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24 maggio 2015

Collusi – di Nino di Matteo e Salvo Palazzolo

Perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia.

Nino di Matteo è un giudice del Tribunale di Palermo: assieme al giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo ha raccolto in questo breve saggio la sua esperienza nella lotta alla mafia. Dai primi anni a Caltanissetta, quando vide per la prima volta il vero volto della mafia:
Il vero volto della mafia l’ho intravisto per la prima volta una mattina di vent’anni fa. Ero un giovanissimo magistrato della procura di Caltanissetta…”.
È la mafia che avvicina i giudici nei processi, che minaccia. È la mafia capace di imbastire utili rapporti con la politica, come gli spiegò un giorno il pentito Cancemi:
Dottore, lo sa cosa mi ripeteva Riina? ‘Senza i rapporti con il potere, Cosa nostra sarebbe solo una banda di sciacalli’. Se non lo capite, non potrete mai contrastarla”.

Fino ad oggi, al processo sulla Trattativa Stato-mafia, dove alla sbarra si trovano sia mafiosi che uomini delle istituzioni, con l'accusa di aver ricattato lo stato, condizionandone la sua politica, le sue decisioni, per una convergenza di interessi comune ai mafiosi e ai politici ad essi legati.
Quelli su cui Riina aveva deciso di vendicarsi dopo il maxi processo.
Riina è uno dei maggiori nemici del giudice Di Matteo: le intercettazioni con le minacce di morte lanciate dal carcere milanese sono chiare e questo ha causato un innalzamento del livello di protezione.
Non perdona una cosa al magistrato: il voler cercare la verità sugli anni 1992-1994, la stagione delle bombe e dei ricatti. Le sue esternazioni hanno l'obiettivo di “ribadire il ruolo che ha svolto negli ultimi trent’anni e allontanare l’idea che sia stato un pupo nelle mani di forze occulte annidate dentro lo Stato”.

Ma non è solo Riina, contro. Nei confronti delle inchieste del Tribunale di Palermo c'è una grossa insofferenza da parte delle istituzioni. Si registra “una sorta di stanchezza e di fastidio nei confronti di quelle indagini che miravano a scoprire in che modo la mafia sia ancora ben presente dentro le stanze del potere.”

Oggi le indagini di mafia vanno bene solo quando contrastano i pesci piccoli delle organizzazioni, l'ala militare. I problemi sorgono quando si cerca di alzare il livello dell'azione penale nei confronti delle stanze del potere, dentro la finanza, dentro la politica, dentro l'imprenditoria.
Sembra di essere tornari ai tempi del giudice istruttore Chinnici cui il procuratore Pizzillo rimproverava di voler rovinare l'immagine della Sicilia.
Erano anni in cui la mafia aveva ucciso il prefetto Dalla Chiesa, il segretario della DC Mattarella, il compagno di partito Reina, il segretario del PCI Pio La Torre. I giudici Terranova e Costa. Il capitano dei carabinieri Basile e il vice questore Giuliano.
Eppure la mafia non esisteva, era un teorema per screditare il partito della DC.

Ci sono voluti anni, inchieste, cadaveri eccellenti per imbastire il maxi processo, e rivelare oltre all'unicità della mafia e delle sue decisioni, anche i rapporti con la politica, con la finanza, con l'imprenditoria.
Tutto questo lo racconta, in modo preciso e chiaro, Di Matteo nei vari capitoli: l'utilizzo di prestanomi e intermediari nei suoi rapporti con i politici.
Come Dell'Utri, garante del patto con l'imprenditore e poi politico Silvio Berlusconi.
Come Aiello, signore della sanità privata in Sicilia ai tempi di Cuffaro.
Come Mandalà, il mafioso di Villabate che faceva da intermediario in un progetto per un centro commerciale.

In un capitolo si parla del rapporto, spesso all'impronta della connivenza, tra chiesa e mafia. Troppe volte la chiesa ha voltato la testa dall'altra parte, garantendo ai boss quel consenso sociale loro necessario sul territorio. Non lo cita l'autore, ma possiamo dare almeno un nome, padre Agostino Coppola, uno dei preti che celebrò il matrimonio di Riina.
Erano pochi i preti come Don Pino Puglisi ieri e come Don Ciotti oggi, che parlano ai mafiosi guardandoli in faccia. Con la serenità e la forza di una fede che non a nulla a che spartite con Cosa nostra.

