Guida al referendum su magistratura e politica in poche e semplici parole
Tutto quello che vi serve per arrivare ad una vostra opinione sulla riforma costituzionale firmata Nordio – che poi non è nemmeno una riforma vera e propria – lo trovate in queste 167 pagine di questo “Perché no”.
Chiaramente, già dal titolo si capisce, la posizione del direttore del Fatto Quotidiano è chiara, come anche quella dell’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky (che ha scritto l’introduzione) e del procuratore di Napoli Nicola Gratteri (che ha invece scritto l’ultimo capitolo).
Questa riforma non contiene nulla che possa rendere la nostra giustizia più efficiente, rendere più veloci i tempi dei processi, dare rassicurazione ai cittadini che possono confidare in un sistema “giustizia” in cui veramente la legge è uguale per tutti e dove il magistrato non è un nemico.
Ma non è solo questo il motivo per cui al referendum del prossimo 22-23 marzo dovremmo votare no: questa riforma è il primo passo per mettere sotto il controllo dell’esecutivo (e non solo del Parlamento) l’azione penale.
Questo disegno politico deriva dal piano di rinascita nazionale di Licio Gelli, venerabile maestro della Loggia P2, la struttura segreta dietro le pagine più nere della nostra storia a cominciare dalla strage di Bologna: separare le carriere, introdurre test psichiatrici per i magistrati, togliere l’obbligatorietà dell’azione penale..
Con questa riforma Nordio che tocca diversi articoli della Costituzione, si vanno a separare le carriere dei magistrati da quelle dei giudici, che saranno “governati” da due CSM dove i togati saranno sorteggiati mentre i membri laici saranno nominati dal Parlamento (dunque graditi alla maggioranza). Già questo indebolirà il potere dei magistrati. Dobbiamo poi aggiungere la creazione di questa “Alta corte di disciplina” per le sanzioni contro i magistrati: i laici saranno in proporzione di 2 a 1 e le loro sanzioni non potranno più essere appellate di fronte alla Cassazione.
I difensori del si, la destra di governo, parte del mondo degli avvocati, la destra PD (con molti che hanno cambiato idea in questi anni sulla separazione delle carriere) si difendono dicendo che non sta scritto da nessuna parte che con questa riforma si sottomettono i magistrati, che il loro potere rimarrà immutato.
Non è vero: queste modifiche alla Costituzione sono un primo passo dentro una scia di riforme che è partita coi governi Prodi (ministro Mastella), al governo Renzi (che voleva mettere la polizia giudiziaria sotto il controllo dei rispettivi corpi, dunque dell’esecutivo), fino al governo Draghi con la ministra Cartabia, che ha introdotto l’improcedibilità e l’oblio. Se non si chiude entro due anni il processo in appello va tutto in fumo, processo annullato con la possibilità che adesso i cittadini nemmeno sappiano di quanto successo.
E ora le “controriforme” del governo Meloni: oltre alla separazione delle carriere, al doppio CSM, ci sono altre proposte come togliere l’obbligatorietà dell’azione penale, togliere la polizia giudiziaria dal controllo dei magistrati che poi comporterà, come in tutti i paesi dove vige la separazione delle carriere, che è il governo che indica ai magistrati su cosa indagare e su cosa non indagare.
Dimenticatevi le storielle che si sono inventati i comitati per il si (anche finanziati dal governo che ha varato questa riforma): la separazione delle carriere non porterà ad un processo giusto, non accorcerà i tempi dei processi, non eliminerà le correnti nella magistratura (ci mancherebbe che venisse meno il diritto di associazione) come nemmeno il vulnus delle nomine concordate.
E nemmeno renderà i giudici (o i pm) meno appiattiti sulle decisioni dell’altro ramo della magistratura, dato questo poi sconfessato dai numeri, ad oggi le assoluzioni per merito o con altre formule sono al 50%.
Anche l’altra giustificazione per questa riforma, ovvero che senza separazione il giudice non è più terzo, si basa su fondamenta fragili: il cambio di funzione oggi tocca pochi magistrati che anche dopo la riforma continueranno a frequentarsi, nello stesso palazzo di Giustizia.
Se il problema è l’influenza sui giudizi tra parte inquirente e giudicante, perché allora non si separano i giudici di primo grado da quelli in appello e dalla Cassazione?
Ma agli italiani interessa veramente vedere pm e giudici con carriere separate – si chiede Travaglio?
Dovendo proprio dividere qualcosa, i cittadini separerebbero volentieri la politica dagli affaristi, dai lobbisti e dai corrotti. E magari il Parlamento dagli avvocati in conflitto di interessi.
La campagna referendaria è stata purtroppo farcita dalle tante bugie che arrivano dal fronte del si e che vengono smontate da questo libro: il modello italiano è unico nel mondo, siamo l’unico paese ad avere pm e giudizi nello stesso organo dello Stato.
Come racconta Travaglio esistono tanti modelli di giustizia nel mondo, non è che vero che dappertutto ci sono pm separati, ma di certo nei paesi dove il pm è separato dal giudice, è spesso sotto il controllo del governo. Come in America, dove i prosecutor devono fare campagna elettorale, chi ha più soldi vince, alla faccia del merito.
Ma i migliori testimonial della campagna del no sono proprio i sostenitori di questa riforma: citano a casaccio l’inchiesta su Garlasco (l’omicidio di Chiara Poggi), il caso Tortora:
Anche il caso Tortora non c’entra nulla con la “riforma” Nordio (anche perché l’indagine e il processo si svolsero con il vecchio Codice).
Tirano in ballo, pur di portar acqua al loro mulino, anche le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi, salvato dalle leggi ad personam, e quelle dell’ex sindaco di Lodi Uggetti, con l’inchiesta che ha visto assolto, per la tenuità del reato, che lui stesso aveva ammesso.
Lo stesso partito della presidente Meloni era contrario alla separazione delle carriere, perfino lo stesso Nordio, almeno finché, come racconta l’ex collega Casson, ruppe i rapporti con l’associazione magistrati:
“Nordio era contro la separazione delle carriere. Poi cambiò idea quando ruppe con l’Anm – a cui era iscritto – e l’associazione lo pose sotto una sorta di procedimento disciplinare”. Accadde nel 1997.
Ripetiamolo, questa non è una riforma ma una vendetta contro la magistratura colpevole di oltrepassare il limite, ovvero permettersi di giudicare e a volte anche bloccare, le azioni della politica. Dal ponte sullo stretto (per la magistratura contabile), ai cpr in Albania.
Lo scrive Zagrebelsky nella prefazione
In realtà è una rivalsa di certa politica contro certa magistratura per spostare gli equilibri costituzionali a favore dell’impunità della prima e a danno dell’autonomia e dell’indipendenza della seconda.
Questi i capitoli del libro.
- Introduzione di Gustavo Zagrebelsky
- Referendum: istruzioni per il voto
- Come funziona oggi la giustizia
- Cosa cambia se passa la riforma
- Perché votare no
- Tutte le bugie del si
- Come funziona all’estero
- Errori giudiziari veri e inventati
- I voltagabbana del Sì (e del No)
- I No (e i Sì) di Nicola Gratteri
L’attuale procuratore capo di Napoli spiega in questo suo ultimo capitolo le sue ragioni per dire no al referendum sulla separazione delle carriere, spiegando anche come è nata la sua scelta di entrare in magistratura:
Dottor Gratteri, quando e perché decise di fare il magistrato? Alla scuola media, quando vedevo i figli degli ’ndranghetisti fare i bulli contro di noi, ragazzi “normali”.
Quali le leggi da azzerare, a partire da quelle approvate dal 2021, secondo Gratteri:
Tutte. A partire dalla norma Cartabia che vieta l’appello del pm contro le assoluzioni per alcuni reati. E soprattutto l’improcedibilità, sempre targata Cartabia...
Infine la sua definizione su cosa sia la giustizia:
La giustizia è l’architrave della civiltà umana: altrimenti diventiamo tutti come le bestie. E noi abbiamo la fortuna di vivere in un Paese ancora democratico
La scheda del libro sul sito di PaperFirst
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