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28 febbraio 2023

Presadiretta - Europa in vendita

Il Qatar si è infiltrato nel parlamento europeo? - è la domanda di una europarlamentare Aubry nell’intervista a Presadiretta: il servizio di questa sera cercherà di rispondere a questa domanda e anche ad altre, sulla politica industriale ed energetica europea.

L’arresto di Eva Kaili e del suo compagno Giorgi, assistente dell’europarlamentare Cozzolino ha dato il via all’inchiesta Qatar gate, soldi in cambio di un cambio della politica europea nei confronti del Qatar e del Marocco. Quel 9 dicembre viene arrestato anche il padre della Kaili mentre si spostava con una valigia piena di soldi, soldi trovati anche dentro la casa della vicepresidente.
Anche l’ex europarlamentare Panzeri, poi a capo di una ong che si doveva occupare di diritti umani, viene arrestato in questa inchiesta: sia Panzeri che Giorgi si erano occupati e si occupavano del tema dei diritti nei paesi del terzo mondo, ma secondo gli inquirenti avrebbero lavorato per ripulire l’immagine del Qatar e nascondere le violazioni sui diritti dei lavoratori in questo paese.
Gli investigatori hanno ripreso uno scambio tra Panzeri e un ministro dell’emirato, prima dei campionati di calcio: nella costruzione degli stadi sono morte migliaia di persone, ma il Qatar si rifiuta di risarcire le famiglie.
Al parlamento europeo il ministro del lavoro è stato chiamato per difendere la posizione del suo paese, mentre le ONG come la Human Right Watch non hanno avuto spazio per denunciare le dure condizioni di lavoro.
Nella stessa seduta, il deputato Cozzolino difendeva il Qatar, non possiamo fermare le sue riforme raccontava alla platea. Stesso tono del discorso del deputato Tarabella, sempre del gruppo socialista.
Alessandra Moretti a Giulia Bosetti ha raccontato di essersi confrontata con Giorgi, prima della conferenza del ministro del lavoro, ma di non essere stata imbeccata sulle domande da fare: al ministro ha chiesto conto della dichiarazione contro i gay dell’ambasciatore del Qatar, senza aver avuto poi risposta.
In Europa l’influenza del Qatar si è sentita sin dal 2019, andando ad avvicinare diversi deputati, a cui venivano offerti viaggi, biglietti per i mondiali.
Il risultato è che nell’europarlamento non si parlava più dei diritti dei lavoratori, ma dell’importanza del Qatar come paese esportatore di gas: il soft power dell’emirato stava funzionando bene.

Le parole di Eva Kaili usate nel suo intervento del novembre 2022 sono state ispirate dall’emirato stesso: “le accuse contro il Qatar sono frutto di una campagna diffamatoria” diceva un report del Qatar e sono le stesse parole della Kaili.
La delegazione che doveva occuparsi dei diritti civili in Qatar è stata bloccata dall’ambasciatore: doveva andare in quel paese per parlare coi lavoratori. La deputata Neumann, capo di questa delegazione è invece riuscita ad andare in questo paese, dove rilasciò interviste favorevoli al paese.

Il dossier dei visti era molto importante per il Qatar: nel parlamento volevano bloccare la liberalizzazione dei visti, senza riuscirci. I qatarini hanno fatto pressioni diversi parlamentari, ma c’è di peggio, secondo Georges Malbrunot, autore di Qatar Papers, l’emirato avrebbe finanziato progetti in Europa, anche in Italia, passando per delle ONG, milioni di euro finiti a gruppi islamici per costruire moschee e diffondere l’islam.
Soldi, regali, investimenti: il fondo sovrano del Qatar ha investito a Milano, in piazza Gae Aulenti, la Torre Unicredit, grazie ai ricavi per la vendita del gas naturale.
Con questi soldi e questi regali, il Qatar si è rifatto l’immagine, nascondendo i suoi legami coi fratelli musulmani. Oggi il suo ruolo è diventato ancora più importante con la guerra in Ucraina, perché sta vendendo il suo gas liquefatto in Europa in sostituzione del gas russo.
Anche l’Italia ha firmato accordi con Doha, non solo per l’importazione del gas ma anche per progetti in comune con Eni.
Il Qatar è il sesto paese che compra armi dall’Europa e in particolare dall’Italia: c’è una relazione tra armi e gas, non vale solo per il Qatar, anche dopo il Qatar gate queste relazioni commerciali ed economiche non si sono fermate.
Quando l’Europarlamento ha impedito agli emissari qatarini di entrare in parlamento, c’è stata una dichiarazione dura, quasi minacciosa: state attenti, noi siamo un partner importante per i paesi europei.
L’Italia e l’Europa hanno bisogno infatti del gas liquido e la corruzione e i diritti umani possono andare in secondo piano.

L’influenza del Marocco

Nell’inchiesta di Bruxelles c’è anche il Marocco: in Europa ci sono dossier importanti su questo paese, sul tema dell’agricoltura e della pesca in particolare.
In particolare si sono tolti i dazi ai prodotti dal Marocco: i loro prodotti hanno invaso il mercato italiano, noi non possiamo essere competitivi con questo paese, dove non ci sono controlli sui prodotti chimici e sul costo del lavoro.
L’Europa ha firmato l’accordo del libero scambio senza verificare la tracciabilità dei prodotti, sull’utilizzo di sostanze chimiche e sul diritto dei lavoratori: il servizio di Presadiretta ha raccontato delle dure condizioni di lavoro in questo paese, dove addirittura i caporali violentano le donne se vogliono essere pagate.

L’Europa ha firmato un accordo anche sul tema della pesca: questo accordo tocca la zona del Saharawi, una zona contesa che il Marocco rivendica. La corte di giustizia europea ha bocciato gli accordi di pesca nella zona del Sahara occidentale, sostenendo che bisognava coinvolgere il popolo del Saharawi: l’Europa è andata dunque contro i principi del diritto internazionale, senza che questo suscitasse qualche scandalo.
Il Marocco in Europa suscita una pressione alta, andando a contattare singolarmente i singoli deputati: Antonio Panzeri è stato uno dei principali sponsor di questi accordi nel 2017.
In una intervista del 2017 difendeva questi accordi, definendo il Marocco un garante dei diritti di queste persone, quelle che vivono nel Marocco occidentale.
Secondo la procura di Bruxelles, Panzeri sarebbe
stato l’uomo che avrebbe difeso gli interessi del Marocco nel parlamento europeo: i suoi viaggi in Marocco non erano per difendere i diritti umani, per la liberazione dei detenuti politici e dei desaparecidos. Ci sono stati 4500 casi di persone scomparse nella zona del Marocco occidentale: eppure l’Europa consente che il Marocco possa saccheggiare le acque reclamate dai Saharawi, finanziando la pesca per 150 ml.

