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01 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – l’assalto alle banche, i conti della serie A, gli allevamenti ittici

Chi c’è dietro la scalata alle Generali, la cassaforte dei risparmi degli italiani?

Poi il tanto atteso servizio sui conti dell’Inter (doveva andare in onda domenica scorsa): aveva ragione Report o chi contestava il vecchio servizio?

Nell’anteprima di LAB Report si parlerà della situazione di Gaza: non chiamatela guerra, quello che sta succedendo è la soppressione di un popolo.

Il crimine sotto i nostri occhi

Per mesi in cui si è ripetuto che quello che succedeva a Gaza era solo colpa di Hamas, che chi criticava le scelte del governo di Israele era antisemita, che i numeri dei civili uccisi dall’esercito israeliano erano finti (dove sono le fonti? Come se non sapessero tutti che i giornalisti stranieri non sono stati ammessi a Gaza).


Finalmente l’occidente si è accorto di quello che sta succedendo in questa striscia di terra. O, meglio, ha smesso di far finta di niente.

Far finta che voler affamare un popolo, riducendo al limucino gli aiuti alimentari, distruggendo le infrastrutture, le scuole gli ospedali, prendendo di mira i civili anche nei luoghi dove dovrebbero essere al sicuro, non faccia parte di un disegno criminale per preciso.

Chi denuncia quanto è sotto gli occhi di tutti viene sistematicamente screditato, vedi gli attacchi alla relatrice Francesca Albanese accusata di aver ricevuto finanziamenti da gruppi vicini ad Hamas da un dossier di Un watch, dossier smentito dall’Onu.

Le ambasciate israeliane – spiega la stessa Albanese a Report – si muovono in prima persona per protestare quando “una certa persona fosse stata chiamata a parlare in una sede istituzionale”.

I civili, dal 7 ottobre 2023, in risposta all’attacco terroristico di Hamas, sono diventati bersagli, “come è possibile tutto ciò”? LE immagini nell’anteprima del servizio testimoniano a sufficienza quanto sta accadendo a Gaza. Bambini colpiti da proiettili e schegge, spesso colpi singoli alla testa, bambini a cui si devono amputare arti per i colpi ricevuti. Bambini che, una volta operati, non hanno nessuno da cui tornare perché le loro famiglie sono state sterminate.

Medici costretti ad operare con mezzi di fortuna nei pochi ospedali ancora attivi.: “ogni giorno mi ritrovo circondato da decine di persone che mi chiedono aiuto, mancano le attrezzature chirurgiche, tutto, non c’è materiale sterile monouso, rilaviamo tutto, anche i tubi con cui si intubano i pazienti ..” racconta uno di loro.

Report ha intervistato a Londra il dottor Abu Sittah, il primo ad essere entrato a Gaza dopo i primi attacchi agli ospedali, come quello ad Al Shifa: Israele aveva inizialmente dato la colpa alla Jihad per la morte dei 480 sfollati sotto le bombe.

L’ospedale di Al Shifa è stato bombardato dall’esercito di Israele ha bombardato l’ospedale, compreso il reparto maternità: IDF ha spiegato che è stata una operazione mirata contro Hamas che si era rifugiata dentro l’ospedale di Al Shifa

Tesi negata dal dottor Abu Sittah: “non ho mai visto alcun combattente nell’ospedale, altrimenti avrei chiesto loro di andare via, ho l’obbligo di chiedere ai combattenti armati di lasciare l’ospedale, dentro c’erano solo civili che avevano portato i loro figli al rifugio. Se avessero visto la presenza di Hamas, che è l’obiettivo di Israele, non avrebbero mai portato i loro figli a dormire la dentro.”

L’esercito di Israele, in quanto forza occupante, dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione civile: questo è quanto stabilisce la Convenzione di Ginevra, ma a Gaza i diritti dei civili non sono mai stati garantiti già prima del 7 ottobre (la data dell’attacco terroristico di Hamas).

Già prima del 7 ottobre 2023 e dell’inizio di questa nuova guerra ” spiega Ajith Sunghay direttore dell’alto commissariato per i diritti umani “l’assistenza medica il sistema ospedaliero nella striscia di Gaza era un disastro per via dei 17 anni di blocco [quello l’esercito ai valichi della striscia]. La Corte di Giustizia internazionale ha chiesto esplicitamente di garantire la sicurezza dei civili nei territori palestinesi occupati compresa Gaza. Questo comprende anche la fornitura di acqua, cibo, la raccolta dei rifiuti, offrire rifugio e qualsiasi altra necessità per la sopravvivenza. Israele come forza occupante deve garantire questa protezione ai civili secondo la quarta Convenzione di Ginevra.”
Attaccare gli ospedali significa attaccare strutture civili e quindi il diritto dei civili alla protezione invocata dal diritto umanitario internazionale.

Francesca Albanese relatrice speciale per le Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi parla oramai dello smantellamento del sistema sanitario a Gaza: “l’attacco al sistema sanitario in quanto tale è stato sistematico , sono stati colpiti gli ospedali, le ambulanze, sono stati uccisi oltre mille medici. C’è stato quasi un attacco personalizzato, molto mirato al personale medico e questo si è visto anche attraverso quello che è accaduto con gli arresti e le detenzioni arbitrarie.”
Di fronte a tutto questo la risposta dell’esercito di Israele (e dei tanti gruppi di influenza sui social) rimane sempre la stessa: sotto gli ospedali c’erano i tunnel di Hamas, nelle strutture mediche c’erano armi di Hamas, questi sono dati di Hamas.. Come se non si sapesse che per una precisa volontà politica nella striscia non sono ammessi giornalisti stranieri. E i pochi giornalisti palestinesi sono stati bersaglio delle bombe e dei colpi di IDF.

La scheda del servizio: LAB REPORT: ANATOMIA DI UN CRIMINE

di Nancy Porsia

Report ricostruisce l’attacco sistematico agli ospedali di Gaza, documentando bombardamenti, evacuazioni forzate e medici uccisi o arrestati. Attraverso testimonianze dirette e immagini senza filtro, emerge il collasso del sistema sanitario e il dramma dei civili intrappolati. Una cronaca documentata sulla potenziale violazione del diritto umanitario internazionale e la crisi umanitaria in corso.

