Visualizzazione post con etichetta servizi segreti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta servizi segreti. Mostra tutti i post

04 aprile 2024

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo di Benedetta Tobagi

 

Introduzione

Questo saggio prende in esame la dialettica tra magistratura servizi segreti e potere esecutivo (in particolare la presidenza del Consiglio l'autorità politica a cui risponde l'intelligence) in relazione alle inchieste e ai processi per le stragi terroristiche avvenute tra il 1969 del 1980. La ricerca si concentra sul periodo compreso tra la riforma dei servizi segreti del 1977 e la metà degli anni novanta, quando l'Italia comincia a riassestarsi dopo i terremoti politici seguiti alla fine della guerra fredda e si vale di documentazione di intelligence inedita declassificata a partire dal 2014 [la direttiva Renzi].

A partire da questa prospettiva il saggio affronta due questioni più ampie che attraversano tutte le grandi democrazie contemporanee, connesse al problema della trasparenza (disclosure) e al diritto di sapere (right to know). Da una parte, le possibilità e limiti di un controllo politico, pubblico e democratico sui servizi segreti; in particolare se come si possa esercitarlo ex post, a tempo debito, attraverso la documentazione d'archivio anche al di fuori dell'ambito della giustizia penale. Dall'altra, più in generale ancora, come i limiti della trasparenza e le vaste lacune documentarie condizionino la ricostruzione storica di vicende, nel nostro caso dell'Italia repubblicana, in cui la dimensione politica si intreccia o collide con quella criminale, per riflettere su presupposti di una metodologia di ricerca che affronti in modo rigoroso anche la dimensione occulta della vita politica di un paese.

Arrivati alla fine di questo - ben documentato - saggio sui servizi segreti (in relazione al periodo tra gli anni sessanta – inizio novanta) prevale una sensazione di sconforto: le tante lacune della nostra storia moderna che riguardano in particolar modo le stragi avvenute in Italia negli anni della strategia della tensione potrebbero non venir mai colmate per l’impossibilità ad accedere agli archivi segreti custoditi, possiamo dire gelosamente, dai nostri servizi di sicurezza (e non solo loro se pensiamo agli archivi dell’Arma).

Per usare l’espressione del procuratore di Catanzaro Porcelli, uno dei magistrati del processo per la strage di Piazza Fontana, non sappiamo nemmeno quanti scheletri abbiamo nei nostri armadi.

Non è colpa dei servizi di sicurezza, dell’intelligence in sé: sono apparati dello Stato che, per costituzione (e in rispetto si spera della Costituzione) devono lavorare ai confini della legge, devono muoversi in una zona grigia tra Stato e antistato, raccogliere informazioni su possibili rischi sulla nostra sicurezza. Ma sono servizi che devono anche rispondere al principio di trasparenza, fin dove possibile, nei confronti di noi cittadini, attraverso il Parlamento e nei confronti della magistratura.

La storia recente però ci dice che non è sempre stato così: al centro della ricerca di Benedetta Tobagi ci sono quelli che sono definiti come dei veri arsenali, gli archivi dei servizi dove sono state accumulate, nel corso degli anni, le più svariate informazioni. Non sempre per fini previsti dalla loro funzione e non sempre nel rispetto dei principi della Costituzione.

Stiamo parlando dei segreti di Stato che i servizi, con l’avvallo della presidenza del Consiglio, hanno opposto nei confronti della magistratura quando quest’ultima chiedeva informazioni che potessero far luce su stragi, attentati, i tanti episodi che hanno costellato il periodo della strategia della tensione che hanno causato – tra il 1969 e il 1984 – 135 morti.

Stiamo parlando dei depistaggi, attuati da esponenti dei servizi, per bloccare, intralciare l’azione della magistratura che, ad eccezione di pochi casi, non è stata in grado di arrivare ad una sentenza di condanna sui responsabili e sui mandanti.

Stiamo parlando di episodi specifici come la velina del SID del dicembre 1969 inviata ai magistrati milanesi grazie a cui, assieme all’azione depistante dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, fu creata la falsa pista rossa sugli Anarchici responsabili della bomba di Piazza Fontana.
Stiamo parlando del depistaggio messo in atto dal Sismi (controllato dalla P2) per indirizzare i magistrati bolognesi verso la fantomatica pista internazionale dietro la bomba alla stazione del 2 agosto 1980.

Come racconta in modo chiaro l’autrice, ci sono notizie che devono rimanere riservate o segrete, ma il problema di questo paese è che ci sono anche notizie, informazioni “indicibili”, che non possono in alcun modo essere divulgate al paese.

Pensiamo alle protezione di cui hanno di fatto goduto gli stragisti neri grazie a pezzi dello Stato mentre altri pezzi dello stesso Stato cercavano le prove degli attentati.

Pensiamo anche al rapporto stato – mafia, un tema che è rimasto tabù per anni, al centro del processo passato alla cronaca come processo sulla trattativa (ma che invece parlava d’altro).

Ma oltre alle informazioni riservate e indicibili, esiste anche un altro genere di informazione raccolta e gestita in modo “sporco” dai servizi: si tratta dei dossier, legali o molto spesso illegali, su personaggi ostili alla maggioranza del momento, contro i magistrati che si permettevano di indagare (e magari di portare a processo i vertici delle istituzioni, come successo a Catanzaro).
Che fine hanno fatto questi dossier, queste notizie, spesso scandalistiche, spesso legate alla sfera intima dei vari personaggi “attenzionati”: non lo sappiamo.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i dossier del Sifar raccolti all’indomani del piano Solo, non sappiamo che fine abbiano fatto i fascicoli dell’Ufficio Affari Riservati. La pratica dei dossier non è solo memoria del passato, visto quello che si è scoperto sul Sismi di Pollari e dell’ufficio di Pio Pompa.

Come mai in Italia è successo tutto questo? I depistaggi, i comportamenti fuori dalla Costituzione e non solo fuori dalla legge benché legittimi per la difesa delle istituzioni come uno ci si aspetterebbe? I dossier con cui portare avanti le azioni di ricatto che sono state alla base della prima e della seconda repubblica?

Nonostante questo volume non abbia l’ambizione di raccontare la storia dei servizi, Benedetta Tobagi affronta il cuore oscuro di questo paese, intrecciato alla genesi della repubblica nata dai panni del regime (i vertici di magistratura, esercito, pezzi dei servizi erano in servizio sotto il fascismo) e in un mondo diviso in blocchi secondo gli accordi di Yalta.

I nostri servizi dovevano essere obbedienti alla Repubblica ma dovevano essere fedeli anche a quanto deciso oltreoceano, a Washington. E spesso tra queste due fedeltà a prevalere era la seconda.

