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27 aprile 2020

Le inchieste di Report – il virus nero e il business delle mascherine


Nuove inchieste per i giornalisti di Report, ancora una volta legate all'emergenza coronavirus: da dove nascono le fortune della galassia neofascista (e dei loro leader), la stessa da cui parte la propaganda anti Bergoglio e le tante fakenews sul Covid-19; il business delle mascherine e le gare Consip per comprarle sul mercato.
Nell'anteprima andiamo però in Spagna a parlare di fecondazione artificiale col servizio di Adele Grossi

Sono centinaia in rete, gli anonimi donatori di seme: a loro si rivolgono donne che non vogliono rivolgersi alle cliniche, perché abbastanza costose: il donatore “generoso” incontrato dalla giornalista concede il seme sia in provetta che al naturale, con tanto di documenti che ne indicano il buon stato di salute.
Ma in realtà alla documentazione mostrata mancava il certificato sull'HIV e, dunque, i rischi in queste situazioni sono molto alti: eppure, racconta la giornalista nel servizio, le gravidanze fai da te sembrano spopolare. Lei stessa, pubblicando un finto annuncio, ha ricevuto centinaia di risposte, tra chi si offriva gratis e chi a pagamento, da 30 fino a 600 euro.
Chi chiede denaro per questa prestazione commette un reato penale, come anche chi offre il denaro, spiega nel servizio un avvocato, per smarcare tutti i possibili dubbi.

TU SI QUE VALES di Adele Grossi in collaborazione di Alessia Marzi
Il 5 marzo, poco prima che il Governo annunciasse la chiusura di Lombardia e altre 14 province del Nord, Report era in Spagna. A Madrid non c’era nessun controllo in aeroporto, nessuna chiusura in città. Solo il 17 marzo è stato dichiarato lo stato di emergenza, quando già si contavano 11.000 contagiati. È proprio dalla Spagna che, ogni anno, importiamo circa 40.000 ovociti necessari per la fecondazione eterologa, perché in Italia non ci sono donatrici. I donatori di seme invece sono centinaia sul web e non si fermano nemmeno in tempo di quarantena.


Il Virus neofascista

La scorsa settimana Giorgio Mottolaaveva raccontato chi sta dietro la campagna di delegittimazione contro papa Bergoglio e perché: i gruppi ultra cattolici americani che hanno anche finanziato i partiti sovranisti e i gruppi di neofascisti.
Questa sera il giornalista si occuperà delle fake news sul Covid-19 (qui un'anteprima su Raiplay): sin dall'inizio della pandemia, oltre ai contagi abbiamo assistito alla diffusione delle notizie false sul virus, il video del TGR Leonardo è stato l'esempio più macroscopico di disinformazione online.


Per dimostrare che il virus è stato creato in laboratorio dai cinesi, il virus è stato preso dal sito dalla Rai e ripubblicato da alcuni siti misteriosi il 24 marzo. Il giorno dopo la sua diffusione esplode sui social e su Whatsapp, dopo che questo è stati ripreso dalle pagine social di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, facendo oltre 3 milioni di visualizzazioni.
Dalle ricerche fatte da Avaaz, emerge che Facebook è stato il principale veicolo per la disinformazione online: notizie false, contenuti manipolati, condivisi in Europa oltre 1 milione di volte e visualizzate 117 milioni di volte.
L'Itali, assieme alla Spagna, è il paese dove la disinformazione sui social è risultata maggiormente fuori controllo: il giornalista cita il caso di un presunto medico che spiega come combattere l'infezione con incenso e propoli.
L'altro filone della disinformazione è quello delle cause della pandemia: si parte dalle correlazioni tra infezioni e antenne 5G, con le informazioni false dei raid incendiari per distruggerle.
Si arriva poi alla tesi secondo cui il virus sarebbe stato diffuso da Bill Gates,

Giorgio Mottola si occuperà delle origini finanziarie dei gruppi neofascisti, riprendendo l'intervista a Roberto Fiore fatta per il servizio della scorsa puntata: si parlerà di una fondazione, dedicata a San Michele Arcangelo, che ha finanziato delle comuni, in Spagna e in Francia; santo patrono che era presente anche all'atto di fondazione di Forza Nuova negli anni '90, documentato da un video inedito di uno dei fondatori, Massimo Perrone, collaboratore di Fiore.
L'idea, racconta il cofondatore, “era quella di ricreare un nuovo movimento politico che si rifacesse al partito di Francisco Franco, Mussolini ..”: partito finanziato da questa fondazione di San Michele e da Meeting point, agenzia londinese che forniva corsi di lingua e alloggi per gli stranieri, fondata alla fine del 1980 da Fiore stesso e dal suo vice Massimo Morsello, durante la loro latitanza a Londra.
Qui avevano trovato rifugio diversi neofascisti per sfuggire ai mandati di cattura della magistratura e alle condanne associazione sovversiva.

La scheda del servizio IL VIRUS NEOFASCISTA di Giorgio Mottola con la consulenza di Andrea Palladino e in collaborazione di Norma Ferrara e Simona Peluso
Oltre al coronavirus, stiamo vivendo una pandemia di disinformazione. Dall’inizio dei contagi hanno iniziato a circolare notizie false o manipolate, che hanno avuto su Whatsapp e su Facebook il loro epicentro di diffusione. Report ha scoperto un filo nero che lega tra di loro alcuni dei contenuti di disinformazione diventati più virali. Siti di destra estrema e di alternative right hanno spinto in tutto il mondo la diffusione di video e post, contribuendo a creare una narrazione complottistica e allarmistica sul coronavirus. Chi li finanzia? 
Report ha fatto un viaggio nell’impero economico del leader neofascista più longevo della storia recente d’Italia: Roberto Fiore, capo di Forza Nuova. Fuggito a Londra negli anni ‘80, da latitante si è ritrovato a gestire un floridissimo business che arrivava a fatturare oltre 30 milioni di euro all’anno. Con documenti inediti, racconteremo com’è nata la sua fortuna finanziaria e come si è sostenuto il network neofascista europeo. Nel corso dell’inchiesta l’inviato di Report Giorgio Mottola ha raccolto fatti inediti che potrebbero portare a novità rilevanti sulla strage della stazione di Bologna, e soprattutto ha incontrato un latitante dell'estrema destra, tra i trenta ricercati più importanti, che vive indisturbato a Londra e gestisce un piccolo impero economico.


Le mascherine del bando Consip: chi ha vinto la gara?

Il 19 marzo Consip ha bandito una gara urgente (da 60 ml di euro) per recuperare milioni di mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale, come le introvabili fpp2 e fpp3.

Il servizio porterà in evidenza il problema che abbiamo con la certificazione delle mascherine che abbiamo comprato: sono veramente a norma? Ci sono aziende che sono state segnalate al MISE, su indicazione della Commissione Europea, su cui verranno fatti dei controlli, conferma il direttore di Accredia (l'ente italiano che gestisce gli accreditamenti) Trifiletti

La scheda del servizio GIÙ LA MASCHERA di Giulio Valesini e Lorenzo Vendemiale
Gli ospedali italiani hanno bisogno di milioni di mascherine per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Ma da chi, e soprattutto che cosa stiamo comprando? A fine marzo Consip ha fatto un bando da quasi 60 milioni di euro, ma Report ha scoperto che i certificati di garanzia presentati per ottenere il via libera, in diversi casi, erano falsi o non validi. Ad aggiudicarsi la gara sono state aziende che c’entrano ben poco col settore medico. Il mercato è impazzito, dalla Cina arriva di tutto e su internet girano offerte improbabili e certificazioni fasulle: il rischio di acquistare cianfrusaglie è sempre più alto.


Da dove arrivano le mascherine prodotte all'estero?

