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16 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – la famiglia La Russa, il megafono della destra e le falle della giustizia

Il potere dei La Russa

Quanto è influente il nome di Ignazio La Russa nelle nomine per amici e parenti? Report torna ad occuparsi della famiglia di Ignazio La Russa partendo dalla recente nomina di presidente dell’ACI. L’ACI è uno dei più antichi e ricchi enti sportivi italiani, fondato nel 1898 a Torino da simpatizzanti delle auto oggi vanta un milione e duecentomila soci, 450 milioni di fatturato l’anno e 2 miliardi di euro di beni in immobili. Sono cifre che, in epoca di sforamento di bilancio, fanno gola al governo Meloni. Il vecchio presidente Sticchi Damiani è stato fatto fuori: “è stato tutto lasciato alla democrazia interna ” si è difeso il ministro Abodi. Ma il governo di cui Abodi fa parte è intervenuto proprio sulla democrazia interna di Aci per esautorare un ingombrante Sticchi Damiani: il ministero di Abodi gli ha prima sbarrato la strada per la rielezione e ha poi commissariato l’ACI. Dopo il giugno 2025, dopo l’annuncio della candidatura per il quarto mandato, nessuno aveva niente da ridire da Palazzo Chigi. Solo nello scorso settembre, dopo 3 mesi di silenzio, Abodi ha manifestato la propria posizione di netta contrarietà. Come se qualcuno avesse l’intenzione di prendere in mano la gestione dell’Automobile Club – commenta il presidente di Aci Bologna Bendinelli, cosa difficile se Sticchi fosse rimasto alla presidenza.


Questa persona che aveva l’ambizione di controllare la gestione di Aci è stata poi Geronimo LA Russa.

Era un problema di perpetuazione della carica – fa capire il ministro Abodi nell’intervista: ma la perpetuazione della specie deve essere controllata in tutte le federazioni e gli enti pubblici, non solo in quelli dove si vuole piazzare una persona “amica” o di famiglia. Altrimenti si potrebbe pensare che ci siano state pressioni per “piazzare” Geronimo LA Russa in quella carica da parte del presidente del Senato. “Pressioni non ne ho mai avute e non le avrei accettate” spiega Abodi. La stessa versione del presidente del Senato:nessuna influenza su questa nomina anzi, “quando iniziò il suo percorso dentro Aci vent’anni fa, poi diventò presidente dell’ACI Milano, poi vicepresidente nazionale, inizialmente FDI era al2%. Nell’ultima volta come avrei potuto influenzare quell’80% degli elettori indipendenti che hanno eletto ..”.

Nessuna influenza dal padre che voleva che Geronimo continuasse a fare l’avvocato.

Eppure è stato grazie ad un decreto del governo sui mandati degli enti pubblici che è stato fatto fuori Sticchi Damiani e si è aperta la strada al figlio di Ignazio come presidente dell’ACI.

Avere quel cognome ha sicuramente aiutato la carriere di Geronimo ma anche degli altri figli del presidente del Senato: Lorenzo Kocis dal 2022 è consigliere municipale a Milano dove è anche capogruppo di Fratelli d’Italia. Ma il padre non c’entra nulla, spiega il giovane La Russa: “è una cosa che faccio con passione ..”. Ma chi gli ha pagato la campagna elettorale? “Qualche birra da offrire agli amici l’ho chiesta a mio padre” – prova a buttarla sul ridere Kocis ma in realtà, come racconterà Report, la campagna per essere eletto a consigliere municipale è costata più di 2 birre,il presidente del Senato ha sborsato 10800 euro. Una cifra che appare piuttosto alta per questa carica da consigliere se si pensa che il candidato PD alla presidenza del municipio, Mattia Abdu Ismahil, ha speso appena 1200 euro. Papà egiziano e mamma italiana, dichiaratamente omosessuale, la nemesi per quelli di fratelli d’Italia.

La scheda del servizio: In nome del padre di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Fabio Martinelli, Alfredo Farina, Dario Parlapiano e Andrea Lilli

Ricerca immagini Alessia Pelagaggi

La Russa e i figli: potere, politica e conflitti d’interesse.

Nella tradizione parlamentare italiana al presidente del Senato, che rappresenta la seconda carica dello Stato, è sempre stata richiesta la massima imparzialità. Ma è stato così in diversi interventi di Ignazio La Russa, alcuni dei quali riguardano anche i suoi figli? Report ricostruisce con testimonianze inedite il ruolo che avrebbe avuto La Russa nell’ascesa del primogenito Geronimo alla guida di Aci, nel percorso politico iniziato dal secondogenito Lorenzo Kocis e nella vicenda giudiziaria che ha riguardato il terzogenito Leonardo Apache.

Il megafono della destra

Vediamo se dopo la prima inchiesta su Esperia, presunto media indipendente in realtà organo di informazione molto legato all’estrema destra di governo, Zavalani (direttore editoriale di Esperia) avrà voglia di confrontarsi con le domande di Report.

Sentir parlare Zavalani è come sentir parlare Meloni o qualsiasi altro esponente della destra meloniana: le radici, il contesto, non si possono cancellare. Radici di cui si vantano pure.

Le domande erano semplici: perché per la fondazione della società si sono rivolti ad una fiduciara, con cui scudare i veri proprietari? Sapevate che il presidente era massone?

Ecco, di fronte a queste domande il direttore ha improvvisato un comizio, tirando fuori i commenti fatti da altri utenti sui sociale (di cui Report non è responsabile).
Ma quanto è vasto (e poco conosciuto) il fronte della propaganda neofascista?

Il servizio di Luca Bertazzoni si occuperà poi di Casaggì, una associazione fiorentina fondata da studenti di azione giovani di AN, da cui è nata la sigla azione studentesca, responsabile dell’aggressione a sei studenti a Firenze. Casaggì è la cerniera tra la destra di governo di Meloni (che a parole prende sempre le distanze dal fascismo) e l’estrema destra, che nel fascismo pesca a piene mani.

Uno dei fondatori di Casaggì, Francesco Torselli, è stato eletto nel parlamento europeo, ma altri fondatori hanno preferito seguire altre strade: Marco Scatarzi ha fondato una casa editrice, Passaggio al Bosco. I libri che pubblica si distinguono per trattari i temi classici del fascismo: la rivalutazione dei valori del fascismo, l’antifemminismo, remigrazione. Tra gli autori in catalogo c’è Mussolini, Clemente Graziani fondatore di ordine nuovo e Leon Degrelle, ex ufficiale delle SS. Report ha chiesto ad Alex Orlowsky di analizzare i contenuti sui social della casa editrice e dei follower: molti sono bot che pubblicano contenuti antisemiti.

Casaggì e Passaggio al Bosco non pubblicano contenuti antisemiti ma interagiscono con account falsi che fanno propaganda fascista.

Loro non si definiscono fascisti” prova a giustificarsi Donzelli – responsabile organizzativo di FDI. Ben venga che si pubblichino i libri, prosegue Donzelli senza censure, riferendosi alle proteste alla fiera Più libri più liberi per la presenza di questa casa editrice lo scorso anno.

Basta con questi tribunali morali, basta censure per i libri che inneggiano ai camerati e al loro valore – aggiunge il presidente della fondazione Tatarella Franscesco Giubilei.

E allora il comunismo, e allora Stalin? La solita difesa (sentità già dall’ex ministro Sangiuliano) va sempre bene per buttarla in caciara. In Italia abbiamo avuto la dittatura fascista mentre i comunisti hanno combattuto per la libertà. Difficilmente negli stand delle fiere si trovano libri a favore della mafia, del terrorismo rosso o di Stalin. L’apologia di fascismo è reato.

La scheda del servizio: Il braccio destro di Luca Bertazzoni

Dai meme ai merchandising: il mondo parallelo della propaganda social

I buchi della giustizia

Nello scorso gennaio Report aveva raccontato del sistema ECM, un programma di Microsoft che è stato installato, in modo silente, sul pc di 40 mila magistrati: dovrebbe servire per l’amministrazione del device da remoto ma, come il servizio ha dimostrato, consente di spiare l’attività dei magistrati senza che questi se ne accorgano.
Tutto regolare secondo il ministero della Giustizia: ma chi garantisce che i dati dei magistrati siano al sicuro?