Dietro le scalate bancarie


Ci aveva messo perfino la faccia la presidente del Consiglio Meloni, in un video pubblicato sui suoi canali social: “abbiamo deciso di introdurre una tassazione del 40% sulla differenza ingiusta del margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche ti applicano per prestarti i soldi e quanto ti riconoscono quando depositi i soldi. Una tassazione su quei margini extra che hanno registrato gli istituti bancari che è secondo noi non una tassa sui guadagni legittimi ma una tassa sul margine ingiusto. ”
Anche il vicepresidente Salvini era sulla stessa lunghezza d’onda: “la scelta della Lega e dell’intero governo è chiara, aiutare famiglie e impre, se e lavoratori che non ce la fanno chiedendo alle banche una parte degli incassi miliardari per i maxi profitti che hanno fatto in questi anni..”
Era agosto, gli italiani erano già al mare – racconta oggi il docente di economia della Cattolica Rony Hamaui – “e il governo esce con la prima tassa sugli extraprofitti, dopo di ché c’è tutta una discussione all’interno del governo, il parlamento, il provvedimento viene cambiato e viene lasciata alla banche l’opportunità di decidere se o pagare la tassa oppure accantonare, rafforzare il proprio patrimonio.”
Quindi la tassazione sugli extraprofitti dopo i roboanti annunci di Meloni e Salvini è durata solo il tempo dell’estate, riducendosi ad un ipotetico balzello, diventando una tassa facoltativa perché alle banche viene concessa la libertà di scegliere se pagarla oppure se tenere gli extraprofitti nelle loro casse.

La montagna ha partorito il topolino: oggi gli esponenti della maggioranza, come il sottosegretario Durigon, di fronte alle domande di Report svicolano, non rispondono, parlano d’altro (“abbiamo alzato gli stipendi .. abbiamo tantissime idee.. con le banche qualcosa abbiamo fatto..”).
Si dice che sia bastata una telefonata di Marina Berlusconi a far far marcia indietro al governo.

Così oggi le banche sono piene di liquidità, soldi pronta cassa che fanno gola a qualcuno nella maggioranza: e dunque sono partite le scalate bancarie, con l’assalto del Monte dei Paschi di Siena (la banca salvata coi soldi pubblici) al cuore della finanza milanese che ha scatenato una vera e propria guerra. In risposta all’annuncio dell’istituto di credito senese Mediobanca ha indossato l’elmetto ed eretto le barricate: la proposta del Monte è stata rispedita al mittente con un comunicato durissimo dal cda in cui si definisce l’offerta fortemente distruttiva di valore e priva di razionale finanziario e industriale.

Come si è comportato il governo fino a questo momento? Da arbitro o da parte in causa? Alberto Nagel, AD di Mediobanca ha risposto “qual è la prossima domanda”.

Gli elementi raccolti dal servizio di Report potrebbero dunque indurre a pensare che l’ultima asta delle azioni del ministero dell’Economia sia stata apparecchiata appositamente per far entrare nell’azionariato di MPS Francesco Gaetano Caltagirone e la finanziaria della famiglia Del Vecchio, BPM e Anima, ad un prezzo calmierato.

Il loro ingresso sarebbe stato funzionale a lanciare dopo solo un paio di mesi la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio avevano grossi interessi.
MPS diventerebbe una sorta di cavallo di Troia per Caltagirone e Delfin per prendersi Mediobanca: “questa Opa mi sembra strumentale non tanto per fare una fusione tra due banche ” racconta Alessandro Penati docente di Finanza della Cattolica “ma a costituire un gruppo di influenza in cui i privati appoggiati dal governo avrebbero una influenza.”

E cosa dice il governo in proposito? Il sottosegretario Freni di fronte alla domanda di Mottola, se ci sia stata una regia del governo sulla scalata di MPS, si è messo a ridere “ma quale regia.. ma che ne so io.. io sono solo uno scrivano ..”
C’è stato o meno un incontro lo scorso settembre al MEF tra esponenti del governo e MPS per pianificare questa scalata? Chi lo sa. Di certo lo stato italiano attraverso il MEF detiene l’11% di MPS, ma freni si ostina a rispondere “io non conto nulla..”

Il servizio racconterà poi della scalata tentata da Unicredit alla Banca Popolare di Milano: veniva presentata come investimenti di Unicredit in Italia, ma Salvini l’aveva definita una banca straniera. “Diciamo che Unicredit ha le sue radici in Italia e il 45% del gruppo è in Italia, siamo presenti in 13 paesi e in questo contesto siamo paneuropei” ha risposto l’AD Andrea Orcel. Altre domande sul tema delle scalate e sulla posizione non neutra del governo non sono state ammesse.
In effetti Salvini non avrebbe torto: la proprietà di Unicredit è straniera per oltre il 70% del suo capitale, controllato soprattutto da fondi americani e inglesi. Tuttavia all’epoca degli attacchi di Salvini anche in BPM l’azionista di maggioranza non era italiano ma era la francese Credite Agricole e subito dopo veniva l’americana Black Rock. Forse, anche alla luce di ciò, non tutti i maggiorenti della Lega si sono lasciati arruolare nella crociata nazionalista di Salvini.

Massimiliano Romeo è il capogruppo al Senato: alla domanda se Unicredit è straniera non ha voluto rispondere “dovete mettervi d’accordo col nostro ufficio stampa”.

Calderoli, ministro dell’Autonomia non ha proprio risposto. Laura Ravetto, deputata della Lega ha glissato, “voglio andare a sentire Salvini..”

Almeno Fedriga, presidente della regione Friuli, almeno è stato netto: Unicredit non è straniera, “mi auguro che Unicredit possa contribuire a far crescere e collaborare all’interno di una maggior vicinanza al sistema produttivo”. Fedriga prende la distanze da Salvini anche perché la questione BPM non riguarda tutta la lega – spiega nel servizio di Mottola – ma quasi esclusivamente la Lega lombarda. Negli ultimi 15 anni infatti i vertici del partito in Lombardia hanno coltivato un rapporto molto stretto con la BPM da quando, nel 2009, ne è stato nominato presidente Massimo Ponzellini, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti il quale oggi, da ministro dell’Economia, ha deciso di usare sulla scalata di Unicredit il golden powere quindi dare al governo l’ultima parola sulla scalata.

C’è un tifo di Salvini e Giorgetti per BPM? Il presidente di BPM Tononi commenta dicendo “mi sembra una espressione fuori luogo, non è questione di fare tifo, bisogna fare scelte giuste per l’economia italiana e certamente il venir meno del pluralismo potrebbe essere un elemento di fragilità in questa situazione.”

Insomma, un assalto alla cassaforte dei nostri risparmi da parte di questa destra sovranista ovvero, come dice il titolo del servizio, all’armi siam banchieri.
Si muove la politica e si muove quel pezzo di imprenditoria che fa riferimento a questa maggioranza: per esempio il costruttore Caltagirone, che ha costruito i palazzi dei quartieri di Roma. Roma non si può governare senza il suo consenso: l’ex sindaco Ignazio Marino racconta di come sia difficile, Caltagirone è sempre stato abituato ad avere figure nell’amministrazione della città che non si mettono in contrasto.

Il suo quartier generale è nel centro di Roma in via Barberini: qui amministra i suoi interessi nella capitale, da Acea la società di acqua ed elettricità di cui detiene una quota; è uno dei costruttori del prossimo termovalorizzatore ed è nel consorzio che sta realizzando la metro C, l’opera pubblica più costosa d’Europa.
Continua Marino: “Penso che in questa fase storica Caltagirone si sia abbastanza staccato da quel mondo che a Roma viene chiamato dei palazzinari.”
L’epopea imprenditoriale di Francesco Gaetano Caltagirone comincia negli anni ‘80 quando fa i primi miliardi con l’attività di palazzinaro: il suo rapporto con la politica, la Democrazia Cristiana, è strettissimo, ma gli costa caro. Finisce nelle principali inchieste di Tangentopoli, imputato per corruzione in vari processi, è stato sempre assolto.

In questi processi tra gli imputati era presente anche l’ex ministro Cirino Pomicino: entrambi, Pomicino e Caltagirone, furono assolti. Caltagirone passa poi dal finanziare la DC, la corrente andreottiana, a finanziare i “nuovi partiti” della seconda repubblica.
Inizia, anche su suggerimento di Pomicino, a comprare giornali, “devi essere un imprenditore con cui la politica deve fare i conti, in un momento in cui i partiti non sono più un punto di riferimento e c’è il rischio che il riferimento lo diventino le procure, il giornale è l’unico modo per garantire la propria resistenza.”

Così nasce l’impero editoriale di Caltagirone: nel 95 compra Il Tempo, poi rivenduto, poi Il Messaggero, il più importante giornale della capitale, subito dopo Il Mattino, il quotidiano più diffuso a Napoli e in Campania. Due anni dopo rileva Il quotidiano di Puglia, poi Il Corriere Adriatico diffuso nelle Marche, quindi Il Gazzettino il maggior quotidiano in Veneto e Friuli. La geografia delle acquisizioni editoriali di Caltagirone segue pedissequamente i suoi affari, perché compra i giornali in tutte le città e le regioni dove ha maggiori interessi finanziari e imprenditoriali.

Una genialità la sua – commenta così il mentore Pomicino – comprendere come i giornali potessero essere uno strumento di condizionamento della politica: “sapevi che se toccavi Caltagirone la tua vita sarebbe stata centellinata dai giornalisti ..”

Sul ruolo di Palazzo Chigi (arbitro e giocatore) in questo risiko bancario potete leggere l’anticipazione del servizio di Report data da Marco Palombi sul Fatto Quotidiano:

Il governo banchiere, il risiko e il conflitto di interessi di Caputi

di Marco Palombi

Il capo di gabinetto di Giorgia Meloni ha quote in due società che si occupano di Npl

Ogni giorno si scoprono nuovi particolari su quella che il Fatto, parafrasando una vecchia battuta, ha definito “l’unica merchant bank in cui si parla romano”: le intricate vicende del cosiddetto risiko bancario – in cui Palazzo Chigi fa contemporaneamente l’arbitro, il giocatore e il vigilante – sono descritte da una lunga inchiesta di Report, firmata da Giorgio Mottola e in onda stasera su Raitre, da cui si scopre, tra le altre cose, che il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, l’uomo che per conto della premier gestisce anche la partita bancaria, s’è dimenticato di dichiarare un potenziale conflitto d’interessi.

Nel servizio si racconterà infatti di come le azioni di MPS, detenute dal MEF, siano state vendute con procedura accelerata, per evitare che venissero vendute sul mercato. Lo scorso novembre quando il MEF ha venduto un altro 15% di MPS, Giorgetti non si è affidato alle solite banche d’affari ma ad un piccolo operatore, banca Akros del gruppo BPM: così ad aggiudicarsi le azioni non sono state, come nel passato, decine di svariati investitori ma solo 4 compratori, tra cui Caltagirone col 3,6%, Delfin del gruppo Del Vecchio il 3,5%, banco BPM col 5% e il 4% Anima il fondo di investimento partecipato da Caltagirone, BPM e MEF.

Come se questa cessione di azioni di MPS fosse stata concordata, come ammette Luca Enriques ex commissario Consob a Report . Da quanto risulta a Report, alla terza asta diversi fondi di investimento anche stranieri erano interessati ad acquistare azioni del ministero dell’Economia ma risulta che non abbiamo mai avuto risposta dalla banca Akros e secondo quanto scrive il Financial Times sarebbe stata bloccata anche una un’offerta avanzata da Uncredit.

Ora Caltagine e Del Vecchio attraverso Anima e BPM sono arrivati a controllare il 15% di MPS che una quota di controllo della banca. Durante questa asta i quattro gruppi non hanno comprato le azioni a sconto ma le hanno pagate il 2% del loro valore in borsa. Il MEF avrebbe incassato dunque più delle due aste precedenti ma alla fine il collocamento di banca Akros si è rivelato più vantaggioso per Caltagirone e gli altri compratori. Se infatti avessero voluto comprare le azioni sul mercato l’operazione sarebbe stata più complicata perché il mercato “capisce” che c’è dietro una mano a comprare le azioni e quindi ne fa salire il prezzo, così Caltagirone e Del Vecchio le avrebbero pagate di più.

Si potrebbe dunque pensare che l‘ultima asta del MEF sia stata apparecchiata per far entrare nell’azionariato di MPS proprio Anima e BPM ad un prezzo conveniente. Un ingresso funzionale a lanciare, dopo qualche mese, la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio hanno grossi interessi.

La scheda del servizio: ALL’ARMI, SIAM BANCHIERI!

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Nonostante l’economia non stia andando benissimo, le banche italiane sono riuscite a registrare ricavi miliardari grazie agli extraprofitti favoriti dall’aumento dei tassi di interesse. Il governo Meloni ha provato a introdurre una tassazione su questi guadagni miliardari, ma ha dovuto battere in ritirata. E così gli istituti di credito del nostro Paese si sono ritrovati con le casse piene di soldi. Grazie a questa situazione di favore, è partito il cosiddetto risiko bancario: Unicredit ha lanciato una scalata sulla Banca popolare di Milano e poco dopo Monte dei Paschi di Siena ha avviato l’assalto all’ex salotto buono della finanza italiana, Mediobanca. In questa partita però di finanziario c’è molto poco. Fratelli d’Italia e Lega hanno deciso di giocare un ruolo di primo piano e puntano alla nascita di un terzo polo bancario a trazione sovranista. L’obiettivo è la cassaforte dei risparmi privati degli italiani: le Assicurazioni Generali. Per raggiungere lo scopo, è nata un’inedita alleanza con potenti esponenti del capitalismo finanziario del nostro Paese.

I conti dell’Inter

Chi aveva ragione, sui conti dell’Inter? Report oppure quelli che hanno contestato il servizio?

E, poi, oltre all’Inter, ci sono altre società di calcio in serie A coi bilanci a rischio?

Il mondo del calcio è sempre stato un terreno particolare, dove le regole che valgono per tutte le altre imprese qui vengono interpretate a seconda del caso.
Nel mondo del calcio sono in tanti a lanciare l’allarme, perché l’Inter vince due scudetti con un debito monstre: l’ultimo è Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore di Forza Italia. Nel corso di un evento pubblico ha dichiarato: “il paradosso è che ci sono società con debiti da 600-700 ml di euro tecnicamente fallite ma che vincono il campionato.”
Come commenta questa uscita il ministro dello sport Abodi (membro della stessa maggioranza di Lotito)? “Questa è una opinione che deve essere verificata dai fatti, questa commissione [quella che il governo Meloni ha pensato per controllare i bilanci delle squadre] non deve essere severa, deve essere giusta e deve mettere in condizione anche voi di raccontare le cose come stanno.”
Ma nella riforma che il governo ha in mente sui bilanci delle squadre ci saranno interventi sull’equilibrio finanziario del sistema calcio?

Stiamo ragionando sulle figure che vogliamo siano molto qualificate, molto indipendenti che assumono il ruolo come missione..”
La commissione voluta da Abodi è quella che sostituirà la Covisoc, l’organismo oggi sotto il controllo della Federcalcio incaricato di verificare lo stato di salute finanziaria dei club .

Ma l’ultimo regalo al calcio italiano è arrivato proprio grazie al governo Meloni che, nel dicembre 2022, ha approvato il decreto salva calcio, che ha permesso di spalmare un debito fiscale complessivo di 889 ml di euro in sessanta comode rate.

LE squadre hanno avuto modo di ricorrere agli strumenti che la legge ha permesso di poter utilizzare – racconta il presidente di Federcalcio Gravina – però il debito si accumula e quindi questo genera degli alert ma sono alla parti di qualunque società di capitali.

Ma questo decreto alimenta una cultura del debito: lo spiega il consulente di Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di bilanci e diritto penale dell’Economia “ma secondo lei il calcio è una roba normale, ma possiamo confrontarlo con una normale azienda, il lusso, lo spreco, di denaro, assurdo, non solo per i calciatori ma anche per gli allenatori, gli agenti, per le feste, le macchine, è tutto un lusso a debito. Il lusso non si fa a debito, il lusso si fa coi soldi, che qui non ci sono.”

Il cuore del servizio sarà dedicato ai conti dell’Inter: i suoi problemi finanziari erano legati alle holding cinesi del suo ex proprietario?

Nel mondo della finanza le voci corrono con molta velocità – racconta Daniele Autieri – il 7 gennaio 2025 la famiglia Zhang, uno dei grandi conglomerati industriali cresciuti all’ombra del partito comunista dichiara bancarotta. In un attimo la notizia del fallimento del gruppo Suning viaggia da Bangkok a Manhattan: tra le società interessate dalla ristrutturazione del debito c’è anche la Suning holding group, la stessa con cui per anni gli imprenditori cinesi hanno controllato l’Inter.
Come spiega Gian Gaetano Bellavia, tutto questo ha avuto riflessi sulla squadra milanese: “se si parla di stato di insolvenza o fallimento è fatale che i cinesi non abbiamo più dato soldi all’Inter.”
Che il gruppo Suning fosse sull’orlo della bancarotta era noto agli addetti ai lavori già nel 2020, come aveva rivelato a Report l’analista finanziario che cinque anni fa, al termine di una accurata due diligence aveva per primo lanciato l’allarme sui conti del club milanese.
A Report aveva raccontato le voci che giravano “mi ricordo che dicevano che questi Zhang non potevano viaggiare per impegni e così via,ma questi erano sotto chiave, questi qui avevano fatto un casino che Parlamat al confronto era niente. La Cina gli aveva ritirato il passaporto. ”


Cinque anni dopo la profezia dell’analista si è avverata, il gruppo Suning dichiara bancarotta al termine di un decennio di strategie finanziarie fallimentari: tra il 2012 e il 2020 gli Zhang investono 10 miliardi di euro in operazioni a perdere, una di queste è proprio l’acquisto dell’Inter.
Report è andata fino a New York, alla borsa americana, per trovare conferme a questa storia: nella compagine accanto a Zhang c’è anche Lion Rock un private equity di Hong Kong. Nel 2019 il fondo rileva il 31,05 % delle partecipazioni dell’Inter e il suo presidente Daniel Tseung si presenta alla Pinetina con un piano preciso, vendere l’immagine del calcio italiano in Cina e lo fa con una intervista manifesto, l’unica concessa in Italia e rilasciata alla giornalista finanziaria Laura Morelli.
“Lion Rock è un fondo che investe in consumer, dunque beni di consumo, dal sito sono 9 le società dove dicono di aver investito dal 2011, Inter compres ” spiega oggi a Report la giornalista “il calcio non era mai stato un loro investimento, l’Inter è stato il primo e anche l’ultimo finora.”
Nell’Inter quanti soldi hanno messo? “Si parlava di circa 150-200 ml ”


La
scheda del servizio: LA RESA DEI CONTI

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

L’Inter, il Club italiano che ha vinto di più negli ultimi anni, è stato davvero sull’orlo del fallimento? Dopo l’inchiesta del febbraio scorso che aveva ricostruito i guai finanziari della società, in molti hanno criticato Report accusando la trasmissione di aver addossato all’Inter i peccati dei suoi proprietari, ovvero del Gruppo Suning che fino al maggio del 2024 controllava il Club. Tre mesi dopo ecco la nuova inchiesta che approfondisce il filone finanziario del Club, prima e dopo l’ingresso del fondo americano Oaktree, e ricostruisce nel dettaglio quali fossero le reali condizioni del Club negli anni più difficili della proprietà Zhang, tra il 2021 e il 2023. Grazie a documenti inediti e a una testimonianza eccellente, l’inchiesta ricostruisce tutti i retroscena delle operazioni finanziarie che hanno evitato il fallimento dell’Inter. Una verità che testimonia ancora una volta la fragilità delle società sportive e l’inefficacia delle istituzioni nel costruire e far rispettare un sistema di regole condiviso, proprio adesso che il governo è al lavoro su una futura riforma del calcio.

Lo stato degli allevamenti ittici

Quante cose si scoprono seguendo i servizi di Report: il record di inquinamento da ammoniaca in pianura padana grazie agli allevamenti intensivi e ora scopro che siamo leader negli allevamenti di trote. Ma in che modo vengono allevati questi pesci?
Negli allevamenti visitati da Giulia Innocenzi si vedono tanti pesci agonizzanti, che boccheggiano in acqua o in superficie, che nuotano al contrario, sbattono contro le pareti del vascone. Insieme ai pesci agonizzanti si trovano anche animali morti che andrebbero rimossi il prima possibile per motivi igienico sanitari, perché potrebbero essere morti per malattie infettive e potrebbero mettere a rischio altri pesci.
Alcune trote sono morte impigliate nelle griglie dell’allevamento: sono animali curiosi – racconta a Report Simone Montuschi- presidente di Essere Animali – è normale che cerchino delle zone in cui non sono ancora stati, se ci sono delle reti dove loro entrano con la testa ma poi il corpo si allarga e non riescono più a uscire con le branchie non riescono ad indietreggiare, rimangono incastrati.

E incastrate nella rete muoiono. Incastrati si trovano anche animali vivi: nel video che potete vedere in anteprima, l’autore delle riprese ha cercato di liberare gli animali, cosa che dovrebbero fare le persone che gestiscono l’allevamento.

Nelle reti, oltre ai pesci si trovano anche gli uccelli, anche loro rimasti impigliati nelle reti: alcuni di questi sembrano essere presenti da diverso tempo.

La scheda del servizio: LAGUNA NERA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

L'Italia è un paese leader nella produzione di trote. Quali sono le condizioni dei pesci nei vasconi e come vengono abbattuti? Grazie a immagini esclusive Report mostrerà la realtà degli allevamenti considerati di alta qualità. E a un anno di distanza dalla moria di pesci che ha colpito la laguna di Orbetello, famosa per la sua preziosa biodiversità, ma anche per le sue spigole e orate, cosa è stato fatto per evitare che succeda di nuovo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

07 febbraio 2013

Non c'è solo Mps

Non vorrei che la banca rossa nascondesse la banca diciamo, più azzura.
La BPM (ex) di Ponzellini usata come bancomat da esponenti del PDL, e di cui ha parlato la stessa trasmissione Report qualche mese fa:

Dall'inchiesta dei pm di Milano su Bpm emerge che, sotto la presidenza Ponzellini, c'era «un vero e proprio comitato d'affari che vendeva i contratti di finanziamento più problematici» senza fermarsi «di fronte ad alcuna barriera, sia pure quella di pervenire a finanziare soggetti in rapporti con la criminalità organizzata». Tra i soggetti che rientrano in quello che viene definito «lo scenario di criminalità organizzata nel quale si muovono diversi dei protagonisti della vicenda», vengono citati Alfredo Iorio e Domenico Zambetti, l'ex assessore regionale arrestato nei mesi scorsi con l'accusa di voto di scambio con la 'ndrangheta. I pm scrivono che Rosario Scuteri, indagato nell'inchiesta su Bpm, «viene presentato in banca da Alfredo Iorio, il quale e stato sottoposto a misura cautelare nel procedimento denominato "Parco sud"».

Come per Mussari, ora Ponzellini  non lo conosce nessuno. Nemmeno quelli della Lega.

Quelli che, per la questione delle quote latte, ci costano 75 euro a persona.

19 novembre 2012

Report – la banca degli amici

Chissà se questa inchiesta di SigfridoRanucci per Report produrrà la stessa eco di quella sulle particelle catastali di Di Pietro. Ieri sera l'inchiesta riguardava una banca (la BPM) trasformata in una specie di bancomat per i vip del centrodestra e della Lega, cui concede fidi anche se a rischio. Mentre li nega a imprenditori con piccoli problemi come successo al signor Pancrazio Benevento, costretto ad arrampicarsi in cima al palazzo per protestare.

Ma non sono solo questi finanziamenti, a colpire: la banca che avrebbe dovuto, per statuto, aiutare le piccole imprese, diventa parte di un sistema politico – finanziario dai mille volti:
Ponzellini (ex presidente BPM) che al telefono parla col ministro Grilli, in cerca di uno sponsor per la poltrona della banca d'Italia (avrebbe parlato anche col cardinale Bertone). Ponzellini che finanziava la ABC (produzioni televisive fatte in casa) di Ilaria Sbressa (moglie di un manager Mediaset), che ha vinto un appalto col ministero dell'istruzione (allora diretto dalla Gelmini) per le “pillole della saggezza”. Piccoli spot da pochi minuti (per la didattica multimediale nelle scuole), pagati quasi 40000 euro l'uno (ne sono stati comprati 12): più che pillole, supposte.
Il braccio destro di Ponzellini, Cannalire, che faceva “il lavoro sporco”, girando per gli uffici della banca che avevano ancora capacità di budget, per girare questi finanziamenti una volta alla Santanché (per la sua Visibilia), una volta a Paolo Berlusconi (per i terreni della Cascinazza), l'ex ministro
La Russa (per la sua Quintogest), la Hurban Vision di Marcello Dell'Utri, la trafileria della famiglia Brambilla (l'ex ministro del turismo) .. Ma quanto è piccolo il mondo? Con Ponzellini, raccontano le carte dell'inchiesta, e anche dirigenti della banca che han parlato a volto coperto (manco parlassimo di mafia), che con Ponzellini la politica è entrata nella banca. Alla faccia del libero mercato e del vinca il migliore: chi non si assoggettava alle richieste di Cannalire (molti crediti sono stati concessi senza garanzie), veniva pure minacciato.

Colpisce anche l'atteggiamento di chiusura, quasi arrogante, delle persone intervistate da Sigfrido Ranucci: da Tremonti che di fronte ad un giornalista di Report chiude la bocca, alla Santanché “mi intervisterà quando vedrò i documenti”. Il ministro Grilli, alla domanda se quella telefonata a Ponzellini fosse opportuna ha risposto “era una conversazione in amicizia .. non mi sembra nulla di inadeguato”. E la telefonata con Bertone? Grilli, ha ricordato la Gabanelli, è quello che poi dovrebbe far pagare l'Imu alla chiesa …

Le supposte della saggezza.
Capitolo a parte, la storia delle
12 pillole della saggezza che il ministero dell'istruzione, tramite la Consip e la Ansas, ha acquistato dalla Abc della Sbresso. Chi ha controllato la bontà del progetto? La banca (almeno, così ho capito).
La Sbresso ha vinto anche un bando da 5 ml di euro per la formazione e la ricerca. Anche questo, deciso dalla banca. Nel dicembre 2011, nei primi giorni del governo tecnico, quando la scura dei tagli imposti dalla crisi sta per abbattersi sulla scuola.
Che è la stessa banca che ha le sue relazioni dentro la pubblica amministrazione. E poi mancano i soldi per il riscaldamento.
Giovanni Bondi, capo dipartimento del ministero per la programmazione, che ha istituito quel tavolo da cui si è deciso di destinare quei 730000 euro alla Abc, in una intercettazione chiedeva alla Sbressa il numero di telefono di Domenico Casalino, amministratore della Consip. Ma quanto è piccolo il mondo ..

L'ex ministro Romani si sarebbe interessato per far vincere alla Abc l'appalto per la trasmissione dei consigli dei ministri all'epoca del governo di B. E quando i finanziamenti dalla banca si bloccavano per qualche intoppo, interveniva prima Romani a “fare pelo e contropelo” a Cannalire.
Cosa vuol dire conoscere dei ministri.

L'inchiesta sulla Atlantis Bplus.
Nell'inchiesta sulla BPM sono finiti anche i soldi dalla banca alla Bplus di Corallo. Col sospetto che le pratiche siano state oliate da qualche tangente.
Si parla di un favore agli amici politici, perché Tremonti aveva bisogno di soldi introitati grazie ai giochi.

Il nome di Marco Milanese è venuto fuori nell'inchiesta su Paolo Viscione e la sua assicurazione: avrebbe pagato Milanese in contanti e con altri beni, per avere notizie sulle inchieste sul suo conto. “Io ero concusso da Milanese .. era come se mi chiamasse un camorrista”.

Orologi (anche per l'ex ministro Tremonti, pare), viaggi a New York, auto di lusso.
Tra le carte sequestrate all'ex presidente, c'è un grafico che spiega il sistema di relazioni, tra finanza e politica: una serie di frecce legano tra loro Milanese, Cosentino, Papa e Bisignani.
Sotto i nomi dei pm che li stavano indagando. E tutte le frecce portano a Letta. Gianni, si presume.

La nomina alla BPM di Ponzellini, fu decisa da Tremonti: ci fu anche il ruolo dei sindacalisti CISL dentro la banca? Bonanni smentisce. Tremonti non risponde.
Fatto sta che la BPM ha acquistato 500 ml di Tremonti Bond, e 15000 azionisti ci hanno rimesso.
Così funziona il paese.

La passione per il mercato immobiliare.
Ad unire Ponzellini e Tremonti c'è anche la passione per gli immobili.
Il figlio dell'ex ministro ha un patrimonio di 10 ml di case. L'ex banchiere arriva a 9,5 ml di euro di patrimonio.
Gli immobili sono amministrati dal cognato di Tremonti che detiene, tramite la Generale gestioni, il 10% di gestione su un patrimonio di 50 ml in immobili. Il restante 90% è in mano ad una società anonima Svizzera, Assiral Finance.
La legge italiana lo permette. E in molti ne approfittano.
Mica sono pensionati o lavoratori dipendenti, che non possono scappare al fisco.
Chissà se Grilli farà una legge che vieta le transazioni in Italia con società finanziarie anonime.
Il link alla puntata di Report.

18 novembre 2012

Un banchiere per amico



Ecco un altro spaccato del sistema Italia: un banchiere, una banca, dei politici cui concedere fidi e da cui ricevere favori. Una piccola cricca, in poche parole.
Una banca, la Banca Popolare Milanese che anziché finanziare le imprese del territorio del nord, era diventato un bancomat del centrodestra. Il suo presidente, Ponzellini, era anche un manager di Impregilo, la grande aziende delle grandi opere dove chi finanzia è il pubblico (e chi decide il finanziamento è magari lo stesso politico di prima) e chi ne prende i benefici è il privato. Perchè i costi dell'opera salgono, perché alla fine si scopre che l'opera non è remunerativa ..
Finanziamenti sono finiti alla Atlantis Bplus, al gruppo Gavio: ma l'inchiesta di Report parla anche dei finanziamenti all'azienda della moglie del direttore delle relazioni istituzionali di Mediaset Ilaria Sbressa (dal sito del corriere L'ultimo regalo della Gelmini):

Mentre il governo prepara tagli alla Scuola per centinaia di milioni, grazie agli esperti scientifici nominati dalla Gelmini arrivano soldi a palate all'azienda di Ilaria Sbressa, moglie di Andrea Ambrogetti, direttore delle relazioni istituzionali di Mediaset e presidente dell’associazione del digitale terrestre.

Massimo Zennaro, ex portavoce della Gelmini, finito nella bufera per il comunicato sul Tunnel dei neutrini, il 22 dicembre del 2011, prima di lasciare il Ministero per andare a fare l'addetto stampa di Barbara Berlusconi, stanzia 1,3 milioni da destinare a prodotti multimediali per la scuola.

Una commissione mista Miur-Ansas decide di investirne 730 mila per comprare 19 “Pillole del sapere” realizzate proprio dall'azienda della Sbressa: un format di filmati della lunghezza di 3 minuti ciascuno, che aveva depositato in Consip, la società del ministero dell'Economia che serve per ottimizzare e rendere più trasparenti gli acquisti della Pubblica Amministrazione.

Ma dalle intercettazioni sulla Bpm emerge che Antonio Cannalire, braccio destro di Massimo Ponzellini, avrebbe cercato di favorire l'entrata della Sbressa proprio in Consip, grazie ai suoi contatti con i dirigenti. Cannalire aveva anche aiutato la Sbressa ad ottenere un finanziamento di 300 mila euro dalla Bpm, minacciando addirittura di morte un funzionario della Popolare.




L'articolo su Il fatto quotidiano relativo ai finanziamenti ai vip della politica.

L'anticipazione della puntata su ReportTime.

Sinossi della puntata: “La banca degli amici”, di Sdgfrido Ranucci in collaborazione con Giorgio Mottola
Sei mesi fa è stato arrestato Massimo Ponzellini, manager dell’Impregilo e Presidente della Banca Popolare di Milano.Ha servito i governi di tutti i colori, ricoprendo cariche prestigiose, ora però è indagato per aver concesso finanziamenti alle imprese in cambio di mazzette. Le aziende finite sotto la lente dei magistrati sono tante da Atlantis Bplus a Sisal, dal Gruppo Gavio a Capgemini, da Caltagirone ad Almaviva.La BPM, l’istituto finanziario radicato sul territorio più ricco d’Italia, per statuto avrebbe dovuto finanziare le piccole e medie imprese, la forza vitale del Paese. Invece negli ultimi anni si sarebbe trasformata in bancomat per i politici e per alcuni imprenditori sempre grati a chi li finanzia, e che succhiano risorse pubbliche. Dall’inchiesta della Procura di Milano, però emerge anche la ragnatela di rapporti con la politica, da Calderoli a Bossi, dalla candidata alle primarie del Pdl, Santachè a La Russa, dalla Brambilla a Urso, da Marcello dell’Utri, a Silvio e Paolo Berlusconi, da Paolo Romani a Gianni Letta, ma anche con il Vaticano, di cui Ponzellini è uno dei consiglieri economici.Soprattutto emergono i rapporti con l’attuale ministro dell’economia Vittorio Grilli, e con colui che ha tirato le fila dell’economia del nostro Paese nell’ultimo ventennio: Giulio Tremonti e il suo consigliere politico Marco Milanese. Alla fine dall’inchiesta di Report curata da Sigfrido Ranucci si definisce un Paese soffocato dalle lobby che arrivano addirittura a mettere a rischio il funzionamento delle istituzioni più prestigiose. E ora in mano a chi è andata BPM?
Le altre inchieste della puntata.
IL GRUPPO SELVAGGIO - del 18 novembre 2012 Sabrina Giannini

C'è una porzione del finanziamento pubblico alla politica che è una sorta di paradiso fiscale, senza obbligo di rendicontazione e controllo: sono i 75 milioni di euro suddivisi tra i vari gruppi parlamentari di Camera e Senato. Una rendita opaca per molti (capigruppo e vicepresidenti) e per un esercito di dipendenti.
L'INTERNAZIONALIZZAZIONE - del 18 novembre 2012 Antonino Monteleone
A Settembre l'ISTAT ci dice che le nostre esportazioni tornano a crescere. Ma negli ultimi cinque anni le cose sono non andate granché bene.Per favorire l'internazionalizzazione delle imprese abbiamo la SACE, che assicura i crediti alle esportazioni. La Simest, che partecipa il capitale delle imprese che vogliono "internazionalizzarsi". L'ENIT che promuove, nel mondo, il prodotto turistico italiano. L'ICE, l'Istituto per il Commercio Estero che si rivolge a piccole e medie e imprese. Abbiamo avuto anche INFORMEST e FINEST dedicate al Nord-Est. Buonitalia. Camere di Commercio.L'obiettivo è promuovere i prodotti italiani, fare aumentare il volume d'affare delle imprese che vuol dire maggiore entrate fiscali. Per questo lo Stato ci mette un bel po' di quattrini. Ma lo sforzo pubblico sembrava eccessivo all'ex Ministro dell'Economia Giulio Tremonti che decide di sopprimere l'Istituto. Lo fa nel luglio 2011, ma pochi mesi dopo il Governo ci ripensa.

17 novembre 2012

Ci pensa Ponzellini

L'articolo di Marco Lillo su Il fatto, relativamente ai finaziamenti elargiti ai vip della politica, da parte della BPM di Ponzellini


