno per il processo “trattativa” con la formula “per non aver commesso il fatto”.

La sentenza di appello mette nero su bianco la trattativa che ci fu, tra l’ala moderata e pezzi dello Stato: la mancata perquisizione del covo di Riina era un pezzo della trattativa come la mancata cattura di Provenzano.

Non è stato provato il nesso causale tra l’azione del Ros e la prosecuzione delle stragi in continente: secondo il magistrato Di Matteo la sentenza della Cassazione è in contrasto con altre sentenze, come quelle di Firenze.

L’azione del Ros aveva fatto crescere l’idea nella mafia che le stragi avevano pagato: ma forse questa è una verità ancora indicibile per questo stato.

Uno stato dove ex condannati per mafia continuano ad avere un ruolo politico, nelle elezioni amministrative ed europee.
Il mondo all'incontrario.

16 marzo 2024

La verità di comodo – il rapimento e la morte di Aldo Moro dopo 46 anni

 

Immagine presa da Wikipedia
gettyimages.com, Public domain, via Wikimedia Commons

Roma, 16 marzo 1978, poco prima delle 9 di mattina un commando delle Brigate Rosse (con qualche elemento estraneo probabilmente) fermano l’auto del presidente della DC, Aldo Moro, mentre si stava recando con la sua scorta in Parlamento a votare la fiducia al primo governo di unità nazionale, col sostegno esterno del partito comunista.

Da qui, col rapimento di Aldo Moro e la strage dei componenti della sua scorta, parte quello che è passato alla storia come “il caso Moro”, uno dei tanti misteri d’Italia. Vicenda che si sarebbe poi chiusa con la morte del presidente Moro, il cui cadavere fu fatto ritrovare in via Caetani (una strada nel centro di Roma non lontana dalla sede della DC e del PCI), 55 giorni dopo.

Un mistero che, col passare degli anni, col disinteresse da parte della politica nel districarsi in questo enigma, si è cristallizzato in una verità di comodo, quella raccontata dal memoriale delle Brigate Rosse, di Morucci e Faranda, fatto arrivare al presidente Cossiga e poi consolidata nelle sentenze emesse dai vari processi.

A rapire Moro, a gestire il rapimento e ad ucciderlo sono state solo le Brigate Rosse: in questo modo, con questa versione semplice, non si devono scomodare attori terzi, oltre oceano, dentro lo Stato, attenti osservatori della vicenda. Non si deve chiedere conto alle BR dei tanti perché, non si deve chiedere conto alla politica come mai per Moro si scelse la linea dura (nessuna trattativa con le BR, mai, lo stato non deve cedere), diversamente da quanto poi successo pochi anni dopo col sequestro Cirillo (o nel 1992-93 con la mafia dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio).

Meglio una verità di comodo che non fa nascere troppe domande, che consola la nostra coscienza, che non crea problemi alla DC e nemmeno alle BR (come mai gli scritti di Moro sono stati tenuti nascosti, diversamente da quanto avevano comunicato in un primo comunicato? Chi ha tirato fuori il falso comunicato numero 7?).

Una verità che cozza contro tutte le incongruenze emerse man mano che il velo di fumo calato sulla vicenda iniziava a dipanarsi: di queste se ne è occupata recentemente la trasmissione Report, suscitando una reazione infastidita, nervosa, sia da parte di ex brigatisti, sia da parte di doversi opinionisti improvvisatisi anche storici, strenui difensori della verità di comodo. Ad uccidere Moro sono state le BR e basta, tutto il resto è complottismo.

Ma è proprio il racconto delle BR, su cui le sentenze paradossalmente si basano, che ci costringe ad essere scettici: chi era presente in via Fani quel 16 marzo? Chi ha sparato quei colpi col mitra, in modo preciso, colpendo la scorta (visto che parte delle armi delle BR si incepparono)?
Cosa ci faceva un colonnello del Sismi, legato a Gladio, quella mattina in via Fani?
C’è poi il mistero della prigionia: l’ultima commissione di inchiesta su Moro presieduta da Moroni ha fatto eseguire diverse perizie sul cadavere, sul covo ufficiale in via Montalcini e sul garage, dove Moro sarebbe stato ucciso..

