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15 ottobre 2017

La passione per il delitto - Anime nere, di Gioacchino Criaco



Sabato pomeriggio a Erba si inaugurava la sedicesima edizione della rassegna letteraria “La passione per il delitto”: il clou saranno le presentazioni di oggi, che cominceranno alle 13.30 e termineranno con la cena a base di risotto giallo preparato dalla chef Federica Camperi.
Ieri pomeriggio Gioacchino Criaco presentava il suo libro “Anime nere” Rubbettino editore: presentavano i giornalisti Paolo Moretti e Piero Colaprico.
Ha insistito per essere presente anche Roberto Rallo, avvocato difensore di Pino Neri, accusato di essere uno dei fondatori della Lombardia, costola regionale della ndrangheta, assieme a Carmine Novella.
Ma avvocato anche di un imprenditore comasco che ha denunciato un'estorsione di tipo mafioso.

La forza di Anime nere (da cui il regista Francesco Munzi ha tratto un film), sta nella capacità di raccontare il mondo della ndrangheta dal di dentro e dei suoi fiancheggiatori.
Ma quanto sappiamo noi della ndragheta? Quanto è veritiera la narrazione su questa realtà criminale?

Criaco: l'autore ha voluto iniziare da lontano, partendo dal 2010 quando scoppiò una bomba in procura. Per il Sole 24 Criaco scrisse un articolo dove immaginava quello che cosa sarebbe successo poi. L'indignazione, il mobilitarsi delle associazioni antimafia, le indagini e qualche arresto e poi il silenzio.
Per capire chi è il colpevole (delle bombe) bisogna stare al motto “aspromontano”: a chi giova un fatto e non bisogna fermarsi alle apparenze.

Allo stesso modo, quando arrivò il nuovo procuratore capo a Reggio, Cafiero De Raho scrisse un articolo “Dottor De Raho stia attento alle persone con cui prende un caffè”.
Perché anni dopo si scoprì che molti dei rappresentanti antimafia in Calabria sono finiti in un calderone giudiziario, i cattivi erano diventati vittime e i buoni carnefici.

Nulla è come sembra – dice Criaco: le avevo spiegate anni fa queste cose, pensare di capire tutto in pochi mesi (quando ci si insedia in una procura, o in un altro ufficio dello Stato), è impossibile.
Chi viene in Calabria si rapporta con le istituzioni pubbliche e con quelle private, e sono persone che hanno interesse a rappresentare una verità di parte: la verità che ci raccontano è spesso una balla, meglio stare attenti.

Colaprico: in Sicilia, nella storia della lotta alla mafia, si parla della stagione dei veleni, delle lettere anonime, del corvo. C'è sempre stata una componente intellettuale volta al male, per fiancheggiare il male: in Calabria la situazione è più complessa.
In Calabria non c'è stata una stagione dei veleni: l'impressione dall'esterno è di una ndrangheta granitica, la comunità esterna non ha capito o non ha potuto capire cosa stava facendo la ndrangheta.
C'è un passato millenario dietro questo fenomeno: una volta parlavi con altri cronisti per comprendere quello che succedeva nel territorio.
Oggi la tendenza è tenere i giornalisti chiusi nelle redazioni, si pensa che tutte le informazioni siano a portata di click e si pensa anche che tutte le persone dell'antimafia siano credibili.
In questa trappola cadono tutti, giornalisti, politici e anche l'opinione pubblica.
Non per collusione, solo per ignoranza: i giornalisti hanno perso il controllo del territorio, non parlando più con l'avvocato, col maresciallo, con quel giornalista che sembra sapere le cose, come accadeva una volta alle udienze.

Per capire la credibilità delle persone si devono allora osservare gli effetti delle azioni: che fine hanno fatto gli arresti di quel poliziotto, che fine hanno fatto i cento processi aperti dal magistrato?
Una volta era più facile capire davvero cosa era mafia e cosa no: oggi è più complesso, il criminale è meno stupido.
Il criminale lavora bene a fianco dei beni confiscati, entrando nel mondo delle associazioni antimafia.
C'è una altro problema: al nord ci sono poteri ben definiti, la chiesa, gli industriali, l'informazione, la magistratura. C'è una linea di pulizia tra stato e antistato che dobbiamo tenerci stretta: rispetto al sud, abbiamo ancora un po' di garanzia per cui se ci rivolgiamo alle persone giuste possono stroncare le mafie.
A Calabria e al sud dobbiamo capire bene con chi stiamo andando a parlare.