MILIONE PER MILIONE A SANTANCHÈ & CO. CI PENSA PONZELLININELL’INCHIESTA SULLA BPM TUTTI I CREDITI CONCESSI ALLA DESTRA. LA PASIONARIA BERLUSCONIANA, LE NON PAGATE E LO SCONFINAMENTO DI 400 MILA EUROdi Marco Lillo   Per i politici del Pdl e i loro parenti alla Banca Popolare di Milano l’aria è cambiata dopo la rimozione dell’ex presidente Massimo Ponzellini, finito poi agli arresti domiciliari nel maggio del 2012. Dopo la pubblicazione delle intercettazionidell’indagine sui fidi facili della Bpm, nelle quali si svelavano le raccomandazioni di Daniela Santanché, Ignazio La Russa, Paolo Romani e le pressioni per le pratiche di Paolo Berlusconi e Maria Vittoria Brambilla, nessuno ha verificato cosa sia successo ai crediti di politici, amici e familiari. La posizione di Paolo Berlusconi per esempio è rimasto un caso singolare. Il fratello dell’ex premier vanta una concessione personale di un milione di euro per cassa e gode sulla sua holding Pbf Srl di una linea di credito di ben 5 milioni di euro, interamente utilizzati, il cui rientro scade solo il 30 settembre del 2013. Una posizione generosa da parte di Bpm che si è garantita solo con una fideiussione personale di Paolo Berlusconi e con l’impegno della società di Paolo Berlusocni a usare i soldi che le deriveranno da un incasso futuro per un’operazione immobiliare: la Cascinazza. Solo il 26 settembre scorso, visto il protrarsi dei termini per la chiusura dell’operazione Cascinazza, Pbf ha rilasciato una garanzia ulteriore a Bpm. Nessuna ipoteca però ma solo un’altra lettera di Paolo Berlusconi che stavolta si impegna a cedere non solo i proventi dell’operazione Cascinazza, se mai si chiuderà, ma anche gli utili o i proventi della cessione delle quote sociali.   “Sistemate la roba   o sono sfracelli”   Secondo le intercettazioni telefoniche Massimo Ponzellini minacciava sfracelli con i suoi se “non sistemavano la roba della Brambilla”. Effettivamente il gruppo della famiglia dell’ex ministro Maria Vittoria Brambilla, composto dalla Sal che si occupa di commercio di prodotti ittici e dalla Trafilerie Brambilla può contare sulla Bpm. Il consiglio di gestione del 23 ottobre scorso ha analizzato la situazione e ha revocato la linea capital market da un milione di euro della Trafilerie Brambilla. Ma ancora oggi il rischio di Bpm verso il gruppo resta notevole: 4 milioni e 400 mila euro di affidamento che è stato già utilizzato per 3,8 milioni di euro.   Anche la Alphabet S.c.r.l. una società che si occupa di trasmissioni tv sul digitale terrestre e che è di Ilaria Sbressa, moglie del manager Mediaset Andrea Ambrogetti, era stata raccomandata da un personaggio importante: l’allora ministro Paolo Romani. Nell’agosto del 2011 Alphabet, riferibile al 70 per cento alla Sbressa che la controlla tramite Interattiva SRL, ottiene 300 mila euro per anticipo fatture grazie solo a una fideiussione generica rilasciata dalla stessa Sbressa. Nel dicembre del 2011 la posizione passa a incaglio. Nel marzo 2012 veniva concordato un piano di rientro per 5 mila euro mensili mediante la firma di pagherò con avallo della stessa Sbressa. Però il piano non è stato rispettato. A oggi l’esposizione è pari a 321 mila euro con 20 mila euro di rate in mora.   Le telefonate    di Ignazio   Anche la Quintogest è divenuta famosa grazie alla telefonata intercettata di Ignazio La Russa che il 27 luglio del 2011 sollecitava Ponzellini perché “si trova in difficoltà perché non ha i soldi sufficienti a dare ai propri clienti”. Poi La Russa chiede una risposta per “chiudere in un modo o nell’altro ... perché mi dicono che anche all’esito della tua risposta loro ... potrebbero anche decidere di vendere”. La Russa ha tante ragioni per raccomandare questa società che allora era presieduta da Filippo Milone, oggi sottosegretario alla difesa, e che era partecipata con il 49 per cento dalla Fondiaria Sai dei Ligresti (legati alla famiglia La Russa) e che soprattutto era partecipata indirettamente al 34 per cento dalla società Idi Consulting, controllata da Laura De Cicco, moglie dell’ex ministro del Pdl. Quintogest ora ha cambiato compagine e la moglie di La Russa ha ceduto le sue quote in Idi Consulting per 11 mila euro (il valore nominale) il 6 febbraio del 2012. Ma quando l’allora ministro della difesa chiama l’allora presidente di Bpm Ponzellini, l’interesse è fortissimo. La società, come dice il suo nome, eroga credito in cambio della cessione del quinto dello stipendio. Ma Quintogest, come dice La Russa ha bisogno di cash perché non presta soldi suoi ma quelli di Bpm e anche Ubi banca. Oggi Bpm è esposta per 44 milioni verso Quintogest. Il 27 luglio poco prima della telefonata di La Russa a Ponzellini, Antonio Giordano, socio forte della Quintogest dice ad Antonio Cannalire che aveva parlato con La Russa. E quando lui gli aveva detto “Vedi che non sono cose facili” il ministro aveva risposto “allora chiamo io Massimo (Ponzellini Ndr)...vedrai che è facile”. La Russa nel luglio 2011 non poteva immaginare che Ponzellini sarebbe stato fatto fuori: l’aumento di 6 milioni di euro rispetto ai 44 milioni di plafond esistenti allora, non è mai stato accordato. E la moglie ha ceduto le quote, come previsto da La Russa.   Il Fatto ha letto le carte della Banca d’Italia e della Procura di Milano e anche quelle interne della stessa Bpm, utilizzate dagli ispettori per ricostruire la storia delle aperture di credito milionarie a politici, amici e familiari. Le cose in Bpm stanno lentamente cambiando con l’insediamento dei nuovi vertici ma le carte sulle pratiche vip rendono evidente che in Italia l’accesso al credito per i potenti è un gioco da ragazzi.      Visibilia, miracoli    a sei zeri   La storia della società di raccolta pubblicitaria di Daniela Santanché, la Visibilia Srl è davvero istruttiva. Visibilia Srl vende spazi pubblicitari sui giornali, inizialmente quelli della famiglia Angelucci (Libero e il Riformista) poi prevalentemente su Il Giornale di Paolo Berlusconi e della Mondadori. La società ha bisogno di credito ma Daniela Santanché non presenta garanzie personali (come una fideiussione) o reali (come un’ipoteca sull’appartamento milanese di via Soresina) ma presenta le fatture da incassare. Dall’istruttoria dell’agenzia della Bpm si scopre che Daniela Santanché dipende fortemente dai contratti con Il Giornale dei Berlusconi: “Il contratto stipulato con Il Giornale prevede minimi fissi garantiti per (...) un milione e 200 mila euro mensili per tutto il 2010”, scrive la Bpm. Nel maggio del 2011 i nodi vengono al pettine: “dal febbraio 2011 al maggio 2011 la percentuale degli insoluti è del 79,6 per cento”. Nel settembre 2011 il Servizio Crediti della Bpm esprime un “giudizio fortemente critico”. A dicembre 2011 Daniela Santanché promette un doppio contratto con Eni ed Enel, mai arrivato. Il 2 dicembre telefona all’allora direttore generale Enzo Chiesa: “Ma ce la sbloccano quella cosa? Perché per noi è importante”. Chiesa replica: “direi di sì. Santanché incalza: “quando mi dà questa bella notizia?” E Chiesa risponde “O domani o lunedì. La chiamo io”. Proprio a dicembre del 2011 il servizio crediti di Bpm non prende provvedimenti drastici pur riducendo le linee di credito a 3,5 milioni di euro, dai 6 milioni e 250 mila euro (dei quali 4 milioni circa erano utilizzati) accordati nei tempi d’oro di Massimo Ponzellini.   Poi il nuovo management guidato dal presidente Andrea Bonomi taglia l’affidamento a 1,7 milioni. Un tetto che però sta stretto all’imprenditrice-politica che infatti lo sfonda per 450 mila euro arrivando a un’utilizzazione effettiva che sfiora i 2 milioni e 200 mila euro. Lo sconfinamento della società dell’ex sottosegretario già a luglio scorso è stato segnalato da Bpm alla Centrale Rischi della Banca d’Italia.
Di BPM e Ponzellini sarà oggetto della prossima puntata di Report.