Le perizie non escludono né confermano, ma ritengono molto improbabile che Moro sia stato tenuto fermo, in pochi metri quadrati, visto lo stato del suo fisico. Come molto improbabile che il cadavere sia stato trasportato in quella Renault R4 dalla periferia al centro di Roma, troppo rischioso.

In tanti avevano interesse a bloccare Moro, la sua scelta politica di un governo con la “non ostilità” della sinistra. Ci sono stati interessi anche da parte del governo americano? Al momento non ci sono prove, nemmeno il servizio di Report arriva ad una conclusione. Non è complottismo però citare il lavoro del consulente del Dipartimento di Stato americano Steve Pieczenik, che nelle sue memorie spiega di essere stato mandato in Italia per bloccare ogni trattativa per liberare Moro. Non è complottismo ricordare le minacce ricevute da Moro nel suo viaggio negli Stati Uniti.

Non è complottismo ricordare che con la sua morte, inizia il declino della prima Repubblica, si consolida il ruolo della P2 dentro la politica, l’economia e la stampa. Non è complottismo ricordare che l’attuale versione non spiega tutte le incongruenze.

I brigatisti italiani sono stati eterodiretti, soldatini nelle mani di un puparo che stava sopra di loro?

I rapporti tra Moretti e Hyperion, la scuola di lingue a Parigi che è considerata una camera di compensazione tra servizi segreti appartenenti a blocchi contrapposti, farebbero pensare a questo.

Rimangono i misteri, i punti poco chiari, le parole di circostanza che verranno ripetute anche oggi, e poi dall’altra parte l’insegnamento di Aldo Moro: “quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante. Siate indipendenti. ”.

Questi i nomi della scorta di Aldo Moro, spesso dimenticati nelle celebrazioni: il 
vicebrigadiere di pubblica sicurezza Francesco Zizzi, le guardie di pubblica sicurezza Raffaele Iozzino e Giulio Rivera, il maresciallo maggiore dei carabinieri Oreste Leonardi e l’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci.

08 gennaio 2024

Report – il mistero della prima repubblica

Il presepe della discordia di Giorgio Mottola

Report è tornata sull’inchiesta sul presente conteso tra i due paesini in provincia di Rieti: nel 2019 era stato scelto i comune di Contigliano, nella valle Santa dove visse San Francesco. Il presepe non doveva costare 40ml come costo, ma nel comune di Greccio (dove 800 anni fa San Francesco realizzò il primo presepe) l’hanno presa bene. Il comitato Greccio 2023 istituito dal Mibac, voleva portare avanti un progetto in comune e da questo è partita una faida tra i comuni, cosa poco conciliante col tema del presepe.

Ci sarebbero state anche delle pressioni da parte di un monsignore: pressioni che, secondo il servizio di Report, nascerebbero dal legame tra il monsignore e un artigiano presepista, che doveva lavorare al presepe.

Il comitato Greccio e il vescovo Pompili aveva deliberato per incaricare il presepista Artese con un compenso da 175 mila euro, ma l’artigiano non ne sapeva nulla, creando un grande imbarazzo durante l’intervista.
Dopo l’inchiesta la diocesi di Rieti ha rinunciato al progetto, non si sa chi abbia finanziato il presepe del 2023, il responsabile dei lavori è stato il figlio di Gianni Letta e realizzato da un’azienda veneta. La cura del presepe è rimasta all’artigiano presepista Artese.

IL VALZER DELLA CANDELA di Manuele Bonaccorsi

Anno nuovo inchiesta vecchia: il servizio di Manuele Bonaccorsi e Thomas Mackinson aggiunge un nuovo tassello alla vicenda del quadro di Manetti, di proprietà del sottosegretario Sgarbi. Identico ad un altro quadro, rubato in un castello presso Torino nel 2013.

Il quadro rubato e l’opera di Sgarbi mostrata a Lucca si differenziano per un dettaglio, una candela presente nel secondo.