La scheda del servizio: Giustizia cieca di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Immagini di Antonio Castoro, Chiara D’Ambros, Andrea Lilli, Fabio Martinelli e Alessandro Sarno

Ricerca immagini di Ludovica Sala

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafiche di Giorgio Vallati

Report torna sulle falle del sistema informatico al Ministero della Giustizia

Dopo aver rivelato l’esistenza su oltre 40mila postazioni della Giustizia dell’ormai noto Ecm, un comune programma informatico che potrebbe permettere di controllare a livello centrale tutte le postazioni periferiche. Con un effetto collaterale non banale però in un contesto sensibile come quello della magistratura: il programma offrirebbe la possibilità concreta di entrare nei computer di giudici e procuratori senza richiederne il consenso e soprattutto senza alcun tipo di notifica. Con documenti e testimonianze esclusive, Report replica a tutte le rassicurazioni del Ministero e conferma tutti i dubbi della magistratura e delle opposizioni. Dal ruolo degli amministratori alle pratiche sulla trasparenza sino ai fornitori esterni: ci sarebbe più di un buco nel sistema informatico della Giustizia, ma finora l’unico a pagare è stato il tecnico che ha sollevato il caso prima in Procura a Torino e poi con Report.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 marzo 2026

Mani legate di Antonella Mascali e Piergiorgio Morosini


 

La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia

Prologo di Piergiorgio Morosini

Correva l’anno 1979. Lo storico statunitense Christopher Lasch, tra gli intellettuali più originali e riflessivi dell’epoca, pubblicava “La cultura del narcisismo”. La sua analisi sulle tendenze delle società occidentali più avanzate profetizza il destino dei rapporti tra cittadino e istituzioni: “Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per l’intolleranza quanto per l’indifferenza”. È un richiamo a riscoprire il valore della partecipazione civica, del confronto pubblico, dell’impegno collettivo. Perché la democrazia non si difende solo dai suoi nemici, ma soprattutto si nutre della passione e della responsabilità dei suoi cittadini. Alla base della denuncia di Lasch troviamo i guasti dell’individualismo e del consumismo.

Il 22 e il 23 marzo prossimi andremo a votare per il referendum confermativo su quella che viene chiamata riforma Nordio sulla giustizia, un disegno di legge che la maggioranza di destra ha imposto al Parlamento e che andrà a toccare ben sette articoli della nostra Costituzione.

Cosa contiene questa riforma che viene presentata, dai suoi sostenitori, come uno strumento per rendere la giustizia più giusta, per togliere di mezzo il vulnus delle correnti nella magistratura?
Qual è invece il vero disegno che sta dietro a questa riforma, che vede tra i suoi padri il venerabile Licio Gelli (a capo della loggia P2, una struttura deviata che è stata al centro di tante pagine buie della nostra storia) e di Silvio Berlusconi, il più volte presidente del consiglio condannato per frode fiscale nel 2013?

E di cosa avrebbe bisogno veramente la giustizia italiana per essere veramente “democratica” e rispettosa dei principi della nostra Costituzione?
Il punto di vista dei due autori di questo libro, la giornalista del Fatto Quotidiano Antonella Mascali e il presidente del Tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, è chiaro sin dal sottotitolo: questa riforma è lo strumento con cui questa maggioranza che sta governando il paese intende sottomettere la giustizia al potere esecutivo.

Lo si capisce andando a leggere in controluce i punti salienti dentro questa riforma, la separazione delle carriere, il doppio CSM che spacca l’unità della magistratura.

Solo una parte residuale di magistrati o giudici cambia funzione ogni anno, andando anche a cambiare regione, se questo fosse stato il vero obiettivo della riforma non serviva cambiare tutti quegli articoli della Costituzione.

E che dire del giudice che ora, separato dal magistrato, diventa improvvisamente terzo e con le stesse armi dell’avvocato della difesa? Magistrato inquirente e avvocato non hanno lo stesso ruolo di fronte alla legge, il magistrato infatti ha l’obbligo di trovare prove a favore dell’imputato, l’avvocato no.

Se si deve separare la funzione inquirente da quella giudicante per togliere di mezzo quel legame di sudditanza, perché non separare anche i giudici dei vari gradi?

C’è poi il la questione dell’alta Corte di giustizia che gestirà le sanzioni disciplinari dove aumenta la quota dei politici.

Chi governerà l’azione disciplinare contro questo o quel magistrato? Sarà la politica o, addirittura, il ministro della Giustizia? E quale giudice avrà voglia di mettersi di mettersi contro il potente di turno, magari un protetto della maggioranza, sapendo che rischia un procedimento disciplinare?

Dicono, i signori del si, che con questa riforma finalmente, si ferma l’intromissione della magistratura nella vita politica: non devono essere più i magistrati a decidere su come gestire i flussi degli immigrati, sulle politiche industriali, su come gestire gli appalti, su come devono essere progettati i ponti sullo stretto. Di fatto è una perfetta ammissione di quello che è il vero obiettivo di questa riforma: creare un nuovo magistrati che abbia le mani legate, che non si intrometta, come ha fatto la corte dei conti, sul progetto del ponte sullo stretto di Messina. Che non si permetta di bloccare la deportazione dei migranti verso il CPR in Albania.

Perché oltre alla riforma Nordio, la maggioranza sta presentando altre “riforme” molto pericolose: togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere il controllo della polizia giudiziaria ai magistrati. Deve essere il governo, senza più l’impiccio della magistratura con la sua azione di controllo, a stabilire quali sono i reati da perseguire e quelli da lasciare perdere.

È tutto fatto alla luce del sole, basta mettere assieme i pezzi: la stretta sulle indagini per i colletti bianchi col blocco delle intercettazioni a 45 giorni; l’abrogazione dell’abuso d’ufficio; l’obbligo di un collegio di tre giudici per decidere dell’arresto di un imputato; una stretta sul traffico di influenze.

E, dall’altra parte, un giro di vite contro chi organizza i rave party (una vera emergenza si dirà), contro chi manifesta anche pacificamente ma blocca il traffico, il fermo preventivo per certi soggetti che potenzialmente potrebbero creare problemi durante le manifestazioni.. Un doppiopesismo in termini di garantismo che denota bene quale sia l’intento del governo Meloni (e anche di un pezzo di quella che dovrebbe essere l’opposizione).

Di tutto questo parlano, usando il meccanismo dell’intervista la giornalista e il magistrato, articolata nei seguenti capitoli:

  • Cosa prevede la riforma costituzionale

  • La separazione delle carriere: una riforma inutile e pericolosa

  • Due CSM sulle materie dell’hotel Champagne

  • Governo dei giudici versus volontà popolare?

  • I nodi veri della giustizia

  • Epilogo: il giudice che verrà.. con le mani legate


Per fermare questa riforma c’è bisogno dell’impegno di tutti i cittadini che hanno a cuore questa Costituzione, non importa che siano di destra o di sinistra. Perché, come scrive Morosini nel prologo, le democrazie muoiono anche per colpa dell’indifferenza: la giustizia è un tema che riguarda tutti noi.

Sul Fatto Quotidiano trovate un estratto dal libro:

Il disegno di legge Meloni-Nordio entrato a Montecitorio nel maggio del 2024, ha raccolto i quattro “sì” da Camera e Senato, senza la modifica di una virgola (…). Ora tocca ai cittadini, con il referendum (…). La posta in gioco è alta. La riforma non si limita a separare le carriere tra giudici e pubblici ministeri. Che è già un dato di fatto. Ambisce a mutare l’equilibrio tra poteri dello Stato e a liberare la politica da ogni controllo (…). L’approfondimento sulle ragioni che ispirano le novità costituzionali, e l’indicazione dei relativi pericoli, lo affidiamo a un dialogo. Ci è sembrata la forma più corretta per i diversi ruoli ricoperti da chi scrive, un magistrato e una giornalista di cronaca giudiziaria (…).

Governo dei giudici versus volontà popolare?