I rapporti tra mafia e magistratura, mafia e forze dell'ordine. Non possiamo negare che diversi magistrati, per paura, per ignavia, per brama di potere si sono lasciati avvicinare e corrompere. Per troppi anni era impossibile condannare i boss e i loro soldati, pure colpevoli di delitti, per quel clima di impunità, per cui i processi finivano in un nulla, per insufficienza di prove.
Certo, assenza di una legge adeguata, incapacità di mettere assieme tutti gli episodi per inquadrarli in un unico contesto. Ma anche altro.
Di Matteo ricorda il caso del Questore Ignazio D'Antone, l'inchiesta sulle talpe dentro la procura che indossavano una divisa dello Stato (il maresciallo Riolo del Ros, il maresciallo Borzacchelli e Giuseppe Ciuro della Dia).
E poi l'indagine sul giudice Prinzivalli, i colleghi del procuratore Gaetano Cosa che si rifiutarono di firmale carte che accusavano il costruttore Spatola.


Per finire con l'inchiesta sulla Trattativa: il ricatto allo stato, portato avanti da mafiosi e uomini dello stesso stato. Un ricatto che viene visto da molti come un teorema, imbastito dal pm palermitani per farsi pubblicità.
Di Matteo precisa nel libro quali siano le accuse contestate:
“la condotta che contestiamo ai soggetti istituzionali e politici – dice – è quella di aver assunto il ruolo di cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e il governo nel prospettare i desiderata dell’organizzazione mafiosa, così concorrendo al vero e proprio ricatto che i boss stavano portando avanti nei confronti delle istituzioni”.

Fanno paura le giustificazioni di molti, i quali sostengono che con la trattativa si salvarono molte vite. Che in fondo, anche nelle guerre si tratta col nemico. Che quella trattativa, sempre presunta (nonostante i riscontri, nonostante la sentenza di Firenze al processo Tagliavia), permesso di vincere una battaglia.
Dimenticandosi che la battaglia era solo contro l'ala militare stragista dei Riina e dei Bagarella. La guerra contro la mafia no, quella non l'abbiamo vinta. La mafia ha solo cambiato pelle un'altra volta.
Cosa nostra non verrà sconfitta in modo definitivo fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trova in un esponente del potere la disponibilità al compromesso”.

I cadaveri eccellenti.
Perché la mafia arriva ad uccidere un magistrato, un politico, un prefetto, sapendo che attirerà su di sé l'attenzione delle forze dell'ordine?
Per una convergenza di interessi tra mafia e massoneria, tra mafia e politica e finanza.
Di Matteo spiega nel libro cosa si intenda per “terzo livello”: non una entità superiore ai boss cui dava ordini, ma come una camera di compensazione dove far incontrare personaggi di alto livello, con cui concordare la fine del giudice Chinnici, poiché aveva deciso di mettere fine al regno dei fratelli Salvo, grandi elettori della DC nonché uomini d'onore della famiglia di Salemi. I potenti esattori della Sicilia.
Stesso discorso per Mattarella, che voleva mettere in discussione i collaudati meccanismi di spartizione politico-mafiosa degli appalti e che dava così fastidio a Ciancimino.
E poi Costa, Dalla Chiesa, Cassarà: l'assassinio di queste persone “ha avuto un unico comune denominatore: la rimozione chirurgica di quelle anomalie che rischiavano di mettere in discussione l’operatività del sistema.”
I legami tra mafia e massoneria sono emersi dalla relazione di Tina Anselmi sulla P2, dalle indagini sul caso Sindona e il suo viaggio in Sicilia, sui segreti di Stefano Bontade. Massone era Pino Mandalari il commercialista di Riina.
Ricatti, segreti, informazioni riservate, rapporti privilegiati col potere: la massoneria ha bisogno della mafia per controllare il territorio e la mafia ha bisogno della massoneria per entrare in contatto con certi circoli del potere, ha raccontato una volta il pentito Spatola, un vero e proprio patto di scambio.

Il ruolo del magistrato.
Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla “solitudine del magistrato” quando deve indagare sul potere.
Perché è ancora difficile portare avanti indagini sul rapporto mafia e politica, col rischio che il proprio lavoro venga strumentalizzato, che arrivino i veleni e le accuse.

Le riforme messe in atto dal legislatore non hanno di certo aiutato il lavoro dei magistrati: Di Matteo cita la norma nella riforma Mastella (e mai rivista) per cui i pubblici ministeri possono occuparsi solo per dieci anni d’indagini sulla mafia:
Hanno appena il tempo di acquisire competenze, avviare una strategia giudiziaria e coglierne qualche risultato. Poi sono costretti a passare ad altro. Se negli anni Ottanta ci fosse stata questa regola, anche Falcone e Borsellino avrebbero rischiato di occuparsi di verande abusive. La lotta alla mafia deve fare ancora molta strada”.

Il 416 ter, sul voto di scambio, che rimane uno strumento inefficace per le pene lievi con cui condanna il politico e perché impone che sia provata l'intimidazione del mafioso.
I reati contro la pubblica amministrazione poi, sono ancora considerati reati minori, eppure essi indeboliscono lo stato dal suo interno, per le raccomandazioni, per la corruzione, per l'assenza di un merito. È proprio in queste pieghe che si inserisce la mafia: quanti mesi abbiamo dovuto aspettare per avere una buona legge contro la corruzione? E quella appena varata (dopo l'uscita del libro) rimane un compromesso non soddisfacente.
Rimane ancora fuori il tema della prescrizione, la possibilità di usare agenti provocatori come nelle inchieste sul traffico di droga, un meccanismo premiante per chi collabora con le indagini.

L'accusa rivolta da una certa politica e da una certa stampa ai magistrati come Di Matteo è di voler conquistare le luci della ribalta. Una vera e propria campagna di delegittimazione è stata portata avanti contro coloro i quali cercavano di indagare su mafia e potere, su mafia e trattativa, su mafia e imprenditoria.
Non bisogna temere i magistrati che sensibilizzano i cittadini al valore della legalità e alla bellezza della vera antimafia. Non si può stigmatizzare chi su questi temi cerca il consenso del popolo. Sono altri i magistrati di cui avere paura: quelli che ambiscono a compiacere i ricchi e potenti; quei sepolcri imbiancati che non perdono occasione per gridare che i giudici devono parlare solo con le proprie sentenze, e che poi improntano tali sentenze all'ossequio del più forte.”

Ma sbagliamo se pensiamo che la lotta alla mafia sia solo una questione di inchieste, riforme e leggi in materia. Lo diceva anche Falcone nelle sue interviste: importante è il ruolo della società civile:
Non può essere solo la magistratura a cercare di sollevare definitivamente i veli che sono stati scesi con sapienza a copertura di alcune delicate verità.L'azione deve essere molto più ampia. Tutti i cittadini devono continuare a pretendere giustizia, a controllare che magistrati e forze dell'ordine facciano di tutto per accertare la verità, qualunque essa sia.”

Io resto al mio posto. Non mi rassegno a questo stato di cose”: questo dice Di Matteo nonostante le minacce, nonostante sappia dei progetti di attentati nei suoi confronti, nonostante le parole di Riina. Nonostante siano finiti i suoi anni nell'antimafia e ora potrebbe veramente doversi occupare di verande abusive.

Infine, le parole rivolte agli studenti:
«Io non so cosa accadrà» ho detto. «Ho soltanto una speranza: che conserviate la passione civile. Che non vi adeguiate mai all'andazzo prevalente in questo paese, sempre più insofferente alla giustizia. Un paese troppe volte insofferente alla verità, all'indipendenza della magistratura, alla tutela dei valori costituzionali.»Quella speranza è il mio sogno. Perché sono convinto che solo i cittadini possono cambiare sul serio a società, sconfiggendo finalmente la mafia, la corruzione, la mentalità dell'appartenenza e dell'ossequio al potere. Non bisogna mai smettere di coltivare questo sogno, alimentandolo con costanza, tenacia e passione. Spero quindi che ogni cittadino – giovane o meno giovane – continui a perseguire con forza i propri ideali, nel rispetto di quelli altrui.
Comunque vada, avremo combattuto per rendere più libero il nostro paese. E sarà stata una giusta battaglia. L'unica battaglia in grado di onorare i nostri morti e liberare la nostra terra, per portare a termine – tutti insieme e ciascuno nel proprio ruolo – quella rivoluzione culturale che spargerà nel nostro Paese il fresco profumo della libertà.

Libertà che non potrà arrivare finché lo Stato, gli uomini delle istituzioni, non avranno il coraggio di guardare dentro se stessi. Prima che si arrivi ad un futuro in cui “mafia e sistema paese siano una cosa sola”.


La scheda del libro sul sito di Bur.
Le recensioni del libro su Antimafia2000, Micromega

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

20 maggio 2015

Collusi – la trattativa: quando è lo stato a cercare la mafia

Dopo aver raccontato dei rapporti tra mafia e politica, tra mafia e imprenditoria e tra mafia e mondo della magistratura, il giudice Nino di Matteo dedica un capito del suo libro ( “Collusi – perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia” (Bur). ) allo stato che è lui che va a cercare la mafia. È quanto si ritiene sia avvenuto negli anni tra il 1992 e il 1994 durante la trattativa stato-mafia. Quella che per molti è “presunta” nonostante la sentenza di Firenze sulla strage di via dei Georgofili. Dopo l'omicidio Lima, la mafia decise che si doeva pulire i piedi, vendicarsi dei politici che non avevano rispettato i patti con la mafia. Si facevano i nomi delle prossime vittime: Andreotti, Mannino ..
Dopo la bomba a Falcone, furono i carabinieri del Ros che andarono a cercare Vito Ciancimino, loro stesso lo raccontano: “ma con queste persone non si può ragionare?”.
Da qui parte il processo di Palermo, contro uomini dello Stato e mafiosi, che è arrivato a toccare anche il Quirinale, per la storia delle telefonate (poi distrutte) tra l'ex ministro Mancino e Napolitano.
Si poteva cecrare un contatto coi mafiosi per fermare le bombe? È lecito aprire una trattativa con la mafia? Di Matteo usa parole nette e pesanti contro quella (che non è ancor passata) classe politica.
“La condotta che contestiamo ai soggetti istituzionali e a i politici è quella di aver, a vario titolo e ciascuno in concorso con altri, consapevolmente assunto il ruolo di cinghia di trasmissione tra cosa nostra e il governo nel prospettare i desiderata dell'organizzazione mafiosa, così concorrendo al vero e proprio ricatto che i boss stavano portando avanti nei confronti delle istituzioni.
Un ricatto pesante e incalzante, costruito e alimentato suon di bombe e attentati e subito percepito nei suoi connotati essenziali dai più alti vertici istituzionali. È quanto ha già riferito l'allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, nella sua audizione al Quirinale.
Questa configurazione giuridica ci ha indotto alla contestazione del reato di concorso in violenza o minaccia al corpo politico dello Stato. [..] Eppure nonostante ciò, si continua a ripetere che la Procura di Palermo stia perseguendo fattispecie giuridicamente non rilevanti.
Un'altra precisazione è doverosa. Da più parti si è sostenuto che gli uomini dello Stato finiti sotto accusa volessero cercare di capire le intenzioni dei capi di cosa nostra. Ovvero, comprendere a quali condizioni Riina e i suoi avrebbero accettato di abbandonare il programma di violento attacco al cuore del potere politico. Per molti, dunque, l'azione di quegli uomini dello Stato sarebbe stata un'opera meritoria, che avrebbe meritato altre stragi.Questa impostazione, già culturalmente ed eticamente assai discutibile nel momento stesso in cui ammette una mediazione con la mafia, non tiene conto di un altro dato. Riteniamo che gli uomini delle istituzioni si siano mossi alla ricerca del dialogo per evitare l'uccisione dei politici che la mafia aveva individuato come traditori; e riteniamo altresì, anche sulla base di prove documentali, particolarmente pregnanti quali le informative segrete del ministero dell'Interno subito dopo l'omicidio Lima, che i servizi di informazione avessero chiara la strategia di cosa nostra: non quella generica di attaccare lo Stato, ma quella più specifica di uccidere altri politici. Questo fu il principio per cui lo Stato si mosse.Ma c'è di più. C'è un altro aspetto oggettivo ancora più importante, che viene ignorato con sistematica determinazione: l'approccio istituzionale con la mafia provocò di fatto una conseguenza devastante. Quando i capi di cosa nostra capirono che lo Stato li aveva cercati per ottenere la cessazione della strategia di attacco ai politici, si rafforzarono nell'idea che la strada delle bombe pagasse più di ogni altra. Giovanni Brusca ha descritto un Riina letteralmente raggiante nel momento in cui gli comunicava che uomini dello Stato si erano «fatti sotto» per capire quali fossero le richieste dei mafiosi, al fine di sospendere il loro piano partito dall'omicidio Lima.[..]Nei fatti – lasciando da parte le intenzioni soggettive, sulle quali il processo in corso dovrà fare ulteriore chiarezza – l'effetto conseguito fu devastante per lo Stato e costituì un ulteriore rafforzamento nel convincimento di Riina che le stragi e gli attentati pagassero.Così fu probabilmente salvata la vita ad alcuni uomini politici, ma altri, le vittime delle autobombe del 1992-1993, caddero proprio in esaltazione dell'impulso stragista di Riina, che il dialogo, cercato dallo Stato, aveva provocato e alimentato.[..]C'è poi un altro aspetto su cui vorrei che tutti riflettessero: se passasse l'idea che organi delle istituzioni possono legittimamente cercare il dialogo con i vertici dell'organizzazione mafiosa, quale credibilità avrebbe lo Stato nel momento in cui, come è giusto che sia, chiede ai suoi cittadini di collaborare, dunque di esporsi in prima persona per rendere più facile la punizione ai mafiosi?Penso ai commercianti o agli imprenditori che subiscono il ricatto delle estorsioni, ai testimoni che vengono a conoscenza di fatti rilevanti per la ricostruzione di omicidi o altri gravi delitti di mafia.[..] Anche per questo sono convinto che certe teorie giustificazioniste della trattativa, oggi tanto in voga, dovrebbero fare i conti con maggiore onestà intellettuali con le considerazioni che ho appena fatto. Nessun fine, nessuna contingenza può indurre lo Stato a incrociare il suo percorso con quello criminale”.

Termina il capitolo con la seguente frase, che andrebbe scolpita sulla pietra, accanto alle lapidi di Falcone e Borsellino, delle rispettive scorte, dei magistrati, carabinieri, poliziotti e i tanti che sono stati uccisi dalla mafia:
“Cosa nostra non verrà sconfitta in modo definitivo fino a quando ci sarà anche un solo mafioso che trovi in un esponente del potere istituzionale la disponibilità al compromesso; fino a quando si continuerà a ritenere che il criterio dell'opportunità politica possa prevalere sulla doverosa applicazione della legge ..”

Altro capitolo dal libro:
"Il sogno di Riina (e di una certa politica) – Collusi di Di Matteo e Palazzolo" 


19 maggio 2015

Il sogno di Riina (e di una certa politica) – Collusi di Di Matteo e Palazzolo


Il giudice Nino di Matteo si racconta e racconta la sua esperienza di magistrato in terra di mafia, nel libro scritto assieme al giornalista Salvo Palazzolo: “Collusi – perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia” (Bur).

Si parla dei rapporti dei mafiosi con gli imprenditori, dei rapporti con la politica (necessari affinché cosa nostra conservi il suo potere ricattatorio e di controllo del territorio).
E anche de rapporti dei mafiosi con magistrati e forze dell'ordine.
Se esiste una categoria di persone che i mafiosi come Riina non accettano sono proprio i magistrati che si permettono di fare indagini, di applicare la legge, di non guardare in faccia a nessuno, dentro la politica e dentro il mondo dell'imprenditoria.
Nino di Matteo racconta degli insulti che il vecchio boss rivolge alle toghe (non a tutte, ma a di Matteo, Falcone, ..): come è possibile che la politica, quella politica che lui ha ben foraggiato, a cui ha dato i voti, non riesca a bloccare l'azione di certi magistrati?
“Sempre nella stessa direzione, un altro riferimento critico di Riina è rivolto alla classe politica, che negli auspici del capomafia avrebbe dovuto ridimensionare in modo definitivo l'azione della magistratura, attraverso adeguate riforme.Secondo Riina sarebbero stati proprio i magistrati a bloccare quei progetti di legge graditi all'organizzazione, finora inutilmente proposti da una classe politica troppo deboleIn fondo Riina centra alla perfezione il problema: la mafia vuole una magistratura intimidita e silente, prona alla volontà della politica, priva di qualsivoglia possibilità di far sentire al sua voce anche sulle questioni riguardanti leggi e riforme in materia di giustizia.Dovrebbe far riflettere l'oggettiva constatazione che il sogno di Riina coincida, nella sua sostanza, con quello di gran parte della politica: di chi vuole trasformare il magistrato in un silente burocrate, impegnato esclusivamente ad emettere i suoi provvedimenti in ossequio alle indicazioni politiche e in un contesto di rigida organizzazione gerarchica degli uffici giudiziari. Una condizione che limita nei fatti l'azione antimafia, che deve essere libera da condizionamenti interni ed esterni così come da approcci eccessivamente formali e burocratici”.

Ecco, quando sentite un politico attaccare la magistratura che invade il terreno della politica, che parla del predominio della politica, quelli che basta con questa magistratura che mette il naso dappertutto, basta con questa obbligatorietà dell'azione penale, pensate a questo.
Che sono le stesse proposte della mafia.
L'unico magistrato buono?

Quelle che fa solo il suo compitino e che non disturba i potenti.

09 febbraio 2010

I pezzi mancanti di Salvo Palazzolo

I pezzi mancanti: Viaggio nei misteri della mafia – di Salvo Palazzolo.

C'è un filo che lega tutte le persone il cui impegno per la lotta alla mafia, stato raccontato nel libro, le ha poi condannate a morte.
Un qualcosa che ancora oggi manca: il movente vero della condanna a morte (perchè l'attentato a Paolo Borsellino, perchè è stato ucciso l'agente Nino Agostino); i documenti che questa persona custodiva segretamente, spariti e mai più trovati (l'agenda di Borsellino, gli appunti di Peppino Impastato, i files di Giovanni Falcone, la relazione di Pio La Torre, le bobine con la telefonata tra Vito Guarrasi e Nino Salvo ..).
Un pezzo delle indagini, della memoria, dei propri dubbi e sospetti, che una mano ha sottratto agli investigatori.
Gli stessi killer forse, ma anche infedeli servitori dello stato.
Un'altra delle costanti nel racconto di queste vittime della guerra alla mafia, è la presenza di talpe all'interno delle istituzioni: nella magistratura, nella polizia (come Bruno Contrada e Ignazio D'Antone), nella classe politica. Persone che hanno permesso i depistaggi, hanno impedito catture, indagini, han fatto girare le solite voci calunniose tese ad uccidere la vittima due volte.

Peppino Impastato? Si è fatto saltare da solo...
Boris Giuliano? Se l'è andata a cercare ...

Forse un modo per comprendere la natura di Cosa Nostra, l'evoluzione che ha avuto e per comprendere come ragiona oggi, serve anche leggere le storie raccontate dal cronista siciliano Salvo Palazzolo.
Da questo emerge un quadro inquietante: come quello dei rapporti mafia e politica. Un tema quanto mai attuale, con i processi ancora in atto che tirano in ballo un partito di governo e il suo presidente. Il processo per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano da parte dei vertici del boss: un processo che vede lo stato processare un pezzo importante dell'antimafia.

Un capitolo importante è appunto "Promemoria, l'inventario delle talpe" che raccoglie tutti gli indizi, le testimonianze dei collaboratori di giutizia, le voci, sui traditori dello stato.
Ampia ed estesa si presenta la penetrazione della mafia nelle forze di polizia, e nei servizi.

I pezzi mancati sono tutti i sicari ancora sconosciuti, i mandanti occulti, gli insospettabili complici, i tesori nascosti della mafia (come il tesori nascosti di Inzerillo e Bontade), l'archivio segreto di Riina.
Archivio (o archivi), con cui magari ancora oggi si tengono dei ricatti per condizionare i governanti di oggi.

Ci sono delle domande, degli spunti, che nascono dalle pagine: siamo sicuri che dietro la strategia golpista e militare dei corleonesi di Riina non ci sia stato un suggeritore occulto?
Qualcuno che intendeva usare la mano armata della mafia per mettere in condizioni di non nuocere esponenti politici (o dell'amministrazione) che intendeva portare avanti un'opera di rinnovamento?
E infine, cosa sta succedendo ora? L'ultima operazione di Provenzano riguardava l'apertura agli "scappati", le famiglie uccise dalla seconda guerra di mafia. Un rientro di criminali, ma anche di ingenti capitali dagli Stati Uniti.

Soldi che entrano anche grazie ai finaziamenti per le opere realizzate dallo Stato, in Sicilia ma non solo. Soldi dai finanziamenti europei.
Nella Chiesa di Regina Pacis, a Palermo, brilla ancora oggi la targa dedicata a Ignazio Salvo dalla sua famiglia "Ad maiorem dei gloriam".
Forse è ancora lunga la strada da percorrere per cambiare la cultura mafiosa.

L'elenco delle vittime di questa guerra, le tappe della cronistoria raccontata, che ogni cronista di Palermo tiene a mente.

Giuseppe Impastato, giornalista 9/5/1978

Mario Francese, giornalista 26/1/1979

Ugo Triolo avvocato vicepretore di Priolo 26/1/1978

Pietro Scaglione procuratore Repubblica 5/5/1971

Cesare Terranova giudice istruttore 25/9/1979
Giuseppe Russo colonello dei carabinieri 20/8/1977

Michele Reina segretario provinciale DC 9/3/1979
Boris Giuliano vicequestore capo squadra mobile Palermo 21/7/1979

Piersanti Mattarella segretario regionale DC 6/1/1980
Gaetano Costa procuratore capo della procura di Palermo 6/8/1980

Pio La Torre segretario regionale PCI 19/4/1982
Paolo Giaccone medico legale 11/8/1982

Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto Palermo 3/9/1982
Calogero Zucchetto, agente della squadra mobile di Palermo 14/11/1982
Rocco Chinnici, capo ufficio istruzione a Palermo 29/7/1983

Ninni Cassarà dirigente Mobile 6/8/1985
Beppe Montana, capo della sezione catturandi della Mobile di Palermo 7/1985
Roberto Antiochia, agente polizia 6/8/1985

Mauro Rostagno giornalista 26/9/1988
Alberto Giacomelli magistrato, ucciso il 14 /9/1988
Barbara Asta, uccisa nell'attentato a Carlo Palermo magistrato 2/4/1985

Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo 12/1/1988

Nino Agostino agente di polizia (i suoi appunti sono spariti) 5/8/1989
Emanuele Piazza agente scomparso nel 1990

Giovanni Falcone, magistrato del Pool antimafia, capo Ufficio affari penali 23/5/1992
Paolo Borsellino, magistrato del Pool antimafia 19/7/1992

Antonino Scopelliti, magistrato della Cassazione, ucciso il 9/8/1991

Padre Giuseppe Puglisi, prete del quartiere di Brancaccio , 15 settembre 1993
Antonino Lombardo maresciallo dei carabinieri, suicidato il 5/3/1995

Il link per ordinare il libro su internetbookshop.
Il sito di Salvo Palazzolo dedicato ai "Pezzi mancanti".
Technorati:

03 febbraio 2010

Storie di mafia

Alcuni consigli di lettura, utili a comprendere il fenomeno mafioso.
Cosa è la mafia? Rispondeva Tommaso Buscetta che la mafia è la crimminalità, più l'intelligenza, più l'omertà.
Forse non si comprende bene cosa rappresenti Cosa Nostra, per le regioni del sud, sia quando se ne parla poco o affato, sia quando se ne parla tanto, elencando inutili cifre di sequestri, arresti, confische.
Pensate un momento ad una cosa: un presidente del Consiglio è stato ritenuto colpevole di aver trattenuto rapporti continuativi con boss mafiosi.
Se la piovra è arrivata fin lì, se queste accuse vengono oggi derubricate a "cose del passato", "ma poi è stato assolto", come è pensabile affrontare e sconfiggere Cosa Nostra?
Cosa Nostra è una mentalità, oltre che una organizzazione mafiosa. Una mentalità che tende a sostituirsi allo stato: nel lavoro, negli appalti, nella sanità, nella finanza.

Due libri usciti in questi giorni :
"I pezzi mancanti" di Salvo Palazzolo (il blog e il link su ibs). Una cronistoria sui tanti, troppi, omicidi eccelenti accaduti in Sicilia, a Palermo. Giornalisti, poliziotti, carainieri, magistrati, pretori, segretari di partito, politico ... Peppino Impastato, Ninni Cassarà, Mario Francese, Mauro Rostagno, Nino Agostino, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Lombardo.
Persone morte perchè si sono opposte alla mafia e le cui indagini sono stati caratterizzate da depistaggi, ingiurie alla memoria, trafugazione di documenti (sia da parte dei boss, sia da parte di infedeli servitori dello Stato).
Un libro che raccoglie queste storie e mette in fila tutti i perchè, su cui ancora non si ha una risposta, o cu cui la risposta fa ancora paura.

"Il patto. Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa tra stato e mafia nel racconti inedito di un infiltrato" di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci (sul sito di Chiarelettere e su ibs).
La storia di Luigi Ilardo, infiltrato dal colonnello Riccio, per arrestare l'allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano.
Qualcosa che ha molto a che fare con la trattativa tra Stato e mafia che mise fine alle bombe della stagione 92-93.