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02 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – il tarfufo spagnolo, il caso Santanché, il caso Venezi, la zia di Zampolli il disastro di Cutro

Il tartufo cinese

Ma il tartufo che si mangia nei ristoranti, è italiano o no? Arriva dalla Spagna? Dalla Cina?

Dopo aver raccontato come si profumano i tartufi “chimicamente”, domenica sera Report ci racconterà di come oggi la vera capitale del tartufo sia in Spagna, a Sarrion.

LAB REPORT: TARTUFI CINESI di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Si chiama Nero pregiato o Nero Norcia ma in realtà, oggi, viene quasi tutto dalla Spagna grazie ai forti investimenti, europei e statali, che negli ultimi 30 anni hanno puntato sulla coltivazione.

Dalla Spagna, però, passa anche il tartufo cinese che poi arriva in Italia, nonostante sia vietata la commercializzazione. Noi lo abbiamo assaggiato perché, in realtà, ne gira molto di più di quello che immaginiamo.

Tutto pur di non fallire

C’è voluta la sconfitta al referendum sulla giustizia per far dimettere – forzatamente perché da sola non se ne sarebbe mai andata – Daniela Santanché dalla poltrona di ministra del turismo.

Forse Meloni si è resa conto di quanto fosse imbarazzante la vicenda giudiziaria (di cui si era occupata Report in più puntate), per cui ora la senatrice di fratelli d’Italia rischia una condanna per bancarotta.

La scheda del servizio: È TUTTO UN CINEMA di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Dopo le dimissioni imposte da Giorgia Meloni a Daniela Santanchè la ex ministra, senatrice di Fratelli d’Italia, è alle prese – tra continui colpi di scena – con le vicende giudiziarie e societarie. Rinviata a giudizio per falso in bilancio e indagata per falso in bilancio in un altro procedimento, Santanchè ha venduto Visibilia ma le sue sorti personali e penali restano intimamente legate a quelle della società. Se l’azienda fallisce, rischia un processo per bancarotta. Per questa ragione, nonostante sia gravata da un fardello di 7 milioni di euro, Visibilia sta passando di mano in mano da un gruppo imprenditoriale all’altro. Ci sarebbe però un unico filo conduttore a tenere insieme questi continui cambi di proprietà, che restano sotto la lente della magistratura, con diverse ipotesi.

La direttrice che pensava di essere meritevole

Alla fine è stato il sovrintendente della Fenice a licenziare la direttrice Venezi, designata direttrice musicale del teatro pur non avendone tutti i titoli (se non la vicinanza alle sorelle Meloni, la partecipazione a Sanremo, un premio ad Atreju, un padre dirigente di Forza Nuova..).

Un altro tentativo della destra meloniana di occupare le poltrone nella cultura, per imporre la sua egemonia, nella musica, nel teatro e anche nel cinema. Con la bocciatura dei finanziamenti al film su Regeni.

La scheda del servizio: BELLA CIAO di Luca Bertazzoni

Collaborazione Samuele Damilano

Dopo mesi di polemiche e scontri, il Sovrintendente della Fenice ha annunciato l’annullamento delle collaborazioni future con Beatrice Venezi, che lo scorso settembre era stata designata direttrice musicale del teatro veneziano. Report ripercorre le tappe della vicenda e tratta anche il mancato finanziamento del Ministero della Cultura al documentario su Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”.

L’inviato speciale di Trump

Più ci si lavora, sulla storia di Zampolli, l’ambasciatore speciale di Trump, passato dal gestire delle modelle a diventare socio nel settore immobiliare del futuro presidente Trump, più escono fatti interessanti. Come le testimonianze di altre ragazze che hanno denunciato le violenze, fino alla storia che lega assieme il compagno di Nicole Minetti ad Epstein.

La scheda del servizio: LA ZIA D'AMERICA di Sacha Biazzo

Collaborazione Luigi Scarano, Cristiana Mastronicola

Dopo il nuovo attentato a Donald Trump e la pubblicazione degli Epstein Files, Report ricostruisce la figura di Paolo Zampolli, inviato speciale del presidente e fondatore dell'agenzia ID Models, attiva nello stesso circuito della Trump Model Management e della MC2 di Jean-Luc Brunel finanziata da Epstein. Le testimonianze della zia, dell'ex compagna Amanda Ungaro e di ex modelle abusate da Brunel restituiscono un ritratto inedito di Zampolli, fino all’audio di una telefonata esclusiva in cui indirizza una vittima di Harvey Weinstein verso l'avvocato che si scoprirà lavorare per la difesa del produttore cinematografico condannato per abusi. Report allarga l’inchiesta all'amico di Zampolli, Giuseppe Cipriani, oggi al centro di uno scandalo legato alla grazia ottenuta dalla sua fidanzata Nicole Minetti.

Il mancato soccorso – quanto vale la vita di un migrante?

Quanto vale la vita di un migrante? Poco, verrebbe da dire, per come viene valutata dalle politiche sulla sicurezza emesse dal governo italiano. I porti sicuri, la stretta sulle ong, gli accordi strategici con la guardia costiera libica e le milizie.

La vicenda della strage di Crotone fa emergere tutta l’ipocrisia di questa destra, che si batte per la difesa della vita a meno che non sia su un barchino partito dalle coste africane.

La scheda del servizio: LA NOTTE DEL SOCCORSO di Rosamaria Aquino

Collaborazione Norma Ferrara

Al Tribunale di Crotone si è aperto il processo per i presunti mancati soccorsi del naufragio di Cutro, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023 in cui sono morti 94 migranti, tra cui 35 minori. A rispondere dei mancati soccorsi di quella notte sono sei agenti di Guardia costiera e Guardia di finanza. Tutto ruota intorno ad una domanda: si potevano salvare? Con audio originali delle conversazioni dei soccorritori e delle forze dell'ordine, Report ricostruirà tutte le scelte fatte quella notte e darà voce ai famigliari delle vittime che ad ogni udienza chiedono verità e giustizia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

27 ottobre 2024

Anteprima inchieste di Report - il sistema Genova, dentro il MIC, la candela di Sgarbi e l’altra Cutro

La stampa serve chi è governato, non chi governa”  - così si concludeva la sentenza della Suprema Corte degli Stati Uniti nella vertenza tra l’amministrazione Nixon e i giornali New York Times e Washington Post per la vicenda dei Pentagon Papers.

Sono passati più di 50 anni e ancora siamo a dover difendere questo principio: non deve essere Report (o Presadiretta o le altre poche voci libere dell’informazione) ad aver paura della politica, ma il contrario, deve essere la politica a temere delle inchieste giornalistiche, sempre che abbia cose da nascondere.
Sono uscite da pochi giorni le anticipazioni dei servizi della prima puntata di questa stagione di Report e la politica è in fibrillazione: sono partiti gli attacchi, la richiesta di vedere “tutto il girato” (manco fosse una manifestazione dei giovani di FDI).
I temi che toccheranno i servizi sono quanto mai attuali, specchio di questa classe dirigente incapace di essere trasparente: la campagna elettorale a Genova e i voti raccolti dalla mafia. Uno sguardo dentro il Ministero della Cultura in questi mesi con la gestione Sangiuliano. Un servizio sull’altra Cutro, una strage di migranti tenuta nascosta dopo il tragico eventi davanti le coste calabre per non mettere in imbarazzo il gove
rno. Infine il quadro di Sgarbi: chi aveva ragione?
La novità di quest’anno è la mezz’ora in più che verrà dedicata ai giovani, “sarà un laboratorio, formare giornalisti per la Rai, con la dedizione all’inchiesta, con lo spirito del servizio pubblico, col rigore proprio di Report” racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nell’intervista a Gli imperdibili: “l’informazione indipendente è un dovere del servizio pubblico, più ancora del pluralismo perché è nell’indipendenza il pluralismo, è una maggiore garanzia.”

Report Lab

Report è andata a Vasto a raccontare dei Trabocchi dentro la riserva marina di Vasto istituita nel 1988: oltre al vincolo ambientale, uno di questi (quello di Punta Aderci) è pure vincolato dal punto di vista monumentale, “è un patrimonio che rappresenta l’Abruzzo in modo importante” racconta a Report Raffaella De Francesco – titolare del Trabocco di Punta Aderci.
La comunità di Vasto ci tiene veramente al mantenimento di questo ecosistema, di cui i Trabucchi ne fanno parte: sono stati loro, da soli, a salvare un branco di capodogli che si era arenato sulla spiaggia di Punta Penna. In tanti sono accorsi lì per dare una mano, anche solo portando bacinelle, per tenere bagnati i cetacei spiaggiati, alcuni tra i più intraprendenti hanno spinti fisicamente gli animali in mare.

Abbiamo fatto una cernita su quali animali da salvare per prima e abbiamo scelto il più piccolo” racconta a Report Fernando Sorgente.
I capodogli avevano capito cosa stavano facendo le persone attorno a loro.

La scheda del servizio: Vasto. Esempio di solidarietà di Chiara De Luca

di Chiara De Luca

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Chiara D'Ambros,

Ricerca immagini di Eva Georganopoulou

La riserva di Punta Aderci è la vetrina dell’Abruzzo costiero. ​​​​​

La riserva di Punta Aderci fu istituita nel 1988 dalla Regione Abruzzo, a gestirla dal 2006, per conto del Comune di Vasto, è la cooperativa Cogcstre che riceve ogni anno da Regione e Comune rispettivamente circa 40 mila euro. La riserva e tutti gli habitat presenti sono sottoposti a tutela, lo scenario unico che la contraddistingue è lo sfondo di una storia di altruismo e solidarietà i cui protagonisti sono i cittadini di Vasto che hanno unito tutte le loro forze per soccorrere sette capodogli spiaggiati sulla costa di Punta Penna. Una testimonianza di quello che è in grado di fare una comunità quando è unita. Le istituzioni invece sono state in grado di valorizzare la riserva e i suoi habitat?

La candela di Sgarbi

Chi ha ragione allora, Sgarbi o la procura di Macerata, sulla vicenda del Manetti che, come ha ricostruito Report in diversi servizi, è “molto uguale” ad un’opera rubata in un castello a Buriasco?

Il servizio di Report, dove parla di un frammento di tela rimasto incastrato nel telaio dopo il furto dell’opera, è stato acquisito per la perizia della Procura, “la chiave per ricostruire il mistero del dipinto” l’aveva definito il critico d’arte Alessandro Bagnoli. Un pezzo di puzzle che si incastra perfettamente nel lavoro fatto dal restauratore incaricato dall’ex sottosegretario.
Cosa dice la perizia? Che l’analisi dell’opera sottoposta a sequestro coincide con quella del frammento consegnato dalla signora Buzio e “si ritiene pertanto che sia lo stesso dipinto provento di furto e oggetto di denuncia.”
Prosegue la perizia che nella parte superiore sinistra sono stati realizzati, con pigmenti industriali, nuovi elementi sulla tela originale: la fiaccola accessa, il chiarore attorno ad essa e le stesure che definiscono il contorno della colonna. Tutte aggiunte non originali.
Ma chi ha aggiunto sulla tela quel lume? Si chiama Lino Frongia e Report e andata a chiedergli una sua versione dei fatti: quel lume l’ha messo lui su una tela che gli era stata portata da Sgarbi, non sapeva nulla della provenienza. Era stato invitato dal restauratore Mingardi a Brescia, fu Sgarbi a chiedergli di aggiungere un particolare “l’idea di aggiungere un particolare per far passare altro il quadro mi sembrava demenziale, io non mi faccio pagare per fare ste cose, faccio il pittore”.

La scheda del servizio: Rimetta a posto la candela

di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson e Madi Ferrucci

Riciclaggio, autoriciclaggio e contraffazione di opere d’arte.

La procura di Macerata ha chiuso le indagini su Vittorio Sgarbi, ex sottosegretario alla Cultura del governo Meloni, accusato di aver esposto in mostra e contraffatto un’opera del Seicento su cui pendeva una denuncia di furto. Si tratta della Cattura di San Pietro, del caravaggista Rutilio Manetti, che risultava rubata nel 2013 al castello di Buriasco, in provincia di Torino. Sgarbi aveva esposto a Lucca nel 2021 un dipinto del tutto identico, escluso un particolare: una fiaccola in alto a sinistra. L’inchiesta giudiziaria era nata a partire da un’inchiesta realizzata da Report e dal Fatto Quotidiano nel dicembre del 2023. Nella puntata in onda il 27 ottobre Report rivelerà gli ultimi aspetti ancora sconosciuti della vicenda, emersi dalle indagini condotte del Nucleo di Tutela dei Beni Culturali dei Carabinieri. L’opera rubata a Buriasco e quella di proprietà di Sgarbi sono due diverse copie dello stesso soggetto – come sosteneva Sgarbi – o sono la stessa opera? Qualcuno ha aggiunto la candela? E su ordine di chi?

Il sistema Genova e Liguria

Chi ha portato i voti a Toti alle regionali del 2020?

Il capo di Gabinetto di Toti chiese i voti alla comunità riesina di a Genova, contattando i fratelli Testa, due gemelli che vivono in provincia di Bergamo ma che nel quartiere Certosa di Genova sono di casa.

Uno dei due fratelli (entrambi detenuti al 41 bis) è indagato per voto di scambio aggravato per aver agevolato la mafia: è a loro che Cozzani, il capo di gabinetto, chiede i voti per la lista di Toti.

Siccome a Genova non avevano una casa, l’ex consigliere totiano, oggi candidato con Bucci, mette loro a disposizione una stanza all’hotel Mercure: qui sono stati spesati dall’associazione ciclistica, che ha anticipato i soldi per la permanenza dei fratelli ad Anzalone.