Report aveva raccontato i dubbi del restauratore Mingardi, che temeva che il quadro che gli aveva portato Sgarbi fosse identico a quello rubato: Sgarbi ha risposto che sono due versioni dello stesso quadro, lui avrebbe rinvenuto la tela in una casa comprata dalla madre, villa Maidalchina.

Report ha smontato la difesa di Sgarbi, più volte ripetuta in televisione.

Il quadro fotografato da Mingardi, senza la fiaccola, è stato poi preso dai responsabili della GLAB, che l’hanno scansionato su incarico di Sgarbi stesso: il quadro di Manetti è stato copiato dalla GLAB con uno scanner che ha analizzato la tela anche con le crepe sull’opera.

Le crepe sarebbero assenti proprio dove è presente la candela, questo indicherebbe, secondo i giornalisti di Report, che la candela è stata posta sul dipinto successivamente.

La tesi di Report è che il quadro, fotografato inizialmente dal restauratore Mingardi, è stato “rattoppato” riempiendo i buchi iniziali e aggiungendo la candela: il quadro di Sgarbi sarebbe lo stesso di quello rubato.

Il servizio ha detto anche altro: la GLAB ha realizzato una copia in rilievo del quadro di Sgarbi, con però degli impercettibili errori di stampa. Questi errori sarebbero stati presenti anche nella foto scattata a Lucca nella mostra in cui era presente il quadro di Sgarbi: il sottosegretario ha esposto una copia e non l’originale?

I due giornalisti di Report sono stati denunciati per stalking, dopo essere stati insultati dal sottosegretario. Toccherà ora all’autorità giudiziaria stabilire l’origine del quadro di Manetti, che non sarebbe ora nemmeno più di proprietà di Sgarbi.

IL MISTERO DELLE BRIGATE ROSSE di Paolo Mondani

Il delitto Moro e il caso Kennedy italiano: il delitto che ha cambiato il corso della politica e cambiato la coscienza della politica italiana, dopo la strage di Piazza Fontana.

Il caso Moro rappresenta per l’Italia ciò che l’omicidio dei fratelli Kennedy ha rappresentato per gli Stati Uniti, leader politici uccisi perché poco alla volta volevano lasciarsi alle spalle la logica del patto di Yalta che alla fine della seconda guerra mondiale e fino al 1991 ha diviso il mondo in campi di influenza contrapposti tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Immaginare un mondo libero dalla stretta appartenenza ad un campo è stata la loro fine. 46 anni dopo la morte del presidente della DC Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, dopo 4 processi e due commissioni di inchiesta ora sappiamo che c’è stata raccontata una verità di comodo: la fine di Moro rappresenta il più grave trauma politico della storia repubblicana, uno choc da cui l’Italia non si è mai ripresa.

L’ex ministro DC Vincenzo Scotti assieme a Romano Benini hanno ricostruito in un libro la politica di Moro (Sorvegliata speciale – le reti di condizionamento della Prima Repubblica Rubettino), lentamente soffocata dalla guerra fredda, in particolare l’apertura al partito comunista italiano duramente contrastata dall’allora segretario di Stato Henry Kissinger.

Kissinger non nasconde mai la necessità di impedire qualsiasi iniziativa politica che vedesse Moro assumere la responsabilità di governo” racconta Scotti oggi al giornalista Paolo Mondani.

A dar fastidio era anche l’apertura al mondo arabo portava avanti negli anni ‘70: questa gli aveva portato una certa avversità dal mondo israeliano: “Moro nel 1973 nega le basi Nato per essere utilizzate dall’esercito americano in supporto ad Israele durante la guerra della Yom Kippur” spiega Romano Benini “ed è lo stesso Moro che nel 1974 dice al Senato che il popolo palestinese non ha bisogno di assistenza ma ha bisogno di una patria ..”.
Conclude il racconto l’ex ministro Scotti: “tutto questo non poteva essere accettato in quel momento da quella dirigenza americana e israeliana.”

Come ministro degli esteri Moro aveva cercato di portare avanti in Europa una politica di pari grado con gli Stati Uniti, ma su questo fu sconfitto dalla politica americana che voleva avere una egemonia sull’Europa.

Il giornalista di Report ha intervistato l’ex ministro socialista Claudio Signorile che, nei mesi della prigionia di Moro tra marzo e maggio del 1978, fu mediatore tra il governo e le Brigate Rosse tramite alcuni esponenti dell’Autonomia Operaia con l’obiettivo di liberare il presidente DC.
Alla fine del 1977 il vicesegretario del PSI Signorile era negli Stati Uniti per spiegare a molti soggetti istituzionali e governativi perché l’Italia voleva un governo con i comunisti: “volevamo il governo di unità nazionale ” racconta oggi a Report “e spiegammo perché, motivi economici, motivi strategici..”
Dal National Security Counsil recepisce un atteggiamento di attenzione, persino di favore, il Pentagono aveva una posizione sospettosa, il dipartimento di Stato aveva un atteggiamento più negativo ma con prudenza, la Cia era in parte favorevole e in parte contraria – ricorda oggi Signorile: “il Senato era in parte favorevole, il senatore Kennedy era attento, D’Amato era contro (non so se Signorile si riferisca ad Al D’Amato, che è stato eletto senatore nel 1981),
senatore degli Stati Uniti di estrema destra”.

Mondani ha chiesto a Signorile di quando, in commissione Moro, ebbe la sensazione che Mario Moretti fosse una figura di secondo piano nella struttura decisionale: “la struttura decisionale delle BR era teleguidata dall’esterno e Moretti era fattore di guida, partecipava [alle riunioni strategiche] come portatore di questi impulsi e di queste scelte. Qualcosa di più che esecutore, qualcosa di meno perché non aveva un’autonomia nelle decisioni.”

Il problema di cosa stessero facendo i servizi che in qualche maniera rappresentavano gli interessi di Yalta, me lo ponevo” – conclude Signorile.

Per capire la vicenda di Moro si deve partire da Yalta – la tesi del servizio di Report: il compromesso storico cercato da Moro assieme al PCI, che doveva appoggiare esternamente il governo, fu interrotto dal rapimento in via Fani, il 16 marzo 1978 (rapimento in cui la sua scorta fu trucidata).

Fino ad oggi le verità processuali si sono basate sul memoriale Faranda – Morucci: come tutti i brigatisti, le sue memorie sono parziali, secondo la commissione di inchiesta conclusasi nel 2018 il loro memoriale è una colossale menzogna.

C’è stato un patto oscuro, secondo Signorile, tra la DC e i brigatisti ed è questo quello che ha cercato di raccontare il servizio.

Quello che non rona nella versione ufficiale del rapimento di Moro
Dopo 55 giorni dal rapimento, il cadavere di Moro fu fatto trovare in via Caetani, il 9 maggio 1978.

Il lavoro della commissione ha vivisezionato il memoriale: ha una strana genesi, Faranda e Morucci erano in carcere ed ha una lunga gestazione, alcune versioni iniziali erano in disposizione al Sisde con cui Morucci collaborava. Fu ricevuto nel 1990 da Cossiga, senza passare da nessuna autorità giudiziaria: nel memoriale si racconta la cattura, la prigionia e la fuga, ma è come se fosse una verità perimetrata, quella da cui non si doveva uscire.

Il giudice Salvini ha collaborato con la commissione: l’agguato si svolto in modo diverso dalla versione di Morucci, c’erano più persone a sparare in via Fani oltre ai 4 brigatisti, sarebbero almeno sei le persone che hanno sparato.

Le prove di sparo sono state eseguite da Davide Minervini: le perizie sulle armi che hanno sparato in via Fani dovrebbero essere rifatte, sostiene il perito, ma nessuno ha intenzione di farlo.

I brigatisti non avevano grande esperienza, hanno perso un caricatore, alcuni colpi sono sparati in alto, mentre altri hanno colpito precisamente la scorta. Alcune armi si sono inceppate, secondo la versione dei brigatisti.

C’erano soggetti sconosciuti nell’agguato a Moro? L’agente Zizzi viene colpito da destra, da un uomo che era a destra rispetto alle auto.

Il pentito Barreca è stato sentito dal giudice Salvini: al giudice ha riportato quanto sentito dal boss Musolino della ndrangheta, che lavorava assieme ai servizi e in contatto con la massoneria. Secondo Barreca un agente della scorta di Moro è stato salvato, al suo posto è stato messo Zizzi quel giorno con Moro. Le dichiarazioni di Barreca rimangono nel cassetto e non sono mai state analizzate.

Chi era lo specialista che in via Fani spara 49 colpi (su 92) senza sbagliare un colpo?

Secondo il memoriale sarebbe Bonisoli, ma secondo la perizia di Salvini questa ricostruzione sarebbe improbabile, Bonisoli non aveva un caricatore da 50 colpi.
Bonisoli ha preferito diventare il capro espiatorio, piuttosto che raccontare un’altra versione dell’agguato.

Solo in parte si è cercato di risalire all’origine delle armi, non si è mai cercato di capire come mai il black out telefonico nella zona di via Fani. Non si è cercato di chiarire sul luogo della strage del colonnello del Sismi (e appartenente a Gladio) Camillo Guglielmi.
C’è poi la storia della moto: un testimone racconta la presenza di una moto in via Fani, dunque altre persone presenti ma mai tracciate dalle indagini.

Mario Mori era all’epoca capitano dei carabinieri presso il Sisde: il magistrato Di Matteo racconta del coinvolgimento di Mori nell’inchiesta Rosa dei Venti, e per questo nel 1975 Mori venne allontanato dal SID, con un suo allontanamento da Roma.

A inizio 78 il comando generale chiede il rientro a Roma, nonostante il diniego del Sisde, Mori tornò a Roma il giorno successivo il rapimento di Moro.

Altro mistero sono le tracce di sangue ritrovate sulle macchine delle BR in fuga: Patrizio Peci, il famoso pentito, raccontò del ferimento di uno dei brigatisti (aspetto assente nel memoriale). Chi hanno cercato di proteggere i brigatisti?

L’Austin Morris, che prese il posto del furgone del fiorista Spiriticchio, era di proprietà di una società del Sisde. I servizi erano presenti in via Fani?

Ci sono anomalie sulle indagini: il giudice istruttore di Roma doveva ricevere le carte, ma Imposimato ricevette le carte solo 8 giorni dopo la morte di Moro.

Il covo di via Massimi

Le perquisizioni nelle case di Morucci e Faranda furono bloccate dal procuratore generale di Roma: le indagini nel breve furono svolte dall’Ucigos, polizia che rispondeva al ministro dell’interno Cossiga.

Anche sul covo ci sono delle anomalie: secondo il memoriale Moro fu detenuto per 55 giorni in via Montalcini, ma secondo un ufficiale della polizia giudiziaria non fu così. Moro fu tenuto in un covo vicino via Fani in via Massimi: ci si arrivò grazie ad una fonte della Finanza, ma lo stabile di via Massimi non venne perquisito. Erano palazzine di proprietà dello Ior, dal padre del sacerdote che fece da postino con le BR.

In via Massimi abitava Marcinkus, il generale d’Ascia del Sismi, una giornalista tedesca Kraatz, che aveva un rapporto con Franco Piperno, esponente di Potere Operaio e che con Signorile aveva avuto un rapporto nella trattativa con le BR.

Il 19 marzo alla Questura arriva una telefonata: una voce racconta di sapere dove si trovi Mori, nella zona di via Massimi. La polizia si presentò coi lampeggianti accesi e la fonte sparì.

Le indagini furono gestite dal commissariato Monte Mario, i documenti sulle indagini sono oggi solo poche carte, come se fossero stati spostati o eliminati.

Il responsabile del commissario divenne poi prefetto, responsabile della sicurezza del papa.

Il giorno della strage di via Fani il lavoro di “bonifica” fu sospeso, racconta a Report il magistrato Donadio: secondo fonti dell’indagine le macchine delle BR sarebbero partite proprio dal compound di via Massimi 91.

La commissione parlamentare ha trovato in via Massimi, nella casa che all’epoca era di proprietà dell’ambasciatore iraniano, una camera blindata a cui si poteva arrivare dal garage: sarebbe stato il posto ideale dove tenere Moro nell’immediatezza del rapimento.
Al terzo piano dello stabile viveva monsignor Vagnozzi, dove riceveva i notabili della DC e anche Moro
prima del sequestro. Infine, Prospero Gallinari passò due mesi da latitante proprio in via Massimi, nel 1978.

Secondo la commissione, dopo via Massimi, Moro fu detenuto in una seconda villa vicino il mare. Un altro covo sarebbe stato nel ghetto, nella casa di Laura Di Nola (secondo il Sismi legata al Mossad).

Sicuramente c’è stato un covo vicino via Caetani, Aldo Moro non può essere stato ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani, racconta Ilaria Moroni.

Secondo le perizie Moro era in ottime condizioni fisiche, non era possibile che fosse rimasto costretto in pochi metri quadrati (quelli del covo di via Montalcini).

Il memoriale di Moro
Nel memoriale rinvenuto in via Monte Nevoso nel 1990 si parlava di Gladio, l’unità di controguerriglia in caso di invasione sovietica in Italia: le BR renderanno conto di queste rivelazioni solo in parte, in particolare quelle che riguardano l’ex ministro Taviani.

Nelle sue lettere Moro si rivolge direttamente a Taviani, sapendolo a capo di Gladio: nelle lettere Moro si chiede come mai il voler tener duro nella trattativa, forse dipende da scelte che arrivano dagli USA?

Il comunicato numero tre delle BR parla delle rivelazioni di Moro: questo allarma sia gli apparati interni, nelle strutture italiane che conoscevano Gladio.
Cossiga incarica il numero due del Sismi, Martini, di verificare cosa Moro sapesse di Gladio: ma nell’archivio del Sismi quei documenti erano spariti.

Moro poteva disporre degli archivi presso la settima divisione del Sismi – sostiene l’ex magistrato Libero Mancuso.

Nel sequestro Moro erano coinvolti dei gladiatori, che non facevano parte della lista rivelata dal presidente Andreotti nell’ottobre 1990.

Ma sia la lista dei gladiatori che la il memoriale trovato in via Monte Nevoso erano rimaneggiati: secondo Mancuso le carte di Moro sono scomparse quando furono portate a Roma per essere sottoposte al vaglio dei vertici dello Stato, Cossiga e Andreotti.

Dopo l’uscita dei comunicati delle BR iniziò la demolizione della figura di Moro: Moro non è lucido, colpa della sindrome di Stoccolma.

Così dopo il comunicato numero 5, dove si accennava a Taviani, nei successivi comunicati non si parlerà più di Gladio e nemmeno i brani del memoria dove si parlava di Andreotti. Come mai questa scelta?

Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento di Stato USA mandato in Italia per seguire la vicenda, fu inserito nel comitato di crisi presieduto dal Francesco Cossiga, ministro dell’Interno. Alle riunioni avrebbe partecipato anche Licio Gelli, il gran maestro della Loggia P2.
In una intervista negli anni recenti dichiarò di aver contribuito all’omicidio di Moro, evitando che Berlinguer arrivasse al potere, facendo intendere che fosse chiaro che Moro dovesse morire: la procura di Roma aprì un fascicolo sulle sue dichiarazioni, nel 2014 il Procuratore Generale di Roma Ciampoli vista l’inerzia del magistrato applicato alle indagini su Moro, avoca a sé l’inchiesta e formula contro Steve Pieczenik l’accusa di concorso in omicidio dello statista democristiano.

Le accuse in America non portarono a nulla e servirono solo a tenere al riparo Pieczenik.

Report ha raccontato poi di un volo di tre cittadini libici arrivati in Italia nei giorni del rapimento Moro: erano persone sotto protezione del Sismi. Si tratterebbe di due agenti della CIA, finiti poi sotto indagine in America con l’accusa di addestrare terroristi anche in Libia, in funzione anti comunista.

A Parigi era presente una scuola particolare, il centro Hyperion che era una sorta di camera di compensazione tra i servizi appartenenti a blocchi contrapposti: ad Hyperion fanno riferimento anche brigatisti come Gallinari.

I brigatisti erano infiltrati dai servizi americani e dai nostri servizi – racconta nel 2005 l’ex presidente del CSM Gallucci, riportando le parole di Moro: di queste infiltrazioni il governo italiano non era stato avvertito ufficialmente.

Uno di questi brigatisti infiltrati era Casimirri, riparato poi in Nicaragua: Mondani ha sentito l’ex agente del Sisde (e poi dirigente dell’AISE fino al 2013) Carlo Parolisi che nel 1993 aveva raggiunto il brigatista Casimirri in Nicaragua: “Casimirri ci racconta delle riunioni che si tenevano prima del sequestro Moro, ad alcune delle quali lui partecipa e dalle quali trae la convinzione che in realtà il destino di Moro sia segnato sin dall’inizio, lui ci dice che l’impressione aveva tratto era che Moro sarebbe stato comunque condannato a morte.”

La trattativa tra lo stato e le BR fu solo una finzione?

La trattativa di Signorile, il giorno 8 maggio, stava per approdare ad un risultato, si stava per dare la grazia alla brigatista Besuschio.

Ma, ricorda oggi Signorile, successe che il tavolo aveva già cambiato padrone: al tavolo della trattativa non c’erano più le Brigate Rosse.

Nel memoriale ritrovato nel 1990 sono presenti brani dove si parla di piazza Fontana, Gladio, dove Moro denuncia Andreotti: come mai le BR non le pubblicò come aveva promesso?

Secondo Salvini questi nastri e queste informazioni furono usate dalle BR per garantirsi un trattamento di favore, per loro e per le persone rimaste in carcere.

Forse le carte di Moro furono trovare nel covo di via Fracchia a Genova, dopo l’irruzione dei carabinieri di Dalla Chiesa – racconta il magistrato Donadio: quel materiale è stato sottratto agli atti del processo, forse è nelle mani dei servizi segreti.

Perché le BR non pubblicarono le accuse contro Andreotti, contro la DC? Perché avevano compiuto l’atto – spiega oggi l’ex ministro Scotti.
Mondani lo ha chiesto a Giovanni Senzani, ex brigatista: quella storia era troppo grande anche per noi, racconta a Report.

Perché, poi, proprio Moro: Mario Moretti era legato alla scuola di lingue Hyperion, la scuola che era camera di incontro tra servizi stranieri. Il suo covo era in via Gradoli, in un palazzo dove molti appartamenti erano di proprietà del Sisde. Di Gradoli parla la famosa seduta spiritica con Prodi e il falso comunicato numero sette, pensato da Pieczenik per preparare l’opinione pubblica alla morte di Moro.

Quel falso comunicato numero sette era un segnale alle Brigate Rosse: sappiamo dove siete e possiamo venirvi a prendere.

I brigatisti furono affiancati da altri professionisti che aiutarono a premere il grilletto, racconta oggi Signorile che ricorda anche come Cossiga fosse convinto che Moro stesse per venire liberato.

Non solo, anche la telefonata di Morucci al professor Tritto (delle 12) fu una sceneggiata: il cadavere con Moro dentro era già stato trovato alle 9.30.

Moro è stato sacrificato per mantenere un equilibrio internazionale deciso a Yalta?
È la teoria di Guerzoni secondo cui l’omicidio di Moro sarebbe stato appaltato alle BR, su indicazioni che arrivavano dall’alto, da paesi nostri alleati.

Come gli Stati Uniti che, per opera proprio di Henry Kissinger, si erano già mossi nel 1973 per bloccare il governo socialista in Cile, col presidente Allende.

Per bloccare un’Italia (e una Europa) sempre più indipendente dagli Stati Uniti.

Fin qui il servizio di Report. Dall’altra parte il memoriale di Faranda e Morucci, i terroristi, con tutte le lacune, gli errori, i pezzi che mancano.