Oltre alle mascherine prodotte in Italia, tra quelle in circolazione molte provengono dall'estero: per capire da dove arrivano e che tipo di sicurezza offrono, Report è andata a controllare la situazione alle dogane, a cominciare da quella di Fiumicino.
Nei capannoni si trovano solo mascherine: alcuni scatoloni hanno attirato l'attenzione dei funzionati addetti al controllo, perché non avevano il marchio CE riportato sopra. Si tratta di prodotti con documentazione non conforme che non possono essere messi in commercio.
Altre hanno sì il marchio CE, ma significa China Export: “come facciamo a sapere che stiamo dando una mascherina che non funziona, ad un medico che sta in corsia o a un malato Covid?” la domanda che si faceva il giornalista.

La scheda del servizio: IL BUSINESS DELLE MASCHERINE di Manuele Bonaccorsi in collaborazione di Giusy Arena
Chi sono i grandi importatori di mascherine in Italia? E che prodotti offrono ai cittadini? L’emergenza Covid e il drammatico bisogno di dispositivi sanitari hanno offerto praterie per chi, con buone relazioni e qualche trucco, sta lavorando sul business del momento. Anche grazie a regole incerte e controlli superficiali. Report svela i nomi, e qualche neo, dei principali player di questo mercato. E cosa succede, invece, per l’esportazione di materiale sanitario? Teoricamente i materiali utili all’emergenza non potrebbero lasciare il paese. Ma è davvero così?


16 giugno 2019

La questione giustizia



E alla fine Repubblica ha scoperto l'esistenza del caso Consip (e dei legami con ex ministri del PD): c'è voluta l'inchiesta che ha coinvolto il CSM, un magistrato romano, Palamara, gli incontri tra politici (Ferri e Lotti) e magistrati dove si discuteva delle future nomine nelle procure.
Mi ricordo ancora quando, a fine 2016, del caso Consip ne parlava solo il Fatto Quotidiano, di come fosse stata distorta tutta la storia, raccontata come un golpe contro l'ex presidente Renzi.

E invece oggi si parla proprio di intreccio tra politica e magistratura, di come bloccare l'inchiesta..

Così fan tutti, hanno risposto gli interessati, anche mandando qualche messaggio minaccioso al PD e al suo segretario che aveva chiesto a Lotti un passo indietro.
Come se fossero una cosa normale quegli incontri e quelle discussioni: immaginate per un momento se fosse stato Di Maio a discutere con un procuratore romano, nei mesi in cui il sindaco Raggi era sotto processo a Roma...

Ma quelle intercettazioni erano illegali, si è difeso Ferri (in una intervista al Fatto Quotidiano).
Si intercettava un magistrati, cosa possibile dalla legge e, nel mentre conversava con un politico, si sono registrate anche le conversazioni col politico.
Come al solito se il saggio indica la luna, lo stolto osserva il dito.

Attenzione all'indignazione momentanea: chi ha letto il libro di Riccardo Iacona, con Danilo Procaccianti, Palazzo d'Ingiustizia (a cui aveva anche dedicato una puntata di Presa diretta), queste storie le ha già sentite.
Ovvero di come le correnti dei magistrati (che di fatto sono strutture private) stanno condizionando l'azione della magistratura, i magistrati da promuovere e quelli da bloccare.
Come certi processi, a cui la politica è interessata, finiscano nel cassetto per essere poi archiviati: Iacona nel libro raccontava la storia del giudice Robledo a Milano, alle inchieste su Expo e ad altre storie.

Non è storia di oggi che esistano rapporti tra politici e magistrati, magari non illegali ma sicuramente molto poco opportuni: il libro di Iacona spiegava in modo chiaro come tutto questo si traduca in uno svilimento della giustizia, per cui la legge non è più uguale per tutti.
E' un problema che riguarda tutti noi.

La giustizia è la cartina al tornasole dei politici della seconda repubblica e anche di questa seconda repubblica e mezzo, poiché rivela la loro natura: confrontate le parole dei democratici di oggi con quelle dei berlusconiani di ieri, troverete una perfetta sovrapposizione, nel loro garantismo nei confronti dei potenti.

E ora leggetevi le proposte in tema della ministra Bongiorno (che c'entra lei con la giustizia?): separazione delle carriere, bloccare la pubblicazione delle intercettazioni.
Che sono le stesse proposte già sentite tante volte che escono ad ogni nuovo scandalo.

Vi indigna la pubblicazione di intercettazioni non penalmente rilevanti? Peccato che siano proprio queste che rivelano la vera natura delle persone, come ragionano, cosa fanno nel segreto delle loro stanze, quando si incontrano tra di loro.
Pensate che negli incontri tra Lotti, Ferri e Palamara si discutesse di norme per rendere migliore la giustizia per tutti? O di come cambiare il meccanismo di selezione dei procuratori, per tutte le procure?

Finché non ci sarà una vera trasparenza nella nostra classe dirigente, non possiamo permetterci la censura delle intercettazioni, il tenere segreti gli atti fino al rinvio a giudizio.

Tornando alla vicenda da cui siamo partiti, ci sono alcune cose che non tornano:

- Palamara non poteva fare molto per Lotti, essendo ora l'inchiesta davanti al giudice per le indagini preliminari
- Leggendo le intercettazioni, sembra che la procura di Roma si sia comportata "da cattiva" nei confronti di Renzi e Lotti, eppure nel passato Renzi ne aveva parlato bene, nel suo libro. Pignatone ha avuto "la mano pesante" più con Scafarto, Woodcock e Lillo che non con Renzi senior.
- Esiste una intercettazione, quella del 9 maggio, in cui Ferri e altri membri del csm avevano annunciato la presenza di Lotti: il trojan poteva essere disattivato, sapendo che Lotti in quanto deputato non può essere intercettato? Se sì, perché i magistrati sono andati avanti lo stesso?


Emerge una strana impressione, per cui tutto questo scandalo (che scandalo non è per chi almeno ha letto il libro di Iacona) sia usato per altri fini: si sia partiti dall'inchiesta su Palamara, per poi forzare le nomine nelle procure (come quella di Roma, dove Palamara sembra stare dalla parte di Viola).

19 settembre 2017

Bomba o non bomba

Alla fine la bomba è rimasta in mano a quelli che volevano farla esplodere, parlando eversione, golpe, complotti a buon mercato.
Con che coraggio Woodcock può guardare in faccia gli indagati .. si chiedevano su Democratica, il sito che ha preso il posto de l'Unità (chiusa)?

Ecco, la stessa domanda andrebbe fatta a Lotti ("con che faccia si presenta al consiglio dei ministri?").


La scintilla della fu inità, ora Democratica


Hanno rilanciato i sospetti sui comportamenti eversivi dei carabinieri del NOE, di un magistrato e di un giornale, mescolando assieme fatti e date: 
“Il dr. Woodcock mi intercetta (falso: l’intercettato era il gen. Adinolfi, indagato e poi archiviato in Cpl Concordia, ndr). Apprenderò dell’intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto firmato da Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe, il Fatto, un certo giornalista”.Dal libro di Renzi - avanti
Oggi sappiamo che le cose sono andate in modo diverso da come facevano capire Repubblica e corriere venerdì scorso: il pm di Modena Musti smentisce quelle parole ("Sui giornali frasi che non ho mai detto"), ad intercettare il babbo contribuì anche il procuratore capo e il GIP, i renziani si dimenticano di aver parlato di golpe ..

Chissà, forse il caso Consip tornerà ad essere un'inchiesta su corruzione e fuga di notizie.
E i giornali ad occuparsi di questioni serie.
Ieri sera Presa diretta parlava di ambiente e inquinamento: di quanto ci costa, in termini economici e di salute, perdere il nostro capitale naturale.
Di come, mentre ad Oslo bloccano le auto, noi siamo ancora a disquisire di euro 3 o euro 4, di trivelle e carbone (entro il 2030 o 2050)...

17 settembre 2017

La cronologia dell'inchiesta Consip - la risposta di Lillo al "golpe"

Marco Lillo risponde alle accuse di colpo di Stato, per gli articoli (suoi e degli altri giornalisti del F.Q.) sul caso Consip

Altro che colpo di Stato, ecco la storia dell’inchiestaDall’intercettazione tra l’ex premier e il generale Adinolfi pubblicata dal “Fatto” alle dichiarazioni del procuratore Musti sugli incontri con i Noe - 2015-2017 -

di Marco Lillo | 17 settembre 2017   | 1Per smontare il teorema del ‘complotto’ contro Matteo Renzi costruito dal Noe dei Carabinieri con la complicità del pm Henry John Woodcock e del Fatto è molto utile una semplice cronologia.
Quando il capitano Gianpaolo Scafarto, ai primi di settembre del 2016, avrebbe fatto alla pm di Modena Lucia Musti la confidenza generica su un’indagine non meglio precisata (“Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”) erano già accaduti alcuni fatti. In particolare un signore toscano amico di Tiziano Renzi di nome Carlo Russo era già entrato più volte nell’ufficio di Alfredo Romeo per parlare degli appalti che interessavano all’imprenditore. Non solo in Consip ma anche in Grandi Stazioni e in Inps. Stando alle informative di Gianpaolo Scafarto di quel periodo erano già accaduti questi eventi: il 3 agosto Romeo aveva chiesto a Russo di incontrare il padre del premier di allora perché aveva problemi con il suo amico amministratore di Consip, Luigi Marroni, per una serie di appalti del valore di centinaia di milioni di euro. Russo aveva proposto allora di fare una bisteccata a casa di Tiziano Renzi con lo stesso Marroni. Il 31 agosto Romeo era tornato alla carica e Russo aveva riferito così la risposta di Tiziano: “gli ho detto che … dobbiamo fare sto passaggio con Marroni! M’ha detto dice: ‘Fammi finire sto casino prossima settimana ci mettiamo’”.
Quando Scafarto avrebbe fatto la sua profezia, Romeo aveva già proposto a Russo il famoso ‘accordo quadro’ che poi sarà precisato meglio il 14 settembre nel famoso foglio che – secondo l’interpretazione dei Carabinieri – reca l’offerta di 30 mila euro al mese per Tiziano Renzi in cambio di un incontro al mese con Luca Lotti e con Luigi Marroni per propriziare un occhio di riguardo su Romeo da parte della Consip guidata da Marroni.
La confidenza di Scafarto (‘scoppierà un casino arriviamo a Renzi’) quindi non è la prova del movente delle sue macchinazioni contro Tiziano e Matteo ma un annuncio abbastanza prevedibile (e certamente scorretto se vero) sulla base di indizi già raccolti.
Prima però ricordiamo come è nata la teoria che piace tanto ai grandi giornali, alla politica e ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura vicini a Renzi.
Il teorema (ben descritto ieri in un pezzo di Carlo Bonini su Repubblica) vuole connettere due fatti che non c’entrano nulla: lo scoop del Fatto del luglio 2015 sulla telefonata di Matteo Renzi con il generale Michele Adinolfi e lo scoop del Fatto del 2016-2017 sul caso Consip. Ebbene il teorema è delineato nel libro del segretario del Pd Avanti.
Renzi ricorda così il nostro scoop della telefonata tra lui e il generale della GdF Adinolfi, nella quale i due sparlavano di Enrico Letta, intercettata nel 2014 e pubblicata dal Fatto il 10 luglio 2015. “È la prima volta – scrive Renzi – in cui faccio la conoscenza del Noe, Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri, che su incarico di un pm di Napoli, il dottor Woodcock, mi intercetta. Apprenderò dell’intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto Quotidiano firmato da un giornalista che si chiama Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe dei carabinieri, il Fatto Quotidiano, un certo giornalista. Siamo nel 2014, non nel 2017, sia chiaro. Che poi i protagonisti siano gli stessi anche tre anni dopo è ovviamente una coincidenza, sono cose che capitano”.
L’insinuazione che Il Fatto abbia ottenuto le notizie per i due scoop nel 2015 e nel 2016-7 sempre grazie al Noe e al pm Woodcock è falsa e diffamatoria ma trova subito una grancassa nelle istituzioni.
Il libro esce il 12 luglio e sembra il canovaccio delle domande poste al pm Lucia Musti di Modena appena cinque giorni dopo dal presidente della prima commissione del Csm. L’avvocato Giuseppe Fanfani, ex sindaco Pd di Arezzo, amico di Maria Elena Boschi e già legale del padre, ascolta con i suoi colleghi del Csm il procuratore di Modena nell’ambito del procedimento contro Henry John Woodcock finalizzato a capire se il pm di Napoli che ha osato intercettare il padre del leader Pd debba essere trasferito per incompatibilità.
La pm Lucia Musti ha ricevuto per competenza nell’aprile del 2015 le carte del fascicolo Cpl Concordia, istruito da Woodcock, nel quale era contenuta l’intercettazione di Matteo Renzi con il generale Adinolfi. La telefonata è divenuta pubblica nel luglio 2017 perché non era più segreta e Il Fatto – come la Procura di Napoli ha ricostruito già nel 2016 – l’ha avuta da fonti non investigative in modo pienamente lecito. E non era più segreta per una svista non del pm Woodcock ma degli uffici dei pm dell’antimafia che l’avevano ricevuta per competenza di materia da Woodcock proprio come la dottoressa Musti l’aveva avuta a Modena.
I pm di Napoli nel 2015-2016 indagarano i carabinieri del Noe che avevano aiutato il personale di segreteria, oberato di lavoro, a effettuare la scansione delle pagine senza avvedersi che l’informativa depositata non era quella omissata ma la versione precedente, che non conteneva gli omissis. Così quelle due pagine così delicate con i giudizi sprezzanti di Renzi su Letta sono finite nel computer della Procura accessibile a tutti gli avvocati del procedimento. Tre avvocati (almeno) ne vennero in possesso e così Il Fatto ha potuto acquisire tutte le carte pubbliche del fascicolo, compresa quella che doveva restare segreta. Questo tragitto è stato accertato con certezza dai pm e dai loro periti informatici grazie anche alle perquisizioni ai danni dei giornalisti del Fatto e in particolare al sequestro e all’analisi del computer del collega Vincenzo Iurillo che ha firmato quello scoop con chi scrive questo articolo.
I carabinieri del Noe furono indagati e interrogati ma i pm Alfonso D’Avino e Giuseppe Borrelli ne chiesero l’archiviazione a febbraio 2016 perché “E’ da escludersi che la scansione integrale della informativa del 15.10.2014 sia stata intenzionalmente effettuata dai militari al fine di renderla ostensibile attraverso il suo inserimento al TIAP (il sistema informatico della Procura, Ndr)”; 2) “la pubblicazione degli atti era avvenuta ad opera del cancelliere (incolpecole anche lui, Ndr) addetto alla segreteria del pm dell’antimafia Cesare Sirignano”.
L’audizione della dottoressa Musti al Csm doveva essere diretta ad appurare le responsabilità dei magistrati in quella fuga di notizie. Woodcock in questo caso non aveva alcuna responsabilità ma il pm Musti ne approfitta per fare due dichiarazioni contro la polizia giudiziaria preferita dal pm napoletano: i carabinieri del Noe.
La prima riguarda il fascicolo Cpl Concordia del 2015 e l’allora vicecomandante del Noe dei Carabinieri Sergio De Caprio, alias Ultimo.
Questa è la ‘la seconda versione’ del verbale pubblicata dal quotidiano Repubblica (diversa da quella del giorno precedente) riguardo all’incontro Ultimo-Musti per le carte dell’indagine Cpl Concordia del 2015: “Il presidente Fanfani chiede: «Chi glielo disse?». Musti: «Il colonnello De Caprio mi disse: “Lei ha una bomba in mano, se vuole la può fare esplodere”». Fanfani: «Ma in riferimento a cosa?». Lei: «Ma cosa ne so? Cioè, io non lo so perché erano degli agitati. Io dovevo lavorare su Cpl Concordia, punto, su quest’episodio di corruzione. Dissi ai miei, “prima ci liberiamo di questo fascicolo meglio è”».
Musti quindi sta dicendo al Csm che Ultimo quando consegnò il fascicolo Cpl Concordia a Modena disse che era una bomba. Il fascicolo non era centrato su Renzi ma sulla coop emiliana e conteneva intercettazioni del 2014 riguardanti: 1) i rapporti tra Massimo D’alema e la Cpl Concordia; 2) la Fondazione Icsa fondata da Marco Minniti ma lasciata dall’ex sottosegretario nel 2013; 3) intercettazioni su altri personaggi del Pd tra cui anche Matteo Renzi ma non solo lui.
Dal testo del secondo (e probabilmente vero) verbale pubblicato da Repubblica ieri si evince chiaramente che il pm Lucia Musti non dice e nemmeno insinua mai che ‘la bomba’ a cui faceva riferimento Ultimo fosse l’intercettazione di Renzi con Adinolfi.
La seconda cosa che dice il pm Lucia Musti al Csm riguarda il fascicolo che nel 2016 vedeva il solito Noe, sempre sotto la direzione del pm Woodcock, impegnato sul versante Consip. Così sempre Repubblica (sempre nella seconda versione del verbale ieri) riferisce la versione del pm Lucia Musti su un suo incontro con il capitano Scafarto ai primi di settembre del 2016: «Lui mi ha parlato del caso Consip, un modo di fare secondo me poco serio, perché un capitano, un maresciallo, un generale sono vincolati al segreto col loro pm, non devi dire a me che cosa stai facendo con un altro. Quindi, quando lui faceva lo sbruffone dicendo che sarebbe “scoppiato un casino”, io dentro di me ho detto “per l’amor di Dio”. Una persona seria non viene a dire certe cose, quell’ufficiale non è una persona seria». Fanfani vuole dettagli: «De Caprio ha detto “Ha una bomba in mano”, mentre Scafarto “succederà un casino”?». Musti risponde: «Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi».
E’ evidente dalla lettura di questa versione del verbale l’inesattezza di quanto pubblicato il giorno prima. Lucia Musti non ha mai dichiarato che Ultimo e Scafarto le dissero: ‘Dottoressa, lei, se vuole, ha una bomba in mano. Lei può far esplodere la bomba. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi’.
Una cosa è la bomba Cpl Concordia di cui parla Ultimo senza alcun riferimento a Renzi e alla sua conversazione con Adinolfi poi pubblicata dal Fatto.
Altra cosa è quel generico “scoppierà un casino arriviamo a Renzi” che sarebbe stato detto nel settembre 2016 dal capitano Scafarto quando aveva già in mano indizi pesanti su Tiziano Renzi.
La scorretta rappresentazione della realtà fatta dai grandi quotidiani insinua che la bomba di cui parlava Ultimo a Lucia Musti nel 2015 fosse l’intercettazione Adinolfi-Renzi. Non basta. la grande stampa e il Pd al seguito forzano anche il senso della frase di Scafarto per insinuare un intento complottistico del Noe contro Renzi nel 2016.
Scrive sul punto Il Corriere della Sera di venerdì “Il fatto che l’ex capitano del Noe abbia detto a Musti, quattro mesi prima di consegnare l’informativa e anche prima che fosse registrata la famosa frase «Renzi l’ultima volta che l’ho incontrato» falsamente attribuita a Romeo («assume straordinario valore e consente di inchiodare alle sue responsabilità il Renzi Tiziano», scrisse Scafarto nel rapporto), potrebbe far immaginare che l’obiettivo dei carabinieri fosse proprio il padre dell’ex premier. Come se fosse un possibile movente della successiva manipolazione dell’intercettazione. E chi volesse ipotizzare che quello fosse lo scopo dei falsi contestati a Scafarto (…) ora avrebbe un motivo in più per sostenerlo”.
La rappresentazione di un colloquio in cui Scafarto parla con Musti prima di avere nelle mani gli indizi e le registrazioni che inguaieranno Tiziano Renzi ha permesso al Pd Michele Anzaldi di presentare un’interrogazione al Governo e ha fatto parlare di ‘fatti di gravità inaudita’ all’ex segretario Pd Dario Franceschini e di “complotto” al capogruppo Pd Luigi Zanda. Grazie a questo modo di fare informazione non è apparsa ridicola la visita di Matteo Renzi a Rignano così raccontata in un pezzo dal titolo “Consip, Renzi subito a Rignano dal padre. Con lui il faccia a faccia della pace”.
Il pezzo è uscito il 14 settembre, proprio nel primo anniversario del giorno del famoso pizzino. Il 14 settembre 2016 infatti Alfredo Romeo scrisse su un foglietto ritrovato il giorno dopo nella spazzatura dal Noe e interpretato come un’offerta nero su bianco al ‘compare di Tiziano Renzi, Carlo Russo, di 30 mila euro al mese, destinati a ‘T.’ che secondo la tesi accusatoria sarebbe Tiziano Renzi.
Al di là delle conseguenze politiche della strumentalizzazione delle frasi della pm Musti, c’è una conseguenza giudiziaria di non poco conto. Alla Procura di Roma sono state trasmesse dal Csm le dichiarazioni della pm di Modena perché i pm Paolo Ielo e Mario Palazzi valutino se inserirle nel fascicolo contro Woodcock. Non solo. Lunedì prossimo la solita prima commissione del Csm presieduta dal solito Giuseppe Fanfani convocherà i due pm di Napoli, Giuseppe Borrelli e Alfonso D’avino, che si sono occupati del’indagine sulla pubblicazione da parte del Fatto dell’intercettazione Renzi-Adinolfi.
In pratica il presidente della commissione del Csm convoca i procuratori aggiunti di Napoli e trasmette carte alla Procura di Roma perché finalmente si indaghi a fondo nella direzione del collegamento tra i due scoop del Fatto, proprio la direzione auspicata dal leader Matteo Renzi nel suo libro.

Le parole sono impostanti - il golpe nel caso Consip

Ospite in una trasmissione televisiva, l'ex ministro Fornero ha tirato fuori la formula morettiana per cui “le parole sono importanti”, pesano come pietre, non si possono usare come armi.
Si riferiva, nel suo caso, alle critiche fatte alla sua riforma delle pensioni e ai riflessi sul livello occupazionale.

Le parole sono importanti e non andrebbero usate a casaccio: usare l'espressione golpe, colpo di Stato, come in questo momento parte del PD sta facendo, a seguito di alcuni articoli di giornale sul caso Consip.
Strana inchiesta, quella sul mega appalto della centrale di acquisti: appalto condizionato da corruzione, sostengono i magistrati di Napoli, per favorire l'imprenditore napoletano Romeo.
Inchiesta minata da una fuga di notizie che ha rivelato ai vertici Consip la presenza di cimici: una fuga di notizie che sarebbe passata da due generali dell'arma e da un ministro, Lotti.
Inchiesta finita nel dimenticatoio e che ritorna alla luce del sole, come un fiume carsico, solo quando si deve attaccare il magistrato Woodcock e i carabinieri del NOE che l'hanno portata avanti nella prima fase.
Come sta succedendo adesso: una verbale sulla deposizione del pm Musti è passato dal CSM alla procura di Roma, che sta indagando proprio Woodcock, e poi è finito subito nelle mani dei giornalisti del Corriere e Repubblica.
Diversamente da quanto successo a MarcoLillo, giornalista del Fatto Quotidiano, nessuno ha aperto un fascicolo su questo fatto (a meno che siano fascicoli pubblici e allora vorrei leggerne l'intero contenuto, non un riassunto di un giornalista).

Il NOE, e in particolar modo gli ufficiali Di Caprio e Scafarto ha dunque portato avanti una loro batttaglia contro il governo Renzi? Volevano arrivare a lui per farlo cadere?
Le parole sono importanti e vanno usate con cautela, la stessa cautela che si usa quando ad essere indagati sono generali dell'arma, ministri e sottosegretari, per esempio.
Le parole sono importanti anche perché in questo caso rivelano una assonanza al gergo berlusconiano, quando qualche procura apriva un fascicolo nei suoi confronti.
Il golpe della magistratura.
Far cadere il governo con inchieste pilotate.
Un deja vu che non è mai andato in pensione (ancora pochi giorni fa ad otto e mezzo, Tremonti rispolverava il golpe del 2011..).

Ricordo che in questo paese l'unico golpe che è riuscito è stato quello portato avanti da milizie male armate, col capo della rivoluzione che è sceso a Roma con un treno espresso. La marcia su Roma.
Se dobbiamo parlare di colpi di stato dobbiamo ricordare il piano Solo del generale De Lorenzo, nel 1964,che aveva dietro il presidente della Repubblica Segni.
La stagione stragistica degli anni settanta, con le bombe e il terrore usati per spostare il baricentro della politica.
La successiva stagione delle stragi mafiose del 1992-1993: altre bombe usate dalla mafia per condizionare il governo italiano e arrivare a nuovi patti.
E cosa è stata la P2, la loggia segreta i cui esponenti erano entrati dentro i servizi, le banche, i giornali, i partiti, se un tentativo di condizionare la politica in modo opaco e anche eversivo?
E i dossier su cui avrebbe messo le mani Massimo Carminati, quelli rubato nel caveau del Tribunale romano? Secondo Lirio Abbate sarebbero stati usati come arma di ricatto (sarà un caso, ma nei processi successivi fu sempre assolto..).

Vedremo se il caso Consip si inserisce in questo filone storico, se è stato veramente un tentativo di condizionamento della politica usando un'inchiesta della magistratura (che rimane aperta, un dirigente Consip ha appena patteggiato).
Lo dirà la procura di Roma che (un po' come succedeva negli anni 70, vedi i ricorsi storici) ha preso in mano l'inchiesta.

Usare il caso Consip come parafulmine per non parlar d'altro (magari del caso di corruzione dietro), sarebbe ridicolo oltre che poco utile per il paese.

15 settembre 2017

Il corto circuito (mediatico politico)

Dunque, esce dal CSM il verbale dell'audizione del procuratore di Modena che accusa i carabinieri del NOE di essersi mossi, in un'inchiesta su una fuga di notizie (della procura di Napoli), per  danneggiare l'ex Presidente del Consiglio Renzi.
E lo scrivono due giornali che per settimane hanno ignorato l'inchiesta (Consip), la notizia del patteggiamento di uno degli indagati (Gasparri, solo omonimo): ma ora quando si tratta di accusare i carabinieri (quelli cattivi, non quelli di Firenze) e soprattutto il procuratore Woodcock, anche un verbale carpito in modo poco chiaro va bene.
E' l'informazione bellezza.
Soltanto che non si capisce niente: perché il procuratore accusa i carabinieri del NOE, che invece parlano di accuse inventate e di linciaggio.
E ora la politica (quella interessata alla speculazione), alimentata da queste notizie tutte da verificare, parla di attacco alle istituzioni (forse la famosa tenuta democratica di cui parlava Minniti?).
Eccolo, il cortocircuito tra un pezzo di informazione e la politica.

20 giugno 2017

Messaggi

Nei giorni in cui escono le motivazioni della sentenza di condanna per il crac del Credito fiorentino, il senatore Verdini rilascia un'intervista alla giornalista del Corriere Meli.
E' un messaggio a Renzi, in vista delle future alleanze.
Lei ormai critica apertamente Renzi, si sente scaricato?«Per essere scaricati bisogna essere prima stati “caricati”. Cosa che a me non è mai successa. Renzi è ancora l’unica speranza per questo Paese. Bisogna aiutarlo a non rintanarsi nel suo Pd e a sinistra. Per il bene del Paese. A me non ne viene niente. E poi forse andrebbe pure salvato da qualche renziano...». 
Intanto Macron ha stravinto anche le legislative…«Lei mette il coltello nella piaga. Macron doveva essere il “Renzi” francese, invece siamo qui a discutere se Renzi potrà mai essere il “Macron” italiano. Macron a un ex premier di 55 anni come Valls ha rifiutato il posto in lista e gli ha offerto solo un accordo di desistenza nel suo collegio. Renzi a un ex sindaco di 68 anni ha offerto una coalizione nazionale, e quello se la tira pure…».
Oggi al Senato si presentano le mozioni su Consip e Marroni: se si dovesse andare al voto perché il tentativo di azzeramento dei vertici da parte di Padoan non verrà accettato dai senatori, i voti dei verdiniani diventeranno pesanti.

Su l'Unità sono riusciti a raccontare della vicenda senza riuscire mai a scrivere le parole corruzione, Romeo, cimici.
Così una vicenda che tocca una società strategica dentro la pubblica amministrazione viene relegata ad una guerra per bande in cui ognuno cerca di ottenere il suo vantaggio.
Meglio non andare alla conta dei voti.
Meglio non fare alcun dibattito.
Che la pentola rimanga col coperchio sopra, che non si scoperchi nulla. Come per la vicenda delle banche popolari e della defunta commissione di inchiesta.

19 giugno 2017

La guerra attorno al caso Consip

Ieri Liana Milella scriveva su Repubblica come la centrale unica di acquisti Consip, anziché far risparmiare soldi allo stato, si sia trasformata in una fabbrica delle clientele (se ne parla anche qui e sul sole 24 ore).
A vincere sono quasi sempre le stesse imprese, per esempio nel mondo dei global service, quell'Alfredo Romeo da Napoli finito nell'inchiesta Consip.
Quella che, a seconda dei punti di vista, viene vista come un colpo di stato contro Renzi (dunque il PD, dunque lo Stato).
Oppure, come la storia di una presunta tangente fatta fallire per la rivelazione delle indagini (e delle cimici) ai vertici della società del Tesoro.

Nella pagina a fianco dell'articolo di Milella il lettore ne trovava un altro, di Tommaso Ciriaco, dove si parlava delle mozioni di sfiducia a Marroni, AD Consip e teste accusatore del ministro Lotti e dei due generali dell'arma. Sono loro, dice Marroni, ad avermi parlato delle cimici.
Nulla scorre via liscio, in questa storia. La miccia è una mozione di Gaetano Quagliariello, che si propone il reset dell' intero vertice Consip. Quando la discussione viene fissata per martedì prossimo al Senato, nel Pd scatta l' allarme. Il testo, anche grazie al possibile sostegno di Mdp, rischia di essere approvato. Per sminare il caso, il Pd decide di presentare una propria mozione che chiede la testa di Marroni.
Nella mozione di sfiducia del PD, firmata Zanda, Martini, Lepri, Maran, Maturani, Borioli, Marcucci e Mirabelli, c'è scritto: “Dall’analisi dei dati del bilancio consuntivo relativo all’anno 2016 emergono dati positivi sull’operato della Consip con il sostanziale raggiungimento degli obiettivi prefissati”. 

Non si capisce: l'AD ha lavorato bene (a differenza di quanto dice la Corte dei Conti) ma Marroni se deve andare 
"... al fine di garantire la piena funzionalità della società e il raggiungimento degli importanti obiettivi ad essa affidati; ad esercitare tutte le funzioni e le prerogative di vigilanza e di indirizzo di competenza dell'azionista di riferimento al fine di garantire un rigoroso rispetto della legalità da parte degli amministratori della Consip, di salvaguardare l'immagine della società, anche tutelandone il profilo di azienda pubblica"

L'immagine è stata rovinata dalle accuse ai PM o dalle (presunte) mazzette? O da quella gestione dei contratti che hanno favorito pochi e che si sono rivelati pure costosi?
Forse più che del colpo di stato (anche questo presunto), dovremmo preoccuparsi di riformare Consip, perché il paese non può essere paralizzato da queste clientele e lobby (vicine ai vertici dei partiti).

08 giugno 2017

Tutti zitti

Scrive il segretario PD
“Oggi bisognerebbe dare sfogo alla rabbia. All’improvviso scopri che nella vicenda Consip c’è un’indagine per depistaggio, reato particolarmente odioso, e ti verrebbe voglia di dire: ah, e adesso? Nessuno ha da dire nulla? Tutti zitti adesso?”.

Il riferimento è alla notizia che il vicecomandante del NOE Alessandro Sessa è stato accusato dalla procura di Roma di depistaggio.
Se uno si ferma ai titoli dei giornali (e ai tweet dei renziali giulivi) l'impressione è che tutta l'inchiesta Consip sia in realtà una montatura (reato odioso, non come la corruzione o l'evasione) fatta per attaccare il padre dell'allora presidente del Consiglio.

Se però uno la notizia la legge davvero, si renderebbe conto che si parla d'altro: si parla della fuga di notizie sull'inchiesta che, dal NOE sarebbe arrivata fino ai vertici dei carabinieri e poi fino a Lotti. Lotti e due generali dell'arma avrebbero rivelato la presenza di cimici negli uffici Consip facendo fallire l'indagine
" ..i pm infatti hanno chiesto chiarimenti sul filone che riguarda la fuga di notizie sull'inchiesta e che vede indagati per rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento il ministro dello sport Luca Lotti, il comandante generale dell'arma Tullio Del Sette e quello della regione Toscana Emanuele Saltalamacchia. Secondo i pm il colonnello avrebbe mentito sulle date. In sostanza, Sessa avrebbe avvertito con largo anticipo gli alti ufficiali delle indagini in corso, cosa che avrebbe permesso la fuga di notizie verso il ministro Lotti e, da questi, verso Tiziano Renzi. Le conversazioni Whatsapp trovate sul cellulare del capitano Scafarto dimostrano che lui avrebbe informato il comandante del Noe, Sergio Pascali, in estate, mentre lui ha deposto di averlo fatto solo dopo il 6 novembre."

Tra l'altro, era stato il passato governo Renzi a inserire in una norma (in un decreto che parlava dei forestali) che obbliga la polizia giudiziaria a riferire delle indagini in corso i loro superiori.
E ora che cosa vogilamo dire sull'inchiesta Consip?
Tutti zitti?

19 maggio 2017

E se la prendono pure

Su l'Unità online trovate questo articolo che riporta un post su Faceook di Mattia Feltri: il giornalista della Stampa considera offesivo essere stato definito "renziano" dal direttore del Fatto
“Travaglio sa, lo sa benissimo, che non sono renziano, come non ero berlusconiano, né sono mai stato altro. Entro in cabina elettorale e voto e poi esco e me ne dimentico e faccio il mio lavoro. ..Però se lo scrive Travaglio, in modo apertamente disonesto, perché sa benissimo che non è vero, e cioè alimentando questo clima orrido di sospetto e di calunnia, e lo fa sulla mia pelle, e mi fa passare per uomo prezzolato, io glielo dico: Marco Travaglio sei un uomo disonesto, sei molto più disonesto dei disonesti che credi di mettere al muro con la tua maschera di Robin Hood, ed è sempre Carnevale”.
Feltri non è renziano.
Infatti ecco come racconta la vicenda Consip nell'editoriale di ieri


Ed è forse utile per aggiornare i fondamenti del dibattito pubblico, sempre più precostituzionali, creativi e soprattutto sbrigativi: naturalmente al servizio della verità. E allora conviene ricostruire tutto daccapo. L’inchiesta su Consip, la centrale unica degli appalti pubblici, parte dalla Procura di Napoli lo scorso autunno. Su alcuni giornali appaiono le prime notizie, perché sappiamo che il diritto all’informazione pubblica è diventato predominante rispetto ai doveri della giustizia (ci si ricorderà il capolavoro dell’interrogatorio a Virginia Raggi reso in diretta a qualche sito).  
Le cimici, la fuga di notizie di cui sono accusati Lotti e due generali dei carabinieri, le dichiarazioni di Marroni, la presunta corruzione per l'appalto Consip, il ruolo dell'imprenditore Romeo, i pizzini coi soldi per T e L?
Tutto sparito nella versione edulcorata dove, a farla da padrone ci sono gli errori di Scafarto (che diventano "conclusioni fantasiose"), sulle intercettazioni rilevanti o meno etc etc 
A parte che essere considerato renziano non dovrebbe essere offensivo, diciamo che Feltri ha una visione dei fatti che guarda caso coincide con la linea difensiva dei renziani.
E ognuno di noi che legge le notizie su più giornali può farsi la sua opinione.

18 maggio 2017

Attacco alla democrazia

La nostra è una democrazia parlamentare, i cui principi si appoggiano ad una Costituzione che ne sancisce i pilastri: Repubblica fondata sul lavoro, che garantisce a tutti un salario dignitoso, che garantisce a tutti un livello minimo di assistenza sanitaria. Una Repubblica che tutela la dignità della persona, la sua privacy.
Bisogna ricordarselo sempre quando si sente parlare di "attacco alla democrazia", "golpe": le parole sono importanti e quando si abusa di certi termini si rischia di svotarli del loro significato.

La nostra democrazia è sotto attacco perché delle intercettazioni sono uscite fuori dal tribunale (e/o dagli uffici della polizia giudiziaria) per essere stampati?
E allora era sotto minaccia anche quando l'Espresso Repubblica pubblicavano gil audio di Patrizia D'Addario con l'allora presidente del consiglio Berlusconi.
Esiste un tentativo di complotto contro il governo (e contro il partito che è maggioranza al suo interno)?
Deja vu di quanto già sentito anni fa, quando la procura golpista era quella di Milano (contro cui gli esponenti di Forza Italia avevano inscenato una manifestazione) e i magistrati da cui diofendersi erano Bocassini e De Pasquale.

Attacco alla democrazia è scoprire (ma forse scoprire è una parola grossa) che è scomparsa la classe media, così dicono i dati Istat.
Attacco alla democrazia è leggere i numeri dell'occupazione, specie quella giovanile. Leggere i numeri e le storie dei laureati che non trovano lavoro e che se ne vanno via dal paese.
Attacco alla democrazia è leggere dell'inchiesta sulle mani della mafia sui supermercati Lidl qui al nord. Delle mani della ndrangheta sul business dell'accoglienza.

In questi giorni dove si discute di intercettazioni, fango, golpe come fossimo tifosi da stadio, mentre in Parlamento è passata la che introduce il reato di tortura.
Tra l'assenza di una legge e una legge che non potrà essere utilizzata cosa è peggio?
Come dobbiamo chiamare la notte di Genova, nel luglio 2001, quando alle persone picchiate selvaggiamente dalla polizia furono negate i diritti della Costituzione?

17 maggio 2017

L'hanno presa bene

I commenti alla pubblicazione dell'ennesima intercettazione, tra padre e figlio Renzi, non sono mancati.

Il Falso quotidiano
Siete la verogna del giornalismo
Sciacalli
Avete fatto un grosso favore a Renzi [questa un pelino in contrasto con le uscite precedenti]

Non è mancata nemmeno l'ennesima dichiarazione contro la pubblicazione delle intercettazioni, la violazione del segreto d'ufficio ..
Certo: ai tempi di B. eravamo molto più esigenti con papi. Con chi parli, cosa fai la sera, erano veramente cene eleganti ..
E quando B. voleva stringere sulla pubblicazione delle intercettazioni, scattava l'allarme del popolo del (centro) sinistra, non solo sui giornali (vi ricordate ancora i post it gialli di Repubblica?).

E sulla violazione del segreto istruttorio, quando ad uscire erano pezzi delle comunicazioni con Marra e il sindaco Raggi, nessuno aveva obiettato qualcosa.
Nemmeno quando i giornali avevano manipolato gli sms di Di Maio per fargli dire il contrario di quello che aveva inteso dire.
Aggiungerei anche che, l'intera vicenda Consip è partita da una fuga di notizie sulle cimici, messe dalla procura di Napoli, per intercettare gli attori interessati ad un appalto miliardario.
Vicenda che tocca un ministro, due generali dell'Arma, il padre dell'allora Presidente del Consiglio, più imprenditori.
Anche quella, almeno sulla carta, è una violazione del segreto delle indagini.

Da una parte osserviamo compiaciuti il ruolo dei media americani col presidente Trump: cani da guardia del potere, almeno in questo caso l'impressione è che stiano facendo il loro dovere.
Che non è chiudere un occhio perché siamo americani, perché ci si deve fidare, perché siamo ad un passo dalla guerra allora ..
Dall'altra inseguiamo delle polemiche che, oggettivamente dopo anni di berlusconismo, hanno veramente stancato.
(e anche quanti tirano fuori le foto di famiglia)




Cari politici, cari giornalisti che vi scandalizzate per quelle intercettazioni, studiatevi cosa significa la parola accountability.

13 aprile 2017

Il complotto

L'inchiesta sul maxi appalto Consip si allarga.
Non male per un complotto organizzato (a voler credere ai complottisti) da un pm assieme al suo braccio destro e con la cassa di risonanza del Fatto Quotidiano.
E il tutto per far arricchire un imprenditore campano e delle coop ...

11 aprile 2017

Una buona giornata

Leggevo su l'Espresso che, andando così le cose nella politica, potremmo ritrovarci con Silvio vincitore alle prossime elezioni (magari con l'ennesimo governo di larghe intese).
Viene a volte l'idea che effettivamente si stia in un incubo che non passa mai.
I giornalisti in combutta con la magistratura, la quale, è notorio, fa solo inchieste per fini politici.
Il cortocircuito mediatico giudiziario.
La deriva giustizialista.
Questi cittadini che pretendono onestà e trasparenza.

Per fortuna che è tutto chiaro.
Il carabiniere avrebbe fatto tutto da solo per calunniare il babbo (carabiniere come i generali dell'arma sotto indagine per l'inchiesta Consip).
L'inchiesta del Fatto è solo calunnia.
Come quella di Report, "abile costruttore di fake news", così la definisce il direttore Staino.
Ora mi sento meglio.
Questo  il paese migliore del mondo.
L'occupazione cresce, la luce in fondo al tunnel si vede, la ripresa c'è.
E se qualcosa va male, è colpa nostra che non abbiamo fede.
O, al massimo, dei soliti magistrati come Woodcock o di quei forcaioli del Fatto...

Una buona giornata.

(PS: il mondo là fuori rimane però quello di cui oggi scrive Gilioli, gli inattivi aumentano, le persone arrestate con le mani nel sacco ci sono ancora.
E per me Silvio rimane sempre quello delle leggi ad personam, quello che aveva definito Mangano un eroe.
PS2: l'inchiesta Consip è ancora lì, con la storia delle cimici, il racconto di Marroni... )

06 marzo 2017

Scudi umani

Carmine Fotia su l'Unità
In verità, a fare acqua da tutte le parti è la gestione dell’inchiesta da parte del procuratore anglo-napoletano Henry John Woodcock (noto più per il nulla di fatto in cui sono finite tante sue inchieste che per le condanne ottenute) e del suo braccio operativo, il Noe dei carabinieri. 
Si parla dell'inchiesta Consip, quella oggi ripresa da tutti i giornali (esclusa l'Unità), quella per cui l'Espresso parla di giglio nero e di una inchiesta che pesa politicamente sulle primarie del PD.
Ecco, il problema non sono né i pizzini, né le dichiarazioni di Marroni e nemmeno le intercettazioni.
Ma il fatto che Woodcock non abbia alle spalle sufficienti anni di galera per gli imputati dei processi seguiti come pm.

03 dicembre 2013

Report - il mercato del tesoro

La Consip è nata per rendere trasparenti ed efficienti gli acquisti dentro la pubblica amministrazione: perché facendo ordini voluminosi si riesce a spuntare prezzi più vantaggiosi, perché dovrebbe essere più facile controllare appalti e fornitori (in modo centralizzato).
Peccato che poi, come ha mostrato il servizio di Report, le cose non vadano così.

Nell'acquisto di beni succede che una università trovi più conveniente acquistare l'acqua per i propri strumenti dal fornitore abituale piuttosto che con Consip (e il sistema Mepa).
Succede che una scuola, per comprare computer o stampanti apra una gara sul sistema di Consip, invitando un solo fornitore, di fatto bypassando il sistema.

Perché alla fine nessuno controlla, nel ministero, che effettivamente ci sia un risparmio e che tutti gli enti pubblici seguano le regole del sistema.
E i controlli sui fornitori che vincono le gare per appalti e servizi sono fatti a campione, ogni tanto, da una società esterna. La SGS, di proprietà di Sergio Marchionne.

La parte più interessante del servizio è quella in cui si è parlato della fornitora dei servizi come facchinaggio, pulizia, manutenzione: dei 1,34 miliardi di euro, buona parte se li è aggiudicati l'imprenditore Romeo tramite le sue società.

Romeo si era già aggiudicato la gestione degli immobili pubblici del comune di Napoli, dal 1992; è finito nell'indagine sul sistema Romeo, dopo l'appalto sul "global service" del 2008.
Il suo è uno degli hotel più belli di Napoli, ma ha fatto notizia anche il giardino abusivo che si è costruito sulla spiaggia.

L'inchiesta dei giornalisti Luca Chianca ed Emanuele Bellano ha messo in evidenza gli stretti rapporti tra Romeo e molti politici a livello nazionale. Molti dei quali beneficiari dei suoi contributi per le campagne elettorali: Bocchino di An, Zingaretti del PD, Renzi, Rutelli, il senatore Bettini che pure ha cercato di gettare la palla in tribuna (si disipaceva di certe domande da giornalisti di sinistra ...).
Ma ci sono anche soldi per Sircana, Cuperlo, ai DS per le elezioni del 2006, al Centro Democratico (ex Idv).

Niente di illegale (se poi l'importo è registrato alla Camera): c'è al solito la questione dell'opportunità, nel ricevere soldi da un imprenditore, con una condanna in primo grado (ora confermata in appello), che poi vince delle gare col pubblico.

Se pensiamo poi che anziché controllare e rendicontare meglio i soldi pubblici ai partiti, si vorrebbe alimentare la politica solo coi finanziamenti privati: che scenari ci dobbiamo aspettare, che tipo di politica avremo, in questo futuro prossimo? Una politica che sta in piedi per gentile concessione dei Riva o dei Romeo? E cosa chiederanno in cambio questi imprenditori?

Cosa farà Consip ora, aspetterà serenamente anche lei il verdetto della Cassazione, prima di revocare gli accordi?
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Ci fa piacere, comunque con i rimborsi elettorali i partiti si sono portati a casa un sacco di soldi ma evidentemente non bastano mai. Adesso si vota per l’abolizione di ogni contributo pubblico ai partiti e ai politici: vuol dire che soltanto i privati potranno finanziare, appunto, candidati e partiti. Però la politica ha un costo e in questo modo se si va in questa direzione vuol dire che a scendere in campo potrà farlo chi è ricco di
suo o chi sa trovare i soldi sul mercato. Invece di porre, di imporre, un a rigida, rigidissima rendicontazione delle spese l’orrenda prospettiva è quella di metterci completamente nelle mani dei privati che non lo faranno tutti per amor di patria ma presumibilmente chiedono qualcosa indietro. Abbiamo visto che il gruppo Romeo finanziava tutti poi c’è quello che dice “Ah ma io non lo sapevo! Ah ma io non ci ho avuto niente a che fare!” e l’avvocato del Signor Romeo ci scrive che “ i finanziamenti ai politici sono stati da essi stessi richiesti ed effettuati nei modi di legge” non
ne dubitiamo ma possiamo sospettare che poi magari qualcuno viene favorito. Premesso e sia chiaro che il signor Romeo non è colpevole di nulla fino a sentenza definitiva, intanto però si porta a casa gli appalti che contano, tra questi ci anche i servizi dentro il tribunale di Milano ma gli uffici giudiziari hanno espresso il loro non gradimento. Ora che farà la Consip ne terrà conto? O in attesa di quel che deciderà la Cassazione a
spolverare i tavoli della procura ci va un gruppo che fa riferimento al proprietario al signor Romeo che ha una condanna in secondo grado per corruzione, intanto per capire come funziona il sistema dove sono in pochi a spartirsi intere regioni bisogna tornare al 2002 anno in cui la legge dice “d’ora in poi gli appalti transitano dalla Consip”. Siamo a Bari Manutencoop di Bologna, gruppo Romeo di Napoli sono rivali e
decidono che non è più il momento di farsi la guerra ma è ora di cominciare lealleanze.
Il rischio cartello: Report ha trasmesso delle intercettazioni, degli anni passati, tra imprenditori nel settore dei servizi, che si stavano mettendo d'accordo per spartirsi gli appalti Consip.

Sono gli imprenditori Maniglia, vicini al PDL e a CL, amici della Romeo, che perdono un appalto a Bari poi finito alla Manutencoop.
Dalle intercettazioni si capisce come Romeo consigli all'amico di non fare la guerra alle coop, perché poi si metteranno d'accordo, in Consip, per spartirsi la torta dei futuri appalti.
DARIO MANIGLIA
Io tendenzialmente non creerei problemi a Manutencoop, solo ed esclusivamente per un rapporto di estrema correttezza in virtù di procedure future... Io ho avuto quell'incontro che le dissi a Consip. Qui si apriranno delle partite importantissime, che se chiudiamo con Manutencoop e con qualche altro amico, veramente andiamo a blindare un mercato enorme.
In Consip i Maniglia vantano contatti importanti, forse millantano pure (si parla della segreteria di Fini, che li avrebbe messi in contatto con l'ex AD Ferranti.

La Manutencoop è oggi unico fornitore per la Toscana e l'Umbria, senza che ci sia un risparmio per le regioni: succede poi che i soldi che escono dal pubblico sono sempre gli stessi, mentre si riducono gli stipendi delle persone che lavorano nelle scuole, negli ospedali.
Questo perché su questi appalti ci devono guadagnare in troppi, la Manutencoop e le società subappaltanti.
LUCA CHIANCA
La convenzione Consip a voi in generale, quanto costa?
CRISTINA ACIDINI - SOPRINTENDENTE POLO MUSEALE FIORENTINO
Tutto insieme la cifra raggiunta è di 5 milioni e mezzo di euro e, specificatamente, un milione 753 mila per il verde.
LUCA CHIANCA
Per il giardinaggio prima spendevate 400 mila euro in meno per lo stesso servizio.
MAURO LINARI – UFFICIO TECNICO POLO MUSEALE FIORENTINO
Questo è chiaro: aumenta la filiera. Nel senso che prima c’era la gara, quindi noi davamo l’assegnazione diretta al vincitore, e ora noi diamo l’assegnazione, cioè diamo il servizio, a Consip Manutencoop, la quale poi dopo subappalta alla ditta. Quindi c’è un passaggio in più. E lo capisce anche un bambino che se c’è un passaggio in più ci sarà una persona che ci vorrà guadagnare. No?
Cioè da una parte ci sono persone con contratti precari da 800 euro al mese, dall'altro il pubblico che spende anche di più. In mezzo aziende che dovrebbero essere cooperative, che invece diventano dei giganti nel servizio pubblico
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO
Quello delle pulizie delle scuole è tra i più ricchi appalti sul piatto della Consip.
Parliamo di circa un miliardo e 800 milioni di euro divisi su tredici lotti su tutto il territorio nazionale. Ad oggi ne sono stati assegnati 9.
LUCA CHIANCA
Ma su 9 assegnazioni, 3 sono andate a Manutencoop, 3 al Consorzio Nazionale dei Servizi.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI DIRITTO PENALE DELL’ECONOMIA
Però! Mica male.
LUCA CHIANCA
Che cosa possiamo dire?
GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI DIRITTO PENALE DELL’ECONOMIA
E cosa dobbiamo dire? Beati loro!
LUCA CHIANCA FUORI CAMPO
Manutencoop e Cns, il consorzio nazionale dei servizi, si portano a casa circa 700 milioni di euro prendendosi lotti del Nord e del centro Italia. Ma il Consorzio opera attraverso i suoi 212 associati.
Se poi scopriamo che la Manutencoop è socia della del CNS, viene fuori una "piccola famiglia" dove gli operatori che si dividono la torta pubblica sono i soliti noti. Parte della Manutencoop è in mano a fondi di Private equity, finanza e sociale assieme.
GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI DIRITTO PENALE DELL’ECONOMIA
Se Manutencoop trova un competitor vero e perde il 30% degli appalti, Manutencoop schianta, eh! E schiantano anche i fondi di private equity.
LUCA CHIANCA
Quindi non può permettersi di perdere gli appalti...
GIAN GAETANO BELLAVIA - ESPERTO DI DIRITTO PENALE DELL’ECONOMIA
Con questi costi fissi, cioè con i costi fissi che derivano da 15mila dipendenti e dalle strutture di contorno ai 15mila dipendenti, se uno rimane qualche mese fermo, sono cifre spropositate . Spropositate. Quindi è una macchina che non si può più fermare.
LUCA CHIANCA
E quindi lo Stato di fatto ha creato con le esternalizzazioni un mercato appetibile.
GIAN GAETANO BELLAVIA – ESPERTO DI DIRITTO PENALE DELL’ECONOMIA
A quanti? Perché poi il punto è questo, no? Chi può prendere un appalto di servizi, di pulizia da 100 milioni di euro? Solo chi è strutturato per farlo. Quando gli operatori sul mercato che vale miliardi e miliardi e miliardi di euro comincia a contarsi sulle dita delle mani, non
è difficile che si siedano intorno a un tavolo. Bisogna che lo stato vigili su queste cose qua perché nel momento in cui loro fanno cartello, automaticamente viene escluso anche lo Stato.
LUCA CHIANCA
E il rischio qual è?
ALFONSO SCARANO – ANALISTA FINANZIARIO
Il rischio è che questi si possano telefonare.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
Si possono telefonare per dire che cosa? Che lotto mi prendo io? Che zona ti prendi tu? Che prezzo facciamo? Intanto il processo nato a Bari, dove emergeva che Maniglia il gruppo Romeo e Manutencoop di Bologna si stavano mettendo d’accordo per spartirsi il nascente mercato Consip è finito tutto prescritto. Sta di fatto che 10 anni dopo a portarsi a casa le regioni che contano sono sempre loro. Ma però l’obbiettivo è risparmiare. Allora siccome l’obbiettivo è questo proviamo a fare due conti: prendiamo le scuole ad esempio, la pulizia dentro le scuole di solito la fanno i bidelli ne
servirebbero 11 mila. Costo 300 milioni l’anno, ma c’è il blocco delle assunzioni, allora si è deciso di dare i lavori fuori. Quindi questi 300 milioni vanno a quelle 5 o 6 società che si prendono l’appalto di Consip, quindi lo Stato non ha risparmiato nulla e l’appaltatore dove guadagna? Guadagna sugli stipendi di quelli che fanno le pulizie che se lo vedono abbassare sotto agli 800 euro che vuol dire anche meno contributi e
una futura pensione da soglia di povertà. Però il privato è più efficiente ci dicono ma a vincere questi appalti sono sempre più qualificati sono sempre i migliori?
La scheda del servizio e il pdf della puntata