I nostri servizi, nati come servizi militari, sono rimasti per anni senza una vera regolamentazione, sul segreto di stato, sulla trasparenza degli atti. C’è voluta la riforma del 1977 per iniziare a costituzionalizzare il mondo dell’intelligence italiana, iniziando a creare una struttura di controllo democratico, il Cesis, organo parlamentare, per togliere parte della discrezionalità e del controllo che fa capo normalmente alla presidenza del Consiglio.

Ma anche la riforma del 1977, come racconta ampiamente Benedetta Tobagi, ha mancato i suoi obiettivi: i tempi non erano maturi, la presenza del mondo in blocchi, l’ostilità della politica e quella degli “spioni”. C’è voluta una seconda riforma, quella del 2007 che ha portato alla nascita di Aise e Aisi, per formalizzare la durata del segreto di Stato.

Nonostante tutte le riforme, tutti i passi in avanti, molto rimane da fare: negli ultimi due capitoli del saggio si parla degli archivi dei servizi, al plurale, perché nemmeno sappiamo quanti siano in Italia. E nemmeno sappiamo come attingere alle informazioni in esso contenuti, nemmeno sappiamo se ancora contengono tutte le informazioni che vi erano contenute.

Esiste l’archivio Russomanno, dal nome del dirigente dell’Ufficio Affari Riservati, legato al prefetto Umberto D’Amato, dominus dei servizi del Viminale, ma non abbiamo le “chiavi” per accedere ai contenuti, perché le cartelle seguono una classificazione singolare.
Lo stesso vale per l’archivio di Gladio, la struttura italiana della rete Stay Behind, resa pubblica con una mossa a sorpresa da Andreotti nel 1990: ma è un archivio parziale, mancano molti documenti, come manca probabilmente l’elenco completo dei “gladiatori”.

L’accesso parziale, impedito dalle leggi, dalla burocrazia di Stato, dalla scomparsa colpevole di documenti importanti, rende la conoscenza della nostra storia solo parziale. Tutto questo fa gioco di quanti, potendo nascondere il passato, soprattutto le pagine più imbarazzanti, possono permettersi oggi continuare ad avere un ruolo politico. Gli eredi dei politici di ieri, dei partiti di ieri, responsabili almeno politicamente di quanto successo in Italia.

Sono gli eredi di quella “destra profonda” che, come racconta Aldo Giannuli “comprende settori della classe dirigente, del mondo economico, dalle banche all’industria e degli ambienti militari; una ‘destra profonda’ ben più estesa della sua espressione parlamentare che, come denuncia più volte Aldo Moro a partire dal 1962, una componente conservatrice e reazionaria che ha tentato di sfruttare a fondo la guerra fredda per bloccare o comunque ostacolare una più profonda democratizzazione della società”.

Ecco il perché delle bombe, dei depistaggi per addossare le colpe alla sinistra, dei dossier per ricattare politici o esponenti pubblici. Ecco il perché dei legami con la destra estrema, da Ordine Nuovo ad Avanguardia Nazionale, utili idioti della strategia della tensione.

La politica, sempre, non solo negli anni della strategia della tensione, ha usato i servizi come fosse una sua ditta privata (uso l’espressione che il direttore del Sid Miceli rivolse al ministro Tanassi a Catanzaro, riferendosi al caso Giannettini).

Chi controlla il passato controlla il futuro – sta scritto così nel romanzo di George Orwell, 1984: purtroppo in Italia rischiamo questo, in assenza di una verità storica, riconosciuta, condivisa da tutti, che il nostro passato risulti incompleto e dunque manipolabile. E che questa assenza di memoria storica condizioni ancora il nostro futuro come Repubblica democratica fondata sull’antifascismo (valore, quest’ultimo, nemmeno riconosciuto dall’attuale maggioranza di governo).

Servirebbe un ulteriore sforzo da parte della politica e una maggiore pressione dell’opinione pubblica, che non può essere più trattata come un bambino che non è in grado di comprendere. Gli archivi sono un’importante arma di potere, di condizionamento e di potenziale ricatto. Devono essere gestiti da un ente terzo, non possono essere lasciati nella discrezionalità di pochi pezzi delle istituzioni “senza un vero controllo”.

L'atteggiamento ingannevole dei servizi che abbiamo incontrato innumerevoli volte, quando ripetevano alle autorità giudiziaria di aver consegnato tutto il materiale di interesse - per essere poi regolarmente smentiti - si ripropone ora a fronte della pressione dell'opinione pubblica per i versamenti e la declassifica. Finché l'ente produttore [i servizi] mantiene pieno controllo e accesso esclusivo al proprio archivio e seleziona in autonomia cosa eventualmente versare all’Archivio Centrale dello Stato, questo vanifica ogni speranza di controllo democratico ex post da parte delle istituzioni preposte, del giornalismo investigativo e della ricerca storica.

Non saremo mai una vera Repubblica democratica e antifascista finché non riusciremo a rendere effettivo questo controllo democratico, che non ci riporti indietro ai tempi della P2, dove il potere, le nomiche, erano altrove rispetto al Parlamento.
A questo va aggiunta un’altra considerazione: oggi al governo abbiamo una destra che non solo non si dichiara antifascista ma nemmeno ha reciso del tutto i legami con la destra degli anni Settanta (a prescindere dalle sentenze della magistratura), ma che sta usando tutto il suo potere per riscrivere la storia recente del nostro paese e cancellare colpe e sentenze già passate in giudicato (come la strage alla stazione di Bologna).

Non è solo un problema degli storici, ma della nostra vita di cittadini.

Il video della presentazione del libro fatta da Claudia Moroni della Fondazione Flamigni

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


12 dicembre 2017

Piazza Fontana – 48 anni dalla strage





Era un venerdì quel 12 dicembre 1969, 48 anni fa, a Milano.
Sono passati tanti anni da quella bomba esplosa nella banca dell'Agricoltura in piazza Fontana, da quelle morti che oggi alla domanda “ma tu dov'eri quel 12 dicembre” in pochi potrebbero o saprebbero rispondere.
L'Italia è un paese senza memoria.

E anche con poco pudore e rispetto per le sue vittime: a 48 anni dalla strage, cosa ci ricordiamo della bomba nella banca dell'agricoltura? E degli altri attentati? Delle bombe scoppiate sui treni, nelle piazze, nelle stazioni? Bombe fatte scoppiare per uccidere, per creare terrore, per preparare il terreno a qualcosa di mostruoso (se possibile, ancora più dei corpi straziati).
La mano proditoria e furtiva di Caino ha sorpreso fratelli ignari e ne ha fatto strage. Ancora una volta il sangue innocente di Abele sparso a macchie enormi offende la mia diletta città.
A quest'ora grave e sacra meglio si addirebbe il silenzio ..[Dall'omelia dell'arcivescovo di Milano, nel giorno dei funerali delle vittime della strage].



Non è vero che non esiste più destra e sinistra. O che il fascismo oggi non esista (o non costituisca un problema).
In questo paese senza memoria una vera destra conservatrice non è mai esistita probabilmente. E a sinistra spesso ci si sentiva in colpa di essere di sinistra, così si è scimiottato la destra nelle sue peggiori forme.
Così rimaniamo ostaggio di vecchi slogan, di vecchi rottami di un passato che non siamo mai stato capaci di archiviare.
Se non siamo in grado di decifrare menzogne e bugie, fatte passare come verità da sorbire tutto d'un fiato.
Leggo i giornali di questi giorni e le notizie che capeggiano riguardano l'ondata neofascista e dell'ingerenza russa nelle nostre questioni politiche, dal passato referendum alle prossime elezioni.

Se avessimo memoria ci ricorderemmo dell'Italia degli anni 60, della sua democrazia ancora fragile, di un paese attraversato da spinte progressiste per cambiare le cose nel mondo del lavoro, nelle università, nella magistratura perfino nella polizia.
Di quel convegno organizzato dall'istituto Pollio all'hotel Parco dei Principi, nel 1965, dove parteciparono vertici degli stati maggiori, politici, elementi dell'estrema destra come Pino Rauti, Delle Chiaie e Merlino, dei servizi come Guido Giannettini.
È dove si pianificò la strategia della tensione: una guerra asimmetrica per contrastare l'avanzata del comunismo, questa la facciata: in realtà serviva bloccare l'avanzata delle sinistre (e di tutti quei movimenti di protesta che chiedevano riforme progressiste tese a svecchiare il paese).
Propaganda, infiltrazione e azioni terroristiche che avrebbero dovuto portare, nella testa dei movimenti neofascisti, ad un colpo di stato. In pratica al consolidamento dello status quo, impedire qualsiasi cambiamento, politico e istituzionale.

La storia della strage di Piazza Fontana, la bomba fatta scoppiare nella banca dell'Agricoltura a Milano (e le altre bombe, sui treni nell'estate del 69 e a Roma), ci riporta indietro nel tempo, ricordandoci quanto la storia a volta si ripete (forse oggi in forma di farsa).

Fanno tanto clamore, oggi, le presunte ingerenze russe, la fabbrica di fake news che avrebbe appoggiato alcune forze politiche per danneggiare il governo.
Ma ci siamo dimenticati del lavoro sporco dei servizi che, con una mano costruivano la finta pista degli anarchici, preparavano il mostro da sbattere in prima pagina (per rispondere alle paure dell'opinione pubblica che loro stessi costruivano).
Con l'altra mano nascondevano le prove alla magistratura: il SID di Maletti e Miceli (e anche i servizi americani) era a conoscenza di cosa stava preparando Ordine Nuovo a Padova da mesi, ma non fece nulla.
E lo stesso vale per i servizi americani visto che Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo, era anche una fonte della CIA (nome in codice Erodoto)..
Il SID nascose ai magistrati milanesi la pista della borsa usata per la bomba, comprata a Padova, il lotto di timer comprati a Bologna (simili a quelli che l'ordinovista Franco Freda aveva comprato, un caso..)


Il mostro Valpreda sbattuto in prima pagina, l'anarchico Pinelli (che forse meriterebbe di essere chiamato Pinelli e basta) morto in Questura per un “malore attivo”, ma in stato di fermo oltre i termini della legge.
E poi il processo spostato a Catanzaro.
E quando finalmente i magistrati arrivarono alla pista nera, ecco tornare in campo i servizi e le esfiltrazioni per mettere al sicuro i fascisti: Pozzan, il custode delle armi di Ordine Nuovo, lo stesso Giannettini (l'agente del SID di cui Andreotti e i servizi negarono l'appartenenza ai servizi) e infine di Franco Ventura, anche lui ordinovista come Freda, reo confesso di fronte al giudice D'Ambrosio di quella bomba e delle altre bombe del 1969..

Fanno ridere i sovranisti di oggi, eredi di quel passato fascista che ha insanguinato il paese, pedine di un gioco politico governato anche oltre oceano, che in nome della stabilità politica ogni tanto doveva ricordare al nostro paese da che parte stare.
Anche allora, i neofascisti erano nemici dell'Europa:
“è giunto il momento di terminare di baloccarci col fantoccio “Europa” o di fare gargarismi con la sua espressione vocale.
Con l'Europa illuministica noi non abbiamo a che fare. Con l'Europa democratica e giacobina noi non abbiamo nulla a che vedere.
Con l'Europa mercantilistica, con l'Europa del colonialismo plutocratico: nulla da spartire. Con l'Europa giudea o giudaizzata noi abbiamo solo vendette da fare.”[Regensburg – 1964, Franco Freda: ]
(Per quanto questa Europa non sia l'Europa che avevano pensato i suoi fondatori, non vi sembra di averle già sentite queste parole, queste espressioni?)

Paese a sovranità limitata.
Paese della giustizia tradita.
Oggi parliamo di fake news, di ingerenze politiche dei russi.
Ma ci siamo dimenticati dei depistaggi, delle coperture da parte dei nostri servizi dei fascisti neri, dei giornalisti a libro paga dei servizi, di Gladio e della loggia massonica e segreta P2.

Forse è l'Italia che stenta a cambiare se ancora oggi dobbiamo ancora una volta mettere nero su bianco le nostre radici antifasciste, dobbiamo difenderci da questa marea nera (lei si, sovvenzionata anche dall'estero).
Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi, un nodo al fazzoletto che noi non scioglieremo mai. Che non ci stancheremo di raccontare.
Avete vinto voi – le parole del giudice Mancuso – “ci avete sconfitti, ma sappiamo chi siete” non ci stancheremo di ripeterlo.

Spunti di lettura:
Piazza Fontana la strage senza giustizia
Una stella incoronata di buio di Benedetta Tobagi
Piazza Fontana, noi sapevamo, di Andrea Sceresini , Nicola Palma , Maria elena Scandaliato
Piazza Fontana di Francesco Barilli Matteo Fenoglio.
Il grande vecchio, di Gianni Barbacetto (primo post e secondo).
Confine di Stato, di Simone Sarasso.
La repubblica delle stragi impunite di Ferdinando Imposimato
Doppio livello di Stefania Limiti
Il segreto di piazza Fontana di Stefano Cucchiarelli
Il sangue e la celtica di Nicola Rao

Sappiamo chi siete e non dimentichiamo – Piazza Fontana 1969 - 2013

27 ottobre 2011

Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro – Aldo Giannuli

La clamorosa scoperta di un servizio segreto che riscrive la recente storia d'Italia.

Questa è la storia di un servizio informazioni che opera in Italia dalla fine della guerra e che è stato creato per volontà dell'ex capo del Sim generale Roatta.
Nota del confidente dellUfficio Affari Riservati Alberto Grisolia, del 4 aprile 1972.

Queste le prime parole di una lunga nota, dell'aprile 1972, scoperta per caso dal professore Aldo Giannuli, nel maggio del 1998, presso la direzione centrale della polizia di prevenzione (presso cui svolgeva il lavoro di consulente per la procura di Brescia).

Sono le prime righe di 4 cartelle che, per prime, iniziano a raccontare di un servizio informazioni di cui oggi si sa poco, il Noto Servizio. Le dichiarazioni di qualche componente (come Michele Ristuccia), le rivelazioni de relato (come quelle dell'ex pilota Adalberto Titta). Le interviste a persone che sanno molto della storia oscura del nostro paese: “C’era la mia P2, la Gladio di Cossiga e poi… c’era il Noto servizio”, Licio Gelli nell'intervista ad oggi.

Il lungo e ben documentatolibro di Giannuli è l'occasione per raccontare, attraverso le operazioni compiute da questo servizio informazioni, mai ufficializzato dal governo ma alle dipendenze della presidenza del Consiglio, gli ultimi 50 anni della storia italiana. La genesi della Repubblica: una genesi con qualche scheletro nell'armadio: come si può comprendere dal fatto che questo “Noto servizio” nasce dalle ceneri del Sim del generale Roatta (ritenuto responsabile della morte dei fratelli Rosselli).

Che cos'è questo Noto Servizio? Giannuli lo descrive mettendolo al centro del triangolo ai cui vertici ci sono i servizi americani, i servizi militari italiani (Sifar-Sid) e le grandi imprese. E già questo è un punto di vista totalmente inedito: mai prima d'ora avevamo sentito parlare dei servizi di intelligence delle grandi imprese (Fiat, Piaggio, Falck ..), presso cui confluirono gli ufficiali dei servizi salotini. Quale era la sua funzione, allora? Come molti degli altri servizi ufficiali, il NS aveva una funzione anticomunista, intesa non solo di contrasto all'azione di penetrazione del partito comunista dentro la macchina dello stato italiano (in previsione di un colpo di stato o di una invasione che poi non c'è mai stata).
Ma nella realtà, anche grazie al fatto che questo servizio era composto anche da civili (ne avrebbero fatto parte il giornalista senatore Pisanò, il presentatore Febo Conti, il prete francescano padre Zucca, il costruttore milanese Battaini e l'imprenditore Fulchignoni), venne usato per operazioni “sporche” che i servizi ufficiali non avrebbero potuto portare avanti.

Come le pressioni presso il partito socialista di Nenni, negli anni 60, affinché rompesse col partito comunista, per favorire un avvicinamento con la Democrazia Cristiana. Finanziamento al partito tramite il Sifar, tramite pubblicità alla Enit (Ente nazionale turismo, che aveva a capo un socialista).

Sodalizio, quello tra DC e Psi che portò al governo Moro del 1963, che venne interrotto anche dal “tintinnar di sciabole” dell'estate del 1963: il Piano Solo redatto dal generale De Lorenzo per conto del presidente Segni, in funzione anticomunista, l'accerchiamento del governo, stretto nella morsa della destra DC, di Confindustria e della Banca d'Italia.

Sono gli anni del boom economico, ma anche delle proteste di piazza degli operai, per i rinnovi contrattuali: una lotta di classe che portò, come controreazione alla creazione del “Noto programma” di contrasto al governo Moro, alla predisposizione da parte dello Stato Maggiore dell'esercito dei nuclei di guerra psicologica (“Ufficio centrale per la guerra psicologica”, che avrebbe coordinato sotto la Presidenza del Consiglio dei gruppi militari e civili per azioni non ortodosse contro il pericolo comunista).
Sarà la preparazione ai convegni organizzati dalla Nato (il primo nel 1961) sempre contro i partiti comunisti europei, e successivamente, al convegno organizzato all'Hotel parco dei Principi, dall'organizzazione Pollio nel 1965. Convegno cui parteciparono agenti del Sid (Giannettini), esponenti della destra estrema (Delle Chiaie di Avanguardia Nazionale) e anche esponenti del NS (come Giorgio Pisanò). Convegno che è considerato la base della strategia della tensione.

Nel libro sono citati gli episodi stragistici degli anni '70: la strage di Piazza Fontana, le bomba sul treno Italicus, la strage di Piazza della Loggia. E i tentativi di golpe: il golpe Borghese (derubricato a golpe da operetta dai giudici di Roma) del dicembre 1970, il golpe “bianco” organizzato da Edgardo Sogno nel 1974. E poi, l'inchiesta sulla Rosa dei venti, la bomba alla Questura di Milano, lo scandalo Sifar, e i casi Calabresi (che prima di essere ucciso stava seguendo una pista sul traffico di armi che arrivava ad un certo Gianni Nardi, membro della Fenice e probabile esponente del NS).
Tutti episodi in cui l'autore evidenzia i legami tra destra estrema, criminalità organizzata, traffico di armi e persone legate al NS.

Nel libro si parla anche di un tentativo di colpo di Stato che sarebbe stato tentato (o almeno organizzato) dalle forze militari nel 1947, nei mesi in cui il governo De Gasperi aveva al suo interno anche i comunisti. E questo creava una certa diffidenza, per la DC, da parte dei militari: sono i mesi di Portella della Ginestra e della successiva uscita del PCI dall'esecutivo.

Ma l'operato di questo servizio “fluido” poteva agire anche per vie più sottili e subdole: la campagna stampa contro il segretario del PSI Mancini, portata avanti dal giornalista del Candido, il senatore Pisanò, con articoli che parlavano di tangenti all'Anas, in cui si usavano intercettazioni illegali.

Il caso Moro (e l'antefatto della fuga di Kappler).
Dopo anni in cui il NS era rimasto “in sonno” (per la nota di Grisolia del 1972, per le indagini della magistratura che piano piano si stavano avvicinando a questo servizio ..), questo rientra pienamente in scena col l'episodio della fuga del colonnello Kappler dall'ospedale del Celio, il 15 agosto del 1977.
Fuga favorita personalmente da Titta, che accompagnò il militare alla frontiera a Bolzano.
Per favorire un prestito della Germania all'Italia, si disse poi. Ma erano anche i mesi in cui si stava discutendo della riforma dei servizi e delle nuove nomine dei generali agli stati maggiori: uno dei candidati si suicidò in modo strano (il generale Anzà).
La parte più importante del libro riguarda però il rapimento di Aldo Moro e la trattativa (o non trattativa) per la sua liberazione.
Operazione in cui si vede ancora la mano del NS: per i contatti di Titta per infiltrare i brigatisti; per il tentativo di padre Zucca di aprire una trattativa privata a Milano.
Ma Giannuli ricorda anche un episodio poco noto avvenuto l'anno precedente: il rapimento da parte di una banda di ragazzotti del figlio del senatore De Martino (PSI): un modo per metterlo fuori gioco dalla corsa per il Quirinale (anche Moro era candidato alla presidenza della Repubblica)?

Forse si voleva mettere fuori gioco lo stesso Moro, in favore di un altro candidato (Andreotti?), screditandone l'immagine. Di certo, come ha raccontato lo stesso Steve Pieczenik nelle sue memorie, l'obiettivo del comitato strategico non fu la liberazione dell'ostaggio, anche mettendo in piedi una falsa trattativa coi rapitori per prendere tempo.
No, Moro andava screditato e non poteva uscire vivo da questa vicenda: non perchè stesse rivelando informazioni sulla sicurezza nazionali alle Br, ma perchè stava parlando molto probabilmente stava raccontando degli scheletri dell'armadio del suo partito (la strategia della tensione, Piazza Fontana, lo scandalo Sifar, le tangenti con la Libia per il petrolio, i vari scandali di cui si accennava sui giornali). Questo poteva mettere in pericolo gli equilibri politici nel paese sia per la DC, sia per il partito comunista che si apprestava a sostenere un governo di solidarietà nazionale.

Inutile raccontare dei falsi comunicati (il numero 7 che parlava ), del covo di via Gradoli, della stranezza dell'agguato in via Fani dove una sola arma sparò 49 dei 91 colpi, degli allarmi lanciati ma non raccolti (un detenuto nel carcere di Matera), dello strano omicidio (esecuzione) di Fausto e Iaio, che abitavano a Milano vicino al covo di via Montenevoso (e che stavano seguendo una pista sul traffico di droga nel quartiere che portava a Cichellero, del NS) .. tutti episodi raccontati anche da Imposimato e Provvisionato in “Doveva morire”.

Giannuli si concentra sull'importanza del memoriale e degli altri scritti di Moro: ad un certo punto sembra che ci siano stati due ostaggi. Il primo era Moro, che una volta liberato sarebbe diventato una mina vagante per il suo partito. E il suo memoriale.
Il fatto che il primo sia morto e che il secondo, a differenza di quanto scrivevano nei loro comunicati le stesse Br, non è mai stato reso pubblico (se non dopo la scoperta del covo in via Montenevoso, ma era una versione parziale), la dice lunga su quanto ancora ci sia da capire su questo snodo della storia italiana recente.
Forse il loro silenzio è stato pagato con una sorta di amnistia “de facto” (molti degli ex, sono oggi in semilibertà o liberi)? Chiunque si sia avvicinato al memoriale (e alla trattativa tra stato e criminalità), ha fatto una brutta fine: Dalla Chiesa, Pecorelli, Chicchiarelli, Bontade, Franco Giuseppucci (Er Negro della Banda della Magliana), Antonio Varisco ...

Le domande di Giannuli alle ex Br.
Il libro si conclude con le 18 domande a Mario Moretti a agli ex altri dirigenti delle Br:
In una di queste, l'autore chiede quando e perchè le Br scelsero poi di non rendere pubblici i manoscritti originali. Perchè non furono usati la versione ufficiale, per smentire la notizia del ritrovamento parziale, pubblicando quanto era in loro possesso?

Infine, una lunga considerazione sulla classe dirigente italiana, che proprio sull'assenza di memoria storica e sulla sua opacità basa il proprio potere: personaggi come Giulio Andreotti: «Il Noto servizio - scrive Giannuli - fu uno degli strumenti della sua azione politica».
Finchè in Italia succederà questo, dobbiamo aspettarci altri servizi occulti, nascosti tra le pieghe dello stato, dei servizi ufficiali, delle forze di polizie e della grande imprenditoria.

“Forse il Noto Servizio, più che una vera a propria organizzazione, fu solo una funzione esterna del Servizio militare, una sorta di ombra inseparabile dal corpo che la proiettava. E se in futuro saltasse fuori una Aise parallela o una SuperAisi, la cosa non ci stupirebbe affatto.” pagina 384

Il blog dell'autore Aldo Giannuli, l'indice dei capitoli.

Il capitolo “Il colpo del gobbo” (mancavano 4 mesi, diceva Gelli, per concludere il disegno ...)
La scheda sul sito di Marco Tropea editore.
Il libro di Stefania Limiti "L'Anello della repubblica".
La presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano.
Il link per ordinare il link su internetbookshop.
Technorati:

30 settembre 2011

Il noto servizio - la presentazione del libro a Milano



Che cosa è stato il Noto servizio, quel servizio composto da personale civile e militare che così viene chiamato nei verbali della polizia?
Che ruolo ha avuto nella storia del nostro paese (anche politicamente)?
Lo hanno raccontato ieri sera per la presentazione del libro “Il Noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” alla Feltrinelli di Milano, l'autore nonchè professore (e consulente per le procure) Aldo Giannuli, il politologo Giorgio Galli e il giornalista (nonchè conoscitore del mondo della criminalità organizzata) Piero Colaprico.

Nel suo intervento, Galli ne ha ricostruito la storia: Noto servizio o Anello (come lo ebbe a definire una volta Adalberto Titta parlando della riforma dei servizi "noi vecchi dobbiamo esserne l'anello") nato dal Sim del generale Roatta (ex capo di stato maggiore dell'esercito e responsabile della mancata protezione di Roma dopo l'8 settembre).
Come molti altri servizi dello stato, era nato in funzione anticomunista, in previsione di una ipotetica invasione dall'est, dal nord est così vicino ai comunisti di Tito.
Una struttura alle dipendenze della presidenza del Consiglio, senza organigramma e i cui membri prendevano uno stipendio direttamente dall'esecutivo (come una forma di pensione) che all'epoca (anni 60) si aggirava sul milione e mezzo di lire.
Un'invasione che non ci fu mai, come mai il PCI di Togliatti pensò di prendere il potere con le armi (almeno questa la linea ufficiale).

Nel corso della sua storia, il "Noto servizio" o Anello incrociò quella delle stragi negli anni '70, golpisti veri o presunti (il comandante Borghese ed Edgardo Sogno per il golpe dell'immacolata e per il Golpe bianco). 
In particolare sono tre gli episodi in cui è certo l'operato di questa struttura: la figa di Kappler dall'ospedale del Celio, il rapimento di Aldo Moro e quello dell'assessore Ciro Cirillo.
Nel libro sono documentati i legami col Mar di Fumagalli, i legami con le strutture di intelligence della borghesia industriale del nord (come quella dell'industriale Pirelli).

Aldo Giannuli, nella seconda parte della presentazione, ha spiegato bene in cosa consisteva la funzione "anticomunista" del servizio: la paura non era solo del golpe comunista. Faceva paura ad un certo establishment politico-industriale l'influenza del PCI e del sindacato nelle fabbriche, per le rivendicazioni che questi portavano avanti in termini di salari e diritti.

Cosa era il Noto Servizio: era una costola dei servizi militari, fuori dall'organigramma ufficiale, usata per i lavori sporchi che ufficialmente lo stato non poteva fare.
Come tenere i rapporti con i rapitori di Cirillo e la Camorra di Cutolo.
Come fare campagne stampa per screditare politici e forzare certi passaggi politici: la scissione del PSI nel 1966 (per favorire una politica di centrosinistra con la DC); la campagna scandalistica portata avanti dal Candido di Pisanò contro il segretario del Psi Mancini, nel 1972.
E poi c'è la storia del rapimento di Aldo Moro.
Fautore del compromesso storico, l'accesso del PCI al governo, unico candidato alla presidenza della Repubblica (dopo la brutta storia del rapimento del figlio del socialista De Martino l'anno precedente).

Una storia, quella del suo rapimento, la strage in via Fani (col killer che freddò la scorta con anche il colpo alla nuca), la detenzione e il memoriale, che ancora oggi è piena di buchi.
Una storia che ha anche legami con Milano (dove il Noto Servizio aveva sede): il memoriale di Moro fu trovato qui a Milano in via Montenevoso.
Memoriale che doveva essere, così diceva il comunicato delle Br, a tutti i militanti e che invece sparì.
Memoriale attorno a cui ci sono state troppe morti: Dalla Chiesa, Chicchiarelli, Galvaligi, Pecorelli ...
Memoriale che, come Moro, doveva sparire: perchè le Br potevano ricattare il potere, con quelle storie. Gli scandali della DC, gli accordi internazionali ambigui, le stragi di stato di cui sicuramente Moro (e Andreotti) sapeva.
Moro doveva morire, per il bene di quel potere politico. Perchè il PCI non avrebbe potuto appoggiare quel partito, se fossero uscite le rivelazioni.

I capi delle Br, i responsabili del massacro di via Fani, pagarono con quel prezzo la loro breve prigionia (e la fine del carcere dopo nemmeno 20 anni, per molti)?
C'è ancora molto da scoprire sulla nostra storia, e libri come questo, così dettagliati per il lavoro capillare fatto da Giannuli negli archivi e nelle carte, possono aiutare.

La scheda:
La sicurezza e l'ordine, in Italia, sono state spesso il frutto di trame oscure: i protagonisti politici della Prima Repubblica hanno salvaguardato il bene supremo dello Stato in continuità con il fascismo e sotto il controllo degli americani, affidandosi a una messe di personaggi senza scrupoli, una folla livida che ha agito nell'ombra, nel disprezzo della volontà popolare.
Questo libro fornisce un contributo importante nella difficile ricostruzione di una verità (combattuta, lacerata, incompleta) sulla storia politica e giudiziaria del nostro paese, rivelando l'esistenza di un servizio segreto clandestino nato negli anni della guerra e poi sopravvissuto, con varie trasformazioni, fino agli anni Ottanta.
Questo servizio ebbe come suo referente politico Giulio Andreotti, con la cui parabola politica si è intrecciato strettamente. È il Noto servizio, altrimenti conosciuto come "Anello", che ricorre nelle pagine più nere della storia d'Italia, dal golpe di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, dalla strage di piazza Fontana a quella di piazza della Loggia, fino al caso Moro, del quale l'autore offre una lettura del tutto inedita, egualmente distante dalla dietrologia e dall'accettazione delle "verità di Stato".


Il link per ordinare il libro su ibs.
Il libro sul Noto Servizio di Stefania Limiti "L'anello della Repubblica".

13 settembre 2011

Le mani inglesi sull'Italia


C'è ancora spazio per la ricerca da parte degli storici, dentro gli archivi dei servizi (come quelli degli archivi di Stato britannici di Kew Garden), sulle carte desecretate dei governi (presunti) alleati, per comprendere meglio cosa è successo in Italia, nella storia recente.

Lo dicono chiaramente gli autori de Il golpe inglese, Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, nell'introduzione: dai cablogrammi, lettere, informative, analisi dell'intelligence che permettono di ricostruire un “golpe”, un colpo di stato durato mezzo secolo “il tentativo complesso e multiforme, per la durata e le tecniche utilizzate, attuate da una nazione straniera, la Gran Bretagna, per condizionare la politica interna ed estera di un altro paese. Con l'obiettivo di trasformarlo in una sorta di protettorato, una base da cui favorire e proteggere le proprie rotte commerciali, a cominciare dalla più strategica: quella petrolifera.” Nel libro si affrontano diversi episodi della nostra storia, dal delitto Giacomo Matteotti nel 1924 al rapimento di Aldo Moro nel 1978. Ma anche prima, iniziano le manovre di condizionamento: Benito Mussolini sarebbe “una creatura inglese a partire dal 1917”: ex leader socialista improvvisamente sposa la causa interventista a fianco dell'alleanza. Mussolini e l'amicizia con Churchill, Mussolini e il carteggio.

Matteotti sarebbe stato ucciso perchè aveva intenzione di rivelare in Parlamento delle tangenti pagate dagli americani della Standard Oil e la convenzione che il governo firmò con la Sinclair Oil (legata alla Standard Oil) che avrebbe leso gli interessi britannici.
Aldo Moro, come Enrico Mattei prima, avevano la colpa di voler portare avanti una politica, anche energetica, indipendente dalla dottrina Churchill: apertura ai paesi arabi, indipendenza energetica del paese, rilancio dell'industria del paese.
In mezzo, decenni di trame nascoste per condizionare la politica del paese: i legami con Edgardo Sogno per entrare in contatto con ex repubblichini come il comandante Borghese (da riutilizzare in chiave anticomunista).

Dalla scheda del libro:
Da quelle carte emerge con chiarezza che non è Washington a ordire piani eversivi per l'Italia, come si è sempre creduto, ma soprattutto Londra, che non vuol perdere il controllo delle rotte petrolifere e contrasta la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani. Il petrolio però non è il solo problema. Per gli inglesi anche i comunisti sono un'ossessione. Tanto da contrastarli con ogni mezzo. Persino arruolando schiere di GIORNALISTI, INTELLETTUALI E POLITICI per orientare l'opinione pubblica e il voto degli italiani. Un apposito dipartimento del Foreign Office lavora a questo obiettivo, affiancato da vecchi amici dei servizi britannici come l'ex partigiano monarchico Edgardo SOGNO e l'ex comandante repubblichino della Decima Mas Junio Valerio BORGHESE. Finché si arriva al 1976, l'anno che apre al Pci le porte del governo. A Londra progettano un GOLPE. Ma l'ipotesi viene alla fine scartata a favore di un'altra "azione sovversiva". Si scatena così un'ondata terroristica che culmina nell'assassinio di Aldo Moro.
Pretesti di lettura:

"È interesse della Gran Bretagna fermare l'avanzata comunista in Italia con ogni mezzo a nostra disposizione."
Martin Morland (Ird, Roma), 28 aprile 1976.

"La linea morotea è pericolosa perché considera irreversibile la crescita del Pci. Moro cammina su un terreno scivoloso."
Il senatore democristiano Donat-Cattin all'ambasciatore inglese Sir Guy Millard, 17 settembre 1975.

"L'Eni sta diventando una crescente minaccia per gli interessi britannici."
Documento del ministero dell'Energia britannico, 15 agosto 1962.

"I russi e i comunisti italiani sono probabilmente al corrente della propaganda che promuoviamo, ma ciò non significa che sappiano che esista un dipartimento al Foreign Office che si occupa di queste attività."
Informativa dell'Information Research Department (Ird) del Foreign Office di Londra relativa alla produzione e pubblicazione di saggi, articoli e attività culturali per orientare l'opinione pubblica italiana, 1° aprile 1952.

"Gli inglesi contano sulla presunta instabilità governativa per affermare la loro egemonia... e si oppongono alla ripresa produttiva delle industrie."
Mario Scelba, futuro primo ministro italiano, 1945

"È di primaria importanza evitare il processo e l'esecuzione di Borghese da parte degli italiani... Il soggetto è di grande interesse per le nostre attività di lungo periodo."
Il capitano Angleton (Office of Strategic Services) circa il trattamento da riservare a Junio Valerio Borghese dopo la Liberazione, 6 novembre 1945.

"Ieri sera abbiamo incontrato Adriano Olivetti, proprietario dell'omonima ditta di macchine da scrivere. Egli afferma di poter organizzare in Italia un'opposizione in grado di rovesciare il regime fascista."
Rapporto dello Special Operations Executive (Soe) di Berna, 15 giugno 1943. Il piano di Olivetti sarà ritenuto poi in conflitto con la strategia degli Alleati e gli interessi inglesi.

"I principi e le regole della democrazia sono estranei alla natura del popolo italiano, che non si interessa di politica ... la gran massa degli italiani è individualista ... Mussolini aveva ragione a dire che gli italiani sono sempre stati povera gente."
D'Arcy Osborne, ambasciatore britannico presso la Santa sede, novembre 1943.

"I nostri piani prevedono la conquista assoluta dell'Italia."
Documento del governo inglese, 1943.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.

18 gennaio 2010

Come funzionano i servizi - la fine del cono d'ombra?

Le ultime pagine del libro di Aldo Giannuli Come funzionano i servizi segreti .
Come evolverà il rapporto tra democrazie (ovvero i nuclei cesarei del potere) e potere di condizionamento dei servizi di intelligence?

I caratteri di globalità e asimmetricità e clandestinità che va assumendo il conflitto determinano una condizione in cui è difficile, se non impossibile, distinguere tra stato di pace e stato di guerra, quantomeno da un punto di vista sostanziale.
Cessa la distinzione fra guerra-azione e guerra-stato, anzi resta solo il primo dei due termini mentre l'altro si dilegua.
Degli anni cinquanta fino agli anni ottanta, tale situazione era definita "guerra a bassa intensità", ma, allo stato di cose attuale, questa definizione è ancora attuabile?
Il rischio delle attuali tendenze è che, paradossalmente, i servizi di informazione e sicurezza diventino la principale ragione di insicurezza dell'ordine internazionale. D'altra parte, una pura e semplice abolizione dei servizi, tornando allo status quo ante alla Prima Guerra Mondiale non è pensabile, quantomeno in un tempo politicamente prevedibile.
Se uno stato dovesse deciderlo unilateralmente sarebbe rapidamente travolto. D'altra parte è illusorio pensare a una decisione simultanea e generalizzata , e più ancora lo è pensare che il potere politico possa realmente tenere a freno la tendenza dei rispettivi servizi a rispondere colpo su colpo, alimentando la spirale che che sembra già iniziata.

Una situazione del genere esige una profonda rigenerazione degli organismi internazionali e un loro ruolo di controllo e condizionamento ben più efficace di quello attuale. Richiede una revisione degli assetti istituzionali e un ripensamento dei meccanismi di controllo sui servizi; forse anche una diversa formazione dei suoi operatori che valorizzi adeguatamente la componente etica ma senza attendersi miracoli che la morale non ha mai fatto.
Occorre soprattutto che la politica cambi passo e che i governanti accettino di misurarsi sul terreno dei cambiamenti epocali in atto, sottraendo all'intelligence la dimensione della decisione di lungo periodo e riappropriandosene.
Quello che, d'altra parte, impone un doverso atteggiamento dell'elettorato, che sia fondato sulla consapevolezza dei reali interessi della comunità nazionale. Ciò esige la nascita di una cultura politica di massa molto più attenta alla sfera dell'intelligence e delle sue peculiari dinamiche. E forse quella potrebbe essere la misura di controllo più efficace.
[..]
Oltre due secoli fa, la storia nacque come scienza repubblicana che riportava in terra le radici di un potere che si pretendeva divino. Oggi si avverte l'esigenza di una snuova storiografia repubblicana che torni ad affrontare la sua lama nella critica del potere esistente e dei suoi processi storici che lo hanno prodotto.


Come funzionano i servizi, Aldo Giannuli, pagine 337-338.

Il sito di Aldo Giannuli
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
La scheda del libro sul sito della casa editrice "Ponte delle Grazie"
Technorati:

17 gennaio 2010

Come funzionano i servizi segreti di Aldo Giannuli

Spunto per la stesura di questo saggio sul funzionamento dei servizi di sicurezza o di intelligence, è la tesi per cui, nei libri di storia moderna viene spesso sottovalutato o omesso il ruolo dei servizi. Come mai storici e politologi non hanno approfondito il contributo di questi nelle vicende sia del nostro paese?
La loro presenza aleggia nella storia del nostro paese in molto episodi dove spesso ci si riferisce a loro come “servizi deviati”. Deviati rispetto all'operato democratico e rispettoso della Costituzione che hanno gli altri corpi di polizia dello stato.
Eppure, come segnala Giannuli, storico anch'esso che si è occupato per lavoro sui tanti “misteri d'Italia”, poco sappiamo dell'organizzazione della nostra intelligence, come lavora, quali i suoi compiti, quali le metodologie adottate, quali gli ambiti in cui opera.
Questo libro colma questa lacuna affrontando il mondo dei servizi segreti: il mito della spia bella e tenebrosa, alla James Bond (con cui spesso identifichiamo i suoi agenti) è ben lontano dalla realtà. Gli agenti con compiti “operativi”, che ne costituiscono solo una parte, son ben lontano dal candidato ideale, che deve essere bensì una persona comune, capace di affrontare una conversazione senza passare nell'occhio.

Il libro è diviso in due parti: nella prima si esamina il funzionamento dei servizi. Si parte da brevi cenni storiografici su questa professione (che sembra abbastanza antica quanto quella delle prostitute, con tutto il rispetto): le spie dei regni europei (Francia e Prussia); il ruolo degli agenti durante il secolo passato, per azioni di spionaggio industriale, propaganda.
Le guerre che si sono trasformate in guerriglie (con i partigiani durante la seconda guerra mondiale, contro i Vietcong, in Algeria) spingendo così nell'importanza di avere un sistema nascosto in grado di infilarsi dietro le linee del nemico per prevederne le mosse.
Infine la “guerra fredda”, una guerra combattuta non fra eserciti, ma giocando sull'equilibrio fragile del mondo diviso in due da Yalta.
Tanto più, nel corso degli anni le guerre si sono trasformate in guerriglie, le battaglie in rivoluzioni, colpi di stato, attentati (dietro cui spesso si è celato il ruolo di una potenza avversaria, si pensi al caso di Trujillo).
Tanto più le democrazie sono passate dagli atti di guerra ufficiali allo spionaggio industriale e all'intossicazione informtiva per indebolire lo stato nemico, tanto più il ruolo dell'intelligence è diventato via via più strategico.
Successivamente il libro entra nel dettaglio del lavoro dei servizi: la raccolta delle informazioni, le fonti aperte e le fonti chiuse; le varie forme di segreti di Stato, il controllo dei flussi informativi.
Giannuli è molto chiaro nel sostenere come non abbia senso parlare di servizi deviati: per i compiti che devono svolgere, gli strumenti a disposizione e le deroghe rispetto al diritto, i servizi sono per loro natura deviati, perchè programmaticamente istituiti per deviare dall'azione legale.
Altrimenti sarebbero sufficienti, per la sicurezza del paese, le normali forze di polizia.
E questo vale putroppo anche per le intelligence non statali, come i servizi di sicurezza delle aziende private, ma che operano in ambiti sensibili, come quello delle Telecomunicazioni.
Ma chi sono gli agenti: partiamo dagli informatori, classificati in base alla loro importanza e affidabilità; gli agenti doppi; quelli addetti alla raccolta e alla classificazione dell'informazione (da usare subito, o da tenere in un archivio pronta all'uso).
Infine gli agenti dedicati alla disinformazione: quella di massa, quella mirata contro una piccola comunità, il depistaggio industriale (vedi quanto successo nel caso Ustica).
Infine gli agenti operativi, destinati ad operazioni di spionaggio e anche paramilitari; destinati a fare opera di ingerenza ai consiglieri dell'avversario.

La seconda parte del libro, è probabilmente la più articolata e complessa da digerire. Come operano oggi i servizi segreti?
Se il loro compito è permettere al loro paese di prendere le decisioni migliori (migliori non per il paese, ma per il gruppo dirigente che lo governa, il paese) in politica interna e in politica internazionale, queste sono rese difficili da due ordini di problemi.
La complessità nel prevedere scenari futuri (assumere decisioni in situazioni di ignoranza).
La complessità nell'analizzare e comprendere un mondo destinato a cambiamento sempre più repentini (cambiamenti politici, sociali e anche climatici), un mondo spesso sconosciuto. Si pensi alla nostra ignoranza del mondo arabo, prima dell'11 settembre. E alla nostra poca conoscenza del mondo cinese, diventata potenza economica mondiale.

Giannuli analizza il ruolo nello scacchiere mondiale, dell'Europa, della Cina, degli USA e del mondo islamico.
La pirateria nell'evo moderno: non solo quella sui mari, ma anche quella informatica; il suo ruolo nelle guerriglie moderne.

Il ruolo dei servizi è destinato a diventare sempre più critico negli anni a venire:
Quindi i nuovi tipi di guerra e le nuove sfide. Molta attenzione è dedicata al tema della guerra economica ed alla convergenza fra i servizi segreti statali e quelli privati delle multinazionali nel mondo dell’ipercapitalismo finanziario, quindi alla trasformazione dell’idea stessa di guerra che non è più riducibile al solo aspetto militare. Gli studi strategici, ormai intrecciano senza soluzione di continuità i dati militari con quelli politici, economici, sociali, finanziari, tecnologici ecc. e prendono in considerazione modelli operativi che mescolano indifferentemente i vari piani (dall’uso del terrorismo alle manovre di destabilizzazione finanziaria, dall’appoggio alla criminalità ed alla pirateria all’aggressione batteriologica o informatica) secondo le dottrine della “guerra
asimmetrica”.


Una considerazione finale.
Giannuli non lo affronta il tema, i servizi italiani e gli scandali emersi dalle cronache giudiziarie di questi anni, ma al termine della lettura, non si può non pensare a quanto si è letto sui vari Pollari e Pio Pompa, sui rapporti tra Mancini (il dirigente del Sismi) e Tavaroli (il direttore della Security di Telecom). Ovvero all'intelligence adoperata come mano “occulta” dell'esecutivo.

Non possiamo pretendere, per il loro lavoro, la completa trasparenza ai servizi. Né possiamo, in un mondo non ideale come quello in cui oggi viviamo, farne a meno.
Possiamo solo sperare di poterci fidare ciecamente, quello sì, dei nostri governanti, e da loro possiamo e dobbiamo pretendere una vera trasparenza.
Perchè temo, più che la deviazione istituzionale dei servizi, la deviazione istituzionale del mondo politico che oggi (non solo in Italia), pare stia assorbendo molte delle tecniche, viste nel libro, di spionaggio.

Il sito di Aldo Giannuli
Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
La scheda del libro sul sito della casa editrice "Ponte delle Grazie"
Technorati: