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18 novembre 2021

Una crepa nel muro di Paolo Moretti

 


Berlino 1961

A Wilhelm Wolf non dispiacevano i piccoli vizi che il suo ruolo ricoperto nel Ministero per la Sicurezza dello Stato riusciva a soddisfare.

Il suo ufficio nel quartier generale della Stasi a NormannenStrasse era avvolto in una densa coltre di fumo. Sigarette americane che riusciva a procurarsi con grande facilità.

E che trovava infinitamente migliori delle Belomorkanal senza filtro, che andavano per la maggior parte tra i suoi colleghi.

Un ufficiale della Stasi (la polizia segreta della DDR) che deve dare la caccia ai “traditori”, i berlinesi che aiutano le persone ad attraversare il muro per scappare verso l'occidente.

Una giovane ragazza di origini tedesche, studentessa di psicologia, che si innamora di un ragazzo più grande. Ma tutti i sogni si spengono all'alba.

Un delitto, in una città del nord Italia, non importa sapere quale: un assassino è venuto da lontano per uccidere un ex cittadino tedesco, un signore anziano che da anni viveva in Italia.

Ad indagare sul delitto un ispettore di polizia di quelli capaci di seguire tutte le piste, di non accontentarsi delle risposte facili, che non si fanno scoraggiare dai buchi nell'acqua. Un poliziotto caparbio e tenace.

Sono questi i protagonisti di questo giallo scritto nel 2017 dal giornalista de La Provincia di Como, Paolo Moretti: l'avevo incontrato alcuni anni fa alla rassegna La Passione per il delitto ad Erba, dove presentava proprio questo romanzo.

Aveva raccontato, nella presentazione, che la scintilla per il libro era nata con la visita al museo del Muro di Berlino, leggendo le storie delle persone che scappavano: “poteva essere uno spunto interessante per una storia da scrivere”.

Colpevolmente era rimasto lì sul ripiano della libreria in attesa del suo momento che, finalmente, è arrivato: è uno di quei gialli in cui tutto si intreccia, la storia del presente (il delitto del cittadino tedesco, le indagini dell'ispettore Pagni, la vita di Rachel), col passato anzi, con la storia con la S maiuscola.

Perché Paolo alterna, dosando la narrazione degli eventi con cura, la storia nel presente, con gli anni cupi della costruzione del muro di Berlino, dall'agosto del 1961, con l'inizio dell'operazione “Rosa”. Questo era il nome con cui i vertici della Repubblica Democratica Tedesca aveva chiamato l'operazione, negata fino al momento prima, di costruire un muro per bloccare i continui movimenti di persone verso Berlino ovest, in cerca della libertà.

La costruzione del muro, separò per anni famiglie, troncò relazioni, stroncò vite umane: quelle dei ragazzi, dei vecchi, delle persone che, facendosi aiutare da novelli Caronti al contrario, li aiutavano ad attraversare il muro, passando dall'inferno alla vita civile, libera.

Ma, per arrivare alla libertà, bisognava sfuggire ai controlli della polizia segreta, la Stasi, guidata da personaggi sadici come Wolf, che godevano dell'enorme potere concesso dal regime: il potere di privare le persone dei loro diritti, costringendole nelle celle “sottomarino” prive di finestre e al buio, torturandole fisicamente e psicologicamente.

In quegli anni, in tanti riuscirono a fuggire verso la libertà. Ma altri no: come quei ragazzi che in una sera del 1962, finirono in una imboscata della polizia, perché qualcuno li aveva traditi. Qualcuno che era finito nelle grinfie di Wolf e che, dopo giorni al buio in quelle celle, aveva fatto i nomi dei “caronti”.

Cosa c'entra questa storia con quella del presente?

Rachel, la giovane ragazza che seguiamo al tempo presente, è figlia di quegli eventi, anzi nipote: la nonna era stata arrestata proprio durante quella retata del 1962, dove era morto il suo compagno, Sebastian, il nonno di Rachel. Un dramma che aveva segnato le vite della nonna di Rachel ma non solo...

Ma torniamo al tempo presente: chi aveva interesse ad uccidere quel signore tedesco, che in paese frequentava poche persone? Come mai l'assassino ha rubato il computer portandoselo via? Cosa c'era dentro di così importante?

Le indagini, che inizialmente sembrano arenarsi, prendono una svolta con una scoperta quasi sconvolgente dentro la casa del morto.

Ma, ancora una volta, bisogna stare attenti a fidarsi delle soluzioni facili, quelle che ti vengono presentate su un piatto d'argento. I colpi di scena non finiscono mai in questo giallo dove, si scoprirà alla fine, tutto è intrecciato.

Quello che mi è piaciuto di più di questo romanzo è stato ripercorrere i mesi della costruzione del muro, con la sensazione di angoscia dei berlinesi che, di punto in pianto, si vedevano chiusi dentro una prigione a cielo aperto.

Il romanzo racconta, in presa diretta, anche i giorni attorno alla caduta del muro, in quel novembre del 1989 quando, in una conferenza stampa, il portavoce del governoSchabowski annunciò che da quel giorno non servivano più visti per uscire dal territorio di Berlino est.

La fine di un incubo, il crollo di un regime che si reggeva solo sulla paura, sul terrore, sulla repressione.

Le scene del crollo del muro, sicuramente almeno una volta nella vita, le abbiamo viste tutti.

Era bastata una piccola crepa, la cancellazione dei visti, per far crollare tutto.
Buona lettura!

La scheda del libro sul sito di GoWare

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19 settembre 2020

Il criminale pallido di Philip Kerr

 


La torta di fragole del caffè Kranzler capita sempre sotto gli occhi quando si è a dieta e se ne deve fare a meno.

Be’, di recente ho cominciato a provare la stessa sensazione verso le donne. L’unica differenza è che non sono a dieta: ma mi ritrovo lo stesso a essere ignorato dalle cameriere. E ce ne sono di carine, in giro. Di donne, voglio dire, anche se potrei scoparmi benissimo una cameriera, come una qualsiasi altra creatura di sesso femminile. Ce n’è stata una, un paio di anni fa. Ne ero innamorato, ma scomparve. Be’, è una cosa che capita a parecchia gente in questa città. Ma da allora in poi ho avuto soltanto rapporti occasionali. E ora, a vedermi girare la testa di qua e di là sull’Unter den Linden, si direbbe che segua il pendolo di un ipnotizzatore. Non lo so, forse è il caldo. Quest’estate Berlino ribolle come l’ascella di un fornaio.

Berlino settembre 1938

Il secondo capitolo della trilogia di Philip Kerr con protagonista il detective berlinese Bernie Gunther si svolge alla fine di un'afosa estate inizio autunno nel 1938. La Germania è saldamente nelle mani del partito nazista e di Adolf Hitler che, dopo aver chiesto la Renania e la Lorena, dopo aver invaso l'Austria senza che nessuno in Europa glielo impedisse, sta ora puntando la regione dei Sudeti in Cecoslovacchia.

Sono i mesi in cui le democrazie europee, in particolare i governatori di Francia e Inghilterra, temono lo scoppio di una nuova guerra. Hitler non fa paura, anche se tutti conoscono le sue idee contro gli ebrei, tutti conoscono le violenze e i progrom che sono costretti a subire.

Tutto questo porterà poi agli sciagurati accordi di Monaco, epilogo della seconda guerra mondiale che scoppierà l'anno successivo.

Ma nel frattempo a Berlino si vive questo periodo senza troppe paure anzi, quando Hitler fa sfilare i reparti della divisione meccanizzata Pomerania, questa viene accolta con freddezza dalla popolazione.

Servirà ancora un po' di propaganda per scaldare i cuori dei tedeschi per mandarli al massacro: “nichts für uns alles fur Deutschland”.

Il detective Bernie Gunther è uno di quelli che la vive con distacco: ex ispettore della polizia criminale (anche in gamba), è uscito anni prima per non dover avere a che fare con quegli schizzi di fango che non vanno più via.

La repressione degli ebrei, degli omosessuali, dei comunisti, di tutti i nemici del Reich. Un corpo di polizia diventato un manipolo di squadracce col compito di ripulire la Germania dai criminali di strada. Perché i ladri e i criminali dentro il partito nazista, dentro la classe dirigente corrotta e complice del regime potesse continuare a fare i loro affari.

Meglio indagare in privato, su piccoli casi di persone scomparse (nella Germania di Hitler non mancavano certo) o, come gli succede in questo caso, su una storia di ricatti.

Si tratta del figlio della proprietaria della casa editrice Lange, ricattato da qualcuno che è venuto in possesso di una serie di lettere scambiate col suo amante.

Si finisce in un campo di concentramento, un KZ, per questo, con una bella stella rosa sul petto. A meno di non aver i soldi per un investigatore che metta le cose a tacere.

Contemporaneamente a questa indagine, a Bernie arriva una proposta dal capo della Kripo, Arthur Nebe, che lo convoca di notte sulle rovine del Reichstag e gli fa uno strano discorso: “ho creduto che il nazionalsocialismo avrebbe riportato il rispetto per la legge e l’ordine in questo paese.”

C'è qualcuno che vorrebbe che rientrasse nella Kripo, si tratta nientedimeno che del capo della RSHA (il servizio di sicurezza delle SS), il generale Heydrich.

L'indagine sul ricatto, porta Bernie, col suo assistente, ad entrare nel mondo della psicoterapia, qualcosa di molto vicino alla psicoanalisi che il partito nazista aveva messo fuorilegge in quanto teoria partorita da un ebreo, Freud.

Ma nella clinica del dottor Kindermann, a Wansee (poco lontano dalla villa dove qualche anno dopo verrà pianificata la soluzione finale, ma questa è un altra storia) non si indaga sulla psiche, alla clinica si lavora per “eliminare i sintomi dei disturbi mentali trattando quei comportamenti che hanno portato al loro manifestarsi.”

Un hotel di lusso dove chi ha i soldi poteva evitare di incappare nel Comma 175, quella parte del codice penale che identifica la psicoanalisi come reato.

Anche perché questo Kindermann è un medico importante negli alti ranghi del partito, “docente alla Scuola di Medicina della Luftwaffe e specialista alla clinica privata del partito”.

Il fiuto di Bernie lo porta sulla pista giusta: usando come esca un pacchetto con cui pagare il ricatto, in coppia col socio Bruno Stahlecker, trovano la persona che sta ricattando Reinhard Lange e la ricca madre.

Ma non fa in tempo a chiudere il caso perché viene portato all'Alex (il nome del palazzo della Kripo a Berlino), ma non per la convocazione di Heydrich: qualcuno ha pugnalato il suo socio mentre stava sorvegliando la persona sospettata del ricatto contro i Lange.

Nemmeno il tempo di realizzare la morte dell'amico, che Bernie viene portato alla sede della SD, il servizio di sicurezza delle SS, da Heydrich stesso: “Alto, scheletrico, con il lungo e pallido viso privo di qualsiasi espressione, come una maschera mortuaria di gesso”.

L'aspetto da guerriero ariano e anche un cuore di ghiaccio: la ragione della convocazione è presto detta, a Berlino un assassino sta uccidendo diverse giovani ragazze, uccise, mutilate e violentate, senza che l'efficiente polizia del Reich sia riuscita a catturarlo.

O, meglio, qualche funzionario zelante della Kripo avrebbe pure fatto confessare un ebreo (non a caso) come responsabile delle morti, ma mentre era in carcere un nuovo delitto con le stesse modalità fa capire che l'assassino sia ancora libero.

«In altre parole voglio che lei rientri nella Kripo, Gunther, e che acciuffi questo pazzo criminale prima che uccida di nuovo».

Non si può dire no ad uno come Heydrich, non si sa mai come può andare a finire. E poi non c'è più nienre da fare nemmeno per catturare l'assassino di Bruno, visto che si sarebbe suicidato in casa.

Dopo aver pugnalato Bruno con una baionetta.

Tutto limpido. O forse no, perché quel suicidio, quell'uomo impiccato lasciano in Bernie una sensazione strana. Perché quell'uomo è stato strangolato, prima di essere stato impiccato ..

Ma ora Bernie Gunther è il commissario Gunther: rientrato alla Kripo con un nuovo grado, si trova a capo di una sua squadra che ha dentro alcuni funzionari della Kripo e dell'Orpo (la polizia di strada). E poi un medico legale, il dottor Illman che pure lui aveva lasciato la professione di medico legale perché contrario al nazismo e una donna, frau Kalau vom Hofe una brillante psichiatra legale, entrambi amici di Nebe.

Un commissario piazzato nella squadra da Heydrich, un medico non nazista e una donna: ce n'era abbastanza affinché nella Kripo fossero visti con sospetto:

Una spia, una donna e un dissidente politico. Mancava solo che lo stenografo si alzasse in piedi a cantare Bandiera Rossa, ..

Le quattro ragazze erano tutte giovani, la rappresentazione della bellezza ariana, non avevano grossi problemi, e sono state trovate con la gola tagliata. Uccise, spiega il dottor IllmanCon uno strano rituale

« ..ritengo che la ragazza debba essere stata appesa a testa in giù quando le hanno tagliato la gola. Come si fa con i maiali».

Un particolare che fa scattare qualcosa, in seguito, nella mente di Bernie.

Una strana associazione di idee con una brutta vignetta vista su Der Sturmer, il giornale fortemente antisemita di Julius Streicher, governatore della Franconia.

Otto bionde ragazze tedesche erano appese a testa in giù, nude e con la gola tagliata. Il sangue colava in un vassoio liturgico, tenuto dalla grottesca caricatura di un ebreo.



Possibile che la mano dietro quelle morti porti all'interno dell'entourage del partito nazionalsocialista, verso qualcuno che vuole sollevare l'opinione pubblica contro gli ebrei?

Si tratta di un'indagine complicata, perché qui si tratta di indagare di un membro del partito, anche amico di Hitler,ed entrare dentro il terreno minato della guerra per bande tra le varie anime del nazismo.

Quella di Himmler e della sua cerchia e quella di Goring. In lotta per conquistarsi i favori di Hitler e conquistare maggiore potere.

Se in “Violette di marzo” Philip Kerr ci raccontava del cinico opportunismo dei tanti tedeschi che si convertivano al nazismo, in questa indagine di Bernie scopriamo il lato nascosto della società tedesca, quella che Hitler ha sollevato dal baratro di Weimar e reso felice e ridente. Un lato oscuro di sesso prostituzione e pornografia, di corruzione, di una povertà diffusa (perfino per la classe media).

Nel frattempo, con l'accordo di Monaco, Francia e Inghilterra assecondavano nuovamente le brame del “dannato cuculo”, rompendo gli accordi con la Cecoslovacchia per una “pace dei nostri tempi” che sarebbe durata solo un anno.

Il mondo stava precipitando verso la guerra al passo dell'oca e di lì a poco la notte dei cristalli avrebbe mostrato, ancora una volta, il volto mostruoso della Germania nazista. E Bernie?

Bernie Gunther che pure ha avrà il coraggio di portare a termine la sua indagine, fin dentro al castello di Wewelsburg, coi riti paganici delle SS, sarà testimone disincantato e impotente di tutto questo.

Un eroe? No, ce lo dice egli stesso

Non sono un cavaliere senza macchia e senza paura. Sono solamente un uomo su cui il tempo ha lasciato il segno, che se ne sta all'angolo della strada con indosso un cappotto sgualcito e che ha solo una vaga idea di quello che si può anche definire morale.

Non un eroe, solo un uomo disincantato, duro ma onesto , con una certa ironia pungente buona per sopravvivere agli eventi. Ma anche un investigatore capace di osservare e di mettere assieme fatti all'apparenza scollegati e di sbrogliare quella “matassa ingarbugliata” che è il suo caso. Ma forse nella Germania nazista, dove il sonno della ragione stava generando giovani mostri in divisa da gioventù hitleriana, anche una persona così è un eroe.

Il primo capitolo della trilogia di Bernie Gunther, “Violette di marzo”

La scheda del libro su sito di Fazi Editore e il link da cui scaricare il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

21 febbraio 2020

Violette di marzo di Philip Kerr



Cose molto straordinarie accadono negli oscuri sogni del Grande Persuasore… 
Stamattina, all’angolo tra la Friedrichstrasse e la Jägerstrasse, ho visto due uomini, gente delle SA, che svitavano una bacheca rossa di «Der Stürmer» dal muro di un edificio. «Der Stürmer» è il giornale antisemita diretto dal più autorevole avversario degli ebrei del Reich, Julius Streicher. L’impatto visivo di queste bacheche, con i loro disegni semi-pornografici di fanciulle ariane strette in abbracci sensuali da mostri dal lungo naso, cerca di attrarre i lettori meno intelligenti, cui offre una certa superficiale solleticazione. La gente per bene non ha niente a che vedere con questa roba. Comunque, i due SA hanno sistemato la Sturmerkästen sul retro del furgone, accanto a parecchie altre. 
Non lavoravano con molta attenzione, perché ce n’erano almeno altre due con i vetri rotti. 
Un’ora più tardi ho rivisto gli stessi due uomini che rimuovevano un’altra di queste Sturmerkästen da una fermata del tram di fronte al municipio. Questa volta mi sono avvicinato e gli ho chiesto che facessero.
«È per le Olimpiadi», ha risposto uno di loro. «Ci hanno ordinato di levarle tutte per non impressionare i visitatori stranieri che verranno a Berlino a vedere i giochi»

Ci sono libri che ti prendono sin dall'inizio e questo, Violette di marzo di Philip Kerr, è uno di questi: è il primo volume della trilogia con protagonista l'investigatore privato Bernie Gunther, ambientato nella Berlino degli anni del nazismo. Siamo nel 1936, alla vigilia delle Olimpiadi che avrebbero dovuto celebrare la grandezza della Germania, risorta dalle sue ceneri dopo la disfatta della prima guerra mondiale grazie all'opera del partito nazional socialista di Hitler che aveva spazzato via la corrotta repubblica di Weimar..
Così almeno secondo la macchina della propaganda che, in quei giorni dell'estate berlinese, stava ripulendo la città da tutto ciò che poteva urtare la sensibilità dei turisti stranieri, come per esempio le prime pagine dello Sturmer, con le sue vignette contro gli ebrei.
Berlino, “la città infestata dei fantasmi” così la definisce in un quadretto impietoso Bernie stesso, l'io narrante di tutta la storia, parlando della violenza delle SS, degli ebrei perseguitati, dell'oppressione della polizia segreta, delle spie capaci di denunciarti per un Heil Hitler mancato, della tanta gente che in cambio di una finta tranquillità, girava la testa dall'altra parte, delle targhette sugli studi dove trovavi avvocato tedesco, per specificare che lì non si ricevevano ebrei....
La polizia, come la costruzione delle autostrade e il fare la spia, è una delle industrie maggiormente in espansione nella nuova Germania

Incontriamo il protagonista Bernie Gunther sin dalle prime pagine: ex poliziotto della Kripo che anni prima ha lasciato dopo che i nazisti avevano cacciato alcuni suoi colleghi colpevoli di non essere abbastanza zelanti col regime.
Come se un buon poliziotto si riconosce da come alza il braccio: non gli va male la vita oggi, un ufficio, nessuna relazione stabile ma tante amicizie ancora all'Alex, la sede della polizia criminale, a cui chiedere qualche informazioni sui casi, specie quelli sulle persone scomparse.
Specie quelli sugli ebrei scomparsi, gli U-Boot
«Di questi tempi faccio di tutto, dalle indagini per le assicurazioni alla guardia ai regali di nozze fino alla ricerca di persone scomparse – sia quelle di cui la polizia non sa niente, che quelle di cui sa già. Sì, è un campo della mia attività che ha visto un vero e proprio incremento da quando i nazionalsocialisti hanno preso il potere». Sorrisi il più affabilmente possibile, e sollevai in modo allusivo le sopracciglia. 
«Suppongo ci sia andata bene a tutti con il nazionalsocialismo, non le pare? Vere e proprie Violettine di marzo».

Non è tipo da tenersi la battuta in bocca, Bernie, specie di questi tempi dove per un nulla si rischia di finire in un campo di concentramento, KZ o, peggio, stecchito sul fondo del fiume Sprea.
Di ritorno dal matrimonio della segretaria, riceve un nuovo incarico, un caso di omicidio, anzi di un duplice omicidio: una coppia uccisa probabilmente a seguito di un furto in casa.
Sono la figlia e il genero dell'industriale dell'acciaio Hermann Six, Grete e il marito Paul Pfarr.
«Era, perché è morta». «Mi dispiace», dissi io gravemente. «Non deve», replicò. 
«Perché se fosse viva, lei non sarebbe qui con la possibilità di fare un sacco di soldi».

Il compito di Bernie è semplice, all'apparenza: il ladro ha rubato dei diamanti preziosi dalla cassaforte (prima di dar fuoco alla stanza) e ora tocca a lui recuperarli, in cambio di una generosa ricompensa, che gli arriverà direttamente dall'assicurazione.
Compito semplice da portare avanti con discrezione senza però voler ficcare troppo il naso nella famiglia Six.
Ma Bernie non è quel genere di investigatore (o di ex poliziotto) che si fa dire da altri come va fatto un lavoro: ci sono tante domande da cui partire nella sua indagine, cominciando da come sia stato possibile che un ladro professionista abbia aperto quella cassaforte e poi abbia ucciso quelle due persone.
C'è da approfondire il rapporto tra il magnate Six e il genero, il primo un nazista per convenienza, come tanti altri imprenditori che del nazismo avevano apprezzato soprattutto l'aver preso a bastonate i sindacalisti.
Mentre il genero era un membro del partito nonché SS convinto, convinto dell'opera moralizzatrice che si doveva porre in atto per stroncare la corruzione nel paese.
Anche all'interno del sindacato dei lavoratori, quello nazista..

Per la sua indagine Bernie Gunther inizia a muoversi nella sua rete di relazioni: dal medico legale che ha guardato i corpi, dai colleghi della Kripo. Perfino dalla seconda moglie di Herr Six, la splendida attrice Ilse Rudel, che gli confida alcuni particolari della coppia uccisa, i litigi e le tensioni degli ultimi anni, forse un amante da parte di lei.

E poi c'è il giro dei gioiellieri, un mondo di avvoltoi che approfittava del clima contro gli ebrei costretti a vendere quel poco che avevano per poter raccogliere del denaro e abbandonare la Germania.
Tutti “violette di marzo”, profittatori del regime, tutti pronti a saltare sul carro del partito per fare rapidi profitti.
Proprio una di queste piste sembra promettente, portandolo addirittura sulle tracce di un grande appassionato di gioielli (e di segreti) come il presidente del governo Goering, il numero due del partito.

L'inchiesta inizia subito a scottare: Bernie rischia subito la pelle per un fraintendimento della bella signora Six, l'attrice, ma soprattutto quando si rende conto come attorno a quei gioielli (e a qualcosa d'altro) ci sia un certo interesse da parte di persone disposte a metterci le mani sopra senza troppi scrupoli.
Persone attorno alla famiglia Six e anche persone attorno al partito, come l'ex capo della Gestapo Hermann Goering.

Non è solo un caso di furto, di gioielli rubati, quello in cui si è ficcato: l'interesse per il contenuto della cassaforte svuotata porta a pensare ad una guerra di ricatti, che porta dritta ai rapporti tra la criminalità organizzata e pezzi del partito, a ricatti che possono portare certe persone a più miti consigli, a quella corruzione che era diventata la cifra della Germania nazista.
C'era, lo sapevano tutti, tutti la sentivano, in pochi ne traevano benefici, ma nessuno lo poteva ammettere. A meno di non finire in un KZ, i campo di concentramento sorti nel paese sul modello di quello di Dachau (dentro cui l'autore ci porterà, raccontando quell'inferno dal di dentro).

Per capire meglio il guaio in cui si è cacciato, Bernie si fa aiutare da una giornalista che anni prima aveva “ficcato il naso” nel mondo degli industriali dell'acciaio, come Thyssen e Six, Inge Lorenz
«Müller mi ha detto che lei era giornalista al “DAZ”». 
«Sì, è vero. Ho perso il posto durante la campagna del partito “Fuori le donne dall’industria”. Un modo ingegnoso di risolvere il problema della disoccupazione

C'è un furto che non è solo un furto, ci sono due cadaveri che forse non sono stati uccisi solo per un furto da un ladro, pur esperto

È come mettersi a fare un puzzle con due serie di pezzi diversi. Due cose sono state rubate dalla cassaforte degli Pfarr: dei gioielli e delle carte. Ma non si incastrano l’una con l’altra.

Un puzzle che porterà Bernie, per il suo voler trovare il bandolo della matassa, dritto all'inferno nel il campo di Dachau, assieme ad altri ladri comuni, comunisti, oppositori del regime ed ebrei: qui lo stile chandleriano (che torna spesso lungo il racconto) lascia il passo alla prosa, con uno stile che ricorda quello di Primo Levi in “Se questo è un uomo”
Come si fa a descrivere l’indescrivibile? 
Come si fa a parlare di qualcosa che vi ha reso muti dall’orrore? Molti più eloquenti di me non sono riusciti a trovare le parole. È un silenzio nato dalla vergogna, perché anche gli innocenti sono colpevoli. Privato di tutti i diritti umani, l’uomo torna allo stato animale.

Ho già detto troppo, ora tocca a voi leggerlo, questo giallo in cui si usa lo stile hard boiled dei romanzi di Hammet (il cui Red Harvest viene citato perfino da Goering) e Chandler, con tanta ironia tagliente, per raccontare un mondo impazzito, in cui il male assoluto diventa qualcosa a cui ci si abitua, giorno dopo giorno ..
Ma niente mi sorprende più, adesso. Mi sono abituato a vivere in un mondo che è uscito dai cardini, come se fosse stato colpito da un tremendo terremoto, per cui le strade non sono più lisce e le case non sono più dritte.

La scheda del libro sul sito di Fazi editore e il pdf col primo capitolo
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 febbraio 2020

Una grande casa infestata di fantasmi – da Violette di marzo P. Kerr


Berlino. 
L’amavo, questa vecchia città. Ma questo prima che si fosse guardata allo specchio e avesse cominciato a indossare dei corsetti tanto stretti da levarle il respiro. Amavo le filosofie disinvolte e spensierate, il jazz scadente, i cabaret volgari e tutti gli altri eccessi culturali che avevano caratterizzato gli anni di Weimar, e fatto sembrare Berlino una delle città più eccitanti del mondo. 
Dietro il mio ufficio, a sud-est, sorgeva la centrale di polizia, e immaginavo il duro e buon lavoro che vi veniva fatto per estirpare la criminalità da Berlino. Infamie come parlare in modo irriverente del Führer, affiggere il cartello «ESAURITO» sulla porta della vostra macelleria, non rispondere al saluto a Hitler, ed essere omosessuali. 
Era questa Berlino sotto il governo nazionalsocialista: una grande casa infestata di fantasmi, piena di angoli bui, lugubri scale, sinistre cantine, stanze chiuse a chiave e la soffitta zeppa di poltergeist in libertà, che scagliano libri, sbattono porte, spaccano vetri, urlano nella notte, spaventando a tal punto i proprietari da indurli, talvolta, a vendere tutto e andarsene. Ma questi di solito si tappavano solo le orecchie, si coprivano gli occhi pesti e facevano finta che tutto fosse a posto. Atterriti, parlavano poco, ignorando il fatto che i tappeti gli scivolavano via sotto i piedi, e la loro risata era di quelle risatine nervose che accompagnano sempre la battuta di spirito del padrone.La polizia, come la costruzione di autostrade e il fare la spia, è una delle industrie maggiormente in espansione nella nuova Germania...
Violette di marzo, di Philip Kerr Fazi editore

Ne “L'angelo di Monaco” Fabiano Massimi attraverso la vicenda della morte di Angela Raubal, la nipote di Hitler, ci ha raccontato come fosse la Germania ai tempi di Weimar, negli anni in cui il partito di Hitler stava conquistando consenso, nella popolazione e all'interno dello Stato.
Le violenze contro gli ebrei che si faceva finta non esistessero, l'ambizione e la nostalgia nei confronti di un passato storico glorioso, la guerra di potere all'interno del partito nazionalsocialista..

Con Philp Kerr, in “Violette di Marzo” facciamo un salto in avanti di dieci anni: il partito nazista è al potere, Hitler si appresta a celebrare la sua rivincita (nei confronti del mondo, delle nazioni che hanno sconfitto la Germania nella grande guerra), con le Olimpiadi del 1936.
La macchina di Propaganda si è già messa all'opera, alcuni manifesti contro gli ebrei vengono rimossi dalle strade, per non disturbare i futuri ospiti stranieri.
In questo romanzo, attraverso gli occhi di un investigatore privato molto autoironico (e chandleriano), Bernie Gunther, ci viene raccontata la Germania nazista dal di dentro.
Leggetelo e rileggetelo con calma questo passaggio: la propaganda, la macchina della repressione, le violenze contro i nemici del popolo, la sottrazione delle libertà barattata con una apparente tranquillità sociale ed economica...

14 ottobre 2018

La notte delle stelle cadenti, di Ben Pastor


Incipit

I grandi eventi di solito giacciono inattesi, 
e chi se li aspetta li rallenta soltanto 
Joseph Roth, Hotel Savoy 

Dintorni di Shonefeld, regione di Teltow,
 
lunedì 10 luglio 1944, ore 5.48 
L'inchiostro nella penna stava finendo. L'ultima pagina che aveva scritto nel diario era di un celeste acquoso; e se fosse riuscito a trovare l'occorrente, Bora avrebbe dovuto riscriverla per renderla leggibile. La carta assorbente serviva appena; la mise come segnalibro fra le pagine e posò il diario sulle ginocchia ..

Estate 1944, quinto anno della seconda guerra mondiale, con gli alleati sbarcati in Francia violando la linea di difesa della fortezza Europa, i russi che macinano chilometri (e anche reggimenti dell'esercito tedesco) ad est. Sul fronte sud, infine, una risalita dello stivale resa lenta dalle difficoltà del suolo e dall'accanita difesa delle forze tedesche, tra cui anche il reggimento di cui il tenente colonnello Martin Bora è comandante.
Lo ritroviamo ora in aereo verso Berlino, per presenziare al funerale dello zio Alfred, un medico (a cui il piccolo Martin era molto affezionato) che non aveva nascosto le sue obiezioni verso l'eutanasia di Stato (e perfino le leggi razziali).
Morto per un malore, dicono le cronache dei giornali, lo stesso Fuhrer ha fatto pervenire alla famiglia il suo sentimento di rammarico.
Eppure un amico dello zio, il dottor Olbertz, sussurra nelle orecchie di Bora quelle parole che lo lasciano sgomento “nicht so frei tod”.
Forse lo zio non è ucciso, forse è stato ucciso ..

Sedevano l'uno di fronte all'altra, con un parente che forse il Partito aveva costretto al suicidio, una bomba d'aereo inesplosa a qualche isolato di distanza, e la convocazione di Arthur Nebe per quella sera, a informarsi cortesemente di parenti e amici.Be', ci proteggiamo tutti come possiamo. Lei attende che io dica qualcosa, ma sa che non posso, perciò aspetta senza insistere.

Un mistero che per Bora rimarrà insoluto: ha appena il tempo di rivedere la madre Nina in un incontro toccante, dopo mesi dal fronte (e dalla ferita alla mano, dalla separazione dell'amata Dikta) quando viene chiamato nell'ufficio del comandante della polizia criminale, il generale SS Arthur Nebe.
[Bora] Sentiva nell'aria qualcosa di simile all'addensarsi di un temporale” - questi sono i pensieri del tenente colonnello mentre si aggira per le vie di Berlino del 1944, non ancora distrutta ma già vittima dei bombardamenti degli alleati, dove su tutto pesa una strana sensazione di transitorietà.
Cosa vuole da lui il generale Nebe? È consapevole di essere finito, da tempo, su una lista nera, per il suo comportamento durante la guerra: da quando cioè aveva denunciato al generale Von Tresckow i crimini di guerra compiuti dalle SS combattenti in Polonia.
In un contrasto quasi insostenibile, delicati fiori selvatici crescevano al bordo della massicciata. Avena selvatica, denti di leone.Gli stessi che spuntavano anche in Polonia e in Russia, lungo le fosse comuni che aveva fotografato di nascosto, sprofondato fino alle caviglie nella terra molle dove si intrecciavano radici e capelli umani.

Poi Roma, con una ostilità con l'ufficio delle SS ai limiti dell'insubordinazione.

Eppure non è questo: Nebe gli chiede di occuparsi di un delitto, affiancato da un ispettore della Kripo (pure lui reduce dalla pulizia etnica ad est con gli Einsatzgruppen).
Si tratta della morte di Walter Niemayer, un esoterista, un mago, una persona passata attraverso mille identità: ebreo errante negli anni della repubblica di Weimar, medico svedere e ora mago, indovino, ipnotista.
Il mago di Weimar è stato trovato morto, sparato con due colpi di fucile: Nebe gli consegna già una lista di sospettati, tra vicini e persone che avevano avuto rapporti con lui e l'ordine di chiudere il caso entro una settimana.
Perché quel caso proprio a lui, sottraendolo dal comando in Italia? Perché lui e non la polizia di Berlino del conte Helldorf?
- Perché non si assegna il caso ad un funzionario della polizia criminale? 
- Questa è proprio la domanda alla quale non avrà risposta.

Sono giorni strani, c'è una strana atmosfera nell'aria, nonostante tutti i tentativi di congelare la situazione in uno stolido ottimismo: ma le macerie, le bombe, gli edifici a pezzi raccontavano una realtà diversa

Tutto cadeva in frantumi. Case, relazioni, persone. Sopratutto per stanchezza, benché il peggio - ne era convinto - dovesse ancora arrivare. Le ferite, le malattie le crisi familiari non erano fini a se stesse; costituivano i sintomi di un disagio più ampio, riconoscibile senza fallo da chi, come il nonno e il suo patrigno, lo aveva già vissuto durante la Grande Guerra.A chi daremo la colpa stavolta? Quante volte una nazione può asserire di essere pugnalata alla schiena? Raccogliamo quel che abbiamo seminato. L'idea più atroce era che gli innocenti avrebbero pagato coi colpevoli. Forse non ci sarà più un occidente verso cui fuggire, e quelli che vivono sul Baltico non avranno scampo.

Bora si dedica così al caso, cominciando a sentire i sospettati, una parrucchiera con amicizie molto influenti (è la parrucchiera della signora Goring), il giardiniere, che è già nella lista nera delle SS per la sua omosessualità e che era pure stato usato come informatore, il marito tradito e l'editore Glantz, che aveva commissionato proprio al mago di Weimar un'opera enciclopedica sull'esoterismo, che era finita in nulla.
Ricostruire la vita di un uomo. Il suo lavoro di soldato consisteva nello smantellare, rimuovere, liquidare; eppure in ogni indagine affidatagli era stato costretto a far risorgere qualcosa, partendo da quanto la vittima aveva lasciato ai vivi: una sostruzione di atti, relazioni, segreti che gli permettevano di comprendere.

Chi era il mago di Weimar e quali possono essere le ragioni della sua morte? Nonostante ciascuno degli indiziati (fatta eccezione per la parrucchiera) ha un buon motivo e sarebbe anche un colpevole che le SS gradirebbero molto, Bora comprende che l'omicidio nasconda qualcosa di molto più importante.
Del mago e del clima che si respirava negli anni di Weimar, gliene parla un giornalista austriaco, che era stato anche in Africa per raccontare la guerra d'Etiopia di Mussolini.
Aveva conosciuto il mago e aveva assistito a qualcuno dei suoi spettacoli, rimanendo disgustato: per il suo edonismo, per la massa di persone, donne soprattutto, che ricorrevano a lui per cercare qualcosa con cui consolarsi
Quello che mi infastidiva era il suo enorme edonismo. La sciocchina del mio articolo non ha nome semplicemente perché rappresenta centinaia di consorelle altrettanto afflitte. Lavandaie o mogli di feldmaresciali, tutte pronte a vedere attraverso gli occhi altrui, pur di non guardare coi propri. E tutte pronte a pagare per tale privilegio, anche quando non se lo potevano permettere..

Nel frattempo, Bora viene avvicinato dal suo ex comandante in Russia, Von Salomon, letteralmente terrorizzato da qualcosa, ansioso per delle informazioni a cui è venuto a conoscenza, qualcosa che si sta preparando..
Da che parte si schiererà Bora? Ex ufficiale dell'Abwher di Canaris, disciolto nei mesi passati quando i servizi passarono sotto il controllo del RSHA, ora Bora è come un Ronin, un Samurai senza padrone, col vincolo della fedeltà all'esercito (e al Fuhrer) e alla sua coscienza di uomo.

I timori di Von Salomon, gli ufficiali dello Stato Maggiore che lo guardano con ostilità. E poi qualcosa che viene fuori dalle sue indagini sulla morte del mago.
Si tratta del tentativo di colpo di Stato, messo in atto da ufficiali superiori dell'esercito e orchestrato dal colonnello Von Stauffenberg (capo di stato maggiore dell'esercito della riserva) e anche altri ufficiali proveniente dall'Abwher, come Oster. Un golpe che è destinato a fallire: sono le parole che lo stesso Bora rivolge al colonnello Stauffenberg durante un incontro serrato nell'ufficio di quest'ultimo, da cui Bora viene sbattuto fuori.
Così uguali, anche fisicamente, i due ufficiali, ma diverso è il loro modo di agire: Bora non è uomo da complotti e preferisce tenere la sua linea di ostilità (per cui è finito nei rapporti delle SS) in modo sotterraneo e per questo viene accusato di inerzia.
Due uomini sul ciglio di un baratro, come l'intero paese. Ma quello che preoccupa Bora è la reazione che poi sarebbe arrivata dalle SS, in caso di fallimento, quel bagno di sangue che poi è veramente avvenuto, con le 5000 vittime tra congiurati e parenti.
Più di tutto, temeva che von Salomon dicesse il vero. Ne sentiva in bocca il sapore come il sangue. Se fosse vero, e se fallissero, ci sarà un massacro come quello che abbiamo contribuito a scatenare in Russia contro l'Armata Rossa, alimentando con false prove la paranoia di Stalin e delle sue grandi purghe. Processi ed esecuzioni che nemmeno il mago di Weimar avrebbe potuto mai immaginare.

La notte delle stelle cadenti” è un titolo che farebbe pensare a qualcosa di romantico, ma la storia raccontata è in realtà molto drammatica: tutto si gioca attorno al significato della parola shooting, dal titolo originale (“The night of shooting stars”). Stelle cadenti e corpi che sparano, la caduta degli Dei, ovvero il crollo del regime nazista (già chiaro dopo le disfatte in Africa e a Stalingrado) e poi il crollo della casta militare aristocratica che aveva cercato, nel tentativo di colpo di stato contro Hitler, di salvare un briciolo del loro onore.
L'operazione Valchiria (l'attentato ad Hitler del 20 luglio), raccontata al cinema con un film poco realistico e nei libri con un bel romanzo “La notte dei generali” di Hans Hellmut Kirst.
Un golpe destinato a fallire: i congiurati non avevano nessun legame con gli alleati, il piano che avevano ideato era troppo fragile. Eppure, nonostante questo, decisero di andare fino in fondo per quel senso dell'onore.
Non posso crederci. Queste parole, o parole simili, furono quelle che sibilò fra i denti un esasperato Stauffenberg. - Lei si dimentica l'onore dell'esercito. 
- Se n'è già andato da tempo, purtroppo. 
- E quello individuale? 
- Perso in egual misura, grazie alla nostra collaborazione col regime. Gli alleati occidentali non si fidano di nessuno di noi, e non possiamo biasimarli. È un fatto. 
- Non è vero -. Stauffenberg misurava la stanza; il suo passo stivalato risuonava sul pavimento di nudo legno. - Dimentica la remissione dei peccati. 
- Dopo milioni di vittime? - Per quanto gli fosse difficile tenere la voce bassa, Borsa non poteva fare altrimenti. - Siamo entrambi cattolici, non dimentico né ignoro la remissione dei peccati: ma ci sono limiti al diritto di aspettarsi il perdono dal Signore. O dal nemico.

Costruito attorno ad una trama da romanzo giallo (la ricerca dell'assassino del mago), si racconta del clima che si respirava a Berlino, nel fronte interno, in un racconto corale che mi ha ricordato molto Kaputt Mundi, ambientato nei mesi dell'inverno precedente.
Un romanzo corale in cui si alternano pagine di intrighi, con pagine di intima sofferenza personale del nostro protagonista: le ferite esterne, la mutilazione al braccio, e quelle dentro l'anima, raccontate con una delicatezza che fa da contrasto alla brutalità del mondo fuori.
Il desiderio di un incontro femminile, i ricordi del fratello Peter, la paura di essere arrestato da un momento all'altro dalla Gestapo
Per un minuto o due Bora restò nella strada deserta. Potrebbe succedere a chiunque di noi, si disse. Potrebbe succedere a me. Anche agli inizi della guerra, quando si arrendevano a migliaia nelle nostre mani, pensavo: «Questo potrebbe succedere anche a me».

Attraverso gli occhi e i pensieri di Bora vediamo le stelle che sono cadute e ora tocca alla Germania sperimentare su sé stessa le stesse atrocità fatte all'est ad ebrei e russi, come una sorta di nemesi.
Noi siamo questo, si trova a pensare di fronte alla morte di evasi russi, lasciati bruciare in un cascinale:
Bora non commentò. Gli evasi, russi o no, potevano ben commettere dei crimini. Non sarebbe stato difficile imputare loro perfino l'omicidio di un avvocato.L'odore acre del fumo, e di uomini bruciati vivi, era lo stesso della Polonia, dell'Ucraina, e prima ancora della Spagna. Noi siamo questo, pensò Bora. Noi siamo anche questo. O forse siamo solo questo.

Noi siamo questo. E allora non rimane che chiudere il caso nonostante le false piste e pensare alla propria anima, come annota nel suo diario in uno dei rari momenti di sincerità emotiva:
"Inquieto ma leale, coinvolto quel che basta a rendermi colpevole ma non a dannarmi l'anima.Salvare quest'ultima è quanto posso fare, finché la tenaglia ricomincerà a stringere. Per ora, posso solo trattenere il fiato"

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