Questo spiega perché i grandi investimenti mondiali arrivano al nord e non al sud.

Rallo: pochi scrittori sono capaci di raccontare una realtà come Criaco. Ha voluto citare un pezzo del racconto di Criaco, “La memoria del lupo” inserito nella raccolta “L'agenda ritrovata”. Un carabiniere ritorna dopo tanti anni nel suo paese, in Aspromonte: in stazione, un tassista lo porta a casa

A chi appartenete?
Sono un carabiniere.
Un carabiniere di Africo ..”.

Il pregiudizio era che uno di Africo doveva appartenere a qualche famiglia e, se è rimasto fuori per 30 anni è perché era in galera...
Per capire la Calabria bisogna conoscerne la sua storia: come la storia dei tre cavalieri leggendari, Osso Castrosso e Carcagnosso; la storia della pungitura con cui si realizza l'adesione all'associazione, senza questo non si capisce cosa scrive Criaco.
Ma nel libro c'è anche un'analisi sociologica: in “Anime nere” si racconta di come, attraverso la ndrangheta e l'affiliazione ndranghetista, il re Borbone voleva fare controllo del territorio in Aspromonte.

Questo lo spiega Criaco che ci fa capire cosa sta dietro la ndrangheta, perché bisogna stare attenti a chi si sta parlando, a chi ci si sta rivolgendo.
Dobbiamo conoscere la nostra realtà con attenzione, senza pregiudizi, comprendere ciò che è criminalità organizzata da criminalità normale. Se sbagliamo e diciamo che tutto e mafia, impediamo un riscatto, di vedere una via d'uscita.
Uno strumento utile è avere una buona lettura come quella di Criaco.

L'avvocato è tornato al caso dell'imprenditore comasco che, volendo denunciare la sua situazione di ricatto, non trovava un interlocutore credibile per denunciare un altro imprenditore: come faccio a denunciarlo se poi tutti i poliziotti vanno da lui a cambiarsi le gomme?

La credibilità dello stato in Calabria.
Criaco: in Calabria c'è un sentimento anti-statale, non ci si è mai sentiti parte di questa nazione.
In questa regione coesistono diverse Calabrie diverse, il reggino, la locride, la zona ionica, che hanno subito diverse dominazioni nei secoli.
Il passato è ancora presente, nei tanti dialetti diversi, zona per zona, mentre il futuro, nella nostra lingua, non è previsto.
Tante calabrie e tante lingue: volerlo capire e voler capire il fenomeno criminale in poco tempo è una pazzia.
Per questo avevo scritto, dopo Anime nere, che la ndrangheta non esiste: nel senso che ne esistono tante e la visione che ne abbiamo oggi è frutto di una narrazione superficiale.
La stessa parola ndrangheta non esisteva fino a pochi decenni fa: nasce nel 1970, dopo i moti di Reggio.
Ce ne sono tante di ndranghete: i santisti, i bastardi e poi sono venute le “anime nere”, che sono poi protagonisti del mio libro. Criminali antagonisti alla ndrangheta che se ne sono andati al nord, e sono tornati al sud grazie all'aiuto anche dei carabinieri.
Anche questo aiuta a capire meglio quello di cui parliamo: da giovane vedevi il capitano dei carabinieri che prima di prendere lavoro in caserma, andava a salutare il notabile della zona.

In Calabria girano gli stessi cognomi nelle famiglie che contano, nella politica, nella magistratura, nei carabinieri: uno stato non sarà mai credibile finché il potere verrà perpetuato di generazione in generazione.
Paradossale il fatto è che poi queste famiglie sono poi quelle che raccontano al paese la ndrangheta.

Facciamo un passo indietro nella storia: gli spagnoli che non riuscivano a dominare la zona dell'Aspromonte, che era una regione montuosa, si chiesero come facciamo ad entrare nel cuore dell'Aspromonte. Scelsero di fare come Ulisse col cavallo di Troia. Così nasce la ndrangheta, che è un tessuto che si nutre della gente, è un polizia senza divisa.

Come è finita la storia delle bombe del 2010? Hanno arrestato un capitano dei cc, un commercialista con una tessera dei servizi e un magistrato (e scoperto un nuovo livello di ndrangheta che non è più ndrangheta, una componente strategica che mette assieme boss, massoni e pezzi delle istituzioni, come ha raccontato il servizio di Presa diretta Mammasantissima).
Lo stato che doveva proteggere lo stato dalle bombe ndranghetiste era lo stesso stato che metteva le bombe. E torniamo alla domanda: con chi puoi parlare? Di chi ti devi fidare?

Colaprico: c'è una forte differenza tra un ragazzo del sud di Africo e uno di Seregno, dove pure c'è stato uno scandalo per il sindaco votato dalla ndrangheta.
La mafia si muove in modo diverso tra nord e sud: al nord troviamo piccole mafie, che mutano aspetto e anche la magistratura si sta adeguando con nuovi strumenti e nuove interpretazione di cosa sia mafia, come nell'inchiesta di mafia capitale.

Onore, fratellanza sono menzogne raccontate ai soldati, che sono poi quelli che riempiono le galere. Quando poi escono dalle galere, dopo anni di carcere, si rendono conto che i capi gli hanno raccontato balle, che i grandi capi si possono pentire, possono avere a che fare con lo stato...
Per capire la differenza tra i comportamenti mafiosi tra nord e sud, Colaprico è partito dagli anni 70-80-90, quando si diceva che a Milano la mafia non c'era: si inizia a parlare di mafia con l'inchiesta Duomo Connection di Ilda Boccassini e del colonnello Ultimo.
L'inchiesta è partita da una microspia in un cantiere, che permette ai carabinieri di ascoltare una storia incredibile. I mafiosi pagavano i socialisti per costruire quartieri: al sud avrebbero minacciato l'assessore, mentre a Milano si pagava la stecca al partito del presidente del Consiglio come tutti.

Bocassini si è poi occupata di ndrangheta con Pignatone: si scoprì che alcuni ordini da giù hanno riflessi qua, che certi ordini si fanno davanti la madonna di Polsi.
Così è passata l'idea di una ndrangheta come struttura unitaria e verticistica, come la mafia.
Per scoprire questa realtà sono serviti due magistrati eccentrici: uno da Milano e uno da Palermo. Mentre al sud in Calabria vengono arrestati magistrati, gli stessi che avrebbero dovuto indagare sulle mafie.

Rallo: ha ricordato di come oggi si contesta il reato di associazione mafiosa a volte a prescindere, per comportamenti mafiosi di persone che mafiose non sono.
Bisogna invece cercare di distinguere mafia da non mafia, perché se tutto è mafia niente è mafia.

E che ogni mafia è legata al suo territorio, che in Calabria è il popolo dei boschi, raccontato Criaco, un popolo che è sopravvissuto alle dominazioni, quella spagnola, quella borbonica e quella dello stato democratico.

Criaco: si identifica ogni criminale calabrese come fosse ndranghetista, è un errore che fanno quelli che si occupano di Calabria superficialmente. Il film Anime nere è servito a spazzar via tutte le vecchie concezioni sulla ndrangheta.

Colaprico e Criaco hanno voluto ricordare un'iniziativa di quest'ultimo, far rivivere la vecchia Africo: nel 1951 dopo 7 giorni di pioggia, un alluvione colpì la zona dell'Aspromonte e lo stato decise di spostare tutta la popolazione in zone vicine al mare.
Criaco è nato in un campo profughi, una zona di baracche: una popolazione cresciuta in montagna viveva in zone paludose, col pane dello stato.
Africo, San Luca a Platì sono tra questi paesi: questa è la genesi dell'invasione della ndrangheta dell'Aspromonte al nord.

Quali sono i luoghi comuni sulla ndrangheta.
Criaco: si deve decostruire il mito della ndrangheta, altrimenti si continuerà a far crescere quel mostro che sta rovinando quella parte del paese.
Al cronista il compito di raccontare i fatti, quello che vedono e che succede.

Colaprico: due categorie sanno delle cose ma non le raccontano, i commercianti e gli industriali. Potrebbero raccontare delle cose, senza nascondersi dietro l'indagine.
I giornalisti dovrebbero incalzare gli imprenditori, stanare la società civile quando ci prende in giro dicendo che non sanno.

Anime nere di Gioacchino Criaco - Rubbettino editore
I link per ordinare il libro su ibs e Amazon



Infine un'anticipazione: Piero Colaprico pubblicherà per Feltrinelli un libro che uscirà il 2 novembre, con un personaggio legato alla ndrangheta nella provincia milanese, che era stato protagonista anche di due suoi precedenti romanzi “Trilogia della città di M.” e “La donna delcampione”.

24 giugno 2017

L'agenda ritrovata - sette racconti per Paolo Borsellino (a cura di Gianni Biondillo e Marco Balzano)

Immaginatevi per un momento come sarebbe questo paese se le cose fossero andate in modo diverso: per esempio se l'agenda di Paolo Borsellino, quella rubata in via D'Amelio al giudice dopo l'attentato, dopo lunghe ricerche, fosse stata ritrovata.
Leggere tutte le annotazioni, tutti gli appunti lasciati su di essa da Borsellino, così importanti che Borsellino da quella agenda rossa, un regalo dei carabinieri, non se ne separava mai.

Cosa potremmo leggere, di così importante? Borsellino stava lavorando al filone tra mafia, appalti e politica, nell'ultima intervista alla TV francese (l'intervista censurata dalla Rai, servizio pubblico al servizio dei partiti) aveva parlato di Mangano, testa di ponte della mafia la nord.
Chissà, forse la storia della seconda Repubblica avrebbe potuto andare in modo diverso....
Che riscatto potrebbe essere per lo stato italiano, per la sua credibilità, ritrovare l'agenda e con essa tirare finalmente i fili della tela che lega assieme la mafia, quel pezzo dell'imprenditoria italiana e della politica italiana che alle mafie chiedono aiuti, favori, servizi.
Un riscatto per lo Stato e anche per tutte quelle persone, non solo magistrati, che hanno combattuto e combattono la lotta alle mafie in una condizione di solitudine.
Le stessa sensazione che, possiamo immaginare, deve aver vissuto anche Borsellino, in quei 55 giorni che separano Capaci da via D'Amelio. La sua consapevolezza di essere il prossimo, dopo Falcone.
Ma gli scrittori non sono degli storici, non hanno l'obbligo del rispettare pedissequamente la storia. Loro possono immaginarselo un paese diverso, anche per ribellione alla realtà: un paese, (come scrive Marco Balzano nella prefazione) dove alla fine, l'agenda rossa venga ritrovata.
Il ritrovamento dell’agenda rossa metaforicamente è il recupero di una forma di dignità, di un senso delle cose che finalmente si disvela, di una consapevolezza che un altro mondo, un’altra vita sono più che mai possibili.”

Con “L'agenda ritrovata”, sei scrittori si sono cimentati in questa raccolta letteraria sul giudice Borsellino, sulla mafia, sui rapporti tra mafia e potere in Italia. Una raccolta che unisce il paese dal punto di vista letterario, dal nord al sud, da Helena Janeczek che ci racconta della mafia al nord, a Evelina Santangelo, nella Sicilia di Messina Denaro, che testimonierà l'importanza della memoria e della società civile nella lotta alle mafie.
La raccolta è curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano (le cui prefazioni costituiscono di fatto l'ottavo e il nono racconto), partendo da un'idea, una pazzia forse, dell'associazione culturale L'oraBlu, di Bollate.

Non è un caso.
La lotta alla mafia, diceva Falcone, non è solo una questione di magistrati, di forze dell'ordine, di leggi speciali. È anche una questione di cultura, di diritti civili, di memoria.


Helena Janeczek - Pochi gradi di separazione

Da un incontro fortuito con Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, un lungo racconto che diventa poi una riflessione sulla presenza della mafia al nord, nell'hinterland milanese. Le storie raccontate da Ester Castano, la cronista che ha sfidato la mafia (mentre altri giornalisti e altri amministratori locali di fronte alle intimidazioni hanno preferito non vedere e non scrivere).

Ricordando le parole del magistrato Alessandra Dolci della DDA, sul capitale sociale della ndrangheta e sul terreno fertile che ha trovato al nord:
Il capitale sociale della ‘NdranghetaLa Dolci prende spunto dall’ultima inchiesta da lei condotta per raccontare i legami e le fitte trame che intercorrono tra imprenditoria lombarda e mafia. E’, infatti, notizia di pochi giorni fa l’arresto di 29 persone accusate di associazione mafiosa della locale di Mariano Comense (Como) condotto dalla Dolci, durante l’operazione denominata Crociata. Il vero problema per il sostituto procuratore è il rapporto ormai inscindibile tra l’imprenditoria del Nord e l’organizzazione mafiosa. “La ‘ndrangheta – racconta Dolci davanti a un’aula stracolma di studenti e cittadini castanesi e non – ormai viene vista come la componente sociale che può risolvere qualsiasi problema. Dalle prime operazioni antimafia della fine degli anni ’80 non è cambiato molto. Continua a non esserci il rispetto delle regole”. E ricorda storie di almeno 30 anni fa, ma che ancora oggi risultano essere attuali. Molto. Anzi, a malincuore, troppo. Nel 1983, l’ex sindaco di Giussano Erminio Barzaghi dichiarò: “Il peggio del Sud si sta legando al peggio del Nord”. Parole forti, che però fanno pensare. Oggi è cambiato qualcosa? No. E basta guardare alle continue notizie che ci giungono: politici corrotti, imprenditori collusi. In molti cercano la mafia per avere una protezione e una sicurezza. Tuona Dolci: “Ancora oggi non c’è il rispetto delle regole. Ricordiamo che non è la mafia che s’infiltra nel territorio lombardo, sono gli imprenditori e i politici, tutti lombardi, che chiedono aiuto alla mafia, che la cercano. C’è una devianza da parte di tutti i settori: corruzione, evasione fiscale, l’idea che è meglio essere furbi. La ‘ndrangheta punta a creare il consenso sociale, che è il vero capitale dell’organizzazione criminale”.

Così, con un colpevole ritardo (e come ci ha ricordato il procuratore della DNA Franco Roberti), scopriamo quando sono pochi i gradi di separazione tra la mafia del sud e quella del nord.

Carlo Lucarelli - Hanno ucciso l'uomo ragno

Ritorna la giudice bambina, Valentina Tagliafferri, che avevamo già conosciuto nella raccolta "Giudici" : sopravvissuta alla guerra tra servizi, trasferita a Como dal CSM come sanzione disciplinare, si trova ora tra le mani delle carti scottanti. Siamo nell'estate del 1992 e a Milano è già scoppiata l'inchiesta di Tangentopoli. A Palermo è invece scoppiata un'altra bomba. Contro il giudice Falcone.
Sono documenti che provano il collegamento tra società che riciclano denaro e la mafia. Al nord, non in Sicilia.
Comunque, di solito è un viaggio a senso unico. Quello di ritorno, i soldi della mafia al nord, invece, non è ancora stato esplorato. E non intendo il riciclaggio, le lavanderie di denaro, ma qualcosa di più. Un vero e proprio radicamento.”

Di chi fidarsi? Dello Stato che già una volta ha cercato di ucciderla?
Rimane solo quel giudice, giù a Palermo, l'amico di Falcone. Che sulla sua agenda rossa si segna l'appuntamento con Valentina.

Vanni Santoni - La solitudine della verità.

Il racconto di Vanni Santoni parte dalla provincia toscana, dove un concerto rave attira dal resto dell'Italia tanti ragazzi in cerca di musica e sballo.
Anche Caterina, Cate, che abita in valle, decide di andare al concerto.
Ma più che la musica, è un'altra scoperta che la colpisce: una discarica abusiva dentro un residence abbandonato, un cubo di cemento sulla collina.
Bidoni dal colore verde che forse contengono amteriali che non dovrebbero essere lì.
Cate fa quello che ogni cittadino dovrebbe fare.
Cerca di denunciare il pericolo ad a una pattuglia di carabinieri.
Ad un giornale locale.
Va persino a parlarne in caserma.
Dov'è lo Stato. Ma lo stato non c'è. Perché ci sono cose che è bene non vedere.

Alessandro Leogrande - Le maschere di San Giovanni

Alessandro Leogrande fa incontrare un giornalista con un ex ministro (socialista?) del governo Andreotti, quello in carica quando scoppiarono le bombe di Capaci di via D'Amelio.
Un politico della prima repubblica, dei partiti di massa. Poi travolti da Tangentopoli.
Che gli parla di quelle bombe, delle maschere dei politici ai funerali di Falcone. Come le maschere di altri politici, o forse gli stessi, ad un altro funerale, quello del presidente DC Aldo Moro.
Che in una sua lettera a Zaccagnini (una di quelle trovate nel covo di via Montenevoso) ragionava sul carattere gli italiani.
Si tratta di capire cosa agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, apparentemente indominabile, irrazionale.”

Irrazionale: Moro temeva questa società di cui non riusciva a leggere bene gli sconquassi, le fratture.
Moro vedeva una società senza alcuna autorità morale, politica, economica, in grado di governare il disordine o gestire i problemi.
Le bombe degli anni settanta, la guerra a bassa intensità che serviva per stabilizzare il sistema.
E le bombe scoppiate dopo la caduta del Muro, che servivano a spazzare via una classe dirigente marcia:
Una parte della Democrazia Cristiana, degli apparati dello Stato, dei servizi segreti. Anche alcuni superpoliziotti troppo potenti per essere intaccati, troppo sicuri di sé per essere ostacolati: uomini delle forze dell'ordine, che avevano lavorato con altri uomini della forze dell'ordine ammazzati dalla mafia, e che poi all'improvviso si sono ritrovati a condurre il gioco sporco”.


Diego De Silva - Notturno pendolare

Il racconto dello scrittore napoletano tocca del tema della mafia da lontano. Si parte da una donna che vive in via Chiaia e che passa la notte, per insonnia, nei cinema di notte.
Finché una sera non incontra un ragazzo che la colpisce e si mette a seguirlo, per le vie dei Quartieri ..

Gioacchino Criaco – La memoria del lupo

Un carabiniere di Africo, appartenente ad una squadra speciale, che da cacciatore diventa preda, per una vendetta portata avanti da un killer con gli occhi azzurri. Che ha ammazzato il suo generale e poi tutti gli altri membri della squadra.
Stanco di scappare, torna al suo paese, in Calabria. Africo, in pieno Aspromonte. Per trovarsi di fronte al lupo.
E scoprire che il nemico non è lui, ma qualcuno che sta alle sue spalle.
Il Giuda del generale, dei tuoi compagni, il tuo nemico sta da un'altra parte. Che forse è la tua stessa parte.”

Evelina Santangelo - Presenze

L'importanza della memoria nella lotta alla mafia. Affinché tutti i fatti, tutte le persone, siano ancora vive.
La strage di Ciaculli del 1963.
La vita e la tragica morte di Peppino Impastato.
Quel ragazzo venuto da nord a creare una comunità contro la tossicodipendenza, Mauro Rostagno.
Nella Trapani che è lo zoccolo duro della mafia, da dove partono i picciotti per l'America. Come da quelle coste e dall'aeroporto partiva la droga raffinata e poi inviata al nord.
Con la benedizione dei fratelli massoni e la protezione della politica.
Quei politici come Totò Cuffaro che, a Samarcanda, aveva attaccato Falcone e l'azione del pool antimafia.
Così colpevoli da meritare la pena di morte.
Ma forse Falcone era già stato ucciso da quei giuda nel CSM e nella stessa magistratura che gli avevano sbarrato il posto all'Ufficio Istruzione e poi alla procura antimafia.
Nell'ultimo suo discorso pubblico, nella biblioteca di Palermo, Paolo Borsellino lo aveva ricordato: si voleva ammazzare quel giudice per quello che aveva fatto, uccidere lui e fermare il pool antimafia.

E poi altre morti. Il 19 luglio 1992 Borsellino. E l'anno successivo, don Pino Puglisi.
La fine di tutte le speranze.
O forse no.

Questo il sito dell'associazione culturale L'Ora blu di Bollate e il link con tutte le tappe della staffetta e quello dell'iniziativa, a cui tutti possono partecipare!

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli

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04 giugno 2015

Zefira di Gioacchino Criaco

Per un milanese la sintesi era l'essenza della vita, ma a Zefira anche la verità più banale veniva data in modo mediato”.

Le prime righe:
“Appoggiò la biro sul foglio e si interruppe: la porta dell'ufficio si era spalancata. Un uomo era fermo sulla soglia con il volto celato da un passamontagna. Sembrava indeciso, impacciato.Passarono lunghi secondi. Poi l'uomo si risolse.Tirò fuori una pistola e inizò a sparare. La camicia celeste divenne vermiglia, il sangue inzuppò i pantaloni e quello continuava a sparare. Due, tre colpi gli arrivarono al viso da adolescente, devastandolo.Carmine Orsini, sindaco di Zefira, cessò di respirare: il sangue era arrivato fino al pavimento”.

Benvenuti a Zefira, un paesino in terra di Calabria che non c'è ma che è più reale di molte rappresentazioni di questa terra anche da parte del giornalismo di informazione.
Un paese all'apparenza tranquillo, che vive su un equilibrio basato sulle leggi non scritte che si tramandano di generazione in generazione e dove il potere reale non è delegato allo stato e ai suoi rappresentanti.
Come il commissariato Luca Rustici, milanese e trasferito a Zefira dopo la separazione dalla moglie:
Il commissario Luca Rustici sedeva nel suo ufficio a pochi passi dal Tribunale. L'ispettore Giovanbattista Manti gli aveva servito un caffè nerissimo prelevato dal distributore automatico; seguiva il secondo della mattinata, sorseggiato al banco del caffpè Venezia e accompagnato da una morbida brioche.Luca Rustivi aveva assunto il comando di quell'avamposto dello Stato da appena nove mesi; vi era giunto dalla sua città, Milano”.

Il primo impatto con questa terra e con le sue singolarità e la “stanza dei segreti”:
«Questa è la stanza dei segreti. Se riterrà il suo contenuto contrario alla legge ne faccia immediata denuncia. Il passare del tempo farà di lei il responsabile esclusivo dei documenti in archivio. Per qualsiasi chiarimento parli sempre e solo con l'ispettore Manti, è l'unica persona della quale deve fidarsi».

Una stanza dentro il commissariato che il suo predecessore ha riempito con tutte le segnalazioni anonime, relativamente ai notabili del paese, i loro affari segreti, le relazioni adulterine ….
I veleni contenuti in quella stanza erano talmente ammorbanti da distruggere la bontà dei fatti documentati. Tutto era talmente incredibile da poter essere considerato calunnia allo stato puro. Ma come tutti i brutti vizi anche la calunnia crea dipendenza. E Rustici si era assuefatto a quella tossicità”.

La tranquillità a Zefira è sconvolta da un omicidio eccellente: il sindaco Carmine Orsini, ucciso a colpi di pistola nel suo ufficio da un killer che si è dileguato poi su una vecchia vespa: un omicidio di ndrangheta, legato a delle pratiche edilizie che il sindaco aveva sulla sua scrivania?
Una soluzione che convince poco Rustici e anche il suo vice, l'ispettore Manti, cresciuto in quella terra, di cui conosce i segreti, i meccanismi per decifrare i messaggi. Cresciuto assieme al sindaco Orsini, figlio di un notabile di partito che è stato capace di raccogliere fondi pubblici per il benessere del suo paese.
Cresciuto assieme ai boss delle cosche rivali dei Corsello e Alitta.
Assieme alla sorella del sindaco, Caterina Orsini.
Un mondo dove non solo è difficile per lo Stato applicare la giustizia, ma è perfino difficile distinguere bene e male, buoni dai cattivi.
Un mondo dove dietro un'apparenza di rispettabilità si nascondono i segreti che raccontano le carte lette nella stanza dei segreti: il sindaco e i suoi interessi nella sanità e nell'agricoltura, il capitano dei carabinieri e la sua ambizione di carriera, il procuratore generale che amministra la giustizia cercando la soluzione più scontata. E anche l'imprenditore edile che si accaparra tutti i lavori pubblici del comune (e sono tanti). E il segretario del vescovo ...
Era un mondo strano quello che li circondava, il bene e il male si confondevano e si mischiavano in modo indecifrabile ai forestieri”.

L'ispettore Manti si rivela per Rustici più di un valido collega: diventa per lui un amico, un confidente, un “Virgilio” capace di spiegargli quali sono le leggi non scritte di quella terra
Il figlio di un poliziotto stava dalla parte del bene in virtù della sua condizione di nascita.
Il discendente di un malandrino invece per affermare di essere onesto aveva l 'onere della prova in ordine alla propria moralità, ed era condannato tutta la vita a fare professione di bene”.

Regole che discendono dai tempi, dove esiste un potere ufficiale e un potere, ben più concreto anche se amministrato in modo nascosto, da quei notabili di prima, i cui segreti Rustici impara a conoscere:
Questa società, chiamata appunto società degli uomini, nel senso degli uomini migliori che la rappresentavano, aveva il compito di conservare il potere nelle mani degli autoctoni. Chiunque abbia fatto conquista di questa terra e abbia creduto, e crede, di esserne padrone si è sempre sbagliato e si sbaglia tuttora.[..].. tutti questi concetti si incastonavano con la descrizione del mondo di Zefira contenuta nella stanza dei segreti, e disegnavano in testa al commissario la realtà che lo circondava”.

Come funziona la giustizia in questa terra? Come viene amministrata la legge?
Io e te, commissario, rappresentiamo manette, tasse e regole decise lontano da Zefira, uno Stato che è cambiato innumerevoli volte nei secoli passati. Scorsello e la sua razza mostrano la stessa faccia da sempre, le stesse regole immodificate.La popolazione è geneticamente assuefatta a loro. Se vuole, lui può rendere giustizia in ventiquattr'ore; noi siamo obbligati a sanare i torti ma raramente ci riusciamo, quantomeno in tempi rapidi. Scorsello ammazza tanta gente, ma altra ne salva.Noi crediamo nello Stato che serviamo, siamo convinti delle banalità delle regole condivise, ma non possiamo pretendere eroismo dalle persone che vivono un quotidiano difficile, cosparso di pericoli. [..] Se un onesto cittadino di Zefira e scopro di essere rappresentato da Allegra, Orsini, Malarico che di notte vanno a convegno con Scorsello. E allora lo sconforto di prende e abbassi la testa. Chiudi gli occhi e e per le feste porti l'agnello ai signori o ai malandrini. È facile essere bravi cittadini a Milano, Venezia o Torino e pontificare su questa terra”.

Gli insegnamenti di Manti, i racconti di un vecchio pastore, la storia di un capitano delle SS che ha scontato le sue colpe su quei monti, le mezze frasi di un mafioso latitante .. tutto porterà il commissario ad un passo dalla verità, ben diversa e complessa della soluzione di comodo portata avanti da carabinieri e procura.
E lo metterà di fronte ad una scelta: cambiare le cose e affrontare i rischi o adeguarsi a questa realtà? Dove i cattivi hanno la faccia da buoni? 

Dalla presentazione del libro, di Luigi Franco, direttore editoriale della casa editrice:
«Zefira racconta i vizi di un mondo che trascende la criminalità in senso classico e scova i peccati in ambiti non consueti dice Criaco. L'ambientazione è quella di una città immaginaria che potrebbe stare sullo Jonio o sul Tirreno, ma anche in riva allo Stretto. Al centro di tutto, i peccati del sistema di potere locale. Un vizio non soltanto calabrese, piuttosto un dramma nazionale. L'ltalia, dal punto di vista unitario, è una nazione giovane, che inglobando una serie di identità locali ha dovuto farvi i conti. La nuova entità statale si è ritrovata in grembo poteri consolidati. Nessuno ha voluto rinunciare alle posizioni acquisite. L'esigenza di continuare a contare ha portato il potere locale a falsare la realtà, mostrandone sempre una comoda alla sopravvivenza. Nel caso della Calabria, si è aggiunto il dramma di un potere nostrano avvezzo a conservarsi con ogni mezzo e quindi anche col sistema criminale di matrice mafiosa. Un mix micidiale, di difficile contrasto». 
E Zefira racconta appunto della commistione criminale fra borghesia e ndrangheta, attraverso una trama lineare, di avvincente lettura. «È una storia semplice, un giallo classico con la solita ammazzatina, l'indagine e il colpevole» aggiunge lo scrittore. Ma, entrando nella testa di un commissario milanese sceso a Zefira per debellare la mafia, si scopriranno le facce multiformi del male. Si sovvertiranno i ruoli e si finirà per arrancare disperati alla ricerca dei buoni. Ne esistono ancora? Quali sono le colpe dei singoli e quali i vizi di una collettività intera che, quando non è responsabile direttamente, è complice muta, serva ignava? Zefira è di un'attualità che fa paura. A distanza di sei anni lo riscriverei uguale. E quello che più temo è che sarà così tra altri sei, e che il ciclo rischi di essere infinito se si prosegue con la pratica consolatoria di chiedere qualche toppa alla magistratura e non ci si adopera per una presa di coscienza collettiva. Ecco, più che trovarli i buoni forse dovremmo provare a diventarlo tutti davvero. Ma tutti e non i soliti diavoli ai quali si attribuisce tutto il male del mondo solo per sentirsi buoni senza esserlo».

Il precedente romanzo di Gioacchino Criaco - Anime nere, da cui è stato tratto l'omonimo film, diretto da Francesco Munzi.
La scheda del libro sul sito di Rubbettino editore e
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