Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Venezia. Mostra tutti i post

04 dicembre 2025

Bruma Serenissima: Un cacciatore d’ombre a Venezia di Umberto Montin


 

Il doppio sì rimbombò nella chiesa vuota. Le parole del sacerdote si persero tra le volte, s’infilarono fra i banchi abbandonati, soffermandosi sopra le statue degli altari, fino a lambire i preziosi dipinti. Ikram fissò Sarah. Sarah ricambiò.

Cosa può esserci di più romantico di due ragazzi che si guardano innamorati, mentre pronunciano il si per una promessa di amore che si pensa sia eterna? E quale posto migliore per incorniciare questo momento che non sia Venezia?

In questo romanzo Bruno Montin ci porta dentro una Venezia distante anni luce dal modello Las Vegas con le migliaia di turisti vocianti scaricati dalla terraferma coi vaporetti e i treni, attratti dal turismo mordi e fuggi, uno scatto, un selfie e via. E nemmeno quella promessa d’amore sarà per sempre:

Sarah Mordingale tre giorni dopo venne a galla in un canale laterale della Giudecca, il Rio de la Palada. Nuda, il vestito bianco ingoiato dall’acqua.

Sarah, la giovine sposa, viene infatti trovata morta pochi giorni dopo il si, colpita da tre colpi di pistola, quasi un’esecuzione. Mentre lo sposo, Ikram, un immigrato tunisino che Sarah aveva conosciuto poco tempo prima in un centro di accoglienza a Venezia, è sparito.

No, non c’è nulla di romantico e di scontato in questo giallo ambientato in una Venezia svuotata dai turisti per il covid, con le restrizioni che obbligano tutti o quasi a starsene chiusi in casa e a copristi il volto con le mascherine. In questa Venezia, straniante, che fa quasi paura, si muove tra le calli e i bacoli l’investigatore delle ombre, Sebastiano Faliero.

Ex poliziotto nonché ospite del “nobil homo” Loredano Dolfin, erede di una antica famiglia della Serenissima nonché amico della famiglia Mordingale: come un favore alla famiglia inglese gli viene chiesto di portare avanti una sua indagine sulla morte di Sarah, parallela a quella della polizia, forse poco incline a voler approfondire quel delitto così scontato. Perché, seguendo una ricostruzione che farebbe comodo a tutti, ad uccidere la bella ragazza inglese non può che essere stato l’immigrato, l’uomo nero venuto da fuori il diverso.

Chi meglio di Sebastiano, «cacciatore di ombre», poteva venire a capo dell’enigma?, aveva concluso il patrizio. «Hai offerto il mio impegno alla tua amica, immagino…»

Perché l’ex poliziotto è chiamato investigatore delle ombre? Perché sono proprio loro, le cose “assenti” a raccontarci meglio le vittime:

Lui segue chi non c’è. Attorno alla vittima si concentra su chi è assente, chi non si vede. Ma esiste. Le ombre, appunto.

E cosa non c’è attorno alle due vittime, non solo Sarah ma anche Ikram, il ragazzo scomparso?

Non ci sono gli amici, quelli del centro di accoglienza e i colleghi che lavoravano con Ikram nell’albergo assenti al matrimonio. Per i proprietari dell’albergo Ikram era solo manovalanza, braccia per lavorare, uno che se ne stava sulle sue, “non aveva rapporti con nessuno del personale”.

Non c’è nessun sentimento di vicinanza, di empatia per Ikram, sia da parte di quello strano prete che ha celebrato il loro matrimonio, freddo, distaccato, che nemmeno si sforzava a nascondere il suo disgusto per quella coppia e per quel ragazzo venuto da lontano.

Doveva rassegnarsi, gli mancavano troppi elementi nella sua ricerca di un’ombra che poteva essere assassina. Il prete, le autorità dell’accoglienza, i responsabili delle cooperative, l’effettivo datore di lavoro, da tutti era stato respinto. E i connazionali, i compagni di avventura o sventura?

A dargli uno spunto, una pista da seguire per la sua indagine sarà il nobil homo, in una delle chiacchierate serali nella sua dimora patrizia, capace di raccogliere le voci dalle calli della sua Venezia: “anche qui a Venezia vedo e sento l’odio nelle calli” gli racconta Loredano, un paradosso per una città che ha incontrato nei suoi commerci tutte le razze e tutte le religioni.

La seconda voce che lo metterà sulla pista giusta sarà quella di Cristina, la sua compagna, lontana nella sua villa in riva all’Adriatico, che gli indica la direzione

«Scontorna chi soffia l’odio, te lo ripeto ancora una volta» sussurrò Cristina nel cellulare, con una sorta di miagolio «non inseguire gli uomini. Mettiti sulla scia dell’onda che avverti sospesa. Lei ti condurrà da chi non si vede però esiste .. »

E chi è che soffia questo odio, a Venezia, contro questi due ragazzi? Qual era la loro colpa? Essere diversi dagli altri?

Sebastiano ebbe la consapevolezza, suo malgrado, di essere finito in un labirinto. Come al solito, quando si trovava in quelle situazioni, all’improvviso una piccola porta di porcellana blu appariva a pochi passi da lui.

Non è solo il coronavirus ad aver colpito Venezia, un altro virus ha avvelenato l’anima della città (e del paese): è il virus del razzismo latente, della finta accoglienza, di quanto con una mano fanno finta di accogliere chi arriva da lontano a patto che si lasci sfruttare per la gloria antica di Venezia. Il virus dell’impunità di chi sa di poter agire perché ha le spalle coperte, il virus di chi, dall’altra parte della linea rossa, sa che deve chinare la testa, accettare tutto per disperazione.

E poi il virus di chi vede tutto questo ma lo accetta, per complicità o per indifferenza.

Il cacciatore di ombre si ritroverà di fronte ad un nemico potente e pericoloso, sapendo però di contare dell’aiuto di “Katanga” un poliziotto a cui confida gli sviluppi della sua indagine e il cui intervento si rivelerà molto provvidenziale per salvargli la pelle e consentirgli di spazzare via da Venezia quella “bruma” che cela la sua anima oscura.

«Ho bisogno di un calvados, Cristina» proruppe, improvviso «per anestetizzare i ricordi peggiori e garantirmi, dentro, una nebbia placida e innocente. Che, stavolta, non celi l’animo oscuro dell’uomo come fa la bruma Serenissima.»

(e chi vuole vederci un richiamo all'Alligatore di Massimo Carlotto è libero di farlo..)

Se i fatti di cui si parla nel racconto sono un’invenzione letteraria dell’autore (ma nemmeno troppo lontani dalla realtà che vediamo attorno a noi), i luoghi di Venezia in cui si muove Sebastiano Faliero sono abbastanza fedeli alla realtà, anche se alcuni sono stati adattati all’esigenza del racconto, dove si rischia di rimanere spiazzati per questa Venezia che fa quasi paura, dove il protagonista sembra di trovarsi in un labirinto intricato come l’enigma che deve risolvere.

La scheda del libro sul sito di Mursia
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

01 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – l’assalto alle banche, i conti della serie A, gli allevamenti ittici

Chi c’è dietro la scalata alle Generali, la cassaforte dei risparmi degli italiani?

Poi il tanto atteso servizio sui conti dell’Inter (doveva andare in onda domenica scorsa): aveva ragione Report o chi contestava il vecchio servizio?

Nell’anteprima di LAB Report si parlerà della situazione di Gaza: non chiamatela guerra, quello che sta succedendo è la soppressione di un popolo.

Il crimine sotto i nostri occhi

Per mesi in cui si è ripetuto che quello che succedeva a Gaza era solo colpa di Hamas, che chi criticava le scelte del governo di Israele era antisemita, che i numeri dei civili uccisi dall’esercito israeliano erano finti (dove sono le fonti? Come se non sapessero tutti che i giornalisti stranieri non sono stati ammessi a Gaza).


Finalmente l’occidente si è accorto di quello che sta succedendo in questa striscia di terra. O, meglio, ha smesso di far finta di niente.

Far finta che voler affamare un popolo, riducendo al limucino gli aiuti alimentari, distruggendo le infrastrutture, le scuole gli ospedali, prendendo di mira i civili anche nei luoghi dove dovrebbero essere al sicuro, non faccia parte di un disegno criminale per preciso.

Chi denuncia quanto è sotto gli occhi di tutti viene sistematicamente screditato, vedi gli attacchi alla relatrice Francesca Albanese accusata di aver ricevuto finanziamenti da gruppi vicini ad Hamas da un dossier di Un watch, dossier smentito dall’Onu.

Le ambasciate israeliane – spiega la stessa Albanese a Report – si muovono in prima persona per protestare quando “una certa persona fosse stata chiamata a parlare in una sede istituzionale”.

I civili, dal 7 ottobre 2023, in risposta all’attacco terroristico di Hamas, sono diventati bersagli, “come è possibile tutto ciò”? LE immagini nell’anteprima del servizio testimoniano a sufficienza quanto sta accadendo a Gaza. Bambini colpiti da proiettili e schegge, spesso colpi singoli alla testa, bambini a cui si devono amputare arti per i colpi ricevuti. Bambini che, una volta operati, non hanno nessuno da cui tornare perché le loro famiglie sono state sterminate.

Medici costretti ad operare con mezzi di fortuna nei pochi ospedali ancora attivi.: “ogni giorno mi ritrovo circondato da decine di persone che mi chiedono aiuto, mancano le attrezzature chirurgiche, tutto, non c’è materiale sterile monouso, rilaviamo tutto, anche i tubi con cui si intubano i pazienti ..” racconta uno di loro.

Report ha intervistato a Londra il dottor Abu Sittah, il primo ad essere entrato a Gaza dopo i primi attacchi agli ospedali, come quello ad Al Shifa: Israele aveva inizialmente dato la colpa alla Jihad per la morte dei 480 sfollati sotto le bombe.

L’ospedale di Al Shifa è stato bombardato dall’esercito di Israele ha bombardato l’ospedale, compreso il reparto maternità: IDF ha spiegato che è stata una operazione mirata contro Hamas che si era rifugiata dentro l’ospedale di Al Shifa

Tesi negata dal dottor Abu Sittah: “non ho mai visto alcun combattente nell’ospedale, altrimenti avrei chiesto loro di andare via, ho l’obbligo di chiedere ai combattenti armati di lasciare l’ospedale, dentro c’erano solo civili che avevano portato i loro figli al rifugio. Se avessero visto la presenza di Hamas, che è l’obiettivo di Israele, non avrebbero mai portato i loro figli a dormire la dentro.”

L’esercito di Israele, in quanto forza occupante, dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione civile: questo è quanto stabilisce la Convenzione di Ginevra, ma a Gaza i diritti dei civili non sono mai stati garantiti già prima del 7 ottobre (la data dell’attacco terroristico di Hamas).

Già prima del 7 ottobre 2023 e dell’inizio di questa nuova guerra ” spiega Ajith Sunghay direttore dell’alto commissariato per i diritti umani “l’assistenza medica il sistema ospedaliero nella striscia di Gaza era un disastro per via dei 17 anni di blocco [quello l’esercito ai valichi della striscia]. La Corte di Giustizia internazionale ha chiesto esplicitamente di garantire la sicurezza dei civili nei territori palestinesi occupati compresa Gaza. Questo comprende anche la fornitura di acqua, cibo, la raccolta dei rifiuti, offrire rifugio e qualsiasi altra necessità per la sopravvivenza. Israele come forza occupante deve garantire questa protezione ai civili secondo la quarta Convenzione di Ginevra.”
Attaccare gli ospedali significa attaccare strutture civili e quindi il diritto dei civili alla protezione invocata dal diritto umanitario internazionale.

Francesca Albanese relatrice speciale per le Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi parla oramai dello smantellamento del sistema sanitario a Gaza: “l’attacco al sistema sanitario in quanto tale è stato sistematico , sono stati colpiti gli ospedali, le ambulanze, sono stati uccisi oltre mille medici. C’è stato quasi un attacco personalizzato, molto mirato al personale medico e questo si è visto anche attraverso quello che è accaduto con gli arresti e le detenzioni arbitrarie.”
Di fronte a tutto questo la risposta dell’esercito di Israele (e dei tanti gruppi di influenza sui social) rimane sempre la stessa: sotto gli ospedali c’erano i tunnel di Hamas, nelle strutture mediche c’erano armi di Hamas, questi sono dati di Hamas.. Come se non si sapesse che per una precisa volontà politica nella striscia non sono ammessi giornalisti stranieri. E i pochi giornalisti palestinesi sono stati bersaglio delle bombe e dei colpi di IDF.

La scheda del servizio: LAB REPORT: ANATOMIA DI UN CRIMINE

di Nancy Porsia

Report ricostruisce l’attacco sistematico agli ospedali di Gaza, documentando bombardamenti, evacuazioni forzate e medici uccisi o arrestati. Attraverso testimonianze dirette e immagini senza filtro, emerge il collasso del sistema sanitario e il dramma dei civili intrappolati. Una cronaca documentata sulla potenziale violazione del diritto umanitario internazionale e la crisi umanitaria in corso.

Dietro le scalate bancarie


Ci aveva messo perfino la faccia la presidente del Consiglio Meloni, in un video pubblicato sui suoi canali social: “abbiamo deciso di introdurre una tassazione del 40% sulla differenza ingiusta del margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche ti applicano per prestarti i soldi e quanto ti riconoscono quando depositi i soldi. Una tassazione su quei margini extra che hanno registrato gli istituti bancari che è secondo noi non una tassa sui guadagni legittimi ma una tassa sul margine ingiusto. ”
Anche il vicepresidente Salvini era sulla stessa lunghezza d’onda: “la scelta della Lega e dell’intero governo è chiara, aiutare famiglie e impre, se e lavoratori che non ce la fanno chiedendo alle banche una parte degli incassi miliardari per i maxi profitti che hanno fatto in questi anni..”
Era agosto, gli italiani erano già al mare – racconta oggi il docente di economia della Cattolica Rony Hamaui – “e il governo esce con la prima tassa sugli extraprofitti, dopo di ché c’è tutta una discussione all’interno del governo, il parlamento, il provvedimento viene cambiato e viene lasciata alla banche l’opportunità di decidere se o pagare la tassa oppure accantonare, rafforzare il proprio patrimonio.”
Quindi la tassazione sugli extraprofitti dopo i roboanti annunci di Meloni e Salvini è durata solo il tempo dell’estate, riducendosi ad un ipotetico balzello, diventando una tassa facoltativa perché alle banche viene concessa la libertà di scegliere se pagarla oppure se tenere gli extraprofitti nelle loro casse.

La montagna ha partorito il topolino: oggi gli esponenti della maggioranza, come il sottosegretario Durigon, di fronte alle domande di Report svicolano, non rispondono, parlano d’altro (“abbiamo alzato gli stipendi .. abbiamo tantissime idee.. con le banche qualcosa abbiamo fatto..”).
Si dice che sia bastata una telefonata di Marina Berlusconi a far far marcia indietro al governo.

Così oggi le banche sono piene di liquidità, soldi pronta cassa che fanno gola a qualcuno nella maggioranza: e dunque sono partite le scalate bancarie, con l’assalto del Monte dei Paschi di Siena (la banca salvata coi soldi pubblici) al cuore della finanza milanese che ha scatenato una vera e propria guerra. In risposta all’annuncio dell’istituto di credito senese Mediobanca ha indossato l’elmetto ed eretto le barricate: la proposta del Monte è stata rispedita al mittente con un comunicato durissimo dal cda in cui si definisce l’offerta fortemente distruttiva di valore e priva di razionale finanziario e industriale.

Come si è comportato il governo fino a questo momento? Da arbitro o da parte in causa? Alberto Nagel, AD di Mediobanca ha risposto “qual è la prossima domanda”.

Gli elementi raccolti dal servizio di Report potrebbero dunque indurre a pensare che l’ultima asta delle azioni del ministero dell’Economia sia stata apparecchiata appositamente per far entrare nell’azionariato di MPS Francesco Gaetano Caltagirone e la finanziaria della famiglia Del Vecchio, BPM e Anima, ad un prezzo calmierato.

Il loro ingresso sarebbe stato funzionale a lanciare dopo solo un paio di mesi la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio avevano grossi interessi.
MPS diventerebbe una sorta di cavallo di Troia per Caltagirone e Delfin per prendersi Mediobanca: “questa Opa mi sembra strumentale non tanto per fare una fusione tra due banche ” racconta Alessandro Penati docente di Finanza della Cattolica “ma a costituire un gruppo di influenza in cui i privati appoggiati dal governo avrebbero una influenza.”

E cosa dice il governo in proposito? Il sottosegretario Freni di fronte alla domanda di Mottola, se ci sia stata una regia del governo sulla scalata di MPS, si è messo a ridere “ma quale regia.. ma che ne so io.. io sono solo uno scrivano ..”
C’è stato o meno un incontro lo scorso settembre al MEF tra esponenti del governo e MPS per pianificare questa scalata? Chi lo sa. Di certo lo stato italiano attraverso il MEF detiene l’11% di MPS, ma freni si ostina a rispondere “io non conto nulla..”

Il servizio racconterà poi della scalata tentata da Unicredit alla Banca Popolare di Milano: veniva presentata come investimenti di Unicredit in Italia, ma Salvini l’aveva definita una banca straniera. “Diciamo che Unicredit ha le sue radici in Italia e il 45% del gruppo è in Italia, siamo presenti in 13 paesi e in questo contesto siamo paneuropei” ha risposto l’AD Andrea Orcel. Altre domande sul tema delle scalate e sulla posizione non neutra del governo non sono state ammesse.
In effetti Salvini non avrebbe torto: la proprietà di Unicredit è straniera per oltre il 70% del suo capitale, controllato soprattutto da fondi americani e inglesi. Tuttavia all’epoca degli attacchi di Salvini anche in BPM l’azionista di maggioranza non era italiano ma era la francese Credite Agricole e subito dopo veniva l’americana Black Rock. Forse, anche alla luce di ciò, non tutti i maggiorenti della Lega si sono lasciati arruolare nella crociata nazionalista di Salvini.

Massimiliano Romeo è il capogruppo al Senato: alla domanda se Unicredit è straniera non ha voluto rispondere “dovete mettervi d’accordo col nostro ufficio stampa”.

Calderoli, ministro dell’Autonomia non ha proprio risposto. Laura Ravetto, deputata della Lega ha glissato, “voglio andare a sentire Salvini..”

Almeno Fedriga, presidente della regione Friuli, almeno è stato netto: Unicredit non è straniera, “mi auguro che Unicredit possa contribuire a far crescere e collaborare all’interno di una maggior vicinanza al sistema produttivo”. Fedriga prende la distanze da Salvini anche perché la questione BPM non riguarda tutta la lega – spiega nel servizio di Mottola – ma quasi esclusivamente la Lega lombarda. Negli ultimi 15 anni infatti i vertici del partito in Lombardia hanno coltivato un rapporto molto stretto con la BPM da quando, nel 2009, ne è stato nominato presidente Massimo Ponzellini, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti il quale oggi, da ministro dell’Economia, ha deciso di usare sulla scalata di Unicredit il golden powere quindi dare al governo l’ultima parola sulla scalata.

C’è un tifo di Salvini e Giorgetti per BPM? Il presidente di BPM Tononi commenta dicendo “mi sembra una espressione fuori luogo, non è questione di fare tifo, bisogna fare scelte giuste per l’economia italiana e certamente il venir meno del pluralismo potrebbe essere un elemento di fragilità in questa situazione.”

Insomma, un assalto alla cassaforte dei nostri risparmi da parte di questa destra sovranista ovvero, come dice il titolo del servizio, all’armi siam banchieri.
Si muove la politica e si muove quel pezzo di imprenditoria che fa riferimento a questa maggioranza: per esempio il costruttore Caltagirone, che ha costruito i palazzi dei quartieri di Roma. Roma non si può governare senza il suo consenso: l’ex sindaco Ignazio Marino racconta di come sia difficile, Caltagirone è sempre stato abituato ad avere figure nell’amministrazione della città che non si mettono in contrasto.

Il suo quartier generale è nel centro di Roma in via Barberini: qui amministra i suoi interessi nella capitale, da Acea la società di acqua ed elettricità di cui detiene una quota; è uno dei costruttori del prossimo termovalorizzatore ed è nel consorzio che sta realizzando la metro C, l’opera pubblica più costosa d’Europa.
Continua Marino: “Penso che in questa fase storica Caltagirone si sia abbastanza staccato da quel mondo che a Roma viene chiamato dei palazzinari.”
L’epopea imprenditoriale di Francesco Gaetano Caltagirone comincia negli anni ‘80 quando fa i primi miliardi con l’attività di palazzinaro: il suo rapporto con la politica, la Democrazia Cristiana, è strettissimo, ma gli costa caro. Finisce nelle principali inchieste di Tangentopoli, imputato per corruzione in vari processi, è stato sempre assolto.

In questi processi tra gli imputati era presente anche l’ex ministro Cirino Pomicino: entrambi, Pomicino e Caltagirone, furono assolti. Caltagirone passa poi dal finanziare la DC, la corrente andreottiana, a finanziare i “nuovi partiti” della seconda repubblica.
Inizia, anche su suggerimento di Pomicino, a comprare giornali, “devi essere un imprenditore con cui la politica deve fare i conti, in un momento in cui i partiti non sono più un punto di riferimento e c’è il rischio che il riferimento lo diventino le procure, il giornale è l’unico modo per garantire la propria resistenza.”

Così nasce l’impero editoriale di Caltagirone: nel 95 compra Il Tempo, poi rivenduto, poi Il Messaggero, il più importante giornale della capitale, subito dopo Il Mattino, il quotidiano più diffuso a Napoli e in Campania. Due anni dopo rileva Il quotidiano di Puglia, poi Il Corriere Adriatico diffuso nelle Marche, quindi Il Gazzettino il maggior quotidiano in Veneto e Friuli. La geografia delle acquisizioni editoriali di Caltagirone segue pedissequamente i suoi affari, perché compra i giornali in tutte le città e le regioni dove ha maggiori interessi finanziari e imprenditoriali.

Una genialità la sua – commenta così il mentore Pomicino – comprendere come i giornali potessero essere uno strumento di condizionamento della politica: “sapevi che se toccavi Caltagirone la tua vita sarebbe stata centellinata dai giornalisti ..”

Sul ruolo di Palazzo Chigi (arbitro e giocatore) in questo risiko bancario potete leggere l’anticipazione del servizio di Report data da Marco Palombi sul Fatto Quotidiano:

Il governo banchiere, il risiko e il conflitto di interessi di Caputi

di Marco Palombi

Il capo di gabinetto di Giorgia Meloni ha quote in due società che si occupano di Npl

Ogni giorno si scoprono nuovi particolari su quella che il Fatto, parafrasando una vecchia battuta, ha definito “l’unica merchant bank in cui si parla romano”: le intricate vicende del cosiddetto risiko bancario – in cui Palazzo Chigi fa contemporaneamente l’arbitro, il giocatore e il vigilante – sono descritte da una lunga inchiesta di Report, firmata da Giorgio Mottola e in onda stasera su Raitre, da cui si scopre, tra le altre cose, che il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, l’uomo che per conto della premier gestisce anche la partita bancaria, s’è dimenticato di dichiarare un potenziale conflitto d’interessi.

Nel servizio si racconterà infatti di come le azioni di MPS, detenute dal MEF, siano state vendute con procedura accelerata, per evitare che venissero vendute sul mercato. Lo scorso novembre quando il MEF ha venduto un altro 15% di MPS, Giorgetti non si è affidato alle solite banche d’affari ma ad un piccolo operatore, banca Akros del gruppo BPM: così ad aggiudicarsi le azioni non sono state, come nel passato, decine di svariati investitori ma solo 4 compratori, tra cui Caltagirone col 3,6%, Delfin del gruppo Del Vecchio il 3,5%, banco BPM col 5% e il 4% Anima il fondo di investimento partecipato da Caltagirone, BPM e MEF.

Come se questa cessione di azioni di MPS fosse stata concordata, come ammette Luca Enriques ex commissario Consob a Report . Da quanto risulta a Report, alla terza asta diversi fondi di investimento anche stranieri erano interessati ad acquistare azioni del ministero dell’Economia ma risulta che non abbiamo mai avuto risposta dalla banca Akros e secondo quanto scrive il Financial Times sarebbe stata bloccata anche una un’offerta avanzata da Uncredit.

