Mentre ieri sera guardavo il film di Michael Moore su Trump, un dato mi ha impressionato: il numero dei non votanti in America, che è pari quasi al 60% della popolazione.
Il film da una spiegazione della vittoria di Trump: un partito democratico che tende ad assomigliare ai repubblicani e una massa di popolazione (povera, che non si sente rappresentata dallo Stato) che non va più a votare.
Per cambiare le cose e non vedere più un Trump al governo (metteteci voi gli aggettivi che desiderate) occorre portare i delusi al voto e per questo servono parole e candidato nuovi.
Non basta dire facciamo le primarie (se poi non sono vere) o le elezioni (che in America non significa una testa un voto) perché ci sia democrazia.
Come percentuale di non voto qui in Italia non siamo molto distanti.
Partiti e leader di partito diversi come facciata ma che su molti argomenti tendono ad assomigliarsi (lavoro, ambiente, politica estera, welfare, sanità e scuola pubblica).
La rabbia, la delusione, la povertà portano le persone ad un voto di pancia, di protesta.
Certo non dimentichiamoci ciò che abbiamo visto di già: un presidente imprenditore, padre del populismo, delle leggi ad personam.
La guerra agli immigrati partita con Minniti e continuata con Salvini.
La scomparsa dall'agenda politica della povertà, della scuola pubblica, del diritto alla casa (se non anunnci buoni per prendere qualche like).
L'esperimento a 5 stelle il cui semi fallimento a livello nazionale è sotto gli occhi.
Bisogna portare la gente a votare, dunque, ridando loro la speranza che quel voto conti qualcosa.