Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

19 gennaio 2025

Anteprima inchieste di Report – la lunga vita del ponte sullo Stretto, le Marche, i signori dello sport e il piano Mattei in Congo

La lunga vita del ponte sullo Stretto, la grande opera non ancora realizzata che sta drenando tutte le risorse del sud. Verrà autorizzata la sua costruzione? Tra pochi giorni verrà presentato il progetto definitivo aggiornato (e non quello di Ciucci del 2005 da cui è partito Salvini). Quanto è indipendente la commissione di valutazione ambientale?

Poi si torna a parlare del piano Mattei, l’enorme spot con cui il governo Salvini pensa di poter aiutare i paesi africani per limitare i flussi migratori.

Reportlab: il turismo nelle Marche

Le Marche sono la prima e unica regione al plurale d’Italia – così ci dice il comico Giorgio Montanini, marchigiano convinto.
“Le Marche sono casa mia, e lo rivendico perché sono marchigiano e fermano orgoglioso. Le Marche sono una striscia di terra in cui ci stanno, pur in una piccola striscia di terra, mille realtà diverse, come in tutta Italia. Però le Marche hanno proprio le differenze dei dialetti così marcati e distanti: Valentino Rossi è marchigiano eppure nessuno direbbe che ha il dialetto marchigiano, perché se vai a Pesaro sei vicino all’Emilia Romagna, se vai a San Benedetto e Ascoli sei già più vicino all’abruzzese. Ancona io la chiamo la terra de mezzo de frodo, perché ha un dialetto tutto suo, particolare, mentre Macerata e Fermo hanno quella connotazione marchigiana che la gente riconosce in giro per l’Italia. In certi momenti storici questa zona qua era quella con più Ferrari pro capite d’Italia, quindi c’era un benessere diffuso, c’era un altro modo di vivere l’imprenditoria con magari anche una certa attenzione al versamento delle tasse diversa da quella che c’è adesso. Adesso lo Stato è un po’ più attento, adesso batte cassa con più attenzione, prima magari no e quindi i soldi giravano molto di più. A Fermo c’erano 20 night, quando ci sono i night in un posto, è Las Vegas oppure ci stanno i soldi. Qua c’erano i soldi, i night oggi hanno chiuso tutti..”



Nel servizio si parlerà di Macerata che è la città di origine di Dante Ferretti, lo scenografo di Hollywood ma anche dei film di Fellini e Pasolini, che ha portato nel cinema la bellezza delle Marche. A Report racconta di come nella sua città abbia lavorato l’ultima volta solo 20 anni fa, quando ha rifatto la Carmen, “poi non mi hanno più chiamato”.

La scheda del servizio LAB REPORT: LET’S MARCHE!

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Il rilancio del turismo nelle Marche è stato uno dei cavalli di battaglia del Governatore Acquaroli che ha istituito un'agenzia apposita proprio per far conoscere il brand Marche fuori regione e all'estero. Si chiama Atim e in appena due anni per il suo funzionamento la Regione ha stanziato circa 12 milioni di euro. Tra uffici deserti e affidi diretti senza bandi di gara, la Corte dei conti ha certificato che Atim è un doppione inutile e costoso dell'assessorato al Turismo di cui lo stesso Acquaroli ha tenuto la delega.

Il ponte sullo Stretto (a tutti i costi)

Ci sono diversi motivi per pensare che ci siano problemi di fattibilità per la realizzazione del Ponte sullo Stretto (il più grande ponte senza campate al mondo, costruito su una zona sismica). A cominciare proprio dal fatto che verrà costruito in una zona ad alto rischio di terremoti: l’ultimo, un terremoto maremoto, avvenuto nel 1908 a Messina, che provocò 80 mila morti, il quinto terremoto più distruttivo nella storia dell’umanità.

Ciucci, di fronte a questo dato di fatto, ha usato la carta dell’ironia per non rispondere al giornalista di Report, Danilo Procaccianti “se vuole fare un esame di questo genere, venga nel nostro ufficio e le facciamo rispondere dai ns esperti.. se lei è un esperto.”

Forse Danilo non è un esperto in sismologia, ma nemmeno il ministro lo è. Ma all’istituto nazionale di Vulcanologia gli esperti ci sono: a Report hanno raccontato che nell’intorno di Reggio Calabria hanno registrato oltre seimila terremoti, “sul fatto che il ponte insista su un’area geologicamente viva e che sia si una struttura che possa essere area epicentrale non ci sono dubbi.”

Sta di fatto che l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia non è stato coinvolto formalmente per dare un parere sulla pericolosità sismica insita nel ponte.

Dovesse arrivare un terremoto di magnitudo 7,1 l’unica cosa che resterebbe in piede sarebbe il ponte ci dicono i sostenitori del progetto del ponte: è vera questa affermazione?

Danilo Procaccianti lo ha chiesto a Carlo Doglioni, presidente INGV: “è famoso il ponte di Takoma che è crollato perché è andato in risonanza per la frequenza dell’oscillazione legata al vento. In questo caso le frequenze sono così basse, di diverse decine di secondi, che il terremoto non farebbe crollare il ponte. Ma il terremoto potrebbe danneggiare fortemente le fondazioni delle Torri e degli ancoraggi, in questo senso il ponte rischierebbe anche di crollare”.
Doglioni ha più volte chiesto che venissero fatti maggiori studi per verificare la fattibilità del ponte, soprattutto ha chiesto che venissero utilizzati coefficienti di accelerazione più alti per verificare il rischio sismico.
“Il ponte è costruito ipotizzando 0,58 [come coefficiente] ma noi sappiamo che nelle zone epicentrali queste accelerazioni per terremoti di magnitudo anche inferiore a 7, sono state spesso anche superiori ad 1G. Il terremoto della Turchia, del Giappone nel gennaio di quest’anno [2024], ci sono state accelerazioni che hanno superato anche i 2G quindi accelerazioni anche più grandi di quelle che vengono ipotizzate. Deve essere realizzata una struttura che resista qualunque cosa succeda.. ”
Non sarebbe stato meglio farlo prima questo approfondimento?
“Noi come INGV non siamo stati coinvolti formalmente per dare un parere sulla pericolosità sismica..”.
A queste osservazioni, l’AD della società per il ponte Ciucci risponde che non ha voglia di fare polemiche con nessuno, noi con INGV collaboriamo.. Un modo per non rispondere alla domanda: due tecnici dell’istituto hanno collaborato con la società ponte sullo stretto a titolo personale, non c’è stata nessuna ufficialità da parte dell’istituto. Dunque non è stata l’INGV come istituto a dare il via libera e ha dato pareri che siano stati utilizzati formalmente nella progettazione.
A onor del vero la procedura di approvazione non prevedeva alcun via libera ufficiale da parte dell’INGV.



Un altro problema potenziale del ponte è la sua altezza: il ministro Salvini in conferenza stampa ha assicurato che l’altezza sarà almeno di 65 metri, a massima capienza cioè con auto e treni (perché su quel ponte passeranno anche i treni). Le navi potranno passarci sotto, “perché è stato studiato dagli ingegneri..”

Ma in realtà non è così: nel 2023 hanno attraversato lo stretto di Messina 5 navi da crociera e 15 portacontainer con altezza superiore a 65 metri, col ponte non avrebbero potuto farlo. Sono dati che arrivano direttamente dal ministero dei Trasporti di Salvini.

Questo sembra preoccupare solo le associazioni locali, come il WWF contrarie a questa opera: questo ponte dovrebbe comportare la variazione delle carte nautiche per il superamento dello Stretto – racconta l’avvocata Aurora Notarianni “questo significherebbe strozzare il porto di Gioia Tauro, uno dei porti di maggiore rilievo nel Mediterraneo e tutto il traffico crocieristico che si sta incrementando a Messina.”
Ma la società stretto di Messina risponde che il ponte normalmente sta sopra i 70 metri: “è come nascondere il sole con un dito, non è così”.
Che il progetto sia tutt’altro che definitivo lo dimostrano anche le incertezze sui cavi, due per lato, che dovrebbero reggere il ponte, che rendono complicata la distribuzione dei carichi in un ponte così lungo (2988 metri).
È il primo progetto al mondo di un ponte a campata unica così lungo – in effetti: l’ex direttore del dipartimento di ingegneria industriale e meccanica di Catania, Antonino Risitano racconta a Report che con quattro corde (per tenere il carico, due per ogni lato) “quando mi sposto da un lato non so come si ripartisce il carico, di quanto una viene caricata più dell’altra.”
I dubbi sui cavi hanno una storia lunga tanto che anche i progettisti originali per verificarne la tenuta raccomandavano prove di fatica.
“Ci sono due pagine nel progetto definitivo in cui sono indicate quali prove devono essere fatte e soprattutto l’attrezzatura con cui devono essere eseguite le prove ma queste prove non sono mai state fatte ” continua il professor Risitano.
E se poi i cavi non reggono? Rifacciamo tutto da capo?
Così per la difficoltà nel fare queste prove i progettisti nel documento di progetto hanno proposto di usare acciai di più elevata resistenza per i cavi: “significa cambiare la parte strutturale più importante del ponte cioè fare un progetto nuovo, di sana pianta”, continua Risitano che poi conclude in modo netto “è tecnicamente sbagliato che si possa approvare un progetto definitivo senza le prove sui cavi, un cavo che cede, il ponte cede.”

Ma il ministro Salvini crede fortemente a questo progetto, secondo il ministro gli italiani aspettano questa opera da 50 anni (oltre ai treni in ritardo, l’acqua nelle case in molte zone del sud..), e con questo governo si passerà dalla parole ai fatti.

Così il primo atto da ministro è stato riesumare la società stretto di Messina spa, che il tecnico Mario Monti aveva deciso di liquidare nel 2013, una società che per non fare nulla ci è già costata 342ml di euro.


Come AD di questa società Salvini ha chiamato lo stesso uomo scelto a suo tempo da Silvio Berlusconi, Pietro Ciucci, colui che per primo parlò di prima pietra del ponte nel 2005. Venti anni fa. Ciucci è stato anche presidente e AD di Anas e durante la sua gestione sono crollati tre viadotti: uno è rimasto nella storia, il rilevato stradale di Scorciavacche, sulla Palermo Agrigento. Inaugurato senza collaudo poco prima del Natale 2014, crollato appena sei giorni dopo.

“C’è stato un errore di progettazione e in fase di realizzazione dell’opera ma quel viadotto e quel rilevato era una soluzione tecnica adeguata al problema da superare ..” spiega oggi a Report lo stesso Ciucci. Ma la procura di Palermo ha ipotizzato dei reati e nel mese scorso ha chiesto per Ciucci una condanna a 4 anni di reclusione, una tegola per colui che deve guidare l’operazione ponte.
Ciucci su questo punto risponde che il ponte non è crollato, è crollato solo un “modesto rilevato stradale” che è ceduto quando la strada era chiusa e quindi senza nessun rischio per nessuno.

Chi sono i membri della commissione tecnica di valutazione di impatto ambientale del ponte?

C’è una consigliera comunale di FDI esperta in interior design (con un dottorato di ricerca in ingegneria ambientale), Margherita Scoccia. Un altro commissario è il vicesindaco di Pisa, sempre di FDI, Raffaele Latrofa, un altro rappresentante politico dentro una commissione che dovrebbe essere terza per poter valutare correttamente un progetto voluto dalla politica.

La scheda del servizio: IL PONTE A TUTTI I COSTI

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Enrica Riera

Il Ponte sullo Stretto, il pallino del ministro Matteo Salvini. Nei prossimi giorni dovrebbe esserci l'approvazione da parte del Cipess del progetto definitivo aggiornato, ma siamo sicuri che la premier Giorgia Meloni voglia prendersi la responsabilità di approvare un progetto sul quale molti tecnici indipendenti hanno posto grossi dubbi di fattibilità? L'ultimo in ordine cronologico è stato il presidente dell'INGV (Istituto nazionale Geofisica e Vulcanologia) Carlo Doglioni, massima autorità in materia sismica in Italia. Altri tecnici meno critici sono stati nominati nella commissione Via (valutazione di impatto ambientale) che ha dato il via libera al progetto. Ma sulla commissione pesa una certa vicinanza ai partiti di maggioranza e c'è perfino chi ha delle condanne proprio per reati ambientali.

Aiutiamoli a casa loro? – il piano Mattei

Il piano Mattei prevede la realizzazione di diversi progetti nei paesi africani, tra cui il Congo-Brazaville, anche in collaborazione con Eni, per diversi miliardi di ml di euro.
Come sono spesi questi soldi? Che livello di trasparenza c’è in questi progetti e nei rapporti con questi paesi, dalla Somalia al Kenia, dall’Egitto al Congo, spesso governati da regimi autoritari.

Paesi con cui Eni e altre major sono chiamati a trattare: “Più il paese è ricco più la corruzione è diffusa ” racconta a Report Massimo Alberizzi direttore di Africa Express “il sociologo svizzero Ziegler ha descritto il Congo come un mendicante seduto su una montagna d’oro, poche famiglie sono ricchissime e gestiscono il petrolio, le concessioni.. Abbiamo avuto dei casi di corruzione molto pesanti che sono ancora in qualche modo da chiarire perfettamente”.
Ma il Congo rimane un partner importante per l’Italia e non a caso è stato inserito tra i paesi pilota nel piano Mattei, il progetto da 5,5 miliardi di euro voluto dalla presidente Meloni che il 25 novembre scorso ha ricevuto a Palazzo Chigi il presidente Denise Sassun Nguesso.

Laura Mazza è rappresentante delle relazioni istituzionali della repubblica del Congo in Italia: “ha chiesto di dedicarsi alla gestione dello sviluppo sostenibile legata sia all’energia che all’acqua ..”
Il progetto in Congo prevede la realizzazione di una rete idrica per assicurare acqua potabile agli abitanti della capitale Brazzaville, tra i suoi sostenitori più convinti c’è anche l’ambasciatore del Congo in Italia, Okemba.

A Report l’ambasciatore questo progetto consentirà la trasformazione dell’economia del paese, oggi legata agli idrocarburi: “il vantaggio del piano Mattei è che non ci viene imposto dall’esterno, è un piano che stiamo costruendo insieme, attualmente il Congo ha avviato un programma di sviluppo dell’agricoltura e di tutela dell’ecosistema forestale, con progetti che permetteranno alla popolazione locale di beneficiare dei nostri rapporti con l’Eni, ma anche col governo italiano.”

Eni è presente in Congo dal 1968 per i pozzi offshore di petrolio è gas naturale, una collaborazione di lungo corso – racconta il servizio – che si rinnova nel nome della soddisfazione reciproca.

Lo racconta l’ambasciatore Henri Okemba “con Eni il Congo è cresciuto moltissimo e con l’estrazione del gas Eni ha dato al Congo un margine di sviluppo ancora maggiore. Proprio assieme ad Eni guardiamo anche alla formazione, all’agricoltura, alle energie rinnovabili, tutti questi progetti vengono portati avanti in modo concreto e trasparente.”

A proposito di trasparenza, a Point-Noire capitale economica della Repubblica del Congo i cronisti de l’Espresso nell’ambito di una inchiesta internazionale coordinata dal consorzio ICIJ, scoprono la casella postale 4801, dove hanno sede due società: la Petroserve che risulta essere una fornitrice di Eni e la Elengui, una società offshore intestata a Marie Madeleine Ingoba, moglie dell’AD di Eni Descalzi.

Lo racconta Paolo Biondani a Report: la signora ha spiegato che questa società è stata aperta su suggerimento del suo commercialista per fare un investimento immobiliare in Congo poi non finalizzato.
Una società inattiva che ha la stessa sede di Petroserve, un gruppo di aziende controllate da holding in Lussemburgo e Olanda che negli anni si è arricchito con Eni, sotto la guida dell’imprenditore inglese Haly.

Di Haly ha parlato a Report un ex manager di Eni che per l’azienda ha gestito le trattative più delicate in Africa: “Haly era legatissimo a tutti i manager di Eni in Congo ed era lui il volto operativo di Petroserve”.

In Lussemburgo le autorità hanno messo gli occhi sulla società anonima Cardon, l’azienda che a caduta, controlla le aziende che si sono arricchite con Eni a cominciare dalla Petroserve: scoprono che fino all’8 aprile 2014 tra i soci figurava, oltre ad Haly, proprio la signora Ingoba.
“LA Petroserve ha avuto solo in Congo contratti da Eni per 104 ml di dollari” spiega a Report Antonio Tricarico di Re Common “per fornitura di navi, per spostare lo staff sulle piattaforme, ma in tutti questi paese ha avuto contratti, secondo la Guardia di Finanza, fino a 305 ml di dollari.”

La moglie di Descalzi esce poi dalla società pochi giorni prima che Descalzi venga nominato amministratore, nel 2014.

La scheda del servizio: TESORO HO PRESO L’AEREO

di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago

Quali sono stati e quali sono gli interessi dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, in Congo e di sua moglie Marie Madeleine Ingoba?

Mentre Italia e Congo-Brazzaville lavorano alla lista di interventi da oltre 320 milioni di euro previsti dal Piano Mattei nel Paese, Report è in grado di rivelare una serie di documenti inediti, interni alla più grande delle aziende controllate dallo Stato italiano che proprio in Congo è attiva da anni nel settore degli idrocarburi.

Documenti mai emersi prima, che aggiungono importanti verità alle inchieste giudiziarie della Procura di Milano aperte sulle attività di Eni in Congo e sulle assegnazioni dei diritti di perforazione.

I signori dello sport

Chi sono i signori dello sport nella politica italiana e perché lo sport è tanto importante per la politica italiana?

Report si occupa di questo nel servizio di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale: sono andati ad intervistare il ministro dello sport Abodi chiedendogli dell’operazione portata avanti dal capogruppo di FI Paolo Barelli, la rimozione del limite dei tre mandati che gli interessava anche come presidente della federazione nuoto.

Il ministro ha risposto di aver preso atto della decisione del Parlamento anche se non è esattamente quello che aveva immaginato.

Ovvero un mondo con tante porte girevoli o, meglio ancora, senza porte tra sport e politica con una commistione di ruoli: ma Barelli è stato capace di svolgere i due ruoli sapendo distinguere le due funzioni – come sostiene il ministro? “Fino ad adesso si nella misura in cui non ho avuto nessun tipo di segnale che lo riguarda”.
Ma Report, che è diffidente di natura, qualche segnale di non separazione perfetta dei ruoli, l’ha notato: grazie al suo emendamento Barelli ha potuto farsi rieleggere al terzo mandato con presidente federale con un plebiscito.

“C’è consenso perché si è registrata una crescita del nostro sistema in maniera chiara” racconta a Report lo stesso Barelli “dopo di che le norme possono permettere ad un presidente di ricandidarsi, il sostegno dei presidenti delle società c’è sempre stato e per cui sono qua..”
Barelli ha attraversato 7 mandati da presidente federale e cinque legislature in Parlamento galleggiando sempre, anche nelle tempeste giudiziarie. Tre anni di squalifica a livello internazionale di cui uno scontato e due annullati: è finito di fronte al comitato etico – spiega Marco Birri dirigente della Lega Europea nuoto tra il 2025 2023 “perché era contemporaneamente presidente della federazione europea e presidente della federazione italiana firmando un documento nel quale tutto il governo della federazione europea non era assolutamente informato.” Questo il motivo per cui a livello internazionale Barelli ha perso la sua credibilità.
C’è poi un’altra vicenda controversa: il pagamento per la ristrutturazione delle piscine per il foro italico. Nel 2013 la Federnuoto saldò parte di un debito col Coni detraendo le fatture di quei lavori che però erano stati già oggetto di un contributo pubblico, insomma Barelli si fece scontare delle spese che aveva sostenuto lo Stato. Per quella vicenda è stato prosciolto dalla giustizia sportiva e penale ma sanzionato da quella contabile. Una sentenza della Corte dei Conti lo ha condannato a restituire 490 mila euro: il danno erariale è una colpa grave per un uomo delle istituzioni ma anche per questa vicenda la sua carriera non ha avuto problemi, a pagare al suo posto è stata la federnuoto. Tutto è perdonato: Barelli è tornato rafforzato sia nello sport che nella politica, come racconta il giornalista de Il Domani Vittorio Malagutti “gode di un potere enorme nel partito, adesso è capogruppo alla Camera, è uno dei parlamentari più legati al ministro Tajani ”

La scheda del servizio: BARELLI & BINAGHI. I MONARCHI DELLO SPORT ITALIANO

di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Da un quarto di secolo Paolo Barelli è il capo indiscusso della Federazione italiana nuoto. Il suo potere nello sport, però, deriva anche dalla sua carriera politica: parlamentare da cinque legislature, è capogruppo di Forza Italia alla Camera e braccio destro del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani. Proprio il doppio ruolo gli ha permesso di superare indenni diversi ostacoli. Con documenti e testimonianze esclusive, Report racconta i segreti di Barelli, i suoi conflitti di interessi e ricostruisce gli affari degli ultimi anni che arrivano fino al suo partito. Un altro mister B. dello sport italiano è Angelo Binaghi, presidente della Federtennis che, fra un anno, come Barelli, festeggerà il suo quarto di secolo al comando.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 novembre 2021

Anteprima inchieste di Report – il report dell'Oms, il grande riciclatore e i campioni dello sport

Chissà se anche la puntata di questa sera susciterà le stesse reazioni censorie (oltre che le giuste critiche come ogni servizio giornalistico) come quella della scorsa settimana sulla terza dose?

Gli argomenti, almeno sulla carta, riguardano temi molto tabù: il report dei ricercatori veneziani dell'Oms ritirato perché critico contro l'azione del governo italiano (e i rapporti opachi tra l'organizzazione e le istituzioni italiane).

Il sistema di riciclaggio dei soldi della ndrangheta (eh, ma vuoi mettere i furbetti del reddito di cittadinanza?), la nuova cupola mafiosa in cui fanno parte anche massoni e politici e infine le tasse che i campioni dello sport dovrebbero pagare.

I giochi politici attorno alla pandemia

Oramai, a parte Report, Presadiretta e la procura di Bergamo, chi altri si ricorda di quel piano pandemico che l'Italia, mentendo all'Europa, non ha aggiornato per anni e che nemmeno ha usato ad inizio pandemia, lo scorso anno?

E chi ancora a voglia di aprire il capitolo dei rapporti opachi tra le istituzioni italiane e Oms, un organo di garanzia sovranazionale che non dovrebbe fare favori a nessuno?

Eppure fare luce su quei primi mesi della pandemia in Italia consentirebbe di chiarire le responsabilità (a meno di non voler far passare l'idea che sia stato solo un caso) ed evitare altre morti al prossimo giro. I virus non aspettano altro.

Il servizio di Cataldo Ciccolella e Giulio Valesini riparte da qui: il piano pandemico, il rapporto dei ricercatori di Venezia ritirato perché avrebbe creato imbarazzo al governo italiano, le telefonate e i messaggi tra Ranieri Guerra ed esponenti delle istituzioni italiane.

Aggiungendo altri tasselli: come la telefonata, ai primi di marzo, prima che il governo Conte decidesse di mettere in lockdown il paese, tra regione Lombardia e Oms, tra i presenti Luigi Caiazzo braccio destro dell'assessore al welfare Gallera e Hans Kluge, capo dell'Oms in Europa.

In questa telefonata la regione cercava una pezza politica dall'Oms invocando un loro intervento per far chiudere la regione, non avendo messo in piedi nessuna misura restrittiva chiedeva all'organizzazione, “anche loro avevano bisogno di una foglia di fico”, citando l'espressione usata da Ranieri Guerra.

Anche Massimo Zambon, il “pesce piccolo” come si definisce nel suo libro, ha assistito a questa telefonata: “il dottor Caiazzo chiese aiuto ad Hans Kluge dicendo che la situazione in Lombardia era critica, c'erano delle proiezioni che dicevano che se la situazione fosse andata avanti in quel modo, al 26 marzo ci sarebbero stati 20mila casi, con 2000 pazienti in terapia intensiva, per cui loro non avevano alcuna capacità in TI. Il dottor Caiazzo fece una richiesta molto esplicita a Kluge chiedendo supporto a chiudere la regione Lombardia.”

Caiazzo chiede a Kluge, agenzia tecnica, di parlare col governo per chiudere i confini e adottare misure restrittive sul modello di quanto si stava facendo in Cina.

Duemila persone in terapia intensiva era l'elaborazione che già il 4 marzo era stata fatta da Stefano Merler, autore degli scenari per il piano segreto del governo e da Danilo Cereda in regione Lombardia: una catastrofe annunciata, per giorni dopo questi scenari non sono stati presi provvedimenti né in regione né dal governo.

Dallo scambio di mail tra OMS e regione emerge che la preoccupazione dell'organizzazione era non turbare l'armonia col governo più che tutelare la salute dei cittadini lombardi.

Zambon aggiunge che anche il ministro Speranza, ad inizio marzo, chiede supporto politico a Kluge, per le sue scelte. Come mai questo doppio atteggiamento con regione e governo?



“I panni sporchi si lavano in casa” - il monito del responsabile della compliance dell'OMS Andreas Mlitzke durante una riunione interna: ma poi questi panni vanno lavati, per evitare zone grigie ed accuse: perché le denunce interne fatte da personale OMS, come quella di Zambon (o come altre su casi di violenza in Congo durante la crisi dell'Ebola), non hanno fino ad oggi portato ad indagini degli organismi di vigilanza interni.

Sul Fatto Quotidiano è un'uscita una anteprima del servizio:

Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella di Report tornano anche sul piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e sul rapporto dell’Oms che definiva “caotica” e “improvvisata” la risposta italiana alla prima ondata, pubblicato e ritirato in poche ore il 14 maggio 2020. Alcune chat tra il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e il ministro Roberto Speranza portano a ipotizzare un ruolo di quest’ultimo nella mancata ripubblicazione. “Con Kluge sarò durissimo”, annunciava Speranza, indispettito perché il governo non era stato informato della pubblicazione, riferendosi al direttore europeo dell’Oms, il tedesco Hans Kluge. E poco dopo: “Mi ha chiamato Kluge. Si è scusato. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi”.

La scheda del servizio: La resa dei conti di Cataldo Ciccolella, Giulio Valesini con la collaborazione di Eleonora Zocca e Norma Ferrara

Report torna sull'inchiesta che ha fatto il giro del mondo: la soppressione del dossier sulla gestione della pandemia in Italia, frutto del lavoro dei ricercatori Oms della sede di Venezia. Il rapporto denunciava l'esistenza in Italia di un piano pandemico vecchio, datato 2006, e mai aggiornato, ma denunciava anche le bugie della Cina sui primi contagi e gli errori della stessa Organizzazione mondiale della sanità. Per questo andava riscritto o fatto morire. Attraverso materiali inediti Report può rivelare tutta la catena di eventi che ha portato a silenziare il lavoro di Francesco Zambon, responsabile del dossier ritirato e mai più ripubblicato. Più che motivazioni scientifiche si è trattato di un vero intrigo internazionale. Inoltre sarà trasmesso un video esclusivo in cui un funzionario di primo livello dell'organizzazione di Ginevra dice che se ci sono problemi non bisogna andare a parlare coi giornalisti, perché i panni sporchi si lavano in casa. Infine, mentre i pm di Bergamo indagano anche sulla mancata applicazione del piano pandemico, gli inviati di Report sono andati a curiosare dietro le quinte della Commissione d'inchiesta parlamentare che dovrebbe indagare sul Covid-19. E hanno scoperto insospettabili accordi tra destra e sinistra per limitare l'ambito di indagine.

I soldi e il potere delle (nuove) mafie

Un uomo solo avrebbe riciclato 500 miliardi per la mafia, camorra e ndrangheta: Giorgio Mottola ha incontrato quest'uomo, Roberto Recordare, nel suo studio, dove il giudice Gratteri viene raffigurato in un quadro con le corna, perché emblema di una magistratura mafiosa.

Secondo gli investigatori questa persona avrebbe messo in piedi uno schema di riciclaggio per conto delle mafie, italiane o anche straniere: ma potrebbero anche essere soldi di provenienza diversa, di altre mafie o di altri, “perché sono calabrese sono ndranghetista?” prova a difendersi Recordare, “se faccio un reato, voglio farlo a nome mio.”

Recordare è un riciclatore autonomo, dunque, proprietario di titoli come quello da 36 miliardi di dollari, certificato da una banca danese e che fanno riferimento ad un fondo negli Emirati Arabi.

Di chi sono questi soldi? “Se sono illeciti, andate a prenderli” è la risposta dell'imprenditore.

Ma in questa storia si incontrano personaggi morti e poi resuscitati, come il signor Dimitri V., titolare di un fondo da 1 miliardo di dollari con sede a Cipro: miracolo? No, la foto di questa persona sul passaporto ricorda quella di Roberto Recordare, un imprenditore italiano al centro del servizio di Mottola.

Nonostante questo Dimitri V. sia morto da 30 anni l'agenzia delle entrate gli assegna nel 2017 un codice fiscale con cui delega al signor Recordare la gestione del suo fondo da 1 miliardo.

Nell'intervista, il signor Recordare nega inizialmente di aver mai conosciuto questo Dimitri, per poi cambiare versione e spiegare che sì, quello sulla foto del passaporto è lui, ma è tutto regolare, perché “la stessa persona può avere in giro nel mondo identità diverse.”

Il servizio di Mottola racconterà di come la ndrangheta abbia cambiato pelle, una prima volta, a seguito di un incontro su una montagna in Aspromonte, Montalto, nel 1969, raccontato a Report da uno dei presenti. Si tratta dell'avvicinamento di esponenti della ndrangheta, mediato dal boss Paolo Di Stefano con persone “che non appartengono a noi”, personaggi politici che “possono portare armi, possono portare soldi, possono portare pratica, insegnamento per fare le cose migliori di come le abbiamo fatte fino ad oggi. Dalla boscaglia arrivano questo gruppo di uomini, Stefano delle Chiaie, Pier Luigi Concutelli e Valerio Borghese.”

Erano i principali esponenti dell'estrema destra in quel momento, Delle Chiaie il fondatore di Avanguardia Nazionale, nata come scissione dall'MSI, Concutelli era tra i dirigenti di Ordine Nuovo, altro gruppo nato dal Movimento Sociale, condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Occorsio (nel 1976) e Junio Valerio Borghese, ex gerarca e fondatore del Fronte Nazionale.

L'incontro tra questi due mondi fu determinante per l'organizzazione dei moti di Reggio Calabria, nel 1970 – racconta Vincenzo Vinciguerra, esponente di Ordine Nuovo: “mobilitare le piazze era qualcosa che poteva fare la ndrangheta, non Avanguardia Nazionale, c'era un accordo operativo tra ndrangheta e A.N. che risale all'autunno del 1969, ancora prima di Piazza Fontana.”

Nel summit di Montalto la ndrangheta non stringe un accordo organico solo con l'estrema destra, come emerso nelle indagini sul Golpe Borghese c'è un terzo protagonista che ha avuto un ruolo importante di regia dell'operazione, la Loggia Propaganda 2 di Licio Gelli.

La scheda del servizio: Il grande schema di Giorgio Mottola con la collaborazione di Norma Ferrara e Alessia Marzi

Dove finiscono i soldi delle mafie? Report ha provato a cercare una risposta entrando nella storia di un imprenditore calabrese che potrebbe aver riciclato circa 500 miliardi di dollari per conto di 'ndrangheta, Cosa nostra e del clan dei Casalesi. Potrebbe essere lo schema di riciclaggio più imponente della storia italiana. Secondo gli investigatori, l'imprenditore aveva creato una rete che andava da Cipro alla Malaysia, passando per Tagikistan, Pakistan, Dubai e Afghanistan. Sul suo computer le forze dell'ordine hanno trovato decine di passaporti falsi e documenti che attestavano la gestione diretta di investimenti finanziari per quasi 40 miliardi di euro. In esclusiva Report è riuscito a intervistare il presunto riciclatore, che ha spiegato i meccanismi della finanza internazionale con cui è possibile movimentare somme di denaro colossali. Si va dai templari ai broker internazionali, con sullo sfondo i rapporti con gli esponenti dell'ala finanziaria di alcuni tra i clan di mafia più potenti in Italia. L'imprenditore è stato intercettato e pedinato per quasi un anno e le sue operazioni finanziarie restituiscono un racconto completamente inedito di come le mafie riciclano i soldi, degli uomini che li fanno circolare, di chi li incassa e di chi finisce, senza saperlo, per usare gli stessi canali dei clan per muovere il proprio denaro. Una storia in grado di ridisegnare lo schema del riciclaggio dei soldi che partono dal nostro paese e fanno il giro del mondo.

Le tasse dei campioni

Come e dove pagano le tasse i campioni dello sport italiano?

Il servizio Giulia Presutti spiegherà come non sempre i campioni italiani siano anche campioni nel fisco: Matteo Berrettini ha costituito una società nel Principato di Monaco che incassa al posto suo i proventi dell'attività tennistica, ACEMAT SARL, una sorta di interposizione tra il tennista e chi lo paga, una tecnica usata per sfruttare i diversi criteri di tassazione del reddito di impresa, rispetto alla tassazione del reddito della persona.

Queste società, chiamate star company, dovrebbero pagare le tasse nei paesi in cui la star incassa il compenso ma in realtà servono anche ad alleggerire la scure fiscale sugli sportivi perché ovunque la SARL ha aliquote più basse della persona fisica.

Il docente di antiriciclaggio Ranieri Razzante aggiunge che “il compenso grosso da un torneo viene tassato di meno se lo fattura la società, perché in genere l'aliquota è più bassa, effettivamente va a pagare di meno perché si scarica più costi. Perché io sportivo da solo mi posso scaricare solo la mia tuta, una spesa irrisoria rispetto al mio guadagno, la società si scarica la sede, la luce, il gas, il telefono ..”.

Dove sta il vantaggio?

I soldi del torneo vengono in parte girati alla società, come compenso per gli amministratori (ovvero la star stessa, come Berrettini), con cui poi ci si scarica i costi e così dal punto di vista fiscale il ricavo risultante è inferiore, così da far figurare lo sportivo “più povero”.

In Austria ad ottobre si sono disputati gli Open dove Berrettini era testa di serie: il torneo e gli allenamenti sono blindati poiché il manager ha vietato l'intervista a Report, perfino i suoi autisti sono stati “brieffati” per non dare informazioni alla giornalista.

Nella sede della società di Berrettini non c'è un ufficio preposto a curarne gli interessi, anzi nel palazzo di lusso in centro a Monaco sono presenti in un solo piano decine di società analoghe.

Qui, racconta una segretaria, le star dello sport non hanno mai messo piede, le persone vengono a prendere la posta e via

La scheda del servizio: Controlli al campione di Giulia Presutti

Tra gli atleti italiani, molti hanno scelto di non vivere più in patria. Il Principato di Monaco e la Svizzera sono le mete preferite per chi sposta la residenza fiscale. Si tratta in genere di tennisti, come i numeri 9 e 7 mondiali Jannik Sinner e Matteo Berrettini, e di piloti di Formula 1 e Moto GP. Girano il mondo tutto l'anno per competizioni e tornei, perciò la normativa internazionale impone loro di pagare le tasse in tutti i paesi nei quali competono e producono reddito. In Italia è chi eroga il compenso, l'organizzatore del torneo o la casa automobilistica, a trattenere le imposte dovute al fisco. Ma è sempre così? Alcune scuderie di Formula 1 hanno deciso di utilizzare società estere per fare i contratti ai piloti. Con qualche vantaggio fiscale...

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


14 settembre 2021

Presadiretta – lo sport è un diritto

Cosa c'è dietro la guerra di soldi e potere del progetto della super lega del calcio europeo?

E come mai in Italia lo sport di massa non è finanziato dallo Stato, come in altri paesi, dove lo sport è considerato un diritto primario? Quali sono le conseguenze di questa scelta?

La bomba della super lega scoppiò lo scorso 18 aprile, un campionato riservato ai più blasonati club di calcio europei, 12 squadre tra cui la Juventus.

Una sfida alla Uefa che detiene i diritti della champions league: nelle successive 48 ore intervengono contro la super lega i primi ministri inglese, Draghi, Macron, oltre al presidente della Uefa.

Scoppiò anche la rivolta dei tifosi, soprattutto in Inghilterra, assieme ad ex giocatori come Gary Neville del Manchester: tutti ad attaccare i presidenti delle squadre inglesi, tifosi, allenatori, contro un modello che di sportivo aveva poco.

In poche ore i sei club inglese fanno un passo indietro, facendo crollare il progetto, nonostante i tanti milioni che sarebbero ricaduti sui club.

I proprietari americano vogliono soldi, non gli interessa del calcio e della squadra, vogliono un modello chiuso, per fare soldi e profitti facili: questo raccontano i supporter inglesi contattati dal giornalista di Presadiretta e che ora vogliono un maggiore controllo sulle squadre, una sorta di golden share. Per evitare di trovarsi un giorno di vedere la loro squadra giocare a Dubai anziché a Liverpool o a Londra.

I soldi del progetto super lega fanno comodo ai proprietari delle squadre oggi in crisi e non solo per la pandemia: ma questa è una storia che ancora non si è chiusa, sia perché i bilanci sono ancora in rosso e il calcio è ad un passo dalla bancarotta. Poi perché la guerra dietro il calcio professionistico è ancora in corso.

Ceferin, presidente Uefa, sapeva del progetto qualche giorno prima: il giornalista Tario Pajna del Ny Times racconta a Presadiretta i retroscena di questa storia, la telefonata tra Ceferin e Andrea Agnelli, il sogno di quest'ultimo di trasformare la Juve nella portabandiera dell'Italia nel mondo, i debiti di Florentino Perez del Real Madrid..

Abbiamo visto in tanti l'addio al Barcellona di Leo Messi, “per ragioni strutturali” si è detto: sono i soldi, il Barcellona è in rosso per più di 1 miliardo di euro e non si può permettere l'ingaggio faraonico chiesto da Messi, 35 ml di euro l'anno, ecco perché hanno aderito al progetto super lega.

Secondo il giornalista del NY Times Tario Panja, i presidenti delle 12 squadre avrebbero avuto la protezione di Infantino: nei documenti che il giornalista ha visionato si parlava in codice di un progetto W01 che significava Fifa, dunque i club contavano di essere appoggiati dalla Fifa.

Infantino si è difeso dicendo di averne parlato, del progetto, questo lo sapevano tutto, ma non significa che la sua organizzazione fosse dietro il progetto o che complottasse.

Chi c'era sicuramente dietro l'affare è la banca d'affari JP Morgan che da anni investe nel mondo del calcio: sarebbero stati i finanziatori del progetto, dando ai 12 club fondatori un prestito complessivo di 3,5 miliardi di dollari da rimborsare in 20 anni – lo dice Patricia Kowsmann, giornalista del Wall Street journal – usando un tasso di interesse del 2 o 3%.

In più la banca acquistava anche futuri diritti televisivi per i quali erano previsti enormi margini di crescita.

Una mossa che chi conosce il mondo degli affari, è comprensibile: JP Morgan ha avuto un ruolo importante negli acquisti recenti di squadre di calcio, le squadre sono un vero affare per gli americani, lo trasformano in un evento per farci soldi a tutto tondo. Gli investimenti americani avrebbero trasformato il calcio italiano, come la NBA.

Un affare che conveniva a tutti: alle squadre che avrebbero avuto delle entrate fisse e sicure (non come i ricavi se si entra nella champions league), alle banche d'affari.

Il giornalista Riccardo Cucchi, storica voce delle radiocronache, chiede alle squadre di calcio di fare una profonda riflessione su dove stanno portando questo sport.

Ma non ci sono solo gli americani, ci sono anche gli arabi: dopo la notizia della super lega, la UEFA ha annunciato di aver trovato un fondo che avrebbe messo più soldi di quelli promessi da JP Morgan per finanziare la prossima Champions League.

E' una rivelazione fatta da un giornalista de Il Sole 24 ore, Carlo Festa: “è una contesa geopolitica tra due mondi finanziari diversi, Ceferin il capo della UEFA ha cercato di farsi sostenere finanziariamente da fondi sauditi, da esponenti della famiglia reale del Qatar. Gli Emirati Arabi da anni sostengono il calcio, ma sostenendone l'establishment, sostenendo la Uefa, la Fifa”.

Non a caso i prossimi giornali si giocheranno in Qatar, non a caso il Paris Saint Germain non è entrato nella super lega.

Non è un caso che Al Khelaifi, presidente del fondo sovrano del Qatar e del Paris Saint Germain ha sostituito Andrea Agnelli a presidente dell'associazione dei proprietari dei club diventando una sorta di paladino dei valori del calcio. Ma quando il calcio europeo era alle prese col fair play finanziario, tante le entrate tante le uscite, lui ha comprato Mbappè per 145 ml di euro, Neymar per 200ml di euro, questo perché il PSG è la prima squadra comprata da uno stato, che ha potuto aumentare i ricavi con sponsorizzazioni di Stato, soldi dalle aziende del Qatar, dalla compagnia aerea all'azienda del turismo.

Quest'anno si è assicurata a suon di milioni – racconta l'anteprima del servizio – Donnarumma, Sergio Ramos fino a Leo Messi.

Qual è la posta di questa battaglia di potere tra americani e arabi fatta a colpi di milioni sul calcio europeo? Soldi e potere, i diritti televisivi e chi comanderà nel calcio del futuro.

Per avere un'idea, il piatto dei diritti televisivi della super lega è stimato in 4 miliardi ed è in crescita.

Diritti oggi in mano in modo monopolistico da Uefa (titolare dei diritti della Champions) e dalla Fifa (per i mondiali di calcio).

Anche Agnelli in una conferenza se la prende col potere monopolistico della Uefa: la super lega era un grido disperato – si difende Agnelli.

LA Figc non ha accettato l'intervista con Presadiretta: all'inizio di questa storia la posizione di Gravina è stata molto sfumata. La posizione dell'associazione calciatori è diversa invece: Umberto Calcagno presidente Aic si chiede, nell'intervista come siano stati spesi i soldi incassati dalle squadre negli anni prima della pandemia, quando sono saliti gli introiti ma anche i debiti.

Il calcio è diventato un business in questi anni: secondo Cucchi il punto di svolta nel passaggio al calcio finanza è stata quando le squadre sono diventate Spa, il calcio è oggi un affare, ma il cuore rimangono i tifosi.

La super lega era una scorciatoia per uscire dal rischio della bancarotta, ma anche mondo per rompere il monopolio sui diritti: ma come hanno fatto le squadre ad indebitarsi tanto?

L'Inter dopo aver vinto lo scudetto ha dovuto vendere Lukaku e Akimi, secondo un piano di ridimensionamento: è come se il calcio fosse un colabrodo, perché se gli incassi finiscono tutti in stipendi. Se non ci fosse stato un fondo americano col suo prestito da 300ml, le cose si sarebbero messe male: forse a breve l'Inter potrebbe essere in vendita.

Questo spiega il progetto sul nuovo stadio a Milano: stadio con ristoranti e altri servizi a valore aggiunto, che le rendono macchine per far soldi.

Anche la Juve ha problemi di debiti, sia per l'operazione Ronaldo che per l'acquisto di Higuain: le grandi squadre italiane sono nella stessa situazione, se fossero aziende private normali, sarebbero già fallite.

Sono molte le squadre fallite nel calcio minore, dal Como al Vicenza al Bari, dopo i casi del Chievo Verona, Cesena e Parma nel 2015 per un bancarotta da 200ml di euro.

Una storia raccontata dall'ex capitano Alessandro Lucarelli: i camion che portavano via i materiali dagli uffici, il non avere più un pullman per le trasferte, l'usare i soldi proprie per pagare i dipendenti della società, diventando il simbolo della rinascita del Parma, dopo la retrocessione in serie D.

Dai successi dell'era Tanzi, al fallimento, legato anche al crac di Parmalat: la squadra non fallisce ma passa al nuovo presidente Ghirardi.

Anche l'ex AD Leonardi ha voluto raccontare la storia del crac a Presadiretta: è stato condannato in primo grado, anche per la questione della vendita del marchio, per la gestione del mercato e per le plusvalenze (fatte per gonfiare in modo fittizio il bilancio).

E' una strategia – si difende Leonardi – una cosa comune in tutto il mondo del calcio: si tratta di uno scambio tra giocatori il cui valore viene gonfiati per far sì che i bilanci delle società di calcio non fossero in perdita.

Oggi le plusvalenze valgono 800 ml di euro: “sono diventati un mezzo contabile con cui i club in difficoltà cercano di accomodare i bilanci molte volte a discapito di esigenze tecniche” - è Luciano Mondellino a parlare: “permette un incasso subito senza fuoriuscita di denaro.”

Analizzando le plusvalenze della Juventus degli ultimi anni, il giornale Calcio e Finanza ha scoperto che nella gestione Agnelli il loro peso è sempre cresciuto fino a rappresentare il 20% del fatturato, crescita più marcata dopo gli acquisti di Cristiano Ronaldo e Higuain.

E' un calcio ancora regolare, quello dove le squadre rimangono in piedi per delle plusvalenze, con rapporti privilegiati tra alcune squadre e altre?

Di questo calcio poco trasparente ne parla il giornalista Pistocchi, ex Mediaset: a Presadiretta racconta delle moviole proibite, delle commissioni esagerate pagate ai procuratori, “quando scorre tanto denaro il sistema va regolato. Noi abbiamo bisogno di un sistema calcio da rivoluzionare” continua Maurizio Pistocchi, favorevole ad un maggiore controlli sui soldi che transitano nel sistema calcio - “ma non possono rivoluzionarlo gli interpreti che hanno portato il sistema allo sfascio”.

In Germania la soluzione a questo problema è l'azionariato popolare: il Bayern Monaco è in mano al 75% ai tifosi, il resto è in mano agli sponsor.

Altri club sono in mano ad associazioni di tifosi, con dentro tifosi che possono influenzare le politiche del club. Non decidono sul calciomercato, ma possono dare indicazioni generali, come per esempio il rifacimento dello stadio del Colonia calcio, che poi non si è fatto, lo stadio rimane al suo posto.

In Italia ad un progetto simile sta lavorando il “tifoso” Carlo Cottarelli: una società in crisi potrebbe essere risanata prendendo soldi non da fondi speculativi, ma da azionisti che vogliono sostenere veramente la squadra.

Dal calcio per ricchi, allo sport di massa: sui campetti di calcio, sulle piscine, sui campi di pallavolo e di pallacanestro non arrivano i milioni del calcio e nemmeno quelli dello Stato. E questo ha conseguenze gravissime sulla nostra salute.

A Torino si trova la Reale società di ginnastica, qui i ragazzi fanno esercizi col materasso, sognano di andare alle Olimpiadi, allenandosi per ore tutti i giorni: è da associazioni come queste che arrivano i campioni di domani. Per la prima volta quest'anno per rimanere aperta, la Reale società ha dovuto chiedere una colletta per coprire una spesa di 10mila euro.

Perché in Italia lo sport di massa lo pagano le famiglie: tenere aperte le strutture sportive ha un costo, e sono i comuni i proprietari della maggior parte delle strutture.

Ma i comuni non hanno soldi per ristrutturare le vecchie strutture costruite negli anni che così rimangono chiuse e abbandonate.

Sabrina Carreras è andata a vederle da vicino queste strutture abbandonate come la città del rugby a Roma: un progetto approvato dal comune nel 2004 che prevedeva la costruzione di uno stadio per la squadra capitolina, ma variante dopo variante si è trasformato in un'opera mastodontica con tre piscine, un centro benessere, due sale fitness, una foresteria e una pista da pattinaggio. Era qualcosa di tutto finito – mostra alla giornalista il presidente del comitato di quartiere Spinaceto. 28 milioni spesi per un'opera oggi abbandonata perché la società che doveva completare l'impianto è fallita, il comune anziché trovare un altro imprenditore per completare i lavori si è dimenticato di avere questa struttura.

In questi anni in cui è stata abbandonata la struttura è diventata un rudere, è stata una occasione persa per lo sport, perché è impossibile da usare anche per il rugby poiché il campo non ha le misure regolamentari, il campo è di cinque metri sotto il consentito.

Sempre a Roma Calatrava aveva progettato la città dello sport, ma per i mondiali del 2009 l'impianto era ancora chiuso perché i 60ml di soldi pubblici per realizzare l'opera non bastavano più per la crescita dei costi. Così Roma oggi non ha ancora un palazzetto dello sport per i ragazzi, queste rende ancora più urgente la sua sistemazione.

Il 7 ottobre 2017 500 ragazzi romani hanno occupato lo stadio Flaminio, realizzato negli anni 50 in base ad un progetto che prevedeva anche una piscina, palestre per la ginnastica e per il pugilato. Chiuso per ristrutturazione dal 2018, è un simbolo di un comune che non sa utilizzare i suoi spazi che già ha – racconta Pietro Forti uno dei ragazzi dell'associazione Scomodo – c'è bisogno di spazi come questo per fare sport. A parole sono tutti buoni, continua, ma nei fatti si fa poco per renderlo nuovamente utilizzabile come spazio pubblico.

Ci sono anche impianti pubblici di quartiere abbandonati: come a Casal Bertone, realizzato dalle Ferrovie dello Stato nel 2012, ma il comune è mai riuscito a trovare un gestore per far partire l'impianto.

A Roma ci sono zone urbanistiche che non hanno impianti sportivi, specie fuori dal raccordo: ne parla l'urbanista Monni, spiegando che questa è una discriminazione per le famiglie romane,costrette a far salti mortali per accompagnare i figli a fare sport, oltre che a spendere molti soldi.

In Italia lo sport è per i ricchi, dice il presidente di Federconsumatori: per far nuoto ad un bambino, una famiglia arriva a spendere fino a mille euro, quasi uno stipendio.

Eppure l'Italia è ai primi posti per il numero di bambini sedentari, un dato che si è aggravato dopo la crisi economica e dopo la pandemia, specie al sud.

Lo sport è anche un modo per non far “perdere” i ragazzi per strada: dove sta il pubblico, dove stanno i comuni, il governo, le regioni?

Fare attività sportiva fa bene alla salute: i nostri bambini già a sei anni soffrono di dolori alla schiena, c'è il problema dell'obesità infantile, una nuova emergenza nel nostro paese.

I bambini devono muoversi, hanno fame di stimoli: con la scuola dell'obbligo aumenta la sedentarietà dei ragazzi, costretti a stare fermi per ore, mentre sappiamo che il movimento migliora l'apprendimento.

Mauro Berruto, ex allenatore di Pallavolo, oggi nella segreteria PD è promotore di un manifesto in cui si chiede di inserire la parola sport nella Costituzione, per determinare un diritto per i bambini con politiche pubbliche.

Il diritto allo sport che si deve integrare coi diritti alla salute e all'istruzione: lo Stato deve togliere ai privati l'esclusiva dello sport, se ne deve occupare lo Stato perché conviene a tutti.

Ma come funziona nel resto d'Europa? In Francia, ad esempio, lo sport lo paga lo Stato e si insegna nelle scuole. Basta entrare nelle scuole pubbliche francesi per rendersene conto: quasi tutte le scuole hanno delle piscine, piste di atletica, palestre, sale pesi con tutte le attrezzature, tavoli da ping pong e biliardini e già alle scuole elementari.

Piscine dove fare esercizio per almeno due ore alla settimana, per dare a tutti i ragazzi la stessa opportunità, di prendere confidenza col nuoto. Palestre dove fare diversi sport, per mostrare ai ragazzi più possibilità.

In Francia lo sport è cultura: per questo ogni scuola ha la sua associazione sportiva, dove gli insegnanti devono lavorare per almeno tre ore la settimana.

Tutto pagato dallo Stato perché, come ha spiegato il ministro dell'educazione nazionale Blanquer conviene: “è stato dimostrato che un euro investito nell'attività fisica dei bambini genera 8 euro di risparmio per il servizio sanitario, direi che è un buon investimento.”

Lo Stato investe nelle strutture ma anche negli insegnanti (che sono 500mila), che vengono formati per insegnare ai ragazzi la pratica di diversi sport.

In Italia arriveranno miliardi dall'Europa che dovremo spendere col pnrr: dobbiamo fare delle scelte ora, per spendere bene i soldi per gli italiani di oggi e di domani, meno grandi opere e più palestre e piscine, più ore di ginnastica.

Bella l'intervista, a fine servizio a Antonio Bosso, campione di Parkour: questo sport lo ha salvato da un altro destino, che forse era scontato.

13 settembre 2021

Anteprime Presa diretta – il diritto allo sport

Le immagini dei nostri atleti vincitori alle Olimpiadi a Tokio e, ancor di più alle para-olimpiadi, ci hanno emozionato.

Eppure in Italia in televisione l'unico sport di massa rimane il calcio e le nostre città sono ancora una trappola per chi deve muoversi su una carrozzina (o ha in generale delle difficoltà fisiche). 

Presadiretta stasera si occuperà dello sport in Italia e, nella prima parte, di quello che sta succedendo nel mondo del calcio, partendo dall'annuncio poi fallito, della nascita della super lega nell'aprile scorso. 12 top club europei, tra cui Juventus, Inter e Milan, che avrebbero giocato in un campionato europeo d'elite: una sfida alle istituzioni calcistiche, la Uefa, che detiene i diritti della massima competizione europea, la Champions League.

Non era un tentativo di colpo di stato, si è giustificato Andrea Agnelli presidente della Juventus in una conferenza stampa nei giorni successivi al dietro front, ma “un grido d'allarme per un sistema che, non so se consapevole o non consapevole, si indirizza verso l'insolvenza.”

La Juventus da anni chiude i bilanci in perdita, spiega a Presadiretta Luciano Mondellino direttore di Calcio e Finanza, “la superlega con guadagni garantiti a Juve Inter e Milan sembrava una toppa ai problemi che sono emersi negli anni”.

Guadagni garantiti da una banca d'affari che sul piatto avrebbe messo 4,5 miliardi - spiega Riccardo Cucchi, giornalista sportivo -ma questi non era miliardi regalati, bisogna pensare che quelle squadre di calcio sarebbero diventate prigioniere di quella banca d'affari.

Perché le tre squadre italiane che hanno aderito sono anche tra le più indebitate: se fosse una società privata sarebbe già fallita, fattura 3,5 miliardi di euro e ha debiti per 4,5 miliardi. “Oggi i conti tornano con le plusvalenze” racconta il giornalista Pistocchi ad Alessandro Macina.

Analizzando le plusvalenze della Juventus degli ultimi anni, il giornale Calcio e Finanza ha scoperto che nella gestione Agnelli il loro peso è sempre cresciuto fino a rappresentare il 20% del fatturato. Sono cresciuti i movimenti di giocatori dopo gli acquisti costi di Cristiano Ronaldo e Higuain.

“Sono diventati un mezzo contabile con cui i club in difficoltà cercano di accomodare i bilanci molte volte a discapito di esigenze tecniche” - è sempre Luciano Mondellino a parlare: “permette un incasso subito senza fuoriuscita di denaro.”

Chi ha pagato per le plusvalenze è stato il Parma: al momento del fallimento nel 2015 aveva 150 giocatori a contratto spostati come pedine per logiche di bilancio. Giocatori mai visti al centro sportivo della squadra emiliana.

Sono molte le squadre fallite nel calcio minore, dal Como al Vicenza al Bari, dopo i casi del Chievo Verona, Cesena e Parma nel 2015 per un bancarotta da 200ml di euro.

Una storia raccontata dall'ex capitano Alessandro Lucarelli: i camion che portavano via i materiali dagli uffici, il non avere più un pullman per le trasferte, l'usare i soldi proprie per pagare i dipendenti della società, diventando il simbolo della rinascita del Parma, dopo la retrocessione in serie D. Dai successi dell'era Tanzi, al fallimento, legato anche al crac di Parmalat

La super lega è un'idea principalmente del presidente del Real Madrid Florentino Perez e di Andrea Agnelli, “la sua idea è di far diventare la Juventus la portabandiera del calcio nel mondo” racconta il giornalista del NYTimes Tario Panja.

La spinta a questa super lega arriva anche dalla crisi finanziaria ha investito il Barcellona e il Real Madrid che hanno accumulato enormi debiti da rimborsare anche a breve termine e la necessità di dover reperire fondi il più velocemente possibile.

Abbiamo visto in tanti l'addio al Barcellona di Leo Messi, “per ragioni strutturali” si è detto: sono i soldi, il Barcellona è in rosso per più di 1 miliardo di euro e non si può permettere l'ingaggio faraonico chiesto da Messi, 35 ml di euro l'anno, ecco perché hanno aderito al progetto super lega.

Questo avrebbe avuto l'appoggio anche della Fifa, spiega il giornalista del NYTimes il cui presidente è lo svizzero Gianni Infantino: nei documenti che il giornalista ha visionato si parlava in codice di un progetto W01 che significava Fifa, dunque i club contavano di essere appoggiati dalla Fifa.

Infantino si è difeso dicendo di averne parlato, del progetto, questo lo sapevano tutto, ma non significa che la sua organizzazione fosse dietro il progetto o che complottasse.

Chi c'era sicuramente dietro l'affare è la banca d'affari JP Morgan che da anni investe nel mondo del calcio: sarebbero stati i finanziatori del progetto, dando ai 12 club fondatori un prestito complessivo di 3,5 miliardi di dollari da rimborsare in 20 anni – lo dice Patricia Kowsmann, giornalista del Wall Street journal – usando un tasso di interesse del 2 o 3%.

In più la banca acquistava anche diritti televisivi per i quali erano previsti enormi margini di crescita.

In quali mani è finito il calcio (non solo italiano)? Ci sono capitali stranieri, come quelli che hanno preso la proprietà della Roma, finita nelle mani di un magnate americano. Ma nel calcio europeo ci sono anche soldi da fondi arabi: dopo la notizia della super lega, la UEFA ha annunciato di aver trovato un fondo che avrebbe messo più soldi di quelli promessi da JP Morgan per finanziare la prossima Champions League.

E' una rivelazione fatta da un giornalista de Il Sole 24 ore, Carlo Festa: “è una contesa geopolitica tra due mondi finanziari diversi, Ceferin il capo della UEFA ha cercato di farsi sostenere finanziariamente da fondi sauditi, da esponenti della famiglia reale del Qatar. Gli Emirati Arabi da anni sostengono il calcio, ma sostenendone l'establishment, sostenendo la Uefa, la Fifa”.

Non è un caso che Al Khelaifi, presidente del fondo sovrano del Qatar e del Paris Saint Germain ha sostituito Andrea Agnelli a presidente dell'associazione dei proprietari dei club diventando una sorta di paladino dei valori del calcio. Ma quando il calcio europeo era alle prese col fair play finanziario, tante le entrate tante le uscite, lui ha comprato Mbappè per 145 ml di euro, Neymar per 200ml di euro, questo perché il PSG è la prima squadra comprata da uno stato, che ha potuto aumentare i ricavi con sponsorizzazioni di Stato, soldi dalle aziende del Qatar, dalla compagnia aerea all'azienda del turismo.

Quest'anno si è assicurata a suon di milioni – racconta l'anteprima del servizio – Donnarumma, Sergio Ramos fino a Leo Messi.

Qual è la posta di questa battaglia di potere tra americani e arabi fatta a colpi di milioni sul calcio europeo? Soldi e potere, i diritti televisivi e chi comanderà nel calcio del futuro. Per avere un'idea, il piatto dei diritti televisivi della super lega è stimato in 4 miliardi ed è in crescita.

A far fallire il progetto sono state le proteste dei tifosi e così molti presidenti, come quello del Liverpool l'americano John Henry, hanno dovuto chiedere scusa.

La crisi ha fatto venir fuori la verità su come viene gestito il mondo del calcio: a raccontarlo è uno dei supporter dell'Arsenal: il proprietario della squadra inglese Stan Kroenke possiede una holding con cui controlla diverse squadre e considera l'Arsenal solo come uno strumento per far soldi, non per custodire il club. Ed è venuta fuori anche la verità sui debiti milionari del sistema calcio. Come hanno fatto le squadre di calcio ad accumulare tanti debiti, visto che prima della pandemia si è registrato un aumento del fatturato del +40%, ovvero 3,5miliardi di euro? Cosa ci hanno fatto con questi soldi?

I cattivi sono solo i club della super lega o anche la Uefa e la Fifa che di fatto hanno il monopolio sui redditi delle competizioni internazionali che sono quelli più sostanziosi?

“Noi abbiamo bisogno di un sistema calcio da rivoluzionare” continua Maurizio Pistocchi, favorevole ad un maggiore controlli sui soldi che transitano nel sistema calcio - “ma non possono rivoluzionarlo gli interpreti che hanno portato il sistema allo sfascio”.

Dal calcio per ricchi, allo sport di massa: sui campetti di calcio, sulle piscine, sui campi di pallavolo e di pallacanestro non arrivano i milioni del calcio e nemmeno quelli dello Stato.

In Italia lo sport di massa lo pagano le famiglie, andando a spendere ogni anno anche migliaia di euro per far fare ai propri figli un'attività sportiva.

Ci sono impianti abbandonati come lo stadio di rugby a Roma costato 28ml di euro, il palazzetto dello sport sempre a Roma chiuso nel 2018 e ancora non ristrutturato.

500 studenti hanno invece occupato lo stadio Flaminio anche questo chiuso in attesa di ristrutturazione.

Sabrina Carreras è andata a vederle da vicino queste strutture abbandonate come la città del rugby a Roma: un progetto approvato dal comune nel 2004 che prevedeva la costruzione di uno stadio per la squadra capitolina, ma variante dopo variante si è trasformato in un'opera mastodontica con tre piscine, un centro benessere, due sale fitness, una foresteria e una pista da pattinaggio. Era qualcosa di tutto finito – mostra alla giornalista il presidente del comitato di quartiere Spinaceto. 28 milioni spesi per un'opera oggi abbandonata perché la società che doveva completare l'impianto è fallita, il comune anziché trovare un altro imprenditore per completare i lavori si è dimenticato di avere questa struttura.

In questi anni in cui è stata abbandonata la struttura è diventata un rudere, è stata una occasione persa per lo sport, perché è impossibile da usare anche per il rugby poiché il campo non ha le misure regolamentari, il campo è 5 metro sotto il consentito.

Il 7 ottobre 2017 500 ragazzi romani hanno occupato lo stadio Flaminio, realizzato negli anni 50 in base ad un progetto che prevedeva anche una piscina, palestre per la ginnastica e per il pugilato. Chiuso per ristrutturazione dal 2018, è un simbolo di un comune che non sa utilizzare i suoi spazi che già ha – racconta Pietro Forti uno dei ragazzi dell'associazione Scomodo – c'è bisogno di spazi come questo per fare sport. A parole sono tutti buoni, continua, ma nei fatti si fa poco per renderlo nuovamente utilizzabile come spazio pubblico.

Ma come funziona nel resto d'Europa? In Francia, ad esempio, lo sport lo paga lo Stato e si insegna nelle scuole. Basta entrare nelle scuole pubbliche francesi per rendersene conto: quasi tutte le scuole hanno delle piscine, piste di atletica, palestre, sale pesi con tutte le attrezzature, tavoli da ping pong e biliardini e già alle scuole elementari. Tutto pagato dallo Stato perché, come ha spiegato il ministro dell'educazione nazionale Blanquer conviene: “è stato dimostrato che un euro investito nell'attività fisica dei bambini genera 8 euro di risparmio per il servizio sanitario, direi che è un buon investimento.”

Lo sport di massa per tutti, bambini e non, va finanziato dallo Stato perché lo sport è un diritto da difendere, è il commento di Riccardo Iacona.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 giugno 2016

Stato di calamità finanziaria

Nella giornata di silenzio elettorale, sto seguendo con interesse la discussione ad Omnibus dove si parla di sport e grandi eventi.
Pare che in Brasile per completare le grandi opere necessarie per le prossime olimpiadi, si stia invocando lo stato di calamità per poter agire in emergenza.
Con tutti i rischi che noi italiani, dopo Expo, conosciamo bene.

Organizzare i grandi eventi porta bene al paese che li ospita?
A Londra si è rifatta la città e si sono organizzare delle Olimpiadi spettacolari.
Ma ad Atene l'indebitamento è stata anche concausa del default del paese.
In Francia gli europei oltre ad essere una bella vetrina, porteranno un aumento di pil di qualche decimale.
Ne vale la pena?

In Italia i grandi eventi hanno portato spesso a debiti e impianti lasciati a metà: a Torino per i mondiali di sci, a Roma per i mondiali di nuoto con Alemanno per arrivare a Italia 90 organizzata dall'omonimo dell'attuale sponsor delle olimpiadi a Roma.

So cosa risponderanno quelli favorevoli a questi grandi eventi: che abbiamo otto anni, che c'è tempo per organizzare queste olimpiadi, i posti di lavoro (si vabbè..) per far crescere una nuova classe dirigente ..
Peccato che dietro queste olimpiadi non ci siano facce nuove (Malagò, Caltagirone, lo stesso Montezemolo). Che per lo stesso Expo abbiamo sprecato anni per decidere a chi dare le poltrone.
Finché all'orizzonte non vedremo gente nuova, prima di imbarcarsi in un'avventura del genere sarebbe bene almeno coinvolgere la popolazione, per tempo, prima di presentare la candidatura.

E poi, come racconta Oliviero Beha, sarebbe il caso di iniziare a discutere di contenuto e contenitore. Cosa sono diventate le Olimpiadi e i grandi eventi sportivi?
Sono un contenitore per soddisfare gli appetiti speculativi di pochi, le ambizioni politiche dei politici che campano su nastri tagliati e inaugurazioni.
E il contenuto? Lo sport che fine ha fatto?

I casi di doping mondiale ci raccontano di una realtà diversa, dal maratoneta Schwazer all'intera squadrarussa, che è stata invitata a non presentarsi a Rio.
Non è più sport. E' una calamità.

05 maggio 2014

Non siamo un paese sportivo

Le immagini di Sabato, all'Olimpico, hanno mostrato il volto del calcio professionistico, dove le curve sono spesso in mano alla criminalità.
E dove i club sono ricattati, da questi personaggi da libro noir (e senza cultura sportiva): il risultato è lasciare gli stadi a queste persone.
Tutta la sceneggiata della trattativa, tra l'altro, avveniva di fronte ai vertici della sport italiano, come il presidente del Coni Malagò.

Di Coni e dello sport in Italia si parlerà questa sera a Report, in un'inchiesta dove si cercherà di capire dove finiscono i nostri soldi spesi per lo sport, se e quali sport vengono incentivati rispetto ad altri (meno scenografici, come racconterà la lanciatrice di martello).

Si parlerà anche del calcio dilettantistico, della regola che vincola un tesserato a rimanere nella stessa squadra fino a 25 anni, a meno di pagare sottobanco qualcosa. Delle regole sui campi da calcio (parliamo di 500000 impianti), che impongono l'uso dell'erba sintetica (ma anche la terra battuta va bene), un costo che non tutti si possono permettere.
La sabbia omologata arriva da Latina o Vicenza: una bella spesa per le squadre del sud.

La scheda della puntata: Sportivo sarai tu di Stefania Rimini
Abbiamo 1247 atleti militari stipendiati dallo Stato, 6 milioni di sportivi amatoriali, 4 milioni e mezzo di agonisti, 45 federazioni sportive, 16 enti di promozione, 95mila società sportive dilettantistiche. Nel grande villaggio dello sport c'è chi sta a galla a malapena e c'è chi vive da signore con il denaro raccolto dai tesserati e con i milioni che piovono giù dal Coni.
Il Coni distribuisce 411 milioni, denaro pubblico che riceve dal Tesoro e che dovrebbe servire a promuovere l'attività sportiva. Vediamo che uso ne fanno le varie federazioni sportive: dal calcio dilettanti al nuoto, dal tennis agli sport dell'aria, dagli sport equestri all'atletica, al tiro a segno, al pugilato...
E poi c'è il Coni con i suoi 1200 dipendenti e il presidente, l'imprenditore Giovanni Malagò, che aveva promesso di portare trasparenza ed efficienza. Ma in certi ambiti sportivi chi osa criticare è punito o radiato, mentre in altri si abusa delle agevolazioni fiscali per evadere tasse e contributi. Eppure lo sport è un mondo dove dovrebbero dominare i valori di lealtà, correttezza, coraggio e passione disinteressata.
L'anticipazione della puntata su Corriere – reportime:

Gli altri servizi che andranno in onda questa sera:

Seat Pagine Gialle è la società che stampa e consegna in tutte le case degli italiani Pagine Gialle e Pagine Bianche, gli elenchi del telefono. Oggi il suo business è principalmente on line. Fino alla fine degli anni Novanta la società era di proprietà dello Stato. Poi si è deciso di privatizzarla. Nel 2003 è finita nelle mani di un gruppo di fondi di investimento. Allora il suo valore in borsa era di 24 miliardi di euro. Oggi a 10 anni di distanza vale 1000 volte di meno: 30 milioni di euro e ha dovuto portare i libri in tribunale perché rischia il fallimento. In questo passaggio ci sono 300 mila piccoli azionisti e risparmiatori che hanno perso 4 miliardi di euro. E poi ci sono i dipendenti della società: 1.000 famiglie che rischiano di rimanere senza lavoro.
Auto da collezione e auto storiche, il governo aveva legiferato per tutelare i modelli delle automobili più prestigiosi e simbolici che hanno percorso le nostre strade e che hanno segnato la nostra epoca.
I collezionisti sono stati così agevolati nel pagamento del bollo e del passaggio di proprietà che, per le auto registrate come storiche, diventa quasi gratuito: a decidere chi entra in Paradiso è L'ASI, l'Automoclub Storico Italiano. Alla fine però, nel calderone, ci finiscono anche le macchine che sono vecchie di oltre 20 anni e che di storico hanno solo l'età. Come mai?