In quei giorni a Genova c’era il giro ciclistico dell’Appennino e Anzalone ha fatto ricorso al tesoriere dell’associazione sportiva per sistemare i Testa a spese dell’associazione. Si è arrivati così ad un conto da 700 euro, per una settimana in hotel.
L’influenza della comunità riesina a Genova è tale da aver importato nel quartiere di Certosa la festa della Madonna della catena: a Riesi questa celebrazione raccoglie migliaia di fedeli dalla provincia per vedere questa Madonna che libera gli uomini dalle catene di ogni oppresione.
Nel quartiere di Certosa questa festività ha scalzato quella del vecchio santo, San Bartolomeo: oggi – racconta Cristian Abbondanza della casa della legalità – quella festività non si celebra più perché, lo ha spiegato lo stesso parroco, veniva usata per incontri di mafia.

L’amministrazione di Toti si è distinta nell’attrarre i turisti, ricorrendo anche a forme pop di comunicazione che, come racconta modo ironico il giornalista Mimmo Lombezzi, andrebbero messi in un museo. Come l’enorme pestello per fare il pesto esposto a Londra nel 2023: un gonfiabile di 6x8 metri che lo scorso anno ha solcato le acque del Tamigi, per promuovere il pesto ligure nel mondo.

Ma a far discutere sono stati anche i 100mila euro dati ad Elisabetta Canalis che, dagli Stati Uniti, ha promosso il mare ligure in uno spot andato in onda durante Sanremo nel 2022, costato in tutto 204mila euro. Una star di Mediaset che da Las Vegas ricorda di essere andata in vacanza in Liguria.
Il servizio sulla Liguria di Toti si occuperà anche della diga foranea, la grande opera davanti al porto di Genova che consentirà l’arrivo di navi sempre più grandi che consentirebbe maggiori guadagni ai terminalisti come Spinelli: è l’opera più importante su cui ha puntato il sindaco Bucci, del valore di 1,3 miliardi di euro.
Soldi pubblici per interessi anche privati di cui Toti e Spinellli parlavano al telefono: il primo rassicurava il secondo in una intercettazione, “la diga è fatta, è già in gara, sappiamo anche chi la fa..”. C’è la gara, per rispettare almeno un po' le regole, ma poi “secondo me vince Salini-Fincantieri” continua al telefono l’ex governatore Toti che sapeva in anticipo il vincitore della gara pubblica, il consorzio guidato da We Build, cioè Salini.



Oggi, dopo l’inaugurazione dello scorso maggio, sembra tutto fermo: un operaio che ha lavorato lì tutta l’estate ha documentato lo stato dei cassoni sul fondale. Già si vedono dei cedimenti strutturali – racconta – “a occhio nudo già si vede che si sta sgretolando.”
Questo servizio è stato accusato di fare propaganda per il centrosinistra, in quanto andrà in onda nel giorno delle elezioni regionali (dopo l’inchiesta su Toti e il patteggiamento col Tribunale): ma Report parlerà anche dei rapporti tra gli imprenditori del porto ed esponenti locali del PD. Ancora una volta viene fuori il gruppo Spinelli: nel 2021 quando chiama Toti e Bucci per farsi rinnovare la concessione per il terminal Rinfuse, Spinelli decide di ospitare sul suo yacht anche l’ex governatore Burlando, assieme al neo eletto consigliere PD Armando Sanna. Report ha incontrato Burlando a Genova all’iniziativa del candidato Orlando, candidato alla presidenza.

Non avrai il mio scalpo” è stata la risposta di Burlando alla domanda sul perché di quegli incontri: “non insista perché mi sta rompendo le palle”, l’ex presidente non ne vuole parlare, l’ho spiegat tante volte.. Se questa è l’alternativa a Toti siamo a posto.
Cosa sia stato il sistema Burlando (che ha sempre avuto buoni rapporti con gli imprenditori portuali) l’ha spiegato bene il giornalista Marco Grasso del Fatto Quotidiano: “il fatto che non sia ben chiaro il ruolo che ha avuto in questa storia è esattamente quello che poi mette in imbarazzo il PD”.
“Io non penso che il PD abbia un conflitto” spiega il candidato Andrea Orlando a Report “il PD dopo questa vicenda deve cambiare anche alcune prassi che secondo me, in un altro contesto potevano anche essere accettate e tollerate ma che oggi sono diventate pericolose..”
Certo, in un altro contesto.

La scheda del servizio: Liguria nostra

di Luca Chianca

Collaborazione di Alessia Marzi

Immagini di Alfredo Farina e Fabio Martinelli

Ricerca Immagini di Tiziana Battisti

Montaggioe grafica di Giorgio Vallati

A maggio scorso Giovanni Toti è stato arrestato per corruzione e finanziamento illecito.

Con Toti finiscono in manette anche l’ex presidente dell'autorità portuale Emilio Signorini e uno dei più importanti terminalisti del porto, Aldo Spinelli, che in cambio di soldi al comitato elettorale di Toti ha ottenuto, secondo la procura, il rinnovo di alcune concessioni. Un terremoto giudiziario che ha portato la Regione Liguria a nuove elezioni. Per capire i nuovi equilibri politici e i nuovi candidati, Report è ripartita dalle ultime regionali del 2020, ripercorrendo, attraverso interviste esclusive ai protagonisti sui rapporti tra la criminalità organizzata e il partito di Toti. A sinistra invece, si deve fare i conti con i rapporti che alcuni esponenti hanno con alcune società del Porto di Genova guidate dall'imprenditore Mauro Vianello indagato anche lui nell'inchiesta su Toti, con l’accusa di aver corrotto l'ex presidente dell'Autorità Portuale Signorini.

Dentro il ministero della Cultura

Cosa è successo dentro il ministero della Cultura in questi ultimi mesi? Si tratta di un ministero sensibile, perché abbiamo il patrimonio culturale più importante al mondo.
Report ha intervistato lo storico dell’Arte Alberto Dambruoso che ha vissuto una storia simile a quella di Maria Rosaria Boccia, la consulente (o forse no) dell’ex ministro Sangiuliano: “ho ricevuto anch’io un incarico che di fatto non è stato poi formalizzato, io non ho avuto il contratto”.
Alberto Dambruoso insegna storia dell’arte all’Accademia di Frosinone, Sangiuliano gli aveva affidato la co-curatela della mostra sul Futurismo anche se, fino a quel momento, non aveva mai avuto rapporti con lui. Tutto nasce da un articolo pubblicato su Il Tempo, il giornale della famiglia Angelucci: la scintilla è la recensione che il critico d’arte Simongini scrive sull’ultimo libro di Dambruoso che ha come tema il futurista Boccioni. Aveva chiesto una recensione su Il Tempo perché questo è un giornale d’aria, di orientamento di destra, perché questo avrebbe potuto facilitare un contatto tra Simongini e il ministro, cosa che effettivamente è avvenuta.
Si arriva così alla possibilità di curare la mostra del Futurismo a Roma, ma costi e scelte artistiche non vanno giù a Sangiuliano – spiega nell’anteprima del servizio Giorgio Mottola – che organizza quindi un comitato organizzatore di cui ne fanno parte il direttore dei musei Massimo Sanna, la direttrice della gallezia nazionale Mazzantini e il presidente del Maxxi Alessandro Giuli. Ma il comitato organizzativo commissaria il curatore e co-curatore: hanno praticato un taglio drastico di oltre 300 opere, con una decisione presa dal comitato organizzatore. Quello che doveva essere il più grande evento culturale del governo Meloni si è rivelato un pasticciaccio infarcito di gaffe farcito da conflitti di interesse e scandali.

