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01 maggio 2025

Indagine apparente di Luca Poldelmengo

Il sole dell’ora di pranzo le impose di rinunciare alla giacca prima e alla camicetta poi. Rimase con indosso solo il top bianco e raccolse i lunghi capelli neri in una coda, scoprendo le spalle. Gli uomini che la incrociavano su Circonvallazione Clodia indugiavano con lo sguardo suil seno generoso. La cosa la lasciò più compiaciuta che imbarazzata: a cinquantasei anni certe attenzioni non erano per nulla scontate. Il pubblico ministero Letizia Riva era cosciente di non poter fermare il tempo, ma era altrettanto convinta che con impegno e forza di volontà sarebbe stata capace di rallentare l’inevitabile declino del proprio corpo.

Letizia Riva è un magistrato della Procura di Roma: cinquantasei anni ben portati, un marito, Aldo, che la ama, che la fa ridere, che la fa star bene. Due figli, Simona e Mattia a cui ha cercato di imporre una sua eduzione, perché non si perdano per strada.

Una vita felice, sebbene al lavoro sia chiamata con un nomignolo non proprio piacevole, per il suo carattere poco espansivo e per l’energia che metteva nel lavoro:

Letizia era una macchina da guerra, la battaglia era il suo modo per definire i rapporti umani. In procura le avevano affibbiato parecchi nomignoli: “la stronza” era il più diffuso

La sua vita, questa tranquillità apparente che parrebbe destinata a durare per sempre subisce una brusca virata il giorno in cui Aldo scompare. La sera prima le aveva lasciato un messaggio vocale, un impegno nel suo studio da veterinario lo costringeva a tornare al lavoro.

Aldo era rientrato in studio prima di scomparire. Cosa poteva essergli accaduto nelle poche centinaia di metri che separavano il bar da casa loro? «Ma è successo qualcosa?»

L’indagine personale, e ancora non ufficiale, per Letizia inizia nel bar di Ettore, un luogo ben conosciuto da entrambi: la sera prima Aldo sembrava diverso dal soli – racconta il proprietario – tant’è vero che ha chiesto di uscire dalla porta di dietro, perché c’era un tizio che lo stava tampinando.

Il dovere, l’etica professionale, richiederebbe che Letizia andasse a raccontare questa storia ad un collega, non dovrebbe essere lei a fare questa indagine, come non dovrebbe essere lei a guardarsi, come favore personale, le immagini delle telecamere del bar. A prendere nota dello scooter su cui quel tizio con cui Aldo stava parlando la sera prima se ne era andato via.

Come anche non sarebbe corretto che Letizia chiedesse all’ispettore Greco, in forza alla polizia giudiziaria del suo ufficio, di fare una ricerca sulla targa.

«La targa che mi ha dato risulta intestata a Igor Baku, ventisettenne albanese pluripregiudicato per droga, lesioni personali e usura».

Inizia in questo modo l’indagine “apparente” (si capirà poi perché) della magistrata integerrima Letizia Riva: un’indagine che la metterà di fronte ad una serie di scoperte via via più difficili da accettare.

Come mai il marito Aldo, la persona con cui scherzava, con cui rideva, con cui aveva programmato una prossima vacanza in America, era in contatto con questo pregiudicato?
Cosa le nascondeva il marito, dietro quella sua esistenza tranquilla di veterinario di città?

Le risposte a quelle domande metteranno in discussione la sua intera esistenza, la sua e delle persone che le sono accanto: quanto veramente conosceva il marito? Era stata attenta a certi segnali che le aveva lasciato? Domande che si allargano poi al figlio, Mattia, a cui Letizia aveva imposto una carriera di istruzione abbastanza rigida, senza preoccuparsi di quello che il ragazzo voleva veramente.

Mattia era uno che per natura galleggiava nel mezzo: lei lo avrebbe definito un mediocre. Non era un figlio da esibire, come Simona.

Una figlia da esibire, perché bella, intelligente. Ma cosa si nasconde dietro questa immagine di facciata?

Letizia si ritroverà invischiata dentro una storia di spacciatori e di criminali: il suo unico obiettivo è risolvere il suo problema familiare, portare a casa Aldo e proteggere la famiglia da qualunque accusa di coinvolgimenti in quei crimini che ora si trova a vedere da una nuova prospettiva.

Cosa sei disposto a fare per proteggere i tuoi cari? È sempre stato il secondo grande problema di Letizia (il primo è l’impossibilità di camminare sulle vie di fuga delle piastrelle): proteggere la vita di tutti arrivando perfino a doverle governare. Anche le vite dei figli:

Quello era il compito di un genitore: dare ai propri figli la possibilità di avere uno sguardo il più ampio possibile.

Ma fino a dove può spingersi un genitore e anche una moglie per cercare di proteggere la vita delle persone della sua famiglia?

C’è una lezione che Letizia imparerà da questa storia, che si chiuderà con un bel colpo di scena sulla scomparsa del marito: bisogna lasciare alle persone a cui vuoi bene anche la possibilità di sbagliare.

«Dovreste imparare a concedere alle persone che amate il diritto di sbagliare… e soprattutto di pagarne le conseguenze». Ettore aveva usato un inedito tono severo.

«Non è facile».

Perché, e anche questa sarà un’amara lezione, la vita felice che credeva di aver vissuto fino a quel momento era solo una illusione: non si era accorta dell’infelicità del marito, del figlio perché non le aveva volute vedere.

L’indagine di Letizia sarà anche un’indagine su sé stessa.

Indagine apparente è un noir dove si mescolano diversi temi: la Roma criminale di cui abbiamo letto sulle pagine dei giornali, dove le piazze dello spaccio sono contese dai gruppi criminali, non solo italiani. Perché lo spaccio della droga è una fonte di guadagno sicura che accomuna tutti gli strati sociali, dagli emarginati delle periferie in cerca di un guadagno facile ai figli della borghesia, in ricerca dello sballo e di una emozione a buon mercato (ma a caro prezzo).

Al centro questa protagonista, Letizia Riva, una donna che si credeva forte, che credeva di vivere in una famiglia felice e che all’improvviso si trova inghiottita in un incubo.

La scheda del libro sul sito di Gallucci

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

16 settembre 2018

Negli occhi di Timea, di Luca Poldelmengo



Incipit

I cunei fonoassorbenti scendevano dal soffitto, sporgevano dalle pareti prive di finestre. Il ronzio delle apparecchiature rimaneva intrappolato tra le mura insonorizzate. La gelida luce al neon saliva dal pavimento, intaccando appena l’oscurità. Nella penombra si distingueva la lastra di metallo sollevata ad un metro da terra. Una donna bionda vi era sdraiata sopra, aveva i polsi sottili e le ossa sporgenti.

La stessa metropoli con la ruota panoramica arrugginita, l'immondizia per strada ora portata via dal nuovo governo.
In “Negli occhi di Timea” troviamo gli stessi protagonisti del precedente romanzo di Poldelmengo: il giovane rampante presidente del Consiglio Mattia Manera che ha preso il posto del vecchio e navigato Lacroix.
I reduci della squadra Red, l'unità segreta della polizia e tenuta all'oscuro dell'opinione pubblica: una squadra in cui si fa uso dell'ipnosi per contrastare i crimini.
Si sono trasformate le persone, che hanno avuto la sfortuna di essere state vicine ad un delitto, in telecamere umane, corpi di persone prelevate in modo coercitivo, la cui memoria viene scandagliata alla ricerca di un particolare utile per le indagini.
POV, nel gergo asciutto (e gelido) dell'inventore di questa tecnica, il professor Basile: “point of view”, non persone.
Telecamere umane, inconsci sacrificabili, testimoni inconsapevoli.

Con “Negli occhi di Timea” si chiude il dittico di Luca Poldelmengo aperto con “Nel posto sbagliato”: se il primo romanzo vi era piaciuto, per tutti i dubbi di natura etica che la storia faceva emergere (è corretto entrare dentro i pensieri e i ricordi di una persona, pur di salvare altre vite? Fino a dove ci si può spingere nello scandagliare i ricordi, anche dolorosi di una persona?), non perdetevi questo secondo capitolo.
Che riparte da dove ci eravamo lasciati: la fuga dei fratelli Tripaldi, gli ex poliziotti della Red, in rotta col loro capo Basile, dopo aver scoperto le operazioni sporche messe in piedi per compiacere il leader dell'opposizione Manera.
Giochi sporchi in cui Vincent Tripoldi (l'io narrante della storia, uno dei punti di vista del racconto) aveva persone alcune delle persone a lui più care: la collega Naima, Leo l'ispettore della squadra, Sara, l'altra ispettrice (e anche amante, per un certo periodo).
Ma soprattutto si era sentito tradito da Basile e aveva così dovuto fare una scelta su chi salvare: tra i suoi amici e il fratello Nicolas, già uscito dalla squadra per una crisi di coscienza e per questo finito in preda alle droghe..
La ruota panoramica era piantata ancora lì dove l’avevo lasciata, ma non era più arrugginita e fatiscente, la stavano restaurando. Manera ne voleva fare il simbolo della rinascita della metropoli, il feticcio della sua vittoria.

Ad un anno da questi eventi, i sopravvissuti di questa storia si ritrovano sulla stessa scena, con ruoli diversi: Manera ha conquistato il potere, ripulito la città grazie ad un accordo con un mafioso albanese, chiamato il supremo.
Il professor Basile, ricompensato con un incarico di governo, aspetta la prima occasione per rendere ufficiale la sua creatura , la RED, perché ancora si illude che solo rendendo tutto trasparente la si renderà un vero strumento per difendere i più deboli, per fare giustizia.
I fratelli Tripaldi, dopo la latitanza, sono tornati per avere la loro giustizia, non quella della legge però, quella della vendetta.
Con un piano che li vedrà allearsi col vecchio politico, forse in declino, Lacroix.
Il potere per il potere. Manera e il professor Basile avevano preso vite, corrotto esistenze, usato persone. Ma soprattutto avevano usato me.

Sullo sfondo, come coprotagonisti, un giornalista prono ai desiderata del governo, quale esso sia, perché ricattabile.
Una guardia del corpo, l'albino, che deve compiere il lavoro sporco per conto del Presidente del Consiglio. Fino a quando si potrà fidare, del presidente. Fino a quando sarà utile, al presidente.
Un giovane politico che sta per vincere le elezioni in Albania, battendo proprio il tasto della legalità e della lotta alla corruzione. Tasto che sta dando dei pensieri al mafioso, ma anche al politico
L’Albania ci è indispensabile per lo smaltimento dei rifiuti, se le cose da noi dovessero cambiare la tua città tornerebbe a essere invasa dall’immondizia, e noi…».

E poi un prete e una bambina. Vittime innocenti di questi giochi di potere, di queste guerre non dichiarate ma non per questo meno violente.
Don Domizio e Timea, la bambina col peluche in mano della copertina, trasformata in un'arma di ricatto perché i suoi occhi, in modo involontario, hanno assistito a qualcosa che non dovevano vedere.

Infine, una fedele zingara da un occhio solo, la devota moglie del presidente, la giovane amante, l'ultimo discendente di una famiglia nobile albanese con tanto rancore dentro e via via, tutti gli altri..

Scordatevi ogni regola del giallo classico: non troverete in questo romanzo lo scontro tra buoni e cattivi. In questo romanzo si gioca su un nuovo piano, dove gli scrupoli della coscienza sono un lusso che ci si può permettere.
Non se li può permettere Vincent, il punto di vista principale del racconto, che per questa vendetta dovrà discendere fino alla fine tutta la scala dei suoi valori.
E se non se li possono permettere nemmeno Manera e Lacroix, i due politici del racconto, che basano la loro strategia su alcune regole non scritte ma sempre valide:
"Chi non è ricattabile non può sedersi al tavolo del potere, mai. Questa è la prima regola. La sola".

Quelli che puoi ricattare, li puoi anche controllare e usare contro i tuoi nemici.
E l'altra regola, la manipolazione delle masse: manipolazione che si ottiene con la paura, instillata nelle masse goccia a goccia, giorno dopo giorno.
«Le edizioni online dei giornali di tutto il mondo lo massacrano. Non mi credete?». Le dita paffute del giornalista danzavano sul vetro, lasciando una scia di sudore. «C’è chi lo taccia d’incompetenza».

Come gli attentati e le bombe con cui si apriva il precedente romanzo.
Come gli altri omicidi organizzati in questo, come arma per piegare l'avversario, per metterlo in difficoltà.
“A qualsiasi latitudine, che si trattasse di far uccidere un dittatore o eleggere un presidente della Repubblica, la massa era una risorsa che andava guidata ricorrendo odio, paura, amore. Quelle stesse emozioni primordiali che chi detiene il potere non si può permettere di assecondare”.

Né eroi, né demoni, almeno non del tutto demoni: i protagonisti di questo racconto sono solo persone alla ricerca disperata di qualcosa che non otterranno mai.
Il potere, che non è mai eterno né duraturo, se è il potere per il potere, se è il potere ottenuto col ricatto, con l'intrigo.
Una vendetta per poter far tornare indietro qualcosa che non tornerà più.

Un noir che, dopo un inizio in cui si va avanti e indietro col tempo, prende un'accelerazione fino ad un finale in cui tutto il mondo troverà nuovi equilibri.
La manipolazione delle masse tramite il controllo dell'informazione e la paura.
Traffici internazionali di rifiuti da parte di mafiosi che avvelenano il loro paese.
Fantapolitica, desiderio di vendetta a prezzo di enormi compromessi.
L'utilizzo dell'ipnosi dentro i laboratori della RED in cui per anni si è scrutato “il ventre molle della città, .. i meandri più oscuri, gli istanti di gioia, la noiosa normalità”, per arrivare a scoprire che “nel profondo dell’animo nessuno è innocente”.

Un bellissimo romanzo di Luca Poldelmengo, che farà nascere in chi legge, tante riflessioni, a fine libro. Libro in cui, ogni riferimento a fatti reali forse non è puramente casuale..
Il booktrailer


La scheda del libro sul sito dell'editore Edizioni e/o
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 aprile 2016

I pregiudizi di Dio di Luca Poldelmengo

Incipit (preso da qui)
Dicono che sono fumoso, contraddittorio, bugiardo. Sono tutti pronti a sputare sentenze su di me: poliziotti, magistrati, giornalisti, criminologi, conduttori televisivi, pure il primo stronzo che cammina per la strada. Perché questo non ce l’ha detto prima, come ha potuto fare quest’altro, non erano state queste le sue parole. Ma che ne sanno di come ci si sente di fronte a certe disgrazie? Provassero a fare un giro nelle mie scarpe prima di parlare. Vorrei vedere le loro, di vite, spiate come hanno fatto con la mia. Tutti bravi a fare i moralisti fin quando stanno dall’altra parte, ipocriti. E se lo facessero a te? Prova a pensarci. Se ti spogliassero e ti buttassero in piazza nudo, senza poter nascondere niente, ma proprio niente, sei sicuro che gli altri ti troverebbero così attraente? Sii sincero, non hai anche tu qualcosa di cui vergognarti, qualcosa che DEVE rimanere solo tua? Prima che succedesse questo schifo io avevo una vita meravigliosa, una villa in collina, un locale che era l’invidia di Tivoli, una Mercedes, due figli fantastici, una moglie che adoravo e che mi amava, e ora mi hanno portato via tutto. Tutto. Io l’ho capito che non gli piaccio a questa gente, ma non per questo non mi devono credere. E tu, almeno tu mi credi se ti dico che io sono la vittima?

Ci sono libri che si possono leggere in tanti modi, diversi tra loro. Come quest'ultimo di Luca Poldelmengo, “I pregiudizi di Dio”: un giallo su un omicidio che ricorda i tanti casi di cronaca che leggiamo sui giornali, un racconto con al centro tre personaggi e le loro psicologie, le loro paure, i sensi di colpa.
Persone normali, se viste da fuori, ma con dentro tanti segreti che si fa fatica di confessare anche a se stessi o magari con una doppia vita, sui social.
Ancora, per volare sempre più un alto, un saggio sul senso di giustizia su questa terra. Dopo l'esperimento, tra l'altro ben riuscito, del romanzo distopico “Nel posto sbagliato” un thriller con sfumature di science fiction , Luca torna alle origini riprendendo parte dei personaggi che avevamo già incontrato ne “L'uomo nero” e chiudendo tutte le storie che in quel racconto rimanevano sospese.....

Chi sono i personaggi del romanzo: sono due uomini alle prese coi loro demoni, per un dolore passato che li ha privati di una persona che stava loro a fianco, lasciando dentro un senso di colpa, per non essere stati capaci di proteggere questa persona, ma anche un violenti propositi di vendetta.
Due uomini che sono anche due poliziotti, Andrea e Marco, con una storia professionale alle spalle che non potrebbe essere più diversa: il primo un poliziotto con anni di Squadra Mobile alle spalle, il secondo entrato in polizia non per vocazione ma per scelta paterna, essendo figlio del vicecapo di polizia.

Andrea era stato un bravo segugio, fino all'abbandono della moglie e ad un incidente capitato in un'azione:
“un uomo integerrimo, uno per cui l’etica aveva un preciso valore, uno mai sceso a compromessi. Ma Andrea non era più quell’uomo. La perdita di Alice lo aveva svuotato”.

Marco Alfieri invece l'abbiamo già conosciuto nel romanzo “L'uomo nero”, il poliziotto che aveva passato una vita a nascondersi dietro l'ombra del padre, il potente vice capo della polizia Donato Alfieri.
“Marco aveva già varcato la soglia etica di fronte alla quale può trovarsi un poliziotto. Era andato oltre, era sceso a compromessi con la sua coscienza”.

Due poliziotti che si ritrovano nello stesso commissariato a Mandela, in realtà solo un presidio di polizia nella valle dell'Aniene, vicino Tivoli.
Una zona a metà tra il grande raccordo anulare e la città di Tivoli, un susseguirsi di abitazioni più o meno abusive, cattedrali del gioco d’azzardo, capannoni industriali attivi e dismessi diventati rifugio di immigrati, discariche e cave di travertino che sembrano crateri lasciati da bombe.
C'è una terza persona che, a metà racconto, si aggiunge ai due: Francesca anche lei poliziotta, anche lei alle prese con un fardello pesante, per un rapporto sentimentale tenuto nascosto, dentro.

In questo territorio, “che aveva subìto un’immigrazione selvaggia, sregolata e disperata”, i due poliziotti sono andati a rifugiarsi, per scappare dalle loro cicatrici (che conoscerete nel corso del racconto). Finché un giorno non piomba al presidio un signore a denunciare la scomparsa della moglie, Margherita, poi trovata morta.
Il sole di quella mattina di maggio doveva ancora raggiungere il fondo della valle. La brina ricopriva l’erba, inumidiva i rami secchi, bagnava la carne. Il cadavere era prono, disteso in un fosso, coperto da frasche gettate sopra per confonderlo alla vista. Il commissario Andrea Valente scese ancora di due passi. Arrivò di fianco a uno degli agenti in tuta bianca che stava liberando il corpo dai rami. Da lì poteva osservare con più chiarezza la figura femminile: la gonna di jeans sollevata, gli slip celesti abbassati alle caviglie, gli evidenti segni di escoriazione profonda intorno all’ano. Lungo il collo c’erano delle larghe ecchimosi, una guancia era poggiata sull’erba. Il viso violaceo era comunque riconoscibile. Il commissario Valente, un decennio in forza alla squadra mobile, sezione omicidi, non sarebbe stato in grado di ricordare quante volte aveva dovuto assistere a scene come quella. L’abitudine è una patina in grado di rivestire anche le esperienze più estreme, relegandole nel novero della normalità. Era questo tratto dell’adattabilità umana a rendere esercitabili professioni come la sua. Ma questa volta era diverso, il diaframma che separava l’uomo dal poliziotto era venuto meno. Andrea aveva lasciato due passi indietro il commissario Valente, era uscito allo scoperto, ed era stato investito dall’angoscia.

La vera giustizia non è di questo mondo, e ciò che chiamiamo bene e male forse sono solo i pregiudizi di Dio.
La frase è una citazione presa da Nietzsche: per raggiungere questa giustizia, fino a che punto siamo disposti a spingerci, saremmo capaci di andare oltre i confini etici che ci siamo dati?
“C’è chi ha scelto di superarlo, il confine, premendo il grilletto in una notte piovosa per vendicarsi, conscio che non sarebbe ritornato indietro, mai”.
Come il confine tra il bene e il male, quello che, una volta oltrepassato non i fa più tornare indietro, perché hai perso quella rettitudine morale, segnando un confine tra un prima e un dopo.
E non riuscendo a fare i conti con la tua coscienza sei costretto alla menzogna, la scelta più facile per continuare a vivere.
Andrea e Marco, i due “uomini soli”, si ritrovano a fianco per indagare su questo omicidio, uno di quei casi che risveglia la morbosità dei media, che su questi episodi di cronaca vanno a sviscerare la vita dei presunti colpevoli, sbattendola in televisione senza nessun filtro. Così si sazia la pancia delle persone, le loro paure, il bisogno di individuare il mostro..
L'indagine li metterà di fronte ai dolori irrisolti ai loro sensi di colpa che si portano dentro come un peso che li affossa, impedendo loro di guardare avanti. Finché arriverà per il loro il momento di fare delle scelte. E attraversare definitivamente quel confine.
«Un buon poliziotto direi di no, un bravo poliziotto forse».
«E qual è la differenza?».
«I bravi poliziotti fermano i cattivi».
«E quelli buoni?».
«Lo fanno nel modo giusto».

Un romanzo dove il lettore viene portato dentro la storia, dentro i suoi luoghi, i suoi colori e i suoi odori.
Luoghi e persone che vengono rappresentate in modo chiaro, in poche parole, facendo uso di metafore suggestive, dell'uso dei colori per raccontare delle sensazioni, come il bianco della polvere di Travertino che si insinua dappertutto.

I precedenti romanzi di Luca Poldelmengo

La scheda del libro sul sito di Edizioni E/O

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16 ottobre 2014

Nel posto sbagliato di Luca Poldelmengo

Tutto era immobile.Le nubi erano basse e dense, raggruppate da un vento che d'improvviso si era dissolto. La cappa sovrastava le acque della baia, ricopriva la spiaggia, si adagiava sulla ruota panoramica e sulla città tutta, come il mantello di un uomo cattivo che volesse ghermirla.Vincent uscì di casa, un'umidità soffocante lo accolse. In una giornata diversa avrebbe maledetto il clima torrido, l'aria fetida, il lezzo che saliva dal mare e dai rifiuti sparsi ovunque.
Tutto è marcio, maleodorante, mefitico nella city dove Luca Poldelmengo ha ambientato il suo ultimo libro. Una città devastata da un maremoto che ha portato l'acqua a ridosso della città, trasformando la ruota panoramica, simbolo del divertimento, ad emblema di una decadenza che non è solo esteriore.
È un qualcosa dentro una società in piena crisi e preda delle sue paure. È un qualcosa dentro la classe politica di questo paese che ricorda da vicino l'Italia (così come la grande city ricorda molto la Roma città eterna). È un qualcosa che riguarda molto da vicino un governo da trent'anni al potere e che guadagna i suoi consensi blandendo il popolino con promesse di sicurezza e con la minaccia della paura.
No, non è solo il marciume dei ratti che schizzano via per i quartieri della città, per le strade intasate dai rifiuti.
Ne “Il posto sbagliato” si affrontano una malattia ben più profonda e insidiosa di questa società immaginaria e futuribile.


Cosa saresti disposto a rinunciare delle tue libertà, in nome della sicurezza?

Dei tuoi diritti sulla privacy, sul diritto a non essere controllato, pedinato, osservato?
Fin dove ci si può spingere nel controllo di una persona, dei suoi spostamenti, dei suoi pensieri, anche quelli più profondi e nascosti, pur di salvare altre vite umane?

Sono questi le domande alla base dell'ultimo libro dello scrittore romano: il mondo della periferia romana è stato abbandonato (ma non completamente) per far sì che la città dove è ambientata la storia rimanga in secondo piano. Non completamente riconoscibile.

Il racconto immagina un mondo dove sia possibile proiettare su un video, come un ologramma, le immagini prese, direi rubate, dalla mente delle persone quando si trovano in stato di ipnosi.
Una scoperta sensazionale, se usata a fin di bene. Rivedere il proprio passato, i momenti più belli della propria vita.
Ma esistono anche altri fini, meno romantici: pensate a come sarebbe bello, per un investigatore, poter avere a disposizione tutte le immagini che gli occhi delle persone hanno catturato, in una piazza dove è avvenuto un crimine. Un attentato. Un omicidio.
Point of view: un punto di vista, o POV:

«POV: Point Of View, così chiamiamo gli individui che si trovano nei pressi di un delitto su cui dobbiamo indagare».
In che modo si rintracciano queste “telecamere” umane? Grazie ad un enorme database alimentato da un elaboratore che intercetta le nostre telefonate, e che registra i dati in un enorme database. Una sorta di Grande fratello, in grado tracciare una mappa di tutte le persone presenti in una determinata posizione.
RED è il nome della squadra super segreta dentro la polizia di Stato, che ha adottato queste tecnologie militari. Una squadra agli ordini del professor Basile e composta da persone apparentemente diverse ma che hanno sposato il medesimo principio:

«in una stanza ci sono due persone, uno è un pluriomicida, l’altro è innocente. Tu hai solo due possibilità, o li metti in galera entrambi a vita o li liberi. Cosa fai?». «Li libero». «Allora hai sbagliato squadra. Noi qui buttiamo la chiave».
Era stata creata dal primo ministro Lacroix come risposta a quello stato di degrado e insicurezza della società.
Oltre al professor Basile, ne fanno parte il commissario Vincent Tripaldi, una persona cinica e chiusa, in perenne difesa del dolore personale che si porta dentro. Gli unici compagni della sua vita due serpenti dentro un terrario, lasciatigli dal fratello gemello Nicolas, anche lui membro della squadra una volta.
I due giovani ispettori Sara e Leo: ansiosa e ansiogena lei, in perenne corsa contro qualcuno, quanto calmo e pacifico lui.
Infine Naima, l’ultima arrivata della squadra.
«Quello che interessa a noi non è ciò che i POV sanno, ma ciò che contengono».
Giustizia e sicurezza sono stati gli slogan della campagna elettorale del vecchio premier Lacroix, l'inventore della Red, da trent'anni al potere: uno che in politica “aveva avuto sempre e solo nemici, mai avversari. Grazie a questa filosofia era stato in grado di detenere il potere così a lungo”.
La sua immagine di difensore della sicurezza viene compromessa da una serie di attentati. In Parlamento viene direttamente attaccato dal suo avversario politico, che rinfaccia le promesse non mantenute.
Alla Red, 
per placare l'opinione pubblica, vengono chiesti risultati e anche in fretta.
Anche a costo di andare dentro la mente di persone che hanno la sola colpa di essere “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”, persone che verranno poi prese e sottoposte a ipermnesia ipnotica. Nessuna autorizzazione da un magistrato, nessuna consapevolezza da parte dell'involontario testimone. Finché i risultati arrivano, bene. Ma qualcuno inizia a colpire la squadra.
Una delle testimoni, una POV, sottoposta ad ipnosi, rivive un ricordo particolarmente doloroso del suo passato che la porta al collasso.
La stampa, informata da qualcuno ben al di dentro della squadra, inizia a raccontare dei metodi poco ortodossi, degli incidenti di percorso. La polemica diventa anche un attacco politico portato avanti dal giovane leader dell'opposizione Manera: uno che aveva condotto la sua carriera politica con all’insegna della moderazione, della pacatezza, della ragionevolezza:

“Non un cobra come Lacroix, non era tipo da rispondere fulmineo all’attacco. Lui accerchiava le sue prede, le aggirava senza che se ne rendessero conto. Quando iniziava a stritolarle per loro era ormai troppo tardi”.
Le polemiche e gli attacchi spaccano la squadra al suo interno. Chi è il nemico oscuro che li vuole annientare? Quale è il vero obiettivo di questa guerra, che si combatte a livelli ben più alti delle teste dei poliziotti della Red?

In questo romanzo, scritto con un linguaggio veloce e asciutto, con immagini che ritornano nelle pagine (la ruota panoramica, i ratti, i gabbiani rabbiosi) si mescola la fantapolitica con la real politick.
Il controllo della mente delle persone. Il governare con la pura. Col cinismo e col disprezzo degli effetti collaterali delle tue azioni. L'ambizione di quella droga chiamata potere. I flash dei fotografi, le interviste sui giornali, l'acclamazione della gente per strada.
Non troveremo buoni e cattivi in questa lettura: se Vincent è il protagonista cinico e solitario, all'anziano professor Oberdan, il cui carattere è costruito per risultare antipatico, è forse l'unica persona positiva nella storia. Il punto di vista dell'autore sull'autore.

Storia in cui ritroveremo tanti aspetti della nostra realtà. A cominciare da questo ragazzo col ciuffo ribelle che, grazie alla sua immagine piaciona, partendo dal mondo dei boy scout, è riuscito a fare la sua scalata dentro il partito progressista.

“L’estrazione sociale, la formazione cattolica e una certa visione comune su alcuni temi politici sembravano collocarlo tra le fila dei conservatori. Ciononostante aveva preferito aderire all’altra compagine, quella dei progressisti, intuendo, quasi divinando, che lì vi fosse lo spazio, che era lì che mancava un leader”.
Non è un caso che il racconto inizi e si concluda con l'immagine della ruota solitaria: un'immagine un po' da film western con i due cavalieri che, anziché allontanasi nella valle su un cavallo bianco, si perdono nella nebbia rugginosa che avvolge tutto in un unico indefinito, metafora dell'ambiguità delle persone, che avvolge e nasconde tutto.

La scheda sul sito dell'editore Edizioni E/O
L'intervista all'autore per Milano nera.


Il sito di Luca Poldelmengo e il suo account twitter: @Luca Poldelmengo
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12 giugno 2012

L'uomo nero di Luca Poldelmengo


Se c'è un libro che può spiegare cosa si intenda per noir italiano, questo potrebbe essere “L'uomo nero” di Luca Poldelmengo.

Ovvero il racconto del lato oscuro della società di oggi, l'assenza di una linea di separazione chiara tra il bene e il male e tra buoni e cattivi. La facilità con cui si può sprofondare nel crimine, per non uscirvi più.
Ne L'uomo nero, protagonisti sono tre persone le cui storie si intrecceranno a seguito di un omicidio mascherato da incidente.
Marco, Gabriele e Filippo. 

Marco è diventato poliziotto per imposizione paterna: ha passato l'intera vita a subire le scelte e a rimandare di volta in volta la svolta, il cambiamento.
Ogni volta, la promessa di cambiamento, suggellata con un nuovo viaggio in una località esotica, rimaneva incompiuta: uscire dalla polizia (e accettare le ire del vecchio), trovarsi una ragazza, uccidere il padre padrone ..
Un uomo in perenne fuga da se stesso.

Evitare noie era il suo comandamento, qualsiasi cosa richiedesse troppo impegno non valeva la pena di essere fatta. Sul lavoro rispettava minuzioso i precetti che si era dato: fare il minimo indispensabile. Nel suo caso, praticamente nulla.Marco rappresentava un'anomalia nelle file della polizia italiana: non era diventato poliziotto per vocazione, né per bisogno; lui era sbirro per volontà divina! Quella di suo padre, Donato Alfieri, congedatosi dal serviziocon il ruolo di voce capo della polizia.
Il genitore aveva scelto per lui una carriera in divisa; e come Garibaldi a Teano, aveva detto obbedisco! Consegnandogli così le chiavi della sua vita di cui, di questo ne era convinto, il suo vecchio si sarebbe appropriato comunque.Pagina 20 

Gabriele, a capo di una catena di alberghi, è uno venuto su dal nulla: l'egoismo e l'avidità sono state le fondamenta della sua vita. Ora, con un matrimonio con una signora della Roma che conta, sta finalmente facendo il suo ingresso in società.
Ingresso a cui non può e non vuole rinunciare per nulla.
Capì presto che l'impressione che aveva avuto del suo capo in quel primo giro in macchina non era lantana dal vero. A Gabriele non solo piaceva ascoltarsi, ma amava farsi ascoltare, rendere il mondo partecipe della sua magnificenza. [..] Anche riguardo a quei favori che Gagliardi non disdegnava Filippo si era fatto nel corso degli anni un'idea piuttosto precisa: più volte gli era stato chiesto di portare una busta a questo o quel tizio, di accompagnare una professionista che avrebbe allietato la serata di questo o quell'amico. Tangenti, mazzette, omaggi della casa.[..] Perché un'altra cosa aveva capito di Gabriele: era meglio credere a quello che diceva, parlava molto ma mai a sproposito. Quella storia che non voleva raccomandati per esempio, era vera. Quello strano uomo a suo modo aveva un'etica, si era dato delle regole. Pagina 29-30

Infine Filippo, l'uomo nero: dopo un errore in gioventù, è diventato l'autista di Gabriele, ha una bella moglie e una figlia per cui stravede.
La sua famiglia è l'unica cosa che vale per lui, la sua famiglia “l'unico posto degno di essere abitato”. 
Quelli erano i suoi amici, da sempre. Quattro, come nella canzone di Paoli, solo che loro al bar c'erano rimasti. Amici del quartiere, cresciuti gomito a gomito, facendo slogan tra le siringhe degli anni '70. Highlander di un'adolescenza anni '80, tra paninari e Monclear. Sopravvissuti a tangentopoli, al lancio di monete all'hotel Raphael, ai primi amori degli anni '90. Ai matrimoni, ai cambi di residenza che li avevano sparpagliati per la capitale e ai primi figli del nuovo millennio. Ai cazzi della vita che li accompagnava verso i quaranta, ora che il primo decennio del XXI secolo se ne era andato.Pagina 43
Questa quiete verrà turbata dalla tempesta che si abbatterà sui tre e ciascuno di loro dovrà fare le sue scelte. Filippo perde il lavoro e dovrà nuovamente tirare fuori il suo lato oscuro, “l'uomo nero”, pur di non perdere la sua famiglia e consentirgli un futuro.
Gabriele, per non rinunciare alla svolta della sua vita col matrimonio, è disposto anche a compiere (o a fare compiere) un crimine.
E Marco, infine, dovrà smettere di fuggire e fare quello che deve fare: non per compiacere il padre o i colleghi, ma semplicemente per la morte di una persona che ammirava.

Sullo sfondo di questo racconto asciutto, veloce, quasi cinematografico (chi legge queste pagine “vede” le scene muoversi), una Roma con il suo traffico, i campo Rom, le macchine, la confusione. Una città altrettanto violenta, cinica e caotica.
Se il precedente libro “Odia il prossimo tuo” aveva i toni da romanzo “western”, questo ha decisamente quelli della tragedia. Non aspettatevi nessun lieto fine, nessun riscatto sociale.
«C'è un uomo nero che batte le nostre strade. È un assassino. È fatto della materia che prendono i sogni quando la ragione si addormenta. È banale e feroce come il Male.Solo l'amore potrà fermarlo. Ma non è detto che ci riesca.» 

GIANCARLO DE CATALDO

Booktrailer




La scheda del libro sul sito di Piemme, e il primo capitolo del libro.

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03 novembre 2009

Odia il prossimo tuo di Luca Poldelmengo

Costruito più come sceneggiatura di un probabile film che come libro tout court, questo di Poldelmengo è quasi un piccolo gioiello.
Veloce, feroce, senza un attimo di respiro: i protagonisti di questo romanzo ambientato a Roma si muovono come attori di un film western, magari di Sergio Leone. Tutti vittime di un destino predestinato e contro cui niente si può fare. Niente: specie se si è mossi dall'odio.
Un odio che ha delle origini diverse: per Cristiano nasce dall'educazione in una famiglia borghese, cattolica, ricca (che vive nel quartiere dell'Infernetto), che gli ha dato tutto, ma che specie il padre, non gli ha dato nulla.

Il padre di Cristiano, padre adottivo, non riesce a creare con lui un rapporto che non sia di scontro. Ha dato tutto al figlio, ma ora non riesce più assieme nemmeno il rapporto con la moglie, che affoga un martini dietro l'altro.

Per Andrea, finito a vivere dentro una baracca, l'odio nasce come reazione al suo fallimento. Ex ciclista, che anziché sfondare nel giro dei professionisti è finito attaccato alla bottiglia. Senza soldi, senza casa, solo con un cane. E quando anche questo cane muore per un gioco stupido, inizia la vendetta.

Flavio, odiava una volta. Odiava come brigatista la classe borghese, il sistema da abbattere a pistolettate. Dopo tanti anni di prigione, credeva, una volta uscito per ricercare un figlio perso, e una nuova vita, di non voler odiare più. Ma si sbagliava.

Tegla è una delle poche donne di questo romanzo, sempre sulla scia del Sergio Leone che nei suoi film le uniche donne erano prostitute o semplici comparse. Venuta dall'Africa per una nuova vita, finita a battere davanti ad un bidone, nei quartieri di Roma.

Un intreccio di storie di solitudini, di rancori e delusioni che covano sotto sotto, e che si incontreranno, o meglio scontreranno per motivi assurdi.

Alla rassegna “La passione per il delitto”, l'autore aveva così presentato il romanzo:
Odia il prossimo tuo è un libro che non da molte speranze di salvezza. Tutte le storie che si intrecciano, in questo romanzo corale, finiscono male.
I personaggi vivono nella solitudine: avranno la possibilità di cambiare, di dare una svolta al vivere ma non la sapranno cogliere, o la coglieranno troppo tardi.
Un libro di uomini e donne sole che non vedono l'appartenenza in nulla: alla fine tutto questo porta ad una forte solitudine .


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