Ora Caltagine e Del Vecchio attraverso Anima e BPM sono arrivati a controllare il 15% di MPS che una quota di controllo della banca. Durante questa asta i quattro gruppi non hanno comprato le azioni a sconto ma le hanno pagate il 2% del loro valore in borsa. Il MEF avrebbe incassato dunque più delle due aste precedenti ma alla fine il collocamento di banca Akros si è rivelato più vantaggioso per Caltagirone e gli altri compratori. Se infatti avessero voluto comprare le azioni sul mercato l’operazione sarebbe stata più complicata perché il mercato “capisce” che c’è dietro una mano a comprare le azioni e quindi ne fa salire il prezzo, così Caltagirone e Del Vecchio le avrebbero pagate di più.

Si potrebbe dunque pensare che l‘ultima asta del MEF sia stata apparecchiata per far entrare nell’azionariato di MPS proprio Anima e BPM ad un prezzo conveniente. Un ingresso funzionale a lanciare, dopo qualche mese, la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio hanno grossi interessi.

La scheda del servizio: ALL’ARMI, SIAM BANCHIERI!

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Nonostante l’economia non stia andando benissimo, le banche italiane sono riuscite a registrare ricavi miliardari grazie agli extraprofitti favoriti dall’aumento dei tassi di interesse. Il governo Meloni ha provato a introdurre una tassazione su questi guadagni miliardari, ma ha dovuto battere in ritirata. E così gli istituti di credito del nostro Paese si sono ritrovati con le casse piene di soldi. Grazie a questa situazione di favore, è partito il cosiddetto risiko bancario: Unicredit ha lanciato una scalata sulla Banca popolare di Milano e poco dopo Monte dei Paschi di Siena ha avviato l’assalto all’ex salotto buono della finanza italiana, Mediobanca. In questa partita però di finanziario c’è molto poco. Fratelli d’Italia e Lega hanno deciso di giocare un ruolo di primo piano e puntano alla nascita di un terzo polo bancario a trazione sovranista. L’obiettivo è la cassaforte dei risparmi privati degli italiani: le Assicurazioni Generali. Per raggiungere lo scopo, è nata un’inedita alleanza con potenti esponenti del capitalismo finanziario del nostro Paese.

I conti dell’Inter

Chi aveva ragione, sui conti dell’Inter? Report oppure quelli che hanno contestato il servizio?

E, poi, oltre all’Inter, ci sono altre società di calcio in serie A coi bilanci a rischio?

Il mondo del calcio è sempre stato un terreno particolare, dove le regole che valgono per tutte le altre imprese qui vengono interpretate a seconda del caso.
Nel mondo del calcio sono in tanti a lanciare l’allarme, perché l’Inter vince due scudetti con un debito monstre: l’ultimo è Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore di Forza Italia. Nel corso di un evento pubblico ha dichiarato: “il paradosso è che ci sono società con debiti da 600-700 ml di euro tecnicamente fallite ma che vincono il campionato.”
Come commenta questa uscita il ministro dello sport Abodi (membro della stessa maggioranza di Lotito)? “Questa è una opinione che deve essere verificata dai fatti, questa commissione [quella che il governo Meloni ha pensato per controllare i bilanci delle squadre] non deve essere severa, deve essere giusta e deve mettere in condizione anche voi di raccontare le cose come stanno.”
Ma nella riforma che il governo ha in mente sui bilanci delle squadre ci saranno interventi sull’equilibrio finanziario del sistema calcio?

Stiamo ragionando sulle figure che vogliamo siano molto qualificate, molto indipendenti che assumono il ruolo come missione..”
La commissione voluta da Abodi è quella che sostituirà la Covisoc, l’organismo oggi sotto il controllo della Federcalcio incaricato di verificare lo stato di salute finanziaria dei club .

Ma l’ultimo regalo al calcio italiano è arrivato proprio grazie al governo Meloni che, nel dicembre 2022, ha approvato il decreto salva calcio, che ha permesso di spalmare un debito fiscale complessivo di 889 ml di euro in sessanta comode rate.

LE squadre hanno avuto modo di ricorrere agli strumenti che la legge ha permesso di poter utilizzare – racconta il presidente di Federcalcio Gravina – però il debito si accumula e quindi questo genera degli alert ma sono alla parti di qualunque società di capitali.

Ma questo decreto alimenta una cultura del debito: lo spiega il consulente di Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di bilanci e diritto penale dell’Economia “ma secondo lei il calcio è una roba normale, ma possiamo confrontarlo con una normale azienda, il lusso, lo spreco, di denaro, assurdo, non solo per i calciatori ma anche per gli allenatori, gli agenti, per le feste, le macchine, è tutto un lusso a debito. Il lusso non si fa a debito, il lusso si fa coi soldi, che qui non ci sono.”

Il cuore del servizio sarà dedicato ai conti dell’Inter: i suoi problemi finanziari erano legati alle holding cinesi del suo ex proprietario?

Nel mondo della finanza le voci corrono con molta velocità – racconta Daniele Autieri – il 7 gennaio 2025 la famiglia Zhang, uno dei grandi conglomerati industriali cresciuti all’ombra del partito comunista dichiara bancarotta. In un attimo la notizia del fallimento del gruppo Suning viaggia da Bangkok a Manhattan: tra le società interessate dalla ristrutturazione del debito c’è anche la Suning holding group, la stessa con cui per anni gli imprenditori cinesi hanno controllato l’Inter.
Come spiega Gian Gaetano Bellavia, tutto questo ha avuto riflessi sulla squadra milanese: “se si parla di stato di insolvenza o fallimento è fatale che i cinesi non abbiamo più dato soldi all’Inter.”
Che il gruppo Suning fosse sull’orlo della bancarotta era noto agli addetti ai lavori già nel 2020, come aveva rivelato a Report l’analista finanziario che cinque anni fa, al termine di una accurata due diligence aveva per primo lanciato l’allarme sui conti del club milanese.
A Report aveva raccontato le voci che giravano “mi ricordo che dicevano che questi Zhang non potevano viaggiare per impegni e così via,ma questi erano sotto chiave, questi qui avevano fatto un casino che Parlamat al confronto era niente. La Cina gli aveva ritirato il passaporto. ”


Cinque anni dopo la profezia dell’analista si è avverata, il gruppo Suning dichiara bancarotta al termine di un decennio di strategie finanziarie fallimentari: tra il 2012 e il 2020 gli Zhang investono 10 miliardi di euro in operazioni a perdere, una di queste è proprio l’acquisto dell’Inter.
Report è andata fino a New York, alla borsa americana, per trovare conferme a questa storia: nella compagine accanto a Zhang c’è anche Lion Rock un private equity di Hong Kong. Nel 2019 il fondo rileva il 31,05 % delle partecipazioni dell’Inter e il suo presidente Daniel Tseung si presenta alla Pinetina con un piano preciso, vendere l’immagine del calcio italiano in Cina e lo fa con una intervista manifesto, l’unica concessa in Italia e rilasciata alla giornalista finanziaria Laura Morelli.
“Lion Rock è un fondo che investe in consumer, dunque beni di consumo, dal sito sono 9 le società dove dicono di aver investito dal 2011, Inter compres ” spiega oggi a Report la giornalista “il calcio non era mai stato un loro investimento, l’Inter è stato il primo e anche l’ultimo finora.”
Nell’Inter quanti soldi hanno messo? “Si parlava di circa 150-200 ml ”


La
scheda del servizio: LA RESA DEI CONTI

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

L’Inter, il Club italiano che ha vinto di più negli ultimi anni, è stato davvero sull’orlo del fallimento? Dopo l’inchiesta del febbraio scorso che aveva ricostruito i guai finanziari della società, in molti hanno criticato Report accusando la trasmissione di aver addossato all’Inter i peccati dei suoi proprietari, ovvero del Gruppo Suning che fino al maggio del 2024 controllava il Club. Tre mesi dopo ecco la nuova inchiesta che approfondisce il filone finanziario del Club, prima e dopo l’ingresso del fondo americano Oaktree, e ricostruisce nel dettaglio quali fossero le reali condizioni del Club negli anni più difficili della proprietà Zhang, tra il 2021 e il 2023. Grazie a documenti inediti e a una testimonianza eccellente, l’inchiesta ricostruisce tutti i retroscena delle operazioni finanziarie che hanno evitato il fallimento dell’Inter. Una verità che testimonia ancora una volta la fragilità delle società sportive e l’inefficacia delle istituzioni nel costruire e far rispettare un sistema di regole condiviso, proprio adesso che il governo è al lavoro su una futura riforma del calcio.

