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04 febbraio 2022

Ite missa est

Se potessimo tassare l'ipocrisia in questo paese avremmo risolto il problema dei conti.

L'ipocrisia dei deputati che ieri hanno applaudito 55 volte Mattarella durante il suo discorso dove parlava di dignità, disuguaglianze, dei poteri fuori dalla democrazia che la condizionano dall'esterno. 

L'ipocrisia dei giornalisti che continuano a ripetere che Mattarella è stato rieletto perché era il paese che lo voleva. Perché è stato applaudito al San Carlo e alla Scala. 

L'ipocrisia di Biden, che accusa la Cina di violare i diritti umani e dall'altra parte ha chiesto l'estradizione di Assange per violazione di una legge del 1917. Perché ha raccontatomi crimini di guerra nelle guerre in Iraq e Afghanistan.

(PS: in ogni caso, finalmente un discorso politico, di livello e mi riferisco a quello fatto dal presidente Mattarella).

Comunque oggi è un altro giorno e i nostri eletti possono anche smettere di applaudire, la messa è finita.

03 febbraio 2015

I consigli del fratello

Molti non sapevano della sua esistenza, poi nei giorni scorsi "Il Fatto" ha cominciato a scrivere su di lei...
"Sono amareggiato, io non c'entro con l'attività politica di mio fratello, non ho mai interferito con certe cose, né con Sergio e prima neanche con Piersanti... Non avevano bisogno di me".

Ci racconti questa vicenda dei suoi rapporti con alcuni criminali, quelli della banda della Magliana. Come li ha conosciuti? Come è entrato in contatto con loro e come mai prese soldi in prestito da quei personaggi?

"E' una vicenda assurda di 25 anni fa. Lo stesso pm che l'aveva aperta ha chiesto poi l'archiviazione che il giudice ha controfirmato. Cosa dovrei aggiungere su una storia che non esiste da un punto di vista giudiziario?".

Potrebbe chiarire.

"Posso soltanto esprimere la mia opinione: non ha senso che veniate qui a tirare fuori una cosa come questa quando non la si conosce. Una ricostruzione fondata su niente".

Però lei dovrebbe spiegarci, al di là di come si è concluso il caso giudiziario, come e perché sono nate queste relazioni.

"Non ne voglio parlare più, gli ho creato già abbastanza problemi a Sergio con queste buttanate".
Dunque il fratello del presidente dei rapporti con Nicoletti non ne vuole parlare e chiudiamola qui (stesso discorso sulle chiacchiere sul padre). Quando di dice far chiarezza.
Consigli da dare al fratello più piccolo?"Di guardarsi dai politici, Sergio è un uomo di profondissima cultura, cosa non comune tra gli uomini politici italiani. Non mi permetterei di dargli consigli tranne uno: continui a fare quello che ha fatto sino ad ora".

Fermiamo l'antipolitica (in modo omeopatico)


Mattarella: "fermiamo l'antipolitica!" E' Presidente da un giorno e già se la prende con la Santanché, povera donna.
Quella su Spinoza è una battuta, ma il discorso di insediamento del neo presidente della Repubblica si presta a tante, troppe considerazioni buone per la satira politica.
«L’arbitro deve essere e sarà imparziale».
La metafora calcistica, per esempio: normalmente nel calcio non sono le squadre che si scelgono l'arbitro (o no?).

«La Corruzione ha raggiunto livelli inaccettabili. [..] È allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove»
La corruzione che ha raggiunto livelli inaccettabili: l'invito a Berlusconi cosa rappresenta allora? E la norma del  3% sull'evasione (per creare fondi per corrompere i funzionari pubblici)?
Bisogna incoraggiare l'azione della magistratura, allora: i magistrati chiedono norme contro la prescruzione, maggiori risorse e norme certe su confische, concussione e corruzione. Processi telematici. C'è tutto questo nel disegno di riforme PD e PDL?

«L’unità rischia di essere difficile, fragile e lontana, l’ impegno di tutti è a superare le difficoltà degli italiani. Mi impegno a confermare il patto Costituzionale che ha mantenuto il paese unito e riconosce i diritti costituzionali e il patto di unità sociale che impegna a rimuovere gli ostacoli che limitano le libertà e l’uguaglianza».
I diritti civili per dare a tutti libertà e uguaglianza: per qualcuno la libertà significa scuole private, sanità privata, servizi pubblici che costano sempre di più.
Per altri, in questa maggioranza, la parola diritti civili è quasi una parolaccia.
«I cittadini chiedono trasparenza e coerenza nelle decisioni».
I cittadini chiedono trasparenza: appunto, e il nazareno cosa c'entra?
Infine: "Crisi ha aumentato ingiustizie, Italia più libera e solidale": la crisi in Italia è frutto di tutto quello che si è detto prima. L'evasione, la corruzione, le consorterie, lo spreco di denaro pubblico. Ed è una crisi che si autoalimenta da se stessa generando sempre maggiori ingiustizie e separando istituzioni (ritenute non a torto colpevoli) e paese.

Un bel compito. Ma non sempre le cure omeopatiche funzionano.

PS: non poteva mancare il richiamo ai nostri marò ... 

02 febbraio 2015

Il moroteo a Palazzo D'orleans

Piersanti Mattarella
Non mi piacciono i giornali e i giornalisti che fanno “macchina del fango”. Ma nemmeno sopporto quei giornali e giornalisti che santificano subito, sin dal primo giorno, il politico che ascende al rango di potente di turno.
Rileggendo i titoli degli articoli usciti in questi giorni, sulla sobrietà e compostezza dell'uomo, nonché neo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi tornano in mente le stesse frasi lette su Monti.
Non c'è il loden ma c'è la panda e l'abito grigio.
Aspettiamo i primi atti del suo mandato e poi giudicheremo (sebbene l'invito a B. non sia indice di cambiamento).
Un'altra cosa non mi fa piacere: la biografia monca della sua famiglia. Il fratello Antonino assente dalle cronache (non a nulla a che vedere con la vita del presidente, ma rimane una notizia).
E il fratello Piersanti, di cui tutti ripetono “ucciso dalla mafia”, senza raccontare cosa era la mafia siciliana degli anni 70-80 e cosa la DC siciliana. Quella di Salvo Lima, Vito Ciancimino e di Bernardo Mattarella, il padre.
Piersanti aveva la volontà di recidere quel legame e forse per questo fu ucciso.
Altra amnesia collettiva dei nostri giornalisti, l'incontro successivo l'omicidio tra Andreotti e Bontade:
La commissione di Cosa Nostra, presieduta da Michele Greco, decise l’omicidio dell’on. democristiano che venne materialmente eseguito, secondo quanto rivelato dal Bontade al Mannoia, da Salvatore Federico, Francesco Davì, Antonino Rotolo, Santino Inzerillo ed altri.
Nicoletti non resse al rimorso e si uccise.
Andreotti, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, non si limitò “a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi e ad allontanarsi dagli stessi”, ma scese in Sicilia “per chiedere al Bontade conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione” nell’intento “di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sulla azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse”.
A quel secondo incontro Francesco Marino Mannoia fu presente.
«Deve venire l’onorevole Andreotti – aveva spiegato il Bontade a lui e a Salvatore Federico – e bisogna stare, dovete stare molto attenti al cancello, ed eventualmente, chiunque si presenti di altri uomini d’onore, dite di ritornare più tardi, perché non dovete fare entrare a nessuno».
Giunti a destinazione i tre trovarono Salvatore Inzerillo, Michelangelo La Barbera, Girolamo Teresi e forse Santo Inzerillo, Salvo Lima e Giuseppe Albanese, cognato di Giovanni Bontate. Con i quali attesero per circa un’ora. Quando udirono il suono di un clacson si precipitarono ad aprire il cancello e videro entrare un’Alfa Romeo blindata di colore scuro, con i vetri scuri, a bordo della quale si trovavano ambedue i cugini Salvo e l’on. Andreotti.
Al seguito vi erano altre quattro o cinque autovetture.
Una volta sceso dall’auto, Giulio Andreotti si guardò intorno per poi entrare subito all’interno della villa, come del resto lo invitavano a fare Stefano Bontate e gli altri. All’esterno, a controllare il cancello, rimasero il Marino Mannoia, il Federico e il La Barbera. «Durante questa… questa attesa – racconta il Mannoia – sentimmo chiaramente la voce alterata, diciamo, grida quasi, di Stefano Bontade, che non era nel suo stile, nel suo… nel suo modo di dare, abbiamo sentito queste grida dal Bontade».
Al termine dell’incontro, durato circa tre quarti d’ora o un’ora, Andreotti si allontanò con i cugini Salvo a bordo dell’autovettura blindata, mentre gli altri rimasero nella villa: Bontate, Inzerillo, Albanese, Lima e Teresi si soffermarono ancora un po’ a discutere tra loro, appartati.
Poi uscirono e il Mannoia rincasò insieme al Federico e al Bontate. Quest’ultimo gli raccontò che Andreotti era venuto per avere dei chiarimenti sull’omicidio di Mattarella. E che egli stesso gli aveva risposto che «in Sicilia comandiamo noi, e se non volete cancellare completamente la Dc dovete fare come diciamo noi. Altrimenti vi leviamo non solo i voti della Sicilia, ma anche quelli di Reggio Calabria e di tutta l’Italia meridionale. Potete contare soltanto sui voti del nord, dove votano tutti comunista, accettatevi questi». Aveva poi diffidato l’on. Andreotti dall’adottare interventi o leggi speciali, poiché altrimenti si sarebbero verificati altri fatti gravissimi.
In seguito all’assassinio, l’on. Franco Evangelisti chiese a Lima che cosa pensasse della cosa.
«Egli mi rispose con questa sola frase: quando si fanno dei patti vanno mantenuti».
Questo il ritratto che fa Saverio Lodato, autore del saggio “Quarant'anni di mafia” BUR , di Piersanti Mattarella, il moroteo di Palazzo D'Orleans:
Piersanti Mattarella si era liberato presto dal fardello di un'eredità difficile. Nato a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935, venne considerato all'inizio della sua giovane carriera politica il rampollo che avrebbe preso il posto del padre Bernardo, il potente democristiano – deceduto nel 1971 – che per una ventina d'anni era stato ministro di tutti i governi della Repubblica.
Ma fin dagli esordi Piersanti preferì frequentare la biblioteca comunale e i circoli dell'associazione cattolica piuttosto che i comitati elettorali dove non era difficile imbattersi nei capimafia della provincia trapanese. A suo padre, che lo scrittore Danilo Dolci, siciliano d'adozione, aveva indicato nel 1965 alla commissione antimafia cone politico legato ai boss fin dal dopoguerra, Piersanti era legato esclusivamente da affetto filiale.
Certo, lo urtavano frasi del tipo: «Quel cognome non gli porterà nessun vantaggio», oppure sentirsi definire, quasi che lui ne fosse in qualche modo colpevole, «il figlio di Bernardo».
Dovette fare i conti con questo scomodo retaggio già nel 1961, quando diventò per la prima volta consigliere comunale a Palermo nel vivo di durissime polemiche. Ottima preparazione giuridica, esperto di diritto civile, una materia che insegnò per un lungo periodo all'università, Piersanti Mattarella dimostrò in fretta la sua natura di cavallo di razza. Nel 1971, ancora una volta eletto deputato, fu nominato assessore al bilancio. Anni che videro la regione siciliana travolta da una catena di scandali mentre risultavano sempre di più, anche per esplicito riconoscimento dei partiti d'opposizione, le doti di quest'amministratore giovane e serio pervaso dalla volontà di svecchiare le strutture più compromesse del suo partito.
Piersanti Mattarella non volle mai mettersi in lista nel collegio elettorale di Castellammare, sebbene avrebbe potuto contare su un'elezione automatica e plebiscitaria. Partecipare al comizio di chiusura della campagna elettorale: ecco l'unica concessione che era disposto a fare aio democristiani castellamaresi.

Scrisse su «L'Ora» (il 9 gennaio 1980) il giornalista Marcello Cimino: «Era per lui come un debito che voleva pagare a una tradizione dalla quale poi non traeva alcun vantaggio diretto. Anzi. Dalla tradizione clientelare, paternalistica e ministeriale del partito democristiano, quale andò crescendo in Sicilia dopo il 1948 sempre più abbarbicato al potere, Piersanti Mattarella si tenne sempre discosto.. ».
E' un ritratto esatto. Rigoroso ma di ampie vedute Mattarella – diventato presidente della regione Sicilia nel 1978 – si distinse immediatamente nello sforzo di moralizzazione. Decise, accogliendo la denuncia dell'opposizione comunista, di andare a spulciare le mille pratiche per concessione di finanziamenti dell'assessore ai lavori pubblici Rosario Cardillo il quale, a conclusione di quell'inchiesta, si dimise: venne accertato infatti che sborsava miliardi sempre alle stesse imprese, agli stessi personaggi, qualche volta anche in odor di mafia.
Il giorno dell'Epifania del 1980, Piersanti Mattarella venne assassinato. Stava uscendo di casa per andare a messa. Era con moglie e figli. Niente scorta, che sistematicamente rifiutava nei giorni festivi. Un killer li seguì con calma. Appena il presidente della regione si mise alla guida della sua 132, il killer si avvicinò al finestrino e iniziò a far fuoco. Irma chiazzese, la moglie di Piersanti, lo vide e lo supplicò di non sparare. Parole inutili. L'esponente della Dc venne trasportato in ospedale ancora vivo. Morì sotto lo sguardo sgomento di Sergio, il fratello, che era accorso subito avendo udito le prime detonazioni. Identikit e supposizioni. Polemiche per la mancata vigilanza sotto l'abitazione del capo del governo siciliano. Profonda costernazione popolare. È morto come Aldo Moro, dicevano tutti.

Quarant'anni di mafia, di Saverio Lodato – Un moroteo a Palazzo D'Orleans


31 gennaio 2015

Il dodicesimo presidente

Ho seguito lo spoglio delle schede per l'elezione del presidente della Repubblica ascoltando la radiocronaca di Radio popolare.
Mattarella, S. Mattarella, onorevole Matarella .. bianca, Imposimato..
Le correnti del transatlantico hanno marcato la loro scheda, per esprimere la loro obbedienza: questa volta, diversamente da due anni fa, la disciplina di partito ha prevalso.
Il nome che Renzi ha proposto al suo partito (suo in tanti sensi) è diventato l'unico candidato: Alfanoha chinato la testa venerdì, Berlusconi ha resistito (almeno sulla carta) fino a sabato.
Ma i numeri parlano chiaro. Berlusconi non tiene il partito e lo stesso vale per Alfano: erano tutti sorridenti in aula, oggi. Le vittorie si sa sono di tutti.
Ma di certo questa elezione segna un cambiamento nei modi e nella sostanza delle istituzioni.

Una volta era il presidente della Repubblica che sceglieva il premier, oggi è avvenuto il contrario. E' il presidente del Consiglio che impone un nome alla sua maggioranza.
Presidente di una maggioranza concessa da una legge elettorale che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale. Dove sedeva fino a ieri l'attuale presidente.
A Palazzo Chigi e al Quirinale ora sono seduti esponenti cattolici provenienti dall'area popolari, ex Dc: il primo a capo del maggior partito del (dicono) centrosinistra. A guida un governo che vara riforme di destra (ricalcando quelle proposte nel passato dalla nostra destra berlusconiana) secondo un patto del nazareno.
Al Quirinale si insedierà un politico che ora è lodato da tutti ricordandone il fratello morto (non l'altro in rapporti col cassiere della Magliana) che dovrà poi firmare sull'Italicum e sulle altre riforme.

Vedremo.
Siamo alla terza repubblica?
Il partito unico di governo schiaccia le opposizioni, che pure si sono lasciate ai margini. Il M5S che pure ha ricevuto il nome di Mattarella all'ultimo, si è intestardito su Imposimato: il partito più internettiano si è rivelato il partito più ingessato. A destra Renzi si ritrova un'opposizione lepenista, in ascesa nei sondaggi (se vogliamo credergli), inconcludente nel paese.
Va dato atto a Renzi di aver fatto una mossa politicamente azzeccata, con Mattarella. Riunendo partito e un pezzo di opposizione, mettendo B. all'angolo. Altro che Amato, l'uomo che piaceva a B. e ai giovani turchi (giovani per modo di dire si intende).
Speriamo che nei prossimi mesi voglia continuare a fare il politico, il che significa anche mediare, ascoltare, rinunciare alle proprie posizioni. Trovare mediazioni.
Quello che era la DC morotea, che oggi torna in voga.
Certo, da cui a dire che è finito il nazareno, ce ne passa.   

30 gennaio 2015

Coniglio bianco in campo bianco - il nuovo presidente nell'editoriale di Travaglio

L'editoriale di Marco Travaglio sul (candidato) presidente Mattarella
Coniglio bianco in campo bianco di Marco Travaglio
 Siccome è una partita tra furbi che si credono l’uno più furbo dell’altro, nessuno può dire se la carta Mattarella sia un atto di guerra di Renzi contro B. per rompere il Nazareno, o una manfrina per consolidare il Patto ma con il coltello dalla parte del manico. Stando a quel che è accaduto ieri, si sa solo che Renzi ha detto: il Nazareno è vivo, ma comando io, quindi votiamo Mattarella al primo scrutinio.
E B. ha risposto: no, comando anch’io, dunque al primo scrutinio Mattarella non lo voto, si va a sabato, e intanto vediamo cosa mi offri in cambio. I due compari erano d’accordo per un nome condiviso (da loro, s’intende) che non si chiamasse Prodi.
A dicembre era Casini, a gennaio Amato.
Poi, anche grazie a un giornale con un pizzico di memoria storica e alle reazioni dell’opinione pubblica, Renzi ha capito quanto sia impopolare Amato, e ha virato su Mattarella. Che, sì, lasciò il governo Andreotti contro la legge Mammì con gli altri ministri della sinistra Dc. Ma questa è preistoria. Da anni il buon Sergio s’è inabissato in un mutismo impenetrabile, ai confini dell’invisibilità, che non autorizza nessuno a considerarlo né amico né nemico del Nazareno. Quel che si sa è che, pur essendo un ex Dc, non appartiene al giglio magico renziano, ma è molto ben visto dall’ex re Giorgio e dalla sottostante lobby di Sabino Cassese, di cui fanno parte i rispettivi rampolli Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella (capufficio legislativo della ministra Madia, ex fidanzata di Giulio). La solita parrocchietta di establishment romano.
  

Altro che rottamazione. Altro che il “nuovo Pertini” di “statura internazionale” promesso da Renzi. Brava persona, per carità, ma non proprio “simbolo della legalità” per comportamenti, frequentazioni e parentele. È l’ennesimo “coniglio bianco in campo bianco” (com’era chiamato anche Napolitano, prima che smentisse tutti sul Colle).
Una figura talmente sbiadita che il premier sperava mettesse d’accordo tutti: renziani e antirenziani del Pd, ma anche B. che comunque allontana definitivamente lo spettro di Prodi.

Diciamola tutta: se Renzi avesse voluto rompere il Patto del Nazareno, avrebbe candidato l’unico vero ammazza-Silvio del Pd, e cioè il Professore. Perciò sarebbe il caso che Imposimato – anche alla luce di quel che abbiamo scritto ieri e aggiungiamo oggi sulla sua carriera tutt’altro che lineare – venisse pregato dai 5Stelle di ritirarsi a vantaggio del secondo classificato alle Quirinarie. E che votassero Prodi anche Sel e la minoranza Pd, che ieri hanno incredibilmente abboccato all’amo di Renzi nella pia illusione che Mattarella segni la fine del Nazareno. A meno che B. non scelga spontaneamente il suicidio votandogli contro al quarto scrutinio di sabato, Mattarella non è affatto un candidato anti-B.. Non a caso Renzi, quando ha visto l’amico Silvio vacillare, ha consultato Confalonieri, che è subito sceso a Roma per convincere B. a restare in partita.

Se alla fine, come in tutti questi anni, fra gli umori del partito e gli interessi dell’azienda, B. sceglierà i secondi e voterà Mattarella, potrà metterci il cappello e continuare a spadroneggiare e a fare affari. Anche perché, senza i suoi voti, Renzi può (forse) eleggere il capo dello Stato grazie all’apporto straordinario dei delegati regionali (quasi tutti pd). Ma poi non può governare né far passare le sue controriforme.

Salvo follie autolesionistiche di un Caimano bollito, è probabile che i tamburi di guerra forzisti di ieri siano solo l’ultimo ricatto per alzare la posta, e siano destinati a trasformarsi nel breve volgere di 24 ore in viole del pensiero. Magari in cambio del salvacondotto fiscale del 3%, dato troppo frettolosamente per morto; o addirittura di qualche ministero tra qualche mese. Domani, comunque, tutte le carte saranno scoperte. Compresi i bluff.