Eppure nessuno ne parla da anni, perché il Marocco non vuole che si parli del Sahara occidentale: non vuole che si parli delle torture, dei detenuti politici, degli abusi.
In un documento riservato, l’ambasciatore marocchino scrive che avrebbe fatto uso della sua amicizia con Panzeri per migliorare l’immagine del paese, nascondendo le violazioni dei diritti umani al mondo.
Chi critica il Marocco, come l’europarlamentare Crespo, ha subito un furto in casa che è stata una minaccia subdola a lui e alla famiglia: ma senza prove non ha potuto fare nulla. L’impunità del Marocco è incredibile: per nascondere i campi profughi, il Marocco ha innalzato un muro nel deserto e riempito di mine il terreno, usano i droni per uccidere civili indifesi.

Solo a gennaio 2023 l’Europa ha condannato la violazione dei diritti umani da parte del governo di Rabat: ci sono voluti 25 anni e l’inchiesta sul Qatar gate, altrimenti nulla sarebbe cambiato.
Il Marocco è disposto a fare qualunque costa pur di nascondere i suoi crimini – racconta a Presadiretta l’attivista per i diritti Sultana Khaya.

Gli impatti della guerra sull’energia

Il Qatar gate arriva in un momento difficile per l’Europa che avrebbe bisogno di essere unita, in modo da avere un’unica politica energetica: invece ogni paese, col rincaro dell’energia a causa della guerra e delle speculazioni, ha portato ogni paese a fare le sue scelte.
In Italia a Città di Castello, gli operai del settore della ceramica di “Ceramiche noi” hanno deciso di incrementare i turni al mattino dove il costo dell’energia è inferiore, hanno deciso di lavorare gratis un sabato al mese, tutto pur di tenere in piedi la produzione.
Il costo dell’energia è cresciuto dieci volte tanto: se anche il 2023 dovesse essere uguale al 2022 coi rincari, tutti questi sacrifici saranno inutili.
Dopo la pandemia la guerra: i rincari dell’energia rendono difficile per queste aziende del settore della ceramica di essere competitivi con altri paesi.
Nel distretto di Faenza e Sassuolo in Emilia si produce il 90% delle ceramiche in Italia, oltre 400ml di metri quadrati di produzione essenziale per l’edilizia: con la volatilità del prezzo del gas che si è innescata nell’ultimo anno tutta questa produzione corre sul filo del rasoio. Ne parla a Presadiretta il presidente del settore ceramiche di Confindustria, che spiega come non tutte le imprese siano pronte a gestire questi rincari “il problema è di quel 20-25% di aziende che si indeboliscono perché perdere 20% o 25% di aziende è un disastro per un paese ”. Se il prezzo dell’energia tornasse a salire il comparto della ceramica non sarebbe pronto a pagare, perché le imprese hanno delle situazioni di cassa molto precarie.

Per ridurre il prezzo del gas il governo Meloni ha aggiunto 30 miliardi sul tavolo per tener fermi i prezzi del gas: ma non è abbastanza, come racconta la storia del petrolchimico in Sicilia, presso la Yara, azienda che produce fertilizzanti. La chiusura di questi impianti non è una buona notizia per l’industria italiana, perché Yara produceva l’ammoniaca per diverse imprese.

Produceva anche i fertilizzanti per gli agricoltori: alcuni di loro hanno deciso di aspettare prima di procedere con la distribuzione dell’urea sui campi, temendo un incremento dei costi.
Con l’ammoniaca si produce l’ADBlue, un additivo chimico usato nei motori dei camion: non si sta bloccando solo l’agricoltura, anche il settore dei trasporti si sta bloccando in Italia.
L’ammoniaca viene usata dallo stabilimento di Novara della Radici dove si producono i polimeri: senza ammoniaca, niente polimeri, quelli poi usati dentro le auto (per alleggerirne il peso).
Radici oggi subisce la concorrenza di altri paesi, come l’America, dove il costo del gas è inferiore: l’industria chimica ha 2800 imprese, la chimica ha creato maggiore occupazione in questi ultimi anni, ma sono posti di lavoro oggi a rischio.
Succede a Novara e anche in Val Brembana, dove non si erano fermati nemmeno col covid: hanno perso un terzo della produzione per colpa dei rincari del gas, se questi dovessero continuare a crescere sarebbe un problema.
Secondo l’analista Matteo Villa, il prezzo del gas è destinato ancora ad essere variabile, continuerà a crescere e a stabilizzarsi verso l’alto: tutto dipende dalla capacità di Norvegia e Algeria nel darci il gas ai livelli di cui ne abbiamo bisogno.

A rischio è la nostra industria: le misure del governo Meloni sono contingenti – spiega a Presadiretta il vicepresidente di Confindustria Baroni: rischiamo di perdere competitività in Europa.
Tutto questo perché poi in occidente siamo tutti disuniti come politiche energetiche, mentre in America non c’è stato alcuno shock energetico.
Il gas americano costa almeno il doppio di quello russo: i sussidi non bastano per gestire questo problema, spiega l’economista Brancaccio.
La deregolamentazione del sistema industriale è stata la causa di queste guerre – ha continuato l’economista: l’America oggi vuole smettere col liberalismo, ma puntando col protezionismo aggressivo, bloccando le esportazioni dai paesi nemici come la Cina.
Dietro la battaglia in Ucraina non ci sono solo i territori contesi, c’è anche una guerra economica dietro, come il conflitto tra debitori e creditori, ovvero Cina e Stati Uniti.

L’Europa non ha trovato una risposta comune al problema dei rincari del gas: ognuno fa per se, chi ha più soldi farà meglio degli altri. Nessun price cap: chi usa i propri soldi per aiutare la propria economia non fa aiuti di stato (condannati dalle leggi europee).
In Germania il governo ha deciso di spegnere le luci dei propri monumenti, per affrontare il primo inverno senza il gas russo: fino al 2021 era il maggior importatore del gas russo, questo inverno ha varato un aiuto di stato da 365 miliardi per aiutare le proprie imprese.
Ma anche questi soldi non bastano: anche in Germania esiste uno stabilimento del gruppo Radici ma è fermo per colpa dei rincari.
Il lungo inverno dell’Europa non durerà poco, ci aspetteranno almeno altri due inverni di crisi energetica: la Germania oltre agli, aiuti di Stato, ha investito in infrastrutture per i rigassificatori.

Ma molte aziende hanno dovuto fare delle scelte difficili: Abbiamo dovuto cambiare completamente la nostra politica energetica” spiega a Presadiretta Heike Mennerich responsabile settore energia di Evonik (un’importante azienda nel settore Chimico in Germania): “l’anno scorso avremmo dovuto spegnere i nostri impianti a carbone per inaugurare due impianti a gas, ma il gas è venuto a mancare e abbiamo deciso di prolungare la vita degli impianti a carbone e questo alla fine ha consentito da salvare le riserve energetiche nostre e di tutta la regione, perché con il carbone abbiamo energia sicura aiutando tutta la Germania a ridurre il consumo di gas. Non è stata una scelta facile, abbiamo dovuto investire in manutenzione, ma era necessario.”

La Germania ha autorizzato l’incremento delle centrali a carbone, tutto pur di salvare le proprie aziende. Ma ci sono aziende tedesche che hanno deciso di andare via, come la Basf, che ha scelto di investire in Cina e disinvestire in Germania.
La vicenda Basf è un brutto segnale per il settore chimico, che richiede molta energia per funzionare: significa perdita di posti di lavoro e di competitività nei confronti di Cina e Stati Uniti.
Ma la deindustrializzazione è già arrivata nel settore delle auto: la Volkswagen ha deciso che non produrrà le sue batterie in Germania ma andrà dove il costo dell’energia è più basso, Asia o Stati Uniti.
Non avendo creato una politica economica comune in Europa, oggi rischiamo di perdere l’industria europea, non solo quella tedesca.

Gli Americani hanno investito 738 miliardi in incentivi per le aziende americane: per avere questi incentivi le imprese dovranno però rifornirsi solo da aziende americane, una forma di protezionismo tesa ad attirare aziende da altri paesi.

Forse ha ragione l’economista Emiliano Brancaccio: dietro questa guerra in Ucraina si può leggere anche una motivazione economica, per il dumping dell’alleato americano e la sua politica di protezionismo selvaggio che sta portando ad una de industrializzazione di settori industriali qui da noi.

Nel frattempo si sta preparando una nuova guerra con la Cina: l’America sta armando l’esercito di Taiwan in modo che possa resistere alla minaccia cinese e ad un possibile blocco navale.

Non è un caso che Taiwan sia un paese dove si producono i chip presenti nei nostri computer.

Si discute delle guerre ma non delle motivazioni e delle questioni economiche: per poter avviare un processo di pacificazione USA ed Europa dovrebbero rivedere questa onda protezionistica che sarà foriera di conflitti – è il parere dell’economista Brancaccio. Dall’altra parte anche la Cina dovrebbe predisposti a rivedere la sua economia: più politica e meno mercato senza regole.
L’Europa è crocevia di questi conflitti: l’Europa avrebbe l’interesse a diventare agente di pace ma si sta accodando ad un processo di militarizzazione dell’economia che non ha senso.

17 novembre 2022

Qatar - I mondiali dell'Ipocrisia

Dopo il servizio di Report sui mondiali del Qatar, una grande operazione di sportswashing dove coi soldi e col softpower qatarino si nascondono violazione dei diritti umani, scarsa trasparenza, legami con altre dittature, sfruttamento dei lavoratori, segnalo l'articolo di Lorenzo Vendemiale sul Fatto Quotidiano (che ha deciso di non seguire i mondiali per dare un segnale)

Qatar, la Fifa punta a 5,5 miliardi coi Mondiali della morte

WINTER CUP - La Coppa della vergogna: 6.500 le vittime causate dalla costruzione degli Stadi

DI LORENZO VENDEMIALE

16 NOVEMBRE 2022

Domenica 20 novembre, inizia Qatar ’22. Il primo Mondiale in un Paese arabo, il primo (e si spera l’ultimo) Mondiale d’inverno. Per cui sono stati calpestati calendari e campionati – poco male –, ma soprattutto i diritti dei lavoratori, quelli delle donne e della comunità lgbt+, l’ambiente e persino il buon senso. L’edizione più controversa della storia. E come per un incantesimo, il fischio d’inizio ci ha risvegliato dalla trance in cui abbiamo vissuto nell’ultimo decennio. Tutti a chiedersi ora – allenatori e calciatori, ministri e intellettuali – come è stato possibile affidare i Mondiali, il più grande evento sportivo del pianeta, a un piccolo emirato tutto fuorché democratico, cosa potrà dare mai al calcio il Qatar. La domanda, pertinente quanto ingenua, ha una risposta semplice: soldi. Hanno pagato per vederselo assegnare, e conquistarsi una vetrina senza eguali. Poi hanno continuato a pagare per farci dimenticare a chi avevamo consegnato la coppa. E a ha funzionato.

Per la manifestazione la Fifa conta di incassare circa 5,5 miliardi di dollari, battendo il record di quattro anni fa in Russia, altra sede piuttosto discutibile. Questo dice molto del perché nel dicembre 2010 una ventina di boiardi del pallone furono tanto pazzi o in malafede da scegliere il Qatar per un torneo che secondo i piani dell’epoca avrebbe dovuto svolgersi in pieno deserto in estate (poi fu spostato in inverno). Il resto lo racconta il Report Garcia, 350 pagine sulla più sconvolgente inchiesta interna alla Fifa, pietra miliare della letteratura degli scandali sportivi, che raccoglie una serie esilarante di aneddoti su quell’assegnazione: viaggi premio, cene di gala, sponsorizzazioni bizzarre. L’indagine non ha potuto (o voluto) dimostrare la corruzione. Ma in una email l’ex segretario della Fifa, Jerome Valcke, scriveva – testuali parole – “il Qatar si è comprato la coppa”. Che intendesse in senso letterale o figurato, aveva comunque centrato il punto.

La strategia adottata allora è la stessa applicata negli anni a seguire: riversare l’enorme potenza economica per comprare un giudizio indulgente sul Paese. Il Qatar ha acquistato per 10 milioni di dollari i servizi dell’Interpol, la forza che dovrebbe indagare a livello internazionale. Ha contribuito con 20 milioni alle attività del sindacato dei lavoratori che vigila sulle condizioni degli operai. Ha finanziato viaggi di parlamentari e influencer, si dice abbia persino ingaggiato controfigure di tifosi per riempire le strade di Doha.

La festa non può essere rovinata dalle polemiche. La più nota è quella sulle condizioni dei lavoratori impiegati nei cantieri degli stadi: i nuovi schiavi che hanno costruito le piramidi di questo Mondiale. Un’inchiesta del Guardian ha stimato 6.500 morti, cifra contestata dalle autorità locali perché si tratta del numero totale di immigrati deceduti in Qatar dal 2010 a oggi. Per il Comitato, i decessi sarebbero appena tre, ma sono solo quelli avvenuti fisicamente negli stadi. Il problema è ciò che succede fuori, dopo aver lavorato ore e giorni senza sosta, a 45 gradi al sole. I conti non tornano.

Secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International, la percentuale di morti per arresto cardiaco o causa sconosciuta fra gli immigrati è decisamente superiore a quella di nazionalità qatarina (43% rispetto al 28%). Non è una prova (di autopsie ne sono state fatte pochissime), ma un indizio su cosa è successo. Sui diritti delle donne e della comunità lgbt+, le recenti parole dell’ambasciatore Khalid Salman, che ha paragonato l’omosessualità a una devianza mentale, lasciano intuire il clima che si respirerà a Doha: niente smancerie in pubblico, ma nemmeno bandiere arcobaleno negli stadi o sulle maglie. Il rispetto per le tradizioni locali – invocato dagli organizzatori che hanno il volto rassicurante di Fatma al-Nuaimi, una donna messa a capo delle comunicazioni – significa oscurantismo. Infine l’ambiente: l’aria condizionata a cielo aperto, sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi mentre fuori ce ne sono il doppio, sembra uno schiaffo alla crisi energetica. La Fifa ha quantificato le emissioni in 3,6 milioni di tonnellate di CO2, non molte più dei 2,1 milioni di Russia 2018, grazie al risparmio sui viaggi aerei permesso da un torneo concentrato in un’unica città. Secondo l’ong Greenly saranno il doppio.

Nonostante tutto ciò, o forse proprio per questo, non è un caso che i Mondiali siano finiti in un Paese del genere. Il Qatar è preceduto dalla Russia, e magari dopo la pausa del 2026 negli Usa (risarcimento per lo scippo del 2022) sarà seguito dai rivali dell’Arabia Saudita, favoritissima per il 2030 (in partnership con Egitto e Grecia). Il Mondiale sta diventando la coppa degli autocrati: loro la vogliono per ripulirsi l’immagine internazionale, noi gliela diamo perché col gigantismo contemporaneo i grandi eventi sportivi sono un lusso che solo Paesi troppo ricchi e poco democratici possono permettersi, da ogni punto di vista, come già per le Olimpiadi. Soltanto in stadi il Qatar ha speso oltre 6 miliardi di dollari, quasi 200 considerando le infrastrutture; il costo delle attività di lobbying, invece, è incalcolabile. Si chiama “sportswashing”.

Resterebbe solo la questione morale, se è giusto consegnare il nostro pallone nelle mani di questi regimi. La difesa d’ufficio della Fifa è che il calcio coi suoi valori universali può avvicinare le culture, esportare la democrazia.

In parte è anche vero: oggi la situazione dei diritti in Qatar è sicuramente migliore di 10 anni fa, a partire dalla riforma della kafala (la moderna schiavitù che consegnava gli immigrati nelle mani dei datori di lavoro), grazie proprio ai Mondiali e ai riflettori accesi su di esso. Il rischio, però, è regalare una vetrina a dittatori pericolosi e imprevedibili. Prendete la Russia: quattro anni fa tutti erano convinti che la festa mondiale avrebbe cambiato in positivo il Paese e disteso le relazioni. Putin celebrava il trofeo nello spogliatoio della Francia, acclamato da Pogba &C. come “patron”, i capi di Stato sfilavano in tribuna davanti a lui e il numero 1 della Fifa, Gianni Infantino, si congratulava per l’edizione più bella di sempre. Ma i Mondiali erano solo una maschera e sappiamo tutti com’è finita. Non resta che augurarsi che il Qatar dell’emiro Al Thani scelga una strada diversa.



15 novembre 2022

Report – il soft power del Qatar

Come ha fatto il Qatar, un paese accusato di finanziare il terrorismo, che viola i diritti dell’uomo, a farsi assegnare i mondiali di calcio? È l’effetto del soft power, della corruzione e dell’influenza su certi politici.

Nell’anteprima un servizio sui giocatori degli sport virtuali, giocati davanti ad uno schermo.

Infine un servizio sul prosciutto italiano, quello vero.

GLADIATORI DIGITALI di Antonella Cignarale

I giocatori di eSports si sfidano in tornei dove in palio ci sono somme di denaro sempre più importanti: le competizioni sono trasmesse anche online e seguite anche da milioni di utenti.

Ci sono discipline di sport virtuali che hanno preso parte ad olimpiadi virtuali: a queste ha preso parte Matteo Gallo, un altro gladiatore virtuale, che però non ha avuto alcun riconoscimento dalla federazione.
Sono sport che non sono riconosciuti come tali, nonostante il tifo che gira attorno: il Coni potrebbe accettare il riconoscimento della simulazione di guida come sport virtuale, riconoscimento chiesto da ACI. Ma altre federazioni non hanno riconosciuto gli sport virtuali: le squadre di calcio hanno il loro Avatar virtuale, la Lega di serie Pro ha la sua lega virtuale.

In Italia i fan delle competizioni virtuali sono 1,6 ml, suscitano le attenzioni degli sponsor, ma i giocatori digitali non sono riconosciuti come tali: Nicolò Mirra, conosciuto come Insa, è un giocatore professionista, viene pagato, riceve premi, ma non è un giocatore professionista, come avviene invece ai suoi “colleghi” in Francia.