Lo stato degli allevamenti ittici

Quante cose si scoprono seguendo i servizi di Report: il record di inquinamento da ammoniaca in pianura padana grazie agli allevamenti intensivi e ora scopro che siamo leader negli allevamenti di trote. Ma in che modo vengono allevati questi pesci?
Negli allevamenti visitati da Giulia Innocenzi si vedono tanti pesci agonizzanti, che boccheggiano in acqua o in superficie, che nuotano al contrario, sbattono contro le pareti del vascone. Insieme ai pesci agonizzanti si trovano anche animali morti che andrebbero rimossi il prima possibile per motivi igienico sanitari, perché potrebbero essere morti per malattie infettive e potrebbero mettere a rischio altri pesci.
Alcune trote sono morte impigliate nelle griglie dell’allevamento: sono animali curiosi – racconta a Report Simone Montuschi- presidente di Essere Animali – è normale che cerchino delle zone in cui non sono ancora stati, se ci sono delle reti dove loro entrano con la testa ma poi il corpo si allarga e non riescono più a uscire con le branchie non riescono ad indietreggiare, rimangono incastrati.

E incastrate nella rete muoiono. Incastrati si trovano anche animali vivi: nel video che potete vedere in anteprima, l’autore delle riprese ha cercato di liberare gli animali, cosa che dovrebbero fare le persone che gestiscono l’allevamento.

Nelle reti, oltre ai pesci si trovano anche gli uccelli, anche loro rimasti impigliati nelle reti: alcuni di questi sembrano essere presenti da diverso tempo.

La scheda del servizio: LAGUNA NERA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

L'Italia è un paese leader nella produzione di trote. Quali sono le condizioni dei pesci nei vasconi e come vengono abbattuti? Grazie a immagini esclusive Report mostrerà la realtà degli allevamenti considerati di alta qualità. E a un anno di distanza dalla moria di pesci che ha colpito la laguna di Orbetello, famosa per la sua preziosa biodiversità, ma anche per le sue spigole e orate, cosa è stato fatto per evitare che succeda di nuovo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 dicembre 2024

Anteprima inchieste di Report - la palude di Venezia, il caso Santanché, lo sportello magico in parlamento

Questa domenica Report tornerà ad occuparsi dell’inchiesta che ha coinvolto la ministra Santanché con nuove testimonianze inedite (anche sui suicidio dell’imprenditore Luca Ruffino) e il coinvolgimento delle alte cariche dello stato in questa vicenda.

Poi un altro ritorno: il sindaco di Venezia Brugnaro e l’inchiesta che coinvolge la giunta comunale.

Reportlab: La comunità di artisti di Bussana


E’ una storia di resilienza quella del borgo di Bussana (nel comune di Sanremo, in Liguria) e della comunità che, con ostinazione, ha deciso di dargli nuovamente vita.
È la storia di Vanni Giuffrè che assieme ad altri immigrati dal sud d’Italia, con un atto costitutivo presso un notaio ha fondato questa comunità di artisti negli anni ‘60, ridando vita ad un borgo che era rimasto disabitato dopo il terremoto di fine ‘800. Il comune di Sanremo, pur di non far abitare le case, aveva bucato i tetti delle case – ricorda davanti alle telecamere di Report Giuffrè.
Sono stati i membri di questa comunità che si sono prodigati per rendere fruibile le case, la chiesa, sistemando i tetti delle case: “questo è quello che è venuto fuori dalle nostre sensibilità, riuscire a far rivivere un paese, non solo tanto dal punto di vista estetico o architettonico, ma anche dal punto di vista di valore artistico, per far rinascere la nostra comunità come un esempio di arte in un posto che sembrava distrutto.”
E ora in questo villaggio vivono artisti e artigiani che vivono una vita non allineata nel sistema: i quadri, le costruzioni, ma anche la cura delle piante.

Man mano si sono aggiustate le case, nonostante qui non ci fossero servizi, acqua, fognatura, elettricità: ci si lavava alla fontana, andavi avanti con le candele e d’inverno era complicato – ricordano oggi i membri della comunità – ogni artista poteva ristrutturare la casa dove voleva andare ad abitare, per legge da fuori non si doveva vedere l’aspetto nuovo, quindi il paese come aspetta doveva rimanere come nel medioevo.

La scheda del servizio: I RESILIENTI di Alessandro Spinnato

Collaborazione Tiziana Battisti

Dalle rovine del terremoto del 1887 a un villaggio d’artisti conosciuto in tutto il mondo. Bussana Vecchia, piccolo borgo situato nell’entroterra di Sanremo, rappresenta oggi un simbolo di rinascita e creatività. Distrutto parzialmente da un terremoto nel 1887, la popolazione fu costretta, dall’amministrazione dell’epoca, ad abbandonarlo. Il paese rimase disabitato per decenni, fino agli anni ‘60, quando una comunità di artisti internazionali decise di ripopolarlo. Oggi, dopo più di un secolo dal sisma, la politica vorrebbe mandare via coloro che il borgo lo hanno ricostruito e fatto diventare una delle mete più visitate del ponente ligure.

Il sindaco nella palude

Report si era occupata degli affari del sindaco di Venezia, che aveva affidato le sue proprietà ad un trust che non era proprio cieco.

Una volta sindaco, Brugnaro non aveva perso di vista i suoi interessi privati: se ne sono accorti i suoi cittadini e se ne è accorta anche la magistratura.

Claudio Vanin è il grande accusatore del sindaco e dei suoi soci: è un imprenditore trevigiano che ha lavorato a lungo con la famiglia Benetton. Avrebbe dovuto realizzare i lavori dell’operazione Pili ma, alla fine, è rimasto a becco asciutto e ha deciso di denunciare tutto alla magistratura.

C’era Brugnaro, c’era il vicesindaco che era della Lega, c’erano tutti, c’era tutta l’entità primaria del comune, io cosa devo preoccuparmi?” racconta a Report della scena incredibile dove il proprietario dell’aria dove si doveva costruire era anche il sindaco, “ma io questo non l’ho mai visto come un problema..”

Ecco come è sparita la percezione del bene comune, dell’essere sopra gli interessi di parte.

La magistratura sta ora indagando sul Blind Trust che gestisce le proprietà del sindaco, che rimangono di sua competenza.

Era stato annunciato nel 2017 questo Blind Trust: una holding amministrata dall’avvocato americano Sacks, che avrebbe dovuto allontanare sospetti e ambiguità sui conflitti di interesse del sindaco che, da quel momento, non avrebbe dovuto sapere più nulla delle sue proprietà.

Il sindaco, che in passato aveva definito Report la vergogna d’Italia, ha deciso di non rispondere alle domande di Report, per chiarire la sua posizione: “siete antipatici e siete la peggior trasmissione d’Italia”.

Non solo abbiamo perso il senso dell’etica, del bene comune: pure la trasparenza, il dover rendere conto ai giornalisti, magari anche antipatici, ma che fanno domande.

Francesco Calzavara, consigliere regionale, è uno degli uomini di fiducia del presidente Zaia: nel 2020 diventa assessore regionale al bilancio e al patrimonio. Non è stato indagato nell’ambito dell’inchiesta “Palude” ma dopo aver parlato con Report, alla fine del 2023 succede qualcosa. La sua famiglia ha preso in affitto per 15 anni Palazzo Donà che il comune di Venezia ha venduto al magnate cinese Kwong (sebbene, raccontano i giornalisti di Report, fossero arrivate offerte migliori della sua): come mai questo occhio di riguardo? “Lei è di Report, sotto c’è la domandina lei come politico ha avuto dei vantaggi da Kwong perché è un politico della regione .. io credo di no.”

Ma l’imprenditore Vanin, per anni accanto a Kwong racconta un’altra storia: “dopo la vostra trasmissione [dicembre 2023] viene fatto un atto a Roma dove praticamente Calzavara e famiglia cedono le loro quote alla società di Kwong e lo stesso giorno questa società vende il palazzo ad una fiduciaria di Milano, per 18 milioni.. ”
Non sappiamo a chi sia stato venduto il palazzo una volta un bene del comune di Venezia: “solo loro sanno da dove arrivano i soldi” spiega il consulente di Report Bellavia “ma anche ammettendo che arrivino dai ricchi veneti sta di fatto che questi pagano 18 ciò che un cinese ha pagato 11 ml”.

L’inchiesta della procura Veneziana ha coinvolto il sindaco Brignaro e anche l’assessore Boraso, accusato di vari atti di corruzione.

Il sindaco ha spiegato di aver preso le distanze dall’assessore dopo l’inchiesta, ma le intercettazione raccontano una verità diversa: in una di queste il sindaco avvisa il suo assessore che si deve controllare, “ci sono diversi discorsi che stanno girando male”.

Allora cambio il telefono – risponde Boraso: ma non è un problema di telefono, “ti hanno messo gli occhi addosso sta attendo a ste robe qua..”

Se avessi avuto qualche informazione circostanziata [su Boraso ]non avrei avuto alcun dubbio nel rimuoverlo dalle deleghe e dal denunciarlo alle autorità competenti – sono state le parole di Brugnaro in aula il 2 agosto 2024: ma è smentito dalle intercettazioni, erano mesi che il sindaco lo metteva in guardia, assicurandogli però che non lo avrebbe mai tradito.

Pensa prima di parlare, soprattutto al telefono .. i soldi mai.. stai attento perché mischi tanta roba.. ricordati, la gente parla e di te hanno parlato tanto..”
Ma è solo invidia – risponde Boraso.

Per i magistrati si è trattato di qualcosa di diverso: a Venezia avrebbe operato una associazione a delinquere, “inserita nel cuore delle istituzioni” al cui interno troviamo i più stretti collaboratori del sindaco.

Morris Ceron è stato per anni un dipendente delle società del sindaco, Reyer e Umana, dove ha fatto carriera: oggi è direttore generale del comune e capo di gabinetto del sindaco, la procura lo ha indagato per concorso in corruzione, sarebbe stato lui a gestire le trattative riservate con Kwong per la vendita dello storico palazzo Poerio Papadopoli.
Come mai il direttore generale del comune si è occupato della vendita di un palazzo? C’è una inchiesta in corso e per il rispetto all’autorità giudiziaria ha preferito non rispondere alle domande di Report.

Nel 2009 il comune di Venezia fissa il valore del palazzo Papadopoli a 14 ml di euro, ma nel 2017 quando imster Kwong ne tratta l’acquisto il comune lo svaluta a 10,7 ml di euro e l’imprenditore di Singapore se lo aggiudica per appena 100 mila euro un più, per 10,8 ml di euro (ed era l’unico offerente).
Di questa vendita se ne era occupato proprio Ceron e in una mail si scrive si potrà discutere il prezzo direttamente col sindaco, come se quel palazzo fosse un bene di sua proprietà.

Torniamo al blind trust, dunque: come mai la procura sostiene che il trust di Brugnaro sia finto? “Aspettiamo fiduciosi l’esito delle indagini della magistratura” la scontata risposta del sindaco.


Ma Report è entrata in possesso dei documenti del trust stipulato il 18 dicembre 2017, regolato con le leggi di New York: l’anomalia più evidente è che il trustee, l’avvocato Saks, non abbia quasi alcun potere autonomo ed è sottoposto al veto del comitato dei guardiani.
Chi sono questi “guardiani”? Lo spiega l’avvocata Molteni dello studio Loconte&Partners “è una figura che ha il potere di vigilanza e di controllo rispetto a quello che è la vita del trust”.
Può avere anche un potere di vero anche se non è consigliabile avere un guardiano con questo potere nei confronti del trustee “perché si aprirebbero delle problematiche rispetto al riconoscimento e alla validità del trust”.
Invece, nel caso di Brugnaro, è scritto nero su bianco che il “comitato può rimuovere qualsiasi trustee e può, in qualsiasi momento, nominare un trustee ulteriore”, il comitato può anche porre il veto su ogni decisione del trustee.
C’è poi molto da ridire sull’indipendenza dei “guardiani”, sono tutte persone legate a Brugnaro e alle sue società: Giampaolo Pizzato è direttore amministrativo di Umana, Francesco Masetto è un importante professionista della società di revisione Kpmg che di Umana certifica i bilanci. E poi c’è l’avvocato Federico Bertoldi, anche lui a libro paga di Umana, nominato da Brugnaro dentro società partecipate dal comune di Venezia.

La scheda del servizio: LA PALUDE DI VENEZIA di Walter Molino e Andrea Tornago

La Laguna di Venezia si è trasformata in una "Palude". Conflitti di interessi, accuse di corruzione, commistione tra affari pubblici e privati, trust americani ritenuti "fittizi": secondo la Procura di Venezia c'è il sospetto che in città "operi stabilmente un'associazione a delinquere dedita alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione". Sotto i riflettori dei magistrati sono finiti il sindaco Brugnaro e i suoi più stretti collaboratori, che provengono da quelle aziende che secondo i pubblici ministeri Brugnaro continua a controllare nonostante l'affidamento delle sue quote al "blind trust" newyorkese. Il sindaco-imprenditore Brugnaro, che ha preso per mano la città dopo lo scandalo Mose, ha mentito ai veneziani?

L’inchiesta sulla ministra Santanché



L’inchiesta sulla ministra del turismo Santanché si arricchisce di nuovi particolari: come il milione di euro dall’imprenditore e amico Briatore con cui si è salvata dal fallimento Visibilia. Un sostegno fatto per amicizia: i soldi sono arrivati nelle case di Visibilia attraverso la compravendita di azioni del Twiga. L’operazione la spiega al fratello della ministra proprio Dimitri Kunz, attuale compagno, “gli diamo un acconto per 1,5 ml di euro da Flavio e 750mila euro io”, ma il prezzo delle quote sembra essere deciso non dal valore di mercato del Twiga ma dalle esigenze finanziarie di Santanché e Visibilia. Aggiunge Kunz, negli atti in mano alla magistratura “l’azienda l’abbiamo valutata 20 ml, che mi sembra generoso” e il fratello della ministra approva, “quindi cade in piedi in ogni caso.”

Ma potrebbe aprirsi un altro filone, per una truffa all’Inps per i giornalisti delle sue società pagati la metà, per far quadrare i conti, pur continuando a fare lo stesso lavoro di prima.

Pena il licenziamento, se qualcuno di loro si fosse lamentato: Report è venuto in possesso di un audio della ministra

Ho voluto fare questa riunione anche con voi perché noi stiamo riorganizzando tutta la casa editrice e tutti i nostri giornali, spero che venerdì firmeremo anche con i tre giornalisti, quelli di Visto. Per farvela breve, stiamo facendo l’accordo dove loro avranno il 50% di stipendio in meno, ma lavoreranno il 100%. Quando ho dei giornalisti che rinunciano al 50% dello stipendio, alle ferie e al 100% che lavorano è evidente che tutti i conti ..”
Geniale la soluzione per far quadrare i conti: far lavorare le persone a metà stipendio, costringendoli a rinunciare a ferie e agli altri benefit, condizioni imposte spesso dietro la minaccia del licenziamento.
“Ho accettate il taglio dei costi o io vi licenzio perché non siete sostenibili ..”è la testimonianza resa a Report da uno di questi giornalisti, Eugenio Moschini ex direttore di Pc Professionale. Il licenziamento è stato una spada di Damocle costante sulle loro teste, in tutti gli anni in cui hanno lavorato per Visibilia.

Infine, questa sera Report darà spazio al racconto di Mirko Ruffino, figlio dell’imprenditore Luca Ruffino: accusa la ministra di aver causato la morte del padre, suicidatosi lo scorso anno dopo aver rilevato le quote le quote di maggioranza di Visibilia.
“Nel testamento lui aveva scritto ‘traghettatevi fuori dalla società, gestite gli appartamenti, godetevi la vita’” racconta il figlio: il padre avrebbe dato indicazione di uscire da Visibilia dunque. Oggi Mirko è convinto che ci sia un collegamento tra Visibilia e la morte del padre: “lui ad un certo punto si è sentito usato, quando ha visto che si stava sgretolando qualcosa, è ceduto completamente .. ”. Quello che è successo con Visibilia poteva mettere a rischio la sua immagine, la sua professionalità, che si era costruito in 35 anni d
i lavoro: “probabilmente potrei ancora parlare con mio padre se non ci fosse stata Visibilia di mezzo.”
Il racconto di Mirko Ruffino va avanti: un giorno il padre gli disse che si sarebbe incontrato con Daniela Santanché, gli aveva fatto vedere una foto di un incontro che c’era stato in un sabato precedente in cui era presente anche Ignazio La Russa. Era l’incontro dove si stava strutturando la cessione di Visibilia, era l’inizio del 2023 (quando La Russa era già presidente del Senato). Cosa c’entrava il presidente del Senato con Visibilia?
Partecipava? Tenderei ad escluderlo – il commento della ministra – per poi cambiare posizione “sono certa che non sia così”.

Eppure Ruffino ne è certo: era stato il padre a parlagliene, si erano trovati con Santanché e La Russa per discutere di quella situazione (ovvero Visibilia).

La scheda del servizio: I SOMMERSI E I SALVATI di Giorgio Mottola in collaborazione con Greta Orsi

Parla per la prima volta il figlio di Luca Ruffino, l’imprenditore milanese che lo scorso anno si è tolto la vita dopo aver rilevato le quote di maggioranza di Visibilia, la società di Daniela Santanchè. Alle telecamere di Report rivela le difficoltà riscontrate dal padre nella gestione di Visibilia, poco prima del suicidio, e le pressioni ricevute da alte cariche istituzionali per acquisire la società fino a poco tempo fa riferibile alla ministra. Abbiamo poi scoperto una possibile nuova truffa all’Inps, di cui, come documentano alcuni audio esclusivi, Daniela Santanchè era direttamente a conoscenza, e un inedito schema di finanziamento attraverso i suoi giornali. Nel corso dell’inchiesta sveleremo inoltre il ruolo di Flavio Briatore e come si incrociano gli interessi di Daniela Santanchè e di un oligarca russo, amico di Vladimir Putin.

Lo sportello più amato dai parlamentari

Della serie, io sono io e voi non siete un c..: Report ha scoperto la storia dello sportello di Banca Intesa in Parlamento che offre condizioni agevolate ai parlamentari.

Poi ci si chiede come mai la tassazione sugli extraprofitti delle banche sia naufragata..

La scheda del servizio: ONOREVOLI CLIENTI di Chiara De Luca e Carlo Tecce

Collaborazione Eva Georganopoulou

All’interno della Camera Dei Deputati c’è uno degli sportelli bancari più ambiti d’Italia che dal 1926 è gestito dal Banco di Napoli, poi inglobato da Banca Intesa. La prima banca d’Italia si è aggiudicata la convenzione anche nell’ultimo bando. Ma la concorrenza questa volta è stata spietata e quindi per aggiudicarsi la convezione ha offerto condizioni imperdibili: un tasso sulla liquidità del 5,625%, un’offerta unica. Report ha scoperto che Intesa San Paolo non è l’unica banca a fare delle condizioni agevolate ai parlamentari.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

18 dicembre 2023

Report – il quadro di Sgarbi e gli interessi di Brugnaro

C'era un cinese a Venezia di Walter Molino e Andrea Tornago

Si comincia con i conflitti di interesse del sindaco di Venezia Brugnaro: l’essere sia sindaco che imprenditore ha fatto bene alle sue imprese che, per evitare accuse di conflitto di interesse ha ceduto la gestione ad un blind trust.

Ma, come racconta il consulente di Report Bellavia, l’essere sindaco ha fatto bene alle sue imprese:

quando Brugnaro ha lasciato il gruppo aveva già un’importante liquidità, stiamo parlando 7ml di euro liquidi, aveva un grosso patrimonio netto, faceva 70 ml di ricavi e guadagnava 10ml l’anno. Nel 2022 i 7 ml di liquidità sono diventati 72ml, ha decuplicato i soldi liquidi, il patrimonio netto da 60ml è passato a 380ml, i ricavi da 373ml sono triplicati ad oltre 1 miliardo di euro .. chissà che parcella gli farà l’avvocato americano. ”

A denunciare il conflitto di interesse nel comune c’è il consigliere Gasparetti: gli imprenditori conoscono bene le aziende del sindaco, gli sponsor lo stesso. Il polo nautico è stato inaugurato pochi mesi fa, i lavori sono stati fatti dalla Setten, sponsor della squadra di pallacanestro di Venezia di proprietà del sindaco. Si tratta della stessa azienda che ha restaurato il Palazzo della Misericordia, palazzo che sarà gestito da una società del Trust.

La LB Holding di Brugnaro ha dentro la Umana, una agenzia del lavoro, la Reyer, poi immobiliari, servizi di manutenzione impianti, per la manutenzione di campi sportivi … il suo Blind Trust fatto nel 2017 ha dato in gestione i suoi beni ad un avvocato americano.
Ma questo sistema in Italia non è stato regolato, Report ha chiesto spiegazioni al blind, al comune di Venezia, ma nessuno ha saputo dare spiegazione su come funzioni: l’unica è fidarsi di Brugnaro.

Quella de I Pili è un’area all’ingresso di Venezia, terreni contaminati che Brugnaro compra a prezzi stracciati nel 2005: quando si candidò a sindaco giurò che su quei terreni non avrebbe fatto nulla. Ma poi scampò un investitore cinese, il signor Kwong, specializzato in grandi operazioni immobiliari: a Venezia voleva costruire un resort di lusso a Certaldo, ma alla fine i lavori si fermarono perché l’imprenditore cinese non pagava i fornitori, come l’imprenditore Claudio Vanin. Assieme avevano lavorato a Venezia, per l’operazione immobiliare nell’area I Pili, sull’area che Brugnaro non doveva toccare: si doveva realizzare ville, centri commerciali, un porto e un palazzetto dello sport, per una operazione da 1,3 miliardi di euro.

Se il sindaco avesse trattato la vendita dei terreni ci sarebbe stato un conflitto di interesse: quei terreni erano inquinati dagli scarichi del porto di Marghera, ma la bonifica non si fece perché il sindaco propose di mettere sopra i rifiuti tossici un sarcofago di cemento. E il blind trust?
Ma Brugnaro si incontrò con Kwong e col suo rappresentante in Italia Lotti, nel 2016, al casinò di Venezia dove il sindaco spiega come sviluppare i suoi terreni al cinese, comprati a prezzi stracciati. E che avrebbe garantito tutte le autorizzazioni edili. Era un incontro col Brugnaro sindaco o col Brugnaro imprenditore?

Vanin racconta di altri incontri tra il sindaco e Kwong, dove si modificavano la disposizione delle costruzioni, nei primi mesi del 2018: Kwong fu spiazzato dalla richiesta di pagare subito 10 milioni a Brugnaro, a prescindere dalla realizzazione del progetto, così l’affare de I Pili saltò.

Ma altre partite andarono meglio: Kwong comprò dei palazzi del comune, palazzo Donà e palazzo Papadopoli, per venderli era necessaria una procedura pubblica, ma Report è in possesso di una mail in cui Lotti scrive che avrebbe incontrato il braccio destro del sindaco, nessun problema sull’acquisto del palazzo. Palazzo Donà venne dato in gestione all’assessore della regione Veneto, pur avendo ricevuto Kwong offerte migliori da altre società alberghiere nella regione.
Palazzo Papadopoli era stato valutato 14 ml, la giunta Brugnaro decide di venderlo a Kwong, unico a partecipare alla gara, per 10 ml: anche qui, diverse mail raccontano di trattative tra Lotti e il comune.
L’assessore del comune Boraso ha presentato in giunta la valutazione al ribasso del palazzo: tutto fatto rispettando la legge risponde oggi. Sono emerse poi delle fatture (emesse da una società a cui dentro era presente Vanin) a società riconducibili all’ex assessore Boraso, per attività di consulenza sul territorio veneto, per immobili privati.
Tutto questo avviene mentre è in corso la trattativa per l’acquisto di palazzo Papadopoli – racconta Vanin, che lancia una accusa pesante, facendo supporre la presenza di una tangente.

L’ex assessore risponde a Report che la vendita dei due palazzi è stata fatta tramite procedura pubblica e che quella consulenza non aveva niente a che fare con l’imprenditore cinese: “dica a Ranucci di occuparsi di cose più serie”.

La tela di Vittorio di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Thomas Mackinson

Nell’esposizione organizzata dal sottosegretario Sgarbi a Lucca era presente anche un suo quadro, attribuito a Rutilio Manetti: un dipinto identico ad un secondo, un’opera rubata in Piemonte. Nell’opera di Sgarbi è presente una fiaccola che nella scheda dell’interpol manca: i giornalisti Bonaccorsi e Mackinson si sono recati a Lucca a chiedere conto a Sgarbi di questi due quadri.

Secondo Sgarbi l’opera è stata trovata in una villa da lui acquistata nel viterbese nel 2000: si trattava di un immobile vuoto, abbandonato, dentro sarebbe stato trovato questa opera. Un caso fortuito, secondo il sottosegretario che, aggiunge, esiste anche un atto nell’archivio di Stato che parla di quell’opera. Ma nell’atto non si parla di Manetti.

Secondo il servizio di Report il quadro di Sgarbi è molto simile ad un altro, rubato nel 2013 dentro un castello a Buriasco: la signora Margherita Buzio ha ricevuto i due giornalisti, mostrando quello che rimane del quadro. I ladri hanno tagliato la tela e lasciato sopra un’immagine appiccicata: l’opera è proprio quella di Rutilio Manetti che rappresenta la cattura di Pietro.

Quel quadro era stato adocchiato da Sgarbi, che aveva visitato il castello più volte, nelle settimane precedenti al furto un certo Paolo Bocedi si era presentato dalla signora Buzio per l’acquisto del quadro. Si tratta del presidente dell’associazione Italia Libera,referente della commissione anti usura della regione Lombardia, grande amico del critico d’arte.
Bocedi ricorda di essere stato a Buriasco con l’autista di Sgarbi, per informarsi sul quadro.

Nel giugno 2013 l’opera di Manetti riappare: Gianfranco Mingardi è un importante restauratore di opere d’arte, per vent’anni uno dei preferiti di Vittorio Sgarbi: il deputato lo chiama perché deve portargli un quadro, era una tela arrotolata “io non avrei mai pensato una cosa del genere” spiega a Report, “che facesse grattare le opere d’arte, lo vedi no? Lo vedi che è tagliata, no?”.
Bocedi consegnò il quadro a Mingardi: oggi, di fronte a questa storia si dimostra preoccupato, da presidente di una associazione anti racket, “sarebbe una bella figura di m..”

Mingardi
una volta ricevuta la tela si preoccupa, teme che se il quadro risultasse rubato potrebbe finirci di mezzo lui e allora chiama al telefono Sgarbi, chiedendo un documento che certifichi la proprietà: “Vittorio ascoltami, mi mandi la carta per cui il dipinto è tuo, così io sono tranquillo, te lo faccio e basta. E lui mi ha narrato la storia del dipinto che stava a villa Maidalchina ..”.

Sgarbi ai due giornalisti ha risposto che si tratta di due quadri diversi, c’è una luce che nell’altro quadro non c’è, è solo una storia di strane coincidenze, cerca di giustificarsi.

Ci sarà una perizia sul quadro, fatta su un pezzo di tela rimasto attaccato alla cornice: speriamo che questa perizia faccia luce su tutte queste coincidenze. Anche per il buon nome delle nostre istituzioni.

Vino connection di Emanuele Bellano

Il servizio di Report ha raccontato che l’immagine del viticultore che fa il vino pigiando l’uva nei tini è quanto mai falsa: il viticultore, in alcuni casi, non sempre, è più un lavoro da chimico.

Eppure sui vini, specie quelli DOCG, sono regolari da precisi disciplinari e questo giustifica il loro prezzo, superiore a quello di un vino “normale”.

È possibile, come racconta a Report Francesco Grossi esperto di vini, che è possibile lavorare l’uva con processi chimici per cambiare le qualità del vino: Grossi produce un vino senza trattazione chimica, esattamente l’opposto di quello che avviene nell’industria.

Basta scrivere imbottigliato da e non imbottigliato e prodotto da, per far credere al consumatore che quel vino derivi da un certo territorio: Sassicaia, Barolo, Amarone sono prodotti anche da uve che arrivano da altri territori, diversamente da quello che uno pensa comprando un vino DOCG.

Report, assieme all’esperto Grossi, spiega come si possa modificare il tenore zuccherino inserendo del mosto concentrato rettificato, inodore: tutto questo per non scartare l’uva di bassa qualità e continuare ad produrre lo stesso numero di bottiglie. Lo fanno in Toscana, dove sarebbe possibile solo in condizioni particolari, perché ci sono state troppe piogge..
Quando ci sono grandi produzioni si autorizzano sempre gli arricchimenti, spiega a Report Grossi: si sono realizzati vitigni su tanti terreni che nel passato erano stati dedicati ad altro.
Per il Brunello di Montalcino si deve stare attenti se sull’etichetta è indicato il nome della vigna, altrimenti il vino potrebbe essere stato addolcito dal mosto.

Ma in etichetta non sono indicate nemmeno altre sostanze, aggiunte per rendere appetibili vini: sono sostanze messe anche in vini DOC e DOCG, come quelle per correggere l’acidità o il colore trasparente (che acchiappa molto i clienti) o chiarificatori.

I chiarificatori derivano dagli scarti degli allevamenti dei suini, testa o piedi: ma il cliente vegano lo sa che nel vino che consuma potrebbe esserci gelatina derivante da pesce o suino?

La legge non impone di indicare che si sia usata la gelatina animale, o l’albumina che deriva dall’uovo perfino la Bentonite (un’argilla).

Si può correggere il colore rosso del vino o anche aggiungere degli aromi, come lampone o mora: si tratta di lieviti usati per fermentare il mosto.

Per dare l’impressione che il vino sia stato tenuto per anni in botti di rovere, si usano delle chips di rovere, che danno quel sentore di botte.

Tutto legale, le cantine le possono usare: ci sono poi gli aromi artificiali o gli aromi estratti, che si possono aggiungere al vino per dare un sentore di frutta, ma questo è illegale.

La Peronospera è un batterio che attacca i vitigni: la vendemmia del 2023 dovrebbe avere meno resa, i disciplinare costringono i produttori a non poter importare vino da altre zone. Ma Report ha raccolto testimonianze di viticoltori che parlano di traffici di uva, di uva comperata in nero, di uva da tavola fatta passare per uva da vino.
Uva che viene inviata dai produttori del sud verso il nord, anche per vitigni prestigiosi: l’uva comprata in Puglia costa anche un terzo rispetto a quella coltivata in Veneto ad esempio.
Servono certificati, creati ad hoc da viticoltori compiacenti, per spostare il vino (e non l’uva) tra cantine diverse, dal sud al nord.

Ad Adelfia, racconta Report in provincia di Bari, c’è un bar dove si tiene la borsa dell’uva da tavola da usare per vinificare: qui un mediatore porta il giornalista da un’altra azienda che spreme l’uva, da usare nei gelati ad esempio. Ma questa uva si usa anche per la vinificazione, venduta tra i 20 e i 30 centesimi al kg. Basta avere la licenza per vendere succhi di frutta..
Ma chi co
ntrolla il vino prodotto in Italia? Ci sono i controlli anche in capo al ministero dell’Agricoltura ma, come racconta l’inchiesta Pinocchio, anche sui controlli ci sono delle zone opache.

Ci sono produttori di Glera che hanno vitigni in Puglia (e non può essere usato per fare Prosecco in Veneto). Che chi ha condotto l’operazione Pinocchio per conto dell’ufficio repressione frodi in Veneto che poi è andato a lavorare presso un altro produttore.