L’origine politica del neo ministro Giuli è stata raccontata a Report dal neofascista Rainaldo Graziani, a partire dalla militanza in Meridiano zero, quelli che ogni tanto davano qualche schiaffone a chi gli rifiutava i volantini che tanto non denunciavano perché se lo meritavano (parole di Graziani). In questa rivista l’esperienza neofascista si accompagnava a quelle esoteriche a cominciare dal simbolo, una runa celtica simboleggiante la lotta del bene contro il male. Direttamente dalle SS derivano dei culti arrivati fino a questa rivista, in stile neo pagano come il festeggiamento del solstizio di inverno, “una pratica tuttora in voga” secondo Graziani.
Giuli era una delle figure brillanti – ricorda oggi il fondatore di Meridiano Zero – altrimenti non sarebbe arrivato al ministero.

Ma in base a quali meriti è arrivato fino al ministero della Cultura? Come è stata la sua gestione al Maxxi? Il museo è stato aperto nel 2010, nel corso di una decina d’anno è riuscito ad affermarsi come uno dei più importanti musei dell’arte contemporanea in Italia, arrivando nel 2022 a staccare 300mila biglietti. Numeri che sono crollati durante la presidenza di Alessandro Giuli, nel 2023 gli incassi dei biglietti sono diminuiti del 30% rispetto al 2022 quando la presidente era Giovanna Melandri. Ancor più grave il bilancio delle sponsorizzazioni, i soldi dei privati dati al Maxxi per pagare mostre ed eventi, passati da 1,2 ml nel 2022 a 600mila euro nel 2023 con Giuli.

I conti si fanno alla fine” ha risposto il ministro alla domanda di Mottola aggiungendo che “al momento del mio insediamento ho ricevuto una programmazione che ho lasciato andare fino a conclusione, come diceva qualcuno i conti si fanno alla fine.”

Nelle anticipazioni del servizio si è parlato (e lo ha fatto lo stesso conduttore) di un altro caso Boccia: è la storia del capo di Gabinetto, che si è dimissionato pochi giorni fa, Spano, che ai tempi del governo Renzi (dove era capo dell’ufficio anti discriminazione) era finito indagato dalla Corte dei Conti per essere poi definitivamente assolto. Era stato aiutato nella sua battaglia dall’avvocato Carnabuci, poi diventato suo compagno, che è anche stato assunto come consulente legale dal museo Maxxi (da sei anni, prima della gestione Giuli). Una situazione da conflitto di interesse non dichiarata.
L’avvocato Carnabuci ha preferito non rispondere alle domande del giornalista.

La scheda del servizio: Da Boccia a Boccioni

di Giorgio Mottola

Collaborazione di Greta Orsi

Immagini di Alfredo Farina, Carlos Dias e Cristiano Forti

Ricerca immagini di Alessia Pelagaggi

Montaggio e grafica di Giorgio Vallati

Conflitti di interesse, pressioni, scandali: come se la passa la politica culturale del governo Meloni

Si è dimesso, dopo l’annuncio della puntata di Report, il capo di gabinetto del ministero della cultura Francesco Spano, che era stato l’eminenza grigia nella gestione del Maxxi di Roma durante la presidenza di Alessandro Giuli. Mentre l’attuale ministro della Cultura ne era al vertice, il Museo non ha perso solo migliaia di visitatori ma, come riveleremo in esclusiva, anche milioni di euro di finanziamenti pubblici. A far acqua da tutte le parti sembra essere l’intera politica culturale del governo Meloni, come dimostra la vicenda della mostra sul futurismo. Doveva essere l’evento culturale più importante dell’esecutivo in carica, si sta rivelando un pasticciaccio infarcito di pressioni, conflitti di interesse e di scandali.

L’altra Cutro – la strage nascosta

Dopo la disastrosa e imbarazzante conferenza stampa a Cutro, la presidente Meloni non ha fatto altri incontri coi giornalisti, con domande aperte (a meno delle ospitate a Mediaset in territorio amico). Meglio evitare domande scomode, specie se fatte ad una politica che si dichiara madre e perfino cattolica.

Report è venuta a conoscenza di una seconda strage di migranti avvenuta pochi mesi dopo quella del febbraio 2023 a Cutro, tenuta nascosta per evitare ulteriori imbarazzi: 65 persone morte nel tentativo di attraversare quel bacino d’acqua tra noi e l’Africa.
Sul sito di Report potete trovare un’anteprima del servizio: è il racconto del giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura, la sera del 16 giugno, vede uscire una nave della Guardia Costiera italiana dal porto di Roccella Jonica ma, da un certo punto in poi, “non abbiamo ricevuto più nessun aggiornamento”.
Aggiunge Yasmine Accardo, attivista di “Memoria Mediterranea”: “cala il silenzio immediato su questo tipo di strage, noi quando siamo arrivati sul posto non c’era assolutamente nessuno a Roccella Jonica, anche rispetto a Cutro io ricordo migliaia di giornalisti che provenivano da tutto il mondo, in quella situazione era il nulla totale.”
Nemmeno gli operatori presenti al porto di Roccella Jonica sapevano esattamente quello che stava succedendo.
“Ci viene comunicato tramite messaggio che dodici persone erano in arrivo al porto di Roccella Jonica” spiega a Report Cecilia Momi di Medici senza frontiere “di solito ci avverte la Prefettura o la Capitaneria di Porto, quello che scopriamo una volta in banchina è che le persone non erano state soccorse da una imbarcazione in situazione di sicurezza ma erano sopravvissute ad un naufragio .. ”.
Non erano arrivati preparati a gestire quello che poi hanno trovato: “nessuno era preparato, nessuno aveva le informazioni su un naufragio.”
Commenta Sergio Scandura: “tutta l’informazione ormai è blindata, la vita e la morte, il soccorso delle persone in mare è trattato come un segreto di Stato.”
Chi ha deciso questa strategia? Arriva dal Viminale – spiega l’ammiraglio Vittorio Alessandro, “che ha un ruolo politico di controllo e di informazione.”

Come sono andate le cose quella sera del 16 giugno 2022? Quelle morti si potevano evitare? Come mai una barca è rimasta in balia del mare per cinque giorni per essere poi salvata da un diportista francese? Come mai quei naufraghi non sono stati visti da nessuno? Non è facile ottenere risposte, si capisce che c’è una certa tendenza a nascondere le informazioni, sia da parte di Frontex che da parte della Guardia Costiera di Roccella.

La scheda del servizio: La strage nascosta

di Rosamaria Aquino

Collaborazione di Norma Ferrara ed Enrica Riera

Immagini di Chiara D'Ambros, Dario D'India e Marco Ronca

Ricerca immagini di Tiziana Battisti e Eva Georganopoulou

Montaggio di Sonia Zarfati

Grafiche di Michele Ventrone

Una strage, successiva a quella di Cutro, che è stata tenuta nascosta: è il naufragio di Roccella Jonica.

È la notte tra il 16 e il 17 giugno 2024. Una barca a vela di turisti francesi soccorre un’altra barca a vela, quasi affondata, a 120 miglia dalle coste calabresi. A bordo c’erano 12 migranti, solo una piccola parte di un gruppo di 76 persone, un terzo dei quali bambini, imbarcatosi una settimana prima da Bodrum, in Turchia. Una strage. È il naufragio di Roccella Jonica, dal porto dove i superstiti verranno trasportati dalla Guardia Costiera. Da quel momento inizia a calare uno strano silenzio su quelle operazioni. Non tornano i numeri delle salme recuperate, le operazioni di trasporto dei cadaveri recuperati in mare si svolgono di notte in porti distanti tra loro centinaia di chilometri, rendendo difficile alla stampa di documentare il naufragio. I parenti che devono riconoscere i corpi, recuperati nei giorni successivi in mare, sono costretti a fare la spola tra diversi ospedali, ma anche i vivi vengono ricoverati in posti diversi, persino in altre province. Nessuna cerimonia comune, nessun messaggio di cordoglio, nessun comunicato in quei giorni dal Governo. Si voleva evitare l’effetto Cutro? Report, con testimonianze inedite, ripercorre tutte le fasi di quel naufragio, dal primo allarme lanciato da Alarm Phone alla gestione dei superstiti e dei rimpatri.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 giugno 2024

Report - l’intervista ad Edi Rama, Giulio Regeni e il ruolo della politica dietro Cutro

LA CAMPAGNA D’ALBANIA Di Giorgio Mottola

La presidente Meloni è disposta a mettere una mano su Edi Rama e sulla bontà del progetto sui centri per i migranti in Albania: il servizio di Report è stato un linciaggio, così ha detto.
Anche ad Edi Rama il servizio di Report non è piaciuto, è stato definito schifoso: così per sciogliere i punti sospesi Report ha chiesto una intervista alla presidente Meloni e al premier Edi Rama, la prima non ha accettato mentre Edi Rama ha accettato tutte le domande fatte.
Una bella lezione di cultura politica, nonostante tutto, da parte di Edi Rama all’amica Meloni.
Nonostante le promesse e le rassicurazioni di ministri vari, i centri non sono pronti oggi:
Report è tornato in Albania, nella vecchia base militare di Gjader costruita negli anni settanta durante la dittatura comunista: l’area è ancora un cantiere aperto, di lavoro da fare sembra essercene ancora tanto.
I giornalisti non sono stati ammessi a visitare il cantiere (anche il deputato Bonelli ha avuto difficoltà a visitare l’hot spot di Schengjin): i lavori finiranno a novembre racconta un operaio, ma intanto i costi continuano ad aumentare se dai 39 ml di euro previsti inizialmente siamo passati a 66 ml, con l’ultimo decreto inserito nel pnrr.
A chi andranno questi soldi? Report ha scoperto che in cantiere sono presenti gli uffici temporanei di una azienda italiana che finora non era presente nei documenti resi pubblici dal governo, la Ri Group SPA: l’azienda gestirà i prefabbricati nella struttura.

Questa ditta leccese è specializzata in prefabbricati ed è controllata dall’imprenditore Salvatore Tafuro, rinviato a giudizio nel 2018 in una indagine per turbativa d’asta e corruzione di alti ufficiali dell’aeronautica militare per un appalto da 1,5 ml di euro per il CIE di Foggia, procedimento finito in prescrizione nel 2019. Il ministero della Difesa ha assegnato i lavori alla sua azienda per la posa dei prefabbricati nel centro albanese, per un totale di 6,5 ml di euro.
Al porto di Schengjin i lavori sono già avanti: sembra un carcere la struttura che stanno costruendo.

I lavori di gestione dei migranti sono affidati
(con un ribasso del 4,9%) alla Medihospes, una cooperativa che si occupa di accoglienza migranti in Italia e in particolare a Roma. La sede legale è a Roma ma il suo quartier generale è a Bari in un piccolo fortino protetto da un muretto e vetri oscurati: questa cooperativa nasce dalle ceneri de La Cascina, fondata negli anni 70 da Comunione e Liberazione: era l’avamposto più importante del potere e del cooperativismo di CL, dove si è mossa sempre tenendo saldi rapporti con la politica, per anni ha finanziato economicamente sia il PDL che il PD, con un occhio di riguardo ai ciellini doc come Maurizio Lupi.
Poi però nel 2015 è arrivata l’inchiesta mafia capitale che ha svelato le pericolose relazioni tra La Cascina e il mondo di mezzo di Massimo Carminati costringendo i vertici della coop a patteggiare in Tribunale per corruzione.
Filippo Miraglia è il responsabile di ARCI immigrazione e conosce bene questa storia: con la condanna non finisce l’esperienza de La Cascina perché compare spesso assieme a Medihospes nelle gare in giro per l’ITalia (per gli appalti nella gestione dei migranti), “di fatto è una derivazione, anche se adesso Medihospes è diventata una organizzazione molto più grossa nella gestione dell’accoglienza.”
Così, se l’immagine de La Cascina è stata bruciata dall’inchiesta Mafia Capitale, le attività del gruppo continuano sotto le insegne di altre aziende satellite, come Medihospes appunto, presieduta da Camillo Aceto, dirigente ciellino. Sotto la sua direzione è diventata un colosso nell’accoglienza dei migranti: secondo il rapporto di Open Polis, Medihospes gestisce circa l’80% delle strutture ricettive destinate ai richiedenti asilo. Così se nel 2015 fatturava 26 ml di euro, nel 2022 grazie soprattutto ai finanziamenti statali è arrivata ad incassare 127 ml di euro.
C’è un rapporto stretto tra prefettura di Roma e Medihospes?
Sicuramente è il principale gestore sul territorio romano, e la gara d’appalto per la gestione dei centri in Albania è stata gestita proprio dalla prefettura capitolina.
Grazie a questo appalto
in Albania nei prossimi cinque anni il bilancio di Medihospes crescerà di altri 133ml di euro. Il segreto del successo di questa cooperativa lo può spiegare il presidente: alla richiesta di una intervista da parte del giornalista ha risposto al telefono che è meglio di no, “essendoci una procedura di gara in corso”.
Il giornalista Fabrizio Gatti aveva raccontato un un servizio su l’Espresso della situazione del centro per migranti di Foggia gestito dalla Medihospes, ma nonostante questo tutto andrà avanti, in Italia e anche in Albania.

L’Albania non è il paese del narcotraffico: di fronte allo stato maggiore del partito, la presidente Meloni si è lanciata contro Report, invece di ringraziare l’Albania che accoglie (a pagamento) i migranti, il servizio pubblico ha fatto un linciaggio su Edi Rama e su questo paese..
Ma l’allarme sull’Albania lo lanciano in tanti, compreso Francesco Giubilei che sul Giornale descriveva questo paese come “narco stato”, stesso giudizio di Zemour, compagno di gruppo in Europa di Meloni.

Così si arriva all’intervista riparatoria, che forse non è stata riparatoria: nella precedente inchiesta Report aveva raccontato dei rapporti tra membri del governo con esponenti della mafia albanese.
Il potere della mafia albanese è cresciuto, ha ammesso il premier, perché è una mafia internazionale, non è più una mafia nazionale.
La mafia c’è in Albania, ma non tocca la politica, questa è l’unica ammissione di Rama che si è arrabbiato quando è stato toccato il tasto dell’inchiesta sul fratello.

Ma qual è la situazione in Albania? Basta andare in Albania e vedere quante torri sono state costruite, con quali soldi, negli ultimi anni (anni in cui sindaco era Edi Rama).
Lo scrittore Lubonja parla chiaro: per costruire questi palazzi sono stati chiamati i migliori architetti, senza tener conto dei vincoli, ma non si conosce l’origine dei soldi con cui sono stati realizzati i palazzi.
In Albania i soldi non sono arrivati dai prestiti delle banche, dei 3,7 miliardi di euro investiti in edilizia, solo 800 ml di euro arrivano dalle banche: secondo la giornalista Ola Xama i soldi sono arrivati dalla mafia, che ha riciclato i suoi soldi nell’edilizia.
No, risponde Edi Rama, i soldi sono arrivati dagli albanesi che vivono fuori dalla nazione: è finita la fase calabrese quando la ndrangheta comprava cash le case..

Ma purtroppo i dati smentiscono il premier: dall’estero, dai risparmi dei migranti, sono arrivati solo 800 ml, un po’ poco per costruire le torri avveniristiche di Tirana.
Il boom edilizio è arrivato dopo la crescita nel settore della droga delle mafie albanesi, per le tante piantagioni di mari
juana che spuntavano nel paese.
Su questo punto ha accettato di parlare l’ex ministro Ahmetaj, ex appartenente della cerchia di Edi Rama, oggi scappato in Svizzera dopo aver ricevuto delle accuse di tangenti per la costruzione di inceneritori: oggi Ahmetaj è il grande accusatore di Edi Rama, parla di un coordinamento tra le organizzazioni mafiosi su cui garantisce Edi Rama, che ha chiesto loro di interrompere la guerra.
L’ex ministro fa il nome di un imprenditore a Durazzo, Agasi: attraverso Agasi Edi Rama avrebbe rapporti coi mafiosi che incontrerebbe perfino nel suo ufficio.
Tutte queste accuse non sono mai state oggetto di procedimenti penali e di indagini: sono solo calunnie dell’ex delfino, spiega Edi Rama nell’intervista, la fonte di Report è una fonte inquinata.
Edi Rama respinge tutte le accuse, compresa quella per cui Agasi sarebbe il suo uomo ombra (come scrivono anche dei media albanesi di opposizione), “solo una vendetta di uno che ha perso il posto”.

Ci sono poi i rapporti tra imprenditori italiani e l’Albania: sono imprenditori vicini all’avvocato Agaci, che come professionista aveva difeso dei narcotrafficanti albanesi.
Nel passato servizio di Report si parlava di un ruolo da mediatore tra Agaci nell’acquisto di un terreno da parte di un ufficiale della Dia che lavorava in Albania.
Agaci ha molti amici in Italia, compreso Massimo D’Alema: “uno dei più grandi statisti del dopo guerra fredda”, il rapporto tra Edi Rama e D’Alema è cresciuto negli anni in cui era presidente del Consiglio.
Secondo l’ex vicepremier Ahmetaj però D’Alema è prima di tutto un lobbista: in Albania c’è una sua azienda che offre servizi di consulenza alle aziende che vogliono lavorare in questo paese.
Come si concilia il vecchio Marx con l’attività di lobbying in favore delle imprese? “Non è il luogo per le domande” la risposta di D’Alema.
Non ci sarebbe nulla da nascondere, basterebbe un minimo di trasparenza: spiegare come mai abbia aperto in Albania una società simile a quella che aveva già in Italia, se è vero che faccia consulenza per società che si occupano di criptovalute..
Di criptovalute si occupa Consulcesi, società fondata da un ex socio di D’Alema, Massimo Tortorella: nel 2019, D’Alema e Rama tennero insieme a battesimo l’avvio delle attività a Tirana di Consulcesi Tech, partecipando a un convegno sulle blockchain.

Casualmente il governo Rama ha reso obbligatoria la formazione dei medici, proprio un settore in cui lavora Consulcesi.

Oltre a D’Alema, anche il ministro per le imprese Urso qualche anno fa è sbarcato a Tirana. Nel 2015, come aveva rivelato Report, l’attuale ministro faceva consulenza per le aziende dell’imprenditore Becchetti, il proprietario della TV albanese Agon Channel.
Becchetti è un criminale condannato dalla legge albanese – è stato il commento di Edi Rama.

Dopo essere caduto in disgrazia in Albania Francesco Becchetti sostiene di aver perso non solo l’appoggio professionale ma anche l’amicizia di Adolfo Urso, che proprio in quel periodo avrebbe instaurato un rapporto di grande cordialità e intesa col primo ministro albanese.
Ad un commento su questa vicenda il ministro se l’è cavata rispondendo “io sto sempre dalla parte dell’Italia”.
Fino a
d una decina di giorni prima del giuramento da ministro, Adolfo Urso era proprietario della Italian World Services, poi ceduta al figlio Pietro: si tratta di una società che effettua operazioni di lobbying per le aziende. Becchetti a Report racconta dell’idea che si è fatta (sul perché sia starto abbandonato da Urso), su quello che chiama abbandono di Urso: “se lei prende e valuta gli interessi che ci sono state in campo, le imprese italiane che sono state accompagnate da Rama..” che è la mission della società della famiglia Urso.

Il figlio del ministro risulta intestatario della Asigest Broker Albania, che sembra legata ad una società italiana in un settore (broker assicurativo) di cui si occupa Urso.
Pietro Urso accompagna le aziende che vogliono investire in Albania, è anche titolare di una socitù che si occupa di brokeraggio, ha la sede in un hotel assieme al suo socio, Canaj, che vanterebbe entrature politiche. Qui entra in gioco un ex parlamentare, Gaci: dall’anticipazione del servizio pubblicata da Alessandro Mantovani sul Fatto

Altri italiani, racconta Report, fanno affari in Albania. Un filo rosso collega Pietro Urso, a capo di una società di lobbying – Italian World Service – dalla quale il padre Adolfo si è sganciato prima di assumere l’incarico di ministro del Made in Italy, al potente ex politico albanese Artan Gaci e allo stesso Rama. Ne parla a Report Francesco Becchetti, il discusso imprenditore romano che aprì il canale Agon Tv a Tirana, fu condannato a 17 anni in Albania e ora però reclama 135 milioni di euro dal governo albanese sulla base di un lodo arbitrale internazionale.

Alla Camera di commercio albanese Urso jr. risulta titolare della Asigest Broker Albania, nome simile all’italiana Asigest Broker spa che opera nel settore assicurativo di competenza del ministero del Made in Italy, un tempo dello Sviluppo economico e guidato appunto da Urso padre. Nella Asigest albanese c’è anche un’altra società di Tirana, la Generate, di proprietà di un certo Andi Canaj, socio anche di altri italiani sulle due sponde dell’Adriatico. Ha conosciuto Pietro Urso, ha spiegato a Report, “con amici… comuni”. Mentre Urso jr. dice di non conoscere il socio. Misteri. Canaj è legato a Gaci: è “suo dipendente” ha confermato a Report. Del resto usa un indirizzo mail di Atcc, società di Gaci.

Non è uno qualsiasi, Gaci. Socialista, vicino al primo ministro, già parlamentare e presidente della commissione di amicizia italo-albanese e marito dell’ex ministra degli Esteri di Rama, Olta Xhacka. Gaci stava costruendo un resort di lusso da oltre 5 milioni di euro a pochi metri dal mare, a Sud di Valona, ma l’operazione è finita al centro di un’inchiesta per corruzione e il cantiere è stato sequestrato dalla magistratura albanese. La spiaggia di fronte è stata concessa in uso esclusivo dal governo, di cui faceva parte la moglie di Gaci, alla società Agtcc Hotel Manager di un uomo legato all’ex politico. Che ha sede allo stesso indirizzo di Generate, la società di Canaj che a sua volta è socia di Pietro Urso.

VERITÀ NASCOSTE PER GIULIO REGENI Di Daniele Autieri

Passano dieci giorni tra la scomparsa di Giulio Regeni e il suo ritrovamento: il governo italiano, secondo quanto racconta l’ex ambasciatore Massari, sarebbe stato informato il 28 gennaio 2016, quando il ricercatore era torturato dai servizi egiziani.
Ma il governo egiziani ha sempre negato le responsabilità: Report ha raccolto una testimonianza di un testimone che invece li inchioda alle loro colpe.
All’ambasciata sanno che Regeni potrebbe essere nelle mani dei servizi, sebbene i dinieghi ricevuti.
Dopo la scomparsa di Regeni, i servizi italiani e americani si mettono in contatto con la American University per fare delle ricerche, appoggiandosi ad un generale egiziano Ebeid.
Ma in quelle ore, come ha ricostruito Report analizzando le tracce del cellulare del professor Gervasio, si apre un canale parallelo di ricerca che vede come protagonista una donna, Zena Spinelli, che vantava vaste conoscenze in Egitto.
Un funzionario dell’ambasciata italiana in Egitto ha raccontato tutta questa storia a Report: leggendo questi messaggi si capisce che c’è stata una seconda partita coi servizi che avevano tagliato fuori Massari.
Zena Spinelli venne a sapere del ritrovamento del cadavere di Regeni poco dopo l’incontro tra la ministra Guidi e Al Sisi.
Lo stesso giorno in cui il direttore dell’Aise Manenti era volato a Il Cairo per incontrare il suo omologo egiziano: secondo la testimonianza del funzionario dell’ambasciata italiana, i servizi italiani avrebbe visto Giulio Regeni, non si capisce se vivo o già morto, e hanno chiesto agli egiziani di restituire il corpo.
Il 13 febbraio l’ambasciatore convoca il funzionario e spiega come il loro lavoro, fare pressioni al governo egiziano per metterli di fronte alle loro responsabilità, debba essere interrotto. Meglio non andare oltre – ha commentato Sigfrido Ranucci in studio – anche in nome della ragione di stato.
Ragione di Stato che ha portato, purtroppo, a riconoscere l'Egitto come paese sicuro ovvero un paese che non viola i diritti umani, con un decreto voluto dalla presidente Meloni. 
Nonostante le torture sul corpo di Regeni portino la firma dei servizi egiziani. Nonostante il messaggio mostrato dal funzionario dell'ambasciata, che gli sarebbe arrivato dalla lobbista Spinelli, "Regeni non l'abbiamo noi, ma è ancora vivo".

Se arrivi, come migrante, dall'Egitto, diventerà impossibile ottenere l'asilo in Italia, mentre si verrà mandati in Albania, per riempire i centri migranti. 

GLI IRRESPONSABILI DEL NAUFRAGIO Di Rosamaria Aquino

Paolo è stato testimone della tragedia di Cutro: a mio figlio cosa racconterò, si chiede?

Report stasera si è occupata della morte dei 94 migranti a Cutro: erano famiglie che scappavano dall’Afghanistan in maggior parte, partendo col barcone dalla Turchia.
È stata solo colpa del cattivo tempo? Si poteva fare qualcosa per salvare queste persone, non solo un carico residuale? Quella notte sulla spiaggia di Cutro c’erano solo 3 pescatori, tra cui Paolo: la barca era ferma a 60 metri dalla riva, prima di sfracellarsi. LA guardia costiera sapeva di quella nave, sapeva di quelle persone, ma non fu chiamata in soccorso e la mattina dopo erano lì a raccogliere i corpi.
Ma, come racconta l’avvocato delle vittime del naufragio, a sapere della posizione della nave c’era anche la guardia di finanza e l’aereo di Frontex che stava sorvolando lo Ionio.
I dati della nave erano analizzati dagli analisti di Frontex a Varsavia: non era un peschereccio, era stato rilevato del calore attorno alla nave, era stata classificata come in una situazione di non rischio, sebbene in mare ci fossero onde alte.
Ma per capire quale fosse la situazione in mare Report ha intervistato un superstite della nave: nel pomeriggio del 25 la situazione del viaggio è iniziata a peggiorare, quando l’acqua è iniziata ad entrare dentro, creando il panico a bordo.

La barca non era in pericolo ma la situazione del mare stava peggiorando, conferma la mediatrice di Frontex in UE Emily O’Reilly: la scelta di non intervenire in soccorso della barca è stata una scelta politica.
Dunque Frontex sapeva, le autorità italiane sapevano, perché informate da Frontex, perché nel quartier generale di Varsavia erano presenti due ufficiali italiani: nessuno era autorizzato ad intervenire senza il consenso degli stati membri, cioè noi.
L’Italia ha scelti di non intervenire, non ha lanciato l’allarme, il segnale SAR: perché la nave galleggiava bene, così era scritto nei rapporti di Frontex, così l’intervento diventa di polizia, ovvero per bloccare e arrestare gli scafisti.
Ma anche il pattugliatore della finanza deve tornare in porto, perché il mare è mosso e non può procedere nel suo giro: come potevano pensare che un caicco avrebbe resistito alle onde?
E se su quella nave ci fossero stati dei terroristi o dei trafficanti di droga?
Sarebbero stati fatti sbarcare?
Così la guardia costiera non è uscita (non c’era evento SAR e non è stata chiamata dalla finanza): si arriva così a ridosso del momento del naufragio, quando però era troppo tardi.

Come racconta il giornalista Bruno Palermo, dopo Cutro, tutte le operazioni sui migranti sono state di Search and Rescue, la guardia costiera è sempre uscita.
Ma allora cosa ha portato a quella decisione nel pomeriggio sera del 25 febbraio 2023?
Bisogna tornare a 8 mesi prima, il 27 giugno 2022, dalla centrale operativa della guardia costiera parte una mail a quella di Crotone dove è scritto che “a seguito di tavoli tecnici interministeriali il livello politico ha impartito nuove disposizioni tattiche ..”, la guardia costiera avrebbe potuto uscire in mare per un intervento diretto solo in caso di evento SAR (search and rescue): prima di quella mail si pensava a salvarli e poi se c’erano degli scafisti, ad arrestarli – commenta sempre Palermo – con questa mail si invertono queste due cose, li andiamo a prendere per arrestare e poi vediamo se li possiamo salvare. La mail è firmata dal capocentro di Roma Gianluca D’Agostino e fa riferimento ad un accordo tecnico del 2003 che spiega quando interviene la guardia di finanza e quando la guardia costiera. Ma perché c’è bisogno di ribardirlo?
In quella mail D’Agostino ribadiva che prima di fare un intervento di salvataggio occorreva che vi fosse stata la dichiarazione dell’evento SAR , lasciando intendere che questa dichiarazione dovesse venire dalla centrale operativa di Roma – spiega a Report una fonte anonima dentro la guardia costiera – “quella mail è una vera e propria abdicazione, se la politica ingerisce nel livello tattico crea un corto circuito di responsabilità, per cui rimane responsabile il livello tattico, ma le decisioni sono prese da un’altra parte.”
E’ stata una scelta politica – come faceva intendere la mediatrice in UE di Frontex?
“Io voglio sapere da Roma chi non ha dato l’ordine o chi ha dato l’ordine di rientro, il problema è a Roma non è a Crotone” è la richiesta dell’ex dirigente medico della polizia di Stato Orlando Amodeo.

Vittorio Aloi ha comandato la guardia costiera fino alla tragedia di Cutro: chi ha preso la decisione di non uscire quella sera – è stata la domanda posta da Report.

Il comandante non ha voluto rispondere, rimandando tutto alle scelte del comando generale a Roma: si intuisce la difficoltà nel dover rispondere a domande difficile, nel sentirsi messi in mezzo tra Roma e i tuoi uomini e il dovere di salvare le persone in mare.

Sarebbe bene togliere il discriminante tra azione di law enforcement e SAR, come riteneva fosse corretto il comandante generale della guardia costiera Carlone (anche in una audizione alla Camera nel 2017).
La commissaria europea per i diritti umani aveva chiesto di considerare ogni barcone in crisi, già dal momento della partenza: ma i tempi sono cambiati, alla fine quella sera ha deciso tutto una mail del 2022, che si rifaceva ad una norma del 2002, governo Berlusconi.

30 ottobre 2023

Anteprima Presa diretta – intelligenza artificiale

In Inghilterra a presiedere la commissione sull’intelligenza artificiale il governo ha messo un ricercatore di 38 anni. Con esperienza nel settore dell’AI. In Italia il governo Meloni ha scelto l’ultra ottantenne Giuliano Amato: anche da questo si capisce quanto sia diverso l’interesse verso questo mondo dalla nostra classe politica, capace solo di pensare alla propaganda dell’oggi (sulla finta riduzione delle tasse, sulla guerra ai migranti), senza alcuna competenza per comprendere queste nuove tecnologie né voglia di pensare all’Italia di domani.

L’intelligenza artificiale è considerata la rivoluzione tecnologica del secolo, cambierà ogni aspetto della nostra vita, il lavoro, la scienza, le relazioni, ma chi ne sarà il proprietario? Non certamente noi, nemmeno l’Europa, che sta perdendo l’ennesimo treno.


Al termine del servizio ci sarà un reportage molto accurato sulla tragedia di Cutro, il naufragio di migranti avvenuto lo scorso febbraio dove sono morti 94 persone, per la maggior parte donne e bambini.

La scheda della puntata:

L'intelligenza artificiale e il naufragio di Cutro
Con “Intelligenza Artificiale”, in onda lunedì 30 ottobre, alle 21.20 su Rai 3, PresaDiretta propone l’ultimo appuntamento della stagione. Obiettivo anche sul  naufragio di Cutro. L’Intelligenza Artificiale promette di cambiare in meglio la nostra vita, è una rivoluzione, una rottura totale tra il prima e il dopo. E già adesso molte di quelle promesse sono realtà. Grandi opportunità, dunque, ma quali sono i rischi?  L’AI è una tecnologia che ha permesso alla scienza di progredire in modo impensabile, in tutte le sue discipline. Per la biologia, ad esempio, basta un dato: dal dopoguerra a due anni fa erano state scoperte 200mila strutture di proteine, oggi grazie all’AI siamo arrivati a 200 milioni.
Per essere sviluppata però, l’Intelligenza Artificiale ha bisogno di grandi capitali in grado di far lavorare macchine gigantesche, con enormi quantità di dati. Fino a pochi anni fa questa tecnologia veniva sviluppata quasi esclusivamente nelle più importanti università, poi il settore privato ha fiutato l’affare e ha cominciato a investire. Enormi investimenti e reclutamento delle migliori menti al mondo che nessuno Stato può permettersi. Qualche numero: nel 2021 l’Unione Europea ha investito nel settore 1 miliardo di euro, lo stesso anno il settore privato ha investito più di 340 miliardi di dollari. E il trend è destinato a crescere.
Quali saranno le conseguenze di questa concentrazione di potere e di ricchezza? E le strepitose opportunità offerte dall’AI per combattere il cambiamento climatico o le grandi malattie, saranno compatibili con gli interessi dei privati proprietari di questa tecnologia?
A seguire, l'inchiesta di PresaDiretta sul naufragio di Cutro. Cosa è successo la notte del 26 febbraio 2023, quando a poche centinaia di metri dalla costa calabrese, sono morti in mare più di 100 migranti? Cosa non ha funzionato nella macchina dei soccorsi? La ricostruzione di quelle ultime drammatiche ore attraverso la lettura dei documenti e con le voci dei primi soccorritori accorsi sulla spiaggia, le testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, i video esclusivi inviati dalla barca. 
“Intelligenza Artificiale” è un racconto di Riccardo Iacona, con Lisa Iotti, Giuseppe Laganà, Irene Sicurella,
Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Alessandro Marcelli, Massimiliano Torchia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.