A. M. La riforma costituzionale su cui si terrà il referendum è stata firmata da un magistrato in pensione, il ministro della Giustizia Nordio. Ed è fortemente voluta dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Anch’egli magistrato, attualmente fuori ruolo, vanta pregresse esperienze di parlamentare e di viceministro dell’Interno in uno dei governi Berlusconi, secondo una prassi che tanti politici hanno definito delle “porte girevoli”. Tra i più ascoltati dalla premier Giorgia Meloni, è impegnato in prima linea in una narrazione che denuncia la volontà dei magistrati di sostituirsi al Parlamento e al governo. Lo ha ribadito lui stesso nel giorno del voto definitivo per la riforma in Senato, il 30 ottobre 2025. Inoltre, nella trasmissione di Rai1 5 minuti (ripresa dall’Ansa), sempre Mantovano ha replicato all’accusa di “volere i pieni poteri” rivolta dalle opposizioni al governo, sostenendo che “i pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni”, “di chi blocca la politica industriale fermando gli impianti”; “di chi non dà seguito alle indagini per i disordini a Roma”.

PG. M. In quelle affermazioni c’è il carburante ideologico-culturale di una volontà di “reagire” della politica al ruolo assunto negli ultimi anni dai giudici nelle istituzioni e nella società. Si colgono le ragioni profonde dell’iniziativa costituzionale di cui si discute, non riducibili alle sole dinamiche della giustizia penale, che aveva in mente la “riforma epocale” proposta nel 2011 da Silvio Berlusconi. La posta in gioco coinvolge la giustizia tout court e le sue implicazioni oggi più sensibili, su immigrazione, lavoro, ambiente, famiglia e altro. Terreni su cui possono manifestarsi punti di crisi tra indirizzi politici e valori fondanti ricavabili da norme costituzionali o euro-unitarie. (…). Dagli anni Sessanta, ai giudici si rivolgono privati o soggetti collettivi che non trovano ascolto in altre sedi istituzionali per il riconoscimento dei loro diritti. Più il parlamento è lento, o il suo intervento è frenato dalla forza di interessi particolari o dalla mancanza di un forte consenso sociale, maggiore è la ricerca del varco giudiziario impugnando la Costituzione. Ieri erano questioni di sicurezza sul lavoro, ambiente, fine vita. Oggi, sono pure tutele che riguardano il lavoro precario, i flussi migratori, le minoranze lgbtqia+. Il giudice, a differenza del politico o dell’amministratore, ha il do-ve-re di decidere e non può sottrarsi. (..).

Epilogo: il giudice che verrà… con le mani legate

L’obiettivo vero della riforma costituzionale è liberarsi di una magistratura che non può essere addomesticata da altri poteri. E lo si persegue smantellando istituti nevralgici per i costituenti del 1948, quali il Csm e la carriera unica per giudici e pubblici ministeri. Con quelle garanzie, da corpo di funzionari, pezzo della burocrazia dello Stato, la magistratura è diventata un potere autonomo, variabile indipendente dagli equilibri politici contingenti e come tale incontrollabile. Ma tutto questo non è in sintonia con l’idea di Stato che oggi si sta affermando un po’ ovunque nel mondo. E in particolare, con quella idea di magistratura “che deve collaborare col Governo”, e come tale deve essere innocua, silenziosa, ubbidiente, docile. (…).

Delegittimazione e tentativi di intimidazione dei giudici che si occupano di questioni politicamente sensibili, assieme al depotenziamento degli strumenti utili al controllo di legalità nelle istituzioni e nei circuiti economico-finanziari, sono il prologo della riforma costituzionale. Così le ragioni ufficialmente espresse per giustificarla, suonano formali e pretestuose. Non è credibile la tesi di una separazione delle carriere necessaria a garantire finalmente la “terzietà” del giudice. Già ora, in Italia, le richieste dei pubblici ministeri una volta su due sono bocciate dal giudice. (…). Il vero fulcro della riforma sta nell’indebolimento del Consiglio superiore della magistratura. È l’organo a difesa della indipendenza di tutte le toghe, quindi anche dei giudici, civili e penali. Con il pretesto della lotta al correntismo giudiziario, lo si smembra, lo si priva della competenza disciplinare e lo si cambia nella sua composizione. Con il sorteggio dei componenti togati, secondo la logica dell’ “uno vale l’altro”, diventano decisivi i componenti laici che, invece, sono scelti dalla maggioranza politica. Nelle mani di costoro saranno i destini professionali di tutti i magistrati (…).

Oggi, la magistratura italiana, compresa la Corte dei Conti, come peraltro la Corte di giustizia dell’Unione europea e la Corte penale internazionale, vengono vissute dalla maggioranza di governo come organi di resistenza ai nuovi indirizzi politico-istituzionali. Per i riformatori ciò che conta è solo chi vince le elezioni. E se è vero che l’articolo 1 della Costituzione attribuisce la sovranità al popolo quindi agli eletti; è altresì vero che la seconda parte della disposizione vuole che quella sovranità sia esercitata nelle forme e nei limiti previsti dalla legge e dalla Costituzione e, quindi, con i necessari controlli da parte degli organi di garanzia, magistratura compresa. Invece i fautori della riforma pretendono che esecutivo, legislativo e giudiziario debbano sempre “collaborare”, come in un “blocco unico”. (…).

Forse a qualcuno sarebbe piaciuta di più una disposizione sul tipo di quella adottata dallo Statuto Albertino secondo cui “la Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo Nome dai Giudici che Egli istituisce”, magari cambiando il termine “Re” con quello di Governo. O, se volete, di Presidente del Consiglio.

La scheda del libro sul sito PaperFirst
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

14 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – il referendum sulla giustizia, la compressione delle libertà, i crimini di ICE

Tornano le inchieste di Presadiretta la domenica sera: in questa prima puntata si parlerà di giustizia e del prossimo referendum confermativo sulla riforma Nordio.

In studio assieme al conduttore Riccardo Iacona saranno presenti l’ex magistrato Antonio Di Pietro e Nicola Gratteri in un faccia a faccia sulle ragioni a favore e contro questa riforma.

Quali saranno gli impatti di questa riforma sul sistema della giustizia e sugli italiani?

Di cosa avrebbe veramente bisogno la macchina della giustizia per funzionare meglio, perché, come ha detto lo stesso ministro Nordio, la separazione delle carriere non inciderà per nulla sull’efficienza della giustizia.


Presadiretta è entrata nel Tribunale di Alessandria, dove ha intervistato il presidente Paolo Rampini: “questo è il peggior tribunale d’Italia” ha raccontato, “certamente il nostro è molto inguaiato”.

Cerotti sulle finestre della stanza di un giudice per tener fermo il vetro. Bagni comuni per giudici, avvocati e personale amministrativo. Nelle aule delle udienze dove si fa giustizia in nome del popolo italiano ci sono sedie rovinate che non vengono sostituite. I muri della stanza di rappresentanza tutti scrostati, moquette tagliate,

Sento il dovere di chiedere scusa perché questo dovrebbe essere un palazzo diverso” commenta amaramente il presidente Rampini.

E cosa pensa di fare il governo Meloni? Un doppio CSM con in più l’alta corte di giustizia, checi costerà almeno 150 ml di euro in più (sono stime che potete trovare nel libro “Perché no” di Marco Travaglio.

Poi si parlerà del nuovo decreto sicurezza: possiamo barattare una maggiore sicurezza (che sarà poi reale) in cambio delle nostre libertà (di manifestazione, di espressione)?

Qual è lo stato della libertà di stampa nel nostro paese, specie con questa Rai sempre più Telemeloni?

In una democrazia il giornalismo serve chi viene governato, non chi governa, eppure in Italia vediamo sempre giornalisti minacciati, dalle mafie, con intimidazioni mirate (come l’attentato a Sigfrido Ranucci) e con lo spauracchhio delle querele temerarie.

Ma sono tanti i giornalisti minacciati, meno famosi di Ranucci, le cui storie nemmeno vengono raccontate, perché poco funzionali allo storytelling della destra di governo (i maranza, i giudici che scarcerano i violenti, gli immigrati..): Presadiretta racconterà la storia del giornalista Domenico Rubio di Arzano News, finito sotto scorta per le minacce ricevute dalla Camorra.


Vive nella zona nord di Napoli, 20 comuni uno attaccato all’altro, una lunga distesa di case che arriva fino a Scampia: un territorio dove vivono quasi 1 ml di persone, la più alta densità abitativa d’Europa e anche camorristica. Qui vivevano famiglie che hanno fatto la storia della criminalità: i Di Lauro, gli Amato Pagano, gli scissionisti e il clan Moccia.

I camorristi gli hanno lanciato due bombe sotto casa nell’agosto 2018, che seguivano una scia di altre intimidazioni del clan iniziate tempo prima.

E poi un viaggio in America, nell’America di Trump dove si attaccano i giudici che si permettono di applicare le leggi dando torto alla Casa Bianca, si attaccano i giornalisti che fanno domande e gli immigrati. L’America dove la polizia privata di Trump uccide le persone per strada, davanti a tutti, con un senso di impunità per gli agenti dell’ICE che deve farci paura.


Eh ma sono tutti immigrati irregolari, se fossero entrati legalmente .. queste sono le giustificazioni ciniche date di fronte alle immagini degli spari contro civili che non costituivano minaccia, di fronte agli arresti, anche di bambini, anche di persone anziane, nelle case, nelle scuole, negli uffici pubblici per il rinnovo del permesso. Presadiretta mostrerà immagini del documentario Iced out of America di Michael Nigro che ha documentato gli abusi dell’ICE, scene filmate all’interno del Tribunale per l’immigrazione di New York. Un giorno sono entrati nel Tribunale agenti mascherati che hanno iniziato ad arrestare immigrati che stavano rinnovando il permesso di soggiorno, inizialmente a Nigro è stato impedito di entrare ma alla fine è riuscito ad entrare e a riprendere queste immagini, venendo anche arrestato mentre filmava le proteste. Arrestato per aver compiuto un atto di giornalismo: fare il giornalismo è diventato pericoloso, non come a Gaza, o come in altre zone del mondo. Ma anche nella terra delle libertà, la libertà di informazione è diventata una parola vuota.

Michael Nigro era a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, il giorno in cui i sostenitori di Trump hanno fatto irruzione alla Camera: anche in quel caso per i fan del Maga, i giornalisti erano un obiettivo (oltre che i rappresentanti dei democratici che sono dovuti scappare).

Il colpo di Stato del 6 gennaio è finito tutto in un nulla: gli assalitori sono stati graziati e ora gli Stati Uniti sono di nuovo nel mezzo di una tempesta.

Ecco perché è importante mostrare le immagini di queste persone arrestate, perché altrimenti sparirebbero nell’oscurità.

La scheda del servizio:

Un viaggio tra procure, corti d’Appello, tribunali dei minori e giudici di pace, da Alessandria a Gallarate, Roma e Milano. Lo propone “PresaDiretta Open” con cui si apre la nuova stagione di “PresaDiretta”, il programma di Riccardo Iacona con il coordinamento giornalistico di Maria Cristina De Ritis, in onda domenica 15 febbraio alle 20.30 su Rai 3. Uffici con carenza del personale amministrativo fino al 60%, strutture dove gli atti dei procedimenti si snodano per chilometri e chilometri, sedi con udienze fissate al 2032. Le sfide per centrare entro giugno gli obiettivi del Pnrr e i paradossi dell’innovazione tecnologica che dovrebbe migliorare il funzionamento del sistema giustizia.
In studio, ospiti di Riccardo Iacona, per affrontare i nodi centrali del referendum: l’ex magistrato ed ex politico Antonio Di Pietro e il procuratore della Repubblica del Tribunale di Napoli Nicola Gratteri.
Poi, “Il Nemico Dentro”. Immigrati, avversari politici, giornalisti, studi legali, organizzazioni antifasciste: per alcuni sono difensori delle istituzioni, per il presidente degli Stati Uniti sono nemici. Perché, come ha dichiarato proprio Donald Trump, l’America sarebbe sotto invasione dall’interno del Paese. Da Minneapolis a New York, dall’uccisione di Renée Good e Alex Pretti agli arresti dell’Ice fin dentro i tribunali dell’immigrazione, gli inviati di “PresaDiretta” sono andati nei luoghi in cui la democrazia appare sempre più in bilico. E hanno incontrato anche le politiche di chi ha proposto una ricetta alternativa, il neosindaco di New York Zohran Mamdani.
E in Italia? Fin dove può spingersi l’arretramento dei diritti? Il racconto della contestazione a Torino contro la chiusura del centro sociale Askatasuna e della mobilitazione dei metalmeccanici a Bologna, insieme alle proteste degli operai della logistica, degli attivisti ambientali e degli studenti delle scuole superiori. Un’inchiesta sulle vicende di chi era in piazza e sull’applicazione delle norme dei diversi pacchetti sicurezza varati dal governo, dal reato di blocco stradale al fermo preventivo.
La compressione delle libertà riguarda anche la stampa. Nel reportage di Riccardo Iacona, le storie di Mimmo Rubio, Luciana Esposito e Marilena Natale, che da anni denunciano l’infiltrazione della camorra e gli affari dei clan in Campania. Giornalisti che, dopo intimidazioni e minacce di morte, vivono sotto scorta, come altri 23 cronisti in tutta Italia, mentre altri 250 sono sotto tutela delle forze dell’ordine. E poi le querele temerarie. I cronisti spiati con virus nei cellulari. In attesa della concreta applicazione dell’European Media Freedom Act.
Ospite in studio, il presidente della Federazione nazionale della stampa Vittorio Di Trapani.
“Il Nemico Dentro”: è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Lorenzo Grighi, Raffaele Marco Della Monica, Lisa Iotti, Paola Vecchia, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabio Colazzo, Eugenio Catalani, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

11 febbraio 2026

Perché NO di Marco Travaglio (con prefazione di Gustavo Zagrebelsky)



Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole

Tutto quello che vi serve per arrivare ad una vostra opinione sulla riforma costituzionale firmata Nordio – che poi non è nemmeno una riforma vera e propria – lo trovate in queste 167 pagine di questo “Perché no”.

Chiaramente, già dal titolo si capisce, la posizione del direttore del Fatto Quotidiano è chiara, come anche quella dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky (che ha scritto l’introduzione) e del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (che ha invece scritto l’ultimo capitolo).

Questa riforma non contiene nulla che possa rendere la nostra giustizia più efficiente, rendere più veloci i tempi dei processi, dare rassicurazione ai cittadini che possono confidare in un sistema “giustizia” in cui veramente la legge è uguale per tutti e dove il magistrato non è un nemico.

Ma non è solo questo il motivo per cui al referendum del prossimo 22-23 marzo dovremmo votare no: questa riforma è il primo passo per mettere sotto il controllo dell’esecutivo (e non solo del Parlamento) l’azione penale.

Questo disegno politico deriva dal piano di rinascita nazionale di Licio Gelli, venerabile maestro della Loggia P2, la struttura segreta dietro le pagine più nere della nostra storia a cominciare dalla strage di Bologna: separare le carriere, introdurre test psichiatrici per i magistrati, togliere l’obbligatorietà dell’azione penale..

Con questa riforma Nordio che tocca diversi articoli della Costituzione, si vanno a separare le carriere dei magistrati da quelle dei giudici, che saranno “governati” da due CSM dove i togati saranno sorteggiati mentre i membri laici saranno nominati dal Parlamento (dunque graditi alla maggioranza). Già questo indebolirà il potere dei magistrati. Dobbiamo poi aggiungere la creazione di questa “Alta corte di disciplina” per le sanzioni contro i magistrati: i laici saranno in proporzione di 2 a 1 e le loro sanzioni non potranno più essere appellate di fronte alla Cassazione.

I difensori del si, la destra di governo, parte del mondo degli avvocati, la destra PD (con molti che hanno cambiato idea in questi anni sulla separazione delle carriere) si difendono dicendo che non sta scritto da nessuna parte che con questa riforma si sottomettono i magistrati, che il loro potere rimarrà immutato.

Non è vero: queste modifiche alla Costituzione sono un primo passo dentro una scia di riforme che è partita coi governi Prodi (ministro Mastella), al governo Renzi (che voleva mettere la polizia giudiziaria sotto il controllo dei rispettivi corpi, dunque dell’esecutivo), fino al governo Draghi con la ministra Cartabia, che ha introdotto l’improcedibilità e l’oblio. Se non si chiude entro due anni il processo in appello va tutto in fumo, processo annullato con la possibilità che adesso i cittadini nemmeno sappiano di quanto successo.

E ora le “controriforme” del governo Meloni: oltre alla separazione delle carriere, al doppio CSM, ci sono altre proposte come togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere la polizia giudiziaria dal controllo dei magistrati che poi comporterà, come in tutti i paesi dove vige la separazione delle carriere, che è il governo che indica ai magistrati su cosa indagare e su cosa non indagare.

Dimenticatevi le storielle che si sono inventati i comitati per il si (anche finanziati dal governo che ha varato questa riforma): la separazione delle carriere non porterà ad un processo giusto, non accorcerà i tempi dei processi, non eliminerà le correnti nella magistratura (ci mancherebbe che venisse meno il diritto di associazione) come nemmeno il vulnus delle nomine concordate.

E nemmeno renderà i giudici (o i pm) meno appiattiti sulle decisioni dell’altro ramo della magistratura, dato questo poi sconfessato dai numeri, ad oggi le assoluzioni per merito o con altre formule sono al 50%.

Anche l’altra giustificazione per questa riforma, ovvero che senza separazione il giudice non è più terzo, si basa su fondamenta fragili: il cambio di funzione oggi tocca pochi magistrati che anche dopo la riforma continueranno a frequentarsi, nello stesso palazzo di Giustizia.

Se il problema è l’influenza sui giudizi tra parte inquirente e giudicante, perché allora non si separano i giudici di primo grado da quelli in appello e dalla Cassazione?

Ma agli italiani interessa veramente vedere pm e giudici con carriere separate – si chiede Travaglio?

Dovendo proprio dividere qualcosa, i cittadini separerebbero volentieri la politica dagli affaristi, dai lobbisti e dai corrotti. E magari il Parlamento dagli avvocati in conflitto di interessi.

La campagna referendaria è stata purtroppo farcita dalle tante bugie che arrivano dal fronte del si e che vengono smontate da questo libro: il modello italiano è unico nel mondo, siamo l’unico paese ad avere pm e giudizi nello stesso organo dello Stato.

Come racconta Travaglio esistono tanti modelli di giustizia nel mondo, non è che vero che dappertutto ci sono pm separati, ma di certo nei paesi dove il pm è separato dal giudice, è spesso sotto il controllo del governo. Come in America, dove i prosecutor devono fare campagna elettorale, chi ha più soldi vince, alla faccia del merito.

Ma i migliori testimonial della campagna del no sono proprio i sostenitori di questa riforma: citano a casaccio l’inchiesta su Garlasco (l’omicidio di Chiara Poggi), il caso Tortora:

Anche il caso Tortora non c’entra nulla con la “riforma” Nordio (anche perché l’indagine e il processo si svolsero con il vecchio Codice).

Tirano in ballo, pur di portar acqua al loro mulino, anche le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, salvato dalle leggi ad personam, e quelle dell’ex sindaco di Lodi Uggetti, con l’inchiesta che ha visto assolto, per la tenuità del reato, che lui stesso aveva ammesso.

Lo stesso partito della presidente Meloni era contrario alla separazione delle carriere, perfino lo stesso Nordio, almeno finché, come racconta l’ex collega Casson, ruppe i rapporti con l’associazione magistrati:

Nordio era contro la separazione delle carriere. Poi cambiò idea quando ruppe con l’Anm – a cui era iscritto – e l’associazione lo pose sotto una sorta di procedimento disciplinare”. Accadde nel 1997.

Ripetiamolo, questa non è una riforma ma una vendetta contro la magistratura colpevole di oltrepassare il limite, ovvero permettersi di giudicare e a volte anche bloccare, le azioni della politica. Dal ponte sullo stretto (per la magistratura contabile), ai cpr in Albania.

Lo scrive Zagrebelsky nella prefazione

In realtà è una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda.

Questi i capitoli del libro.

  • Introduzione di Gustavo Zagrebelsky
  • Referendum: istruzioni per il voto
  • Come funziona oggi la giustizia
  • Cosa cambia se passa la riforma
  • Perché votare no
  • Tutte le bugie del si
  • Come funziona all’estero
  • Errori giudiziari veri e inventati
  • I voltagabbana del Sì (e del No)
  • I No (e i Sì) di Nicola Gratteri

L’attuale procuratore capo di Napoli spiega in questo suo ultimo capitolo le sue ragioni per dire no al referendum sulla separazione delle carriere, spiegando anche come è nata la sua scelta di entrare in magistratura:

Dottor Gratteri, quando e perché decise di fare il magistrato? Alla scuola media, quando vedevo i figli degli ’ndranghetisti fare i bulli contro di noi, ragazzi “normali”.

Quali le leggi da azzerare, a partire da quelle approvate dal 2021, secondo Gratteri:

Tutte. A partire dalla norma Cartabia che vieta l’appello del pm contro le assoluzioni per alcuni reati. E soprattutto l’improcedibilità, sempre targata Cartabia...

Infine la sua definizione su cosa sia la giustizia:

La giustizia è l’architrave della civiltà umana: altrimenti diventiamo tutti come le bestie. E noi abbiamo la fortuna di vivere in un Paese ancora democratico

La scheda del libro sul sito di PaperFirst

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

07 febbraio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’Italia dei dossieraggi, la strage a Crans Montana, la giustizia secondo la destra

Quando il profitto prevale sulla sicurezza – Crans Montana

La Svizzera è vicina a quanto pare: non solo geograficamente ma anche per quanto riguarda la leggerezza con cui si fanno i controlli di sicurezza nei locali. Prima gli affari, prima i clientelismi locali.

LAB REPORT: COSTELLAZIONI D’INTERESSI

di Cristiana Mastronicola

Collaborazione Samuele Damilano, Celeste Gonano, Alessia Marzi, Eleonora Numico

Crans Montana è un luogo da cartolina: neve, lusso ed eventi sportivi di richiamo internazionale. Oggi è sinonimo di ricchezza e turismo d’élite, ma non è sempre stato così. In pochi decenni, da realtà a vocazione rurale si è trasformata in una meta esclusiva, una crescita rapida che ha spesso portato le leggi non scritte del turismo a prevalere sui controlli, favorendo tolleranze e clientelismi locali. È in questo contesto che si consuma la strage di Capodanno: 41 morti e 115 feriti.

L’Italia dei dossier


In Italia il valore di un politico, di un dirigente di una controllata, sta nella sua ricattabilità – così aveva confessato una volta Giuliano Ferrara ad Aldo Busi.

E la ricattabilità deriva dai dossier, dalle informazioni fatte “esfiltrare” da database che dovrebbero essere protetti. Come è emerso dall’inchiesta su Equalize, la società di investigazioni che faceva capo all’ex presidente Pazzali.

Di queste storie si è sempre dichiarato estraneo – Enrico Pazzali, un manager molto vicino alla destra in regione Lombardia – scaricando tutte le colpe su Gallo (l’ex super poliziotto) e Calamucci. Report ha raccolto la sua versione dei fatti: non era lui a capo della centrale di dossieraggio che era Equalize, tutte le intercettazioni dicono il contrario, “dicono che io non dovevo sapere”. Pazzali ha spiegato poi che ai collaboratori chiedeva dei report reputazionali sui dipendenti della Fondazione Fiera, “io avevo un’attenzione al rischio molto elevata”.

Ma le persone su cui Pazzali ha chiesto informazioni non hanno a che fare con rischi reputazionali connessi al suo ruolo di presidente della Fiera di Milano. Parliamo degli accessi illegali ai database delle forze dell’ordine fatti per ottenere informazioni su un competitor di Pazzali, Giovanni Gorno Tempini, suo predecessore alla Fiera poi finito alla CDP.

Nelle perquisizioni della sede di Equalize sono state trovate copia delle conversazioni su wharsapp tra Gorno Tempini e il giornalista Gianni Dragoni.

È stata un’iniziativa di Carmine Gallo – si è difeso Pazzali.

Anche nel confronto tra Calamucci (l’informatico di Equalize) e Pazzali sono emerse le contraddizioni nei loro racconti: perché avremmo dovuto accedere allo SDI per avere informazioni su Scaroni – si chiedeva Scaramucci . Sul report per Scaroni i carabinieri di Varese che hanno seguito l’indagine, scrivono che l’obiettivo di Pazzali era raccogliere informazioni per screditarlo, perché all’epoca sembrava destinato alla guida del comitato olimpico Milano Cortina 2026, un incarico a cui Pazzali sembrava ambire.

Non è vero - risponde Pazzali – fondazione Fiera e Milano Cortina erano partner e non c’era competizione: allora perché questa raccolta di informazioni? Sempre per capire se c’erano problemi di natura reputazionale. E allora perché chiederlo a Gallo, l’ex capo della Mobile di Milano?

La scheda del servizio: CHI DI DOSSIER FERISCE…

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Per la prima volta parlano i protagonisti di Equalize, la macchina infernale, come l’hanno definita i magistrati, che ha svolto per anni attività di dossieraggio su politici, imprenditori, personaggi dello sport e dello spettacolo, come Marcel Jacobs ed Alex Britti. Ha avuto tra i propri clienti le più importanti aziende italiane, tra cui Eni, Heineken e Barilla, e persino mafiosi. La storia di Equalize si è incrociata con quella di un’altra centrale di dossieraggio, Squadra Fiore, di cui avrebbero fatto parte soggetti legati ai servizi segreti, esercitando pressioni su Leonardo Maria Del Vecchio, uno degli otto eredi del colosso Essilorluxottica. Secondo quanto rivela a Report uno dei protagonisti, lo scopo era condizionare la scalata a Mediobanca.

La giustizia di classe

La sovranità appartiene al popolo .. la legge è uguale per tutti: possiamo iniziare a metterli in soffitta questi principi cardine della nostra democrazia, che non è liberale perché ci sono i ricchi e i poveri, ma perché di fronte allo Stato, di fronte alla magistratura, il ricco e il povero, il potente e il povero operaio sono uguali.

Mettendo assieme tutte le riforme in ambito di giustizia fatte dal governo Meloni, abrogazione dell’abuso d’ufficio, decreti sicurezza, separazione delle carriere, l’ipotesi di rimuovere l’obbligatorietà dell’azione penale, le intercettazioni che possono durare massimo 45 giorni, fanno pensare ad un modello di giustizia “di classe”. La giustizia dipende dal censo.

Da una parte la mano leggera per i reati contro la pubblica amministrazione dall’altra la mano pesante contro i “maranza”, i rave, contro la violenza di strada.

Si depotenziano gli strumenti per contrastare la corruzione, i reati contro lo Stato, con l’ipocrita postilla, che i reati di mafia sono esclusi da queste “riforme” ma, come racconterà il giudice Nino Di Matteo, i reati contro la pubblica amministrazione sono reati civetta rispetto a qualcosa che riguarda l’interesse mafioso.

Tutto in nome di un finto garantismo, che poi è il solito garantismo peloso contro il potente pescato a rubare, condizionare le gare e gli appalti, chiedere voti al mafioso..

Il potere che va scudato a protezione dell’azione della magistratura.

La scheda del servizio: PROPAGANDA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Samuele Damilano

I prossimi 22 e 23 marzo si voterà per il referendum sulla riforma costituzionale della giustizia. L’inchiesta di Report racconta cosa cambierebbe nella magistratura con l’approvazione della riforma e chi c’è dietro ad alcuni comitati che stanno facendo campagna elettorale in vista del voto.

Il presunto giornalismo indipendente


Si presenta come media indipendente, quello di Esperia, ma dietro questa impresa ci sono precisi contatti col partito di Meloni che più volte rilanciano i loro contenuti.

Il direttore editoriale poi, Zavalani, nei suoi post se la prende con Report, con la sinistra (quale poi?), contro Conte, contro Barbero, contro i sindacati, contro i magistrati, contro il comitato del no al referendum sulla separazione delle carriere. Sarà un caso, tutti i “nemici” del governo Meloni.

Poi però, come tutti i politici di destra scappa alle domande di Report: chi sono i finanziatori di questa impresa, come mai la proprietà reale è schermata.

L’editore di Esperia è Dors media una società costituita nel settembre scorso con un capitale di 50 mila euro ma non sappiamo chi abbia messo i soldi perché la proprietà è schermata dalla fiduciaria Fiditalia, dentro il cui CDA è presente l’avvocato Cassa “maestro venerabile” della loggia Avalon.

Perché capire chi sia l’amministratore di Dors Media, Report è andata in Senato al comitato del Si, presieduto da Sallusti, dove è presente anche l’ex braccio destro di Casaleggio Pietro Dettori , oggi responsabile social della campagna referendaria di Fratelli d’Italia.

Niente domande nemmeno a Dettori, alla faccia dell’essere media indipendente.

Come potete leggere sul sito di Ispri Italia, Gino Zavalani era presente come speaker all’ultimo festival di Atreju. Gli altri partner di Esaperia sono Pietro Dettori, che lavorava con Casaleggio ed è stato portavoce di Di Maio, ex m5s e infine Lara Fanti, compagna di Tommaso Longobardi, portavoce di Meloni.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – il made in Italy, il controllo dei magistrati, i pendolari dello Stato

C’era una volta il made in Italy

Domenica scorsa Report ci aveva mostrato come una parte importante della produzione del made in Italy, che da lustro al nostro paese, si basi su piccole aziende cinesi dove non valgono le norme sul lavoro. Il tutto perché i grandi brand chiedono profitti sempre più alti spremendo i fornitori finali a cui chiedono capi dal costo sempre più basso.

Parliamo di operai che lavorano senza contratto, senza tutele, in capannoni non a norma. E succede tutto sotto i nostri occhi.

Come a Prato dove Report ha seguito un controllo eseguito dalla Procura su queste aziende cinesi: ancora una volta si vedono operai senza permesso di soggiorno, senza contratto. E non era nemmeno la prima volta, come racconterà il servizio già nel 2022 in un precedente controllo erano stati trovati lavoratori in nero tra cui anche dei clandestini. Stesso proprietario che però, al momento dei controlli, era irreperibile. Ma poteva controllare l’operato dei dipendenti (regolari o meno) con una telecamera.

LAB REPORT: MADE IN ITALY?

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico, Samuele Damilano

Report ha seguito un blitz dei Carabinieri della Tutela del Lavoro all’interno di un opificio cinese a Prato, dove erano presenti operai senza permesso di soggiorno che lavoravano senza le dovute condizioni di sicurezza.

I pendolari della scuola


Report racconterà la vita dei pendolari della scuola, insegnanti, personale tecnico, che per andare al lavoro devono partire alla 4 di mattina per arrivare al lavoro. Dalla Campania verso scuole di altre regioni, come le scuole di Roma. Un disagio fisico per il doversi alzare presto per prendere il treno delle 4 di notte da Aversa a Roma. Ma c’è anche un impatto economico perché questi viaggi si mangiano parte del loro misero stipendio. Abbonamento del treno, della metro, del parcheggio alla stazione di partenza, si arriva a pagare 500 euro al mese. Alla faccia della storiella, che era girata molto sui giornali, della bidella che aveva scelto di fare la pendolare perché così risparmiava..

Dalla Campania ogni giorno partono 6000 persone che con ostinata speranza si recano al lavoro sperando un giorno di potersi avvicinare a casa. Molti di loro fanno questa vita da anni, anni da precari della scuola: “lo Stato ci guadagna dai precari, sono cavie” racconta un’insegnante “siamo state cavie e lo saremo sempre.”

Ma è anche un problema dei bambini che ogni anno si ritrovano un insegnante diverso.

Ci sono poi insegnanti che fanno il viaggio da pendolari dall’interno della stessa regione Lazio: come Antonella che dalla provincia di Frosinone deve arrivare a Roma prendendo l’autobus. Poi la metropolitana, per un totale di più di 4 ore di viaggio.

Un paese civile può tollerare tutto questo sulle persone che hanno in mano il futuro dei nostri figli?

Il servizio di Report racconterà anche di come funziona il mondo dell’interpello: ci si può candidare per una supplenza rivolgendosi direttamente alle scuole, anche senza aver mai messo piede in una scuola, basta una laurea triennale (la giornalista di Report ha usato la sua laurea in filosofia). Basta arrivare all’orario concordato un po’ prima per fare l’ingresso, poi si è pronti per entrare in classe, senza corsi (antincendio, primo soccorso) né formazione senza nemmeno doversi informare sul programma. All’insaputa dei genitori.

E il ministro del merito (e del governo della legge e della sicurezza) che dice? Niente intervista, “ho detto al portavoce di mettervi a disposizione tutti i dati ”

La scheda del servizio: DIETRO LA CATTEDRA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

La scuola è sempre al centro di tutti i programmi politici, di scuola si parla sempre con orgoglio e passione ma poi tutti fanno finta di non vedere cosa c'è "dietro" le cattedre: migliaia di precari. I forzati dell’istruzione, i docenti invisibili che tengono accesa, ogni giorno, la luce dell’istruzione italiana.

Il software di monitoraggio sui pc dei magistrati

A sollevare tante perplessità, se non peggio, non è tanto il fatto che sui pc dei magistrati italiani sia presente un sw per la gestione remota del software o dei problemi. Quanto il fatto che i magistrati non ne fossero stati messi a conoscenza. Parliamo del sw ECM/SCCM di Microsoft installato sui 40000 pc del personale amministrativo del ministero della giustizia compresi i magistrati. Chi ha i privilegi di amministratore può attivare il sw senza che l’utente ne sia a conoscenza.
Report ha raccolto la testimonianza del magistrato Aldo Tirone di Alessandria che ha scoperto l’esistenza di questo sw da una confidenza di un tecnico informatico “mi ha detto che sui ns computer è installato un sistema che consente, all’insaputa dell’utente di essere ‘spiato’”.

Qualcosa che collide con la segretezza delle indagini: il giudice del Tribunale di Alessandria ha messo alla prova il tecnico con un esperimento in cui effettivamente è possibile spiare le attività fatte sul pc all’insaputa dell’utente, vedere i file creati, le modifiche a file o cartelle esistenti.. Nessuna autorizzazione o warning sull’attività di controllo è apparsa sul desktop del pc del giudice Tirone. E questo smentisce le dichiarazioni dell’attuale ministro della giustizia Nordio secondo cui le funzioni di controllo non sarebbero mai state attivate e che “in ogni caso, il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell'utente e di una sua conferma esplicita”.



A quanto pare così non è. Stai a vedere che anziché spiare i mafiosi e i signori delle mazzette, ad essere spiati sono stati i magistrati.
Report ha intervistato l’ex ministro Bonafede, era ministro quando fu scelto di installare questo sw: come ministro poteva dare indicazioni politico-amministrativo, non indicazioni tecniche su questa applicazione. Ma se avesse saputo che questo sw poteva creare problemi di sicurezza al sistema giustizia, avrebbe chiesto approfondimenti.

Non basta rispondere che in tutte le aziende esistono sistemi di monitoraggio da remoto (per motivi leciti e consentiti): stiamo parlando della giustizia italiana e dobbiamo essere certi della riservatezza delle indagini e degli atti processuali, uno dei pilastri su cui si fonda l’ordinamento giudiziario italiano.

Secondo quanto scrive Report nelle anticipazioni, il ministero della Giustizia sarebbe stato avvisato di questo potenziale rischio nel 2024 ma avrebbe silenziato tutto.

Sul Fatto Quotidiano trovate delle anticipazioni del servizio che andrà in onda domenica sera: l’articolo di Thomas Mackinson sul dialogo tra un tecnico informatico e un dirigente del ministero della Giustizia che faceva pressioni per far installare il sw ECM sul pc dei magistrati

Certe volte noi facciamo le cose come amministrazione che ci vengono imposte da altre forze. Se ti dico che c’è la Presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ste cose non possiamo essere noi a metterci in difficoltà da soli”.

È la frase chiave che emerge dai dialoghi anticipati in esclusiva da Report che aggiunge un pezzo all’inchiesta sul software installato nei pc di 40mila tra giudici e magistrati che consente il controllo da remoto senza che se accorgano.

A parlare è Giuseppe Talerico, dirigente del Coordinamento dei sistemi informatici del Ministero della Giustizia, e un tecnico informatico, registrati nel maggio 2024. Il Fatto lo ha contattato ma ha deciso di declinare: “Guardi lasci stare, non parlo”.

Ripeto: se fosse tutto regolare, ci aspettiamo che questo sw sia installato anche sui pc dei nostri parlamentari con tanto di controllo da remoto autorizzato senza consenso del deputato/senatore. Diremmo ancora che è tutto normale?

La scheda del servizio: IL TROJAN DI STATO

di Carlo Tecce - Lorenzo Vendemiale

Un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati, gli allarmi della procura di Torino al Ministero rimasti prima inascoltati e poi sopiti, l’inchiesta di Report racconta le gravi falle che potrebbero esserci nelle strutture informatiche della Giustizia. Con documenti inediti e testimonianze esclusive, il servizio pone un caso che potrebbe essere di sicurezza nazionale: i computer dei magistrati sono davvero inaccessibili?

Dietro l’efficienza di Amazon

Cosa si nasconde dietro l’efficienza di Amazon? In una precedente inchiesta Report aveva raccontato di come vengono eseguite le indagini interne sul personale: usando meccanismi di interrogatorio condotti da manager che hanno avuto una esperienza di polizia, come se fossero ufficiali di polizia giudiziaria.

Ma sul lavoro dei magazzinieri e degli operai gravano controlli ai limiti della violazione della privacy. Tipo manager di Amazon che vanno a controllare quanto tempo si sta in bagno, che vanno ad aprire le porte dei bagni vedere cosa stanno facendo i lavoratori

La scheda del servizio: AMAZON FILES

di Emanuele Bellano

Collaborazione Chiara D’Ambros, Goffredo De Pascale, Madi Ferrucci

Le stime più recenti dicono che ogni anno circa 38 milioni di persone in Italia usano mensilmente il marketplace di Amazon e che il 96 per cento degli italiani ha fatto almeno una volta un acquisto sulla piattaforma. Una rete di vendita e distribuzione enorme sempre in crescita grazie al lavoro di migliaia di magazzinieri e operai dal lavoro dei quali Amazon cerca di trarre il massimo del profitto usando metodi controversi, al limite del dossieraggio. Rimane aperta la questione sui controlli da parte delle autorità che dovrebbero tutelare i lavoratori come Ispettorato Nazionale del Lavoro e Garante della privacy.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 gennaio 2024

Tutti i particolari in cronaca di Antonio Manzini

 


Prologo
Tornava a casa tenendo due sacchetti del fruttivendolo nella destra, nella sinistra una banana che mangiava a gran morsi, aveva calcolato di finirla prima di raggiungere il cestino dei rifiuti avvitato al divieto di sosta, proprio davanti al suo portone. [..] «E’ arrivato questo per lei» le disse Amerigo, il portiere, consegnandole una busta marrone che conteneva un plico voluminoso.
«Chi la manda?» chiese rigirando il pacco. Lesse il nome del mittente, ma non l’indirizzo: Walter Andretti.

C’è la giustizia degli uomini, quella gestita dal codice penale, dalla magistratura, dove le colpe sono stabilite nei Tribunali. E poi c’è una seconda giustizia, diciamo con la G maiuscola, quella superiore. Per i credenti, è la giustizia di Dio: per gli altri è la giustizia degli uomini o, meglio, degli uomini che si auto promuovono a Dio in terra per comminare quelle sentenza che la giustizia dello Stato non è stata in grado (o non ha voluto) di emettere

«.. Sa qual è il problema di chi non crede in Dio?»

«Me lo dica.»

«La giustizia su questa Terra. Non avendo altro ci concentriamo solo su quella. Si divide in giustizia con la G maiuscola e giustizia degli uomini.

In quest’ultimo romanzo di Antonio Manzini si parla di giustizia: quella di cui leggiamo a volte negli articoli di cronaca dove, spesso, i più furbi, i personaggi ammanicati col potere riescono a farla franca sfruttando i cavilli, evitando di rispondere delle loro (presunte) colpe.

Truffatori, corruttori, persone con legami equivoci con la criminalità, assassini che sfuggono alla giusta pena e, dall’altra parte, le vittime, a cui il “sistema”, la giustizia terrena non è riuscita a dare una risposta.

Cosa può portare tutta questa giustizia mancata, che è come subire una nuova violenza? Ce lo spiega Manzini raccontandoci, usando il meccanismo del diario personale, le storie dei due protagonisti di questo romanzo, ambientato a Bologna in questi anni. Storie che per un lungo tratto scorrono su due binari paralleli.

Mi chiamo Walter Andretti, sono un giornalista, e questo è il mio diario, che ho cominciato a scrivere il giorno che mi hanno passato alla cronaca nera. Si accorgerà che oltre al mio diario le ho spedito un manoscritto.

Non è facile diventare cronista di nera, specie se prima lavoravi nella cronaca sportiva, qualche partita di tennis, il campionato locale di calcio. Specie se la tua nuova capa pretende da te ogni giorno un pezzo nuovo, che attiri i lettori, che senza di loro il giornale chiude. Devi stare sul pezzo, anzi, devi anticipare i pezzi degli altri giornalisti, cercando agganci nel mondo delle forze dell’ordine, carabinieri e polizia. Per avere qualche scoop, qualche indizio da mettere nell’articolo, qualcosa che gli altri giornali non hanno.

Tutto questo Andretti lo scopre sulla sua pelle, a cominciare dal delitti Zigon, una persona come tante che è stata ritrovata uccisa da un colpo di pistola, mentre era appartato con una prostituta.

Si aggirava nella penombra dell’appartamento. Le tende tirate, pesanti, doppie, organza e velluto. Polvere sui mobili, macchie di umido sulla carta da parati vicino al soffitto. A quando risalivano? Almeno trent’anni, soprattutto quello vicino al tubo che passava in alto sopra il corridoio.

Carlo Cappai è invece un impiegato nel Tribunale penale: la sua vita da anni scorre sempre seguendo la stessa routine, una corsetta la mattina presto, una colazione nel solito bar per raggiungere poi il suo ufficio, nell’archivio, in mezzo ai faldoni impolverati dei tanti processi celebrati. Ma per Carlo non sono solo quello: i documenti contenenti le assoluzioni o le condanne sono carte che parlano, che urlano

Carlo Cappai da trent’anni passava nove ore al giorno lì dentro, e sapeva che quei faldoni parlavano. Qualcuno urlava
I faldoni urlano per la giustizia che era stata negata alla vittima. Perché il responsabile del male era riuscito a non pagare il prezzo delle sue azioni, come era accaduto tanti anni prima a per il delitto di Giada, un’amica di Carlo, forse l’unica sua vera amica, l’unica con cui aveva un rapporto di intimità che non era sbocciato in un amore. Un giorno, tanti anni prima, era rimasta vittima di una aggressione fascista in una delle tante manifestazioni politiche degli anni di piombo. Il responsabile si era salvato, nonostante l’essere stato riconosciuto per strada.

Se l’era cavata, Luigi Sesti, il figlio del grande avvocato con lo studio più potente della città. Sesti padre era imparentato con quelli che contano..

Eccolo il tarlo, la ragione che ha portato Carlo in rotta di collisione coi suoi, a vivere quella vita in solitaria, a dover sentire quelle urla uscire dalle carte dei processi. E, poi, a doversi sostituire alla giustizia, quella degli uomini, con la g minuscola. Studiando tutte quelle carte nello studio della casa dei suoi dove tutto è rimasto immutato nel tempo. Come Carlo, appunto, che non è riuscito ad uscire dal suo trauma.

Nel frattempo, nell’altro binario, seguiamo passo passo in quello che sembra un diario, il lavoro di Walter Andretti nel mondo della nera, alle prese con un omicidio (quello di Fabio Zigon) ma senza gli strumenti per poterlo decifrare, senza alcun appiglio nei carabinieri che stanno indagando. Scava nel passato della vittima – gli dice la capa, ma come?
Per esempio andando nell’archivio del Tribunale a ripescare il materiale di un processo che si era celebrato anni prima sulla morte della compiuto anni prima e per cui il morto era finito sotto processo. 
Forse si può ripartire da lì.

In un continuo alternarsi tra le due storie, vediamo da una parte il mite archivista Cappai preparare la sua vendetta, mentre altre voci richiamano la sua attenzione chiedendogli quella Giustizia superiore che gli uomini non erano riusciti a garantire. Altri delitti e altre persone che erano riuscite, con gli agganci giustizie, con bugie e menzogne, a rimanere liberi. Assolti per non aver commesso il fatto, anche grazie ad avvocati come il padre di Sensi o giudici come suo padre

Ecco chi amministrava la giustizia, un coacervo mafioso, clientelare, un pugno di uomini seduti sui cardini del meccanismo che girava solo se e quando volevano loro.

In fondo, si trova a pensare Cappai, sono solo un ingranaggio di un meccanismo complesso.

Dall’altra parte vediamo la metamorfosi di Andretti, come il bruco che diventa farfalla, imparare il mestiere del cronista, costruirsi con tanta pazienza le relazioni dentro le forze dell’ordine, imparare ad avere quel giusto pelo sullo stomaco per fare domande scomode. Saper cogliere la notizia per raccontarla su un giornale, dove riportare i fatti dove non necessariamente si deve conoscere il finale della storia

A un giornalista non si chiede un finale, se la realtà il finale non lo svela, il finale non c’è. Quello è un problema degli scrittori.

Arriverà alle intuizioni giuste, Andretti, perché è stato bravo nel voler andarsi a leggere le carte, a saper affrontare questa indagine molto più grande di lui, ad indagare nel passato delle vittime di quegli omicidi su cui i carabinieri non erano riusciti a trovare il responsabile.
E così le due storie, i due diari che avevamo letto uno a fianco dell’altro, si incrociano, fino ad arrivare all’epilogo finale.

Costruito come un giallo, “Tutti i particolari in cronaca” è molto più di una indagine su un delitti perché l’assassino lo incontriamo sin dalle prime pagine: Manzini ha voluto porre il lettore di fronte allo stesso dilemma che dovrà affrontare il giornalista, fin dove spingersi per fare giustizia? A quale giustizia ci si deve affidare, a quella della legge o ad una superiore?

Non è l’unica sfida al lettore presente in questo romanzo, dove epilogo e prologo sono l’uno la continuazione dell’altro, dove non è facile comprendere dove finisce la realtà e dove comincia l’invenzione.
Pagina dopo pagina osserveremo la parabola dei due protagonisti che si troveranno legati assieme da un segreto: quella verso il basso dell’archivista logorato dalle voci che sente dai faldoni, logorato dalla sua stessa ossessione.

Il giornalista, in una parabola al contrario, si troverà mutato in cronista vero, di quelli attenti ai dettagli

Non sempre ci azzecchiamo. Spunta il ragazzino, l’inesperta, il giocatore che nessuno considerava e cambia i pronostici, sconvolge gli allibratori, fa gioire il pubblico. Un esempio per tutti: Boris Becker nel 1985, a soli diciassette anni, trionfa a Wimbledon.[..] Non sempre ci azzecchiamo. Ma c’è un motivo: non siamo bravi ad osservare, non guardiamo con attenzione, prendiamo sotto gamba dei dettagli o delle virgole che invece sono fondanti..

Forse sta anche in questa, all’apparenza banale, considerazione, il senso della giustizia: non dimenticarsi che dietro ogni storia ci sono delle persone.

La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon