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| Piersanti Mattarella |
Non mi piacciono i giornali e i
giornalisti che fanno “macchina del fango”. Ma nemmeno sopporto
quei giornali e giornalisti che santificano subito, sin dal primo
giorno, il politico che ascende al rango di potente di turno.
Rileggendo i titoli degli articoli
usciti in questi giorni, sulla sobrietà e compostezza dell'uomo,
nonché neo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi
tornano in mente le stesse frasi lette su Monti.
Non c'è il loden ma c'è la panda e
l'abito grigio.
Aspettiamo i primi atti del suo mandato
e poi giudicheremo (sebbene
l'invito a B. non sia indice di cambiamento).
Un'altra cosa non mi fa piacere: la
biografia monca della sua famiglia. Il fratello Antonino
assente dalle cronache (non a nulla a che vedere con la vita del
presidente, ma rimane una notizia).
E il fratello Piersanti,
di cui tutti ripetono “ucciso dalla mafia”, senza
raccontare cosa era la mafia siciliana degli anni 70-80 e cosa la DC
siciliana. Quella di Salvo Lima, Vito Ciancimino e di Bernardo
Mattarella, il padre.
Piersanti aveva la volontà di recidere
quel legame e forse per questo fu ucciso.
La commissione di Cosa Nostra,
presieduta da Michele Greco, decise l’omicidio dell’on.
democristiano che venne materialmente eseguito, secondo quanto
rivelato dal Bontade al Mannoia, da Salvatore Federico, Francesco
Davì, Antonino Rotolo, Santino Inzerillo ed altri.
Nicoletti non
resse al rimorso e si uccise.
Andreotti, si legge ancora nelle
motivazioni della sentenza, non si limitò “a prendere atto,
sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state
inaspettatamente disattese dai mafiosi e ad allontanarsi dagli
stessi”, ma scese in Sicilia “per chiedere al Bontade conto della
scelta di sopprimere il Presidente della Regione” nell’intento
“di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la
possibilità di recuperare il controllo sulla azione dei mafiosi
riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la
istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli
stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse”.
A quel secondo incontro Francesco Marino Mannoia fu
presente.
«Deve venire l’onorevole Andreotti – aveva
spiegato il Bontade a lui e a Salvatore Federico – e bisogna stare,
dovete stare molto attenti al cancello, ed eventualmente, chiunque si
presenti di altri uomini d’onore, dite di ritornare più tardi,
perché non dovete fare entrare a nessuno».
Giunti a
destinazione i tre trovarono Salvatore Inzerillo, Michelangelo La
Barbera, Girolamo Teresi e forse Santo Inzerillo, Salvo Lima e
Giuseppe Albanese, cognato di Giovanni Bontate. Con i quali attesero
per circa un’ora. Quando udirono il suono di un clacson si
precipitarono ad aprire il cancello e videro entrare un’Alfa Romeo
blindata di colore scuro, con i vetri scuri, a bordo della quale si
trovavano ambedue i cugini Salvo e l’on. Andreotti.
Al seguito vi
erano altre quattro o cinque autovetture.
Una volta sceso
dall’auto, Giulio Andreotti si guardò intorno per poi entrare
subito all’interno della villa, come del resto lo invitavano a fare
Stefano Bontate e gli altri. All’esterno, a controllare il
cancello, rimasero il Marino Mannoia, il Federico e il La Barbera. «Durante questa… questa attesa – racconta il Mannoia –
sentimmo chiaramente la voce alterata, diciamo, grida quasi, di
Stefano Bontade, che non era nel suo stile, nel suo… nel suo modo
di dare, abbiamo sentito queste grida dal Bontade».
Al
termine dell’incontro, durato circa tre quarti d’ora o un’ora,
Andreotti si allontanò con i cugini Salvo a bordo dell’autovettura
blindata, mentre gli altri rimasero nella villa: Bontate, Inzerillo,
Albanese, Lima e Teresi si soffermarono ancora un po’ a discutere
tra loro, appartati.
Poi uscirono e il Mannoia rincasò insieme al
Federico e al Bontate. Quest’ultimo gli raccontò che Andreotti era
venuto per avere dei chiarimenti sull’omicidio di Mattarella. E che
egli stesso gli aveva risposto che «in Sicilia comandiamo noi,
e se non volete cancellare completamente la Dc dovete fare come
diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma
anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l’Italia meridionale.
Potete contare soltanto sui voti del nord, dove votano tutti
comunista, accettatevi questi». Aveva poi diffidato l’on.
Andreotti dall’adottare interventi o leggi speciali, poiché
altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi.
In
seguito all’assassinio, l’on. Franco Evangelisti chiese a Lima
che cosa pensasse della cosa. «Egli mi rispose con questa sola
frase: quando si fanno dei patti vanno mantenuti».
Questo il ritratto che fa Saverio
Lodato, autore del saggio “Quarant'anni
di mafia” BUR , di Piersanti Mattarella, il moroteo di Palazzo
D'Orleans:
Piersanti Mattarella si era liberato
presto dal fardello di un'eredità difficile. Nato a Castellammare
del Golfo il 24 maggio 1935, venne considerato all'inizio della sua
giovane carriera politica il rampollo che avrebbe preso il posto del
padre Bernardo, il potente democristiano – deceduto nel 1971 –
che per una ventina d'anni era stato ministro di tutti i governi
della Repubblica.
Ma fin dagli esordi Piersanti
preferì frequentare la biblioteca comunale e i circoli
dell'associazione cattolica piuttosto che i comitati elettorali dove
non era difficile imbattersi nei capimafia della provincia trapanese.
A suo padre, che lo scrittore Danilo Dolci, siciliano d'adozione,
aveva indicato nel 1965 alla commissione antimafia cone politico
legato ai boss fin dal dopoguerra, Piersanti era legato
esclusivamente da affetto filiale.
Certo, lo urtavano frasi del tipo:
«Quel cognome non gli porterà
nessun vantaggio», oppure sentirsi definire, quasi che lui ne fosse
in qualche modo colpevole, «il figlio di Bernardo».
Dovette
fare i conti con questo scomodo retaggio già nel 1961, quando
diventò per la prima volta consigliere comunale a Palermo nel vivo
di durissime polemiche. Ottima preparazione giuridica, esperto di
diritto civile, una materia che insegnò per un lungo periodo
all'università, Piersanti Mattarella dimostrò in fretta la sua
natura di cavallo di razza. Nel 1971, ancora una volta eletto
deputato, fu nominato assessore al bilancio. Anni che videro la
regione siciliana travolta da una catena di scandali mentre
risultavano sempre di più, anche per esplicito riconoscimento dei
partiti d'opposizione, le doti di quest'amministratore giovane e
serio pervaso dalla volontà di svecchiare le strutture più
compromesse del suo partito.
Piersanti
Mattarella non volle mai mettersi in lista nel collegio elettorale di
Castellammare, sebbene avrebbe potuto contare su un'elezione
automatica e plebiscitaria. Partecipare al comizio di chiusura della
campagna elettorale: ecco l'unica concessione che era disposto a fare
aio democristiani castellamaresi.
Scrisse
su «L'Ora» (il 9 gennaio 1980) il giornalista Marcello Cimino: «Era
per lui come un debito che voleva pagare a una tradizione dalla quale
poi non traeva alcun vantaggio diretto. Anzi. Dalla tradizione
clientelare, paternalistica e ministeriale del partito democristiano,
quale andò crescendo in Sicilia dopo il 1948 sempre più abbarbicato
al potere, Piersanti Mattarella si tenne sempre discosto.. ».
E'
un ritratto esatto. Rigoroso ma di ampie vedute Mattarella –
diventato presidente della regione Sicilia nel 1978 – si distinse
immediatamente nello sforzo di moralizzazione. Decise, accogliendo la
denuncia dell'opposizione comunista, di andare a spulciare le mille
pratiche per concessione di finanziamenti dell'assessore ai lavori
pubblici Rosario Cardillo il quale, a conclusione di quell'inchiesta,
si dimise: venne accertato infatti che sborsava miliardi sempre alle
stesse imprese, agli stessi personaggi, qualche volta anche in odor
di mafia.
Il
giorno dell'Epifania del 1980, Piersanti Mattarella venne
assassinato. Stava uscendo di casa per andare a messa. Era con moglie
e figli. Niente scorta, che sistematicamente rifiutava nei giorni
festivi. Un killer li seguì con calma. Appena il presidente della
regione si mise alla guida della sua 132, il killer si avvicinò al
finestrino e iniziò a far fuoco. Irma chiazzese, la moglie di
Piersanti, lo vide e lo supplicò di non sparare. Parole inutili.
L'esponente della Dc venne trasportato in ospedale ancora vivo. Morì
sotto lo sguardo sgomento di Sergio, il fratello, che era accorso
subito avendo udito le prime detonazioni. Identikit e supposizioni.
Polemiche per la mancata vigilanza sotto l'abitazione del capo del
governo siciliano. Profonda costernazione popolare. È morto come
Aldo Moro, dicevano tutti.
Quarant'anni di mafia, di Saverio
Lodato – Un moroteo a Palazzo D'Orleans