Servirebbero delle linee guida, per decidere come allenarsi, come allenarsi, come omologare le macchine: ci stanno lavorando al Coni, dove l’obiettivo è spostare col tempo i giocatori virtuali allo sport reale.

IL MIRAGGIO DELLO SCEICCO di Daniele Autieri e Lorenzo Vendemiale

Come ha fatto il Qatar a farsi assegnare un mondiale di calcio?
Il prossimo è il primo mondiale in medio oriente, giocato in una sola città (la capitale Doha), in inverno: come ha fatto questo paese da 300mila abitanti ad avere l'assegnazione? Si parla di pressioni e favori a politici (anche italiani), di compravendita di armi, del mercato del gas liquido, degli investimenti del Qatar nel Paris Saint Germain grazie ad un fondo sovrano da 400 miliardi di dollari.

Ma quando si parla di Qatar si parla anche di violazione dei diritti civili, specie quelli dei lavoratori che hanno tirato su gli stadi, ma anche quelli delle persone LGBT+.

Aveva un sogno lo sceicco del Qatar: far crescere prati verdi nel deserto, abitato per secoli dalle tribù dei beduini, le nove tribù come le nove punte che dividono il bianco e il rosso della bandiera. Alla testa di questo paese lo sceicco Bin Hamad al-Thani e suo padre bin Khalifa che, prima di lui, hanno cullato l’ambizione di portare qui il più grande evento sportivo della storia: la coppa del mondo di calcio.
Il 20 novembre inizierà il primo mondiale di calcio in inverno ospitato in una sola città, dove sono stati costruiti stadi con l’aria condizionata, che tiene la temperatura a 20 gradi, uno spreco di energia.
Daniele Autieri è entrato nello stadio che ospiterà la finalissima: alla sua costruzione hanno lavorato circa 10mila persone, giorno e notte, con turni su tutte le 24 ore specie negli ultimi due anni.

Stadi costruiti anche usando soluzione innovative, come lo stadio 974 che è stato pensato per essere smantellato finiti i campionati: tutto ciò è possibile essendo costruito con container. Questo non ha l’aria condizionata come in altri perché la sua struttura consente il ricambio di aria. Alla fine della competizione tutti gli stadi realizzati potranno essere riusati per il campionato nazionale o essere dismessi.

Anche sulla sicurezza il Qatar ha investito: Report è entrato nella camera di sicurezza, il Command Center, dove i monitor mostrano le immagini delle 15mila telecamere, dove le persone possono individuare comportamenti anomali, alzare o abbassare la temperatura.
Il Comitato Supremo che organizza l’evento ha proibito la ripresa di alcune zone del paese, della città, degli stadi: un brutto segnale per un paese che vorrebbe dimostrare la sua trasparenza ma dove regna la Sharia, dove l’omosessualità è proibita.
I diritti della comunità LGBT+ non saranno rispettati, diversamente da quello che racconta a Report la portavoce del comitato supremo
(“dovete rispettare le tradizioni del nostro paese..”).

Il
servizio di Daniele Autieri ha mostrato i tanti cantieri che sorgono a Doha: grattacieli, strade, marciapiedi, tutto è in costruzione, oltre agli stadi. Un miracolo edilizio che si regge sulle braccia di quasi 2 milioni di operai provenienti dai paesi più poveri del sud-est asiatico, Bangladesh, Nepal: operai che iniziano a lavorare alle 5 di mattina, per finire alle cinque del pomeriggio.
L’International Labour Organization (ILO) è un’agenzia delle Nazioni Unite che vigila sul rispetto dei diritti dei lavoratori, si è insediata nel Qatar nel 2017 per controllare che il paese realizzasse le riforme promesse, prima fra tutte quella della
Kafala, l’equivalente di una moderna schiavitù.
Max Tunon, direttore dell’ILO, racconta a Report che
“l’importante è che la parte più problematica della legge della Kafala sia stata smantellata. Significa che i lavoratori possono lasciare il paese senza chiedere il permesso ai datori di lavoro e soprattutto possono cambiare lavoro.”
Qual è lo stipendio medio di un lavoratore nelle costruzioni?
“1000 ryal al mese, l’equivalente di circa 275 dollari americani. Oltre a questo i datori di lavoro devono assicurare cibo e alloggio, altrimenti il salario è più alto.”

Dai 300 ai 500 dollari è la paga riconosciuta agli operai di un paese tra i più ricchi al mondo: l’ILO, è soddisfatta del lavoro fatto, ma il suo programma è pagato dallo stesso paese qatarino, suscitando molti sospetti, in molti si chiedono se siano indipendenti nel loro giudizio dentro questa agenzia delle Nazioni Unite. Sarebbero 6500 i lavoratori morti negli stadi, la maggior parte di loro è stata alloggiata nella città degli invisibili, la zona dove sono alloggiati questi lavoratori.

Report è andata nella zona industriale a pochi km da Doha, dove sorge la città degli operai: per mostrare le immagini del campo, il giornalista ha dovuto chiedere il permesso al responsabile del campo che lo ha negato. Nessuna foto deve uscire fuori dal Qatar per mostrare come si vive in questo campi, dove l’ingresso ai giornalisti è vietato.
Questo quartiere nascosto è composto da blocchi di palazzine basse che si ripetono per km: Daniele Autieri è riuscito ad incontrare un autista proveniente dal Pakistan che trasporta ogni giorno gli operai dal campo ai cantieri, su pullman dai vetri oscurati,
le persone che hanno costruito gli otto stadi che dovrebbero essere ad impatto zero.
I Qatar ha comprato i servizi dell’Inperpol per la sicurezza per 10ml di dollari, per garantire la sicurezza sarà presente perfino un contingente di militari italiani, comandati dal generale Figliuolo.

Ma se dovesse scatenarsi una sommossa, se dovessero palesarsi delle violazioni dei diritti umani, con chi si schiereranno i nostri soldati?

Come si è arrivati all'assegnazione dei mondiali
Il 2
dicembre 2010 Blatter annuncia che i mondiali del 2022 saranno ospitati dal Qatar: ma ancor prima che si aprissero le buste circolavano delle accuse sulle persone che hanno fatto la scelta. Blatter chiede allora ad un ex giudice, Michale Garcia, di fare un report sull’assegnazione, report che viene pubblicato nel 2016.
Del Comitato indipendente della UEFA che ha indagato sull’assegnazione e sul lavoro della Fifa ha lavorato il giornalista Petros Mavroidis: il lavoro della Fifa è stato superficiale, racconta a Report questo funzionario che oggi è uscito dalla Fifa.
Ma c'è anche un'indagine dal dipartimento di Giustizia Americano che sta indagando sulle regalie ricevute dai membri del comitato esecutivo della Fifa, per dare un voto in favore al Qatar.
Con l’arrivo di Gianni Infantino, la Fifa ha crea
to un suo comitato di governance, ma nonostante questo non sono riusciti nemmeno a cambiare la sostanza delle cose, i membri di questo comitato se ne sono andati quasi subito, senza creare scandali.

In Francia c’è un’altra indagine che punta alle pressioni di Sarkozy su Platini per la candidatura del Qatar: ci sarebbe stato un meeting, prima dell’assegnazione, con Platini e Sarkozy che oggi sarebbero indagati per traffico di influenza. A questo meeting (dove era presente anche l’Emiro del Qatar) si sarebbe discusso di scambio di armi, acquistate dal Qatar alla Francia, che avrebbe votato per questo paese.
L’accor
do tra Sarkozy e il Qatar non avrebbe riguardato solo le armi: si sarebbe parlato anche dell’acquisto del Paris Saint Germain, comprato dal fondo sovrano nel 2011 fino a quel momento di proprietà di un amico di Sarkozy, ad un prezzo superiore a quello reale.

Il rapporto Garciak voluto dall’ex presidente Blatter, non arriva a trovare prove della corruzione, ma rileva molte anomalie nei membri del comitato esecutivo.
Come una possibile anomalia è il fatto che il figlio di Platini sia stato assunto poi assunto dal fondo qatarino, il Katar Sport Investment.

Il fondo del Qatar ha comprato hotel di lusso a Milano, è proprietario del bosco verticale e di altre costruzioni di lusso nella zona di Porta Nuova. A Londra possiede i magazzini Harrod’s, è azionista della Volkswagen, in Francia è azionista della Total, possiede degli hotel più belli a Parigi.
Al centro di questa ragnatela di potere si trova Nasser Al Khelaifi, ex tennista, oggi un uomo di relazioni in Europa e nel mondo, espressione del soft power del suo paese: gli acquisti del Paris Saint Germain sono stati gestiti da questa persona che oggi è presidente della squadra e presidente dell’associazione dei club europei.
Oggi non è possibile fare controllo di fair play finanziario sul PSG, cosa impossibile perché è difficile fare controlli: il comitato etico della UEFA dove lavorava Mavroidis, aveva chiesto l’espulsione del PSG, espulsione poi annullata per un vizio di forma.
Al Khelaifi è un uomo potente nel calcio europeo, ma è anche un amico dello sceicco: secondo Liberation avrebbe fatto torturare un suo amico che poteva rivelare documenti sull’assegnazione dei mondiali.
“Non abbiamo nulla da nascondere” dice la portavoce del comitato supremo.

Un’altra vittima del Qatar e di Al Khelaifi è stato Verratti che nel 2017 stava per essere venduto al Barcellona (dal PSG): ma lo sceicco si oppose e così Verratti rimase a Parigi.
Il giocatore fu costretto a fare una intervista in cui si scusava con i tifosi, rimangiandosi le sue scelte di andarsene dal club parigino e
 a pagarne le spese è stato il suo procuratore, licenziato: oggi a Report l’ex procuratore racconta che questo mondiale sia lo sdoganamento del Qatar in Europa.

Secondo un gruppo di 
giornalisti investigativi svizzeri oggi questo paese ha iniziato un’operazione di spionaggio nei confronti della Fifa per bloccare la circolazione di informazioni che potrebbero danneggiare l’immagine del paese (anche relativamente all’assegnazione dei mondiali): indagine affidata ad un ex agente CIA. I soldi non sono un problema coi suoi 400 miliardi.

Nulla deve turbare la tranquillità del soft power qatariota: questo paese paga i biglietti agli influencer per vedere le partite, purché non parlino male del loro paese. Anche parlamentari italiani in delegazione sono andati in questo paese, a Doha: erano dei parlamentari del Movimento 5 stelle e uno di Forza Italia.
Si tratta dell’esponente di FI Michela Colucci che si considera mediatrice tra gli interessi del nostro paese e quelli del Qatar: dietro quali interlocutori politici aveva? Forse Tajani (ministro degli Esteri) e Martusciello, quest’ultimo membro del comitato di amicizia col Qatar.

In Qatar si ospitano politici e si finanziano anche programmi come Ambassador, dove si pagano “ambasciatori”, ovvero vip e sportivi per sostenere questo paese nelle iniziative pubbliche: milioni di dollari finiti a persone, secondo percorsi non tracciati.
Anche Salvini ha cambiato idea sul Qatar, dopo un viaggio a Doha: non è più il paese che finanzia i terroristi, anche perché tra il 2018 e il 2019 questo paese ha comprato armi (navi e caccia bombardieri) per miliardi di euro.

Dai Qatar Paper’s questo paese ha investito in 113 centri di preghiera islamica, anche in Italia, senza suscitare grandi problemi nella Lega di Salvini: si sono dimostrati più preoccupati i paesi arabi vicini, come Egitto, Arabia Saudita e Bahrein.
Cacciato dall’Opec, oggi il Qatar è il terzo produttore di gas liquido che vende in Europa: oltre al calcio, è il gas l’altro mezzo del potere del Qatar.

Potere che si estende anche sulla Premier League: oggi le squadre inglesi sono nelle mani di fondi stranieri di paese che violano i diritti civili, come l’Arabia Saudita (le cui responsabilità sulla morte del giornalista del Post Khasshogi) e i NewCastle.
Alla fine è stata la fine dell’embargo sul Qatar, da parte dell’Arabia, che ha sbloccato la trattativa sull’acquisto del Newcastle.

Oggi il Qatar si appresta a prendere il posto della Russia sul gas liquido: con la guerra in Ucraina Gazprom ha perso le sponsorizzazioni in Europa, che oggi potrebbero essere rimpiazzate dall’emiro, il cui sogno è diventare il termosifone dell’Europa. Condizionare la nostra politica, condizionare i nostri paese in cambio del gas liquido, dei dollari.
Dollari con cui hanno comprato la nostra coscienza: quanti dei nostri politici, dei nostri intellettuali, hanno espresso pubblicamente il loro dissenso in questi mondiali?

14 novembre 2022

Anteprima inchieste di Report – i padroni del calcio e il prosciutto italiano

Tra pochi giorni partiranno i mondiali di calcio per la prima volta in un paese arabo e per la prima volta in inverno. Come si è arrivati a questa scelta?

La seconda inchiesta riguarda uno dei vanti del made in Italy e della nostra cucina (che il nuovo governo dei patrioti saprà difendere): il prosciutto italiano.

Nell’anticipazione Antonella Cignarale ci racconterà del nuovo fenomeno dei giocatori di sport elettronici.

Giocatori di sport elettronici

Nel mondo dei videogames un settore che è esploso è quello degli eSports, gli sport elettronici: competizioni videoludiche dove i giocatori singoli o a squadre si sfidano online in tornei virtuali. Ma quando si disputa la finalissima il gioco si trasforma in un gioco aperto al pubblico reale. Report racconterà della finale mondiale del videogioco League of Legendy giocata a Parigi di fronte a 20mila spettatori. Il montepremi messo in palio è stato superiore a 2 milioni di dollari.

Racconta Marcel Vulpis – vice presidente vicario Lega Pro - che determinate finali sono state seguite da oltre 100 milioni di utenti, quindi un numero di persone superiori a quelle che vedono in America il Super Bowl. Ma mentre nel mondo e nel nostro paese questo degli sport elettronici è un mercato che cresce, la figura del videogiocatore in Italia non è disciplinata.
Nicolò Mirra, conosciuto nel mondo dei videogiochi come Insa, spiega a Report che “avrebbe bisogno delle regole che ci stanno dietro lo sport, perché ci sarebbero più tutele. Adesso come videogiocatore non sei coperto da una federazione o da contratti standard”.

La scheda del servizio GLADIATORI DIGITALI di Antonella Cignarale

Nel mondo dei videogames è esploso il mercato degli sport elettronici. Competizioni videoludiche strutturate in veri e propri tornei, circuiti, leghe, in cui i giocatori singoli o a squadre si sfidano online e dal vivo, alla presenza di arbitri, commentatori, spettatori e fan. Un nuovo bacino di utenti in cui società e club sportivi procacciano talenti e i grandi marchi si tuffano per sponsorizzare i propri prodotti.
Per molti players è agonismo, per altri è una professione, ma in Italia né l’uno né l’altra sono riconosciuti a livello istituzionale. La mancanza di una normativa specifica si ripercuote a cascata su tutto il settore, dai premi ai luoghi in cui praticare gli sport elettronici.

I padroni del calcio

Dai mondiali del Qatar alla conquista dei più prestigiosi club europei, l’inchiesta di Daniele Autieri ricostruisce segreti e obiettivi dei nuovi padroni del calcio che dettano legge su Fifa e Uefa – lo presenta così il servizio Sigfrido Ranucci: fondi americani e arabi hanno scelto il pallone come strumento di conquista dell’Europa.
Per costruire i nuovi stadi, in Qatar, sono stati usati i container delle navi: una scelta che consentirà poi una maggiore facilità quando si dovranno smantellare queste strutture alla fine dei mondiali.
Mondiali dietro cui si racconta di tangenti e soldi, che hanno condizionato la scelta del paese che ospiterà i giochi. Si parla di 10 milioni di euro fatti arrivare in Europa per portare in questo paese i mondiali (ne parla il report dell’ex giudice Michael Garcia): in gioco non c’è solo sport è corruzione (sulle procedure di assegnazione dei mondiali), racconta l’anteprima, c’è l’immagine di un paese che cerca di togliersi di dosso le accuse che gli arrivano dal mancato rispetto dei diritti civili, di poca trasparenza.


Il servizio racconterà di un meeting in Svizzera con una consulenza fatta per capire come portare in Europa i soldi degli arabi, di uno scambio di favori con la Francia con gli investimenti del Qatar nel Paris Saint Germain in cambio dell’assegnazione dei mondiali, delle pressioni di Sarkozy su Platini per favorire questo paese.



Ma non sono solo i soldi l’unico strumento in mano al Qatar: questo paese è anche il secondo produttore di gas liquido quindi possiamo immaginare che stia lavorando per sostituire la Russia nel settore del gas.

A Doha, il 20 novembre si apriranno i primi mondiali di calcio in inverno e in medio Oriente, ospitato in una sola città, Doha: qui nel giro di sei anni sono stati costruiti otto stadi, sette di questi dotati di impianti di aria condizionata che permettono di mantenere una temperatura di venti gradi, nonostante il caldo torrido all’esterno. Un prodigio dell’ingegneria ma anche un enorme spreco di risorse e una fonte notevole di inquinamento.
Daniele Autieri è entrato nello stadio che ospiterà la finalissima: alla sua costruzione hanno lavorato circa 10mila persone, giorno e notte, con turni su tutte le 24 ore specie negli ultimi due anni.
A guidare questo piccolo paese, tra i più ricchi al mondo, che si affaccia sul Golfo Persico ci sono nove tribù, come le nove punte che dividono il bianco e il rosso della bandiera: alla testa lo sceicco Bin Hamad al-Thani e suo padre bin Khalifa che prima di lui ha cullato l’ambizione di portare qui il più grande evento sportivo della storia: la coppa del mondo di calcio.
Una ambizione resa possibile da fatto che questo stato di circa 200mila abitanti ha alle spalle un fondo sovrano da 400miliardi di dollari, ma anche grazie al soft power del Qatar che si è giocato piano piano in questi anni, dal 2010, e che è stato giocato senza esclusione di colpi.

Che messaggio lancia il mondo il Qatar con questi mondiali? Risponde la portavoce del comitato supremo Qatar 2022, Fatma Al-Nuaimi: “prima di tutto che questo torneo non rappresenta solo il Qatar ma è il primo mondiale che si tiene nel mondo arabo, il primo mondiale in Medio Oriente. Il Medio Oriente è stato sempre non capito e questo grande evento sportivo ci permette di instaurare un nuovo dialogo e di ridurre la distanza tra est e ovest. I visitatori che arriveranno qui potranno toccare con mano la nostra ospitalità e quanto siamo diversi da come veniamo descritti.”

Ma la storia dei cantieri che ospiteranno i mondiali dice altro: il servizio di Daniele Autieri mostrerà i tanti cantieri che sorgono a Doha, grattacieli, strade, marciapiedi, tutto è in costruzione, oltre agli stadi. Un miracolo edilizio che si regge sulle braccia di quasi 2 milioni di operai provenienti dai paesi più poveri del sud-est asiatico, Bangladesh, Nepal: operai che iniziano a lavorare alle 5 di mattina, per finire alle cinque del pomeriggio.
L’International Labour Organization è un’agenzia delle Nazioni Unite che vigila sul rispetto dei diritti dei lavoratori, si è insediata nel Qatar nel 2017 per controllare che il paese realizzasse le riforme promesse, prima fra tutte quella della Kafala, l’equivalente di una moderna schiavitù.
Max Tunon, direttore dell’ILO, racconta a Report che “l’importante è che la parte più problematica della legge della Kafala sia stata smantellata. Significa che i lavoratori possono lasciare il paese senza chiedere il permesso ai datori di lavoro e soprattutto possono cambiare lavoro.”
Qual è lo stipendio medio di un lavoratore nelle costruzioni?
“1000 ryal al mese, l’equivalente di circa 275 dollari americani. Oltre a questo i datori di lavoro devono assicurare cibo e alloggio, altrimenti il salario è più alto.”

Per capire quali siano le reali condizioni di vita dei lavoratori Report è andata nella zona industriale a pochi km da Doha, dove sorge la città degli operai, dove vive la manodopera che sta costruendo il sogno qatarino.
Per mostrare le immagini del campo, il giornalista ha dovuto chiedere il permesso al responsabile del campo che lo ha negato: nessuna foto deve uscire fuori dal Qatar per mostrare come si vive in questo campi, dove l’ingresso ai giornalisti è vietato.
Blocchi di palazzine basse che si ripetono per km: Daniele Autieri è riuscito ad incontrare un autista proveniente dal Pakistan che trasporta ogni giorno gli operai dal campo ai cantieri, su pullman dai vetri oscurati.

La scheda del servizio IL MIRAGGIO DELLO SCEICCO di Daniele Autieri con la collaborazione Lorenzo Vendemiale e Federico Marconi

Il Qatar è pronto a salire sul palcoscenico internazionale. A pochi giorni dal calcio d’inizio dei Mondiali Fifa 2022 che si terranno nel piccolo stato del Golfo Persico, un coro di polemiche si solleva da tutto il mondo. Persino diverse nazionali preparano atti eclatanti per denunciare gli abusi sui lavoratori e il mancato rispetto dei diritti civili.
Report racconterà lo sfruttamento dei lavoratori, le ipotesi di corruzione, le infiltrazioni criminali, i giochi della grande finanza internazionale, la sfida geopolitica globale, partendo dalle indagini condotte dai giudici di Parigi e di New York che hanno ricostruito i metodi usati dal Qatar per assicurarsi il voto dei membri del Comitato esecutivo della Fifa necessario per ottenere l’assegnazione dei Mondiali 2022.
Inchieste che coinvolgono anche l’ex-presidente francese Nicholas Sarkozy e l’ex-presidente della Uefa Michel Platini, indagati a vario titolo per corruzione e traffico di influenze.
Report svelerà le attività internazionali di lobbying del piccolo stato del Golfo Persico guidato dallo Sceicco Al Thani, che coinvolgono anche alcuni parlamentari italiani, oltre a rivelare le pressioni esercitate presso la Uefa affinché fosse tenuto un atteggiamento di riguardo nei confronti del Paris Saint Germain, il club di Parigi acquistato dall’Emiro e oggi la casa delle più grandi stelle del calcio, da Mbappè a Messi a Neymar. Sarà ricostruito il metodo Qatar, le pressioni esercitate sui calciatori per rimanere al PSG, ma anche i milioni di euro assicurati ai campioni “amici” per parlare bene in pubblico del Qatar e del Mondiale.
Un’inchiesta che è anche un viaggio in Qatar, e che per la prima volta conduce all’interno della grande città dei lavoratori, dove alloggiano milioni di persone, che ogni giorno vengono condotte in città per costruire il sogno dell’Emiro. Un sogno che ha un costo molto alto in termini di diritti umani ma che oggi trova nell’Europa il suo più grande alleato. Dietro al sogno del calcio si cela il business più ricco, quello dell’energia. Il Qatar è infatti uno dei più grandi produttori mondiali di gas liquefatto e si candida oggi a sostituire la Russia per diventare il termosifone d’Europa.

Cosa c’è in una fetta di prosciutto?

Cosa c’è in una fetta di prosciutto? Ora che abbiamo un ministero della sovranità alimentare la risposta a questa domanda non dovrebbe essere così scontata.

La scheda del servizio QUESTIONE DI CHIMICA di Lucina Paternesi con la collaborazione di Giulia Sabella

Il prosciutto cotto è il salume più amato dagli italiani, ogni anno ne consumiamo in media 4 chili a testa e ne produciamo quasi 300 mila tonnellate. Viene consigliato nelle diete ed è ricco di proteine e sali minerali. In commercio viene venduto tagliato fresco o in vaschetta, aromatizzato, affumicato, a cubetti o sotto forma di hamburger e polpette. Ma quale scegliere?
Il viaggio di Report inizia sull’Appennino Tosco-Emiliano, dove un’azienda a conduzione familiare ha deciso di puntare tutto su un prodotto di qualità e a filiera corta, dall’allevamento fino alla trasformazione del prodotto finito. Un’etichetta semplice e trasparente come i pochi ingredienti di cui è fatto: acqua, sale, zucchero, spezie, antiossidante e conservante. Ma è sempre così? Una fonte che per anni ha lavorato per l’industria alimentare, ci svela alcune pratiche: tra aggiunte di acqua e polveri chimiche, coloranti e colle per carni, quanto è trasparente l’etichetta dei prodotti che troviamo in commercio e che costano di meno? Scopriremo che anche per il cibo esiste un botox e che anche alcuni hamburger sono “rifatti”.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.